LIBRO DECIMO (continued 2)
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CAP. LX. Come seguì appresso alla sconfitta di san Ruffello.
I trecento cavalieri che conduceano per loro scorta la vittuaglia nel campo, essendo in sul Bolognese, sentendo la novella della sconfitta abbandonaro la roba, e camparono le persone. Quelli delle bastite le lasciarono prima fossono assaliti, e salvaronsi in Pimaccio, e’ Bolognesi l’arsono, e la roba recarono alla città. Per questa vittoria i Bolognesi alquanto ne stettono in festa e in riposamento: il legato ne prese cuore di potere la città aiutare e sostenere: mostra ne fè, ma poca operazione ne fè in que’ tempi, perocchè sopra modo era la possanza del suo avversario e la volontà pertinace. Messer Bernabò quando questa novella sentì ne mostrò dolore singolare rodendosi dentro a guisa di cane arrabbiato, e vestissene a nero, e molti giorni stette che niuno gli potè parlare. Sentissi che di ciò contro a’ Fiorentini prese grave sdegno, affermando ch’erano cagione del suo danno e vergogna per lo mantenere della strada, ma non se ne scoperse, perocchè tutto che irato fosse ben conosceva che a’ Fiorentini era lecito di così fare senza corruzione di pace. Messer Francesco Ordelaffi come seppe la novella scorse la Marca, e di notte con sua brigata prese il congio per la via della marina, e in ventiquattro ore cavalcò cinquantasei miglia, e con la gente a lui accomandata si ricolse in Lugo.
CAP. LXI. Come messer Bernabò si credette prendere Correggio per trattato, e sua gente vi rimase presa.
L’animo che è insaziabile del tiranno, che sempre è con desiderio di sottomettere i popoli liberi, e gli altri tirannelli che sono minori, tenea messer Bernabò oltre alla presa di Bologna trattato di torre Correggio, nè la gastigatura di san Ruffello l’avea rimosso dal seguirlo; onde all’uscita di giugno detto anno, credendosi avere il castello di Correggio, messer Ghiberto che n’era signore, e da esso aveano il titolo di loro casa e famiglia, sentito il fatto, senza farne mostra procurò aiuto da’ signori di Mantova, i quali segretamente gli mandarono quindici bandiere di cavalieri, i quali di notte entrarono in Correggio: venuta la cavalleria di messer Bernabò nel fare del giorno, come era dato l’ordine, che furono diciassette bandiere, furono lasciati entrare nelle barre che erano davanti al castello, e fatto vista di volerli mettere nella terra, secondo l’ordine dato apersono le porti della terra, e calarono i ponti, e la gente da cavallo ch’era nel castello con molta fanteria si strinsono loro addosso con grandi grida, e rinchiusi tra le barre, e storditi per lo subito e non pensato assalto perderono il cuore alla difesa, e però gli ebbono tutti a prigioni, e guadagnate l’arme e’ cavalli liberaro il castello dall’aguato del tiranno.
CAP. LXII. Dell’armata del re di Cipro, e il conquisto di Setalia e del Candeloro.
Dando alcuna parte agli avvenimenti d’oltremare, lo re di Cipro avendo fatta sua armata, e non sapendo dove si dovesse andare, a dì 24 di luglio 1361 con ventiquattro galee armate, con l’aiuto di tre galee dello Spedale armate di franchi e valorosi frieri, e con altri legni e armati e di carico in numero di cento vele si partì di Cipro, e del mese seguente d’agosto percosse sopra la città di Setalia, la quale era d’un signore di Turchi di gran possanza, e avendo sua gente posta in terra, e combattendo la terra, che avea tre procinti di mura, de’ quali nel primo stavano mercatanti e Giudei, nel secondo i saracini, e nel terzo i Turchi ch’erano signori della terra, ed essendo tutta gente sprovveduta e poco atta alla difesa, il perchè i cristiani entrarono dentro per forza, onde il signore che v’era con poca gente se n’uscì, e la terra fu presa. Ma poco stante il Turco tornò con più di tremila Turchi tra a cavallo e a piè, e senza dubbio arebbe ripresa la terra, se non fosse la provveduta guardia che feciono li frieri, i quali sapendo loro costumi del continovo stavano apparecchiati: e ciò venne a gran bisogno, perocchè ritennono l’empito e subito assalto de’ Turchi, tanto che l’altra gente s’armò, e venne alla difesa. I Turchi veggendo che loro impresa venia stolta, con loro vergogna e dannaggio si partirono. Lo re di Cipro avuta questa vittoria montò in galea, e con sua armata se n’andò al Candeloro, il quale era al governo e signoria d’un altro Turco, il quale senza volere fare difesa s’acconciò con il re, e riconobbe la terra da lui, e li promise certo censo e tributo d’anno in anno: e il re lasciata fornita Setalia si tornò nell’isola di Cipro.
CAP. LXIII. Come i Turchi di Sinopoli assalirono Caffa, e furono vinti da’ Genovesi.
In questa state i Turchi di Sinopoli armarono quattordici galee nel Mare maggiore, e assalirono il Caffa terra e porto di Genovesi, e fecionvi danno assai e per mare e per terra, perchè i Genovesi di ciò non si guardavano; ma tantosto in Caffa e in Pera armarono quattordici galee come in fretta il meglio poterono per seguitare i Turchi nel ritorno che fare doveano a Sinopoli, e trovatili, li seguirono, fuggendo i Turchi, tanto che per forza li feciono dare a terra colle balestra loro, avendone molti e morti e fediti, onde i Turchi per forza costretti furono a disarmare, e disarmati i Turchi, i Genovesi lasciarono in que’ mari due galee armate, e l’altre disarmarono. I Turchi veggendo queste due galee rimase tra loro, di subito cinque n’armarono, e vennono contro quelle de’ Genovesi, le quali cominciarono a fuggire, e’ Turchi a seguitare, tanto che essi si trovarono insieme in alto mare. Come i Genovesi si vidono dilungati da terra, girarono le loro galee contro le cinque de’ Turchi, e misonsi tra loro, essendo bene ordinati, e colle loro balestra non gettavano verrettone in vano, ma fedivano soprassaglienti e galeotti senza rimedio, onde i Turchi si misono alla fuga, e i Genovesi li seguitarono tanto che si diedono a terra, e salvarono i corpi delle loro galee, mortine assai di loro, e fediti e magagnati.
CAP. LXIV. Come le compagnie condotte in Piemonte cominciarono a guerreggiare.
Le compagnie tratte per lo marchese e per la Chiesa di Provenza, condotte in Piemonte in questi tempi della moria cominciata in Milano del mese d’agosto, cominciarono a guerreggiare nel Piemonte, dove acquistarono al marchese sette castella le più loro arrendute. Messer Galeazzo si ridusse a Moncia fuggendo di Milano la morìa che asprissimamente li perseguitava, avendo le sue terre fornite di buona guardia, e in campo non mise persona: ben tentò di trarne al suo soldo di quelli della compagnia, e d’alcuna parte li venne fatto per la forza del fiorino d’oro, non dimanco il resto rimase sì grande, che corse insino al Tesino senza contasto. Messer Bernabò veggendo la pestilenza sformata in Milano, che per giorno fu che levò ottocento, e mille e milledugento, e tal fu dì de’ millequattrocento, e ben parea volesse ristorare i Milanesi, cui per l’altre moríe non avea assaggiati, si partì di Milano con tutta sua famiglia, e andonne al suo nobile castello di Marignano, il quale è verso Lodi, il luogo foresto e di sana aria, facendo gran guardia che nessuno non gli andasse a parlare, avendo ordinato col campanaro della torre, che per ogni uomo che venisse a cavallo desse un tocco. Occorse che certi gentili e ricchi uomini di Milano andarono a Marignano, ed entrarono dentro; il signore li ricevette bene, ma turbato contro il campanaro mandò su la torre suoi sergenti, e comandò lo gettassono della torre; i quali andati su, trovarono il campanaio morto appiè della campana: per la qual cagione messer Bernabò terribilmente spaventato di presente senza arresto abbandonò il castello, e si mise nel più salvatico e foresto luogo, ove più di due miglia da lunga fece rizzare pilastri con forche ne’ quali era scritto, che chi li passasse su vi sarebbe appeso. Per allora in avanti sua vita fu tanto remota e solitaria, che voce corse, e durò lungamente, ch’egli era morto, ed egli n’era contento per farne a tempo suo vantaggio. Giugneremo a questo, per non fare nuovo capitolo, che in questi tempi della moria, che anche requistava in Vinegia, morì il doge loro, e funne fatto un giovane di quarantasei anni, il quale non era di gran famiglia, nomato Lorenzo Celso: costui per la maturità de’ suoi costumi e virtù montò a questo onore, e innanzi ai più antichi e più nobili cittadini oltre a loro consuetudine: e pertanto notato l’avemo, e per la sequela del fatto.
CAP. LXV. Di grandi terremoti che furono in Puglia, e assai guastarono della città d’Ascoli.
A dì 27 di luglio del detto anno, in su l’ora del vespero, furono in Puglia grandissimi terremuoti, e apersono la città d’Ascoli di Puglia, e quasi tutta la subissarono con morte d’oltre a quattromila cristiani. A Canossa caddono parte delle mura della terra, e molti dificii puose in ruina; in altre parti fece poco danno. Furono ancora in questo anno grandine molte e sfoggiate, le quali ai grani e agli ulivi feciono danno assai più che nell’altre stati.
CAP. LXVI. Delle rivolture del paese di Fiandra in questa state.
Del mese di luglio del detto anno, nella città di Bruggia fu grande battaglia tra’ tesserandoli e folloni dall’una parte, e da’ borgesi dall’altra per assai lieve e subita cagione, e non senza molti morti e magagnati da catuna delle parti: e poco appresso seguitò ch’e’ tesserandoli e folloni della città depuosono il balio del conte senza colpa apponendoli tradigione. E in que’ giorni il conte Audinarda facea la festa della figliuola, la quale avea data per moglie al duca di Borgogna, il quale ciò sentendo mandò pregando li Schiavini e gli altri ch’elli attendessono tanto che egli avesse sua festa fornita, dicendo, che poi terrebbe giudizio del balio suo, e che se lo trovasse colpevole si rendessono certi che ne farebbe a loro sodisfazione rilevata giustizia e vendetta. I bestiali e arroganti di quei mestieri recando a vile la preghiera del conte, in vergogna e dispetto suo appendere lo feciono alle finestre del suo palagio: onde il conte con tutto suo seguito forte ne furono turbati, ma assisesi al mostrare di non calere, nè mostrare di sua onta.
CAP. LXVII. Come fu decapitato messer Bocchino de’ Belfredotti signore di Volterra, e come la città venne alla guardia de’ Fiorentini.
E’ ne pare di necessità per più brevità della nostra opera, e per meglio dare ad intendere il fatto di che dire intendiamo, raccogliere alquante cose, le quali in piccolo trapassamento di tempo hanno fine straboccato. Messer Francesco de’ Belfredotti da Volterra sopra il ciglio di Volterra tenea la forte rocca di Montefeltrano, e messer Bocchino di messer Ottaviano suo consorto era signore della terra, il quale cupido d’aumentare sua tirannia, con solleciti aguati cercava di torre a messer Francesco detta fortezza, e dopo la morte di messer Francesco, messer Bocchino non lasciava stare i figliuoli in Volterra. Il perchè il comune di Firenze sentendo la detta dissensione, perchè non terminasse a peggio, s’interpose tra loro, e li ridusse a concordia, e obbligaronsi insieme a pena, la quale per l’uno e per l’altro promise il comune di Firenze per osservanza di pace; per la quale i figliuoli di messer Francesco tornarono in Volterra sotto l’ubbidienza di messer Bocchino. E stando senza alcuno sospetto, all’uscita d’agosto del detto anno, il tiranno a un Volterrano, a cui nella guerra era stato morto un suo congiunto da un altro Volterrano amico e servidore de’ figliuoli di messer Francesco, con segreta licenza di messer Bocchino, trovando il suo nemico a dormire lo fece uccidere, e colui che morto l’avea con suoi parenti e amici fece testa, perchè la terra si commosse a cittadinesca battaglia, e alquanti degli amici de’ figliuoli di messer Francesco vi furono morti traendo al romore, e i detti figliuoli di messer Francesco, come era per lo tiranno ordinato, furono presi contro le convenenze per le quali il comune di Firenze era mallevadore; il perchè il comune per suoi ambasciadori mandò ricordando al tiranno li dovesse piacere non farli questa vergogna, dicendo, come a richiesta e preghiera di lui avea promessa sua fede. Il tiranno con simulate parole tenea gli ambasciadori a parole, e dal malvagio proponimento non si toglieva. I Fiorentini veggendo che le parole non ammollavano le parole finte e mal disposte del tiranno, e sentendo che ciò che fatto avea era contro alla comune volontà de’ Volterrani, e temendo che la cosa non avesse mal fine e pericoloso per lo comune, non furono lenti, ma prestamente mandarono gente d’arme, e fornirono la rocca de’ figliuoli di messer Francesco, minacciando di guerra se non si facesse ammenda. Il tiranno veggendo l’animo de’ Fiorentini contro a lui giustamente irato si forniva di gente di sua amistà, e spezialmente de’ Pisani, per riparare alla forza e mantenere sua fellonia, perseverando nel detto malvagio proponimento. Certi cittadini di Firenze per trattato che dentro aveano d’avere il torrione del monte, che è fuori delle mura, domenica mattina a dì 24 d’agosto vi cavalcarono, e dalla gente de’ Pisani vi furono scoperti, e ributtati con vergogna senza altro danno, il perchè il comune v’ingrossò gente, e pose oste a Volterra. La quale essendo in sul Volterrano, messer Bocchino per dispetto de’ Fiorentini trattò di dare la signoria a’ Pisani per trentadue migliaia di fiorini d’oro. Il popolo di Volterra sentendo ch’e’ si trattava di venderlo, e farli schiavi de’ Pisani, tutti d’uno volere presono l’arme, e corsono all’ostiere dove erano i cavalieri de’ Pisani, a’ quali incauti e sprovveduti tolsono le selle e’ freni de’ cavalli, e ciò fatto, senza far loro altra villania li misono fuori della terra, e loro renderono freni, selle, cavalli e armadure, e i fanti forestieri accomiatarono, e si partirono. Ciò fatto, appresso furono al palagio del tiranno, il quale con lunga e composta diceria volendo tiranneggiare li animava a mantenere loro libertà e franchigia, e quinci li credette dal loro proponimento levare, ma i terrazzani trafitti dalle sue crudeli operazioni a suo dire non prestarono orecchie, ma sdegnosamente rispuosono, che bene saprebbono usare loro libertà, e che per ciò fare voleano in guardia lui, e sua famiglia, e certi suoi congiunti, e a Firenze mandarono per capitano di guardia, e a Siena per podestà. Il capitano prestamente vi fu mandato un popolano, e dietro ad esso mandati furono quattro ambasciadori, e simile feciono i Sanesi. I Fiorentini temendo i movimenti de’ popoli vari, e vani e instabili, al continovo vi facevano cavalcare gente d’arme, e a cavallo e a piè, ancora perchè a loro parea che i Volterrani volessono col braccio de’ Sanesi raffrenare il nostro comune: il perchè alla gente de’ Fiorentini segretamente fu comandato, che procacciassono delle castella de’ Volterrani, i quali cavalcarono a Montegemmoli, ed ebbonlo per forza, ed a il loro Montecatino, e anche l’ebbono, e così più altre castellette. I Volterrani mandarono a Firenze loro ambasciadori per i quali domandavano libertà con l’ammenda de’ loro dannaggi, eleggendo capitano di guardia di Firenze: la cosa per più giorni stette in controversia e in dibattimento. I Fiorentini che in Volterra aveano i loro ambasciadori, e il capitano, e gran parte de’ nove, e di buoni popolani la maggior parte a loro segno feciono strignere la gente dell’arme vicino alle mura di Volterra, avendo presentito che la setta che voleva i Sanesi la notte vi doveano mettere gente d’arme, e così di vero seguiva, che la notte cinquanta cavalieri e centocinquanta fanti alla condotta d’alcuno de’ Malavolti, giugnendo con la gente alla fonte presso alla terra, cadde nell’aguato de’ Fiorentini, e fu preso con tutta la gente, e facendo vista di non conoscerli, loro fu tolta l’arme e’ cavalli, ma poichè per lingua e nome si furono palesati, ripresi da’ capitani dell’impresa facevano contro al comune di Firenze, assai cortesemente fu loro renduta l’arme e’ cavalli, e rivolti per la via ond’erano venuti, con assai vergogna di loro matta arroganza e presunzione. Il popolo di Volterra di suo errore ravveduto la guardia del cassero della città diedono a’ Fiorentini. I Sanesi ch’erano in Volterra senza aspettare comiato si partirono, e’ Fiorentini del tutto rimasono signori, con certe convegne, che i Volterrani promisono in perpetuo d’avere gli amici del comune di Firenze per amici, e i nemici per nemici, e che la rocca dieci anni si guardasse per i Fiorentini, e del continovo debbino prendere capitano di popolo di Firenze; e per loro ordine hanno fatto, che da Pisa, nè nella città nè nel contado loro non possa venire uficiali nè alcuno altro d’alcuna città o terra presso a Volterra a trenta miglia; e passato il tempo di quelli nove uficiali ne furono altri. E il popolo di Volterra al tutto volle che ’l capitano di Firenze che v’era facesse tagliare la testa a messer Bocchino, e così fece una domenica mattina a dì 10 d’ottobre del detto anno, messo prima nella terra la cavalleria de’ Fiorentini con volontà del popolo, il quale la ricevette a grande onore.
CAP. LXVIII. Come il patriarca d’Aquilea fu a tradimento preso dal doge d’Osteric.
Fama era per tutta Italia per lungo tempo, la quale si trovò in fine non vera, che ’l doge d’Osteric era dall’imperadore fatto re di Lombardia, ma quale la cagione si fosse, mosse di suo paese con grande compagnia di gente d’arme, e passò nel patriarcato d’Aquilea del mese detto, dove confidentemente fu ricevuto. Il patriarca avea ripresi di sue ragioni certi paesi d’entrata di fiorini cinquemila per anno o più al patriarcato, i quali dal duca vecchio erano stati occupati al tempo della vacazione del patriarcato. Questo duca movendo questione al patriarca di queste terre, vennono a concordia di stare di ciò alla sentenza dell’imperadore suocero del detto duca: e per trarre la cosa a pacifico fine di concordia si mossono di là, e in compagnia andavano all’imperadore, ed entrati nelle terre del duca nella città di Vienna, sotto colore di fare onore al patriarca il duca li fece apparecchiare un grande ostiere, e credendo il patriarca l’altro dì con lui seguire il suo viaggio, vi si trovò arrestato e preso; e domandandoli delle terre del patriarcato, il valente patriarca, messo sua persona a non calere, fece per suo segreto e fidato messo, e con sua lettera e suggello comandamento a tutti i sudditi suoi, che per niuno caso che gli avvenisse niuna glie ne dessono. Il patriarca era messer.... della Torre di Milano, prelato antico e di buona fama. Questa fu la riuscita della grande fama del detto duca per lo reame d’Arli, la quale per più riprese fece ristrignere a parlamento i signori di Lombardia per provvedere a loro difesa.
CAP. LXIX. Di fuoco che senza rimedio arse in Roma san Giovanni Laterano.
Egli è da dolere a tutti i cristiani quello che ora sono per narrare della nobile e venerabile chiesa di san Giovanni Laterano di Roma, e ciò pare piuttosto ammirabile che degno di fede. Uno maestro ricopriva il tetto della nave maggiore della detta chiesa, la quale essendo coperta di piombo conveniva che con ferri roventi le congiunture delle piastre si congiugnessero per ammendare i difetti, ed avendo il maestro il fuoco acceso di carboni sopra il tetto, per sinistro avvenimento un poco di carbone cadde, e come che si entrasse, senza avvedersene il maestro si posò sopra una trave, e quella incese, e appresso con quella tutto l’altro edifizio senza potere essere atato a spegnere, non che grande popolo non vi traesse con ogni argomento, ma quasi come fosse volontà di Dio tutta la nave della chiesa, e tutte l’altre parti di quella, e tutte le cappelle con quella di Sancta Sanctorum arse, che nulla vi restò fuori che le mura, con danno inestimabile del costo di tale e tanto edificio: è vero che le reliquie di Sancta Sanctorum si camparono; e ciò avvenne del mese d’agosto del detto anno. Giugnendo fuoco a fuoco, in questo medesimo tempo nelle contrade di Bossina fuoco cadde da cielo, e arse gran paese senza riparo nessuno.
CAP. LXX. Del maritaggio del duca di Guales primogenito del re d’Inghilterra.
Contato avemo addietro le prodezze e grandi valentrie del duca di Guales primogenito del famoso re Adoardo d’Inghilterra, a cui vivendo la corona succedè. Costui in questi giorni si tolse per moglie una sua consobrina contessa di Chienne, la quale era di tempo, e vedova di due mariti di piccoli baronaggi, e aveva fatti più figliuoli. La maraviglia che di ciò prese chiunque sapea suo alto stato, vita e condizione, ce n’ha fatto qui fare nota, forse con iscusa alcuna.
CAP. LXXI. Come papa Innocenzio riformò santa Chiesa de’ cardinali morti per la morìa.
Erano morti in pochi dì nella corte di Roma il vicecancelliere di Preneste, il cardinale Bianco, quello d’Ostia e di Velletri, quello di Calamagna, messer Andrea da Todi detto il cardinale di Firenze, il cardinale della Torre, e quello che fu generale de’ frati minori, e un altro. Il papa volendo riformare santa Chiesa di cardinali, nel tempo delle digiune del mese di settembre dello anno ne fece altri otto: il cancelliere di Francia, l’arcivescovo di Ravenna assente, che poi morì in cammino, ed era Caorsino, l’abate di Clugnì Borgognone, il vescovo di Nemorsi Francesco, l’arcivescovo di Carcassone nipote del papa, messer Guglielmo suo referendario ch’era di Limosi, il figliuolo di messer Pietro da san Marcello, e l’arcivescovo d’Aques in Guascogna, tutti oltramontani, e niuno ne fece Italiano, dimostrando che di visitare la cattedra di san Piero a Roma era strano al tutto del desiderio e appetito degl’Italiani.
CAP. LXXII. Come il re Buscialim della Bellamarina fu morto, e delle rivolture di Granata.
Regnando Buscialim in Fessa, ed essendo tornato al regno con l’aiuto del re di Castella, certi caporali cristiani e mori del detto re si levarono senza cagione debita contro al re, e uccisonlo, dicendo, che loro non dava loro soldi, ma il vero fu, che morire lo feciono perchè egli era troppo amico del re di Castella, e la cagione si prese, perocchè avendo il re di Castella guerra col re di Granata, mosse Maomet cacciato dal detto re di Granata, che dovea essere re egli, a ritornare nel paese, e il re Buscialim a petizione di quello di Castella avea scritto a tutti i rettori delle sue terre ch’avea in Ispagna, che ubbidissono il detto Maomet come la sua persona, della qual cosa turbati i Mori uccisono il loro re Buscialim; e morto costui, feciono re un Busciente, ch’era in prigione fratello del detto re, ma non era di sana mente, e però altri governava il reame, e costoro incontanente contramandarono a’ balii delle terre di Spagna, che non lasciassono entrare Maomet in loro terre. E poco appresso, del mese di novembre del detto anno, quelli di Fessa, vedendosi avere il re smemoriato, mandarono ambasciadori a Sibilia a un giovane della casa reale di Bellamarina, il quale si stava a Sibilia con un altro suo fratello minore assai poveramente: gli ambasciadori lo addomandarono, il re di Castella li fece armare una galea e menarlo a Setta, e di là per terra il condussono a Fessa, e in ogni parte fu ricevuto per loro re, e l’altro ch’era mentecatto fu rimesso in prigione: e allora il re di Castella fece pace co’ Mori, e con il loro novello re ritenne grande amistà, e da lui ricevette ricchi doni.
CAP. LXXIII. Come la compagnia spagnuola ch’era nel vescovado d’Arli prese Vascona, e poi ne furono cacciati.
In questi dì la compagnia degli Spagnuoli ch’era in Provenza per una notte feciono una lunga cavalcata ed entrarono in Venisì, e improvviso a quelli di Vascona entrarono nella città, e uomini e femmine con arnesi con grandissimo danno e di cittadini e di forestieri recarono in preda; e intendendo così fornito a volersi partire, ma i paesani d’ogni parte sopravvennono prestamente loro addosso, e furono tanti, che per forza vinsono la compagnia, e con gran danno d’essa racquistarono la preda, e cacciaronli del paese.
CAP. LXXIV. Come si scoperse che messer Bernabò era vivo, e ’l trattato tenea del castello di Bologna.
Essendo tanto stata la fama di non sapere novelle di messer Bernabò, che li più affermavano che morto fosse per molti indizi e congetture che ciò parevano mostrare, esso in questi giorni lavorava alla coperta colla lima sorda, nulla dimostranza dando di sè, ma piuttosto ampiando la fama della morte sua, e cercava trattato, lo quale ordinato avea con uno Spagnuolo e due suoi famigli, a’ quali in grande confidanza il legato di Spagna avea accomandato la guardia del castello della porta che va verso Modena di Bologna: costui per ingordo boccone di danari per tornarsi ricco a casa l’avea promesso a messer Bernabò, e di ciò era stato il motore a messer Bernabò messer Giovanni da Bileggio mentre che là era in prigione, anzi che mandato fosse ad Ancona, e dovea averlo la notte di san Bartolommeo d’agosto: e scopersesi questo trattato per un ragazzino che venne al castellano di notte, e fu preso. Per questa cagione messer Bernabò venne in persona a Parma con duemila barbute non sapendosi la cagione nè il perchè, se non che scoperto il tradimento si tornò alla caccia, e il castellano con gli altri che gli erano consenzienti in Bologna furono attanagliati e impiccati.
CAP. LXXV. Come si scoperse in Perugia una gran congiura di notabili cittadini per mutare stato e reggimento.
Erano nella città di Perugia in questi tempi molti e molti cittadini, e gentili uomini e popolari di buone e antiche famiglie d’animo guelfo, le quali quasi del tutto erano schiusi dagli ufici e governo della città, reggendosi la terra per popolani mezzani e minuti, sotto la guida e consiglio della famiglia de’ Michelotti e di Leggieri d’Andreotto, il quale a quel tempo era il da più, e il maggiore cittadino di Perugia, e il più creduto dal popolo, e molte altre famiglie di buoni popolari e uomini singolari da molto che teneano con loro sotto il nome e titolo di Raspanti. Quelli ch’allora s’appellavano i mali contenti, e mossi e sollecitati con ammirabile astuzia da uno Tribaldino di Manfredino spirito malizioso, sagacissimo e inquieto, le cui operazioni dipoi scoperte li feciono dai suoi cittadini meritare il nome del secondo Catilina; e forse non indegnamente, perocchè facendo comparazione da città a città, non era minore quella di Tribaldino verso di sè, che quella di Catilina verso di sè. La congiura fu per lui lungamente guidata tanto copertamente e cautamente, che niuno segno se ne potè vedere nè scorgere per i reggenti, e infra l’altre sagaci cautele, che ne usò molte, fu questa, che per li parenti e amici ch’avea intra i reggenti sovente facea falsamente muovere che trattato v’era nella terra, il quale criato era, e trovato non vero, il perchè spesseggiando ai priori e a’ camarlinghi di Perugia in cui stava il tutto del reggimento, era venuto a rincrescimento e a niente che si ragionasse di trattato, nè prestavano orecchi nè davano fede: e ciò fece il malvagio traditore, perchè quando il vero trattato venisse in campo senza prendere avviso il governo della città, più certamente e più liberamente avesse l’effetto suo. Quelli cui ’l malvagio uomo trasse in congiura furono questi: messer Averardo di...... da Montesperello, messer Guido dalla Cornia, messer Alessandro....... messer Giovanni di....... da Montemellino, messer Niccolò di...... delle Mecche, messer Tivieri di...... da Montemellino, tutti cavalieri, Colaccio di Cucco de’ Baglioni, Francesco di messer Rinuccio da...... detto il Zeppa, Francesco di messer Andrea e Iacopo di messer Guido da Montemellino, Piero di Neri delle Mecche, Erculano di........ Mattiolo di....... e....... detto lo Squatrano, con altri simili in numero di più di quarantacinque gentili uomini e popolani, con seguito d’altri novantaquattro che ne furono condannati, ed oltre a quattrocento altri cittadini, i quali per non fare troppo gran fascio furono lasciati addietro. Costoro aveano fatto loro capitani Colaccio di Cucco de’ Baglioni, il Zeppa di messer Rinuccio e Mattiolo di...... e nelle loro mani aveano giurato. Costoro a un giorno preso doveano correre la piazza, e pigliare il palagio de’ priori e delle signorie, perocchè come detto è pensavano per le beffe de’ trattati non veri trovare i priori addormentati: per la città a’ loro seguaci dispersi in vari luoghi deveano fare infocare case per tenere alla bada de’ fuochi i cittadini, doveano uccidere i priori e’ camarlinghi, e qualunque innanzi loro si parasse senza riguardo d’amico o di parente. Messer Averardo dovea stare di fuori a sollecitare i loro lavoratori, e amici del contado e le loro amistà, e a ribellare delle castella. E per certo il sollecito reo uomo seguendo lo stile di Catilina avea dato ordine, che se Dio non avesse posto il rimedio a tanto pericolo, per certo la città ne venia in desolazione e tirannia. Esso Signore che tutto vede puose nel cuore a messer Tivieri da Montemellino, uno de’ principali congiurati, che lo revelasse, acciocchè tanto pericolo e male non fosse; il quale essendo quasi vicino a Leggieri d’Andreotto, sotto sicurtà della sua persona senza domandare altro merito gli rivelò il fatto, il quale di presente n’andò in palagio de’ signori, e quivi con loro, e co’ camarlinghi, e con gli altri dello stato si mise a’ ripari. Fu preso messer Niccolò delle Mecche, e Ceccherello de’ Boccoli con quattro loro masnadieri di nome, e con sette altri mascalzoni, gli altri congiurati tutti si dierono alla fuga. Seguette, che il dì di santo Michel Agnolo si fece l’adunanza generale, che noi diciamo parlamento, nella quale si determinò, che i detti cavalieri, gentili uomini e popolani, insino nel numero di quarantacinque, fossono condannati per traditori e rubelli del comune di Perugia infino...... e che altri novanta secondo loro gravezze di loro colpe fossono condannati di danari, e alcuni a stare a’ confini; gli altri per meno male passati furono sotto silenzio. Più vi si provvide, che Tribaldino guidatore e ordinatore del male, con messer Averardo, e con alquanti degli altri più focosi principali fossono dipinti ad eternam rei memoriam colle mitere in capo in piè della piazza nella faccia del casamento del maggior sindaco: e così seguitò, che messer Niccola delle Mecche, e Ceccherello de’ Boccoli con i quattro masnadieri furono decapitati, e i sette mascalzoni furono appesi; gli altri tutti ebbono bando come nell’adunanza era ordinato, e così furono dipinti quelli che doveano esser dipinti. Bollendo e ribollendo ragionevolmente la città in questo stato dubbioso e sospetto, come il male venne agli orecchi del nostro comune tantosto vi mandò ambasciadori con cento uomini di cavallo. I Pisani domandato licenza di mandarvi cento cavalieri per lo nostro contado, e liberamente ottenuto, anche vi mandarono loro ambasciadori con la detta gente, i quali co’ nostri insieme assai temperarono l’animo voglioso e crucciato debitamente de’ Perugini.
CAP. LXXVI. Come in questi giorni in Pisa ebbe gelosia di loro stato, e della difensione che saviamente ne presono.
In questi medesimi dì all’entrata d’ottobre, essendo Piero Gambacorti in Firenze, rotti i confini i quali avea a Vinegia, alquanti artefici e certi mercatanti pisani, che per lo partimento che i Fiorentini aveano fatto di Pisa e per loro cagioni, anzi quasi tutti i mercatanti forestieri che trafficavano co’ Fiorentini, e i reggenti che n’erano stati cagione udivano e sentivano costoro e molti altri di ciò rammaricare, dicendo, come al tempo de’ Gambacorti godeano la pace co’ Fiorentini, e’ guadagni del porto, e delle mercatanzie e dell’arti, e che loro era faltato e il procaccio e ’l guadagno; o che questa fosse la cagione, o che di loro sentissono alcuno trattato con Piero Gambacorti, ventidue ne presono, e a quattro de’ mercatanti feciono tagliare la testa; li altri si riserbarono in prigione, e a molti diedono i confini.
CAP. LXXVII. Come i Sanesi sotto la rotta fede ebbono la signoria di Montalcino.
In questo mese d’ottobre del detto anno, Giovanni d’Agnolino Bottoni con centocinquanta cavalieri e ottocento pedoni cavalcò improvviso sopra Montalcino per rimettervi gli usciti ch’erano suoi amici, e questo fece con ordine d’alcuno trattato ch’avea nella terra, ma i terrazzani presti alla difesa tolsono ardire di muoversi dentro a chi n’avea sentimento. Vedendo Giovanni che ’l trattato ordinato non gli venia fatto, per ricoprire sua intenzione si stava loro intorno. I terrazzani, che erano ubbidienti e in pace co’ Sanesi, maravigliandosi di questa novità mandarono a Giovanni di fuori a sapere perchè facea questo, e quello volea da loro: il savio e accorto disse, che volea che fossono in accordo col comune di Siena: i semplici terrazzani, sentendosi amici e ubbidienti al comune di Siena, elessono ventiquattro della loro terra i maggiori e più potenti che v’erano, e mandaronli per ambasciadori a Siena. Giovanni avvisò l’uficio de’ signori, come era tempo d’avere libera la signoria di quella terra, avendo appo loro li ventiquattro ambasciadori ch’erano il tutto della terra, ed egli essendo là con forza d’arme, la quale si fè accrescere, diceva di strignerli e tenerli in paura. Gli ambasciadori giunti a Siena, e fatta la riverenza, e sposta la loro ambasciata, ebbono per risposta, che non si partirebbono da Siena, che Montalcino sarebbe libero alla guardia de’ Sanesi; la cosa non potè avere contradizione, e però convenne ch’avessono libero Montalcino, e avuto, rimandarono indietro i ventiquattro ambasciadori sani e salvi, e smisurata festa in Siena se ne fece.
CAP. LXXVIII. Come i Turchi presono la città di Dometico ch’era dell’imperadore di Costantinopoli.
Del mese di novembre del detto anno, un grande signore de’ Turchi di Boccadave, sentendo l’imperadore di Costantinopoli giovane, e in discordia co’ suoi per la ragione già detta di Mega Domestico cui egli perseguitava, e altre volte essendo suo balio avea occupato l’imperio, accolse di suoi Turchi grande esercito, e vennesene ad assedio alla nobile e antica città oggi chiamata Dometico, la quale siede tra Costantinopoli e Salonicco, presso a quattro giornate a Costantinopoli, la quale appresso Costantinopoli solea essere sedia imperiale. I cittadini sentendo che Orcam con grande quantità di Turchi venia loro addosso, e non vedendo onde potesse a loro venire soccorso, inviliti (come è la volontà di Dio per la loro contumacia contro a santa Chiesa) abbandonarono la città forte e difendevole per lungo tempo, e abbondevole a sostenere sua vita. Orcam trovandola abbandonata v’entrò dentro co’ suoi Turchi, e misevi gente ad abitare e alla guardia con vittoria senza fatica, e si ritornò in suo paese con gran vergogna e vitupero e abbassamento dell’imperio di Romania.
CAP. LXXIX. Come il re di Castella mosse guerra a’ Mori di Granata, e al loro re Vermiglio.
Fermata la pace dal re di Castella a quello d’Araona del mese di settembre del detto anno, e tornato il re di Spagna in Sibilia con sua cavalleria, Maometto già stato re di Granata e cacciato dal re Vermiglio, come di sopra dicemmo, esso re di Spagna col detto Maometto cavalcò in Granata, e nel paese fece danno assai e d’arsione e di preda, e lasciato Maometto alle frontiere con sue genti e co’ cavalieri castellani a sufficienza a poter far guerra, del mese d’ottobre si tornò a Sibilia. Di poi a tempo ritornò a oste sopra il re di Granata, e stato sopra lui lungamente, in fine non avendo soccorso da’ suoi saracini del Garbo e di Bellamarina, perchè erano collegati col re di Spagna, disperato s’arrendè a quello di Spagna, il quale avuto e lui e suo reame ne fè che al re Vermiglio fece tagliare la testa, e fece re uno de’ reali della Bellamarina suo confidente, il quale da lui riconobbe il reame, e gli promesse suo aiuto e di suoi saracini in tutte sue guerre, e appresso li promesse ogni anno certo tributo.
CAP. LXXX. Come gli usciti Perugini presono per furto Civitella de’ Benazzoni, e poi l’abbandonarono.
I nuovi usciti di Perugia avendo per viltà abbandonate le loro forti tenute al comune di Perugia, in una cavalcata di due bandiere di cavalieri per furto entrarono poco appresso in Civitella de’ Benazzoni, assai forte castello e ben guernito. I Perugini di presente vi mandarono quaranta bandiere di cavalieri e con popolo grande, e puosonvisi ad oste. Gli usciti veggendosi male ordinati da potere attendere soccorso, per lo mene reo, come per furto l’aveano preso, così per furto se n’uscirono, avendo il nome la notte di quelli del campo, e ridussonsi a un castello ivi presso ch’era degli Spuletini, e quindi se ne vennono ad abitare ad Arezzo, cercando rimedii a loro fortuna.
CAP. LXXXI. Come i Bolognesi cominciarono a cavalcare sopra gli Ubaldini.
Essendo in Bologna speranza della pace, la quale parea ferma dal legato a messer Bernabò, e per tanto avendo alcuna speranza di potere sollevare le fatiche, sentendo che gli Ubaldini per tutta la boce della pace non si rimaneano di far danno e noia alla strada, cavalcarono sopra di loro, e raccolsono preda, e feciono danno nel paese. Gli Ubaldini gli lasciarono cavalcare, e ridussonsi a’ passi, e alla ritratta assalirono i Bolognesi, e rupponli, e racquistarono la preda, e vendicarono loro ingiuria. I Bolognesi all’uscita di novembre detto anno ricavalcarono con più ordine e forza sopra loro, e arsono e guastarono più e più villate, e senza contasto si tornarono a casa.
CAP. LXXXII. Del trattato delle compagnie che doveano entrare in Avignone.
La compagnia spagnuola accozzata con un’altra in Provenza aveano trattato con certi forestieri di più lingue ch’erano in Avignone come di furto potessono entrare nella città, dove speravano fare il sacco, ma non fuori di misura, con l’aiuto di quelli d’entro, che prometteano dare l’entrata, e per questa cagione di subito cavalcarono, e vennono infino presso alla città. La cosa si scoperse perchè era vogliosa, e con poco ordine e meno forza: dentro furono presi circa a trenta; alcuni ne furono decapitati, e alcuni impiccati, e la compagnia si tornò addietro senza fare altro danno, e per l’innanzi in Avignone si fè più sollecita guardia, e ciò fu all’uscita del mese di novembre del detto anno.
CAP. LXXXIII. Come i Pisani perderono Pietrabuona e vi puosono l’assedio, dove stando vollono torre Sommacolonna per incitare i Fiorentini a guerra.
Fu di sopra a suo luogo narrato, come i Pisani per soperchio d’astuzia aveano costretto i Fiorentini levare il porto da Pisa e recarlo a Talamone, e tutto ch’a’ Fiorentini sconcio e spesa fosse, tutto lietamente si comportava, mostrando a’ Pisani che poteano fare senza loro. E del fatto a littera ne seguiva quello che Piero Gambacorti detto n’avea a quelli mercatanti che al detto tempo si trovarono su il Rialto in Vinegia, dove il detto Piero era confinato quando la novella vi venne, che fu in questa maniera: Fiorentini, Fiorentini, se state fermi in vostro proponimento, Pisa in piccolo tempo diventerà un bosco: e veramente così ne seguia, perocchè essendo partiti i Fiorentini da Pisa, tutti coloro che con loro mercatavano e trafficavano, con quelli ch’a’ loro servigi rispondeano aveano fatto il simigliante, il perchè le case, i fondachi, e la terra tutti rimaneano oltre a mezza vota, e i mestieri degli artefici in gran dannaggio, onde il soprassenno de’ Pisani raccortosi di suo errore cercò per molte vie oneste e piacevoli, e a’ Fiorentini vantaggiose e onorate, di ritornarli a Pisa, e ciò non potendo ottenere, e seguendo del fatto, che quelli che teneano lo stato e governo della città n’erano caduti nell’odio e mal volere del popolo e de’ mercatanti, e stavano in paura del perderlo, avendo del continovo alla coda gli aderenti, seguaci e amici de’ Gambacorti, i quali erano di fuori e li sollecitavano; onde essi sottilmente pensarono di fare disfare due chiovi a uno caldo col fuoco della guerra, l’uno, di unire il popolo consueto nemico de’ Fiorentini e sopra modo parziale con la guerra, l’altro, che seguendo pace della guerra, come suole, patteggiare nella pace la tornata del porto: e per dette cagioni con le loro vie coperte e sagaci, per non parere d’essere i motori al rompere della pace, presono questa cautela, che una volta e più fittizziamente e simulatamente bandeggiarono di loro cittadini, contadini e distrettuali, uomini atti a cercare mutazioni e riotte, nominati e di seguito, disposti a fare piuttosto il male che ’l bene, e questi in diversi luoghi e tempi tolsono certe tenutelle del distretto del comune di Firenze di poca importanza; onde il comune secondo i tempi più volte ne mandò ambasciadori a’ Pisani, e quello ne rapportavano era: E’ ce ne pesa, sono nostri forbannuti, e loro appresso di voi semo acconci a perseguitare infino a morte e desolazione. Il comune di Firenze per non essere abominato di corrompere la pace se la portava pazientemente, e con infignere di non se n’avvedere; nè pertanto si rimaneano i Pisani di seguire la mala regola presa, cercando al continovo per questa via di torre delle terre a’ Fiorentini, e non delle peggiori, il perchè a’ Fiorentini fu forza a prendere loro costume, e con un Giovanni da Sasso famoso caporale e atto all’arme feciono tentare segreto trattato, che togliesse a’ Pisani il castello di Pietrabuona, il quale è vicino a Pescia, e così seguì, avendo prima per colorati misfatti ricevuto bando a Firenze della persona. A’ Pisani parendo loro avere ottenuto loro talento subitamente con grande ordine e sforzo assediarono il castello per forma, che niuna forza d’arme glie ne arebbe potuti levare, nè tor loro non lo racquistassono. Stando al detto assedio, veggendo non bastavano l’occulte a incitare e muovere i Fiorentini alla guerra, vennero alle aperte, e del mese di gennaio preso loro tempo si credettono furare Sommacolonna, e cavalcaronvi sforzatamente, ma non venne loro fatto. E per arrogere all’ingiuria, avendo i Fiorentini loro gente alla guardia di Pescia e dell’altre terre della Valdinievole, certi conestabili de’ loro a loro diletto usavano d’andare il dì sul poggio della Romita sopra a Pietrabuona, il quale era terreno de’ Fiorentini, e ivi si stavano a vedere badaluccare e gittare i trabocchi; i Pisani posto loro aguati li assalirono e uccisonne sette, e gli altri ne menarono a prigioni, e diedono palese e aperto principio della guerra.
CAP. LXXXIV. Come fu sorpreso il conte di Savoia dalla compagnia bianca co’ suoi baroni, e ricomperaronsi con gran quantità di moneta.
In questo medesimo tempo, essendo venuto il conte di Savoia di qua da’ monti a una sua terra che si chiama...... con molti baroni e cavalieri di sua contea, non prendendosi guardia, la compagnia bianca, la quale era vicina a quelli paesi, si mosse una notte facendo molto lungo e disordinato cammino, e sorprese il conte e’ baroni alla terra senza alcuna resistenza, salvo che ’l conte con pochi si rifuggì nel castello, gli altri tutti furono prigioni: e il conte assediato e sprovveduto, veggendosi a mal partito, trasse accordo, e tra di sè e di suoi baroni, e de’ cittadini della terra e delle cose loro, che tutto era in preda, venne a composizione di dare alla compagnia in diversi termini fiorini centottantamila d’oro, parte allora, e del resto fermezza, sicchè tutto lasciarono, e tornarsi in Piemonte.
CAP. LXXXV. La cavalcata che Piero Gambacorti fè sopra i Pisani.
Essendo Piero Gambacorti in Firenze, e avendo da’ suoi amici di Pisa sollecito conforto, che procacciasse d’appressarsi alla terra con alcuna forza, dicendo, che dove i cittadini il sentissono farebbono novità contro i reggenti, ch’erano comunemente mal voluti. Avvenendoli per caso che all’uscita di gennaio a Firenze erano col conte Niccola Unghero settecento Ungari usciti del Regno, i quali doveano andare in Piemonte in servigio del re Luigi, ma non avendo loro paga ordinata per lo re cercavano condotta, e i Fiorentini non li voleano, perchè non n’aveano bisogno, e non voleano un capo con tanta gente d’una lingua; in questo a Piero Gambacorti crebbe l’animo per lo conforto de’ suoi amici, e condusse questo conte co’ suoi Ungari, ed ebbe alcuno aiuto da certi usciti di Lucca, e seguito di più di dodici centinaia di fanti, niente essendoli contradetto dal comune di Firenze, e a dì 27 di gennaio uscirono di Firenze, e a dì 28 furono in Valdera, e certe terricciuole l’ubbidirono, e non volea far guasto nè lasciare fare preda, di che gli Ungari e i briganti n’erano assai malcontenti. I Pisani di presente mandarono a Firenze per sapere se il comune movea questo, e fu risposto di no; e per abbondante mandarono bando l’avere e la persona che niuno Fiorentino contadino o distrettuale non dovesse andare contra i Pisani, e chi andato vi fosse, sotto la detta pena se ne dovesse partire. I briganti non potendo guadagnare se ne partirono per lo disagio più che per lo bando, e rimase Piero con gli Ungari e con gli altri forestieri. Gli astuti e maliziosi Pisani vedendo che altri che Piero non era a guidare questa gente, costrinsono per forza i più intimi amici ch’avesse in Pisa, e fecionli scrivere da più parti a un modo, che si dovesse guardare la persona, perocchè gli Ungari aveano trattato di darlo preso a’ Pisani, e d’averne fiorini ventimila d’oro. Egli era a Peccioli quando le lettere di più parti li vennono, cominciò a dubitare, e a stare a riguardo, e vedendo l’adunanze degli Ungari parlare insieme, e non intendendoli, pensò che eglino il dovessono pigliare, e vedendosi presso a Volterra, senza congio con sua gente diè degli sproni al cavallo, e partissi dagli Ungari. Fu detto che alcuni il seguitarono, ma il vero fu poi certo che tutto fu fatto a mano per l’astuzia de’ Pisani. Gli Ungari il primo dì di febbraio senza far danno in alcuna parte si ritornarono a santa Gonda, e poi a Firenze.
CAP. LXXXVI. Come il re Luigi prese le terre di messer Luigi di Durazzo e lui mise in prigione, e trasse del Regno la compagnia.
Era Anichino di Bongardo stato lungamente stretto dagli Ungari in certe terre che teneano di messer Luigi di Durazzo, e non avendo potuto guadagnare erano in male stato, e cominciando a perdere delle terre vennono a patti d’avere sicurtà dal re, e uscirsi del Regno sotto la sua guardia e sotto la sua bandiera, e così fu promesso, e fatto a ciò fine. A messer Luigi dopo questo si rubellò sant’Angiolo, ed egli vedendosi povero e mal parato si rendè al re Luigi suo cugino, e venuto a Napoli, rendute tutte sue terre, fu messo in prigione nel castello dell’Uovo, sperandosi per molti che il re li dovesse perdonare, ma la sua fortuna dopo la morte del detto lo fece morire in prigione. Anichino con la sua compagnia assai male in arnese, alla condotta di certi baroni del re, com’era promesso, del mese di gennaio del detto anno uscì del Regno.
CAP. LXXXVII. Come le compagnie si partirono di Provenza.
In questo medesimo mese di gennaio, le due compagnie ch’erano in Provenza presono accordo co’ paesani per certa quantità di danari, e l’una se n’andò verso la Francia, e l’altra tenne in Borgogna, chiamata da certi baroni di Borgogna, perocchè era morto il loro duca, e temeano del re di Francia.
CAP. LXXXVIII. Come fu sconfitta la gente del re di Castella dal re di Granata.
Avendo lasciato il re di Castella in Granata lo re Maometto che n’era stato cacciato, e con lui il maestro di Ialatrenu, il detto maestro avendo quattromila cavalieri spagnuoli e gran popolo seco, badaluccando con la gente del re Vermiglio di Granata, con mala provvisione ringrossò il badalucco: il re mise loro addosso subitamente molta gente a cavallo e a piè, e combattendo insieme lungamente, in fine i Mori sconfissono quelli di Castella, e presono il capitano e più altri caporali, e de’ Castellani vi rimasono morti in sul campo tra cavalieri e pedoni più di tremila, li milleottocento cavalieri; e avuto il re Vermiglio questa vittoria, del mese di gennaio 1361, prese baldanza, e corse colle sue genti in sulle terre del reame di Castella, facendo spesso danno e vergogna al re di Spagna.
CAP. LXXXIX. Come per vendicare sua onta il re di Spagna andò sopra il re di Granata.
Del mese di febbraio del detto anno, il re di Castella sdegnato e infellonito contro al re Vermiglio, e contro ai suoi Mori, in furore dell’animo suo uscì di Sibilia a dì 20 del mese, avendo prima fatto comandamento di cuore e d’avere che catuno che potesse portare arme il dovesse seguire in sul terreno di Granata, e subito vi si trovò con diecimila cavalieri e trentamila pedoni in arme da combattere, e oltre a duemila carrette con vittuaglia e dificii da combattere le terre: e combattendo le castella, per infino a dì 22 d’aprile 1362 prese dieci forti castella piene e ubertuose, e molte altre ville di minore fortezza, e gli uomini tutti fece servi e schiavi, e quelli si difendevano erano morti, e quelli si rendevano salvi: per questo avvedendosi i Mori di Malica e di Saletta che lo re di Castella era per divenire loro signore, per non essere sottoposti a’ cristiani deliberarono di rimettere Maometto, ch’era con il re di Castella, in re di Granata, e incontanente lo misono in Malica, e poco appresso in Granata, e lo re di Spagna contento di questo, avendo fornite le terre prese, e ritenendole in sua guardia, si partì di Granata, e tornossi in Sibilia.
CAP. XC. Come messer Bernabò si credette avere Reggio per trattato.
Messer Bernabò mostrandosi poco contento della pace promessa a santa Chiesa, e usando parole contro il fratello messer Galeazzo, dicendo, che egli avea fatto più che da lui non avea avuto in mandato intorno alla pace, dando intendimento di volere fare maggior guerra a Bologna, accolse molta cavalleria di sua gente, e in persona con essa ne venne a Parma del mese di febbraio del detto anno, avvisandosi per tutto che dovesse andare sopra Bologna, ed egli avea trattato d’avere Reggio, ed entrarono dentro nella città circa a cinquemila masnadieri. Messer Feltrino avvedendosi della baratta, avendo grande ardire e gente poca, si fedì francamente fra loro; i masnadieri inviliti per tema di maggior forza vedendo l’ardire pensarono a campare, e molti ve ne furono morti e presi: sentitosi la novella, messer Bernabò si ritornò addietro. Appreso messer Bernabò che ’l verno era già passato, e che il tempo atto alla guerra ne venia, e che la mortalità era a lui riuscita con grande acquisto per quelli che morti erano senza eredi, i beni de’ quali erano incorporati alla camera del comune la quale era sua, e sentendo che la Chiesa era in poco podere di gente d’arme, e Bologna mal fornita, cominciò a domandare cose che mai non erano state, non che addomandate, ma nè pensate, e perciò mandò a corte di Roma suoi ambasciadori per terminare le dette domande; e infra l’altre arroganti domande fece chiedere che voleva il figliuolo arcivescovo di Milano, e volea che per decreto e rescritto papale l’elezione dell’arcivescovo fosse di elezione della casa de’ Visconti di Milano, e voleva il vicariato dell’imperadore, ed essere da lui restituito in tutte le sue dignitadi, e che lecito li fosse potere guerreggiare ogni terra e signore, fuori le terre della Chiesa, con patto che la Chiesa non se ne travagliasse, e non desse a quelle le quali egli guerreggiasse nè favore nè aiuto in alcuno modo, mettendo per sospetti i signori e comuni nominati per la guardia di Bologna, tanto ch’egli fosse pagato, e volea che la città di Bologna si guardasse per i Pisani; e domandando queste, e altre cose sconce e villane, al continovo non cessava di crescere la gente dell’arme sopra la città, e di guerreggiarla scorrendo tutto giorno fino alle porte. La Chiesa i patti che domandava con suo onore accettare non potea, e non si potea difendere dalla forza del tiranno nè dalla superbia sua, ricorse a Dio con singolare orazione comandata per tutta la cristianità, e la misericordia sua tosto vi provvedè di salutevole consiglio, come seguendo nostra leggenda trovare si potrà.
CAP. XCI. Come i Pisani feciono cosa da incitare i Fiorentini.
All’entrata del mese di marzo 1361, i Pisani feciono cavalcare lor gente a piè e a cavallo nella Cerbaia distretto de’ Fiorentini, e levarono preda di bestiame minuto, e condussonlo al Cerruglio. I Fiorentini di ciò sdegnati feciono della lor gente di Valdinievole cavalcare infino alle porti di Montecarlo, e la notte misono gente in aguato in Pietrabuona, ma i Pisani se n’accorsono, e ritennonsi dentro al battifolle, onde la gente de’ Fiorentini si ritornò in Pescia. Queste furono assai picciole cose, e poco degne di memoria, ma per quello che per questi inzigamenti dipoi ne seguì, che furono grandi cose, l’animo nostro ha patito di porre questi lievi principii.
CAP. XCII. Dell’operazioni delle compagnie in questi tempi.
Tornando a’ tormenti delle compagnie, in questi giorni del verno avanti alla primavera, la Compagnia bianca col marchese di Monferrato acquistate più castella le quali si teneano per messer Galeazzo nel Piemonte, e più feciono loro cavalcate infino a Pavia passando il Tesino, e quivi stati più giorni si ritornarono in Piemonte. La compagnia la quale era in Borgogna capitanata dal Pitetto Meschino, uomo alvernazzo e di niente, e per sua prodezza e maestria di guerra montato in grande stato e pregio d’arme, prese in Borgogna più terre, dove s’adagiò con la sua brigata, conturbando forte tutta la parte del re di Francia, riguardando sempre tutti quelli che al re erano contrari, il perchè il re condusse la compagnia delli Spagnuoli per cacciare il Pitetto Meschino di Borgogna, i quali Spagnuoli ne’ detti giorni erano in Berrì, e condotti, così faceano di male ad amici come a nemici, dove stendere potessono le mani senza guastare il paese o uccidere. La compagnia d’Anichino di Bongardo uscita del Regno, e condotta da messer Bernabò, in questi giorni se ne venne in Toscana per andare sopra Bologna. Così e molto più era intrigata e avviluppata la cristianità dalle maladette compagnie in questi tempi.
CAP. XCIII. D’una cometa ch’apparve di marzo nel segno del Pesce.
Del mese di marzo del detto anno, apparve tra ’l levante e ’l mezzodì sul mattutino una cometa nel segno del Pesce Con la coda lunga di colore cenerognolo, la quale alcuni astrolaghi dissono ch’era chiamata Ascone. Quello che di sua influenza si vidde fu, che il verno, fu bellissimo e asciutto, e non troppo freddo, atto molto alla sementa e coltivamento della terra; la primavera fu fresca e umida, e la state temperata d’acque, onde ne seguì grande abbondanza. E a dì 8 d’aprile l’anno 1362, alle due ore del dì, essendo l’aria serena e chiara uno grande tuono si sentì in aire, lo quale molto fece maravigliare la gente, e innanzi li venne un baleno con vapori incesi, che caddono in Firenze sopra il fiume d’Arno e da santa Maria in Campo senza fare alcuno danno, e l’aria rimase serena e chiara che era.
CAP. XCIV. Come la Compagnia bianca prese Castelnuovo Tortonese.
Del mese di marzo la Compagnia bianca essendo di lungi al contado di Tortona per tanto di spazio, che i paesani non aveano riguardo, partendosi di giorno, e cavalcando verso la notte, feciono a gente d’arme smisurato viaggio, e in sul dì seppono sì fare, che la mattina entrarono anzi dì di furto in Castelnuovo Tortonese, e come furono dentro, chi si volle difendere uccisono, il perchè i morti si trovarono sopra a trecento: il castello era bene di milledugento uomini. Sentito ciò messer Galeazzo v’andò con più di tremila cavalieri e bene quindicimila pedoni, e tutto che li paresse essere bene in apparecchio da combattere co’ nemici non s’attentò di mettersi a partito, ma fornì le castella d’attorno, e tornossi a Milano.
CAP. XCV. Come la compagnia del Pitetto Meschino sconfisse l’oste del re di Francia a Brignai.
Lo re di Francia infiammato d’onta contro la compagnia del Pitetto Meschino d’Alvernia suo picciolo servo fuggito, nonostante che avesse condotta la Compagnia spagnuola contro a loro, la quale ancora non era giunta in Borgogna, radunò prestamente del mese di marzo un’oste di bene seimila cavalieri franceschi, e tedeschi e di altre lingue che erano in Francia, e fattone capitano messer Giacche di Borbona della casa di Francia con quattromila sergenti gli mandò in Borgogna. E in que’ giorni la compagnia del Pitetto Meschino avea preso un castello del re che si chiama Brignai, e lasciatovi alla guardia trecento di sua compagnia, ed egli con tremila barbute e duemila masnadieri i più Italiani ch’erano in sua compagnia era cavalcato nel contado di Forese, facendo loro procaccio: in questo il duca di Borbona con l’oste sua giunse e puosesi a campo a Brignai, credendolosi in pochi giorni racquistare: e così standosi all’assedio baldanzosamente, e senza debita provvisione e con poco ordine, avendo con l’animo grande a vile il loro avversario, il Pitetto Meschino maestro e pratico di arme con la brigata sua vogliosa di zuffa, e ardita e bene in punto, essendo lontano da Brignai giornata e mezzo, avendo lingua come i Franceschi con molto disordine si reggevano a campo, confortata sua brigata, e animata della gran preda, con sollecito studio di cavalcare raccorciando i cammini, avanti al giorno di più ore giunse al campo sopra gli sprovveduti Franceschi, e senza alcuno arresto gli assalì con grande tempesta e romore; onde tra per le terribili grida, e per lo subito e sprovveduto assalto i Franceschi bairono, e mancarono di cuore, e non di manco ciascuno come meglio poteo ricorreva all’armi per difendersi, ma quelli della compagnia gli percoteano, e gli sollecitavano sì con l’arme, che non gli lasciavano far testa; e così quell’oste ove avea tanti baroni e valenti cavalieri sventuratamente fu rotta e sbarattata, con molti di loro morti e magagnati: quelli che camparono con loro cavalli e arnesi quasi tutti vennono in preda del vassallo del re di Francia Pitetto Meschino. Messer Giacche duca di Borbona fu a morte fedito di più fedite, ed essendo preso, vedendo che era per morire fu lasciato alla fede, e portato a Lione sopra a Rodano in pochi giorni passò di questa vita. Preso rimase il conte di Trinciaville, il conte di Forese, il maliscalco di Dunan, l’arciprete di Guascogna altra volta stato capo di compagnia, messer Broccardo di Finistagion Tedesco capitano di millequattrocento barbute, messer Amelio del Balzo, e il conte di Clugnì, tutti signori e gran baroni, e assai d’altri signori e cavalieri banderesi de’ quali uscì grande tesoro a riscatto. I soldati furono lasciati alla fede, e quelli che in sul campo furono morti o fediti lasciarono portar via. La valuta della preda fu tanta, che la compagnia se ne fè ricca: e per questa vittoria presono tanto d’audacia e d’ardire, che in grande tremore stette la corte di Roma, usa di essere pettinata dalle compagnie, che non corressono sopra Avignone, ma tanto dimorò la compagnia in Borgogna ch’ebbono i danari che si riscattarono i baroni e’ cavalieri. Lo re di Francia sentita questa novella sopra modo si turbò di cuore, e osò dire, che mai non ristarebbe, ed eziandio con porre la sua persona al pari d’un soldato, che dell’onta ricevuta si vendicherebbe. E per non avere più a tornare sopra la presente materia per infino che altra gran cosa non seguisse, il Pitetto Meschino e quelli di sua compagnia udite le minacce del re, per accrescere il dispetto e l’onta, mostrando d’avere il re e le sue parole a vile, del mese di giugno appresso se n’andarono vicini a Parigi, facendo gran preda e danni a’ paesani d’intorno alla città. Io non mi posso tenere, che io non dica qui per gl’intendenti ragionatori si misuri la gloria vana e fallace degli stati mondani; ma nella presente materia quelli massimamente che hanno avuto notizia della eccellenza del reale sangue di Francia, per cui al presente è tanto vilmente calcata: e certo il Pitetto Meschino è di sì oscuro luogo nato, che fuori del sapere che egli è Alvernazzo, non si sa chi fosse nè madre nè padre: e questo basti.
CAP. XCVI. Come fu fermo lega dalla Chiesa e i signori di Lombardia contro a messer Bernabò.
Veggendo gli altri signori della Lombardia la pertinacia di messer Bernabò intorno al racquisto di Bologna, e che per averla di sua fede e promessa mancava a santa Chiesa, nelle loro menti presono concetto, che se vincesse Bologna a loro non perdonerebbe, stimando che con cagioni controvate contro a loro volgesse la guerra con assai più vicino e possente braccio. Il perchè entrati in sospetto e paura, con loro segreti ambasciadori cercarono di far lega e tra loro insieme con la Chiesa di Roma; e nel trattato occorse che il signore di Verona diede la sorella per moglie al marchese di Ferrara; e fornito il parentado per modo che non potea tornare addietro, il signore di Verona come a stretto parente il fè con festa a sentire a messer Bernabò, il quale udito il fatto a maraviglia se ne turbò, dicendo: Io son fatto cognato di uno sterpone. Il marchese con tutto che di ciò avesse obria era d’animo nobile e valente uomo, magnanimo e di grande cuore, e compare di messer Bernabò, e molto l’avea servito contro alla Chiesa nella guerra di Bologna, dando libero il passo a sua gente d’arme, el a suo piacere vittuaglia e per acqua e per terra. Fermato il parentado intra i detti due signori, del seguente mese d’aprile lega e compagnia si fermò tra il legato di Spagna in nome di santa Chiesa e il signore della Scala, e il signore di Padova, e il marchese di Ferrara; e la taglia della gente della lega fu in nome di tremila cavalieri, de’ quali la Chiesa dovea pagare i millecinquecento cavalieri, e ciascuno degli altri cinquecento per uno: e oltre a ciò ne’ patti della lega promesse ciascuno a loro difesa, e della città di Bologna, e all’offesa di messer Bernabò, e d’ogni qualunque che contro alla lega facesse. E stando le cose in questi termini, messer Bernabò mandò al Finale navilio grande con molta vittuaglia per fornire le castella ch’avea sul Bolognese, e il marchese la fece volgere indietro. E appresso i detti signori di concordia per loro ambasciadori mandarono a dire a messer Bernabò, ch’a lui piacesse non volere fare più guerra alle terre di santa Chiesa, con ciò fosse cosa che d’allora innanzi con tutto loro sforzo si porrebbono alla difesa di questa lega: il superbo tiranno ebbe singolare e altero sdegno, e nelle sue rilevate parole molto gli avvilì, usando queste parole: Essi sono matti fantisini: e seguendo col fatto l’altero parlare, a catuno di loro per derisione mandò dono di vasellamento d’argento, de’ quali nello smalto di quelli da Verona era una scala appesa a un paio di forche, in quelli del signore di Padova erano colombi volanti, in quelli del signore di Ferrara una ferza, giusta la considerazione della sua vana e superbia fantasia; ma in picciolo tempo le cose seguirono in forma, che per opera vedere si potè che non avea a fare con fantisini, ma con valenti e savi signori, come seguendo nostro trattato racconteremo.
CAP. XCVII. Come fu morto il re Vermiglio di Granata.
E’ ne pare venire a scrivere cosa assai disusata e sconvenevole non che a re cristiano, ma a qualunque barbaro, ma quale è scriver la ci conviene. Sentendo il re Vermiglio di Granata come i Mori aveano sopra sè per loro re esaltato Maometto, cui egli avea altra volta del reame cacciato, conobbe che non potea resistere a Maometto avendo seco il re di Castella, e però mandò al re di Castella in Sibilia, e gli domandò sua sicurtà e fidanza, con dire di volere venire a sua ubbidienza. La sicurtà data gli fu libera e piena; ma chi il re volle scusare del gran tradimento disse, non seppe che per parte del re domandato fosse il salvocondotto, nè che per lui dato non gli fu. Costui, quanto che fosse Saracino, lasciato il reame a Maometto, con quattrocento tra di suo sangue, e amici e di suo seguito, con molta ricchezza, sotto la fidanza del salvocondotto, se ne venne a Sibilia là dove era Pietro di Castella re, e a dì 20 del mese d’aprile, gli anni Domini 1362, venne davanti al re, e gli si gittò a’ piedi con grande reverenza e umiltà. Il re con buono viso il vide e ricevette, e nella Giudecca, che è luogo di grandi abituri e d’intorno murato, lo mise, e quello luogo assegnò a lui e sua compagnia, e in quel giorno gli mandò e doni e presenti amichevolmente: dipoi venuta la notte lo detto re Pietro fece prendere lo re Vermiglio e sua compagnia, e rubare tutto loro tesoro, e arme, e cavalli e arnese, e loro tutti mettere in buone prigioni con buone catene: loro tesoro recò tutto a sè, che passò la stima di ottocento migliaia di fiorini d’oro. E il sabato appresso a dì 24 d’aprile, il re Pietro fece menare davanti da sè il detto re Vermiglio in Tavolata, che è un campo fuori della città di Sibilla forse una balestrata, in su un asino, e con lui appresso tre de’ suoi maggiori baroni, gli altri, ch’erano quarantuno, tutti grandi Saracini, tutti legati a una fune; lo re Pietro a cavallo con molti suoi baroni e cavalieri con lance in mano, e colle spade a lato, avendo i Saracini al campo legati, lo re in prima lanciò e fedì in prima lo re Vermiglio, e gli altri appresso gli altri, e in poco d’ora tutti furono tagliati a pezzi in sul campo, e le teste loro fece a Maometto presentare; tutti gli altri ch’erano con lui fè servi. Questo re Vermiglio fu colui che cacciò e volle uccidere il re Maometto, e fatto re un giovane fratello del detto re Maometto il fè morire. È fama che tutti quelli che morti furono in Tavolata erano stati al re Vermiglio aiutatori, consigliatori e favoreggiatori.
CAP. XCVIII. Come il re Maometto di Granata si fece uomo del re di Castella.
Avendo il re Maometto ricevuto il ricco e famoso presente della testa del re Vermiglio suo nemico, e de’ quarantaquattro suoi seguaci i quali aveano morto il fratello, riconoscendo come per operazione del re Piero di Spagna egli era ritornato nel suo reame di Granata, di presente mandò suoi ambasciadori con pieno mandato al re Piero, i quali li sommisono il reame di Granata, e da lui in vece e nome del re Maometto come da superiore lo riconobbono, e lo re Maometto ne feciono suo uomo, e omaggio glie ne fece, e in segno della sommissione del reame a loro usanza li mandò pennoni di tutte le sue buone città e terre; e oltre a questo li presentò ricchi doni, e con essi tutti i cristiani ch’erano in suo reame fu donato loro libertà per amore del detto re.
CAP. XCIX. Principio di guerra dai collegati a messer Bernabò.
Fermata la lega tra santa Chiesa e’ signori di Lombardia, come scritto è di sopra, anzi che altro movimento per i collegati si facesse, messer Bernabò mandò sue genti sopra il signore di Verona verso il Lago di Garda, il perchè i collegati in questo tempo del mese di maggio con duemila cinquecento cavalieri della lega, e con assai gente da piè, mossono da Modena per occupare il passo a messer Bernabò, sicchè non potesse mandare a fornire le castella che tenea sul Bolognese; e stando questa gente a campo, quella di messer Bernabò venne sul terreno di Modena, e puosesi dove già fu un castello che si chiamò Solaro, il quale era sopra il canale di Modena, e perchè era nelle valli in luogo infermo era abbandonato, e in su quello castellare fè porre una forte bastita, e quindi avea balía da potere ire alle castella del Bolognese. La cavalleria della lega si pinse innanzi verso Reggio, e puosonsi a un altro castello abbandonato similmente detto la Massa, che anche è sul passo, essendovi ancora gli antichi fossi pieni d’acqua gli afforzarono; onde Anichino di Bongardo, ch’era a Solaro con l’oste di messer Bernabò, avendo vittuaglia per fornire Castelfranco, e l’altre castella del Bolognese, la si ritenne per l’oste sua, non sperando poterne avere stando ferma la bastita della lega. Vedendo messer Bernabò che la lega era contro a lui ben fornita, e potente di gente e di danari, si pentè d’avere sconcia la pace colla Chiesa, e di presente mandò lettere a’ suoi amici e protettori in corte, e appresso ambasciata con cercare si fermasse la pace, levando via tutti gli articoli ed eccezioni che posti avea, e l’altre disoneste dimande, rimettendo Bologna nelle mani de’ Fiorentini, o di cui il papa volesse. Il papa era contento, non avendo ancora che fosse ferma la lega, ma in quello stante le lettere del legato vennero al papa, come la lega era ferma e possente a resistere al tiranno, e avute queste novelle, il papa e’ cardinali al tutto rinunziarono di fare la volontà di messer Bernabò, e seguirono loro processo, e feciono lui e chi gli desse aiuto o favore scomunicato, e nominatamente gli Ubaldini, i quali tennono con lui contro alla città di Bologna. Avendo messer Bernabò mandato a corte, anche scrisse al comune di Firenze scusandosi, che per lui non rimanea il seguire della pace, e che la guerra non venia da lui.
CAP. C. Come e quando morì Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme.
Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme, signore d’assai sconcia e dissoluta vita secondo che richiede la reale maestà, tocco da divina spirazione, quasi consapevole di sua morte vicina, lasciando l’usate vanitadi, punto dal giudicio di sua coscienza, per penitenza e ammenda de’ suoi misfatti e difetti si mise umilmente in pellegrinaggio, e andò a visitare i corpi de’ gloriosi apostoli, di messer san Bartolommeo il quale è a Benevento, quello di san Matteo lo quale giace a Salerno, e quello di sant’Andrea il quale sta ad Amalfi, secondo che nel paese certamente si tiene per antica e indubitata credenza: e di tale viaggio tornato a Napoli cadde in malattia, e come piacque a Dio, senza disporre altrimenti de’ suoi fatti, dicendo che niente avea di suo da testare, ma che tutto era della reina Giovanna, anzi il principio del dì a dì 26 di maggio, il giorno della santa Ascensione, rendè l’anima a Dio, e in quel dì fu sepolto con reali esequi a....... avendo tenuto il regno dieci anni forniti dal giorno di sua coronazione. Signore fu di poca gravezza e meno d’autorità, e in aspetto e fatto senza scienza alcuna, e in fatti d’arme poi fu re poco si travagliò. Poco amore portò al suo sangue; il fratello aggrandì più per paura che per carità, i cugini trattò male, e per forza li si fece rubelli. Fu di sue promesse mendace e di ciò come di virtù si vantava sovente. Coloro ch’erano più scellerati peccatori de’ suoi baroni appresso di lui erano del più segreto consiglio e di maggior potenza, e con loro non avea onorevole conversazione di vita. Mobile fu, timido e pauroso ne’ casi dell’avversa fortuna, perocchè appresso di sè non volea uomini virtudiosi nè d’autorità. Molto era cupido di fare moneta, e la giustizia mollemente mantenea, e poco si facea temere a’ suoi baroni. Con il suo balio messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco, e da cui a’ suoi bisogni avea aiuto e consiglio alle grandi cose, molte volte per punzellamenti e malvagi conforti de’ suddetti suoi baroni venne in sospetto, e quando la virtù di colui s’allungava dalla corte i fatti del re andavano male. Alla reina facea poco onore, e o per suo difetto, ch’assai n’avea, o per fallo della reina, molte volte come una vil femmina in grande vituperio della corona la battea, e di quello ch’era suo non le lasciava fare nè a sè nè ad altrui il debito onore. Delle magnifiche cose che a lui parea aver fatto a tempo di guerra e di pace tanto si lodava e vantava, che ogni uomo che l’udia tediando facea maravigliare; e di tali frasche fece comporre scritture d’alto dittato, compiacendosi nelle proprie lusinghe.
CAP. CI. Come i Fiorentini vollono difendere Pietrabuona, e non poterono.
Nel 1362 a dì 18 di maggio, i priori di Firenze raccolsono un parlamento d’oltre a seicento cittadini, nel quale spuosono i termini in che stava Pietrabuona, e come quelli che la teneano data l’aveano al comune di Firenze, e come i signori l’aveano presa a parole, pensando se si difendesse dalla forza de’ Pisani per quella riavere o Sovrana o Coriglia, terre da’ Pisani nel vero copertamente e maliziosamente tolte al comune di Firenze; non ostante che poco dinanzi per i detti signori fosse stato risposto agli ambasciadori pisani, che ’l comune non se ne travagliava, e più come ne’ prossimi giorni i Pisani aveano cavalcato sopra il terreno di Barga terra accomandata al comune di Firenze, e dandovi il guasto arando i seminati con più di cento paia di buoi, e tagliando loro gli alberi dimestichi, e le vigne e’ castagni, e come a undici soldati del comune di Firenze in sul distretto del comune di Firenze, i più conestabili, stando senza arme a vedere gittare i trabocchi in Pietrabuona, rabbiosamente ai più aveano tolta la vita e gli altri fatti prigioni; e recando alla mente le altre più gravi ingiurie per lo comune pazientemente passate con infignersi di non vederle, nonostante che poco dinanzi al detto parlamento per i signori di Firenze risposto fosse agli ambasciadori di Pisa, che de’ fatti di Pietrabuona il comune di Firenze non s’intendea di travagliare, si diliberò di concordia di tutto il detto consiglio che Pietrabuona e sua difesa si prendesse. In questi giorni avvedendosi i Pisani che i masnadieri di Pietrabuona erano caldeggiati dalla gente de’ Fiorentini, con molta più sollecitudine e studio procurarono di racquistarla, e combattendo con dodici trabocchi per dì e per notte tutta la macinavano. Dopo il partito preso della difesa, secondo il giudicio di molti intendenti, la difesa era presta dove il comune avesse fatto afforzare il poggio della Remita, che soprastava i battifolli de’ Pisani, ed era del distretto del comune di Firenze, ma nel tardare preso fu e guardato per i Pisani; e i Fiorentini in sul loro terreno dirimpetto a Pietrabuona, la Pescia in mezzo, puosono un battifolle che dava l’entrata e l’uscita libera agli assediati, il perchè molto se ne renderono sicuri quelli d’entro, ma dalli dificii i quali continovo il dì e la notte gettavano non poteano essere atati, e all’uscita di maggio vi cominciarono a gittare fuoco temperato, che eziandio offendeva alle pietre, e tanto spesso l’una pietra su l’altra venia disfacendo il castello, e offendeano alle persone, che ai pochi difenditori che stare vi poteano toglieva il vigore alla difesa. Oltre a queste continove battaglie i Pisani levarono un castello di legname sotto la guardia di loro battifolli, un’arcata vicino alla torre della rocca, contro al quale i Fiorentini feciono dirizzare un trabocco che l’avrebbe spezzato, se ’l maestro che ’l conducea fosse ito con fede a’ Fiorentini, ma era Aretino, e d’animo ghibellino, e però non adoperò quello ch’avrebbe potuto; i maestri dal lato pisano avendo alli quattro dificii giuntone uno più grosso, quello de’ Fiorentini sconciarono. In questi dì messer Bonifazio Lupo da Parma, chiamato da’ Fiorentini per tenere luogo di capitano, giunse a Firenze, e di presente andò a vedere il sito di Pietrabuona, e il modo e forma di suo assedio, e veduto ed esaminato tutto, scrisse a’ signori di Firenze che impossibile gli parea la difesa, e ciò fu a dì 4 di giugno; e a dì 5 del mese, il dì della Pentecoste, i Pisani, ch’erano presso al trarre delle balestra, con loro battifolli, con tutta loro forza di gente d’arme, e d’assai buoni balestrieri, movendo loro castello il condussono fino alla rocca. Quivi secondo il suo essere fu l’aspra battaglia a petto a petto, e non di manco li dificii de’ Pisani traevano sì temperati che loro genti non offendeano, e quelli del castello non lasciavano scoprire alla difesa; vollono gittare il ponte del castello del legname in su la torre di là, ch’era più bassa che il castello, e il ponte fu corto, e la difesa grande per l’operazione de’ buoni balestrieri d’entro, e durata questa pugna per spazio di parecchie ore, i Pisani si ritrassono addietro col castello del legname; quelli di Pietrabuona affannatisi ritrassono a rinfrescare, e non pensando per quello rimanente del giorno avere più battaglia, non di meno al soccorso loro erano tratti i cavalieri e’ masnadieri, quelli che stare vi poteano coperti da’ trabocchi. I Pisani in questo riposamento rallungarono il ponte al castello, e con più asprezza ritornarono alla battaglia, e condotto il castello lungo la rocca, gettarono il ponte in su la torre, ma per questo non si curavano quelli d’entro, che ben poteano tre a tre combattere; ma quale che si fosse la cagione quelli d’entro invilirono, e quelli ch’erano venuti al soccorso incominciarono a abbandonare il castello, e quelli ch’erano di que’ d’entro i caporali pensarono a volere salvare danari e altre cose sottili ch’aveano nella rocca, e però affocarono la torre e abbandonarono la difesa, onde i Pisani francamente presono la terra, e cui giugnere vi poterono misono al taglio delle spade, intra i quali fu Nieri da Montegarulli antico e pregiato masnadiere, il quale essendo arrenduto alla fede vi fu morto, e altri presi e feriti: coloro che l’altro dì v’andarono pe’ morti, e per ricogliere i prigioni, sopra i corpi de’ morti prendendoli furono morti, e simile i ricomperatori. La gente de’ Fiorentini abbandonato il battifolle e arso con non poca vergogna si tornarono a Pescia. Di questa vittoria la gloria e la burbanza de’ Pisani troppo fu sopra modo, e la befferia smisurata, e la festa tanto grande, che dove avessono acquistato una provincia non l’avrebbono potuta fare maggiore, dispettando e avvilendo i Fiorentini, e per loro lettere, e oltre a ciò aprendo quelle de’ mercatanti fiorentini di loro mano v’aggiugneano villane e ontose parole del nostro comune. I loro anziani e governatori posto il senno dall’uno lato osarono dire, che se i Fiorentini avessono cuore a muovere guerra, che i loro soldati ne legherebbe tre uno di loro, e se v’andassono i cittadini, li vincerebbono e legherebbono le femmine loro, e molte altre altere e brutte parole con la testa levata usarono contro il comune di Firenze per muoverli a cruccio e impresa di guerra, ignoranti delle rivoluzioni della fortuna, la quale per guerra assai loro apparecchiò di male.
CAP. CII. Come quelli della valle di Caprese furono traditi dagli Aretini.
Del mese di maggio, quelli della valle di Caprese con l’aiuto di loro vicini e amici tanto seppeno adoperare, che presono la Rocca cinghiata la quale era de’ Tarlati, e teneano questa e la rocca del Caprese, e con gli Aretini s’erano accordati di torre da loro potestà, e di dare loro ogn’anno certo censo riconoscendoli per maggiori, e doveano i nemici degli Aretini avere per nemici, e gli amici per amici, e li Aretini li doveano in loro stato conservare e difendere. Stando così gli Aretini infintamente feciono l’oste bandire sopra un castello di quelli da Pietramala, e richiesono quelli della valle di Caprese d’aiuto, i quali liberamente di buona voglia elessono di loro fanti dugento più eletti e pregiati, e uscito il podestà d’Arezzo coll’oste quelli della valle Caprese s’aggiunsono con lui, ed egli vedendosi costoro tra le mani ne presono centoventi, gli altri fuggendo camparono. Presi gli amici gli amici per questa via, e mandati ad Arezzo, la gente degli Aretini col podestà entrò nella valle di Caprese, e menarono a tondo guastando e consumando ciò ch’era in quella; rifuggiti i paesani alla rocca, la quale era da guatarla e lasciarla stare. Gli Aretini avendo i prigioni domandavano la rocca; i Caprigiani con franchi animi si dispuosono di volere innanzi morire, e di vedere i loro prigioni morire, che volessono le rocche dare agli Aretini, e di presente mandarono sindaco con pieno mandato per darsi al comune di Firenze, il quale stette sopra quindici dì in Firenze per ciò fare: gli Aretini con loro ambasciadori storpiarono che il comune non fece l’impresa, dicendo che le rocche erano in punto che contra loro non si poteano tenere, e che il loro comune era amico e fedele del comune di Firenze, e che avendo essi le rocche l’aveano i Fiorentini, e in breve tanto seppono dire e operare con gli amici loro, che ’l comune non li tolse, il perchè di poi si dierono a’ Perugini, e da loro si trovarono ingannati, come appresso a suo tempo diviseremo.
CAP. CIII. Della mortalità dell’anguinaia.
In questi tempi, del mese di giugno e luglio, l’usata pestilenza dell’anguinaia con danno grandissimo percosse la città di Bologna, e tutto il Casentino occupò, salvo che certe ville alle quali perdonò, procedendo quasi in similitudine di grandine, la quale e questo e quel campo pericola, e quello del mezzo quasi perdonando trapassa; e se similitudine di suo effetto dare si può, se ciò procede dal cielo per mezzo dell’aria corrotta, simile pare alle nuvole rade e spesse, per le quali passa il raggio del sole, e dove fa splendore e dove no. Or come che il fatto si vada, nel Casentino infino a Dicomano nelle terre del conte Ruberto fè grande dannaggio d’ogni maniera di gente: toccò Modona e Verona assai, e la città di Pisa e di Lucca, e in certe parti del contado di Firenze vicine all’Alpi, e nell’Alpi degli Ubaldini: a’ Pisani tolse molti cittadini, ma più soldati. Nell’Isola di Rodi in questi tempi ha fatti danni incredibili: e nel 1362 del mese di luglio e d’agosto assalì l’oste de’ collegati di Lombardia sopra la città di Brescia per modo convenne se ne partisse, e nella città fece danno assai. Nella città di Napoli e in molte terre dei Regno, ove assai, e dove poco facea, ove niente. Nelle case vicine a Figghine cominciò d’ottobre in una ruga, e l’altre vie non toccò. In Firenze ove in una casa ove in un’altra di rado e poco per infino a calen di dicembre.