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Cronica di Matteo Villani, vol. 5

LIBRO UNDECIMO (continued 2)

Reading edition

CAP. LI. Come messer Piero da Farnese entrò in Firenze, e il capitano de’ Pisani colle insegne e’ prigioni rassegnarono a’ priori.

A dì 11 di maggio, messer Piero da Farnese col capitano, bandiere e prigioni de’ nemici entrò in Firenze, dove ricevuto con grande letizia e allegrezza di popolo, e consegnati furono per lui a’ priori col capitano e bandiere de’ Pisani centocinquanta prigioni, essendoli per lo comune offerto una ghirlanda d’alloro umilemente la ricusò, e non la volle prendere, dicendo, che tale ghirlanda si convenia con altro trionfo e maggiore vittoria, siccome per il senato di Roma era diputato; furonli donati quattro destrieri nobili coverti dell’arme sua. Con lui venne messer Simone da Camerino fatto cavaliere nella battaglia, il quale fu lietamente veduto, e onorato di doni cavallereschi; e di poi a dì quattordici di maggio colle solennità usate furono al capitano date per messer Niccolaio degli Alberti gonfaloniere di giustizia l’insegne, e per lo capitano accomandate furono a’ Tedeschi a guardia, dando la reale a un messer Amerigone soldato del nostro comune, il quale la ricevette in nome di messer Giovanni di..... Tedesco, il quale era al campo. Non vi mancò augurio, perocchè subitamente come messer Piero l’ebbe in mano surse una lieve aura che le dirizzò verso Pisa, di che il capitano prese baldanza.

CAP. LII. Come i Pisani tolsono a’ Fiorentini Altopascio.

Sabato a dì 20 di maggio, Guelfo di messer Dante degli Scali, il quale era castellano d’Altopascio, diede il detto castello a’ Pisani per fiorini tremila d’oro che ne ricevette, il perchè domenica mattina il dì di Pasqua rugiada i priori mossono l’esecutore colla famiglia sua per andare a guastare le case sue; il popolo il quale era raunato in sulla piazza de’ priori seguì l’esecutore, ed entrò nelle case degli Scali e rubolle, e appresso vi mise il fuoco e arsonle, non potendo a ciò riparare quelli che mosso l’aveano: dopo nona detto dì mandarono il cavaliere dell’eseguitore a guastare i beni di contado.

CAP. LIII. Come i Pisani elessono per loro capitano Ghisello degli Ubaldini.

I Pisani elessono loro capitano di guerra Ghisello degli Ubaldini in lungo di Rinieri d’Ugolinuccio da Baschi, il quale era preso nelle carcere del comune di Firenze. Il detto Ghisello era coraggioso e di grande animo, dotto di guerra, e corale nemico del comune di Firenze, il quale di presente fu in Pisa, e prese la bacchetta del capitanato; e ciò fu del detto mese di maggio.

CAP. LIV. Come messer Piero cavalcò sino sulle porte di Pisa battendovi moneta d’oro e d’argento.

A dì 17 del mese di maggio, messer Piero da Farnese capitano de’ Fiorentini con duemilacinquecento cavalieri, e molti balestrieri e altra fanteria si partì dal castello d’Empoli, e dirizzossi verso Pisa, e il detto dì s’alloggiò sopra la Cecina intra Marti e Castel del Bosco, il seguente passarono il fosso, a malgrado di trecento uomini da cavallo che erano nel detto Castello del Bosco, e per la sera s’accamparono a Ponte di Sacco, e valicarono di loro in Valdicalci e a Caprone, facendo gran danni d’arsioni di ville e manieri. Proseguendo il capitano sue giornate verso Pisa arse il resto del borgo di Cascina, e tutto insin presso a Rignone e Borgo delle Campane ardendo tutto, e quivi fermato mandò a’ Pisani il guanto della battaglia, di poi lo giorno di Pasqua novella il capitano colle schiere fatte si mosse verso le porte di Pisa. Messer Amerigone Tedesco con sessanta barbute si mise innanzi a tutti gli altri, e cavalcò verso le porte di Pisa, e trovò cento barbute de’ nemici con assai gente da piè, e loro fedì addosso arditamente e li ruppe, in soccorso de’ quali uscirono di Pisa dugento uomini da cavallo, i quali volsono indietro messer Amerigone, al cui soccorso si mise messer Otto Tedesco con cento barbute e rivolse messer Amerigone, e fatta aspra zuffa i Pisani furono rotti; allora uscì di Pisa il potestà con seicento barbute e molto popolo, e ruppono i nostri, e presono i detti due conestabili con alquanta loro brigata. Messer Piero ciò veggendo come di soperchio ardito, con trecento barbute di gente eletta, lasciandosi al soccorso la sua gente grossa presso colle bandiere, con tanto animo si mise sopra i Pisani che li ruppe e fè volgere, i quali per la gran calca non potendo entrare per la porta molti se ne misono per l’Arno, de’ quali assai n’annegarono. Molti presi ne furono, e tanti e tali che i soldati più tosto vollono i prigioni, che paga doppia e mese compiuto, e assai ve ne furono morti di quelli del baldanzoso e scondito popolo. Ciò fatto il capitano a Rignone e allo Spedaluzzo fè battere moneta dell’oro, e d’argento, e di quattrini: in quella d’argento sotto i piè di san Giovanni sta una volpe a rovescio. E in quell’ora per i Pisani alla richiesta della battaglia fatta per messer Piero risposto fu, che alla battaglia verrebbono a tempo e a luogo; onde fatti per lo capitano due cavalieri, messer Guglielmo di Bolsi, e messer Giovanni di...... sonate le trombe si fè dipartenza; e mentre che la gente che rimasa era alla retroguardia, mandati dinanzi a sè gl’impedimenti da Rignone e dal Borgo delle Campane si partia, gente da piè e da cavallo de’ Pisani vi sopraggiunse, e perchè quivi erano cavalieri novellamente fatti non vollono fuggire. Nello strettissimo luogo della via, il quale quivi la natura del luogo leva in alto, quindi l’Arno colle sue ripe fortifica, furono i nemici da’ nostri aspettati, e subito con gran grida s’abboccarono insieme con fiera e ontosa battaglia. I nostri nel principio dubitarono, e crollaronsi: messer Guglielmo cavaliere novello con la lancia uno levò da cavallo, onde premendo lui co’ nostri sopra i nemici, quelli che in qua e in là scorreano ripresi furono, e da capo facendo resistenza lungo tempo si combatterono con dubbiosa vittoria. Alla fine la virtù de’ nostri crebbe, e soprastette, de’ quali l’Arno molti ne prese, e inghiottì molti pedoni nello stretto da piè, di cavalli guasti e magagnati: molti ne furono presi, molti morti, nè prima fu fine alla fuga, che giunsono sulla porta di Pisa. Quivi fu il grande scalpitamento, ed ivi li scorridori mescolati con i nemici quasi si metteano nella porta, intra i quali era un trombettino del nostro comune, il quale sonando, fu di saetta che venne dalle mura ferito, e cadde da cavallo, allora i nostri per studio d’avere il giglio del trombettino, perchè il segno non venisse alle mani de’ Pisani, agrissimamente si combatterono, ove oltre a venti dei nemici furono morti e molti fediti, e la tromba col segno del trombettino fu ricoverato: de’ nostri ne furono morti..... e otto presi, intra i quali furono i detti due cavalieri novelli. Alla fine divisa la zuffa i nostri a salvamento si ritornarono al campo, il quale era fermo a san Sevino dalla parte sinistra sopra la riva dell’Arno, che san Sevino era bene guardato; ed essendo molto del dì nelle dette cose consumato, levate le schiere i nostri s’alloggiarono la sera nella villa di Peccioli, e per la fatica del giorno stettono senza guardia, solo che delle spie: il dì seguente il capitano rimandò della gente a cavallo e a piè verso Pisa a fare quel danno poterono.

CAP. LV. Sagacità usata per i Pisani per non perdere Montecalvoli.

I Pisani ch’aspettavano la Compagnia bianca degl’Inghilesi, temendo di Montecalvoli, il quale pochi giorni si potea tenere, usarono questa malizia, che di notte segretamente facevano uscire di Pisa loro gente d’arme, e la mattina polverosi li faceano ritornare, e li riceveano a gran festa, sotto nome di gente della Compagnia bianca, stimando ne seguisse quello ne seguì: e loro venne fatto, che i priori di Firenze avendo la falsa novella per vera, subito con poco onore e del comune e del capitano li feciono partire dall’assedio di Montecalvoli, il perchè i Pisani il poterono liberamente fornire e rinfrescare: e ciò fu del mese di giugno.

CAP. LVI. Come il re di Francia per paura della compagnia non osò per terra tornare nel reame, ma tornò per acqua.

In questi giorni i pessimi uomini detti latronculi, noi in volgare diciamo ladroncelli, nel reame di Francia tanto erano multiplicati all’appoggio delle compagnie dell’arciprete di Pelagorga e del Pitetto Meschino, che il re di Francia essendo ad Avignone non si assicurò tornare per terra a Parigi, per loro danno si mise ad entrare in Borgogna. Puossi assai aperto comprendere i vestigi del santo Evangelio, ove dice: Saranno pestilenzie e fame per luoghi, e leverassi gente contro a gente: e soggiugne: E gli uomini saranno amatori di sè medesimi: e certo ogni radice di carità pare dispenta.

CAP. LVII. Della mortalità dell’anguinaia.

Nel presente mese di giugno, per vere lettere de’ mercatanti fu in Firenze come in Egitto, e in Soria, e nell’altre parti di Levante la pestilenza dell’anguinaia; gravissimamente offendea e in Vinegia, e in Padova, e nell’Istria, e in Ischiavonia, non ostante che i detti luoghi altra volta toccasse. Anche gravemente ritoccò nelle terre di Toscana, e quasi tutte comprese, e in Firenze, già stata generale tre mesi per tutto giugno con fracasso d’ogni maniera di gente.

CAP. LVIII. Come i Barghigiani colla forza de’ Fiorentini presono i battifolli.

Nel detto mese di giugno, essendo stata assediata Barga da’ Pisani lungamente con tre battifolli, e Sommacolonna con due, e assai strette, il capitano de’ Fiorentini essendo a oste a Montecalvoli trasse dal campo cinquecento barbute con alquanti masnadieri, e diè boce ch’andassono in Maremma per preda, e feceli conducere a Volterra, onde i Pisani mandarono la loro gente in Maremma alla difesa, e costoro furono condotti a Barga improvviso a’ Pisani; e sentendolisi presso quelli di Barga, che n’aveano l’avviso, uscirono fuori a combattere l’uno de’ battifolli. Avvenne che quelli degli altri due battifolli, lasciando pochi di loro alla guardia de’ battifolli, trassono al soccorso di quello ch’era combattuto. Aspra battaglia era tra loro quando sopraggiunse la gente de’ Fiorentini; e trovò i due battifolli sforniti, e presonlisi, e appresso percossono alle reni de’ nemici, e con loro entrati nell’altro battifolle lo presono, e perseguitando i nemici, pochi ne camparono, che non fossono morti o presi. Quello che trovarono ne’ battifolli sì di vittuaglia come d’armadura misono in Barga, e arsono le bastite, e il simile feciono di quelli di Sommacolonna, e ciò fatto, la gente de’ Fiorentini si tornarono al campo senza niuno impaccio.

CAP. LIX. Come morì messer Piero da Farnese.

Essendo entratala furia della pestilenza dell’anguinaia nell’oste de’ Fiorentini, molti n’uccise, molti ne indebolì, molti ne avvilì. Il perchè essendo levato l’assedio da Montecalvoli, per comandamento de’ signori di Firenze, il capitano era in Castello Fiorentino, e quivi lo prese il male dell’anguinaia a dì 19 di giugno, e il detto dì n’andò a san Miniato del Tedesco, e quivi in sulla mezza notte passò di questa vita, e il corpo suo in una cassa alle spese del comune fu recato in Firenze, e posato a Verzaia, aspettando Ranuccio suo fratello per cui era mandato; poi a dì venticinque del mese il corpo suo fu recato in Firenze alle spese del comune con mirabile pompe d’esequie, le quali furono di questa maniera

Qui manca.

Poi seppellito fu nella chiesa di santa Reparata con intenzione di farli ricca sepoltura di marmo. Valente uomo fu in arme, e saputo e accorto con grande ardire, e leale cavaliere, e in fatti d’arme avventuroso, e per certo ogni onore che fatto li fosse e per lo innanzi gli si facesse lo merita.

CAP. LX. Dell’ammirabile passaggio de’ grilli.

Il dì primo di luglio, un vento schiavo temperato per dieci ore continove del dì nelle parti di Pesaro, Fano e Ancona condusse incredibile moltitudine di grilli, quasi come in passaggio per l’aire, tanto stretti che ’l sole non rendea la luce se non come per una nuvola non troppo serrata, e trovossi per quelli che la notte sopraggiunse che molti l’uno portava l’altro. Dove presono albergo, cavoli, lattughe, bietole, lappoloni, e ogni erba da camangiare la mattina si trovarono tutte colle costole e’ nerbolini tutti bianchi, che a vedere era cosa nuova. Perchè per lo freddo della notte non si poteano levare, i fanciulli ne portavano le cannuccie coperte dal capo a piè, tanto stretto l’uno sotto l’altro che non vi si sarebbe messo la punta dell’ago. I grilli erano di lunghezza d’un dito colle gambe lunghe e rosse, e l’alie grandi, col dosso ombreggiava in verde chiaro. Molti o la maggior parte annegarono in mare, che ’l fiotto gittò alla marina, i quali ammassati gittarono orribile puzzo, e trovossi che i pesci non presono cibo di loro, e gli uccelli e gli altri animali insino alle galline se ne guardarono.

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