PAOLO VALERA (continued 3)
Reading edition
«Tra il vagone cellulare e la carcere di sosta, mi trovai accoppiato con questo sciagurato. È piuttosto alto che basso, è snello ed ha un non so che sulla grinta che pare della malizia diffusa sulla faccia di tutti i galeotti.
«Mi raccontava che aveva lasciato il bagno penale di Finalborgo e che la sua nuova destinazione era Barletta.
«—Questo, mi disse, è il mio dodicesimo trasloco in trent'anni di bagno!
«Lungo il viaggio mi offerse continuamente del suo pane e del suo salame.
—Quanto tempo impiegasti da Milano a Urbino?
—Sette giorni per un viaggio di dodici ore! A Urbino entrai nella R. Casa di correzione—un grande edificio che pare un palazzo, situato nella parte più alta della città—e, tutto sommato, non mi trovai male. Ero il numero 362. Quando me lo cucirono al camiciotto mi parve di sentire l'ago entrare nel mio cuore. Che impressione diventare un numero! Questo stabilimento—come lo chiamano la direzione e gli inquilini—ha parecchie officine, quattro dormitorii, in ciascuno dei quali dormono trentaquattro corrigendi, e due vasti cortili per il passeggio. Ci mandavano a dormire alle sette e ci facevano alzare alle sette. Era la cosa più noiosa della casa di correzione. Dodici ore di letto duro come il macigno, quando si è giovani, sono troppe. Prima della campana io stavo là supino, ad occhi aperti, colle gambe impazienti di sdrucciolare dal letto.
—Non vi si facevan fare gli esercizi militari?
—Sì, tre volte la settimana.
«I miei compagni erano tutti minorenni e tutt'altro che simpatici.
«Mi consideravano, per le mie idee, un ladro. Dicevano che volevo la roba degli altri. Erano sboccaccioni che mi facevano schifo. Sono esseri degradati, depravati, rotti a tutti i vizi. Mi accapigliai con uno di loro che mi insultava e andai in cella di rigore, dove mi si indossò la camicia di forza per alcune ore. Al mio avversario la lasciarono per alcuni giorni.
«Del direttore posso dire tutto il bene. Egli mi procurò i mezzi di stare in esercizio, facendomi lavorare come scultore in legno. Riuscii a fare il busto di Raffaello ed altri lavori lodati dal «capo officina» e dallo stesso direttore. Il capo officina, prima che me ne andassi, volle baciarmi. Tenendomi tra le sue braccia continuava a dirmi di non dimenticarlo e di dire a mia madre che nella casa dei corrigendi avevo trovato «una brava persona, onesta e degna del mio affetto!»
«Il nostro vitto era come quello, probabilmente, delle altre carceri. Una pagnotta nera e una minestra che aveva tutti i sapori, all'infuori di quello della nostra minestra. Il Natale lo passammo maledettamente male. Ci aggiunsero al solito vitto un boccone di carne che non m'invogliava ad averne dell'altra, e un quarto di litro di vino che mi bruciava la gola.»
__Studio galeottesco.__
L'uguaglianza di trattamento non impediva ai forzati di avere una grande simpatia per gli inquilini della quinta camerata e di manifestarla tutte le volte che capitava loro l'occasione. Alla mattina e alla sera, per esempio, venti o trenta forzati addetti ai lavori del reclusorio passeggiavano nel cortile sotto le nostre finestre. Il tintinnìo delle loro catene ci chiamava al davanzale, cogli occhi tra il cassone e la ferriata. E loro, passeggiando, con dei cenni rapidi, con degli inchini che nessuno, all'infuori di noi, poteva avvertire, con dei palpeggiamenti di berretta che parevan grattamenti di capo, con dei rovesci d'occhi che mi andavano al cuore, o dei movimenti di labbra che sfuggivano alla sorveglianza, ci salutavano, ci davano il buon giorno e la buona sera, ci infondevano coraggio e ci traducevano la loro impotenza a fare qualche cosa per noi.
La loro passeggiata era per me uno studio. Notavo il loro modo di andare in su e in giù e chiamavo Romussi e don Davide Albertario a constatare che il loro passo rivelava il galeotto. Dimostravo loro come un Jean Valjean avrebbe potuto essere scoperto dal segugio di polizia anche vent'anni dopo, vestito con eleganza, in una sala immensa affollata di signori che la percorressero conversando.
Si vedeva che il piede, il quale aveva l'anellone della catena appesa al fianco o attorcigliata intorno la caviglia, indugiava uno zinzino più dell'altro a muoversi, e sfiorava assai più il suolo del sinistro, come se l'uno dei due fosse carico di piombo. Aggiungevo un'altra osservazione sui passi. Nei passi è l'uomo che è stato in branca, cioè incatenato con un altro per degli anni e costretto a esercitare le gambe in uno spazio di pochi metri. Contraggono un'abitudine indimenticabile. Adesso che sono disgiunti e che è a loro disposizione un terreno venti volte più lungo e più largo della cella, consumano l'ora di passeggio come prima, gomito contro gomito, con un movimento di tre o quattro passi avanti e indietro, voltandosi come quando erano appaiati, cioè senza urtarsi e senza spostarsi.
I tipi di forzati, che abbiamo conosciuto più da vicino e che possiamo presentare al pubblico come nostri amici, erano i «mozzi» o coloro che adempivano alle funzioni domestiche. Il 129 era il latrinaio—un galeotto che riassumeva il suo delitto come un grande artista. Si passava la mano sulla fronte e lo paragonava a «un temporale», a «una notte buia», a «una tempesta». Fu l'uragano dei sensi che gli fece recidere la gola alla padrona ch'egli serviva come cocchiere a Ferrara. Egli la voleva o viva o morta. E se la baciò durante il «temporale» tepida ancora di vita, con gli occhi spalancati che pareva una strega. Egli è ormai tranquillo e non pensa più, come gli altri, a rientrare nel mondo dal quale venne scacciato. Per lui, «stare qui o altrove, è lo stesso. In qualche luogo, mi diceva, bisogna stare».
Veduto da vicino, con gli occhi nelle buche della sua faccia massiccia e larga, si prova la repulsione di chi si sente a tu per tu con un sanguinario. Dalle sue linee facciali sbuca il violento, ghiotto dell'altro sesso. Ha delle occhiate diaboliche, lambite dalle rughettine che infittiscono e si gonfiano quando spalanca la bocca per la risata che pare uno scroscio. Le sue mandibole voluminose completano l'orrore con la zucca enorme, calva alla superficie, leggermente schiacciata alle pareti.
Intorno alle sue labbra carnose, è diffuso il cinismo che si prolunga fino alla radice del naso, dove incomincia una fronte spaziosa, fuggente, giallognola, la quale si increspa ogni volta che parla. Ha le gambe arcuate e ha sempre fame. Tutte le volte che veniva nella nostra camerata gli davamo parecchie pagnotte.
Veduto da lontano, immobile, nel sole, con le mani sulle reni e le pupille velate o addormentate nel fondo cristallino, ha l'aria di un uomo impagliato.
Un altro tipo curioso sotto parecchi aspetti, era l'infermiere che veniva nella nostra camerata nei pomeriggi della caldura a inaffiarla di acido antisettico per tentare di salvarci dalle mosche inique e dalle cimici implacabili. È un forzato di cuore, che si trova in galera per avere creduto nella fedeltà della sua donna. È piccolo, tozzo, giallastro, con una fronte bassa, rugosa e senza fughe, con delle pupille che stanno spegnendosi nelle occhiaie fonde, con un naso camuso, delle guance che incominciano a piegarsi e a incresparsi come cortine vecchie e una bocca che spalanca una voragine di fuoco pallido e lascia vedere le gengive quasi sguernite.
Non ci fu ammalato che non mi abbia parlato con entusiasmo di questa perla di condannato che nessun direttore o capo guardia è mai riuscito a punire in ventisette anni di carriera dolorosa. Me lo si raccomandava dicendomi che in infermeria, senza di lui, si poteva morire.
Egli è una suora di carità, un fratello che va dovunque si soffre. Accorre al letto degli infermi con sollecitudine materna, si alza di notte se qualcuno si sente male, e, con quel poco che il medico mette a sua disposizione, cerca di lenire i dolori altrui. Avete la schiena tormentata dai reumatismi? È la sua mano che viene a battervela, a spalmarvela di una goccia d'olio come un allievo del professor Panzeri, o a pennelleggiarvela magari con della tintura di iodio, se ne ha nell'armadio e se il medico lo ha ordinato. Avete un dente che vi strazia? Eccolo pronto con la tenaglia. Non è un cavadenti di professione, ma ha la praticaccia del frate che sdenta il pubblico senza passare gli esami.
Per provare la bontà del 193, non ho da citare che tre testimoni che non lo dimenticheranno facilmente. Gaspare Giucchetto, minorenne, Giovanni Vedani, di 32 anni, e Angelo Vanoni di Luino, come il Vedani, e padre di tanti figli.
Il primo aveva ricevuto una palla al petto con lesione, pare, al polmone; il secondo era stato colpito allo stinco, e il terzo aveva lo stomaco perforato da due proiettili—uno dei quali gli è rimasto nel corpo. Io li ho veduti in infermeria, subito dopo il loro arrivo.
Erano giunti a Finalborgo in una condizione da commuovere le pietre. Straziati dai dolori, con le ferite ancora aperte e col Vedani che non poteva e non può, credo, neppure oggi,¹ stare in piedi, perchè la ferita continua a produrre materia purulenta. In una infermeria, dove non ci sono che dei letti, una cassetta di polverine, un vasetto di tintura di iodio e della liquirizia per i catarri stomacali e le tossi che non lasciano dormire, anche un infermiere come il 193 non può fare molto. Ma li curava da cristiano, lavando, fasciando loro le ferite, aiutandoli a mangiare, curvandosi a ogni minuto per spostare la gamba al Vedani, la testa al Giucchetto e le spalle al Vanoni, il quale Vanoni era diventato tetro, perseguitato dal pensiero che il suo polmone fosse stato toccato dal proiettile. Mi diceva che «si sentiva il polmone in sussulto».
¹ Questo capitolo fu scritto prima del secondo indulto.
Il Gaspare Giucchetto portava il numero di matricola 2749; il Giovanni Vedani il 2731, e l'Angelo Vanoni il 2747.
Don Davide Albertario non è stato in infermeria che quattro o cinque giorni a trangugiare due o tre drastici per liberarsi da una tenia che noi chiamavamo, per ridere, un «serpente boa».
Il direttore dell'Osservatore Cattolico ritornò nella quinta camerata pieno di entusiasmo per il 193 che lo aveva curato come una madre. Gli stava alle calcagna quando era in piedi, gli andava intorno quando era nell'altra stanza a scrivere e sedeva di notte, per delle ore, vicino al suo letto, a vegliare i suoi movimenti.
Il 193 è vecchio, e nelle mani della giustizia dal 25 luglio 1873 e la sua condotta è sempre stata irreprensibile. Se io fossi nel ministro di grazia e giustizia direi: basta! E lo lascerei andare al suo paese di Ariano di Puglia, a morire in santa pace, sotto gli occhi di sua sorella, che gli vuol bene, tanto bene.
Il nostro barbiere era un altro omicida, condannato a trent'anni. Nel reclusorio sembrava mite, gentile, afflitto soltanto di trovarsi in mezzo a tanta zavorra umana. Era pallido, emaciato, colle sfumature, intorno gli occhi, degli individui che portano nei polmoni i bacilli della morte. I suoi colpettini di tosse mi davano la sensazione penosa di essere accanto a un moribondo. La sua faccia era repulsiva per la carne scrofolosa gualcita dal coltello anatomico, per le contrazioni che gli avevano lasciato il segno sulle guance scarne e sulle palpebre rosse e senza peli.
Ci considerava uomini superiori e ci radeva con una delicatezza femminile, raccontandoci sovente il suo amore sventurato.
A diciannove anni si era ammogliato con una giovane che ne aveva diciotto. Dopo la cerimonia nuziale la sposa gli raccontò che un altro—un «civile»—l'aveva delibata a tredici. Fu una notte burrascosa quella della sua confessione. La poveretta gli buttava le braccia al collo piangendo dirottamente e gli domandava perdono. La colpa non era stata sua. A tredici anni non si ha la testa e una ragazza si lascia saccheggiare della verginità come un viandante dai malandrini. Lui la consolò con una sfuriata di baci, impromettendosi di obbligare il «civile» a farle la dote. Chi rompe paga, era la sua morale. All'indomani andò a trovare il «ganzo» e a dirgli come stavano le cose. Il «civile» promise di pagare. Ma i denari non venivano mai. Allora ritornò a ripicchiare allo stesso uscio e a esigere la promessa. Il «civile» gli rise in faccia.
—Adesso che l'hai, tientila!
Gli «calò una benda sugli occhi» e lo uccise come un dissoluto malvagio.
—Il mio dolore massimo è di essere stato creduto capace di premeditare il delitto.
«Ero andato da lui per riscuotere, non per ammazzarlo. Il mio fu un impeto di passione. Lo dissi al presidente del mio processo.
Ora ne era pentito. Non potendo andare dalla famiglia, come fra Cristoforo, a domandarle perdono, le mandò una lettera bagnata delle sue lagrime.
—La famiglia mi ha perdonato, il parroco del mio paese lo ha fatto sapere a tutti dal pulpito, ma il governo tace ancora. Ah, è duro il governo coi poveri condannati! Una volta che siamo pentiti dovrebbe permetterci di riabilitarci. Invece ci lascia morire in galera o ci manda fuori quando non siamo più che dei carcami da ricoveri.
«Porto la catena e la giacca rossa da diciannove anni e morirò forse in galera. Sia fatta la volontà di Dio! Ma mi dispiace, credano, di non rivedere più il mio paese!
E il dolore gli fece sputare del catarro sanguinoso.
Il sei settembre, il giorno in cui ci rase i baffi, era commosso come un minorenne perduto nel buco di una cella di rigore. Egli sapeva che cosa volevano dire questi crepacuori. Nei baffi era l'uomo. Radendoli, radeva il cittadino e non lasciava dietro il rasoio che un numero di matricola.
Eravamo in sette e l'operazione durò più di un'ora. Andammo uno dietro l'altro dal barbitonsore, senza dirci una parola. Ciascuno di noi sembrava compreso del sacrificio, tranne forse Gustavo Chiesi, il quale conservò sempre l'attitudine dello stoico. Sotto il rasoio a più d'uno di noi si riempirono gli occhi. Federici e don Davide furono del numero. Non si aveva paura, nessuno pensava alla paura, ma l'emozione, più forte di tutti, rompeva la diga.
Mentre mi si radeva, con la guardia carceraria seduta in faccia, mi venivano le lagrime in bocca come a un bimbo sculacciato!
—Coraggio! diceva a ciascuno di noi il barbiere. I baffi e la barba ricresceranno più vigorosi di prima.
—E voi, don Davide, gli domandai qualche giorno dopo, perchè avete pianto, se non avete mai avuto baffi e se vi facevate radere il labbro superiore anche prima?
—Perchè mi si infliggeva una punizione infamante. Perchè mi si riduceva il 2557.
Dall'emozione profonda passammo all'ilarità clamorosa. A mano a mano che uno di noi rientrava nel camerone con la faccia galeottizzata, si scoppiava in una risata sonora. Sembravamo dei mostri. Salve le proporzioni individuali e la voce, potevamo benissimo scambiarci per dei galeotti sconosciuti.
Il solo che non avesse alterato la figura era il sacerdote. Gli altri pareva che fossero stati in un'altra stanza a truccarsi o a cambiarsi la testa.
Gustavo Chiesi, grasso e grosso, aveva del frate Melitone. Il buon Suzzani—che si chiamava, con compiacenza, «compagno di Carlo Marx»—aveva assunta l'aria d'un abatino pieno di modestia. Costantino Lazzari era uscito dalle mani del parrucchiere una edizione peggiorata. L'avvocato Federici si era trasformato in un santocchione che sginocchia pelle chiese. Ghiglione era ritornato in mezzo a noi come un uccello di rapina. Il suo naso lungo si era prolungato e la punta appariva più adunca di prima. I peli scomparsi dalla guancia sinistra gli avevano lasciato all'aria una prominenza che gli delinquentizzava la faccia.
Il nostro barbiere è nato sotto una cattiva stella. Egli ci sbarbava direi quasi con orgoglio. Considerava il sabato il più bel giorno della sua vita, perchè poteva scambiare qualche parola con noi. Ma venne il giorno triste della partenza. Il direttore lo aveva destinato per il reclusorio di Finalmarina. Trovò modo di venirci a salutare. Strinse la mano a ciascuno di noi con la voce che tremava. Addio, si ricordino di me, del povero barbiere pentito del suo fallo. E lo sentimmo che si allontanava col singhiozzo che egli tentava di soffocare nel fazzoletto a quadrettoni.
__Il condannato in traduzione.__
Il mio viaggio da Finalborgo a Milano, per subire un altro processo, mi ha dato modo di studiare una delle pagine più dolorose della vitaccia del bestiame che passa da una galera all'altra.
Ricordo tutto, come se fosse adesso. Era il 27 luglio, una giornata afosa. Io e alcuni abitanti della quinta camerata stavamo con la gamella capovolta, sul mastello dell'acqua sporca, per lasciar colare la pasta dalla brodaglia maculata di scandellature.
Entrò il sottocapo Osmiani a scompigliarci. Era l'uomo più serio del personale di custodia. Non sciupava parole. Ci chiamava guardando in terra e tenendo l'indice della sinistra in alto.
—2559!
—Presente!
Ero già pronto. Mi lasciai baciare teneramente dagli amici, presi il fagotto sotto il braccio e uscii con la gola rasa di commozione. Per evitare il disastro di una gita galeottesca avevo fatto di tutto. Avevo detto al direttore che soffrivo e che non ero in grado di rimettermi in un vagone cellulare. Ma non ci fu verso. Il medico, dopo avermi palpeggiato, come se fossi stato di straccio, mi trovò sanissimo.
Il mio compagno di viaggio era uno della «rivoluzione». Egli era stato côlto in piazza di Luino durante i tumulti e condannato dal tribunale militare a sei anni di reclusione.
—Vi rincresce?
—Sì, perchè sono innocente e perchè ero l'aiuto dei miei genitori.
Facemmo la strada a piedi. I veicoli ci empivano gli occhi e la bocca di polverone bianco e la gente voltava via la faccia inorridita. Un nugolo di studentesse sull'omnibus a giardiniera ci fece venire le vampe della vergogna alla faccia.
—Come sono brutti!
E non avevano torto. Il più bel giovine d'Italia, che esca da un reclusorio, spaventa. In pochi mesi il reclusorio te lo rende irriconoscibile.
Eravamo giunti tre quarti d'ora prima del treno. Ne ero contentissimo. Era dell'aria fresca guadagnata. I carabinieri, invece di chiuderci nella stanza di sicurezza, ci lasciarono sul margine del binario della stazione. Grazie! Ebbi tempo di fumare tre sigarette. In questo frattempo, vennero alla mia volta alcuni signori a domandarmi se ero il tale.
—Sissignori, risposi a colui che mi aveva interrogato.
I signori si tolsero il cappello e si curvarono leggermente.
—Scusino, dissi loro, commosso; ma io non li conosco.
—Non importa. Noi sappiamo chi è lei.
Rimasero lungo il binario fino alla partenza del treno, salutandomi con un'altra scappellata.
Il vagone cellulare del mio secondo viaggio apparteneva al tipo vecchio. Era composto di venti celle, divise da un piccolo corridoio longitudinale, con un largo all'entrata per i rappresentanti dell'arma regia.
Una volta entrati, si è sommersi nella penombra anche col sole allo zenit, perchè non ci sono finestre alle pareti dei fianchi.
La cella era più angusta e più nauseosa di quella che mi aveva condotto nel reclusorio. Col sedile di legno e con le pareti insudiciate di sputacchi e di mucillaggine nasale, mi sentivo in una cassa da morto in piedi, con un traversino sotto il sedere. Il legno mi accarezzava dappertutto. I piedi stavano più male. Si trovavano sopra uno strato molle e viscido e non potevo alzarli. Per quanto facessi, non riuscivo a tener su le ginocchia sull'uscio. Si respirava l'atmosfera riscaldata dall'alito dei detenuti. Lo sfiatatoio era il contrario di un conduttore d'aria. Si crepava dal caldo e i malviventi imploravano un sorso d'acqua. Non so da dove venivano perchè a tutte le stazioni se ne caricavano e in alcune se ne scaricavano.
Il brigadiere che aveva in consegna le stie, era un uomo tarchiato con una faccia da simpaticone. Quando gli si diceva di essere buono e di provvedere gli assetati di un fiasco d'acqua, andava sulle furie dicendo che non voleva essere buono. I buoni non facevano carriera e lui era già sulla lista dei futuri marescialli.
—Consideratemi cattivo e mi troverete buonissimo.
E io, davvero, ero della sua opinione. In fondo alla mia nicchia, lo consideravo uno di quegli arnesi di sentina che godono a far patire la gente tribolata, come godevano i carabinieri dell'Andalusia del 1893-94, i quali davano pane e merluzzo ai morenti di sete e nerbate a coloro che desistevano dal correre intorno la stanza giorno e notte!
Un po' più in là, dovetti ricredermi. Egli non era la iena che supponevo. A una stazione intorno il collo della riviera di levante, si era lasciato impietosire da tutte le voci che gli dicevano:
—Sia buono, signor brigadiere!
E mi ha fatto piacere. Perchè è sempre una consolazione sapere che un uomo rinsavisce o si stanca del piacere di torturare gli impotenti.
Il brigadiere fece discendere il carabiniere a riempire il fiasco e ordinò che se ne desse una golata a ciascuno.
Per dissetarvi, il carabiniere è obbligato ad aprire la cella con un catenaccio che cigola dalla ruggine e non scorre che con dei calci, e a versarvi l'acqua in gola. Se il carabiniere non è gentile, il liquido gorgoglia, trabocca dalle labbra e va giù a biscia per lo stomaco. Io avevo sete, ma non ho voluto suggere al cannello comune. Pensavo alla infezione. Ma ho dovuto pentirmene. Un'ora dopo mi sarei lasciato inaffiare il gorgozzule anche da un cannello imbrattato dalle labbra di una generazione!
Lungo il tragitto è avvenuta una delle solite scene stomachevoli di questi trasporti. Un poveraccio in traduzione si sentiva incalzato da una urgenza corporale.
—Signor brigadiere, mi faccia smanettare che non ne posso proprio più.
—Fate silenzio o vi metterò le catene ai piedi!
Sul pavimento della celluccia, sono gli anelli infissi nel pavimento per incatenare i furiosi o i pericolosi o i prepotenti.
Il galeotto torturato dai dolori di pancia era vicino alla mia cella. Udivo che si moveva e si lamentava.
Qualche minuto dopo, l'ambiente era pestifero. Il miserabile si era sgravato come aveva potuto.
Gli inquilini gli diedero dell'animale a braccio di panno e del porco senza fine, ma lui si difese dicendo che si fa presto a rimproverare quando non si è nella stessa condizione.
I discorsi che si facevano erano noiosissimi. I condannati non si occupano che di pane, di reclusori, di regolamenti, di minestra, di punizioni, di guardie buone e cattive e di direttori con o senza peli sullo stomaco. Per me, erano però discorsi utilissimi. Perchè mi rivelavano la vita intima del detenuto. Il mio vis-à-vis, per esempio, raccontava che le giornate di traduzione volevano dire, per loro, la fame completa.
«Di solito, diceva, ci si fa partire dal carcere alle quattro antimeridiane con una pagnotta di seicento grammi di pane stantio, e nessuno pensa più a noi se non all'indomani per darci un'altra pagnotta e rimetterci in viaggio. Se la si dimenticasse nel vagone o la si perdesse mentre si va dall'omnibus al vagone, felicenotte. Bisognerebbe rimanere digiuni fino all'altra distribuzione. Non si capisce perchè il trasloco da una galera all'altra faccia perdere il diritto alla minestra.
«La gente onesta che viaggia tutto il giorno, quando arriva, si mette a tavola e si ristora con dell'acqua fresca sulla faccia e un buon pranzo inaffiato bene. Noi galeotti arriviamo, ci si registra e ci si chiude in una stanzaccia con quattro o cinque pagliericci in terra. Tutta la nostra consolazione è un secchio d'acqua nell'angolo, stato riempito magari il giorno prima. Quando sono nel penitenziario ho diritto, coi miei denari, a una spesa di cose mangerecce di venticinque centesimi. Perchè il viaggio mi fa perdere questo diritto?»
E il condannato concluse dicendo che le giornate di traduzione sono, per il ventre del recluso, le più desolanti. Lo si dimentica.
A Genova ci si fece discendere dopo che il treno si era vuotato. Ci dovevano essere, col nostro, altri vagoni cellulari, perchè la «catena» si era ingrossata. Potevamo essere una cinquantina, compresa una reclusa. La donna, che aveva le mani slegate, non era trattenuta dal giro della catena comune. Ci seguiva. Era una donna brutta, bassotta, con tanti capelli neri e con le labbra sottili della sanguinaria. La maggioranza era in borghese, in viaggio per la casa di espiazione. I reclusi, col loro abito carnevalesco, colorivano la scena, e i galeotti, col tintinnìo della catena che penzolava loro dal fianco, la intetravano. Tutti assieme, circondati da un nugolo di carabinieri, facevamo paura. Sembravamo il rifiuto delle classi sociali. Una banda di ladri e di assassini stati colti con le mani nel sangue delle vittime. C'erano grinte che facevano rabbrividire anche me che vi avevo fatto l'occhio.
Fuori della stazione ci aspettava una folla enorme. Passammo tra i commenti degli spettatori e filammo, in linea, per tre o quattrocento passi, fin dove ci aspettavano i veicoli.
Le vetture erano meno crudeli delle carrozze cellulari. Erano omnibus lunghi, a giardiniera, col tendone che giungeva a filo dell'orlo del veicolo. Col tendone legato alla sponda, non potevamo vedere, curvandoci, che i sassi o le pietre della strada e il lucido del mare conturbato quando lo rasentavamo. Eravamo pigiati, quasi l'uno sull'altro, ma rinfrescati, di tanto in tanto, da una buffata d'aria marina.
L'impressione che si subiva era però più spaventevole di quella di essere chiusi nel carrozzone cellulare. Perchè quando il veicolo passava sui sassi metteva in rivoluzione le budella e quando sterzava pareva che stesse per riversarci nella via sottostante o nel mare.
A un certo punto, i cavalli smisero il trotto. La salita era divenuta faticosa e i vetturali facevano schioccare la frusta. Nessuno dei miei colleghi aveva mai fatto tappa al carcere giudiziario di Genova e così nessuno sapeva se era lontano o vicino. Dalla salita, credevamo tutti che fosse fuori, lontano qualche miglio dalla cinta cittadina. Mentre si facevano queste supposizioni, sentimmo le voci che fermarono i cavalli.
La discesa fu più difficile. Uscendo dal buio, col fagotto nella mano legata con l'altra, e la catena intorno all'ascella tirata da quelli che precedono e seguono, si mette il piede sul predellino con la paura di scavigliare o di ruzzolare sul selciato.
Nella luce dei lampioni foschi e delle fiamme libere dei becchi a gas delle botteghe che sembravano cave, ero come disorientato. Ci volle uno strappo di catena per convincermi che facevo parte del convoglio di galera. La via era ripida e tortuosa. Si saliva lentamente e si passava attraverso ondate di luce sfacciata. La gente del quartiere non sembrava interessata di una «catena» che indubbiamente assomigliava alle altre degli altri giorni. Le donne rimanevano sedute in terra, dinanzi la porta delle loro abitazioni o sul gradino all'entrata dei loro negozi, e gli uomini, in manica di camicia, continuavano a pipare e a chiacchierare tra di loro senza degnarci di un'occhiata. Carichi del fagotto, con la catenella che tirava ora indietro e ora innanzi, si saliva sudando. Al secondo svolto di via, incontrammo due portatrici con due pesi enormi sul capo che facevano tremolare i loro fianchi possenti. Non abituato a vedere le teste femminili calcate alla superficie da un quintale di roba, mi parve di passare attraverso un popolo barbaro che delle donne facesse dei ronzini.
Arrivai in faccia a un portone spalancato e sormontato dallo stemma del carcere giudiziario, con la lingua che penzolava dai denti come quella di un cane. Ero digiuno, con la bocca secca. La lingua mi sembrava un pezzo di carne dalla pelle ruvida in bocca come un castigo. A sinistra dell'entrata, era un tubetto di ottone che usciva arcuato dal muro e lasciava cadere una colonnuccia d'acqua. Il rumore della caduta sulla pietra decompose la catena. Malgrado gli ordini imperiosi dei carabinieri che avevano fretta di sbarazzarsi di noi per andare a cena, nessuno volle muoversi prima di essersi saziato di acqua fresca. Quando venne la mia volta, rimasi disilluso. Per la mia bocca, era un'acqua di un sapore marcioso. Dopo una risciacquata e una golata, la buttai in terra come se fosse stato un liquido avvelenato. Puah!
Lo smanettamento, la consegna delle buste coi denari e la registrazione dei detenuti durò una buona mezz'ora. I viaggiatori sembravano stracchi morti. Nessuno diceva una parola. Qualcuno sbocconcellava la pagnotta e qualche altro rimaneva in piedi. Io fui l'ultimo, perchè mi ero posto dietro tutti, sulla panca in giro dello stanzone immenso. Mi si conosceva di nome e questo mi suscitava la speranza che avrei potuto indurli a farmi comperare qualche vivanda per la cena. Ma era troppo tardi. Erano quasi le nove. E i detenuti, a quest'ora, dovevano avere la pancia piena. Se avessero potuto aiutarmi, lo avrebbero fatto volentieri. La sola cosa, che potevano fare per me, era di mettermi in una stanza solo e di offrirmi un bicchiere d'acqua fresca con del limone del loro fiasco. Accettai tutto con dei grazie e mi lasciai condurre di sopra da un secondino che mi aperse e mi chiuse in una stanza.
Delle cimici che divoravano il soffitto, annerivano le pareti e muovevano il pagliericcio, ho già parlato.
__Anna Kuliscioff.__
È una donna nuova. Imbevuta di idee proibite, uscì dalla società dello czar come una rivoltosa che non ha paura di stroncare i legami che la legano al mondo pieno di pregiudizi e di ingiustizie. Fortificata dall'esempio delle nichiliste delle classi superiori del suo tempo, le quali abbandonavano la casa paterna come le mogli del teatro di Ibsen abbandonano la casa maritale, Anna Kuliscioff, consumato il periodo della propaganda pratica per la campagna russa, si avviò verso l'esilio, con l'anima piena di negazioni, con la fede nell'avvenire, determinata a compiere la sua evoluzione intellettuale in mezzo alla gente latina in lotta per la rigenerazione sociale.
La Kuliscioff è stata la prima nichilista che ho conosciuto. Le venni presentato da Benoit Malon, a Lugano, quando il comunardo scriveva, se mi ricordo bene, la Revue Socialiste, l'organo massimo, in allora, delle alte intelligenze dell'emigrazione rivoluzionaria.
La Kuliscioff poteva essere intorno ai venti anni. Mi parve una vergine slava. Con una testa da madonna, con la carnagione bianca imporporata di salute, con le trecce lunghe, di un biondo luminoso, per le spalle, mi faceva pensare alle donne graziose dei preraffaelliti che in quei giorni ammiravo come uno narcotizzato dai loro colori.
Malon parlava, e io mi perdevo negli occhi della nichilista, inondati di quella malinconia che va al cuore come una nota soave, al punto da farmi riprendere da una voce grave—una voce che mi insegnava che un socialista non deve contemplare una signorina viva come si farebbe con una figura sulla tela di un pittore illustre.
Seppi dopo molte cose di lei. Della sua agitazione, dei suoi studi, della sua prigionia, del suo sfratto dall'Italia, dei suoi amori, della Rivista Internazionale del Socialismo ch'essa pubblicava con Costa, della nascita della sua Andreina, delle sue tribolazioni, della sua laurea di dottora, della sua unione con Turati, della sua malattia crudele, ma non la vidi più che nel '95, cooperatrice e collaboratrice della Critica Sociale.
Nel '78 il mio pensiero si genufletteva alla bellezza. Oggi, esso, si inchina alla pensatrice.
Migliaia di donne, in mezzo agli uragani della sua esistenza fortunosa, sarebbero naufragate cento volte. Anna Kuliscioff è sempre rimasta in faccia alle procelle come una sfida. Dagli avvenimenti che volevano inghiottirla, usciva sempre più forte, più saggia, più preparata a sgomberare la società del passato per far largo all'avvenire.
Neppure la sua malattia implacabile seppe vincerla. Di tanto in tanto si diffonde, tra gli amici, una notizia funebre. La Kuliscioff sta male—la Kuliscioff ha poco da vivere—la Kuliscioff è in fine di vita. E poi non se ne sa più nulla. Non si parla più del suo male implacabile. La si rivede, con la sigaretta in bocca, al tavolino dell'amministrazione o della redazione a lavorare come una negra. Avveniva, su per giù, la stessa cosa con la Harriet Martineau—la grande giornalista inglese del tempo chartista. Questa collaboratrice del Daily News era così sicura di essere agli sgoccioli della vita, che in un momento disperato si mise a scrivere la propria autobiografia, incominciando dall'ultimo capitolo per paura di non finirla.
La Martineau ebbe tempo di completarla e di lasciarla negli armadi dell'editore per venti anni. Per venti anni i suoi amici si aspettavano, ogni mattina, di leggere nei giornali la fine della giornalista che ha prodotto più di ogni altro uomo del suo tempo.
Nel '98 è capitato alla Kuliscioff quello che un secolo prima era capitato a madame Roland. Di vedersi svegliata all'alba dagli agenti di pubblica sicurezza e di andarsene in prigione nella vestaglia.
Nelle poche parole ch'essa pronunciò dinanzi il Tribunale militare è tutta la donna che ho presentato. Compendiano il suo cuore, la sua modestia e il suo carattere. Leggetele, vi troverete la indifferenza tragica per tutto ciò che riguarda l'imputata—la serenità della martire che crede, che persiste a credere, che crederà sempre che nel socialismo sia la rigenerazione sociale.
«La mia azione nel partito socialista era molto limitata e molto modesta. Se verranno fuori dei fatti a mio carico io ne assumo fin d'ora la responsabilità. Io sono socialista da quasi 25 anni, ma in Italia non feci nessuna propaganda, sia per una certa delicatezza verso un paese presso il quale sono ospitata, sia per la paura di essere sfrattata. Io sono poi invalida da un anno, e sono obbligata a rimanere sempre in casa. In questa condizione come volete che io sia in caso di fare propaganda?»
In letteratura io e la Kuliscioff siamo divisi da un abisso. Ella, se l'ho capita bene, sente ancora dell'affezione per la vita romanzesca intessuta dalla fantasia dell'autore e drappeggiata nella fraseologia che non lascia esalare i cattivi odori dell'ambiente. Io sono più rude. Spalanco tutte le porte, discendo in qualunque fogna e mi servo del linguaggio dei personaggi che riproduco. Il mio temperamento mi trascina ad essere sincero in ogni manifestazione della vita senza preoccuparmi se farò smettere di leggere o chiudere il libro anche agli amici che mi vogliono bene.
La ragione di questo nostro dissenso letterario è che in fondo alla Kuliscioff è rimasto un po' d'idealismo e un po' di misticismo. Ella dà la preferenza al libro che lascia vivere qualche illusione e che non svergina o smaga brutalmente chi legge, e crede alla immortalità dell'anima. Non mi meraviglierei domani di saperla spiritista.
Sul terreno delle questioni economiche essa torreggia. E il futuro storico del socialismo italiano lascerebbe un gran vuoto nel suo lavoro s'egli non ci dicesse l'influenza che questa donna ha esercitato sul movimento di quest'ultimi venti anni.
Nel resto la Kuliscioff è donna capace di grandi amori e di odii inestinguibili.¹
¹ Non conoscevo la lettera che la Kuliscioff scrisse in carcere. Ne taglio via due brani, perchè documentano il mio profilo e ribadiscono in tutto la convinzione che la dottora congiunge a un'alta intelligenza un carattere adamantino.
«Sentite, caro Prampolini: voi sapete che non sono ipocondriaca, che non sono portata all'esagerazione dei miei malanni fisici, anzi sono fatalista e piuttosto fiduciosa della mia resistenza. Ho tante volte visto vicina la morte e le ho sempre resistito: perchè dovrei proprio morire in questi due anni?
«Ma, dall'altro lato, sono osservatrice e sono medico. Vedo che i sintomi dell'idremia si aggravano: temo che il medico, per rassicurarmi, non mi dica tutta la verità, asserendo che non vi siano alterazioni renali. Caso mai, dunque, che il mio stato si aggravasse, lascio a voi, a Leonida la tutela della mia dignità. Vi prego a mani giunte di opporvi a qualunque passo che si volesse fare per ottenere la mia libertà con una grazia personale o con un indulto speciale. Impedite a chicchessia, per amor di chicchessia, fosse anche mia figlia, che mi sia fatta un'offesa morale. Se dovessi conquistare la libertà a questo prezzo, sarei tanto avvilita, tanto diminuita, tanto degradata, che nulla mi sarebbe la libertà, l'affetto pei miei cari, l'affetto degli amici buoni. Questa, caro Prampolini, è l'unica preghiera che rivolgo agli amici, prima che si rinchiuda la nostra tomba.»
__Gli ultimi giorni dei deputati e dei giornalisti al Cellulare.__
Turati, De Andreis, Romussi, Federici e Valera si sono riveduti, dopo tante noie, con dei baci, degli abbracci e delle strette di mano, nel cellone esagonale B, numero 2, del secondo raggio. Gli ultimi tre erano giunti dal reclusorio di Finalborgo e i due deputati erano ancora sbalorditi dai dodici anni di reclusione che aveva inflitto loro il Tribunale militare.
La loro vita era piuttosto agitata. Si alzavano, alla mattina, mezz'ora prima dell'alba e ciascheduno nella propria cella, dopo il caffè, si metteva al lavoro. Turati aveva sempre un mucchio di lettere da scrivere e un numero infinito di Riviste da leggere; Romussi, il quale sdrucciolava dal letto sempre di buon umore, era sommerso nelle opere di Carlo Cattaneo, del quale stava facendo uno studio; De Andreis, l'uomo che non pensava mai alla condanna, aveva del lavoro fin sopra i capelli. Leggeva dei poeti inglesi, tedeschi e francesi—-tre lingue ch'egli deve sapere benissimo—studiava o piuttosto correggeva il suo latino con lo Schultz alla mano e dedicava parecchie ore a un lavoro di elettricità che deve avere veduto la luce prima che gli abbiano spalancate le porte del reclusorio di Alessandria. Federici si nutriva di storia e negli intervalli rileggeva l'opera massima di Giuseppe Ferrari, del quale è sempre stato ammiratore fervente. Valera studiava o fingeva di studiare il tedesco e passava attraverso la Social England di Traill—volumi che incominciano col Conquistatore e finiscono col regno della regina Vittoria, e danno una pittura esatta della vita intima e pubblica di un popolo che non ha più freni nè per la penna del giornale e del libro nè per la lingua della piattaforma.
Alle otto antimeridiane, si trovavano tutti nel raggio del passeggio—un raggio angustissimo—si davano il buon giorno, si dicevano se avevano dormito bene o male—la maggioranza pativa di insonnia—si comunicavano le notizie portate loro dalle ultime visite e dalle ultime lettere e poi incominciavano la conversazione, la quale era sempre interessante anche quando, per ridere, discutevano della possibilità di una evasione, citando quelle storiche di Napoleone III, di Rochefort, dei prigionieri politici della monarchia di luglio, di Krapotkine, di Bakunine, ecc., ecc.
Ritornavano in cella a lavorare per un paio d'ore e poi, alle undici, ciascheduno usciva con la sedia, col tovagliolo, con la forchetta e col cucchiaio di legno e andava a far colazione nel cellone turatiano.
La loro colazione alla forchetta era modestissima. Quando non ordinavano il risotto alla certosina o la polenta col fegato in comune, Romussi mangiava i tagliatelli al sugo e la costoletta coll'osso, Turati un piatto di carne e due uova strapazzate, De Andreis vi aggiungeva un po' di gorgonzola, Federici faceva precedere al pollo o al fegato la zuppa alla pavese e Valera alternava le uova al tegame con la pasta al burro, ben cotta.
La discussione si animava bevendo qualche bicchiere di vino buono delle bottiglie che mandavano gli amici, mangiando dei dolci che inviavano la mamma di Turati, o la signora di Federici o di Romussi—e fumando le sigarette che trovavano un po' dappertutto. Qualche volta capitavano loro, durante la giornata, dei cestelli di frutta fresca, dei panettoni che obbligavano De Andreis a mettere sul tavolo la bottiglia di barolo che Turati dimenticava nell'angolo.
Il deputato di Milano non voleva mai bere. Egli diceva che gli astemi vivono più a lungo e sani come corni. Ma si insisteva e lui beveva, versandoselo in gola come una medicina che gli faceva stralunare gli occhi.
Il discorso eterno era la Cassazione che li teneva sugli aghi. Ma facciano presto!
Mandateci in galera, dicevano, ma fate presto in nome di Dio!
Nessuno si lasciava cullare dalla speranza che magistrati dell'alto tribunale avrebbero accolto il ricorso. Tuttavia, quando andava Majno a trovare qualcuno di loro, rinasceva la discussione con un po' di fede.
—Me l'ha detto lui adesso! Egli si crede, legalmente, in una botte di ferro.
—Volete che Majno non sappia quello che dice?
De Andreis faceva il suo solito risolino e voltava le pagine del libro che aveva fra le mani. Per lui, erano chiacchiere inutili. E si metteva a sviluppare il suo programma di condannato a dodici anni con una indifferenza che faceva scappare la pazienza a Turati, il quale non voleva assolutamente diventare un eroe della casa di pena.
Dodici anni sono lunghi, eterni, sono la vita di un uomo! È un errore, aggiungeva il Turati, credere che si possa lavorare serenamente in queste condizioni, quando si manca di tutto, quando si deve vivere in un buco ove si soffoca d'estate e si gela d'inverno, con venticinque centesimi al giorno!
Romussi metteva sul tappeto la questione del viaggio. Egli, che si ricordava del vagone cellulare che lo aveva condotto a Finalborgo con degli scotimenti di testa, vedeva avvicinarsi il giorno della partenza con orrore.
Gli rincresceva di lasciarsi chiudere in quella specie di cassa da morto. Ma non avrebbe ceduto. No, non avrebbe ceduto! Se il Governo voleva disonorarsi, tanto peggio per lui. E andava sotto la finestra a dare delle puntate di scarpa nel muro.
—No, no, e poi no! non mi lascerò commuovere dalle lagrime di mia moglie e di mia figlia. Non voglio andare nel vagone a mie spese per salvare Pelloux dall'infamia di trattare i giornalisti come delinquenti comuni!
—Ci lasceremo tagliare i baffi e indossare l'abito del recluso?
La Kuliscioff, che Turati vedeva spesso nella stanza dei colloqui speciali, era determinata a sostenere una battaglia in favore dell'abito del condannato politico. Essa aveva già detto al capoguardia che nessuna guardiana avrebbe osato metterle le mani addosso per farle indossare la veste abbominevole della reclusa.
Federici non ne era molto interessato. Egli diceva che non si disonoravano i condannati politici indossando la toletta del condannato comune. Sono quelli che la impongono loro che si disonorano. La preoccupazione sua era piuttosto se si dovesse lasciare sola la Kuliscioff a sostenere la lotta per l'abito. Valera ricordava che anche i deputati irlandesi, ai tempi delle ultime leggi eccezionali, erano divisi su questa questione. Il più accanito fu O'Brien—l'ex direttore dell'United Ireland, Egli la considerava una grande battaglia politica e la sostenne non lasciandosi svestire che dopo lotte disperate tra lui e gli aguzzini di Kilmainham—prigione di Dublino. Ci vollero otto carcerieri a strappargli la giacca ed il panciotto. E i calzoni, otto giorni. Egli stette otto giorni in cella, in camicia, senza coperta e senza pagliericcio d'inverno, a costo di crepare di freddo e di starnuti.
Ma poi ha dovuto finire per lasciarsi vestire come gli altri. Mandeville, il quale ha voluto imitarlo, è uscito sconquassato dai pugni ed è morto. E gli altri deputati—Hooper, Sheehy e Carew—che non hanno resistito come O'Brien, dopo il pugilato in carcere, non sono stati più loro. Anche al Parlamento non si son fatti più sentire che come votanti. L'amico Michele Davitt, che è ora alla Camera dei Comuni ed è stato alla servitù penale, come feniano, per sette anni, non dava alcuna importanza agli sforzi di O'Brien. Mi raccontava che era del tempo sciupato. L'Irlanda aveva altro da fare che occuparsi dei calzoni di O'Brien!
A mano a mano che si avvicinavano alla decisione della Cassazione, i colloqui si succedevano ai colloqui in un modo straordinario. Erano parenti, amici, compagni di lavoro che andavano al Cellulare come in processione. Pei condannati, era uno strazio. Passavano da un abbraccio all'altro commossi della commozione altrui. Toccava ai condannati far coraggio ai visitatori! Il Turati risaliva qualche volta sfatto.
—È un supplizio. A momenti, mi facevano piangere!
Romussi, più di una volta, entrava nel cellone colle lagrime negli occhi.
Federici rientrava e si metteva a passeggiare colle mani imbracciate. De Andreis invece si toglieva la giacca—lui non stava mai che in maniche di camicia—la metteva con cura sul letto di Turati, accendeva una sigaretta e ricominciava a mandare a memoria delle declinazioni latine!
Il giorno in cui si seppe l'esito della Cassazione mangiarono con maggior appetito senza punto discuterlo. Lo sapevano anche prima. Il ricorso per loro non era stato che un modo per guadagnar tempo e per aderire alla volontà dei parenti e degli amici che volevano che si andasse fino in fondo. Il dolore comune erano le centocinquanta lire!
—Queste sì, disse De Andreis, che sono state sciupate!
—Rubate! dicevo io.
Dopo la parola della Cassazione fu davvero una pena. Nessuno era riuscito a dir loro il giorno della partenza e ogni sera si separavano coll'ambascia di non rivedersi più per del tempo.
—Ci manderanno assieme?
Turati aveva una pallida speranza di rimanere al Cellulare con la compagna della sua vita o di andare a Pallanza, dove la sua buona mamma avrebbe potuto andarlo a vedere di tanto in tanto senza fare un lungo viaggio. Romussi aveva paura di ritornare a Finalborgo, un luogo maledettamente umido, lontano da Milano, ove gli sarebbero ritornati i dolori artritici. Federici era considerato il fortunato dei fortunati. Lui aveva già scontato quattro mesi dei dodici che gli avevano appioppati e lo avrebbero lasciato a Milano, senza dubbio, a far compagnia al Maffi, il quale era entrato a fare il sesto nel cellone da pochi giorni. Forse non lo si sarebbe neppure galeottizzato.
—Te fortunato! gli dicevano.
Di giorno in giorno, ne passarono dodici. Dodici giorni di ansie crudeli. Facevano il pacco alla sera, dopo essersi salutati con un abbraccio fraterno, e lo sfacevano alla mattina, ricominciando il lavoro di suggestionarsi l'un l'altro.
L'ultima sera, disperati di non partire mai e determinati a non pensare più alla partenza, si proposero di mangiare tutti assieme il pollo alla cacciatora.
—Allora, disse Romussi, vedrete che ci manderanno via. Il pollo alla cacciatora è sempre stato l'ordine di partenza. In Castello abbiamo ordinato il pollo alla cacciatora e ci hanno fatto partire prima di mangiarlo. Lo abbiamo comandato a Finalborgo e ci hanno rinviati a Milano.
Alle due e mezzo della notte del 4 settembre il capoguardia andò nelle celle dei condannati politici a dir loro di alzarsi in fretta che si doveva partire.
Alle tre si trovavano nell'ottagono Romussi, De Andreis, Federici e Valera.
La cella di Turati era illuminata.
Vennero ammanettati e cellularizzati nell'omnibus che li aspettava.
Alla stazione centrale si fecero prima uscire De Andreis e Romussi.
Quando discesero dal predellino della vettura Valera e Federici, gli altri due erano scomparsi.
Turati lo si fece partire per Pallanza mezz'ora dopo, in un omnibus piccolo, che lo aspettava nello stesso cortile.
Egli si era portato via il materiale per scrivere un libro sul socialismo italiano. Ma poi, ricordatosi della sua idea fissa, che in galera non si scrive, smise l'idea per rimpinzarsi di libri.
__La «colomba» e il linguaggio dei detenuti.__
La «colomba» e il linguaggio dei detenuti non si possono capire bene che dopo sei mesi di cella in una casa di pena o in un carcere giudiziario, dove la voce degli inquilini è perseguitata dalle punizioni che macerano lo stomaco e riducono in una tana sotterranea come tanti animali.
Una volta che siete passati attraverso questo periodo di segregazione completa, con le guardie di custodia quasi sempre in agguato per sorprendervi in flagrante violazione del regolamento, voi entrate nel periodo di adattamento e incominciate a imparare tutte le astuzie che vi aiutano a modificare la disciplina antisociale che impera nell'ambiente dei reclusi.
La preparazione alla vita carceraria, nell'isolamento senza interruzione, vi ha resi più sensibili.
La caduta di un fazzoletto vi fa trasalire come il chiavone che entri nella toppa. Ci sono momenti in cui vi pare di poter sentire le pulsazioni del cuore degli individui che abitano ai fianchi della vostra abitazione. L'udito vi si raffina in un modo che nessuna zampa di gatto può avvicinarsi all'uscio a vostra insaputa. A furia di ascoltare le pedate dell'individuo che vi passeggia sulla testa, siete in grado di distinguere il suo stato d'animo, di indovinare quando il suo pensiero è tranquillo o rassegnato o quand'esso è sottosopra o imperversa per il suo cervello come una tempesta.
Un addio sommesso, uscito da una di quelle buche che chiamano finestre, vi giunge all'orecchio con tutti i larghi della voce squillante e sonora. L'alito diventa, per il recluso, un suono. Un suono dolce, un suono che va giù a remigarvi nell'anima come un notturno tenero ed elegiaco di Chopin.
Dotati di questa percezione, voi sentite nell'aria la voce di un sepolto come un'armonia lamentosa uscita da un organo toccato da una mano raffinata. È lui che chiama in aiuto la vostra «colomba», perchè ha bisogno di sapere o di comunicarvi una notizia, perchè i crampi del suo stomaco lo obbligano a cercarvi un tozzo della vostra pagnotta, perchè ha una voglia matta di accendere la pipa o il sigaro, o perchè desidera farvi leggere un giornale che gli è riuscito di avere per la via della via.
La «colomba» è una funicella o un attorcigliamento di stracci, di striscie di fazzoletti o di camicie, o di liste di lana o di panno sfilacciate. Tutto è buono, purchè si riesca a mettere assieme una specie di corda lunga tre piani di Cellulare. Per coloro che sono condannati in un carcere giudiziario e quindi senza biancheria propria, la «colomba» diventa un problema che non può sciogliere che la pazienza o qualche detenuto sotto processo capace di regalarvi il materiale per farla.
Con la pazienza potete rarefare il tessuto della coperta del letto, del pagliericcio, dell'asciugamano, del fazzoletto e magari degli abiti che indossate.
Una volta che siete padroni di una «colomba», voi potete mettervi tra i prigionieri, diremo così, agiati. Voi possedete un tesoro che vi permette di comunicare con tutte le finestre della facciata dell'edificio che vi ospita e delle facciate degli altri raggi congiunti col vostro.
Mi spiego con un esempio.
Supponete che io occupi una cella al primo piano di un ambiente di cento finestre. Le finestre sentono dell'aguzzino. Vedute all'esterno, sembrano grandi buche da lettere incorniciate in un rialzo di granito. All'interno, spaventano il novizio. Hanno l'inferriata staccata dal pietrone che si protende in fuori e impedisce di vedere le altre finestre e di agguantare la funicella che penzolasse dinanzi.
Io ho un solfanello e tutti gli altri miei colleghi della mala vita vogliono fumare. Il solfanello del buon prigioniero deve sempre essere di legno. Con uno spillo, del quale un vecchio frequentatore di carcere deve essere munito, a costo di nasconderselo nella pelle, lo apro in quattro.
Metto i tre quarti nel ripostiglio più recondito della cella, e mi servo dell'altro per accendere un po' di lisca ravvolta in un mucchietto di filacce per impedirgli di divampare. Con poco solfo sulla capocchia, sarei un cretino se mi dimenticassi dell'esperienza dei miei colleghi. La quale è che non si deve mai passare allo sfregamento senza prima avere strofinato ben bene un bottone di metallo o un chiodo delle scarpe o un legno qualunque.
Sfregando leggermente sulla parte calda o infocata voi potete scommettere che farete pipare tutti.
I miei amici del Cellulare sono tutti pronti e non aspettano che il segnale che può essere uno starnuto, o un colpo di tosse, o anche una battuta di mano.
Accendo il mio virginia, tossisco, metto fuori dalla finestra la scopetta e aspetto la fune dalla finestra del terzo piano perpendicolare alla mia. Tutto ciò avviene in un modo rapidissimo. Alla estremità della «colomba» è un peso o un sasso nel sacchetto o nel mucchietto di cenci. Lo tiro a me con la scopetta, vi lego il sacchetto con la lisca che fumacchia internamente adagio adagio, sale, si ferma alla seconda finestra ove è atteso, riprende la via e scompare nella cella di colui che mi ha lasciato giù la fune.
Costui se ne serve e poi getta il sacchetto attaccato alla fune sulla scopetta della cella a fianco.
È questo il movimento più difficile della «colomba». Ma la mano abituata vi riesce al primo colpo.
Il compagno che l'ha presa ne stacca il sacchetto dalla funicella che viene ritirata, lo appende alla sua «colomba», se ne serve e lo lascia cadere dalla prima alla seconda finestra, ove sosta come accenditoio e riprende la discesa per fermarsi alla terza finestra dove avviene la stessa operazione di staccarlo da una «colomba» per attaccarlo a un'altra e gettarlo sullo scopino della finestra a fianco.
Mi sono servito dell'esempio più difficile. Gli esempi facili sono con le finestre sopra o sotto o a fianco della mia. Se non ci sono le piantelle (guardie) nel cortile che adocchiano, io sono sicuro, con la «colomba», di soccorrere e di poter essere soccorso.
Il linguaggio dei detenuti è di una semplicità alfabetica. Lo si impara in mezzo minuto. Ma non si può servirsene che dopo avere esercitato i pugni sulla parete per dei mesi.
Le lettere dell'alfabeto del prigioniero sono ventuna e ciascuna di esse corrisponde a un numero:
a b c d e f g h i l m n o p q r s t u v z. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21.
Io e un altro siamo in due celle divise da un muro. Non ci conosciamo, non ci siamo mai visti e forse non ci vedremo mai. Ma l'uno desidera di sapere chi è l'altro e tutt'e due vogliamo narrarci la storia dei nostri delitti.
Se io batto undici volte, voi avrete capito che ho battuto una m, mentre se non do che tre colpi avrò segnato il c.
Sono io che invito il compagno dell'altra cella a fare conoscenza o a parlare con me.
Incomincio con una sfuriata di pugni che pare traduca dell'allegria.
Egli mi risponde con altrettante battute precipitate che rappresentano il saluto.
Lo interrogo con due colpi secchi e serrati che vogliono dire: sei pronto?
Egli mi risponde con due battute l'una dietro l'altra che equivalgono a «sono pronto, parla».
Supponete ch'io voglia domandargli:
—Chi sei?
Batto prima tre colpi, poi otto, poi nove, poi diciassette, poi cinque, poi nove. Tra una lettera e l'altra c'è una pausa per dar tempo al mio compagno di battere due colpi e farmi sapere che ha capito.
In meno di dieci minuti io, colla rapidità delle battute, posso fargli sapere chi sono, che cosa ho fatto, quante volte sono stato condannato, se ho L'amante, se sono ammogliato, quando finirà la mia sentenza e in che modo uscirò senza finirla.
La conversazione termina sempre con una sfuriata di battute da una parte e dall'altra, come uno scambio di saluti.
Mi sono spiegato?
Di sera, verso l'ora della campana, le muraglie delle celle diventano i nostri pianoforti. I nostri pugni sprigionano fughe commosse, preludii che vanno nel sangue come tessuti di tenerezza, arie, duetti, finali che si diffondono nella grandiosità dell'ombra, come una fusione di poesia e di musica.
__Note autobiografiche del deputato Luigi De Andreis.¹__
¹ Il deputato De Andreis non poteva farmi piacere maggiore di autorizzarmi a pubblicare le sue note, messe assieme al Cellulare per il tenente Giglio, suo avvocato militare. Non è che l'uomo forte che sappia fotografarsi per il pubblico. In un centinaio di righe egli ci ha dato, direi quasi, il romanzo del ragazzo povero. Senza enfasi e senza una frase che trascini alla commozione, egli ti fa piangere. Ti mette in una stamberga dove è tutta una famiglia che muore di fame. Con un periodo ti rivela la disuguaglianza tragica tra i bimbi dei ricchi e i bimbi dei poveri. Da una parte figli che nascono nella batista, che si sviluppano suggendo al seno di nutrici superbe, che crescono circondati dalle cure delle bambinaie, tra una carezza e l'altra delle mamme, in ambienti principeschi. Dall'altra figli che sbucano dall'utero materno e cadono in una bracciata di stracci. Le madri straziate dalla miseria non possono dar loro il capezzolo che negli intervalli della vita ladra. Svezzati, non c'è più per loro che il rifiuto di qualche buona donna, o la scodella odiosa dell'asilo. La società è loro matrigna. Li punisce non appena, nati. Li condanna alle astinenze, alle privazioni, agli orrori della carità cittadina o pubblica.
De Andreis dalla società monarchica non ebbe che calci. Essa nun gli ha dato nulla. Lo ha trattato come e peggio di un mendicante. È alla sua tenacia ch'egli deve la sua liberazione. È a sè stesso ch'egli deve l'uscita dai rigagnoli dell'esistenza plebea. È con uno sforzo supremo che il pitocco è salito all'altezza del laureato, alla sommità del legislatore, alla grandiosità del popolarizzatore di scienze.
Egli è autore di due manualetti pratici, pubblicati dalla Società Editrice Sonzogno: Manualetto di Elettricità e I raggi X.
Di lui mi ricorderò tutte le volte che sarò sulla piattaforma a convincere i cittadini che i figli devono essere del Comune.
Sono nato il 29 dicembre 1857.
Mancato presto il padre, Giuseppe, rimase la sola madre, Gadda Teodolinda, senza alcun mezzo, con sette figli, di cui il maggiore aveva poco più di 14 anni. Anche i più grandicelli non avevano nessun mestiere; perchè poco prima della mia nascita, la mia famiglia era venuta a Milano da Solbiate Olona, dove mio padre era agente di campagna.
Non so come non siamo morti tutti di fame! Tutti i miei fratelli buoni a qualche cosa furono messi a lavoro, senza scuola od altro insegnamento.
Io e mio fratello Benedetto, nato nel 1855, eravamo troppo piccoli per poter essere messi a bottega.
Appena in età (credo a quattro o cinque anni) fui accettato all'Asilo Infantile posto sul corso Garibaldi (ora Laura Mantegazza, dal nome della fondatrice, madre del senatore Paolo Mantegazza); avevo almeno la minestra a mezzogiorno, e una vesticciuola; alle scarpe spesso dovevano pensare i benefattori straordinari; molte volte, dopo la minestra del mezzogiorno, non c'era più nulla fino al mezzogiorno dell'indomani, tranne qualche pezzo di pagnotta che mi veniva dato dai vicini, un po' meno poveri di noi.
Finiti gli anni dell'Asilo infantile, fui ammesso al Conservatorio della Puerizia, dove pure avevo la minestra e la blouse. Un vecchio dottore dell'Ospedale Maggiore, il dott. Adamoli, mi conobbe come dottore dei poveri; ebbe pietà della mia miseria e fu meravigliato del mio amore allo studio; perciò la famiglia ebbe da lui qualche soccorso. Dovevo restare al Conservatorio tre anni, ma vi rimasi, per grazia, un quarto, per usufruire del nutrimento. Ne uscii nel 1868.
Il fratello maggiore, Giovanni, era morto nel 1866, a Custoza, caporale nel 65.° regg. fanteria; mia sorella s'era maritata, ed era la maggiore; e quindi continuavano le strettezze.
All'uscire dal Conservatorio, avrei dovuto mettermi a lavorare; ma alcuni benefattori, cui la direttrice vantava il mio amore allo studio, si occuparono di pagare i libri e le spese di cancelleria, perchè proseguissi gli studi nelle scuole elementari; così feci la terza e quarta elementare (ora quarta e quinta) dal 68 al 70. Guadagnavo qualche soldo facendo i cómpiti a qualche compagno, e vendendo giornali, specialmente nelle vacanze.
Nel 71, benchè fossi sempre il primo della classe, eravamo ancora al bivio.—Mio fratello Benedetto, due anni maggiore di me, faceva allora il 2.° corso tecnico provveduto da un benefattore; lo stesso benefattore provvide alle spese mie; e così mi iscrissi alla Scuola tecnica, che seguii, sempre primo, dal 1870 al 1873. Il mio nome è ancora ricordato alla Scuola tecnica di via Bassano Porrone dai vecchi professori.
Intanto però aumentavano le esigenze della vita, poichè il benefattore, tranne qualche soccorso irregolare, non pensava che alla scuola. Perciò, durante il secondo anno di scuola tecnica, cominciai a far da ripetitore a giovanetti delle scuole elementari, nelle ore serali; e durante il terzo anno (e gli anni dell'Istituto Tecnico che vennero dopo) guadagnai da vivere dando ripetizioni e lezioni, specialmente di matematica e scienze affini, a studenti delle scuole tecniche.
Finita la Scuola tecnica, ero destinato ad entrare in uno studio commerciale, come mio fratello Benedetto, ma il mio successo negli studii e le insistenze e le preghiere del direttore della Scuola tecnica, signor Vigo Pellizzari, indussero il benefattore a continuare le spese, e mi iscrissi all'Istituto Tecnico di Santa Marta (ora Carlo Cattaneo), sezione Fisico-Matematica. Non pagavo nessuna tassa, perchè raggiungevo sempre il primo posto; e le ripetizioni, benchè mi costassero enorme fatica, dovendo tutto il giorno attendere alla scuola, cominciavano a fruttarmi qualche cosa di più. Specialmente nelle vacanze, quando accorrevano a me molti bocciati, per essere preparati agli esami di ottobre.
Nel 1877 finii l'Istituto Tecnico, primo tra i licenziati; oramai le condizioni finanziarie mi imponevano di cessare gli studii per dare qualche aiuto alla famiglia. Ma poichè ripetutamente si era esposta al Ministero la necessità di fondare delle borse di studio presso la Scuola d'applicazione degli Ingegneri, si approfittò dell'occasione mia speciale, a cui le condizioni famigliari impedivano anche la possibilità di recarmi a Pavia nel Collegio Ghislieri e, per la prima volta e per me personalmente, fu stabilito un assegno di studio di 600 lire annue dal Ministero d'Istruzione Pubblica.
Così nel 1877 fui iscritto alla Scuola Preparatoria dell'Istituto Tecnico Superiore di Milano.
Le cinquanta lire mensili non sarebbero bastate, alla mia età (20 anni), se non avessi continuato il lavoro delle lezioni private. Durante i cinque anni dell'Istituto Tecnico Superiore, in media io davo alla famiglia 70 lire mensili, pensando per mio conto alle spese personali e agli abiti.
E notisi che le condizioni per il sussidio erano gravissime; perchè io dovevo ottenere, non in media, ma in ogni singola materia, almeno 9/10: bastava un otto, perchè il sussidio potesse cessare. Pure superai sempre la misura richiesta, anche negli esami di laurea, in condizioni specialissime di salute e di preoccupazioni famigliari e personali. Non discesi mai al disotto di 94%, e in un anno arrivai a 98%.
Il tempo per le lezioni mancava, perchè l'orario di scuola era gravissimo (dalle 8 alle 5½ o alle 6); ma mi aiutavo nelle vacanze, dando perfino cinque lezioni al giorno di calcolo differenziale e integrale, di geometria proiettiva e descrittiva e di meccanica razionale.
Laureato ingegnere nei primi di settembre 1882, agli ultimi dello stesso mese fui assunto dal professore Colombo come ingegnere dell'allora Sindacato per l'applicazione dei brevetti Edison: e presso la Società Edison restai fino ad ora.¹
¹ De Andreis non era ancora condannato. Adesso egli ha aperto studio per suo conto.
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Dall'82 all'84 attesi alla costruzione dell'officina in via S. Radegonda, come direttore dei lavori, e alla posa in opera delle fondazioni delle macchine e delle caldaie. Finita la costruzione del fabbricato, fui uno degli ingegneri addetti all'officina elettrica, sotto gli ordini del direttore sig. J. William Lieb, e fui incaricato in modo speciale delle caldaie e delle macchine a vapore, e accessorii. Nel 1887 fui incaricato degli impianti elettrici nella città di Milano.—Nel 1888 fui incaricato degli impianti (previo progetto e preventivo) d'illuminazione elettrica fuori di Milano. Citerò tra gli impianti, quelli dei teatri S. Carlo di Napoli e Carlo Felice di Genova, della città di Cuneo, della città di Ferrara, ecc.
In una delle mie brevi fermate a Milano allora (poichè specialmente Napoli e Cuneo mi tennero occupato per quasi tre anni), mi venne offerta dalla Società Edison la direzione della Società di illuminazione elettrica di Venezia, a condizioni vantaggiosissime. Dovetti, con dispiacere del professore Colombo, ringraziare dell'offerta, per le condizioni specialmente di famiglia: io non avrei potuto portare mia madre (da tanti anni abituata al quartiere di P. Garibaldi, e allora sessantacinquenne), in un nuovo elemento, come Venezia, senza ch'ella ne soffrisse enormemente; e poichè avevamo da vivere—benchè umilmente—a Milano, rinunciai alla nuova posizione.
Prima di questo incidente era avvenuta la morte del mio fratello maggiore, Benedetto.
Mio fratello, già capo contabile della ditta Carlo Erba, in Milano, a un certo punto credette di poter lavorare per suo conto come rappresentante in generi coloniali. L'attività sua, l'intelligenza, l'onestà, già l'avevano avviato sopra una via promettente, ma tutti i suoi fondi erano impegnati con una casa di Buenos Aires, la quale, per la crisi di quello Stato, fallì. Qui a Milano d'altra parte, la firma per l'acquisto delle merci era di mio fratello; e in un mio colloquio con lui, senza che lo sapesse la mamma, egli mi espose lo stato suo, ed io mi accordai con lui per pagare a poco a poco con lui i debiti non suoi. In pochi anni pagammo forse diecimila lire. Ma mio fratello si ammalò di lavoro e di consunzione, e nel 1889 morì dopo sei mesi di letto. Non trovai che un centinaio di lire, e più che tremila lire di debito restante ancora dell'antico.
Decisi di pagare io del mio i debiti; e li pagai in poco più di un anno e mezzo, economizzando sulle trasferte e sul mio stipendio di 250 lire mensili.
Parecchi amici mi consigliarono di denunciare che mio fratello non aveva lasciato nessuna eredità, e non pagar nulla. Rifiutai, d'accordo con la mamma, e pagai tutto.
Dopo qualche anno le mie condizioni migliorarono nonostante altre e continue sventure famigliari.
La Società Edison ebbe sempre maggior fiducia in me, perchè nel 1895 fui nominato direttore dell'officina d'illuminazione elettrica di Santa Radegonda, allora la prima officina d'Italia.
Non abbandonai la direzione dell'officina (che richiedeva vigilanza notte e giorno), se non dopo la mia elezione a deputato per Ravenna. Conclusi allora nuovi impegni colla Società Edison, per riservarmi la libertà di tempo e di lavoro richiesta dall'ufficio parlamentare.
Intanto però avevo già avviato, appunto per la libertà di tempo e d'ufficio contrattata, parecchi lavori privati. L'impianto di Molfetta, nella parte di studio, consulenza e collaudo; l'impianto di Bisceglie, per consulenza e collaudo; l'impianto di Perugia, per studio e decisione in unione ai signori ingegneri Zunini e Fera. Ciò per rispondere all'atto d'accusa che dice ch'io mi sono dato tutto alla politica. Si può anche rispondere che parecchie volte invece fui chiamato dalla fiducia del Tribunale di Milano ad eseguire perizie giudiziarie, nonostante il mio carattere politico.
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Nel 1874 mi inscrissi al partito repubblicano; nel 1876 cominciai ad apparire in pubblico come oratore. Nel 1882, quasi durante gli esami di laurea, ebbe luogo un processo mio in Corte d'assise, ed era, non so se il decimo o il duodecimo. Fui processato anche dopo, e ultimamente nel 1896 a Milano e Livorno, sempre per delitti di stampa e sempre assolto. Non fui mai incriminato o processato per i miei discorsi attraverso l'Italia, in 24 anni di vita politica.
Nel 1892 mi presentai candidato nel primo Collegio di Milano (Porta Garibaldi e Porta Nuova); nel 1895 mi ripresentai; fui eletto in ballottaggio con 155 voti di maggioranza. La Camera ritenne eletto il mio competitore a primo scrutinio. Nel 1897 caddi a Milano per 60 o 70 voti, ma riuscii a Ravenna per più di 150 voti.
Il mio discorso sulla crisi, per cui entrò nel Ministero Rudinì l'on. Zanardelli, benchè di gravissima opposizione, ebbe gli elogi di tutti, anche dell'Italie!
Dopo non c'è più nulla, perchè la Camera è sempre stata in riposo, ed io, anch'io, sono stato messo in riposo, qui al cellulare.¹
¹ Mentre era al cellulare è stato a un pelo per essere fucilato.
__Rivelazioni di un ergastolano.__
(Note all'autore).
Voi avete insistito tanto, con tante buone ragioni, che io mi lascio indurre a prendere la matita. Non so come incominciare. Un uomo, che è in galera da trentadue anni, deve riuscire per gli altri un ingenuo o un semplicione. Non ho che una pallida idea della ferrovia. Non ci fui che da inquisito e da forzato. E, anche come tale, me la ricordo come un cubicolo di punizione.
Non saprei del telefono se non ne avessi veduto l'apparecchio in Direzione, e ignorerei completamente la luce elettrica, se da qualche mese non ne fosse illuminato lo stabilimento. Pensate, sono vent'anni che non esco da questa casa. Venti anni che faccio le stesse scale, che percorro gli stessi corridoi, che incontro, si può dire, le stesse facce, che mangio la stessa pagnotta e la stessa minestra, che ubbidisco alle stesse voci e che mi alzo e mi corico al suono della stessa campana. Ho dimenticato la forma delle lettere. Non ne ricevo più da un secolo. Mia madre è morta e i pochi che mi scrivevano mi hanno seppellito nella loro memoria. E mi facevano tanto bene le lettere! Una lettera era un avvenimento che mi commoveva i nervi cerebrali in un modo straordinario. La tenevo nella mano trepidante e la leggevo per una settimana, piangendo, ricordando, facendo sogni di rivedere tutto ciò che avevo perduto, e poi, sazio, la mettevo con le altre e ricadevo nell'insensibilità di prima.
Il passato non ha più alcuna presa su me. Non vivo più di esso e per esso come nei primi tempi. Non ho più rimpianti, non ho più aspirazioni. La mia vita è finita, completamente finita. Lo stesso mio delitto pare diventato il delitto di un altro. Posso rivedere il sangue che usciva a fiotti dal collo di mia moglie e riudire le sue ultime grida senza che si accenda il mio polso o si acceleri la palpitazione del mio cuore. È come se il sangue non fosse stato versato dalla mano che scrive. Prima, no. Prima, la tragedia mi metteva sottosopra.
Non potevo rivedere il cadavere che mi ha galeottizzato, senza rinfuriare col coltello sulle carni insudiciate dalla concupiscenza dell'uomo che si ubbriacava tra le sue braccia. Esagitato, come chi non vede che la colpa dell'altro, giuravo, con la bocca piena di fiele, che non le avrei mai perdonato. Adesso, non ho più rancori. Ciascuno di noi ha avuto il suo. Ella è stata ricacciata nell'eternità in un momento tragico, calda ancora dei baci del suo drudo—io sono stato condannato alla morte lenta, attraverso i supplizi della casa di pena. Lui? L'ho lasciato fuggire. Con le mani imbrattate di sangue, sentivo i suoi passi che correvano verso Serralunga, al di là di un fosso asciutto, senza punto pensare a rincorrerlo. Sono stato vile. Dovevo ammazzare anche lui. Anche lui doveva scontare la tresca con la vita. Non vi pare? Chi s'allaccia alla donna di un altro e fuori della legge, è un nemico della legge. A che gioverebbe, dite, il matrimonio, se non proteggesse i coniugi e non li obbligasse ad essersi fedeli a vicenda? Dovevo sgozzarlo come si sgozzano le galline dopo aver loro torto il collo, dovevo, allora. È l'unico sentimento di vendetta che sia rimasto in me più a lungo d'ogni altro. Autore di tutto, rimpiangevo di non averlo trascinato a partecipare della scena finale. Adesso? Adesso, potrei sedere sulla stessa panca senza trasalire. L'amante è come se fosse morto.
Avete ragione di interrompermi. A voi importa poco il mio stato d'animo. Voi non volete del condannato che i patimenti, ed eccomi a compiacervi.
Sono della provincia di Avellino e nato nel '48. Facevo il massaro, e il ganzo di mia moglie adultera era il figlio del padrone. La mia causa durò più di cinque anni e al terzo processo venni condannato dalle Assisie di Salerno, come da quelle di Avellino e di Benevento, all'ergastolo.
La sentenza mi fece l'effetto di una legnata sulla testa. Caddi sul banco degli accusati come istupidito. I carabinieri mi dovettero scuotere e trascinare fuori della gabbia. Sono passato, tra la folla che aspettava di vedermi, con il cervello confuso e gli occhi vitrei. Erano fissi in terra e non sentivo che le fiamme alle orecchie. Tra un processo e l'altro, ero obbligato a passare da una prigione all'altra. Il modo di traduzione, ai miei tempi, era feroce. Ogni prigioniero era considerato e trattato come un brigante.
Per andare, per esempio, da Ariano, il mio paese, ad Avellino, mi facevano fare quattro tappe, in quattro paeselli, dove era la caserma dei carabinieri, con la camera di sicurezza. La stanza di sicurezza era un luogo di tortura, buia come una cantina e larga come una tana. Rimanevo perduto nella foscaggine per dieci minuti senza raccapezzarmi il luogo. C'era, di solito, una finestrucola all'estremità della parete rasente il soffitto, armata di due bastoni di ferro in croce, e un tavolato con una secchia in un angolo. Vi si respirava un'aria malsana. Il supplizio incominciava quando mi si mandava a dormire. Me ne ricordo ancora con dei brividi. Mi si faceva sdraiare con i polsi nei ferri, mi si ordinava di mettere le gambe nei cavi di un rialzo ai piedi del tavolato, il carabiniere vi calava sopra la stanga che chiamavano ceppo, la chiudeva baciata al rialzo con un grosso lucchetto e mi lasciava così fino all'indomani. Ogni movimento equivaleva a un dolore atroce e a una scorticatura che diventava, con le ore, ardente. Legato e adagiato in questo modo, non avevo, per i bisogni corporali, che i calzoni.
Non ero ancora condannato e potevo essere innocente e già mi si sottoponeva a un castigo infernale! Mi alzavo dodici ore dopo con le ossa rotte e le carni indolenzite. Intorno ai malleoli e ai polsi, erano le strisce lividastre dei tormenti notturni. Mangiavo il pane che mi davano. Pane che mi si rompeva sotto i denti come un impasto di terriccio e ghiaia minuta. Nessuno potrà mai descrivere il pane dei miei tempi. Quello d'oggi, risovvenendomi dell'altro, mi pare del pane di lusso. L'acqua del secchio era sempre fetida. Pareva attinta in un pozzo dall'acqua stagnante; qualche volta sentiva della rigovernatura. Lamentarsi voleva dire inferocire il personale di custodia. Supino sul tavolato, non m'immaginavo che m'aspettava qualcosa di peggio.
Nelle carceri di Avellino mi trovavo in una parte dell'edificio chiamato dei «ferri», perchè non vi mandavano che galeotti o individui che stavano per diventarlo. Era, tutt'assieme, un corridoio composto di quattordici o sedici stanzoni, in ciascuno dei quali venivano chiuse cinque persone. Quando entrai in questo ambiente, c'erano cinquantotto individui condannati ai lavori forzati a vita, e dodici alla pena capitale. I condannati a morte facevano pietà. Passavano da un'ansia all'altra. Ogni mattina, per dei mesi, si aspettavano di sentirsi dire che il momento di prepararsi era venuto. Io ero ignorante di legge. Ma dicevo che era una crudeltà senza nome tenere la gente in questa condizione tanti mesi. Trenta giorni di questo strazio equivalgono bene all'attimo del cappio che fa vomitare la vita.
Di questi infelici, ne conobbi, intimamente, due. Ora l'uno e ora l'altro mi raccontavano la loro paura di morire. Avevano una grande speranza nella clemenza di Vittorio Emanuele. E io li aiutavo a nutrirla. I loro nomi erano Alfonso Minetti e Carmine De Vito. Il primo aveva accoltellato il padrone a morte, e il secondo aveva fatto a pezzi una donna con la scure. Una mattina che eravamo al passeggio e parlavamo appunto della grazia sovrana, venne una guardia a chiamare il De Vito.
—Ti vuole il signor direttore.
Supponevamo che fosse stato chiamato per la comunicazione della grazia. Ritornò la guardia senza il De Vito a chiamare il Minetti.
—Ti vuole il signor direttore.
Non vidi più nè l'uno nè l'altro. Seppi poi che erano stati condotti in cappella per la preparazione. Quando c'ero io, i sentenziati a morire venivano legati alle mani e ai piedi per il resto della loro esistenza, vale a dire per tre giorni e tre notti. Era una precauzione che impediva loro di sottrarsi alla condanna con qualche atto insensato. Si dava loro quello che desideravano da mangiare e da bere, e venivano, più volte nel giorno, consolati dalla parola affettuosa del sacerdote. Sono però rari i delinquenti che si abbandonano all'orgia del ventre in cappella. Alfonso assaggiava appena ciò che gli portavano e Carmine non beveva che della limonata. L'aurora dell'8 giugno 1875 fu triste. Sentivamo i passi affrettati che andavano e venivano e i rintocchi che diffondevano il terrore per la carcere. Tutti quelli della mia camera andarono con me in ginocchio. Pregammo con fervore fino a giustizia finita. Tutti e due sono andati all'altro mondo pentiti del loro misfatto.
Nella carcere di Benevento mi trovai con un altro condannato di ventidue anni, che aveva mozzato il capo alla ragazza che non voleva più sposarlo. Si chiamava Muscischio. Respinta la rinnovazione del processo, venne isolato in una stanza, al cui uscio era stata messa una guardia che non doveva fare altro che tenerlo d'occhio dalla spia. Rimase dieci giorni tra la vita e la morte. Venne graziato il venticinque aprile 1876. Ritornato in mezzo a noi, ci raccontò lo spasimo che aveva subito in quelle notti e in quei giorni. Ci diceva che il pensiero di morire non gli dava mai requie, e che, anche quando la prostrazione gli chiudeva gli occhi, il suo sonno veniva conturbato dal carnefice, del quale gli pareva sempre di sentire la voce. Durante il giorno non mangiava cinquecento grammi di pane. Lo rivedemmo spaventevolmente denutrito. Egli era contento della grazia, ma diceva che in dieci giorni aveva sofferto assai più che se lo avessero impiccato dieci volte.
Finalmente, venne l'ordine della mia destinazione. Il ministro dell'interno aveva scelto per me il bagno penale di Genova. Non si sa ancora perchè il delinquente viene mandato a scontare la pena quasi sempre agli antipodi dal luogo del delitto. La nostra catena era composta di otto a vita e di tredici a tempo. Parecchi indossavano il costume del galeotto e parecchi, come me, l'abito, diremo così, borghese. Non ricordo il nome della nave. Ma sarà difficile che io dimentichi il viaggio di mare che mi ha convulsionato tutto l'organismo e mi ha fatto patire le pene dell'inferno. Il tavolato della camera di sicurezza, paragonato alla stiva, mi diventava un letto di bambagia. Con l'odore di catrame, si aspirava un'afa che sentiva di latrina. Pigiati come eravamo, mi pareva di essere in un affogatoio. I carabinieri non furono certamente umani.
Ammanettati, ci legarono a due a due al braccio e ci incatenarono tutti assieme. L'uno non poteva muoversi senza tutti gli altri. Stivati peggio che i conigli in una conigliera, non vedevamo che le onde del mare che venivano a frangersi sui vetri dei buchi rotondi. Qualche volta la nave ballonzolava, piegava come se avesse voluto rovesciarsi sulle acque agitate e qualche altra saliva rapidamente alla superficie per affondare di nuovo nei flutti che tentavano di inghiottirla. Alcuni dei miei compagni si erano già vuotati lo stomaco, non potendo frenare gli impeti del vomito. Io ne sentivo gli urti, ma tenevo duro. Parecchi di noi avevano le labbra paonazze e le orecchie orlate del rosso smorto dei febbricitanti. Dalle finestrucole, la nave ci dava l'impressione che stesse per sommergere. Il vento muggiva disperatamente e incalzava i cavalloni che venivano a schiantarsi sui suoi fianchi come fasci di verghe d'acciaio. Nella stiva, si moriva. Cedetti e incominciai a recere come tutta la catena. Senza poterci staccare o avere dei recipienti, ci sbattevamo le eruzioni gli uni sugli altri, imbrattandoci da far pietà ai sassi. La notte fu ancora più spaventevole. La nave, violentata da tutte le parti, pareva in deriva. I venti scatenati le andavano sotto e la elevavano sui flutti come se avessero voluto scaricarla del suo carico. La nostra catena incominciava a temere un naufragio. Dovevamo essere orribili. Seduti o sdraiati nelle chiazze della materia eruttata, recitavamo tutti dei pater e degli ave domandando perdono a Dio dei nostri peccati.
In un momento in cui fummo invasi da un terrore indicibile, chiamammo il brigadiere all'uscio della stiva e lo pregammo di metterci in condizione di poterci aiutare con le nostre gambe e con le nostre braccia in caso di disastro. Lo supplicavamo con tutte le parole carezzevoli a nostra disposizione. Gli dicevamo che eravamo condannati a scontare una pena in un ergastolo, non a naufragare in blocco, legati come un sol uomo. Se non ci dava modo di salvarci, il delitto del brigadiere sarebbe stato un delitto peggiore del nostro.
A mano a mano che parlavamo, il terrore ci era entrato fino nel midollo spinale. Ciascuno di noi gareggiava di vigliaccheria. Piangevamo e imploravamo la vita come tanti miliardarii attesi sulla spiaggia dai parenti straziati dal dubbio. Il bastimento, che aveva tentato di mantenersi in equilibrio con le àncore, pareva avesse rotto gli ormeggi e fosse in balìa di una corrente che volesse scavargli l'abisso.
—Abbia pietà di noi, signor brigadiere,
—Pezzi d'asini! Tacete o vi farò incatenare i piedi agli anelloni del pavimento! Siamo qui anche noi e per colpa vostra e non diciamo niente. Se andrete in fondo non sarà un gran male. Io ho degli ordini e non posso violarli. Fate dunque silenzio e non rompeteci più le scatole. Siamo intesi.
Rimanemmo intontiti. Non credevamo che ci potesse essere un uomo capace di dirci, in un momento simile, che se anche fossimo annegati non sarebbe stato un gran male. Nel cervello di molti di noi è passato il delitto. Se qualcuno di noi fosse stato libero, il brigadiere non avrebbe potuto finire la frase. Egli sarebbe stato piegato in due e cacciato in mare da uno dei portelli del naviglio.
Dopo, al bagno, seppi ch'egli non avrebbe potuto fare altrimenti. Era la legge che ingiungeva al carabiniere di lasciarci annegare ammanettati in una prigione durante il naufragio della nave.¹
¹ I lettori crederanno che l'ergastolano esageri. Ma io posso disilludervi. Quello che avveniva allora avviene anche adesso. Me lo diceva pochi giorni sono un brigadiere dei carabinieri che si è proprio trovato in piena tempesta con una catena di condannati.
—Ero incaricato di condurli da Civitavecchia alla Sardegna. Partimmo con un mare tranquillo. I forzati erano stati stivati, incatenati e chiusi nella stiva. La burrasca incominciò nel mezzo del mar Tirreno con tanta furia da obbligare il capitano a preparare l'equipaggio a tagliare le corde delle lance di salvataggio e a dare a ciascun passeggero il salvagente. I miei forzati strepitavano e domandavano con alte grida di essere slegati e smanettati. Era una scena da far piangere e, se devo dire la verità, provai un'emozione che mi inumidì gli occhi. Tentai di pacificarli con buone parole dicendo che il pericolo non era così imminente come credevano. Loro mi rispondevano buttando su tutto ciò che avevano mangiato. Il mare era così grosso che attraversava il ponte, e innondava l'interno in un modo così rapido e così frequente da impedire ai marinai di far lavorare le pompe. Il moto della macchina a vapore non era più regolare. Lo stantuffo non manovrava più bene e il tubo sul ponte pareva qualche volta che si piegasse a baciare il mare in lotta con sè stesso. Quando vidi che il naufragio era imminente andai dal capitano e ottenni il permesso di togliere loro le catene. Era tutto quello che si poteva fare in un momento spaventoso come quello. Loro, i galeotti, urlavano disperatamente, e mi accusavano di non avere cuore perchè non toglievo loro le manette. Ma nè io nè il capitano potevamo contentarli. Anche se fossimo stati arcisicuri del naufragio la legge non ci avrebbe permesso di essere umani. Eravamo obbligati a lasciarli affogare ammanettati e chiusi nella stiva. È una legge di ferro, ma legge.
Non c'è penna che possa narrare che cosa ho sofferto e che cosa hanno sofferto i forzati lungo la traversata burrascosa. Io credevo di essere diventato grigio. I galeotti uscirono dalla stiva lividi e paonazzi come gli annegati. Io non sono giornalista, ma se lo fossi non starei quieto fino a quando questo assassinio legale fosse cancellato dai regolamenti che regolano il trasporto dei forzati per mare. Sono severità penali che gridano vendetta.
Siamo stati in mare tre giorni e tre notti. Tre giorni e tre notti di stiva, in mezzo ai guazzi e alle pozzacce delle porcherie vomitate, senza lavarci, senza svestirci, senza cavarci le scarpe, con un mastellone per i bisogni corporali vicino a noi, in mezzo a noi, come se fosse stato della catena, mangiando di tanto in tanto un boccone di pane insudiciato e stantio e bevendo nella secchia come il cane che vi tuffa il muso e ne lambisce il liquido con la lingua!
Sbarcammo più morti che vivi. Ci guardavamo sulle pietre del porto come gente che non sapeva più in che mondo vivesse. Avevamo le occhiaie dei naufragati. Eravamo macilenti, con le facce bianche come quelle dei cadaveri buttati sulla spiaggia e andavamo via come poveracci che non sapevano più reggersi in piedi. Che viaggio, oh che viaggio! Me ne ricorderò per tutta la vita. Sarà e rimarrà l'episodio più spaventevole della mia esistenza di condannato perpetuo.
Arrivai al bagno di Genova più morto che vivo. Ci tolsero le manette e ci slegarono dalla catena che incatenava il braccio dell'uno al braccio dell'altro. Le mie mani rimasero giù penzoloni come se fossero state riempite di piombo. Non le sentivo più che come un enorme peso che mi trascinava verso terra. I ferri m'avevano lasciato un cerchio profondo e nerastro nelle carni come se i polsi fossero stati nelle strette della morsa.
Ero tutto in un'acqua. L'arsura prolungata e il polverone dello stradale, ci avevano perfino attutita la sete spasmodica che avevamo in mezzo al solleone. Ma non appena vedemmo i mastelli d'acqua, divenimmo quasi tutti impazienti di agguantare il boccalino. Ne votai due, uno dopo l'altro, senza prender fiato. Il terzo non potei finirlo. Mi parve un'acqua di tinta motosa col sapore dell'acqua salmastra.
Al bagno di Genova non arrivavano mai meno di due o tre «catene» al giorno. Era come il bagno che incatenava i galeotti che dovevano poi disperdersi in altri bagni. Cogli altri giunti, eravamo più di una cinquantina. Coloro, che non indossavano ancora il costume del forzato, vennero vestiti alla presenza di tutti e di una moltitudine di guardie. Ci si buttavano gli abiti, senza badare se erano adatti per un gigante o per un nano. A me, come ergastolano, diedero la berretta verde, la cravatta rossa, la giacca rossa, e i calzoni con strisce turchine. I calzoni avevano la gamba destra divisa coi bottoni per la catena. Non riuscii a mettermeli che aiutato da un mozzo che vi aveva fatta l'abitudine. Vestito da galeotto, dovevo avere l'aria di un diavolo o di un sanguinario. Lo scarlatto mi ricacciava col pensiero nel sangue di mia moglie.
Ci si condusse in un cortilone che gelò il sangue a tutti. Nel mezzo c'erano due montagne: una di catenoni e una di grossi anelli che chiamavano maniglie. A destra di questi ferramenti che sospendevano il respiro, si vedeva una lunga fucina infocata che sparpagliava una pioggia di faville e incendiava superbamente i battitori del ferro rovente. Era una scena terribilmente dantesca. Le incudini erano parecchie. Su alcune precipitavano le mazze che scrostavano il volume del ferro ardente che incominciava ad assumere una forma, su altre irrompevano i magli che massellavano i ferri che avevano già assunta la forma che volevano dar loro. Quando tuffavano nella pila i ferri che uscivano dalla fucina come pezzi di lava incandescente, e i mozzi soffiavano col mantice nel bracere, i lavoratori galeottizzati rimanevano come perduti in una nube bianca e luminosa. I fabbri, per completare l'orrore dell'inferno, si levavano sui piedi, portando in alto la mazza, e colle loro braccia poderose si curvavano violentemente nel fitto dei barbagli che mettevano della brace sulle loro facce annerite. I sussulti cupi delle catene dei galeotti che martellavano il ferro mi passavano dalle viscere come un tremuoto. Io guardavo. Guardavo con gli occhi smarriti nell'incendio, come dinanzi a uno spettacolo fantastico.
Furono i mozzi che mi scossero. Era venuta la mia volta. Mi chiamarono vicino alle due montagne, scelsero un catenone e una maniglia e mi fecero sedere su uno sgabellotto, vicino all'incudine che si levava un palmo dal terreno.
—Non fatemi male, dissi loro.
—Non fargli male che è di zuccaro!
E quasi tutti i ferratori—che erano degli altri forzati—scoppiarono in una risata che mi andò al cuore come un punteruolo.
—Dammi qua la gamba, piagnolone!
Mi misero il piede sull'incudine, mi inanellarono il ferro al disopra della caviglia e poi coi martelli si misero a battere e a ribadire i chiodi senza pietà alcuna. Avrei giurato che godevano del mio strazio. A ogni lamento che voleva frenare le brutalità del martello, mi rispondevano con parolacce che mi facevano male quanto il peso che mi avevano attaccato al piede.
—Dammi qui la catena da appendergli all'orologio, disse il ferratore al mozzo.
E me la ferrarono all'anello con dei colpi spietati che davano loro piacere.
—Basta, basta, Signore Iddio!
Mi rialzai e prese il mio posto il mio compagno di branca, cioè l'uomo col quale stavo per essere appaiato chi sa per quanti anni. Ero così assorbito dalla mia sciagura, che non ebbi uno zinzino di compassione per il mio futuro fratello di catena. Incatenati l'uno con l'altro, ci si condusse in un ufficio ove venimmo matricolati, lui col numero 3446, io col numero 3414.
Il mio compagno di catena era certo Stefano Cristini, della provincia di Roma, condannato a sedici anni di lavori forzati, il quale rideva e mi dava la baia perchè piangevo di essere carico di catene che potevo a mala pena tenere su col braccio o con le braccia.
—Se fai così, mi disse, staremo assieme poco. Andrai al cimitero assai prima che finisca la mia sentenza. Caro mio, il pianto è debolezza d'animo. L'uomo non deve mai perdersi di coraggio. Io ho già portato le catene per cinque anni nel bagno di Civitavecchia e non sono morto. Non ci penso neanche a finire i miei sedici anni. Provati a dire che non c'è rimedio e vedrai che la vita ti diventerà meno pesante.
Tre giorni dopo lasciammo il bagno alla Foce con una «catena» di novantasei persone. L'idea di scappare non poteva venire a nessuno. Eravamo incatenati come delinquenti che non avessero fatto altro al mondo che pascersi del sangue della gente macellata con le loro mani. L'estremità della mia catena a destra era stata attaccata all'occhiello dell'anellone al piede sinistro dell'altro al mio fianco. Di modo che il mio piede destro e il piede sinistro del mio compagno di sventura, dovevano fare passi limitati e avere movimenti isocroni. Si intende che, oltre a questa precauzione alle gambe, ci avevano ammanettati fino al gonfiore e passata la catena dall'ascella dell'uno all'ascella dell'altro, lucchettandocela nella schiena dell'ultimo in fondo. Coi zigzag ci legarono tutti e novantasei assieme, lasciandoci appena lo spazio per muoverci e per i passettini.
Il passo rapido dei primi veniva sentito dagli ultimi e le punte delle scarpe di una fila andavano sul dorso delle scarpe di un'altra.
Da questo bagno al Castellaccio c'erano, su per giù, tre chilometri. Era una strada malagevole che si ascendeva sudando come bestie, sotto un sole di giugno che scottava fin negli occhi. Perdevamo la lingua come i cani. I carabinieri che ci circondavano erano quaranta, tutti a cavallo, armati fino ai denti. Fumavano e si buttavano da una parte all'altra le birichinate della sera prima con le donne, senza punto badare al nostro supplizio. L'assieme era lagrimevole. Ci sarebbe voluto un fotografo. Perchè la penna, per quanto sia addestrata alle descrizioni minute e sia padrona di un'officina di vocaboli, non riesce mai a impadronirsi di tutto e a conservare, cogli atteggiamenti individuali, i colori del quadro grandioso.
Al Castellaccio ci matricolarono, separando i buoni dai cattivi. Le coppie che avevano subìte punizioni, venivano mandate nelle stanze a pian terreno, mentre le altre venivano disperse per i piani superiori. Il bagno era composto di stanze di sedici persone, con otto pagliericci da una parte e otto pagliericci dall'altra. Così che non vi so ancora dire la differenza tra le stanze di sotto e quelle di sopra.
La prima cosa spiacevole del Castellaccio, fu la distribuzione degli utensili di cucina. Invece della gamella, mi si diede una cosa di legno rotonda, coperta di due dita di muffa, e un pezzaccio di cucchiaio che pareva stato in una cantina umida per degli anni. Me li lavai e me li rilavai senza mai far loro perdere l'odore nauseoso contratto in un ambiente dalle pareti viscide. Un mio compaesano che si trovava nella stanza, prese a proteggermi e a consolarmi. Si chiamava Francesco Gentile, stato condannato a vita dal tribunale di guerra, come brigante che non aveva voluto sottomettersi al governo di Vittorio Emanuele. Egli aveva fatto parte della banda dello Schiavone, il capo brigante che avrete sentito nominare. Il Gentile era vecchio, ma di cuore. I suoi primi consigli sono stati la mia guida.
—Rispetta tutti e specialmente i tuoi superiori. Procura di farti amare dal tuo compagno di branca, anche se fosse il peggiore degli assassini. Perchè senza vincerlo con la tua benevolenza, la vita ti diventerebbe odiosa e intollerabile. Fatti animo e non lasciarti mai adescare a far delle confidenze al personale di custodia, se ti preme di morire nel tuo letto.
Mi prese a volere così bene che il giorno dopo il mio arrivo mi regalò un piatto di zinco, una striscia di pelle ovattata per mettermi sotto la maniglia che mi spellava e mi piagava la noce del piede, e un panciotto di flanella bianca per salvarmi il petto dai clima traditore. Il gilet era un sacrificio superiore ai bisogni del galeotto. Ma il buon vecchio mi pregò di non darmene pensiero, perchè lui, in sartoria, con gli stratagli, avrebbe saputo farsene un altro.
Nella prigione di Benevento avevo imparato a consumare il tempo con dei lavori di carta. In pochi mesi ero riuscito a mettere assieme una gabbiuccia che regalai a un secondino. Ma al Castellaccio non c'era proprio nulla da fare. Eravamo condannati ai lavori forzati per ridere. Tranne i mozzi addetti ai lavori domestici e alcuni fabbri, non avevamo da lavorare che col catenone che pesava e ci martoriava. Era una fannullonaggine tormentosa in tutta la camerata. Il mio compagno di catena, col quale rimasi appaiato trentadue mesi, era un originale bizzarro che sapeva, di tanto in tanto, farmi ridere con qualche frizzo o con qualche lepidezza. Col tempo diventava però noioso. Ignorante come una talpa, era stato preso dalla pazzia del dantomane.
Senza capire il sommo poeta, aveva imparato dei canti—specialmente quelli dei gironi—e me li recitava a ogni quarto d'ora, trascinandomi sulla riviera del sangue bollente quando avevo voglia di conciliarmi col genere umano e facendomi lacerare dalle cagne bramose, proprio nell'ora in cui sentivo il bisogno di una voce pia che mi consolasse e mi aiutasse a credere che le anime affannate dei cerchi del sepolcro dei vivi potevano cullarsi ancora nella speranza di un perdono! Non gli dicevo nulla e fingevo di sorridere sotto la pioggia dei versi che mi picchiavano il cervello, perchè avevo giurato di non inasprire colui dal quale non potevo disgiungermi; ma nel silenzio infuriavo e gli andavo sopra con le verghe a fargli sanguinare le carni. Prostrato dalla sua voce assassina, dicevo mentalmente: taci! taci! taci! o «fiera crudele» che io «sono un che piango»! Se volete offendermi, mandatemi la Divina Commedia. Non posso più sentir parlare di Dante. Se non avessi che i suoi versi in cella, farei voto di non leggere più mai. Un suo verso mi provoca il vomito.
Il solo spasso che riuscii a conquistarmi a furia di preghiere e di sottomissioni, fu quello di fare le calze. Non ridete, perchè facevo ridere anche il mio compagno di catena, ma io, coi ferri, con la lana e col cotone, ho passato giornate relativamente tranquille. Tra una soletta e l'altra, mi si addormentava l'idea che dovevo morire alla servitù penale. A mano a mano che i miei ferri divenivano abili e frettolosi, riacquistavo la calma che avevo perduta. Mi confortavo dicendomi che ce ne erano delle migliaia nella mia condizione, che non uno di loro disperava di rientrare nel mondo. Il mercante di Genova, che ci somministrava la lana e il cotone, mi fece sapere che era contento dei miei calzini. Provai a fare delle calze traforate. Le prime non erano eleganti, ma in seguito non c'era più nessuno nello stabilimento che mi potesse tener dietro. Quando si voleva illustrare la gamba con delle calze scicche, si ricorreva, senza esitazione, al 3414.
Due anni dopo ero stufo di calze come di Dante. Lavoravo per ammazzare il tempo. La mia anima trambasciata non era più nel lavoro. Era la praticaccia che me lo faceva fare ancora con del gusto. Incominciavo a credere, col mio compagno, che sciupavo il tempo nel mestiere della vecchia sdentata che assecchisce sotto la cappa del camino. L'abitudine del movimento aveva resa inutile la mia attenzione. Così il mio pensiero sbrigliato mi ripiombava, di tanto in tanto, a filosofare sulla mia incommensurata disgrazia. Maledivo e stramaledivo il mio difensore governativo, l'avv. Alfonso Alberosa, che mi aveva strappato dall'ultimo supplizio. Quante volte mi sono augurato ch'egli fosse stato afono! Non mi avrebbe salvato il collo. Pazienza. Allora avevo paura di morire. Nel Castellaccio, invece, sognavo la morte. La privazione della vita, credetelo, non è il massimo dei castighi. La condanna a vita sì, che è peggiore della morte esasperata, inasprita dagli ordigni che lacerano e squartano, e lasciano appesi come un quintale di delinquenza! Beccaria assassino, tu sei stato il più iniquo degli scrittori penali italiani. La tua è stata una vendetta, una atroce vendetta. Tu hai voluto sottrarci al carnefice per inebriarti dei nostri tormenti. Se la libertà individuale perisce alla porta di questi edifici, perchè hai tu voluto emendarci? Giuseppe De Maistre, tu sì che sei stato cristiano. Più ancora che cristiano. Tu sei stato un avvenirista dell'antropologia moderna. Dato che il mio pensiero sia veramente criminoso, a che risparmiarmi il tratto di corda? Ben venga la morte che sopprime il pericolo sociale e la tortura individuale!