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Dal mio verziere

Dal mio Verziere. (continued 2)

Reading edition

Colla storia ed il ritratto

Del giullare Papïol.

Fu il buffon da una mandragora

Messo al mondo, e appena nato

Era al par d'un dito mignolo

Picciol, magro, affusolato;

Poi restò sempre rachitico

Fin ch'ei visse ed infermiccio,

E la crosta d'un pasticcio

Fu la culla di Papïol.

Per cimiero ei porta un guscio

Di castagna o di lumaca,

Una pelle di lucertola

È sua calza ed è sua braca;

Gli filava una tarantola

Cinque corde al suo liuto;

E non v'ha giullar più astuto

Del gobbetto Papïol.

Tien la vespa il fine aculeo

Dentro il corpo alidorato,

Tal Papiolo entro la cintola

Tiene un ago avvelenato,

Con quell'ago ei fe cadavere

Più d'un Duca e più d'un Conte,

Per quell'ago sir Drogonte

Venne spento da Papïol,

Perchè un dì, presente il Principe,

Arse vivo uno scorpione.

Fu Papiolo eletto al titolo

D'uom di Corte e Centurione;

Sulla terra ancor non videsi

Un più gracile arfasatto.

Ecco i fasti ed il ritratto

Del giullare Papïol.

Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del poeta:

Cessato è il nembo; — va volando intorno

L'angiol del giorno — a spegnere le stelle

E le fiammelle — che brillano sui fari

Dei marinari. — L'esule chiesetta

Dell'alta vetta — già si fa men bruna

E ancor la luna

Splende sull'ermo

Bianca ed immota.

Come una nota

Di canto fermo.

. . . . . .

Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha vinto il poeta.

In Re Orso colgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura di Tolosa:

Io di Provenza tenero troviero

Vorrei cantarti nella mia loquela,

Chè più soave mi parrebbe e mero

L'inno amoroso che il mio spirto inciela,

Per te sui voli dell'idea cavalco,

Cacciando le colombe del pensier;

Tu fai di me, siccome fa col falco

Il falconier.

Tale m'alletta amoroso martòro

Che giorno e notte vo cantando e ploro

Tan m'abelis l'amoros pensaman

Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.

. . . . . . .

Ier notte oravo, il mio fervor blandia

Quasi un soffiar di celestiale avena,

E mi si ruppe in cor l'Ave-Maria

Perchè appena fui giunto al gratia plena

Tu m'apparisti, angelicata donna,

Tutta piena di grazia e di virtù.

Certo salì la prece alla Madonna

Ed a Gesù.

Tale m'alletta amoroso martòro

Che giorno e notte vo cantando e ploro.

Tan m'abelis l'amoros pensaman

Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.

Ten vieni o Donna nel gentil paese

Dove vibran le cetre e le mandòle,

Dove nasce la vaga sirventese,

Dove si parla in rimate parole,

Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,

Dai mali, dalle lotte e dai viventi,

Qual si ripara colla palma un lume

In mezzo ai venti.

Tale m'alletta amoroso martôro

Che giorno e notte vo cantando e ploro.

Tan m'abelis l'amoros pensaman

Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.

Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.

Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:

Conchiglia rosea

Del patrio lido

Piccolo nido,

Del vasto mar.

Dell'alma Venere

Culla e flottiglia

Rosea conchiglia.

In te ricircolano

Mille volute

Che fan che mormorino

Fin l'aure mute.

Tu canti e sfolgori

Coro fra i cori

Oro fra gli ori

Del sacro altar.

Entro ti palpitano

Le nettunine

Ninfe che avvincolansi

D'aliga il crine

E tutti i zeffiri,

Pel cielo erranti

E tutti i canti

Del pescator.

Dimmi l'oracolo

Di mia fortuna,

Tu della duna

Eco e splendor.

Parla, la vergine

Cupida origlia,

Rosea conchiglia.

L'api che ronzano

Fra gli oleandri

Ne' tuoi meandri

Odonsi ancor.

Un trillo eolio

In te bisbiglia

Rosea conchiglia.

Parla... e che? turbinano

Sconvolte l'onde!

Crollan.... rigurgitano...

Alte e profonde.

E sull'equorea

Terribil ira

Piomba la diva

Furia del tuon.

Orror profetico!

Rombo bïeco!

Terribil eco!

Ria visïon!

Fuggi! Ho una lagrima

Sulle mie ciglia

Tetra conchiglia!

E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei pescatori.

Piccolo intermezzo in prosa.

«.... la connaissance du coeur humain conduit à l'indulgence et à la bonté.»

Flammarion.

XII.

Giosuè Carducci.

Onoriamo l'altissimo poeta, il nostro Carducci — una gloria vivente d'Italia.8 Dopo, direte addio al mio verziere e ho caro che nelle vostre menti giovinette rimanga più a lungo l'immagine sua. Voi dovete essere, lo ripeto, fanciulle, le vestali dell'ideale, le custodi dei sentimenti grandi e buoni, è a voi di ricordare che ancora al mondo ne rimane la diva scintilla: a voi di ridestare i già spenti, di bandire crociate contro gli apostata dei primi obblighi sacri delle giovinezze studiose: la riverenza e la gratitudine. In ogni tempo e in ogni luogo la superiorità dello spirito o del cuore si pagò e si paga assai cara; è intorno alle roccie titaniche che i flutti si frangono con più sonante rimescolìo — sulle basse scogliere l'onda passa tranquilla, obliosa, irridendo. La vita dei grandi è travagliata, infelice — ma quante amarezze che la gloria non lenì, raddolcirono bianche mani femminili null'altro che col posarsi su di una fronte! Ricordatelo, voi, che siete la primavera che promette e l'avvenire che si sogna.

Lasciando da parte, dunque, le opere più note del poeta, — che a scuola o a casa persone assai più valenti di me vi hanno commentato — rivolgeremo la nostra attenzione alle creazioni minori, nelle quali pure le qualità adamantine del padre rifulgono in tutta la lor classica purezza. Io ho un po' di manìa per le opere minori in genere, che non di rado preferisco alle altre perchè, mentre serbano l'aria di famiglia, hanno quasi sempre un abbandono più ingenuo e più grazioso. Sono belle bimbe vestite da casa al confronto delle sorelle già al vertice della giovinezza rigogliosa, abbigliate per una comparsa ufficiale nel mondo. C'è il fàscino dell'inesplorato, del romito e della brevità come nelle scorciatoie in confronto alle vie maestre — l'attrattiva d'un salottino intimo e abitato, in paragone ad un salone per i ricevimenti di parata — la promessa vaga di una quantità di piccoli incidenti impreveduti, di cento piccole meraviglie inattese, di mille suggestioni insperate — come in un'escursione a piedi invece di un viaggio in ferrovia. E così potrei moltiplicarvi gli esempi all'infinito. Ma già voi mi avete intesa a volo. L'anima del poeta pare riguardare in sè stessa senz'altra cura che di meriggiare, e di questo riposo viene a noi pure un refrigerio soave. Se è addolorato, il suo dolore è dimesso — se gaio, la sua gaiezza è infantile. Così è il Canzoniere che mi rivela più lucidamente lo spirito di Dante, il Rinaldo che rende la freschezza d'immaginazione del Tasso intorpidita nella sua celebre Gerusalemme: e uno dei più schietti modelli di poesia italiana ci viene offerto da una produzione tutta intima della quale l'autore — il Petrarca — quasi si vergognava.

Ma qui regna Carducci. Parliamo di lui.

Si può ammirarlo, il Carducci, con più o meno entusiasmo, ma il suo ingegno non si può discutere. È classico, determinato, possente, qualche volta formidabile: — efficacemente sintetico sempre — condizione essenzialissima per una forte vitalità poetica. Come da un terso blocco di marmo pario, egli cava dalla sua mente ogni sorta di capolavori, che il sole dell'arte illumina e riscalda. Monumenti colossali e statuette da salotto — gruppi armoniosi e bassorilievi purissimi — arche d'una divina sobrietà trecentista su cui il simulacro del guerriero, come stanco, riposa colle mani in croce tutto armato, e guglie aguzze di qualche magnifico edificio che sfida il tempo. Qualche volta non ne ricava che una lapide nuda, fredda, ma ci scolpisce su qualche parola che infiamma. Quando narra di storia, diletta come se ci facesse passare dinanzi agli occhi una serie di quadri dei floridi pittori veneti del cinquecento — quando fantastica, ci trasporta sulla poderosa ala d'aquila fino al sole — quando ricorda o rimpiange, ha l'abbandono pieno di pietà d'una querce abbattuta — d'un rudero invaso d'edera — di qualche cosa di grande e di già vittorioso piegato e vinto.

Ma meglio che le mie sbiadite parole vi cesellerà egli medesimo l'immagine propria. Tolgo molto dalle Rime Nuove, raccolta de' suoi versi che io preferisco.

Ecco come questo spirito di titano intende il poeta:

. . . . . . .

Il poeta è un grande artiere,

Che a 'l mestiere

Fece i muscoli d'acciaio:

Capo ha fier, collo robusto.

Nudo il busto,

Duro il braccio e l'occhio gaio.

Non appena l'augel pìa

E giulìa

Ride l'alba e la collina,

Ei co 'l mantice ridesta

Fiamma e festa

E lavor ne la fucina;

E la fiamma guizza e brilla

E sfavilla

E rosseggia balda audace,

E poi sibila e poi rugge

E poi fugge

Scoppiettando da la brace.

Che sia ciò non lo so io;

Lo sa Dio

Che sorride a 'l grande artiero.

Ne le fiamme così ardenti

Gli elementi

De l'amore e de 'l pensiero

Egli getta, e le memorie

E le glorie

De' suoi padri e di sua gente.

Il passato e l'avvenire

A finire

Va ne 'l masso incandescente.

Ei l'afferra, e poi de 'l maglio

Co 'l travaglio

Ei lo doma su l'incude.

Picchia e canta. Il sole ascende,

E risplende

Su la fronte e l'opra rude.

Picchia. E per la libertade

Ecco spade,

Ecco scudi di fortezza:

Ecco serti di vittoria

Per la gloria,

E diademi a la bellezza.

Picchia. Ed ecco istoriati

A i penati

Tabernacoli ed a 'l rito:

Ecco tripodi ed altari,

Ecco rari

Fregi e vasi pe 'l convito.

Per sè il pover manuale

Fa uno strale

D'oro, e il lancia contro 'l sole:

Guarda come in alto ascenda

E risplenda,

Guarda e gode e più non vuole.

Oh così, così mie fanciulle, erano i bardi dell'età passata — così confidiamo che siano quelli dell'avvenire! Avete sentito che gagliardìa d'ispirazione e di tocco, che nitidezza di espressione — come il Carducci è padrone della lingua, del verso, della rima, come è poeta in essenza e artefice nella manifestazione? Oh sì, il rude artiero che doma la materia e col robusto braccio foggia cose sì gentili baciato dal sole levante è lui — ahimè, forse solo.

Il Carducci ha radicato e vigile l'amore della sua terra al cui pensiero fra il tempestar delle passioni spesso ricorre come a un ritornello blando e addormiente. Questo sonetto è una particella viva di cuore:

TRAVERSANDO LA MAREMMA PISANA.

Dolce paese, onde portai conforme

L'abito fiero e lo sdegnoso canto

E il petto ov'odio e amor mai non s'addorme.

Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme

Con gli occhi incerti tra 'l sorriso e il pianto,

E in quelle seguo de' miei sogni l'orme

Erranti dietro il giovanile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;

E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

E dimani cadrò. Ma di lontano

Pace dicono a 'l cuor le tue colline

Con le nebbie sfumanti è il verde piano

Ridente ne le pioggie mattutine.

Eccovi, giovinette, una Mattinata tutta giovine, tutta rugiadosa. Mi piace trascriverla perchè è uno stupore di bellezza, poi perchè la mia anima ode insieme a quelle parole l'eco d'un'armonia e d'una voce ora mute per sempre....

Batte alla tua finestra, e dice, il sole:

Levati, bella, ch'è tempo d'amare.

Io ti reco i desir de le vïole

E gl'inni delle rose a 'l risvegliare.

Da 'l mio splendido regno a farti omaggio

Io ti meno valletti aprile e maggio

E il giovin anno che la fuga affrena

Su 'l fior de la tua vaga età serena.

Batte a la tua finestra, e dice, il vento:

Per monti e piani ho viaggiato tanto!

Sol uno de la terra oggi è il concento,

E de' vivi e de' morti un solo è il canto,

De' nidi a i verdi boschi ecco il richiamo:

— Il tempo torna: amiamo, amiamo, amiamo —

E il sospir de le tombe rinfiorate:

— Il tempo passa: amate, amate, amate. —

Batte a 'l tuo cor, ch'è un bel giardino in fiore,

Il mio pensiero, e dice: Si può entrare?

Io sono un triste antico vïatore

E sono stanco e vorrei riposare,

Vorrei posar tra questi lieti mai

Un ben sognando che non fu ancor mai:

Vorrei posar in questa gioia pia

Sognando un bene che giammai non fia.

Come questa perfezione di leggiadria sfavillava nei tuoi canti, povero e caro ragazzo! Come mi fa male, ora, il ricordo di quell'accento quasi nostalgico con cui pronunziavi le parole sovrumane... con cui dicevi di voler riposare sognando un bene che nel nostro mondo non c'è...

Fanciulle mie, siamo oramai alle soglie del verziere, perdonatemi questo ultimo indugio. Vedete, si delinea già come un miraggio una vignetta delicatissima:

La stagione lieta e l'abito gentile

Ancor sorride a la memoria in cima

E il verde colle ov'io la vidi prima.

Brillava a l'aere e a l'acque il novo aprile,

Piegavan sotto il fiato di ponente

Le fronde a tremolar soavemente.

Ed ella per la tenera foresta

Bionda cantava a 'l sole in bianca vesta.

Ecco in otto versi la manifestazione più ampia e più profonda della primavera.

Ora udite come parla Giosuè Carducci del mio paese. Dovreste saperla tutte a memoria la seguente poesia, forti fanciulle che guardate cogli occhi bruni e fieri riflettersi le stelle nel piccolo Reno: piccolo d'onde e di valor gigante; il Monti dice.

Il Carducci si rivolge a Severino Ferrari — un simpatico poeta celebratore della sua nativa campagna emiliana:

O Severino, de' tuoi canti il nido,

Il covo de' tuoi sogni io ben lo so,

Ondeggiante di canape è l'infido

Piano che sfugge a 'l curvo Reno e al Pò.

Da gli scopeti de la bassa landa

Pigro il pizzaccherin si drizza a volo:

Con gli strilli di chi mercè dimanda

Levasi de le arzàgole lo stuolo,

Stampando l'ombra su per l'acqua lenta

Ove l'anguilla maturando sta.

Oh desìo di canzoni, oh sonnolenta

Smania di sogni ne l'immensità!

Oh largo su gli alti argini del fiume

Risplender rosso de l'estiva sera!

Oh palpitante de la luna a 'l lume

Tenero verdeggiar di primavera!

Quando i pioppi contemplano le stelle

Innamorati con lungo sospir,

Ed un lontano suon di romanelle

Viene da' canapai lento a morir!

Allor che agosto cada, o Severino,

E chiamin l'acqua le rane canore,

Noi tornerem poeti all'Alberino,

Tutti solinghi in bei pensier d'amore.

Ed a' tuoi pioppi ne le notti chete

Noi chiederem con desiosa fè:

O alti pioppi che tutto vedete

Ditene dunque: Biancofiore ov'è?

Siede in riva a un bel fiume? o il colle varca

Tessendo a 'l capo un cerchio agil di fiori?

O dentro una sestina de 'l Petrarca

Beata ride i nostri vani amori?

Anch'io saluto ancora una volta passando, la vostra immagine, o alti pioppi che tutto vedete — che vi incurvaste, giganti benigni, alla mia debole infanzia; — alti pioppi dalla rude base frondosa nell'ombra, dalla cima esile intrisa di luce, come un grandioso sogno umanitario! Quando l'anima è di poeta, da ogni più insignificante episodio, da ogni più arida pagina di storia sbocciano fiori. Il comune rustico per andamento di verso, per l'elegante semplicità quasi ingenua che vi spira dentro e che si modella meravigliosamente all'idea, per efficacia di rappresentazione, è una gemma. Un simbolista direbbe: uno smeraldo.

O che tra faggi e abeti erma su i campi

Smeraldini la fredda ombra si stampi

A 'l sole de 'l mattin puro e leggero,

O che foscheggi immobile ne 'l giorno

Morente su le sparse ville intorno

A la chiesa che prega o a 'l cimitero

Che tace, o noci de la Carnia, addio!

Erra tra i vostri rami il pensier mio

Sognando l'ombre d'un tempo che fu.

Non paure di morti ed in congreghe

Diavoli goffi con bizzarre streghe,

Ma de 'l comun la rustica virtù

Accampata a l'opaca ampia frescura

Veggo ne la stagion de la pastura

Dopo la messa il giorno de la festa.

Il Consol dice, e poste ha pria le mani

Sopra i santi segnacoli cristiani:

— Ecco, io parto fra voi quella foresta

D'abeti e pini ove a 'l confin nereggia.

E voi trarrete la mugghiante greggia

E la belante a quelle cime là.

E voi, se l'unno o se lo slavo invade

Eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade,

Morrete per la nostra libertà. —

Un fremito d'orgoglio empiva i petti,

Ergea le bionde teste, e de gli eletti

In su le fronti il sol grande feriva.

Ma le donne piangenti sotto i veli

Invocavano la Madre alma de' cieli.

Con la man tesa il Console seguiva:

— Questo, a 'l nome di Cristo e di Maria,

Ordino e voglio che ne 'l popol sia,

A man levate il popol dicea: Sì.

E le rosse giovenche di su 'l prato

Vedean passare il piccolo senato,

Brillando su gli abeti il mezzodì.

Termino con un sonetto giovanile non molto conosciuto, credo. È classicamente severo, è mesto, eloquente. S'indirizza in fine alla giovinezza — così amo ripeterlo associandovi nel mio pensiero a una memoria cara mentre la vita che ancora per voi non è che un dolce ritmo di danza vi attira fuori dal mio verziere. Io ci rimango a far l'ortolana, faticosamente, placidamente:

Se affetto altro mortal per te si cura,

Spirto gentil cui diamo il rito pio,

Pon dal ciel mente a questa vita oscura

Che già ti piacque e al bel nido natìo.

Vedi la patria come sua sventura

Di tua candida vita il fato rio

Piangere, e 'l fior degli anni tuoi cui dura

Preme l'ombra di morte e il freddo oblìo.

Quindi ne impetra tu che a te simile

Dritta all'oprar, modesta alla parola,

Cresca la bella gioventù virìle:

E senta come a fatti egregi è scola

Anco una tomba cui pietà civile

E largo pianto popolar consola.

NOTE

Casa Edit. L. CAPPELLI — Rocca S. Casciano

Jolanda

LE TRE MARIE

ROMANZO

3ª Edizione — Elegante Volume in-16 di pag. 400

Tutte le pagine di questo romanzo sono ispirate ai sentimenti di Fede, di Famiglia, di Patria e condotte sempre con quella lucidità di concetto, con quella finezza di sentimento, con quell'eleganza di forma che tanto distinguono ormai l'illustre scrittrice. Così tutto il romanzo s'intesse su di un soggetto semplice ed elevato: la vita domestica, cioè, di tre giovinette, Le Tre Marie, che, diverse tra loro per indole, per educazione, per condizione sociale, offrono uno studio variato, gentile di anime e di sentimenti, di lotte e doveri, di sofferenze e di dolcezze, di leggerezze, di cuori, di sentimenti. Tutto si svolge con la più appropriata naturalezza, mentre l'amore vi aleggia sempre or umile e confortato, or grande e soave, ora appassionato e ardente.

Prezzo Lire 4

Bruna

L'Intima Fiamma

LIRICHE

Fiamma di sdegno, per tutto quanto è inganno e perfidia, fiamma d'amore per ogni cosa dolce e bella, ecco l'intima essenza di questo nuovo libro della già nota poetessa emiliana.

L'elegantissimo volumetto rivela una veemenza, un ardimento, una vigorìa insolita nella lira già languida e soavemente mesta dell'autrice dei Canti di Capinera e de L'ermo sentiero.

Veramente nelle cinquanta liriche che compongono il volume arde una fiamma nascosta che le colorisce e le anima infondendo loro un soffio di passione, a molte tragicamente selvaggia! Ma, ecco passato il turbine, l'armonia soave dei canti ispirati alla bellezza della natura, alle gioie dell'amicizia, al bagliore di un sogno fuggente, dilaga e carezza l'orecchio, come suono di liuto nella tranquillità d'una notte lunare.

Lire UNA

Silvia Albertoni-Tagliavini

L'OMBRA

ROMANZO

Un bel volume in-16 di pagine 350.

Una questione importantissima, intorno a cui la società non riesce a dire l'ultima parola, il duello, ha ispirato alla nota scrittrice un romanzo che è un fino studio psicologico, e che, pur mirando a uno scopo, non ha nulla di comune con la monotona pesantezza degli antichi romanzi a tesi. Un intreccio semplice, uno di quei casi che possono sembrar strani, ma di cui la vita vissuta ci offre a mille gli esempi; un profondo studio delle anime; smaglianti ed evidenti descrizioni prese dal vero, in cui palpitano dinanzi ai nostri occhi varie scene dell'incantato mar Ligure, ecco il libro che oggi la signora Albertoni-Tagliavini ci offre. Il romanzo ha in sè doti capaci di attirargli l'attenzione di ogni genere di lettori, ma è specialmente destinato a incontrare la simpatia delle signore e signorine, a cui non è dato ogni giorno di trovare un libro bello e interessante, che si possa leggere.... senza arrossire.

Prezzo Lire 2,50

Enrica Grasso

FRA DUE SILENZI

RACCONTO

Elegante volume in-16 di pagine 170.

La protagonista è — Clara — una giovine nata e cresciuta in un ambiente freddo e diffidente. Le stagioni e gli anni si succedono per essa uniformi, e, quando s'accorge ch'è primavera e che il cuore palpita — le espressioni dubbie e le diffidenze paurose della madre, come una doccia fredda, le gelano l'anima, le attutiscono il cuore. — Ma il tesoro grande d'amore, di cui è pieno il suo cuore gentile, erompe dopo la morte de' genitori, quando, ricca e sola, il bacio di un fanciullo, di un cherubino — abbandonato — la conquide, e Clara passa rapidamente da la desolazione a la felicità ch'è duratura, che tutto irrora e tutto inonda di gioia, di bello, di bene. E il Dottor Alberoni? Che bell'anima! E sua sorella? E tutto l'intreccio così naturale, così ben condotto? Ma dopo l'amaro il dolce, dopo il dolce ancora l'amaro per Clara ma questo ultimo è frutto de l'amore puro, sovrumano che adduce al sacrifizio, sodisfazione ambita da le anime elette, fine ultimo di ogni loro dedizione.

Prezzo Lire 2

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (leggiadria/leggiadrìa, suicidi/suicidî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

15 — Per insegnare? Ebbene [Ebbe] anche noi!

34 — Camillo Checcucci [Checchucci] e il suo poema

59 — dello squisito pseudonimo [pseudomino] di Carmen Sylva

61 — non si troverebbero [trovorebbero] le stesse aspirazioni

100 — Visione di Franz Liszt [Frantz Listz]

101 — sonetti dello Shakespeare [Shakspeare]

172 — resta nascosto nel sancta-sanctorum [sancta-sanctorom]

212 — non esalti l'ombra auspice [aupisce]

249 — quasi sempre un abbandono [un'abbandono]

Notes in this chapter

Explore with AITake your curiosity a little further.

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