LIBRO NONO
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CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.
Volendo seguire il costume dello scrivere per noi cominciato, dovemo alcuno prologo fare al nono libro di nostra opera; e perchè di cose occorse in questi tempi niente degno di notabile fama ci si apparecchia d’onde torre principio atto a proemio, ci trarremo alquanto addietro a materia che assai maravigliosa ci pare: e per meglio dare a intendere quello che ci va per la mente, mescoleremo delle strane vecchie con le nuove. Trovasi nell’antiche ricordanze, e massimamente nelle romane, che per cupidigia di temporale signoria, sott’ombra d’acquisto d’onore mondano e di fama, i re, li principi, li tiranni, e, che meno pare credibile, i popoli liberi, sotto il governo de’ consoli, senatori, e tribuni, e altri rettori al tempo delli falsi iddei e mendaci, senza niuna giusta cagione, con grandi apparecchiamenti di legioni armate assalivano li reami, le provincie, e le cittadi che si voleano posare e vivere in libertà sotto loro leggi e costumi, prendendo e distruggendo con ferro e con fuoco chi loro s’opponea, e per forza recavano tutti in servaggio. Ancora si trova che molte salvatiche e barbare nazioni, o per essere di soperchio ne’ luoghi di loro origine multiplicati, o per fuggire i loro luoghi poveri e bretti paesi, o per essere di quelli violentemente cacciati (come occorse al buono Enea Troiano, e a molti altri nobili e potenti signori) con loro donne e famiglie passarono in paesi forestieri, per acquistare sito dove si potessono alloggiare; e per ciò potere conseguire, cose grandi e pericolose in fatti d’arme, alte e rilevate feciono, come ne manifestano l’antiche scritture, e massimamente quelle de’ Gotti e de’ Longobardi. Queste cose inique e scellerate, tuttochè n’avessono alquante scusa di presa di necessità, la quale a niuna legge pare sottoposta, hanno alquanto di colorata giustizia; nondimeno da’ savi gentili assai è biasimata e ripresa: e certo a noi cristiani pare, che la giustizia di Dio debitamente per l’abominevole peccato della idolatria..... Ma chi difenderà il tempo della grazia? cioè il tempo cristiano; sozzamente maculato dalle orribili persecuzioni da’ micidii di.... predatori, e distruggitori, che già anni quarantasei, o in quel torno, sotto piacevoli nomi di compagnie in diverse parti della cristianità, sotto loro capitani e conducitori raunati, hanno tribolato e afflitto, ed usurpato e guasto i reami, le provincie, città e ville, rubando, ardendo, e uccidendo senza niuna misericordia ogni maniera di gente. Chi crederà che tanti signori nobili e gentili uomini, tanta buona gente d’arme si sia accozzata co’ ribaldi, e ladroni, e vile gente, pronta e disposta allo spargimento del sangue umano, e a fare ogni male che pensare si possa per scellerata persona? Certo egli è cosa inenarrabile, e incredibile a pensare, che questa malvagia gente rinnovandosi di tempo in tempo sotto nuovo governo, e sotto diversi e varii titoli di compagnie, senza trovare contrasto o resistenza abbia corsi i paesi cristiani, e fatto ricomperare i signori e’ comuni, avendo ognuno per di grato a nemico, sostenendo e per fame e per freddo e per altre cagioni tormenti, martirii e affanni da loro fede a chi ne facesse memoria di questa pistolenza. Alquanti savi uomini vogliono dire, che il movimento del cielo, e la congiunzione di certe pianete ne sieno state cagione. Altri, a cui noi assentiamo come a più veritieri, affermano ciò avvenire per giusto giudicio di Dio, il quale dice: Io farò la vendetta de’ nemici miei co’ nemici miei; e l’empio regnerà per li peccati de’ popoli. Le cagioni dell’ira di Dio, come pubbliche e manifeste le tacemo, e se pure ne volessimo dire, basti sotto il fascio di poche parole di dire cotanto, che secondo il pensiere di molti discreti mai non fu il mondo peggiore, ne più contaminato d’ogni vizio, e maggiormente di quelli che più sono odiosi e dispiacevoli a Dio. Potrebbesi dire il mondo crudele, senza niuna carità o amore; e chi volesse questo testo chiosare, a suo modo e piacere lo si chiosi, che dire non potrà tanto male che assai peggio non sia.
CAP. II. Come la compagnia si partì da Sogliano e ricevettene danno.
Tornando a’ processi della compagnia e a’ suoi andamenti, avendo vinto per battaglia il castello di Sogliano, e alquante altre castellette della montagna, come addietro dicemmo, essendosi in quello alloggiati, per vernare o per sentore di nuova civanza, o perchè loro paresse stare oziosi non facendo qualche male, o per rigoglio, com’erano usati, tutta la roba che per lo paese poterono raccogliere raunarono, e arsono l’altre castella delle quali dubitavano che non offendessono Sogliano; e volendo mostrare una singulare confidanza de’ terrazzani di Sogliano, loro raccomandarono tutta la detta roba, e più di cento di loro compagni ch’erano malati, e de’ buoni e valenti che fossono nella brigata, facendo buone e larghe promesse a quelli di Sogliano, come se fare volessono quello luogo loro camera o ridotto, e fare certo chi dentro vi fosse; e ciò fatto presono viaggio, e si passarono sopra Rimini assai presso alla terra, e’ paesani d’intorno, ch’erano dalla compagnia stati rubati, e arsi e distrutti, e i loro congiunti e amici o morti o guasti delle persone, e però, come sentirono che la compagnia s’era allungata, prestamente e per forza si ritornarono in Sogliano tutti, e quanti vi trovarono di quelli della compagnia, sì de’ malati come di quelli che li servivano, senza niuna misericordia gli tagliarono e uccisono, e ciò che trovarono nel castello rubarono e portarono via, lasciando in abbandono le mura; e questo occorse del mese di gennaio del detto anno. La compagnia essendo stata alquanti giorni sopra Forlì in molti disagi, sì per le nevi ch’erano grandi, e sì perchè trovarono nel paese poca roba a tanta brigata, si partirono di quindi, e appressaronsi a Forlì, e in Forlì dal popolo per comandamento del capitano ebbono ricetto, e rinfrescamento di pane e di quello, che dentro v’era riposto. Questo facea il capitano, perchè ogni altra speranza di difesa dal legato, fuori che di questa compagnia, del tutto gli era mancata; di che più curando di suo stato, che sè o ch’e’ suoi sottoposti e servidori, con loro mescolò molte fiate la scellerata compagnia, con danno e con vergogna e disagio grande de’ suoi cittadini.
CAP. III. Come il comune di Firenze diede balía a’ cittadini contro alla compagnia.
Vedendo il comune di Firenze che la mala brigata della compagnia sempre crescea, e che il verno passava, e appressavasi il principio della primavera, sicchè il tempo s’adattava alla guerra; e sentendo che il conte di Lando, come persona offesa, forte si dolea del nostro comune, e che esso e la compagnia per assentimento comune forte ne minacciavano, e che mai campo non si mutava che tutti non gridassono a Firenze, a Firenze; e volendosi provvedere sicchè al tempo si trovasse sufficiente e in punto di potere rispondere alla potenza e al mal volere della detta compagnia, ed essendo perciò necessario di trovar modo come abbondanza di pecunia venisse in comune senza gravezza e offesa de’ cittadini, a dì 12 di gennaio gli anni 1358, provvidono per gli opportuni consigli che si facesse il quarto monte, ciò fu una prestanza generale di fiorini settantamila d’oro alle borse possenti, e chi prestasse per sè o per altrui, fosse scritto nel detto monte a creditore del comune nell’uno tre, e avesse di provvisione il danaio per lira il mese, che venia a ragione di cinque per cento degli scritti, e de’ prestati a ragione di quindici per centinaio, con le immunitadi e privilegi degli altri monti; e perchè la cosa avesse esecuzione prestamente, feciono sedici uficiali, quattro per quartiere, con larga e piena balía a potere accattare quanta moneta paresse loro; i quali uficiali senza perdere tempo di subito composono settantamila fiorini d’oro, e poco appresso ne posono cinquantamila fiorini d’oro, i quali tutti si ricolsono in piccolo tempo e interamente, e i risidui per tutto il mese di dicembre 1359, con tanta pace e buono volere, che a niuna persona non fu nè guastagli casa, nè eziandio mandatoli messo, l’uno per l’altro pagava prendendo vantaggio, e il comune rispondea del dono e interesso fedelmente a’ tempi ordinati.
CAP. IV. Come procedette la compagnia in Romagna.
Poichè preso ebbe la compagnia per alquanti giorni rinfrescamento in Forlì, per non consumare il gentile uomo, che era a stretti bisogni, e loro dava ricetto, non ostante il tempo fosse per le nevi e freddure a gente d’arme malagevole, si partì, e misesi sulla marina sopra Pesero e Fano, stendendosi fino alle coste di Montefeltro; e loro convenia così fare, perchè la gente era molta, e per lo disagio delle nevi non poteano stare insieme, e sufficiente vittuaglia per loro e per la brigata loro non poteano avere, e per lo piccolo luogo non poteano trovare bene loro agio ancora da quelli di Montefeltro pagando derrata per danaio, e il freddo pugnente e nevi sopra nevi loro facea portare grande penitenza de’ loro misfatti. Molti uomini d’arme, mai più de’ saccardi, per lo brusco tempo, e per lo disagio e mala vita, non provveduti si morirono; e grande parte de’ loro cavalli si guastarono per difetto di strame, e per lo mangiare del grano, ch’altra biada non aveano che dare loro; e perchè a loro li convenia tenere al sereno, e al ghiaccio e alla neve senza coverta; ben s’atavano quanto poteano con gran fuochi d’ogni legname, sicchè si poteano dire mezzi sconfitti dal tempo. Questo loro pessimo stato li fece fallire, che non ostante che da Montefeltro fossono di vittuaglia per li loro danari sovvenuti, per inganno entrarono in Montedifabri, ove alquanto di roba trovarono che un poco rendè li spiriti loro, ma non potendo più nel luogo durare, si traslatarono intra Iesi e Sinigaglia, e in quel luogo ebbono trattato d’acconciarsi al soldo col duca d’Osteric, che, come addietro dicemmo, era stato titolato dall’imperadore re de’ Lombardi, ma non ebbe luogo, perchè domandavano soldo impossibile alla borsa del duca. Ma per dare a intendere se fu la verità se ’l verno fu freddissimo e aspro, in Bologna tanto alzò la neve, che comunemente giunse all’altezza di braccia dieci, onde per ricordanza in piazza si fece una grande volta sotto la neve, nella quale si fece convito e festa per certi giovani ricchi, per ricordanza della grande neve. Passando di luogo in luogo la detta compagnia con angoscia e con fatica, in su l’uscita di febbraio, tirando verso Fabriano, s’arrestò alla Roccacontratta, facendo secondo il loro uso, ma non trovando quivi vittuaglia che a loro fosse bastevole, eziandio per piccolo tempo, presono il passo della terra a Santagnolo, il quale avvisatamente fu loro conceduto, perchè avessono cagione di più tosto uscire del paese. E stando la compagnia in queste travaglie, il cardinale di Spagna legato del papa senza assento del nostro comune, continovo con la detta compagnia cercava convegna, e ’l nostro comune si provvedea e ordinava alla difesa, poco curando minacce, e con balestrieri e fanti intendeano alla guardia de’ passi, guardando i valichi e i luoghi che di Romagna poteano dar loro via a venire sul nostro terreno.
CAP. V. Di novità state tra’ signori di Cortona.
La signoria di Cortona, la quale lungo tempo è durata nella famiglia di quelli da Casale, per successione era venuta in due fratelli carnali, de’ quali l’uno avea nome Bartolommeo, e per senno e per età era il maggiore, in lui cantava il titolo della signoria, tutto che le rendite rispondessono egualmente a lui e al fratello che avea nome Iacopo, il quale avea per moglie la figliuola di messer Francesco Castracani di Lucca; la quale essendo di questa vita passata, Iacopo, come uomo di vita dileggiata e disonesta, si tolse per moglie una femmina mondana, la quale s’avea tenuta due anni innanzi la morte della donna sua fuori de’ loro casamenti, e ciò fatto procedette più oltre, e volea la femmina vituperosamente ne’ palagi abitare con la donna di Bartolommeo, ch’era di gentile legnaggio, e d’animo grande e di vita onesta e signorile, la quale in niuno modo il volle patire; onde intra’ fratelli nacque riotta, e della riotta col favore e consiglio de’ loro amici fu concordia, nella quale di comune assento dierono in guardia la rocca a uno che tutto era famiglio di Iacopo, e a Bartolommeo era confidente amico, con patto che per loro la dovesse tenere comunemente, e guardarla, e non darla all’uno senza l’altro. Segue, che a dì 8 di febbraio 1358, che vedendosi Iacopo per difetto di gotte impotente della persona, e per tanto dal fratello trattato non bene, e poco avutolo a capitale, tolse il figliuolo piccolo di Bartolommeo, e lui menò alla rocca con due suoi figliuoli e trenta cittadini di suo intendimento colla signoria. Giunto alla porta, con ingannevoli e composte industrie condusse il castellano a farlo aprire, ed entrò dentro colla brigata, e pinse fuori il castellano, e come fece follemente l’impresa, così con poca provvedenza male la condusse, non avendo di fuori ordinato donde li venisse il soccorso. Sentendo il signore quello che ’l fratello avea fatto, come savio e coraggioso, col favore de’ suoi cittadini subito fece prendere il torrione che dava entrata alla rocca, e di fuori a campo si mise, fortificando di fossi e palancati il luogo che non poteano essere forzati; onde Iacopo, che s’era rinchiuso in prigione, mancandoli per la mala provvedenza la roba da vivere, all’uscita di febbraio cercò patti col fratello, il quale glie le fece volentieri, per levarsi da dosso i sospetti di fuori e dai pericoli che in simili casi possono occorrere; li patti furono, ch’e’ potesse abitare ne’ palagi che allora erano comuni, e avere certe provvisioni, e che i suoi seguaci e compagni fossono salvi delle persone, e in grazia di Bartolommeo; e in effetto gli fu ogni cosa promesso, ed egli rendè la rocca, e fu messo ne’ palagi, ma bene guardato, e tutta sua famiglia li fu levata; ma poi appresso a due dì, quelli che con lui erano entrati nel cassero furono morti dal figliuolo del signore, onde gli altri per lo migliore si cessarono; sicchè Bartolommeo si rimase libero del tutto signore. Iacopo vedendosi mal trattare, furtivamente si partì e andossene a Siena, dove non avendo dal fratello alcuna provvisione, traeva sua vita assai miseramente.
CAP. VI. Dello inganno fatto per lo legato al comune di Firenze della compagnia.
Noi avemo per molte riprese fatta memoria nelle nostre scritture de’ notabili vizii de’ nostri cittadini, i quali vizii da avarizia per cupidigia di loro private ricchezze, e l’utile e l’onore del comune niente hanno in calere, non sotto speranza che per loro riconoscenza ammenda ne segua, tanto è l’usanza corrotta trascorsa e cresciuta per la baldanza de’ passati cittadini, che sempre straboccatamente è cresciuta per non essere de’ suoi falli corretta, ma perchè li diritti e fedeli cittadini che si ritrovano agli ufici li tengano a freno, se non colle parole almeno colle fave, non seguendo loro dissoluti consigli, vogliosi e non liberi, e alla repubblica dannosi. E certo la materia di che dovemo al presente fare nota è evidente, e buono esempio sopra quelli che verranno poi, se fia con buono zelo fedelmente ricolta. Il legato di Spagna, benchè di grande animo fosse, e uomo baldanzoso e di grandi imprese, era savio e discreto, come nel precedente libro dicemmo; ed essendo venuto a Firenze, coll’industria e consiglio de’ nostri cittadini ch’erano a sua provvisione, più volte tentò con sagaci e be’ modi, che ’l nostro comune prendesse accordo con la compagnia, non tanto per affezione ch’avesse all’onore e bene del nostro comune, quanto per levarsi da dosso la forza loro co’ danari del nostro comune. E cerco e ricerco, trovato il nostro comune fermo e costante in volere piuttosto spendere in sua difesa ogni gran quantità di danari, che ricomperarsi qualunque piccola cosa dalla compagnia, per levare via il preso costume di sì fatta gente, che le città libere di Toscana e i possenti tiranni aveano recati sotto palese tributo, vituperio e vergogna de’ signori naturali, e della antica fama degl’Italiani, e massimamente del nome romano; seguendo il consiglio di cui avemo ragionato, all’uscita del mese di febbraio del detto anno, e per sè e per lo nostro comune, come avemmo mandato, fermò concordia colla compagnia, la quale in effetto fu in questa forma: che a loro darebbe fiorini quarantacinquemila d’oro per la Chiesa di Roma, il comune di Firenze fiorini ottantamila, ed eglino infra quattro anni seguenti non dovessono offendere la Chiesa nè sue terre, nè ’l detto comune di Firenze, nè suo distretto e contado; e soggiunse nel patto, che se infra cinque dì il comune di Firenze, ricevuta la lettera da lui, non accettasse liberamente la detta concordia, che ’l detto legato fosse tenuto loro dare fiorini diecimila. E questo mercato procedette da sagace consiglio; perchè li fu dato a intendere, che per la tema che ’l comune avea della compagnia, veggendosi dell’impresa abbandonare dal legato, e avendo poco rispetto e a consigliare e a provvedere per lo favore de’ grandi cittadini, che per diversi rispetti, come detto avemo, accostavano il legato, che farebbono sua intenzione, aggiugnendo, che il nostro comune per reverenza di santa Chiesa, e di lui, di cosa fatta non gli farebbe vergogna, ma tutto avvenne altrimenti. Il legato per due fatti propri significò la detta concordia; la quale intesa in molti consigli de’ cittadini, quanto che fosse per alquanti confortata e lodata, in generale comunemente dispiacque, e fu in singolare abominazione, e coralmente, per quelli ch’amavano lo stato e l’onore del comune, perchè parea che ’l legato volesse guidare il nostro comune e prendere sua tutela, e più sottilmente pensando, ombra di tacita signoria; onde il popolo apertamente parlava in vergogna del legato, e di comune volere si prese, che la detta convegna non si accettasse; e risposto fu al legato, che questa, nè altra concordia con la compagnia il nostro comune non volea, mostrando l’animo grande in poco prezzare il nimico: e per non mostrare cruccio nè sdegno, e per rimuovere il legato dal proprio nemico (non buono e male consiglio) di presente crearono solenne ambasciata, e la mandarono al legato, e condussonlo a tanto, ch’e’ promise di non fare accordo, e di nimicare a suo podere la compagnia, avendo il braccio del nostro comune. Ciò nonostante operava o per malizia o per senno; e a dì 21 del mese di marzo si convenne con la compagnia per fiorini cinquantamila, i quali promise di pagare anzi che si partissono delle terre della Chiesa. E aspettando la compagnia prima la concordia, e appresso la detta prebenda, quasi come se avesse a fare la sua vendemmia, sì s’allargava per lo paese studiosamente predando e facendo ogni male, e per quattro riprese combatterono un castello in su quello di Fermo, e non lo poterono avere; il perchè il legato s’affrettò di pagare. La compagnia vedendosi fuori del verno, e rincalzata de’ danari ricevuti dal cardinale, e nella speranza d’avere da’ comuni di Toscana, stava baldanzosa, e a giornate fortemente cresceva sì di gente a cavallo e di gente tedesca che cassare si faceva, e sì di gente a piè, che per rubare di volontà si mettea in brigata; e come per gli effetti di questa compagnia si vide, gente di sì fatta ragione poco si cura di fare vendetta di sua brigata, e molto meno di purgare sua vergogna pure ch’abbi danari, e chi è morto s’abbi il danno, e poi è la sua morte vendetta; il perchè seguendo loro costume, credendo con le grida spaventare il comune di Firenze e farlo ricomperare, a ogni piè sospinto con istrida e romore minacciavano il nostro comune.
CAP. VII. Il male seguì per l’accordo fatto dal legato con la compagnia.
Sentendo il comune di Firenze per la relazione de’ suoi ambasciadori che il legato avea fermo per sè l’accordo con la compagnia, e abbandonato nell’impresa grande e pericolosa il nostro comune, forte si dolse, recandosi dinanzi dagli occhi gli onori fatti a’ prelati ch’erano passati di qua, e massimamente a costui, e i danari ch’avea speso per difendere la Chiesa di Roma in aggrandire suo stato in Italia, nel cui servigio avea per più anni quasi del continovo tenuti da quattrocento in cinquecento cavalieri, e da settecento in ottocento balestrieri, senza il grande aiuto de’ suoi singulari cittadini, e distrettuali, e contadini, i quali in meno di sei settimane di perdono, come s’elli combattessono con gl’infedeli, e in commessa del papa avea tratti altrui di borsa fiorini centomila. E quanto che questi servigi perduti conturbassono assai il nostro comune, quello che non si potea smaltire era, che ’l comune avea offerta tutta sua possa al legato a disfare la compagnia e cacciarla de’ terreni della Chiesa, ed egli l’avea accettata, e battendo la compagnia sotto questa profferta, avea fatto mercato, e venduto loro la parte del nostro comune. Aggiugnesi a questa novella non buona, ch’e’ Pisani, e’ Sanesi e’ Perugini per loro segreti ambasciadori cercavano accordo con la compagnia, e per ciò sturbare tenea il comune suoi cittadini a confortare i detti comuni all’unità e alla difesa, mostrando che la resistenza era la salute de’ comuni di Toscana che voleano vivere in libertà e in pace; perocchè levata la speranza del riscatto, quella gente perversa, che solo per ingordigia di ciò si ragunava a mal fare, non sarebbono sì pronti a farsi cassare per fare compagnia; le risposte erano fratellevoli e buone, e gli effetti in occulto del tutto contrari, come si manifestò per lo fine.
CAP. VIII. Di molte fosse feciono i signori di Lombardia per difesa de’ loro terreni.
Veggendo i signori di Milano li scorrimenti delle compagnie, e che ’l paese d’Italia spesso affannato di guerre era, e non era per quotare, per più sicurtà e fortezza de’ paesi che teneano sotto loro signoria, con studio e diligenza feciono fare fossi ampi e profondi, uno in sul Bresciano, il quale si stendea infino al lago di Garda, e un altro nel Cremonese, e uno ne ferono fare in altro paese, i quali, tutto che l’opera fosse grande e maravigliosa, per lo terreno dolce furono in breve tempo forniti. E quanto che dalle cagioni di sopra fossono indotti, più gl’indusse il sospetto che aveano preso del duca d’Osteric novellamente titolato re de’ Lombardi, dubitando che se scendesse con la forza degli Alamanni, trovando i piani liberi e spediti e senza riparo, loro offesa non fosse più presta e maggiore; e di ciò loro aveano fatta l’esperienza la compagnia, che più volte per quelli luoghi aperti gli aveano assaliti improvviso, e assai danneggiati. E il simile fece il signore di Bologna in questi giorni, facendo fare una spaziosa e profonda fossa per simigliante temenza. E i Sanesi feciono fare una via e un ponte sopra le Chiane per avere libero il cammino d’andare a loro posta a Cortona. E...... per li signori di Milano, essendo contrario al signore di Bologna, per avere al bisogno il passo e ’l foraggio di Lombardia, feciono fare via alzata in sulle valli con fossi d’ogni parte, del cui cavo era levata la via; e dove furono trovate le valli profonde vi si fè ponticelli, la quale stese per lungo cammino tanto che la congiunse col Po, la qual via per lo sito del luogo non potea essere impedita.
CAP. IX. Come il re d’Inghilterra dissimulando la pace cercava la guerra co’ Franceschi.
Poichè detto avemo, secondo che ’l corso del tempo richiede, delle fortune e travaglie de’ nostri paesi, diremo alquanto delle straniere; e cominciando a quelle di Francia, all’entrata di febbraio 1358, il re d’Inghilterra, quasi come tocco di cuore si mosse, e andò dov’era il re di Francia, e a lui disse onestissimamente s’egli attendea la pace; il re di Francia onestissimamente rispose di sì, e che la desiderava. Il re d’Inghilterra procedendo più oltre disse al re di Francia, ch’egli era in sua potestà, quando facesse quelle cose che dovea fare. Il re rispose, ch’era pronto e disposto, ma il che non sapea. Allora il re d’Inghilterra per convegna di buona pace chiese in sua domanda la contea di Bologna sul mare; e che il re pacificamente li lasciasse possedere la Guascogna, e certa parte della contea d’Anghiem, e la Normandia, senza farne omaggio niuno; e che il conte di Monforte delle terre che tiene in Brettagna ne facesse omaggio al re d’Inghilterra, e togliesse la figliuola per moglie; e di quello che tiene nel detto paese messer Carlo di Brois duca di Brettagna ne facesse omaggio al re Giovanni di Francia, com’era usato, e che per ammenda desse fra certi termini cinquecento migliaia di marchi di sterlini, che montavano due milioni e mezzo di fiorini. Il re di Francia, ch’era prigione, consentiva a ogni cosa per sua diliberanza, ma troppo era di lungi il potere dal volere, e ciò bene conosceva il re d’Inghilterra, ma con usata astuzia inghilese, essendo certo nell’animo suo che quello ch’e’ domandava fare non si potea, per potere calunniare il re di Francia di rottura di pace e di fede, e per potere la sua non diritta intenzione antipensata adempiere, dovendo secondo i ragionamenti avuti tra loro passare in Francia, sotto colore di più presta e spedita esecuzione della pace, fece fare gride per tutte sue terre, che sotto la pena del cuore niuno Inghilese con arme passasse nel reame di Francia, promettendo di fare tornare tutta sua gente d’arme che fosse nel reame di Francia. E per mostrare della detta pace singulare allegrezza, i figliuoli del re feciono bandire in Londra una giostra, dove molti signori e gentili uomini dell’isola a loro richiesta s’appresentarono, con molta allegrezza e festa di tutto il reame, seguendo per questa cagione il contrario nel reame di Francia, come più innanzi del nostro trattato faremo menzione.
CAP. X. Come il re di Navarra tribolava Francia.
Gli effetti della infinta e non vera pace tra i sopraddetti due re si cominciarono a scoprire del mese di marzo seguente, perocchè il re di Navarra, ch’era creatura del re d’Inghilterra, colla forza degl’Inghilesi entrò una notte di furto in Alsurro, e non potendo vincere la rocca, ch’era forte e bene guarnita alla difesa, fè la terra rubare, e mettere al taglio delle spade grandissimo numero di cittadini e paesani che quivi erano ridotti, e secondo che troviamo per vero, oltre a seimila vi furono morti. Fu riputata crudelissima cosa e disusata, perocchè simile cosa più occorsa non era nella lunga triegua e pertinacia della detta guerra. Partito il detto re di Navarra con sua gente d’Alsurro, se n’andarono al Tu, e stesonsi infino in Torì, e ivi combatterono e presono uno forte castello ove trovarono molta roba; e predato le cose sottili, fornirono il castello, e lasciaronvi sofficiente difesa, cercando dove potessono fare danno. E oltre a queste inique operazioni del re d’Inghilterra, e’ si copria sotto lo scudo del re di Navarra, la cui forza tutta era d’Inghilesi: e pertanto si potea dire pessima cosa, che era radice di tradimento, perocchè i paesani allegrandosi per lo grido della pace novella non attendeano alla guardia come erano usati, e pertanto ricevettono danno in molti luoghi grandissimo; onde essendo improvvisi fidati, così malmenati, e senza capo o consiglio, si diruppono quasi tutti a mal fare; verificando l’antico proverbio che dice, tra pace e tregua guai a chi la lieva.
CAP. XI. Del male stato di Cicilia in questi tempi.
Le discordie continovate per lungo tempo tra’ Ciciliani aveano l’isola ridotta in somma impotenza e miseria, e in stato sì fievole, che poco degno pare di memoria per le sue opere inferme e di poco valore, pur seguendo quelle, tali quali furono racconteremo. In questo anno 1358 del mese di febbraio, uno bastardo della casa di Chiaramonte, detto per nome Manfredi, uomo assai valoroso e ardito, se n’andò a Messina, e sagacemente cercò se avesse potuto riducere i Messinesi al volere del duca, figliuolo che fu del re di Cicilia, a cui erano avversi e contrari tutti quelli di Chiaramonte, e per sua parlanza avea tanto operato, che i principali parziali de’ Messinesi inchinavano e davano orecchie. Ma messer Niccolò di Cesare, il quale per lo re Luigi avea la maggioranza e lo stato, sì s’oppose, e non volle assentire, mostrando, che se quella città perdesse l’aiuto e lo foraggio della vittuaglia che traeva di Calabria era in pericolo di fame, e di venire per tanto in desolazione e in miseria. Quelli di Chiaramonte veggendo i crolli che aveano per sostenere la parte del re Luigi, e che da lui non era favore bastevole a mantenere loro stato, ripresono e ridussono a loro lega la Stella di Palermo, e molte altre fortezze e tenute, le quali aveano lasciate nella guardia del re Luigi, il quale per non potere resistere alla spesa non le potea guardare; e forte temeano che non le riprendessono i Catalani. E nondimeno mandarono il detto Manfredi a Napoli al re Luigi significando lo stato loro e del paese, e pregandolo che mandasse loro gente d’arme sofficiente a resistere alla potenza del duca e dei Catalani, la quale tutto che piccola fosse, pure era maggiore che la loro, e da sormontare in breve tempo se non trovasse contasto, che continovamente crescea, sì perchè li paesani volentieri tornavano alla grazia del signore naturale, e sì perchè d’Araona li venia soccorso. Sentendo ciò il re Luigi, e non potendosi come desiderava, per l’impossibilità fare prestamente quello che domandavano i suoi parziali, s’aiutò colle grandi e larghe impromesse, promettendo d’andarvi in persona senza lungo indugio di tempo. E di presente fè sua ambasciata, e mandò a richiedere d’aiuto il comune di Firenze, e gli altri comuni di Toscana per la sua andata in Cicilia. E per dare a’ suoi amici e servidori speranza, mandò innanzi da sè il conte da Riano con trecento cavalieri e con pedoni nell’isola, e operò sì che messer Niccolò di Cesaro per la detta cagione venne per suo ambasciadore in Toscana; e come ne seguì di questa materia a suo tempo racconteremo.
CAP. XII. Del male stato di Puglia per ladroni.
Come detto avemo nel capitolo di sopra, il re Luigi promise di passare alla difesa e acquisto della Cicilia, e non era sufficiente, come appresso diremo, a purgare e a difendere suo reame delle continove ingiurie e ruberie de’ ladroni che correvano il Regno con disordinata baldanza. E ciò addivenne, perchè in questi dì i baroni non erano in pace e in concordia col re, e massimamente i reali, e il re aveva piccola entrata, e però tenea poca gente d’arme a gastigare col ferro e col capestro il gran numero de’ ladroni sparti quasi per tutto il reame, e caldeggiati da’ detti reali e baroni per odio del re. E pertanto in più parti del Regno si cominciarono a fare raunanze di gente malandrina disposta a rubare, e feceano loro capitano, e rompeano le strade, e correano per lo paese ora in una ora in un’altra parte, forte conturbando i forestieri e’ paesani con rapine, e violenze, e omicidii, fra i quali uno friere dello Spedale per trattato rubellò Alfi, e fecelo spilonca e ricetto di questi ladroni: e altri ladroni in Nieboli feciono il simigliante: e alcuna altra brigata di questa pessima gente ferono capo in Valle beneventana, e altri di loro ginea altrove in diverse contrade, tenendo i paesi affannati, perchè andare non si potea sicuro in niuna parte del Regno, se non con sicurtà de’ baroni del paese, i quali nel vero a loro davano ricetto per essere temuti da’ paesani. Di tanti mali giustizia fare non si potea; ma i ladroni mancando la preda, e crescendo l’ira de’ paesani, e la paura de’ loro malificii, partendosi molti da compagnia, i caporali rimaneano con minore seguito, e meno poteano fare nocimento.
CAP. XIII. Della morte di messer Bernardino da Polenta signore di Ravenna.
Essendo stato lungo tempo malato messer Bernardino da Polenta tiranno e signore di Ravenna e di Cervia, a dì 13 di marzo 1358 lasciò insieme la signoria e la vita. Costui fu dissoluto e mondano, e di sfrenata lussuria; crudele e aspro signore, e nimico di tutti coloro che montassono in virtù e in ricchezza, e tutti gli antichi legnaggi dell’antica città e nobile di Ravenna spense e distrusse, non meno per cupidigia d’usurpare i loro beni, che per tema che per alcuno tempo non li fossono avversi; il perchè in Ravenna al suo tempo altro che artefici minuti e villani non si vedeano. Costui talora come censuario rispondea alla Chiesa di Roma, mostrandosi divoto e amico, ma copertamente l’era contrario, favoreggiando i rubelli della Chiesa in Romagna e nella Marca. E avendo ne’ dì suoi la fortuna benigna, di masserizia, di grano, e di bestiame, e di sale, e delle colte de’ cittadini e de’ contadini disordinatamente gravati fè grande tesoro; e quanto ch’all’anima poco fruttasse, pure nell’estremo fè testamento, nel quale istituì sua reda messer Guido suo figliuolo, e sì della signoria come dell’avere; il quale, morto il padre, con la forza degli amici e della gente dell’arme al popolo si fè confermare per quella poca di giurisdizione che la Chiesa dice d’avere in Ravenna, e con provvedere al legato anche fortificò la detta confermazione. Costui mosso da benignità d’animo, e da buono e savio consiglio, tutti gli antichi e buoni cittadini che dispersi per lo mondo aveano fuggita la crudeltà e l’ira del padre richiamò e ridusse in Ravenna, e cacciò via tutti i malvagi e iniqui sergenti del padre; che fu cosa notabile assai, e atto non di tiranno, ma di giusto signore naturale.
CAP. XIV. Operazioni della moría.
In quest’anno l’usata moría dell’anguinaia, la quale nell’autunno passato avea nel Brabante e nelle circustanti parti del Reno fatti gran danni, nel verno si dilatò, e comprese e passò nel Friuli facendo l’uficio suo per infino al marzo, e parte della Schiavonia, ma non troppo agramente; perocchè enfiando sotto il ditello e l’anguinaia, chi passava il settimo giorno era sicuro; vero è che in sette dì assai ne morivano. Ancora non pigliava le città e le ville comunemente, ma al modo della gragnuola l’una lasciava stare e l’altra prendea; e durando dove cominciava dalle venti alle ventidue settimane, molta gente d’ogni generazione trasse a fine.
CAP. XV. Di certa novità ch’ebbe in Perugia in questi tempi.
Chi vorrà con animo riposato recare alla mente quello che scritto si trova degli stati mondani dal tempo di Nembrotte primo tiranno infino ne’ giorni presenti, vedrà manifesto, che mai niuno tempo fu tanto pacifico nè tanto durato tranquillo che ne’ reami, e nelle città, e (che è più da maravigliare) nelle piccole e povere ville, non sieno stati di quelli che hanno cerco e a tutti i sentimenti del corpo e dell’animo di soprastare agli altri, e di farsi maggiori e governatori, usurpando le pubbliche e le private ricchezze; e senza recare esempi a prova di ciò, che sono infiniti, e notori e manifesti, cercate le note volgarmente hanno fatto quelli di nostra famiglia intorno alle cose che sono occorse ne’ tempi da farne memoria, troverà che non di Roma città in Italia, ma in tutto il mondo mai non fu in tanto riposo che per tutto non sentisse affanno di questa materia; onde li savi, che ricordano delle cose antiche, veggendo questi casi tutto giorno addivenire, non si dogliono nè si maravigliano, ma i semplici e idioti, che solo tengono gli occhi alle cose che sono loro davanti, si turbano e rammaricano, e mormorando stoltamente favellano, e non sapendo vedere nè dare riparo potendo si contristano. Essendo dunque questa vita comune, molte più e così ne sono state maculate l’altre città di Toscana, come la nostra. E in questi tempi ne fece sperienza la città di Perugia, che essendo il popolo suo villanamente barattato per Leggieri d’Andreotto e per gli altri grandi cittadini appellati Raspanti, che con lui s’intendeano ne’ fatti dell’impresa della città di Cortona e della guerra de’ Sanesi ch’era seguita, quelli che voleano vivere mezzano e popolare senza fare danno o vergogna al suo comune ebbono tanto di podere, che feciono in Perugia venire per sindaco di comune messer Geri della casa de’ Pazzi di Firenze, cavaliere sagace e di grande cuore, voglioso e vago di novità come più volte mostrò per l’opere sue. L’uficio fu con gran podestà e balía, in ritrovare chi avesse male preso della pecunia del comune e’ beni, e punire agramente cui trovasse colpevole; il valente cavaliere, come giunse informato appieno per solenne investigagione di quelli che ne’ detti casi aveano errato, non prese gli uccellini, ma formò francamente suo processo contro al detto Leggieri, e altri maggiorenti di quelli dello stato, ad animo di farne giustizia, senza tenere in collo il processo. Gl’inquisiti non s’osavano rappresentare veggendo l’uficiale coraggioso e disposto a punire, per tema di non essere posti al tormento, e condannati personalmente e vituperosamente per barattieri e rubatori del loro comune: e colla forza de’ Raspanti, che li favoreggiavano, procuravano il dì e la notte come potessono impedire l’uficiale in forma ch’e’ non potesse procedere. I gentili uomini con tutto il seguito loro riscaldavano e francheggiavano il sindaco perchè condannasse, stimando che se ciò fosse avvenuto rimaneano senza dubbio i maggiori, e volgeano lo stato. Onde avveggendosi di ciò i popolari, eziandio quelli ch’aveano cominciato la mena, si dierono a cercare de’ rimedi, e trovarono uno statuto, che essendo eletto per ambasciadore di comune, qualunque fosse e qualunque uficiale inquisito, mentre che durasse il tempo dell’ambasciata si sospendea il processo; onde operarono co’ signori, che gl’inquisiti fossono eletti per ambasciadori, e così seguette; perchè convenne che i processi cominciati fossono sospesi. Il perchè il valente cavaliere, veggendo che gli erano presi i dadi, e ch’e’ non potea fare niente di suo intendimento, lasciò l’uficio, e tornossi a Firenze. Il suo successore trovati i processi pendenti assolse i detti grandi cittadini, e per mostrare di fare uficio condannò i minori e gl’impotenti, onde a furore di popolo anzi ch’e’ finisse l’uficio fu messo in prigione e vituperosamente condannato fornì i giorni suoi in prigione.
CAP. XVI. Di sconfitta ebbono i Turchi da’ frieri.
Avendo i Turchi presa sopra i Greci disordinata e troppa baldanza, ne’ detti tempi armarono ventinove legni, e valicarono nella Romania bassa, e non trovando in pelago chi rispondesse loro si misono per la fiumara molto fra terra predando il paese, e pigliando a costuma di pecore, e avendo accolti più di milledugento prigioni e altra roba assai, e ridotta tutta alla riva del fiume per caricare i navili; il maestro dello spedale che per sue spie avea della detta armata sentito, e fatto armare quattro galee e uno legno, e messovi quanti e’ potè de’ migliori e più franchi de’ suoi frieri, e altra buona gente d’arme, e nobilmente fornita e apparecchiata a battaglia, le fè senza perdere tempo dirizzare in Romania; li quali trovando come i Turchi avendo i Greci a vile s’erano messi per la fiumana, presono subitamente la bocca del fiume, e a lento passo tennono loro dietro; e non avendo rispetto perchè i Turchi molti più fossono a numero, li soprappresono quando intendeano a caricarei navili, e fidandosi nel nome di Cristo e nell’aiuto suo scesono in terra, e arditamente presono la battaglia con loro, la quale durò lungamente; e non ostante che i Turchi fossono male ordinati, erano tanti, e vedeansi in luogo che non poteano fuggire se non si facessono fare la via colle spade, però grande resistenza feciono e aspra zuffa: alla fine furono rotti e sbarattati, e la maggiore parte di loro morti e magagnati. Quelli che rimasono nella sconfitta furono tutti presi, e i loro legni e navili, che niuno non ne campò. I frieri liberata la preda e’ prigioni che i Turchi aveano presi, e con piena vittoria, si ritornarono salvi a Rodi.
CAP. XVII. Di novità state in Provenza contro a quelli del Balzo.
I gentili uomini della Provenza che si chiamavano villanamente oltraggiati da’ signori e dalla casa del Balzo, i quali aveano tenuto e condotto gran tempo sopra loro la compagnia, desiderosi di vendicare gli oltraggi e’ danni loro fatti, del mese di marzo s’adunarono insieme con quella gente d’arme che più presto poterono accogliere senza fare segno di cui volessono offendere, e di furto presono l’Aguglia, nobilissima e bella fortezza di quelli del Balzo, e presa, senza arresto la gittarono in terra infino ne’ fondamenti. E ciò fatto, intendeano a tutto loro potere di seguire alla distruzione della casa del Balzo, se non che il papa e’ cardinali, veggendo che quella guerra tuttochè fosse tra private persone e non generale, nè con offesa altrui che di loro, per lo sturbo che di ciò seguiva alla corte di Roma vi s’interpose perchè non procedesse più oltre, e feciono racquetare i Provenzali, e por giù l’arme. In questi giorni i Borgognoni e’ Provenzali che erano nel reame di Francia stavano in pessima disposizione, perocchè chi volea mal fare non era punito, e di tali si trovavano assai, e aveano grande seguito; onde per la detta cagione i cammini d’ogni parte erano rotti, e’ mercatanti e l’altra gente rubati, ed erano sì stretti i cammini da questa mala gente, che appena i corrieri, che andavano e venivano a Avignone, dalle loro mani poteano scampare; il perchè la corte stava in molto disagio, e ad altro non s’intendea che a trarre a fine le nuove mura d’Avignone: e per ciò fornire, il papa e’ cardinali aveano fatta l’imposta a tutti i cittadini e cortigiani, la quale era certa tassa in nome di capo censo, e per casa, e per famiglie e botteghe, le quali si ricoglievano ogni mese una volta, o più o meno, tre dì come il bisogno occorreva. E per seguire i fatti de’ corrieri, giugnendo insieme il caso che viene, il cardinale di Pelagorga e quello di Bologna, i quali erano stati in Francia e in Inghilterra a trattare la pace intra’ due re, come addietro facemmo menzione, tornando a corte, sentendosi, furono assaliti da gente d’arme, e nell’assalto furono morti dodici de’ famigli loro, intra’ quali v’ebbe sei cavalieri, e però fuggirono senza arrestarsi per spazio di quattro miglia, e’ buoni cavalli e gli sproni li camparono che non furono presi, e ridussonsi in Celano, non sapendo chi li cacciava. Bene si sparse la voce che i Franceschi si teneano mal contenti di loro per li trattati menati per loro in poco favore del loro re e signore; ma ciò non fu vero, ma piuttosto operazione di rubatori, che stimarono essere ricchi se gli avessono potuti pigliare, che atto di vendetta per sdegno ch’avessono preso i Franceschi.
CAP. XVIII. Il consiglio si tenne in Francia sopra le domande degl’Inghilesi.
Essendo divulgata la non vera pace tra li due re d’Inghilterra e di Francia per vera, il duca d’Orliens, e il Delfino di Vienna figliuolo del re di Francia andò a Mompelieri dove si fè grande ragunanza de’ baroni di Francia, e con loro furono i due cardinali ch’erano stati altra volta al trattare della pace; quivi si fece parlamento per tutti, nel quale chiaramente per tutti si tenne e conobbe, che quello che domandava il re d’Inghilterra non era possibile, perchè non vedeano che si potesse per modo alcuno inducere i Franceschi al consentimento, tant’era la domanda ontosa e altiera, e a grande animo de’ Franceschi, per la vituperosa e sdegnosa cosa, onde senza prendere accordo si partì il parlamento. Il Delfino cavalcò ad Orliens con intenzione, che se ’l padre passasse in Francia col re d’Inghilterra, com’era ordinato, li prestasse il consentimento della corona per difesa del reame, e per tenere ciò che si potea; giunto in Orliens, mandò due baroni al re d’Inghilterra a cercare accordo con lui, e fatto per sue lettere ed ambasciate, a tutte le città e buone ville di Francia manifestò quello che chiedea il re d’Inghilterra in vergogna e abbassamento della corona e nome de’ Franceschi, e confortò li comuni che stessono attenti e provveduti, e che si studiassono a fare buona guardia.
CAP. XIX. Come il re di Spagna e quello d’Araona s’affrontarono e non combatterono.
Seguendo le discordie e tribolazioni de’ cristiani, che a giornate per li loro peccati rovesciano i due re, quello d’Araona e quello di Spagna intra gli altri di nome cristiano, e grandi e famosi, s’erano ingaggiati di battaglia, e all’entrata del mese d’aprile 1359 ciascheduno di loro provveduto e avveduto, fatto tutto suo sforzo per essere alla battaglia, comparirono alla fine de’ loro reami assai di presso ciascheduno; quello di Spagna, che si noma quello di Castella, venne con settemila cavalieri tra di sua raunata e di gente barbara, i quali si chiamavano Mori, e con popolo assai; quello d’Araona venne con cinquemila cavalieri catalani e con grande quantità di popolo a piè, armati di lance e di dardi maneschi, i quali sono da loro chiamati mugaveri, e l’una e l’altra gente con le persone de’ loro re s’avvicinarono insieme per ordinarsi a battaglia: e non pertanto che il re d’Araona fosse con meno cavalieri che quello di Castella, molta sicurtà e baldanza prendea nella fede de’ suoi baroni, ma più in Dio, perchè avea seco giusta cagione, e ciò li dava speranza di vincere; ma quello di Spagna, tutto che si sentisse la forza maggiore, non si fidava della fortuna della battaglia, per la coscienza di sua vita scellerata e crudele, perocchè tornandoli a memoria che l’anno dinanzi avea di sua mano morti venticinque de’ suoi baroni, come addietro contammo, invilì, temendo ch’e’ baroni che gli erano rimasi non li tenessero fede, e stornava con modi sagaci la zuffa; il perchè seguì, che stati più giorni affrontati senza muovere assalto, o aizzare l’uno l’altro, quasi come se avessono fatta convegna, si partirono del campo, e tornaronsi indietro ciascuno alla sua frontiera. Di ciò fu lodato il re d’Araona, che tutto che conoscesse che per la discordia de’ suoi nemici la vittoria fosse nelle sue mani, non volle mettere tanti cristiani a farli uccidere insieme.
CAP. XX. Come il comune di Firenze si provvide contro alla compagnia.
Bene che ’l nostro comune di Firenze sollicitamente e con molta provvedenza infra ’l tempo che la compagnia badava in Romagna aspettando il tributo dal cardinale si fosse messo in assetto e alla difesa, a all’offesa de’ suoi nemici, sentendo che ’l sabato santo a dì 20 d’aprile la pecunia promessa alla compagnia era pagata, raddoppiò la sollecitudine, facendo gente quanta ne trovava assoldare, e affrettando l’aiuto dell’amistadi, e rifermò per capitano di guerra messer Pandolfo de’ Malatesti, e a dì 29 d’aprile 1359 fece la mostra della gente sua, la quale fu da duemila barbute, e da cinquecento Ungheri, e da duemilacinquecento balestrieri eletti tra gli altri e armati tutti a corazzine; e avendo in punto questa brigata, messer Bernabò signore di Milano, il quale da questa Compagnia più volte era stato oltraggiato e l’avea in odio, offerse aiuto di mille barbute e di mille masnadieri al nostro comune, e il comune l’accettò perocchè in quel tempo vivea in fede e in buona pace col detto signore; fatto l’accetto, il detto signore senza niuno intervallo di tempo ne cominciò a fare soldare in Toscana. E mentre si facea queste cose, messer Francesco da Carrara signore di Padova mandò in aiuto a’ Fiorentini dugento cavalieri, e i marchesi da Este signori di Ferrara mandarono trecento cavalieri; e fu cosa mirabile, che i tiranni che per natura sogliono essere nemici e oppressatori de’ popoli che vogliono vivere in libertà, il perchè le ragioni sono manifeste, si mettessono ad atare il nostro comune fedelmente, che sopra tutti gli altri d’Italia sempre s’è opposto a’ tiranni e disfattine molti, e i popoli di Toscana che sono vivuti lungamente a libertà cercassono il contrario quasi di assenso comune, bene che non apertamente, come appresso diremo. E cominciandoci a’ più antichi e intimi amici del nostro comune, e che mai da lui non furono offesi, ma sempre atati e difesi e esaltati ne’ loro onori, cioè da’ Perugini, contro al volere del comune di Firenze, e per suo abbassamento e desolazione, secondo loro credenza e speranza, presono accordo colla compagnia per cinque anni, dando loro di censo ogni anno fiorini quattromila d’oro, e a tutta l’oste in dono tre dì vittuaglia, e da indi innanzi derrata per danaio, e il passo libero per lo loro contado e distretto a ogni tempo ch’e’ volessono passare, promettendo che non darebbono contro a loro aiuto a’ Fiorentini; la quale coralmente punse il nostro comune, e molto l’ebbe a grave. Vedendo i Sanesi e’ Pisani ch’e’ Perugini, che sempre erano stati un animo e un corpo co’ Fiorentini, aveano preso l’accordo nella forma ch’avemo detto di sopra, feciono il simigliante, e più i Pisani, come antichi e perfidi nemici del nostro comune, foraggio, e passo, e segreta promessa di dare loro aiuto della gente dell’arme loro; la qual cosa sagacemente feciono poi, come leggendo nostra opera al suo tempo si potrà trovare.
CAP. XXI. D’una folgore che cadde in sulla chiesa maggiore di Siena.
Tutto che i miracoli che noi veggiamo di poco ci muovano a lasciare i peccati e tornare a penitenza, pure li dovemo scrivere a terrore de’ mortali. In questi dì della Pasqua della resurrezione di Cristo, a dì 21 d’aprile in sull’ora della terza, essendo il tempo turbato e largo della piova, una folgore percosse l’agnolo ch’era nel colmo della chiesa del vescovado di Siena, e portollo via, e non lo fracassò, e scese nella cappella, e arse i paramenti e il tavolato dell’altare maggiore; e avendo il prete consegrato il corpo di Cristo, non essendo ancora comunicato, cadde in terra tramortito, e cinque preti ch’erano d’intorno al servigio dell’altare percosse e ricise, e l’ostia e la croce dell’altare non si potè mai ritrovare.
CAP. XXII. Di una battaglia tra due baroni del re di Rascia.
Il re di Rascia il quale era sotto il tributo del re d’Ungheria cessava di fare l’omaggio, e ribellavasi al re; il perchè venuto in indegnazione della corona, e avendo il re d’Ungheria contro a lui conceputo e proposto nell’animo suo di farlo conoscente, duro e malagevole li parea di passare la Danoia, per mantenere la gente nel reame di Rascia, non avendo nel paese terra alcuna che li desse ricetto. E stando in questi pensieri, come suole apparecchiare la fortuna talora i non pensati acconci e’ rimedi, due baroni del reame di Rascia per loro gare e male venture riottavano insieme; il re s’era più volte travagliato di recarli a concordia, e nella fine in questi giorni avuto l’uno e l’altro, e cercando di porli in pace, e non li potendo recare, crucciato, come poco discreto, disse: Andate nella mal’ora, e l’uno faccia all’altro il peggio che può; la parola detta sopr’ira fu ricevuta per espressa licenza; onde partendosi amendue pieni d’odio e di mal volere infiammati, quello di loro con alquanto meno podere avea le sue terre in sulla riviera della Danoia, l’altro ch’era di maggiore possanza accolta gente d’arme lo cavalcò, ardendo e guastando il suo paese, e infine al suo abboccamento lo sconfisse; nè a ciò contento, cercava sollicitamente di distruggerlo e trarlo a fine, e per ciò fare lo cavalcava spesso, facendo ogni male. Vedendo il detto barone ch’e’ non potea resistere, e nel suo re non avea speranza che levasse dall’impresa l’avversario suo, lasciò il meglio che potè le sue terre fornite a difesa, e segretamente valicò la Danoia, e ridussesi a uno de’ baroni d’Ungheria che l’aiutasse, promettendoli di farsi cristiano; il barone del re d’Ungheria li diè quella quantità d’Ungheri che li chiese, e ’l barone a parte a parte occultamente li mise nelle sue terre, e fece mettere la fama di volere fare di sua gente tutto suo sforzo per vendicare sua onta e dannaggio. Il suo nemico che poco il pregiava, per la vittoria avuta di lui era molto montato in baldanza, venne da capo con tutto suo sforzo in sulle terre del detto barone, e non avendo l’avviso degli Ungheri ch’erano venuti in aiuto de’ suoi nemici, e mescolato tra loro, con animosa battaglia durissima, per la virtù degli Ungheri fu sconfitto, e rimase morto in sul campo. E bene cadde nella sentenza dell’antico proverbio che dice, chi è povero di spie è ricco di vituperio, e fece fede che non si vuole avere tanto a vile il nemico che non creda che offendere lo possa. Di questa tenzone non curata ne’ principii, come si dovea, e lasciata passare in malattia da non rimediare, nacque, che avuto il passo da questo barone il re d’Ungheria con grande esercito passò la Danoia, come a suo luogo e tempo diviseremo.
CAP. XXIII. Come sotto nome di falsa pace il re di Navarra tribolò Francia.
In questo medesimo tempo il sollecito re di Navarra, avendo in apparenza ridotti gl’Inghilesi in forma di compagnia, per non mostrare di volere fare contro alla volontà del re d’Inghilterra, e contro alla falsa pace che per lui era bandita, cominciò a cavalcare in Berrì, e tribolare quel paese con aspra e mortale guerra, stendendosi infino in Campagna, rubando le ville e’ cammini, e ardendo chi non si voleva rimedire. I legati del papa, ch’aveano preso cura della concordia tra’ due re, vedendo quello che il re di Navarra aveva fatto col braccio degl’Inghilesi, ne scrissono al re d’Inghilterra, pregandolo che per bene della pace senza più aizzare i Franceschi li piacesse porvi rimedio; e massimamente perchè il fatto pareva contro al suo comandamento, e non atto di pace com’era ita la grida. Il re rispose, che di ciò li pesava, e che non vedea come a quella mala gente, e del tutto disposta a mal fare, potesse rimediare nè mettervi riparo, che volentieri per suo onore il farebbe. Stando le cose di Francia mal disposte in questi baratti, nel mese d’aprile 1359, nella città di Digiono in Borgogna, una parte del popolo minuto vago di preda si levò a romore, e corsono a furore alle case de’ maggiori e de’ più ricchi cittadini della terra, e rubaronli, e chi non fuggì loro dinanzi in quella tempesta fu morto. Il duca di Borgogna sentendo questa novità, e temendo di ribellione, mandò là di sua gente d’arme, e de’ malfattori ne fece assai bandeggiare, e presine nel numero di centoventi, per vendetta del misfatto gli fece appendere per la gola.
CAP. XXIV. Novità state a Montepulciano.
Tornando alle italiane tempeste, messer Niccolò della casa di quelli del Pecora di Montepulciano, il quale era stato egli e’ suoi altra volta signori di quella terra, essendo stato lungo tempo di fuori, e assai onorato dal comune di Perugia, il quale avendolo fatto cavaliere gli aveano donato una tenuta del comune, la quale era in sulle Chiane presso assai a Montepulciano, la quale si chiamava Valliano, luogo forte, e ubertuoso d’ogni cosa, e traevanne loro vita assai onorevolmente. Sentendo il cavaliere l’animo de’ suoi terrazzani mal contenti, e atti a fare novità per sdegno di male reggimento, e che mala volontà era in tra ’l comune di Siena e quello di Perugia, il perchè lo stato de’ Montepulcianesi vagillava, ed era senza riposo, si mise segretamente a cercare per mezzo degli amici co’ suoi terrazzani di volere tornare in Montepulciano. E trovando la materia disposta all’intendimento suo, accolse segretamente brigata, e di maggio 1359, senza fare novità alcuna, s’entrò nella terra, e da’ terrazzani fu ricevuto lietamente, dicendo esso, che non temesse nessuno, perocchè liberamente e di buon cuore aveano perdonato a qualunque offeso gli avesse, e ch’elli intendeano tutti tenere e trattare per fratelli. E avendo ricordo che la riotta ch’era stata tra lui e messer Iacopo suo consorto era stata la cagione principale perchè avea perduta la signoria della terra, avendo provato che è il perdere lo stato con andare all’altrui mercede, mandò prestamente per lui, e feglisi incontro assai di spazio fuori della terra, e lo domandò, s’egli intendea a perdonare liberamente a qualunque offeso l’avesse, e con lui essere unito al beneficio e stato comune della terra loro, che quando l’animo suo intendesse al contrario, che amendue prendessono altro viaggio, e lasciassono in pace la terra al governo de’ suoi terrazzani; e avendo detto, messer Iacopo disse, che ’l suo animo era buono, e che liberamente a tutti avea perdonato, e promesso che mai non ne farebbe vendetta, si presono per mano, e con festa grande e buona volontà di quelli della terra entrarono nel castello, e furono fatti signori, e con molta concordia si dirizzarono a ben fare, e a mantenere amistà co’ Perugini, e a onorare i Sanesi.
CAP. XXV. Di fanciulli mostruosi che nacquero in Firenze e nel contado.
Del mese d’aprile in questo anno, in Firenze e nel contado nacquero parecchi fanciulli contraffatti, mostruosi, e spaventevoli in vista, alcuno in figura di becco, e le braccia e il petto come membra femminili, e libere, e compiute; altri nacquero in altre forme mirabili, e assai differenti dall’umana natura. E appresso nell’autunno seguente seguì, che molte donne libere del partorire dopo più giorni morirono. E questo accidente si pensò per li savi che procedesse dal cielo, in breve tempo non avesse fornito suo grande sfogamento: e prendevano le donne tanta gran paura venendo all’atto del parto, che molte se ne morivano; e se ’l cielo di questo e de’ parti strani fè segno, ristorò ne’ leoni, che tre maschi ne nascerono la vigilia di santo Zanobi.
CAP. XXVI. Come la compagnia passò in Toscana, e cercò concordia con i Fiorentini.
Poichè la gran compagnia del conte di Lando, afflitta e consumata la Romagna e la Marca, aveano dal legato ricevuta la paga e la promessa che detta avemo da’ comuni di Toscana, superba e baldanzosa si mosse, e sotto la guida de’ cittadini che dati l’erano a condotta dal comune di Perugia passò per lo distretto di Perugia, cioè per quello della Città di Castello e del Borgo a Sansepolcro, che allora erano a’ comandamenti e al seguo del comune di Perugia, e tutto che ne’ patti avessono promesso non fare danno, le rapaci mani non si poteano contenere che non predassono, e offendessono chi le facesse contesa; e ciò non passò senza querele de’ paesani, poco intese da’ loro signori Perugini. Loro passata ne’ detti luoghi fu nel detto anno 1359 entrando il mese di maggio; e nel detto stallo e trapasso, credendo ogni gente d’arme arricchire in sul nostro contado della preda e ricetto, e di quello che insieme pensavano fare rimedire il comune di Firenze, abbandonato nell’impresa, come detto avemo, dal legato e da’ comuni di Toscana, che per invidia e mal talento prendevano speranza che molto abbassasse nostro comune, tanto crebbe e multiplicò la detta compagnia sì di gente cassa dal legato, e da’ Perugini, e da’ Sanesi, e da altri comuni, che passava il numero di cinquemila cavalieri, e di mille Ungheri, e di più di duemila masnadieri di gente senza arme fornite, ch’erano assai più di dodicimila bocche senza le bestie. Il perchè avveniva, che dovunque s’alloggiavano, eziandio per pochi dì, secondo i loro patti e convegne tutto consumavano e guastavano in forma, che a’ paesani toglieano la fatica di fare la ricolta. Quando i conducitori della compagnia e i loro capitani si vidono in luogo che poteano per aperto cammino, venire in sul contado di Firenze, con sottile modo e con molta sagacità e astuzia feciono da molte parti muovere amici del comune di Firenze, e alcuno scrivere, e alcuni venire infino a Firenze a cercare convegna, offerendo ogni concordia, lega e patto che sapessono o volessono domandare il comune. Stando in queste mene, e di continovo fortificandosi il comune, in processo di tempo arrivarono a Firenze ambasciadori del marchese di Monferrato, i quali erano stati nella compagnia per conducerla al soldo suo e de’ suoi collegati, i quali domandavano cortesemente al nostro comune per parte di loro signore solo il titolo della concordia senza pagare danari, e il passo sicuro per lo distretto del comune di Firenze, più offerendo per ammenda dare al comune nostro fiorini dodicimila d’oro: e oltre a costoro per simigliante cagione vennono segretamente certi cittadini di Perugia. Il comune che per suo onore avea presa la tira, nel proposito suo stette fermo e costante, e non intralasciava per ragionamenti che non intendesse continovamente alla difesa, cercando di mettersi a prova di spegnere la compagnia in Italia. E certo fu mirabile cosa, che ’l nostro comune si volesse mettere a partito e a fortuna con gente con cui non potea guadagnare altro che fama e onore; ma così era per quella volta disposto, e tanto pertinace al servigio, che minacce, nè offerta di larga e onorata concordia, nè altro qual’altro vantaggio lo potè ritrarre della pertinacia del suo proponimento; essendo tutto di combattuto da molti grandi e potenti suoi cittadini, i quali o che conoscessono il pericolo, o che temessono di loro possessioni, o perchè fossono d’animo vile, apertamente ne’ pubblichi e aperti consigli aoperavano e consigliavano che si prendesse l’accordo; ma il desiderio di vivere in libertà vinse l’appetito de’ cittadini, che consigliavano e voleano per maggioranza che ’l comune facesse a loro modo, e la paura della compagnia, e ogni stimolo degli amici che si provarono di ciò. Questo addivenne per l’unità de’ cittadini mercatanti, e artefici, e di mezzano stato, che tutti concorsono in uno volere all’onore e bene del comune.
CAP. XXVII. Come la compagnia s’appressò a Firenze.
Mentre che questi ragionamenti si bargagnavano e menavano per lunga, la forza del comune di Firenze continovo cresceva sì per gente di soldo e sì per amistà, perocchè in questo venne del Regno mandato dal re Luigi il conte di Nola della casa degli Orsini con trecento cavalieri; e sentendo il conte di Lando sua venuta essendo a Bettona, con mille barbute a loro cavalcò incontro, credendolisi avere a man salva; ma ciò sentendo per sue spie il conte di Nola, il quale era molto loro presso, come gente del re per lo capitano furono ricevuti in Spoleto: la qual cosa a’ Perugini fu tanto grave, che al capitano predetto di Spoleto, che era loro cittadino, cercarono di fargli tagliare la testa; e per mandare ciò ad esecuzione, mandarono il loro conservadore che cercasse di farlo; ma li Spoletani, che si contentavano d’avere fatto servigio al re nella persona della gente sua, nol vollono patire, e non lasciarono entrare il conservadore in Spoleto; per questa cagione furono vicini a ribellarsi al comune di Perugia. Il conte di Lando stando alla bada più dì di prendere questa gente, vedendo tornare in fummo il suo proponimento, per non perdere più tempo si ritornò alla sua compagnia, e il conte di Nola preso il suo tempo a salvamento se ne venne a Firenze. Anche avvenne, che fu bella cosa, che dodici cavalieri napoletani tra di Capovana e di Nido, facendo loro caporale un messer Francesco Galeotto, sì per servire nostro comune, e sì per fare prova di loro persone sentendo che con la compagnia si deliberava di prendere battaglia, con altrettanti scudieri a loro compagnia in numero in tutto di cinquanta barbute, nobilmente montati, e con ricche e reali transegne e armadure, alle loro spese vennono a Firenze, e tornarono in casa de’ cittadini, veduti lietamente e onorati da tutti, standosi dimesticamente co’ cittadini per la terra in pace e in sollazzo, aspettando che si facesse battaglia, e stettono tanto che si partì la compagnia: il comune veggendo la cortesia e l’amore ch’aveano mostrato, gli onorò di doni cavallereschi, cera e confetti. La compagnia essendo stata oltre al tempo promesso in sul contado di Perugia, e loro fatto gran danno e disagio, si dirizzarono a Todi, dove stettono sei dì, danneggiando e vivendo di preda, e’ Todini ricomperarono il guasto quelli danari che poterono fare; onde per patto di loro terreno si partì la compagnia, e a dì 25 di giugno fu a Bonconvento e al Bagno a Vignoni, ricevuta con apparecchio di vittuaglia da’ Sanesi, e a guida di loro cittadini.
CAP. XXVIII. Come il comune di Firenze diè l’insegne, e mandò a campo la sua gente.
I Fiorentini essendo pieni di buona speranza sì per lo loro capitano, che a que’ tempi era riputato grande maestro di guerra e uomo di grande cuore, e sì per li molti gentili uomini pratichi in arme ch’erano mandati per capitani della gente ch’era venuta nell’aiuto del comune, e sì per gli altri paesani e forestieri ch’erano sentiti, e atti non che a seguitare ma a conducere e a governare ogni grand’oste, i quali erano tutti di buono volere, e desiderosi di prendere battaglia e per loro fama e onore, e per servire e accattare la grazia del comune di Firenze, e per spegnere quella mala brigata, e l’usanza del criare spesso compagnia per ingordigia di fare ricomperare signori e comuni; appresso si vedea il comune fornito di bella gente e bene armata e non di ribaldaglia; il perchè sabato a dì 29 di giugno, il dì di san Piero, coll’usato modo e stile di nostro comune, con allegrezza e festa si dierono l’insegne, e ’l capitano ricevuta la reale di mano del gonfaloniere di giustizia, l’accomandò a messer Niccolò de’ Tolomei da Siena, il quale era allora al soldo del comune di Firenze, uomo fedele e di grande animo; e ciò fu fatto cautamente, prima per levare invidia tra’ cittadini, appresso perchè fu pensato che tale uomo dovesse essere più ubbidiente e riverente al capitano che se fosse stato cittadino, ancora per onorare la casa de’ Tolomei, che sempre era stata in fede e in divozione del comune di Firenze più ch’altra casa di città di Toscana; la qual cosa per quella volta fu poco a grado a’ Sanesi. L’insegna de’ feditori fu data a messer Orlando Tedesco antico soldato del nostro comune, fedele e provato in tutte maniere; e così si fè, per mostrare la fede che’ l nostro comune avea ne’ Tedeschi, e animarli a ben fare, che non ostante che la zuffa si dovesse principalmente pigliare co’ Tedeschi, volle fare palese il comune, che quelli di quella lingua erano leali, e che ciascuno di loro si dovea e potea fidare. Data l’insegna e piena libertà al capitano di combattere e di non combattere per l’esaltazione e onore del comune di Firenze, senza darli consiglieri o tutori cittadini che ’l potessono variare o impedire, cosa rade volte usata per lo comune, ma utilmente fatta, e nella detta impresa lodata, si partì di Firenze con l’esercito che allora avea apparecchiato nostro comune, che fu in questo numero: duemila barbute eletti e duemila masnadieri contadini di bello apparecchio, cinquecento Ungheri di soldo, milledugento barbute eletti e quattrocento cavalieri già venuti di quelli di messer Bernabò, dugento di quelli del Marchese di Ferrara, dugento di quelli del signore di Padova, trecento di quelli del re Luigi, trecento che n’avea mandati il legato non volontariamente, ma per virtù de’ patti della pace, i quali era tenuto a osservare al nostro comune, cinquanta barbute di cavalieri napoletani, messer Lupo da Parma con trenta barbute, ottanta barbute degli Aretini e con fanti da piè gente eletta e pulita, dugento fanti del conte Ruberto, e da Pistoia messer Ricciardo Cancellieri con dodici a cavallo per sè proprio e trecento fanti del suo comune, d’altra amistà e vicinanza oltre a fanti trecento, sicchè questa prima mossa furono circa a quattromila cavalieri e altrettanti pedoni, e il dì se n’andarono e posonsi a campo in sulla Pesa e nelle contrade d’intorno, per ordinarsi e accogliere l’altra gente che si attendea de’ soldati di messer Bernabò.
CAP. XXIX. Come la compagnia girò il nostro contado, e la nostra a petto.
Essendo la compagnia stata più giorni al Bagno e a Bonconvento andonne a Isola, e avuto quivi da’ Sanesi la vittuaglia in abbondanza per portarne con seco, a dì 20 di giugno mossono campo a piccoli passi girando per non venire su quello di Firenze, e lasciandosi Siena alle reni feciono la via da Pratolino, e ivi dimorarono due dì di luglio, avendo la condotta e la panatica da’ Pisani sì se n’andarono a Ripamaraccia, e l’oste de’ Fiorentini si levò di Pesa e valicò Castelfiorentino, e a dì 5 di luglio mutò campo, e fermossi alla torre a Sanromano, comprendendo infino alle Celle sotto Montetopoli, per attendere quivi la compagnia sotto verace e bello ordine e buona guardia, stando sempre avvisati; la compagnia da Rimamortoia se ne venne a Ponte di Sacco; e’ Pisani popolo e cavalieri con numero d’ottocento barbute o in quel torno, sotto colore di guardia, ma nel vero per dare alla compagnia caldo e favore, e in caso di zuffa aiuto e soccorso, si misono al Fosso arnonico, e venuta che fu la compagnia, la condussono al Pontadera, e come la vidono accampata, si ritornarono ad altre frontiere vicine a quel luogo; e se ’l fatto fosse seguito alle minacce della compagnia si trovò vicina all’oste de’ Fiorentini a due miglia, sicchè se voluto avessono fare d’arme l’aveano in balía; ma veggendo il conte di Lando e gli altri caporali ch’erano con lui che l’oste de’ Fiorentini si conduceva saviamente, e con ordine e maestria d’arme, e che di buona voglia arditamente contro a loro si metteano, non conoscendo nel luogo vantaggio, ma piuttosto il contrario, per migliore consiglio dopo a cinque dì che a fronte a fronte erano stati co’ nostri senza fare niuna mostra o atto di guerra, a dì 10 di luglio si partì bene la metà la mattina per tempo, e in sul mezzogiorno giunse a Sanpiero in Campo nel Lucchese, e accampossi quivi; il capitano de’ Fiorentini loro mandò alle coste messer Ricciardo Cancellieri con cinquecento uomini da cavallo per tenerli corti e stretti in cammino, e lasciato al passo di Sanromano bastevole guardia, a dì 21 di luglio mosse l’oste, e s’accampò alla Pieve a Nievole molto presso a’ nemici, in luogo, che tra l’uno oste e l’altro era il campo piano e aperto per fare d’arme chi avesse voluto.
CAP. XXX. Come la compagnia mandò il guanto della battaglia al nostro capitano, e la risposta fatta.
Currado conte di Lando capitano e guida della compagnia, con gli altri caporali e conducitori, avendo da’ Pisani ferma promessa e dalla gente loro, ch’erano in numero di ottocento barbute e di duemila pedoni, la quale teneano in punto a Montechiaro sotto colore e nome di guardia, mischiandosi continovo con quella della compagnia, della quale cosa i Fiorentini n’erano crucciosi e male contenti, tutto che in vista accettassono le scuse de’ Pisani, e que’ della compagnia ne prendessono caldo e baldanza credendo spaventare col detto appoggio, a dì 12 del mese di luglio in persona loro trombetti mandarono con grande gazzarra trombando nel campo de’ Fiorentini con una frasca spinosa, sopra la quale era un guanto sanguinoso e in più parti tagliato con una lettera che chiedea battaglia, dicendo, che se accettassono l’invito togliessono il guanto sanguinoso di su la frasca pugnente; il capitano con molta festa e letizia di tutta l’oste prese il guanto ridendo; e ricordandosi che in Lombardia nel luogo detto la frasca era stata a sconfiggere il conte di Lando, con volto temperato e savio consiglio rispose in questa forma: Il campo è piano, libero e aperto in tra loro e noi, e pronti siamo e apparecchiati a nostro podere a difendere ed esaltare il campo in nome e onore del comune di Firenze e la giustizia sua, e per niuna altra cagione qui siamo venuti, se non per mostrare con la spada in mano che i nemici del comune di Firenze hanno il torto, e muovonsi male senza niuna cagione di giustizia o ragione di guerra; e per tanto speriamo in Dio, e prendiamo fidanza e certezza d’avere vittoria di loro: e a chi manda il guanto direte, che tosto vedrà se l’intenzione sua risponderà alla fiera e aspra domanda: e fatta questa risposta, e onorati i trombetti di bere e di doni, il capitano fece sonare li stromenti per vedere il cambio de’ suoi; e tutto che dubbioso sia l’avvenimento della battaglia, e che vittoria stia nelle mani di Dio, e diela a cui e’ vuole, grande sicurtà e fidanza prendeva nostra gente, che in que’ giorni era fortificata di trecento soldati di cavallo nuovamente fatti per lo nostro comune, e della venuta di messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di messer Bernabò che in que’ pochi dì venne con cinquecento cavalieri e con mille masnadieri, il quale giunto, a grande onore ricevuto da’ Fiorentini, e donatoli uno nobile destriere, di presente cavalcò nell’oste e con molti cittadini, i quali stimando che si facesse battaglia si misono in arme e andarono all’oste. E infra l’altre cose che occorsono in questa faccenda fu, che messer Biordo e ’l Farinata della casa degli Ubertini essendo in bando per ribelli del comune di Firenze, s’offersono in suo aiuto e onore, ed essendo graziosamente accettati, vennono con trenta a cavallo nobilmente montati e bene in arnese, e veduti volentieri e lodati da tutti cavalcarono al campo, d’onde per tornare in grazia del nostro comune tanto si faticò messer Biordo, ch’era grande maestro di guerra, che ne prese infermità, e tornato a Firenze ne morì, e per lo nostro comune fu di sepoltura maravigliosamente onorato come a suo tempo diremo. E stando dopo la detta richiesta a petto l’un oste all’altro senza fare in arme atto nessuno, una notte di furto si partirono della compagnia trecento cavalieri con alquanti masnadieri, e cavalcarono verso Castelfranco, e ritraendosi senza, preda, si riscontrarono con tre cittadini di Firenze e altri Empolesi i quali alla mercatantesca tornavano da Fisa, i quali presono, e feciono ricomperare, e da indi innanzi più non s’attentarono di cavalcare in sul nostro contado e distretto. Stando le due osti vicine, parendo al conte di Lando, e agli altri caporali e a tutta la compagnia avere poco onore della invitata di giostra, a dì 16 del mese di luglio con le schiere fatte si misono innanzi verso l’oste de’ Fiorentini: il capitano saviamente consigliato, fatto della gente del nostro comune una massa, con maestria e bell’ordine di gente d’arme in tutte sue parti bene divisa e capitanata com’era mestiere, si dirizzarono verso i nemici, i quali veggendoli venire, si fermarono in un luogo che si chiama il Campo alle Mosche, il quale era cinto di burrati e aspre ripe, dove senza grande disavvantaggio di chi volesse offendere non poteano essere assaliti; i nostri gli aspettarono al piano, allettandoli alla battaglia il luogo il quale era comune; ma i grandi minacciatori, e di poco cuore, se non contro a chi fugge, non s’attentarono di scendere al piano, e co’ palaiuoli e marraiuoli che assai n’aveano da’ Pisani non intesono a spianare il campo, ma ad afforzarsi con barre e steccati in quel luogo, e ivi alloggiatisi, e arso il campo ond’erano partiti, il capitano de’ Fiorentini si fermò coll’oste dov’era arso il Campo, a meno d’un miglio di piano presso a’ nemici, e quivi afforzossi per non essere improvviso assalito, e spesse fiate con gli Ungheri insino alle barre facea assalire i nemici, ma nulla era, che tutti o parte di loro si volessono mettere a zuffa; il perchè faceano pensare che ciò facessono per maestria di guerra per cogliere i nostri a partito preso e a vantaggio loro; ma il savio capitano col buono consiglio sempre stava a riguardo e provveduto in forma, che con inganno non li facessono vergogna. I Sanesi veggendo che contro la loro opinione e pensiero i Fiorentini prosperavano, per ricoprire il fallo loro ne feciono un’altro maggiore, perocchè per loro ambasciadori si mandarono a scusare al nostro comune, e offerendo aiuto trecento barbute; la scusa fu benignamente ricevuta, e accettata la promessa, la quale feciono, che si convertì in fumo, perchè non si facea nè procedea di diritto e buon cuore.
CAP. XXXI. Come la compagnia vituperosamente si partì del Campo delle Mosche, e fuggissi.
Vedendo i conducitori della compagnia che l’oste de’ Fiorentini era loro appressata con molta allegrezza sotto il savio governo del buono capitano, e di molti altri valenti uomini d’arme famosi, e sofficienti ad essere ciascuno per sè capitano, e di tali v’erano ch’erano stati, e che la gente del comune di Firenze era fresca e bene armata, e la loro stanca, e la maggiore parte fiebole e male in arnese; e veggendo che al continovo a’ nemici forza cresceva, e temendo di non essere soppresi nel luogo dov’erano, e che i passi non fossono loro impediti; e sentendo, ch’e’ Fiorentini di ciò procacciavano, e presa esecuzione aveano mandati balestrieri e pedoni nelle montagne verso Lucca; e conoscendo che a loro convenia vivere di ratto spargendosi, e cercando da lunga la preda, o che essendo tenuti stretti a loro convenia o arrendersi o morire di fame; ed essendo stati a gravare i Pisani venti dì più che non era in patto con loro, soprastando quivi senza venire a battaglia temeano di soffratta di vittuaglia, aspettando il soperchio di non rincrescere ad altrui, e diffidandosi di vincere i Fiorentini per istracca, e tutto ch’avessono domandata battaglia la schifavano, e per tema di non esservi recati per forza s’erano afforzati con fossi e steccati, la vilia di santo Iacopo a dì 23 di luglio, di notte, innanzi l’apparita del giorno, misono nel loro campo fuoco, e in fretta sconciamente si partirono, quasi come in fuga, non aspettando l’uno l’altro, valicando il colle delle Donne in su quello di Lucca, ch’era loro presso; sicchè prima furono in su quello di Lucca infra sei miglia, che l’oste de’ Fiorentini li potessono impedire. E ciò avvenne, perchè il nostro comune avea imposto al capitano che si guardasse di non rompere la pace a’ Pisani cavalcando in su quello di Pisa o di Lucca, che la teneano allora, e per la detta cagione il capitano non si mise a seguirli. E certo e’ si portò valentemente in tenere a ordine e bene in punto così grande oste, e farsi temere e ubbidire alla gente che gli era commessa, e alla forestiera che serviva per amore, procedendo con savia condotta, e buona e sollecita guardia, per modo che in pochi giorni ricise il pensiero dell’offesa de’ nemici, e a loro tolse ogni speranza che ’l conte di Lando avea e gli altri caporali di fare quel male che aveano promesso di fare al nostro comune. Questa utile impresa e degna di fama fece assai manifesto, e fece conoscere pienamente a tutti i comuni di Toscana e d’Italia, e a’ signori, che gente di compagnia, quantunque fosse in numero grande, e terribile per sua operazione scellerata e crudele, si potea vincere e annullare, perocchè la sperienza occorse, che tale gente somigliante furono per natura vile e codarda cacciare dietro a chi fugge, e dinanzi si dilegua a chi mostra i denti. Noi vedemo, che il ladro sorpreso nel fallo invilisce, e lasciasi prendere a qualunque persona; e così addivenne di questa mala brigata, che solo per rubare si riducea in compagnia. E per non dimenticare il resto, quello di che giudichiamo degno di nota intorno a questa materia, pensiamo che fosse operazione di Dio, che in quel dì ch’elli erano stati sconfitti a piè delle Scalee nell’alpe, in quel medesimo dì rivolto l’anno e finito, essendo nel piano largo e aperto, si fuggirono del campo alle Mosche. Basti d’avere tanto detto, e faremo punto qui alle nostre fortune, per seguire delle straniere quante n’avvenne ne’ tramezzamenti di questi tempi, secondo che siamo usati di fare.
CAP. XXXII. Come il re d’Ungheria passò nel reame di Rascia.
Poco addietro di sopra scrivemmo i casi occorsi nel reame di Rascia, e come il re di Rascia s’era partito dall’omaggio del re d’Ungheria, ed erasi fatto rubello; e seguendo la detta materia, tenendo il re di Rascia parte della Schiavonia appartenere a dominio al re d’Ungheria, cessava fare il debito servigio, onde il re d’Ungheria n’era forte indegnato. Il perchè trovato che il passo della Danoia gli era sicuro, e ricetto di sua gente apparecchiato per lo barone del re di Rascia, che colla forza e aiuto degli Ungheri avea vinto e sconfitto il suo avversario, e fattosi uomo del re d’Ungheria, del mese di maggio 1359, il re d’Ungheria con più de’ suoi baroni passarono la Rascia con grande quantità d’arcieri a cavallo e d’altra gente d’arme, colla quale si partirono dalla riva della Danoia, e passando per piani corsono infino alle grandi montagne di Rascia, e quivi trovarono nel piano molto di lungi dalle coste de’ monti gran gente del re di Rascia, quivi ragunata per difesa del regno. Gli Ungheri vogliosamente s’abboccarono con loro, e dopo lunga battaglia li ruppono, onde in fuga abbandonarono il piano, e ridussonsi alla montagna. E avendo la gente del re d’Ungheria fatto questo principio, il re in persona valicò la Danoia con grande esercito, e accozzato con l’altra sua oste, e seguendo la fortuna, si mise contra quella gente vile, e combattendo vinse gli aspri passi per forza, sicchè in breve tempo tutta la grande montagna fu tutta in sua balìa. Veggendosi il re prosperare, diliberò di valicare in persona la montagna, ma i baroni suoi non glie l’assentirono, perchè non parve loro che per questo la persona del re si mettesse a questa ventura, ma molti de’ baroni e molta di sua gente valicò per combattersi col re de’ Servi, che così è titolato il re di Rascia; il quale in campo non osò comparire, ma con tutta sua gente si ridusse, secondo loro costume, alle fortezze delle boscaglie, ove non poteano essere impediti, senza smisurato disavvantaggio di chi ne fosse messo alla punga. Gli Ungheri senza trovare contradizione o resistenza alcuna piccola o grande cavalcarono infra ’l reame più d’otto giornate per li piani aperti, non trovando niente che potessono predare, perchè tutto era ridotto alle selve; alquanti cavalieri ungheri si misono il campo in una boscaglia, ed essendo assaliti d’alquanti villani, credendo avere trovato il grosso de’ nemici, assai di loro si ferono cavalieri, stimando di venire a battaglia, i quali appellati furono poi per diligione e scherno i cavalieri della Ciriegia, perocchè essendo abbattuti nel bosco a’ ciriegi, ne mangiavano quando da’ detti villani furono assaliti. Il re d’Ungheria, veggendo sua stanza senza profitto, non avendo trovato contasto, con tutta sua oste si ritornò in Ungheria.
CAP. XXXIII. Come messer Feltrino da Gonzaga tolse Reggio a’ fratelli.
Messer Guido da Gonzaga signore di Mantova, quando fermò la pace tra’ signori di Milano e la lega di Lombardia, segretamente promise a messer Bernabò, che per li suoi danari gli darebbe la città di Reggio. Questo segreto venne agli orecchi di messer Feltrino suo fratello innanzi che la detta promessa avesse effetto. Messer Feltrino prese suo tempo, e senza saputa di messer Guido entrò in Reggio, e con aiuto di gente e d’amici rubellò la città. Messer Guido credendo ricoverare la città per forza, del mese di maggio del detto anno ricolse grande gente d’arme, e impetrò ed ebbe aiuto da’ signori di Milano: e stando in Mantova, e ordinandosi per porre l’assedio, sentì che ’l signore di Bologna e ’l marchese di Ferrara aveano alla difesa fornita la terra, onde si rimase dell’impresa, la quale faceva malvolentieri, per non appressarsi troppo la forza de’ signori di Milano.
CAP. XXXIV. Come il vescovo di Trievi sconfisse gl’Inghilesi.
Il vescovo di Trievi veggendo il reame di Francia in tanta rivoluzione e traverse, e che necessario era a’ cherici per difesa di loro franchigia prendere l’arme, come uomo valoroso, ricolse gente d’arme e d’amistà e di soldo, e abboccossi per avventura in un assalto con certi Inghilesi, ch’erano guidati per gente del re di Navarra, e combattè con loro e sconfisseli, i quali erano intorno di millecinquecento, de’ quali assai ne furono morti. In questo medesimo giorno il Delfino di Vienna si mise ad assedio a Monlione, il quale era venuto alle mani degl’Inghilesi, per racquistarlo, e forte lo strinse, perchè essendo il castello presso a dieci leghe a Parigi, gli parea gran vergogna fosse della corona e grande abbassamento che fosse in podestà de’ nemici, e ’l luogo era molto presso a Parigi, e forte offendea. Durante l’assedio avea il Delfino a suo soldo certi baroni alamanni, e non avendo di che pagarli, loro diede in gaggio due buoni castelli del reame. Puossi considerare in quanta soffratta e debolezza era in questi giorni il reame di Francia, che si stimò per li savi se non fosse stato, com’era, antico e corale l’odio per lunghe riotte aveano avute i Franceschi e gl’Inghilesi, in dispetto innaturale convertito, il quale facea a’ Franceschi sostenere ogni affanno e ogni tormento, per certo il re d’Inghilterra era sovrano della guerra.
CAP. XXXV. Come fu soccorsa Pavia, e levatone l’oste de’ Visconti.
L’oste di messer Galeazzo signore di Milano lungamente era stato sopra Pavia con certe bastite, forte tenendo stretta la terra; il marchese di Monferrato preso suo tempo, con la più gente potè ragunare s’entrò cautamente in Pavia, e avuto per sue spie del reggimento dell’oste, e del poco ordine e guardie di quelli delle bastie, subitamente e aspramente li assalì improvviso, e li ruppe e sbarattò, e liberò dall’assedio, e menò in Pavia più di dugentocinquanta cavalieri e molti prigioni, e fornimento e arnese; e ciò fatto, si tornò alle terre sue. Messer Galeazzo per la sua gran potenza poco pregiando quella rottura rifornì subitamente le frontiere di Pavia di gente d’arme assai più che di prima, facendo tutto dì cavalcare in sulle porti di Pavia di gente d’arme assai più che di prima, sicchè senza tenervi bastia forte gli affliggea, e tenevagli sì stretti, che non s’ardivano d’uscir fuori persona, e di loro frutti non poteano avere bene. E del seguente mese di luglio il detto messer Galeazzo fece un’altra grande oste, e mandolla nel Monferrato addosso al marchese.
CAP. XXXVI. Come il capitano di Forlì s’arrendè al legato.
Avendo perduto il capitano di Forlì il caldo della compagnia, ed essendo per la lunga guerra molto battuto, e vedendo che più non potea sostenere, e che poco era in grazia e in amore de’ suoi cittadini per la messa che fatta avea della compagnia in Forlì, essendo tra il legato e lui per mezzani lungo trattato d’accordo, prese partito di arrendersi liberamente alla discrezione e misericordia del legato, con alcuna promessa d’essere bene trattato e del modo, che a dì 4 di luglio 1359, il legato in persona, avendo prima messa la gente sua e prese le fortezze, entrò in Forlì con grande festa e solennità e di sua gente e de’ cittadini di Forlì. Nella quale entrata Albertaccio da’ Ricasoli cittadino di Firenze, il quale al continovo era stato al consiglio segreto del cardinale, e delle sue guerre in gran parte conducitore e maestro, in sull’entrare del palagio fatto fu cavaliere. E ciò fatto, il legato ordinato la guardia della città e lasciatovi suo vicario se n’andò a Faenza, e ivi in piuvico parlamento, essendo dinanzi da lui messer Francesco degli Ordelaffi per addietro capitano di Forlì, riconobbe e confessò tutti i suoi falli ed errori che commessi avea contro la Chiesa di Roma e suoi pastori, i quali letti li furono nella faccia in presenza del popolo, domandando umilmente perdono e misericordia dalla Chiesa di Roma. Il legato fatto ciò, e in lungo e bello sermone gravando in parole l’ingiurie e la pertinacia della resia, e le pene nelle quali era incorso il capitano, privollo d’ogni dignità e onore, e per penitenza gl’impose, ch’elli vicitasse certe chiese di Faenza in certa forma; e ciò fatto, il legato cavalcò a Imola, ove venne il signore di Bologna sotto la cui confidanza il capitano s’era arrenduto; e stati a parlamento insieme più giorni, a dì 17 di luglio, il cardinale ricomunicò nella mensa messer Francesco degli Ordelaffi, e nominatamente tutti i suoi aderenti e quelli che l’aveano favoreggiato, e ristituillo nell’onore della cavalleria, e perdonogli tutte l’offese per lui fatte alla Chiesa di Roma, e annullò ogni processo per lui fatto di resia contro a lui, e ridusselo nella grazia sua, e dichiarò che dieci anni fosse signore di Forlimpopoli e di Castrocaro, potendo stare in ciascuno de’ detti luoghi famigliarmente, e rimanendo le rocche in guardia d’amici comuni, e liberamente li ristituì la moglie, e’ figliuoli, e tutti quelli che tenea in prigione degli amici e seguaci del capitano; e così ebbe fine la lunga e pertinace guerra e ribellione del capitano di Forlì; e per la detta cagione la Romagna rimase in pace, e liberamente all’ubbidienza della Chiesa di Roma.
CAP. XXXVII. Di una compagnia creata d’Inghilesi in Francia.
Volendo il re d’Inghilterra mostrare osservazione di pace secondo l’ordine, infintamente in suo titolo o nome niuna guerra fatta nel reame di Francia, ma i molti Inghilesi ch’erano nel reame seguendo il segreto ordine dato per lui ora con uno ora con altro caporale s’accostavano che li guidasse a guerreggiare e sconciare il reame di Francia; in questi tempi della state uno sartore inghilese il quale avea nome Gianni della Guglia, essendo nella guerra dimostrato prode uomo con gran cuore in fatti d’arme cominciò a fare brigata di saccardi e assai Inghilesi che si dilettavano di mal fare, e che attendeano a vivere di rapine, e cercando e rubando ora una villa ora un’altra nel paese crebbe in tanto sua brigata, che da tutti i paesani era ridottato forte; e per questo senza i casali non murati cominciarono tutti a patteggiarsi con lui, e li davano pannaggio e danari, ed egli li faceva sicuri; e per questo modo montò tanto sua nomea che catuno si facea suo accomandato, onde in pochi mesi fece gran tesoro. Essendo moltiplicato di gente e d’avere, cominciò a passare di paese in paese, e sì andando venne insino al Pau, e ivi prese laici, e’ cherici rubò, e’ laici lasciò andare; onde la corte di Roma ne mostrò gran paura, e pensava a farsi forte per resistere a quella brigata. Costui nell’avvenimento del Pau de’ signori d’Inghilterra lasciò il capitanato e la gente, e ridussesi all’ubbidienza del re, e de’ danari ch’avea accolti ne fè buona parte a’ reali; e così andavano in que’ tempi i fatti di Francia.
CAP. XXXVIII. D’una zuffa che fu tra gli artefici di Bruggia.
Noi avemo detto più volte, che ’l mondo per lo suo peccato non sa nè può stare in riposo, e le sue travaglie, le quali scrivemo, ne fanno la fede, che si può dire veramente l’opera nostra il libro della tribolazione, e nuove. In questi dì a dì 17 di luglio, avendo il conte di Fiandra ragunata la comune di Bruggia per alcuna sentenza che dare dovea per danno d’alcuno sopra certo misfatto, uno calzolaio prosuntuosamente si levò a dire nella ragunanza contro alla volontà del conte, il perchè due degli altri minuti mestieri parlando lo ributtarono, e dissono contro a lui. Il calzolaio trasse fuori la spada, e disse, che chi ’l volesse seguire con sua arme n’andasse alla piazza di Bruggia, il perchè molti de’ mestieri il seguirono; e ragunati in sul mercato con loro arme e transegne stavano in punto, e attenti per rispondere a chi gli volesse di quel luogo cacciare. Altri mestieri, che non erano contenti che costoro pigliassono nella villa maggioranza, de’ quali si feciono capo folloni e tesserandoli, s’andarono ad armare, e in breve spazio di tempo in gran numero si ragunarono in sul mercato, e di subito senz’altro consiglio in fiotto si dirizzarono a coloro ch’erano schierati in sulla piazza, e percossonli, e rupponli, e nell’assalto n’uccisono cinquantasette, e molti ne magagnarono di fedite. E ciò fatto, co’ loro avversari di presente feciono la concordia, e di loro feciono tre capi, uno tesserandolo, e uno carpentiere, e uno calzolaio, e in questi tre fu riposto e commesso il fascio e tutto il pondo di loro governamento e reggimento; e al conte non feciono violenza alcuna, nè niuno mal sembiante. E racchetò la furia e il bollore del popolo in un batter d’occhio, questi tre mandarono la grida, che catuno andasse a fare suo mestiero, e ponesse giù l’arme, e così fu fatto. Che a pensare, ed è incredibile cosa e maravigliosa, che il tumulto di tanto popolo con cotante offensioni e tempeste s’acquetasse così lievemente, senza ricordo delle ingiurie sanguinose mescolate della pace, ciò si può dire, che in un punto fu la pace, e l’aspra e crudele guerra.
CAP. XXXIX. Come l’imperadore de’ Tartari fu morto.
In questo tempo il figliuolo di Giannisbec imperadore de’ Tartari, ch’abitava intorno alla marina del Mare oceano detto volgarmente il Mare maggiore, avendo pochi anni tenuto l’imperio, e in quello piccolo tempo fatto morire per diversi modi quasi tutti quelli ch’erano di suo lignaggio, o per paura che non li togliessono la signoria, o per altro animo imperversato e tirannesco, ultimamente caduto in lieve malattia, affrettato fu di morire d’aprile 1359. E quanto che sua vita fosse con molta guardia e cautela, difendere non si seppe da morte violente, tanto era per sua iniquità mal voluto: e pur venne l’imperio dove con sollecitudine s’era sforzato che non pervenisse, a uno di sua gesta.
CAP. XL. Di novità de’ Turchi in Romania.
Nel medesimo tempo di sopra Ottoman Megi, il maggiore signore de’ Turchi, avendo riavuto il figliuolo il quale, come dicemmo, era stato preso da’ Greci, col detto suo figliuolo insieme con esercito grande di Turchi avea lungo tempo assediata Dommettica, nobile e bella città posta in Romania, la quale non essendo soccorsa dall’imperadore di Costantinopoli nè dagli altri, e non potendosi più tenere, s’arrendè, e venne in potestà de’ Turchi. E avendola Ottoman di sua gente di guardia fornita, con grandissima gente di Turchi si dirizzò a Costantinopoli, con speranza di prendere la terra, o per assedio, o per battaglia; e giunti, fermarono loro campo presso alla città, correndo spesso per tutti i paesi dintorno, e facendo a’ Greci grandissimo danno. E ivi stati lungamente senza fare acquisto di cosa che venisse a dire niente, veggendo che poco potea adoprare, se ne tornò in Turchia.
CAP. XLI. Come il Delfino di Vienna fece pace col re di Navarra.
Quanto che la pace fatta tra’ due re d’Inghilterra e di Francia in sostanza fosse nonnulla, nondimanco per non potere per onestà offendere palesemente forte era allentata la guerra, e molti Inghilesi s’erano tornati nell’isola con quello ch’aveano potuto avanzare del nò e del sì. Al re di Navarra pochi Inghilesi erano rimasi, onde non potendo tanto male fare quanto per l’addietro era usato, questa tiepidezza di tempo diede materia a quei baroni di cercare pace tra ’l re e ’l Delfino, la quale per le dette cagioni assai tosto seguì. E accozzati il re e ’l Delfino, per buona e ferma pace si baciarono in bocca, e il re promise di stare in fede della corona di Francia, e d’atare il Delfino a suo potere contro all’oppressione degl’Inghilesi. Questa pace molto fu cara, e di gran contentamento a’ Franceschi, perocchè la loro divisione era stata materia del guasto di Francia. Ma come che ’l fatto si fosse, la pace i più pensarono che fosse con inganno e a mal fine per la viziata fede del re di Navarra, e corrotta per l’usanza delle scellerate cose in che egli era trascorso, immaginando che non meno potesse nuocere sotto fidanza di pace, che fatto s’avesse nella guerra palese. E così ne seguette, come apparve poco appresso per segni aperti e manifesti.
CAP. XLII. Come l’oste de’ Fiorentini tornò a Firenze e la compagnia ne andò nella Riviera.
Fuggita la compagnia del campo delle Mosche dov’erano stati appetto dell’oste de’ Fiorentini per speranza venti giorni, com’è addietro narrato, ed essendo al ponte a San Quirico in sul fiume del Serchio, molti se ne partirono, e chi prese suo viaggio, e chi in uno e chi in altro paese; e la maggiore fortezza di loro, ch’era col conte di Lando, e con Anichino di Bongardo, quasi tutta di lingua tedesca, prese il soldo dal marchese di Monferrato: e ricevuto per loro condotta in parte di paga ventottomila fiorini d’oro, tutto loro arnese grosso con gran parte di loro gente misono in arme. E conducendoli sempre i Pisani, e avuto licenza dal doge e da’ Genovesi, e dato loro stadichi di non far danno per la Riviera, donde loro convenia passare, e di torre derrata per danaio, se n’andarono in sulla Magra; e s’affilarono uomo innanzi a uomo, e misonsi in cammino per li stretti e malagevoli passi, che alla via loro non era altra rimasa. Nè per ricordo si trova, che dal tempo d’Annibale in qua gente d’arme numero grande per que’ luoghi passasse, perchè sono vie malagevoli alle capre. E bene verifica la sentenza di Valerio Massimo, il quale dice, che la nicistà dell’umana fiebolezza è sodo legame, la quale in questa forma è rivolta in verbo francesco. Necessità fa vecchia trottare. In questo cammino senza niuna offesa, solo che di male vivere, misono tempo assai. La compagnia, come detto avemo, preso suo viaggio, l’oste del comune di Firenze stette ferma in sul campo infino al giovedì a dì primo d’agosto 1359; a quel dì con grande festa levarono il campo molto ordinatamente, e passarono da Serravalle, e alloggiaronsi la sera alla Bertesca tra i confini di Firenze e di Pistoia, stendendosi fino a Prato; il venerdì mattina a dì 2 d’agosto di quindi si tornarono a Firenze. I Fiorentini per onorare il capitano li mandarono incontro alla porta due grandi destrieri coverti di scarlatto, e un ricco palio d’oro levato in asti con grandi drappelloni pendenti alla reale, sotto il quale vollono ch’egli entrasse nella terra a guida di cavalieri, e gentili uomini e popolari, ma il valente capitano prese e accettò cortesemente con savie parole i cavalli, ch’erano doni cavallereschi, e ricusò di venire sotto il palio; e fulli a maggiore onore riputato. E per rendere al comune l’insegne, con la gente ordinata come l’avea a campo tenuta, nella prima frontiera mise i balestrieri e gente a piè, e appresso la camera del comune, poi gli Ungheri, appresso i cavalieri, e in fine mise il palio innanzi per onore del comune alla sua persona, e senza niuna pompa in mezzo del conte di Nola e del figliuolo di messer Bernabò, e’ venne per la città al palagio de’ signori priori, e ivi con grande allegrezza rassegnò il bastone e l’insegne a’ signori priori, le quali accomandate gli aveano, e da indi a pochi giorni fatto a grande numero di cittadini un nobile e solenne convito se ne tornò in Romagna.