LIBRO NONO (continued 2)
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CAP. XLIII. Della morte e sepoltura di messer Biordo degli Ubertini.
Messer Biordo degli Ubertini fu cavaliere gentilesco e di bella maniera, costumato e d’onesta vita, savio e pro’ della persona, e ornato d’ogni virtù, e per tanto in singolare grazia dell’imperadore, e molto amato dal legato di Spagna e da molti altri signori. Costui e’ suoi consorti in questi tempi forte s’inimicavano co’ Tarlati d’Arezzo, e molto erano da loro soperchiati; onde egli avendo provato che ’l caldo e il favore de’ detti signori era troppo di lontano di passaggio e di poco profitto, sopra tutto desiderava d’essere confidente e servidore del comune di Firenze, la cui amicizia vedea ch’era stabile e diritta, e che gratificava il servigio; perchè, come addietro dicemmo, per essere egli e’ suoi in bando e ribelli del comune di Firenze, offerse il servigio di sè e de’ suoi contro la compagnia, e accettato venne nell’oste, dove per mostrare quello ch’egli era s’affaticò sopra modo, che da tutti fu ricevuto da grande sentimento in opera d’arme, tornato col capitano a Firenze, subito cadde in malattia. Il comune avendo prima avuto a grado sua liberalità, e appresso l’opere sue, di presente lo ribandirono co’ consorti suoi, e per mostrare verso lui tenerezza, con molti medici alle spese del comune lo feciono medicare; ma come a Dio piacque, potendo più l’infermità che le medicine, la mattina a dì 16 d’agosto divotamente rendè l’anima a Dio. Il corpo si serbò sino nel dì seguente, per attendere il vescovo d’Arezzo suo consorto e gli altri di casa sua; ed essendo venuti, per lo comune furono fatte l’esequie della sua sepoltura riccamente, e alla chiesa de’ frati minori ove si ripose, che tutte le cappelle, e ’l coro, e sopra una gran capanna fu fornita di cera e con molti doppieri, e sopra la bara un drappo a oro con drappelloni pendenti coll’arme del popolo e del comune, e di parte guelfa e degli Ubertini, e con vaio di sopra con sei cavalli a bandiere di sue armi, e uno pennone di quello del popolo e uno di parte guelfa, con molti fanti e donzelli vestiti a nero. Fu cosa notabile e bella in segno di gratitudine del nostro comune, il quale volentieri onora chi onora lui, dimettendo le vecchie ingiurie per lo nuovo bene, e non avendo a parte rispetto, ma alle operazioni fedeli e devote. Alle dette esequie fu il detto vescovo, e ’l Farinata e tutti gli altri consorti vestiti a nero, e’ signori priori, e’ collegi, e’ capitani della parte, e gli altri rettori e uficiali del comune, e tutti i cherici e buoni cittadini, e ’l chericato tutto e’ religiosi di Firenze. Morì in casa i Portinari; e la bara si pose in sul crocicchio di Porta san Piero dalla loggia de’ Pazzi, dove posta la mattina, tanto vi stette, che ’l vescovo venne: e intorno alla bara erano fanti vestiti di nero, e cavalli e bandiere, l’uno appresso l’altro, parte per la via, che viene al palagio della podestà, e parte per quella che va a santa Reparata; fu cosa ricca e piatosa, e tutto il popolo piccoli e grandi trassono a vedere. Abbianne fatta più lunga scrittura che non si richiede, perchè ne parea fallire, se onorandolo tanto il nostro comune noi non l’avessimo con la penna onorato, e perchè pensiamo, che sia esempio a molti a tramettersi a ben fare, veggendo essere il bene operare premiato a coloro che ’l meritano.
CAP. XLIV. Come i Perugini mandarono ambasciata a Siena, e abominando i Fiorentini.
L’arbitrata sentenza data sopra la pace tra il comune di Perugia e quello di Siena, tutto che fosse comune utile e buona, all’uno e all’altro comune forte dispiacea, come addietro abbiamo narrato, e ciascheduno con sua ambasciata che piacesse al nostro comune per suo onore e grazia loro annullare; e ciò fare non volse, perchè quasi niente derivava da’ ragionamenti fatti con gli ambasciadori de’ detti comuni, se non ch’alquanto nel tempo e nel modo, onde la pace si rimase con le strade bandite, ma con gli animi pregni e pieni d’odio e di stizza, e vollonsi dirompere se l’impossibilità non gli avesse tenuti, perocchè tanto aveano speso, che premendo loro borse niente vi si potea trovare se non vento e rezzo. I Perugini pregni d’animo, alterosi e superbi, senza avere di loro possa riguardo, per mostrare sdegno d’animo contro a’ Fiorentini, crearono otto ambasciadori di loro cittadini più nominati e più cari, e vestironli di scarlatto, e accompagnaronli di giovanaglia vestiti d’assisa dimezzata di scarlatto e di nero, e con molta pompa li mandarono a Siena, dove furono ricevuti con festa rilevatamente all’usanza sanese, recandosi in grande gloria questa mandata; e qui ritta in parlamento, cortesemente infamando il comune di Firenze, nella proposta dissono; l’uomo nimico nel campo del grano soprassemina la zizzania, cioè il loglio; e recando il processo del parlare a questa sentenza, copertamente la ridussono e rivolsono contro al nostro comune, conchiudendo ch’e’ s’erano ravveduti, e a loro veniano come a cari fratelli, per fermare e mantenere con gli animi buoni, e magni e liberali, perpetua e liberale e buona pace, posta giù ogni onta e dispetto, e ogni cruccio nel quale a stigazione altrui fidandosi poco avvedutamente erano incorsi; e infine uditi volentieri, presono co’ Sanesi di nuovo fermezza di pace. I Fiorentini molto si rallegrarono della pace per sospicione che li tenea sospesi di rottura per lo poco contentamento che l’uno comune e l’altro dimostrava in parole di quella ch’era fatta, come fu detto di sopra; vero è che molto punsono le villane e disoneste parole de’ Perugini, e molto furono notate e scritte ne’ cuori de’ cittadini. Tutto poi che i Perugini s’ingegnassono di scusare loro baldanzosa e poco consigliata diceria e proposta, per la detta cagione poco appresso seguette, che avendo i Perugini fatta ragunata di gente, per fama si sparse che tentavano in Arezzo coll’appoggio degli amici di messer Gino da Castiglione. Onde per questo sospetto, a dì 12 d’agosto, il comune di Firenze vi mandò quattrocento cavalieri, e assai de’ suoi balestrieri: poi si trovò che nel vero i Perugini intendeano altrove, ma pure per l’odio che novellamente aveano in parole dimostrato, crebbe eziandio per questa non vera novella.
CAP. XLV. Come il comune di Firenze mandò aiuto di mille barbute a messer Bernabò contro alla compagnia.
Avendo la compagnia preso viaggio per la Riviera di Genova sotto titolo di soldo contro a’ signori di Milano, i Fiorentini il cui animo era a perseguitarla, e perseguire a loro podere il pericoloso nimico nome di compagnia in Italia, e avendo rispetto a questo volere, ma molto più al servigio ricevuto da messer Bernabò contro a essa compagnia; di tutta sua gente sceltane il fiore, e in numero di mille barbute, prestamente e senza resta, a dì 18 d’agosto la fece cavalcare verso Milano sotto la insegna del comune di Firenze, a guida di loro cavalieri popolari, i quali ricevuti graziosamente in Milano, cavalcarono nell’oste. Elli furono vincitori, come al suo tempo diviseremo, non tanto per lo numero loro, nè per la forza loro, quanto per la fama del favore del nostro comune, che grande era a quell’ora, per la viltà presa per la compagnia della gente del comune e de’ Fiorentini per lo ributtamento che fatto n’aveano.
CAP. XLVI. Come il castello di Troco fu incorporato per la corona di Puglia.
Carlo Artù, com’è scritto addietro, fu incolpato della morte del re Andreasso, e per la detta cagione condannato per traditore della corona, e i suoi beni pubblicati, e incorporati alla camera della reina, tra’ quali era il castello di Troco; il quale dappoi era stato privilegiato al prenze di Taranto, e lui l’avea conceduto a messer Lionardo di Troco di Capovana: e avendolo lungo tempo tenuto, in questo il conte di Santagata figliuolo del detto Carlo lo fè furare a’ masnadieri, i quali nel segreto il teneano per lui; onde aontato di ciò il prenze accolse circa a mille uomini a cavallo, e misesi a oste a Santagata, e gran tempo vi stette, e non potendo avere la terra del detto conte contro alla volontà del re Luigi, infine se ne partì con poco frutto; e bene ch’avesse animo ad altri processi, e li cominciasse a seguire, e’ ci giova, di lasciarli, come cose lievi, e tornare alle cose più notabili de’ nostri paesi.
CAP. XLVII. Come il comune di Firenze assediò Bibbiena.
I Tarlati d’Arezzo, per che cagione il facessono, mai non aveano voluto ratificare, come aderenti de’ signori di Milano, alla pace fatta a Serezzana intra’ detti signori e comuni di Toscana, e stavansi maliziosamente intra due, attenendosi alle fortezze loro, che n’aveano molte in que’ tempi, e guerreggiando agli Ubertini, senza mostrarsi in atto veruno contro al nostro comune; e intra l’altre terre, Marco di messer Piero Saccone possedea liberamente la terra di Bibbiena, la quale di ragione era del vescovo d’Arezzo, colla quale ne’ tempi passati molta guerra avea fatta a’ Fiorentini. Ora tornando a nostro trattato, come avanti dicemmo, gli Ubertini, nemici di quelli da Pietramala, col senno e buono aoperare erano tornati nella grazia e amore del nostro comune, ed essendo messer Buoso degli Ubertini vescovo d’Arezzo venuto a Firenze per la cagione che di sopra dicemmo, si ristrinse co’ governatori del nostro comune segretamente animandoli all’impresa di Bibbiena, conferendo di dare le sue ragioni al comune di Firenze. Il suo ragionamento fu accettato; e aggiunta l’intenzione buona del vescovo all’operazione di messer Biordo, il comune per gareggiare la famiglia degli Ubertini, e mostrare che veramente gli avesse in amore, a dì 23 d’agosto per riformagione ribandì gli Ubertini; e per confermare la memoria delle fedeli operazioni di messer Biordo, domenica mattina a dì 25 d’agosto fè cavaliere di popolo Azzo suo fratello, con onorarlo di corredi e di doni cavallereschi; e di presente lo feciono cavalcare a Bibbiena con gente d’arme a cavallo e a piè, e a dì 26 del detto mese con la detta gente prese il poggio al Monistero a lato a Bibbiena, e il borgo che si chiama Lotrina, e ivi s’afforzarono vicini alla terra al trarre del balestro. Era nella terra Marco e messer Leale fratello naturale di messer Piero Sacconi, attempato e savio, i quali per alcuno sentore di trattato aveano mandati di fuori della terra tutti coloro di cui sospettavano, e nel subito e non pensato caso si fornirono prestamente di loro confidenti e di molti masnadieri, il perchè convenia, ch’avendo la rocca e la forza i terrazzani stessono a posa e ubbidienti loro, e pensando che la cosa averebbe lungo trattato, s’ordinarono e afforzarono a fare resistenza e franca difesa, sperando nella lunghezza del tempo avere soccorso. Il comune di Firenze multiplicava a giornate l’assedio, e in servigio del comune v’andò il conte Ruberto con molti suoi fedeli in persona, e di presente pose suo campo, e simile feciono gli altri. E così in pochi dì la terra fu cerchiata d’assedio, e gli Ubertini in tutte loro rocche e castella vicine a Bibbiena misono gente del comune di Firenze, e per più fortezza e sicurtà di quelli ch’erano al campo. La guerra si cominciò aspra e ontosa secondo il grado suo, e que’ d’entro per mostrare franchezza aveano poco a pregio il comune di Firenze, uscivano spesso fuori a badaluccare, e a dì 30 d’agosto in una zuffa stretta fu morto il conte Deo da Porciano, che v’era in servigio de’ Fiorentini.
CAP. XLVIII. Come il comune comperò Soci.
Marco di Galeotto, come vide assediata Bibbiena, e avendovi presso Soci a due miglia, con sano consiglio abbandonò la speranza de’ Perugini che l’aveano per loro accomandato, e avuto licenza, perchè era in bando, se ne venne a Firenze a’ signori; e ragunati i collegi, e richiestili, liberamente si rimise nelle mani del comune con dire, che de’ fatti del castello Sanniccolò e di Soci, e di ciò ch’egli avea nel mondo, ed eziandio della persona ne facessono loro volontà: il comune per questa sua liberalità e profferta spontaneamente e di buono volere, e non ostante ch’e’ terrazzani di Soci si volessono dare al comune, e ciò era fattevole senza contasto per forza che appresso al castello avea il comune, tanto legò l’animo de’ cittadini, per natura benigni a perdonare, che ’l comune si dispose a sopra comperare, per mostrare amore e giustizia; e perchè il valente uomo si mostrasse contento, e sopra ciò provveduto discretamente, adì 26 d’ottobre 1359 per li consigli ribandirono Marco, e dierongli contanti fiorini seimila d’oro; e fè carta di vendita di Soci e di tutte le terre che in que’ luoghi avea, e le ragioni ch’avea in castello Sanniccolò concedette al nostro comune, e delle carte ne fu rogatore ser Piero di ser Grifo da Pratovecchio notaio delle riformagioni e altri notai, e così pervenne Soci a contado del comune di Firenze. Come per tema non giusta Marco di Galeotto si mise a venire a Firenze, e fece quello ch’avemo detto di sopra, e così vennono i conti da Montedoglio volendosi accomandare al comune, i quali non li vollono ricevere se prima non facessono guerra a’ Tarlati, e non volendo ciò fare, si partirono con poca grazia del nostro comune.
CAP. XLIX. Come il vescovo d’Arezzo diede le sue ragioni che avea in Bibbiena al comune di Firenze.
Messer Buoso degli Ubertini vescovo d’Arezzo, non potendo sotto altro titolo che d’allogagione a fitto, a dì 7 di settembre 1359 allogò al comune di Firenze per certo fitto annuale, facendo le carte dell’allogagione di sette anni in sette anni, e facendone molte, le quali insieme sono gran novero d’anni, e confessò il fitto per tutto il detto tempo, e largì al comune ogni ragione e giurisdizione e signoria che ’l vescovado d’Arezzo avea nella terra e distretto di Bibbiena, e le carte ne fece il detto ser Piero di ser Grifo; e con questa cautela fu giustificata l’impresa del nostro comune. Questa concessione fatta per lo vescovo fu approvata e confermata per lo comune d’Arezzo, il quale per fortificare le ragioni del nostro comune ogni ragione ch’appartenea per qualunque ragione avea in Bibbiena gli diede liberamente. A queste giuste ragioni s’aggiugnea l’animo e buono volere de’ terrazzani di Bibbiena, che volentieri fuggivano la tirannia di quelli da Pietramala: ciò cominciarono a mostrare quelli ch’erano cacciati di fuori, ch’erano nel campo de’ Fiorentini guerreggiando i Tarlati, e di poi lo mostrarono quelli ch’erano dentro quando si vidono il tempo di poterlo fare, come seguendo nostro trattato racconteremo.
CAP. L. Seguita la sequela della compagnia.
Seguendo i principii fatti per lo comune in mandare gente a messer Bernabò contro alla compagnia, il signore di Bologna, ch’allora era in pace con lui, li mandò cinquecento cavalieri, e quello di Padova, e quello di Mantova, e quello di Ferrara ancora li mandarono della gente loro; essendo il marchese di Monferrato fatto forte con la compagnia, uscì fuori a campo con molta baldanza, ma di subito i signori di Milano con loro oste li furono appetto, sicchè li convenia stare a riguardo, e per tenerlo a freno i detti signori posono l’oste a Pavia, e strinsonla forte. Il marchese avendo alla fronte il bello e grande esercito de’ detti signori, non si potea volgere indietro a dare soccorso a Pavia per non avere i nemici alla coda, e stando le due osti affrontati, non ebbono tra loro cosa notevole, se non d’uno abboccamento di cinquecento cavalieri di que’ della compagnia, che per avventura s’abboccarono con altrettanti di quelli del comune di Firenze, intra’ quali per onta e per gara e per grande spazio fu dura e aspra battaglia, e infine i cavalieri de’ Fiorentini sconfissono quelli della compagnia. Nella quale rotta furono presi tre caporali de’ maggiorenti della compagnia con più di dugento cavalieri, e assai ve ne furono morti e magagnati; e ciò avvenne d’ottobre del detto anno. Nell’assedio della città di Pavia occorse un altro caso più spiacevole per lo fine suo; che essendo preso da quelli da Pavia uno Milanese d’assai orrevole luogo, fuori d’ordine di buona guerra fu impiccato; e venuta la novella a messer Bernabò, e infocato d’ira, comandò a messer Picchino nobile cavaliere, e di grande stato e autorità in Milano, che quattordici prigioni di Pavia ch’erano nell’oste li facesse impiccare, infra’ quali ve n’era uno di buona fama, e di gentile luogo, e d’assai pregio, non degno di quella morte, per lo quale molti Milanesi ch’erano nell’oste pregarono messer Picchino che cercasse suo scampo. Il quale mosso da pietà e dalle giuste preghiere di tali cittadini mandò a messer Bernabò di tali cittadini, e della sua umilità ferventemente pregò il signore che per loro grazia e amore dovesse perdonare la vita a quello nobile uomo; il signore per queste preghiere invelenito e aspramente turbato comandò a messer Picchino che colle sue mani il dovesse impiccare; il gentile uomo stepidito, e impaurito di tale comandamento, e non meno di lui tutti i suoi amici e parenti, e molti buoni e cari cittadini, cercarono stantemente con sommessione e preghiera, che ’l nobile e gentile cavaliere, cui il signore avea fatto tanto d’onore, di sì vile e vituperoso servigio non fosse contaminato; il signore indurato alle preghiere, perseverando nella pertinacie sua, aggiunse al vecchio comandamento, che se nol facesse, primieramente farebbe impiccare lui. Il gentile cavaliere vedendo l’animo feroce del tiranno, che se non facesse quello che gli era comandato che li convenia vituperosamente morire, stretto da necessità, confuso e attristito, si spogliò i vestimenti e di tutti i segni di cavalleria, e rimaso in camicia, vestito di sacco con vile cappelluccio, e a maraviglia di dispetto, andò a mettere a esecuzione il comandamento del tiranno, con proponimento di non usare più onore di cavalleria, poichè era sforzato d’essere manigoldo; che assai diede per l’atto a intendere quanto fosse da prezzare il beneficio della libertà, da’ Lombardi non conosciuta.
CAP. LI. De’ fatti di Sicilia e del seguire l’ammonire in Firenze.
Per sperienza di natura vedemo, che l’uomo appetisce di vari cibi, e che di tale varietà lo stomaco piglia conforto, e fa digestione; e così quando l’orecchie con fatica pure d’un medesimo modo udire desidera intramesse d’altro parlare. Noi seguendo quello che natura per suo ricriamento acchiede in quello luogo, accozzeremo molte novelle occorse in molti luoghi e in uno tempo diversi, nè del tutto degni di nota, nè da essere posti a oblio, e farenne una nuova vivanda in queste parti. Per lo poco polso, e per la poca forza e vigore ch’aveano le parti che governavano l’isola di Cicilia, loro guerre erano inferme e tediose; il duca e’ Catalani col seguito loro aveano assai poca potenza, e la parte del re Luigi molto minore; e le lievi guerre e continove straccavano e consumavano l’isola, e nè l’una parte nè l’altra poteano sue imprese fornire, e pure si guastavano insieme con fame e confusione de’ paesani, che a giornate correano in miseria. Il duca avea alquanto più seguito, e que’ di Chiaramonte speranza nell’aiuto del re Luigi, che promettea loro assai, e poco facea; onde i gentili uomini non tanto per amore del re, quanto per sostenere sè medesimi, e loro fama e grandigia, intendeano alla guardia di Palermo, e d’alcuno castello che il duca tenea debolmente assediato col braccio de’ Catalani, tra che gli assediatori erano fieboli e di poca possanza, e gli assediati poveri d’aiuto, niuna notevole cosa era stata a oste di quelle terre; e lieve era agli assediati a schernire i nemici, e fargli da oste levare, perchè oggi si poneano, e ’l dì seguente se ne levavano, e parea la cosa quasi nel fine suo, per impotenza dell’una parte e dell’altra. Ma quello che segue, tutto paia da’ principii suoi da poco curare e di piccola stificanza, più nel segreto del petto che non mostra in fronte, se Dio per sua pietà non provvede, chi sottilmente mira, può generare divisione e scandalo nella nostra città. In questi giorni, colle febbri lente continove dell’isola di Cicilia, le nostre, civili mali, ne’ loro principii non curate, si perseguia l’ammonire chi prendesse o volesse prendere uficio, e non fosse vero guelfo, o alla casa della parte confidente. E certo in sè la legge era buona, come addietro dicemmo, ma era male praticata, e recata a fare vendetta, e altre poco oneste mercatanzie, perchè forte la cosa spiacea agli antichi e veri guelfi, e agli amatori di quella parte, e della pace e tranquillità del nostro comune. E scorto era per tutto, che ’l mal uso della riformagione tenea sospesi, e in tremore e in paura più i guelfi ch’e’ ghibellini, e sospettando di non ricevere senza colpa vergogna. A queste due travaglie aggiugneremo una novità d’altre maniere. I Romani, che già furono del mondo signori, e che diedono le leggi e’ costumi a tutti, erano stati gran tempo senza ordine o forza di stato popolare, onde loro contado e distretto si potea dire una spelonca di ladroni, e gente disposta a mal fare. Il perchè volendosi regolare, e recarsi a migliore disposizione, avendo rispetto al reggimento de’ Fiorentini, feciono de’ loro cittadini popolari alquanti rettori con certa podestà e balía assomiglianti a’ nostri priori, tutto che molto minore, e feciono capo di rioni sotto il titolo di banderesi: ivi rispondeano a ogni loro volontà duemilacinquecento cittadini giovani eletti e bene armati, i quali al bisogno uscivano fuori della città bene armati a fare l’esecuzione della giustizia contro a’ malfattori. Avvenne in questi giorni, che conturbando con ruberie il paese uno Gaetano fratello del conte di Fondi, fu preso, e senza niuna redenzione fu impiccato, con molti suoi compagni che furono presi con lui di nome e di lieva. Il perchè da queste e da altre esecuzioni fatte contro a’ paesani e’ cittadini che ricettavano i malfattori, oggi il paese di Roma è assai libero e sicuro a ogni maniera di gente.
CAP. LII. Come Bibbiena per nuovo capitano fu molto stretta.
La punga che ’l comune faceva per avere Bibbiena era grande, e la resistenza de’ Tarlati molto maggiore, e faceano forte maravigliare i governatori del nostro comune, veggendo la durezza e la pertinacie loro, non aspettando soccorso di luogo che venisse a dire nulla; e come che la cosa s’andasse, non fu senza infamia del capitano del popolo ch’era de’ marchesi da Ferrara, il quale era stato mandato per capitano di tutta l’oste, il quale vilmente e lentamente in tutte cose si portava, e d’alcuni cittadini che gli erano stati dati per consiglio. Onde il comune prese oneste cagioni e’ rivocarono il capitano e ’l suo consiglio, e in suo luogo mandarono il potestà con altri cittadini, il quale fu messer Ciappo da Narni, uomo d’arme valoroso, e sentito assai. Il quale avendo da Firenze molti maestri di legname e di cave, prestamente fece cignere la terra di fossi e di steccati, e imbertescando i luoghi dov’era bisogno, e in più parti, e alla rocca e alla terra fè dirizzare cave, e simile faceano que’ d’entro per riscontrare. Appresso vi dirizzarono due dificii che gittavano gran pietre, e di dì e di notte secondo uso di guerra li molestavano, senza dare loro riposo. Que’ d’entro per rompere e impedire i mangani dirizzarono manganelle, colle quali assai danno facevano. Nè contento il capitano alla detta sollicitudine, cominciò a cavare l’altre torri de’ Tarlati per tenerle strette, e in esse cercava trattati, ne’ quali fu preso Corone, e Giunchereto, e Frassineto per battaglia, e all’uscita di settembre presono Faeto castelletto ch’era di messer Leale, nel quale trovarono assai roba, e predato il paese, si tornarono al campo. E perchè le castella prese erano del contado d’Arezzo, il comune liberamente le rendè agli Aretini, i quali molto le ebbono a grado, e tutto che nostro comune perseguitasse quelli da Pietramala a suo potere, gli Aretini seguendo il grido non stavano oziosi, facendo dal lato loro, quanto poteano e sapeano di guerra. E nel detto tempo in sul giogo ripresono un loro castello che ’l conte Riccardo dal Bagno lungo tempo avea loro occupato; e perseguendo l’assedio, nell’entrante d’ottobre furono tratti a fine e forniti tre battifolli intra’ campi erano posti, onde la terra fu per modo circondata d’assedio ch’entrare nè uscire non potea persona. Lasceremo assediata Bibbiena, e a suo tempo diremo come fu presa, e diremo alquanto delle cose straniere, che in questi tempi avvennono da fare menzione.
CAP. LIII. Come il re d’Inghilterra passò in Francia con smisurata forza.
Poichè al re d’Inghilterra fu manifesto, che la pace che fatta avea col re di Francia da’ Franceschi non era accettata, e che il re di Navarra avea fatta pace col Delfino di Vienna, la quale si stimava per li discreti essere proceduta d’assento e ordine di esso re d’Inghilterra, sotto speranza, che essendo il re di Navarra ne’ consigli de’ Franceschi e creduto da loro, più dentro potesse a tempo preso di male operare in sovversione della casa di Francia, che di fuori colla guerra, perocchè come il savio dice, che niuna pestilenza è al nocimento più efficace che il domestico e famigliare nemico, aggravando alle cagioni della guerra, con dare il carico di non volere la pace a’ suoi avversari, fece suo sforzo di suoi Inghilesi e di gente soldata maggiore che mai per l’addietro, e mandò in prima il duca di Lancastro con centoventitrè navi, nelle quali furono millecinquecento cavalieri e ventimila arcieri, all’entrata d’ottobre 1359, e posto in terra la gente, si mise infra il reame di Francia verso Parigi, e col navilio predetto tornato nell’isola, aggiunte molte altre navi, all’uscita del mese il re Adoardo col prenze di Gaules e con gli altri suoi figliuoli, con esercito innumerabile di suoi Inghilesi a piè, quasi tutti arcieri, anche passò a Calese. E secondo ch’avemmo per vero, il numero di sua gente passò centomila. La detta mossa contro al tempo di guerra fa manifesto, che molto empito e smisurato volere movea il re Adoardo, e fermezza nell’animo suo ch’era grande e smisurato d’ottenere quello che lungo tempo avea desiderato, perchè principiò nell’entrata del verno, che suole dare triegua e riposo alle guerre. E perchè il tempo allora era dirotto alle piove, e il paese di Francia è pieno di riviere, molti stimarono che ciò facesse, per dimostrare a’ nemici quello che della guerra potesse seguire nella primavera e nella state, cominciando in sul brusco per spiacevole tempo, e per infiebolire gli animi loro sì con la possa smisurata, e sì con dare speranza di molta e tediosa lunghezza di guerra. Come procedette questa trionfale e terribile impresa, seguendo a suo tempo diremo.
CAP. LIV. La poca fede del conte di Lando.
Non è da lasciare in silenzio, oltre all’altre infamie, quello che della corrotta fede che in que’ giorni mosse il conte di Lando al marchese di Monferrato, il quale con molto spendio e fatica gli avea tratti di Toscana lui e sua compagnia, ove si potea dire veramente perduta, e fatti conducere a salvamento per la Riviera di Genova, e poi pel Piemonte nel piano di Lombardia, con patti giurati di tenerli fede infino a guerra finita contro a’ signori di Milano, con certo soldo limitato da potersi passare con avanzo, il traditore, rotta ogni leanza e promessa al marchese predetto, del mese d’ottobre con millecinquecento barbute prese segretamente il soldo di messer Bernabò, e uscì dell’oste del marchese, e se n’andò in quello de’ nemici con l’insegne levate, rimanendo Anichino e gli altri caporali col resto della compagnia al marchese; i quali molto biasimarono il fallo enorme del conte, pubblicamente appellandolo traditore; ma poco tempo appresso, tirati dal suono della moneta de’ signori di Milano, feciono il simigliante, e tutti abbandonarono il marchese, verificando il verso del poeta: Nulla fides, pietas que viris qui castra sequntur; che recato in volgare viene a dire: Niuna fede nè niuna pietà è in quelli uomini che seguitano gli eserciti d’arme, cioè a dire in gualdana a predare, e a fare male. I signori di Milano dopo la venuta del conte fortissimamente strinsono la città di Pavia, togliendo a que’ d’entro ogni speranza di soccorso, perocchè vedendo il marchese i modi tenuti per lo conte di Lando, ed origliando i cercamenti che i Tedeschi che gli erano rimasi faceano, non osava e non si confidava mettere a bersaglio per soccorrere la terra.
CAP. LV. Come Pavia s’arrendè a messer Galeazzo.
Gli affannati e tribolati cittadini di Pavia e disperati d’ogni soccorso, e spezialmente di quello del marchese, cui vedeano da’ Tedeschi gabbato e tradito, e altro capo non aveano che frate Iacopo del Bossolaro, col suo consiglio cercarono d’arrendersi a patti a messer Galeazzo il quale liberamente gli accettò con tutti que’ patti e convenienze che ’l detto frate Iacopo seppe divisare: e fermo tutto e’ ricevettono dentro messer Galeazzo con la sua gente del mese di novembre del detto anno; il quale entrato dentro con buona cera, si contenne senza fare novità, mostrandosi benigno e piacevole a’ cittadini e a frate Iacopo, e fecelo di suo consiglio, mostrandoli fede e amore, e avendolo quasi come santo e in grande reverenza; e con questa pratica e infinta sagacità ordinò con lui assai di quello che volle senza turbare i cittadini; e avendo recato in sua balía tutte le fortezze della terra e di fuori si tornò a Milano, mostrando a frate Iacopo affezione singulare, e lo menò seco, e come l’ebbe in Milano il fece prendere, e mettere in perpetua carcere, e condannato il mandò a Vercelli al luogo de’ frati dell’ordine suo, e ordinatoli quivi una forte e bella prigione, con poco lume e assai disagio, ponendo fine alle tempeste secolari che con la lingua sua ornata di ben parlare avea commesse. E ciò fatto, tenea all’opera più di seimila persone, e fece cominciare in Pavia una fortezza sotto nome di Cittadella, nella quale si ricogliesse tutta sua gente d’arme senza niuno cittadino; e ciò non fu senza lagrime e singhiozzi de’ cittadini, siccome di prima cominciarono a vedere il principio dello spiacevole giogo della tirannia, e sì per lo guasto delle case loro che si conteneano nel luogo, ove s’edificava lo specchio della miseria loro, dove portavano gran danno e disagio; e per nominare quello che suole addivenire a chi cade in mala fortuna, frate Iacopo era infamato degli omicidi, che non furono pochi, i quali erano proceduti delle prediche sue, e de’ cacciamenti di molti cari e antichi cittadini di Pavia sotto maestrevole colore di battere e affrenare i tiranni; ma quello che più parea suo nome d’orrore nel cospetto di tutti erano le rovine de’ nobili edifici di que’ da Beccheria e d’altri notabili cittadini che li seguivano, mostrando che l’abbattere il nido agli uomini rei era meritorio, quasi come se peccassono le case, che è stolta cosa, tutto che per mala osservanza tutto giorno s’insegna queste cose, parea che l’accusassono di crudeltà; e quello costringono d’avarizia, perocchè sotto titolo di cattolica ubbidienza aveano fatto statuti, che chi non fosse la mattina alla messa e la sera al vespero pagasse certa quantità di danari; e avendo sopra ciò fatte le spie, cui trovassono in fallo il minacciavano d’accusare, e sotto questa tema li facevano ricomperare. E certo chi volesse stare nel servigio di Dio e nelle battaglie di vita riligiosa, e mescolandosi nelle cose del secolo e ne’ viluppi è spesso ingannato da colui che si trasfigura in vasello di luce per ingannare quelli col principio della santa operazione, favoreggiando col grido del popolo il santo l’indusse a vanagloria e in crudeltà, e, come dovemo stimare, Iddio con le pene della croce lo ridusse alla vita d’onde s’era per lusinghe del mondo partito.
CAP. LVI. Come i signori di Milano sfidarono il signore di Bologna.
Come la sete dell’avaro per acquisto d’oro non si può saziare, così la rabbia del tiranno non si può ammorzare per acquisto di signoria; per divorare tiene la gola aperta, e quanto più ha cui possa distruggere e consumare, più ne desidera. Questo per tanto dicemo, perchè in questi dì, avendo i signori di Milano con la forza della moneta e col tradimento del conte di Lando e d’Anichino vinto e vergognato il marchese di Monferrato, e aggiunta per forza alla loro signoria la nobile e antica città di Pavia, ringraziando con lettere il comune di Firenze del bello e buono servigio della sua gente ricevuto, di presente la rimandò; e cresciuto loro l’animo per lo felice riuscimento della città di Pavia, entrarono in pensiero e in sollicitudine di rivolere o per amore o per forza la città di Bologna, non ostante che da messer Giovanni da Oleggio loro consorto che allora la tenea avessono avuto aiuto alla loro guerra seicento barbute, le quali ritennono ad arte e con ingegno al soldo loro, pensando d’avere mercato nel subito loro movimento del signore di Bologna, trovandosi ignudo e sfornito di gente d’arme a difesa; e con trovare rottura di pace, scrissono al comune di Firenze che non si maravigliasse, perchè sì subito assalissono con la forza loro il signore di Bologna, da cui erano stati traditi, e che a loro avea rotta la pace senza niuna giusta cagione; e nella lettera scritta di questa materia al comune era intramessa la copia di quella che mandarono al signore di Bologna, sfidandolo e appellandolo per traditore, la quale lettera fu appresentata al signore di Bologna come l’oste de’ signori di Milano giunse nel terreno di Bologna.
CAP. LVII. Come messer Bernabò mandò l’oste sua sopra Bologna.
Seguendo la materia del precedente capitolo, all’entrata di dicembre del detto anno, messer Bernabò fece capitano della gente che mandò nel Bolognese il marchese Francesco da Esti, il quale essendo cacciato di Ferrara era ridotto a messer Bernabò, ed era suo provvisionato, e senza niuno arresto con tremila cavalieri, e millecinquecento Ungheri, e quattromila pedoni e mille balestrieri lo fece cavalcare in su quello di Bologna, avendo il passo dal signore di Ferrara, allora in amicizia e compare di messer Bernabò, e oltre al passo, vittuaglia e aiuto; e come uscì del Modenese si pose a campo intorno al castello di Crevalcuore, e ciò fu infra dieci dì infra ’l mese di dicembre, e ivi stette più giorni; sollecitato con parecchie battaglie il castello, non avendo soccorso dal signore di Bologna, a dì 20 del detto mese s’arrendè a promissione di messer Giovanni de’ Peppoli, il quale era nell’oste al servigio di messer Bernabò; e ricevuto il castello e le guardie del capitano dell’oste, essendo il castello abbondevole di vittuaglia, assai n’allargò l’oste. Avuto Crevalcuore, le villate ch’erano d’intorno da lunga e da presso per non essere predati ubbidirono il capitano, facendo il mercato sotto il caldo e baldanza di questo ricetto. Bene che la vernata fosse spiacevole e aspra per le molte piove, quelli dell’oste ogni dì cavalcavano insino presso a Bologna, levando prede e prigioni, e tribolando il paese; il signore di Bologna, ch’era savio e d’animo grande, non faltò di cuore per la non pensata e subita guerra, e veggendosi per l’astuzia di messer Bernabò che gli avea levati i soldati, come dicemmo di sopra, povero di gente d’arme e d’aiuto, senza indugio trasse delle terre di fuori que’ terrazzani che si sentì ch’erano sospetti, e le rifornì di soldati, perchè i terrazzani non avessono podere d’arrendersi sì prestamente come fatto aveano quelli di Crevalcuore; e attendea con sollicitudine allo sgombro, e ad apparecchiare la città a difesa, e a fare buona guardia. Il cardinale di Spagna li mandò di soccorso quattrocento barbute che li vennono a gran bisogno. Lo detto signore conoscendo la sua impotenza, e non essere sufficiente a potere rispondere a quella de’ signori di Milano, nondimeno cercò sottilmente con segreto trattato, offerendo di fare alto e basso quanto fosse piacere del comune di Firenze, di torlo in suo aiuto, ma la fede promessa per la pace vinse ogni vantaggio che potessono avere.
CAP. LVIII. Come fu maestrato da prima in Firenze in teologia.
Poco è da pregiare per onestà di fama che uno sia con le usate solennitadi, ne’ luoghi dove sono li studi generali delle scienze privilegiate dalla autorità del santo padre e dell’imperio di Roma, pubblicamente scolaio maestrato; ma essendo questo atto primo e nuovo, e più non veduto nelle città che hanno di nuovo privilegi di ciò potere fare, bello pare e scusabile d’alcuni farne memoria, non per nome dell’uomo, che per avventura non merita d’essere posto in ricordo di coloro che verranno, ma per accrescimento di tali cittadi, ove tale atto da prima è celebrato. In questi giorni per virtù de’ privilegi alla nostra città conceduti per lo nostro papa Clemente sesto, infra l’altre cose contenne di potere maestrare in teologia, a dì 9 di dicembre nella chiesa di santa Reparata pubblicamente e solennemente fu maestrato in divinità, e prese i segni di maestro in teologia frate Francesco di Biancozzo de’ Nerli dell’ordine de’ frati romitani; e il comune mostrandosi grato del beneficio ricevuto di potere questo fare, per lungo spazio di tempo fece sonare a parlamento sotto titolo di Dio lodiamo tutte le campane del comune, e’ signori priori co’ loro collegi, e con tutti gli uficiali del comune, con numero grandissimo di cittadini furono presenti al detto atto di maestramento, che fu cosa notabile e bella.
CAP. LIX. Come fu morto il signore di Verona dal fratello.
Messer Cane della gesta di quelli della Scala signori di Verona, per morbidezze di nuova fortuna era divenuto dissoluto e crudele, e per tanto in odio de’ suoi cittadini grande, senza amore de’ suoi cortigiani, eziandio de’ suoi consorti e parenti; essendo per andare in questi tempi nella Magna a’ marchesi di Brandimborgo, ch’erano suoi cognati, e avendo i suoi fratelli carnali, messer Cane Signore e Polo Albuino, secondo il testamento di messer Mastino erano con lui consorti nella signoria, e non prendendo di niuno di loro confidanza, ma piuttosto sospetto, segretamente fè giurare i soldati nelle mani d’un suo figliuolo bastardo. Come questo sentirono i fratelli forte l’ebbono a male, e presonne sdegno: messer Cane Signore ne fece parlare dicendo al gran Cane, che tanta sconfidanza non dovea mostrare ne’ fratelli: le parole, quanto che assai fossono amorevoli, furono gravi e sospettose al tiranno, e con parole di minacce spaventò e impaurì il fratello, tutto che per avventura non fosse nell’animo suo quanto le minacce dicevano. Il giovane pensò che assai era lieve al fratello a fare quanto dicea in parole, perchè conoscea che molta crudeltà regnava nell’animo suo, e che per tanto poco al signore arebbe riguardato; onde un sabato, a dì 14 di dicembre detto anno, essendo cavalcato Gran Cane per la terra con piccola compagnia, e Cane Signore accompagnato di due scudieri di cui tutto si confidava se n’andò alla stalla del signore, e tolse tre corsieri i più eletti e i migliori vi trovò, e montativi tutti e tre a cavallo, con l’armi celate si mosse per la terra a piccoli passi cercando del gran Cane, e come lo scontrarono, il gran Cane disse al fratello, ch’e’ non facea bene a cavalcare i suoi corsieri, e Cane Signore rispose; Voi fate bene sì che voi non volete ch’io cavalchi niuno buono cavallo: e tratto fuori uno stocco ch’avea a lato accortamente gli si ficcò addosso, e con esso il passò dall’un lato all’altro, e menatoli un altro colpo in sul capo l’abbattè del cavallo, e per tema di non essere sorpreso prese la fuga, avacciando in forma il cammino che in Padova giunse la sera; ed essendo come da parte del signore ricevuto, li manifestò quello ch’avea fatto al fratello, e le ragioni che mosso l’aveano: il signore mostrò per la spiacevolezza del caso ne’ sembianti doglienza, senza assolvere il fatto o condannare, confortato il giovane che a lui era fuggito, con speranza che la cosa che proceduta era da sdegno arebbe buono fine. In questa miserabile fortuna di tanto signore non si trovò chi traesse ferro fuori, nè chi perseguitasse il fratello, e quelli ch’erano con lui, tremando di sè ciascuno, per immaginazione che sì alta cosa essere non potesse senza ordine, si fuggirono di presente, e lasciarono in terra il loro signore a morte fedito.
CAP. LX. Come Cane Signore fu fatto signore di Verona.
Sentito che fu per Verona il caso sinistro di loro signore, non si trovò nella terra persona che si levasse di cuore, tanto era odiato e mal voluto; e dopo alquanto spazio di tempo fu ricolto di terra senza avere conoscimento niuno, e spiritò poco, sicchè appena levato del luogo passò, e lasciò la tirannia e la vita. L’esequie per l’onore del titolo che tenea, e della casa, li furono fatte magnifiche, e più liete in vista che dolorose; perocchè riso e pianto, e l’altre forti passioni dell’animo coll’altro contrario male si possono coprire. Il popolo vile, e costumato in servaggio, trovandosi in sua libertà, perocchè non v’era capo di signoria, se non per Polo Albuino ch’era un piccolo garzone senza consiglio e senza gente d’arme, perocch’erano tutti in servigio di messer Bernabò nell’oste a Bologna, nè altro caldo o favore, non seppono usare la libertà e la franchigia che loro avea non pensatamente renduto fortuna. Radunati insieme i fratelli di Gran Cane, nel parlamento in segno di signoria diedono la bacchetta a Polo Albuino ricevendo per sè e per lo fratello, e di presente crearono ambasciadori, e mandaronli a Padova a Cane Signore, invitandolo che venisse a prendere la cura della sua città di Verona; il quale accompagnato da dugento cavalieri del signore di Padova si partì, e giunto in Verona, con grande letizia e onore fu ricevuto, facendolisi incontro alla porta il fratello, e ivi li diede la bacchetta, e lo rinvestì della signoria che avea ricevuta per lui; e così per dimostranza di fede rimasono amendue nella signoria ch’avea ricevuta per lui, e la città si posò senza novità niuna in buona pace.
CAP. LXI. Come fu presa Bibbiena pe’ Fiorentini.
Essendo stato l’assedio a Bibbiena per spazio di due mesi e dodici dì, nel quale messer Leale e Marco, essendo senza triegue colle battaglie continue e con trabocchi che mai non ristavano in aperto e di fuori combattuti, e in occulto colle cave, e coll’animo grande e colla sollecitudine sofferivano tutto senza riposo, e con consiglio poneano a ogni cosa riparo; e indurati negli affanni e ne’ pericoli non si dichinavano a nulla, ma con fronte dura e pertinacia più si mostravano fieri che mai. I terrazzani per la disordinata fatica, e perchè vedeano guastare i beni loro dentro e di fuori, desideravano l’accordo, e vedendo che la cosa a lungo andare convenia che venisse a quello che volea il comune di Firenze, e pareva a loro che quanto più si stentava venire in maggiore indegnazione de’ Fiorentini, e maggiore distruggimento e consumazione di loro e di loro cose; e pertanto alcuna volta pregarono i Tarlati che prendessono partito a buon’ora, ed ebbono da loro spiacevole e mala risposta. Onde seguì, che diciotto di loro segretamente si giurarono insieme, de’ quali si fece capo uno maestro Acciaio, uomo secondo suo grado intendente e coraggioso, i quali senza indugio o perdimento di tempo s’intesono con alcuni de’ terrazzani di Bibbiena, cui i Tarlati aveano per sospetto cacciati fuori e riduciensi nell’oste de’ Fiorentini, con offerire loro, che dove potessono avere sicurtà e fermezza che la terra non fosse rubata, che a loro dava il cuore di farla venire assai prestamente alle mani del comune di Firenze. E ciò avendo gli usciti sentito, se ne ristrinsono con Farinata degli Ubertini, il quale con loro entrò in ragionamento con due cittadini di quello uficio della guerra i quali erano nel campo, e li domandarono che fede, che sicurtà, e che patti voleano; e fu loro detto da’ cittadini. E ciò udito, lo conferirono a bocca a’ signori e a’ collegi, e da loro ebbono piena balía di potere prendere piena concordia, di promettere e sicurare come a loro paresse a beneficio e contentamento de’ terrazzani, salvando l’onore del comune; e tornati nel campo, feciono a quelli d’entro sentire che aveano mandato di convenirsi con loro. I congiurati per alquanti giorni attesono il tempo che a loro toccava la guardia in certa parte delle mura, e venuto, con una fune collarono un fante, e mandaronlo al Farinata, il quale fu co’ detti cittadini con cui conduceva il detto trattato, e di presente furono al capitano, e li manifestarono il fatto com’era. Il capitano, per coprire col senno suo segreto, diede a intendere che avea sentito che la notte certa gente dovea entrare in Bibbiena, e che volea porre aguato a quel luogo, per lo quale avea sentore che doveano entrare, ed elesse sotto il detto nome quattrocento fanti de’ migliori e de’ più gagliardi ch’erano nell’oste, e ottanta uomini di cavallo a piè armati di tutte loro armi, e seco volle il Farinata con tutti gli usciti di Bibbiena, i quali con altri loro confidenti furono ottanta fanti; e avendo il capitano fatto provvedere delle scale, e ricevuto da quelli d’entro l’avviso dove le dovesse accostare, il dì della pasqua dell’Epifania, a dì 6 di gennaio 1359, in sulla mezza notte quetamente s’accostarono alle mura, e avendo avuto avviso di fuori da maestro Acciaio e da’ suoi congiurati ch’erano in sulle mura alla guardia di quel luogo, ve ne rizzarono cinque, e Farinata di prima co’ suoi, e appresso il capitano montarono in sulle mura, e discesono nella terra alla condotta de’ congiurati, non trovando chi gli impedisse. Mentre si faceano queste cose, uno masnadiere nominato, assai confidente di Marco, che andava cercando le mura, quando giunse in quella parte, ricevuto il nome da’ terrazzani e datoli la via, come fu in mezzo di loro fedito il traboccarono delle mura dentro; e ciò fatto, il romore si levò nella terra, al quale si destò tutta l’oste, che non sapeano che si fosse, e accostati alla terra quelli ch’erano entrati, levate l’insegne del comune di Firenze s’avvisarono insieme, attendendo che gli eletti per lo capitano di quelli che dicemmo di sopra fossono tutti dentro. Marco, ch’era nella rocca con la sua brigata più fiorita, uscì fuori francamente, e percosse a quelli ch’erano entrati, ma da loro ricevuto senza paura con le spade villanamente fu ributtato; nel quale assalto il Farinata, ch’era di quelli dinanzi, fu fedito d’una lancia nell’arcale del petto sì gravemente, che gli fu necessità ritirarsi indietro, della quale fedita assai ne stette in pericolo di morte. Il capitano scendendo nell’entrata delle scale cadde, e sconciossi il piede in forma che non potè stare in su’ piedi, sicchè amendue i capitani in sull’entrata in quella notte furono impediti. I terrazzani che da’ nostri cittadini aveano ricevuta la fede, che non riceverebbono nè danno nè ingiuria, sfatavano nelle loro case senza offendere i Fiorentini, e alquanti di loro intimi amici di Marco e suoi servidori per tema si fuggirono nella rocca; e stando la terra in questi termini, da quelli d’entro a quelli di fuori fu l’una delle porti tagliata, sicchè la gente in fiotto entrò dentro, e furono signori della terra. I due Fiorentini, che in nome del comune aveano promesso che nè violenza nè ruberia non si farebbe, in quella notte s’adoperarono sollecitamente in forma e in modo che niuna ingiuria, o ruberia o danno nella terra si fece eziandio in parole. I terrazzani uomini e donne assicurati offeriano pane e vino, e altre cose abbondantemente, così a quelli ch’erano entrati come a quelli ch’entravano. Come a Dio piacque, e fu mirabile cosa, la terra si vinse senza spargimento di sangue, e senza ruberia o ingiuria o violenza niuna o piccola o grande, che a raccontare è cosa incredibile e vera.
CAP. LXII. Come la rocca di Bibbiena s’arrendè al comune di Firenze.
Vedendo Marco che la terra era presa, e ch’egli era con gente assai nella rocca e con poca vittuaglia, perocchè per tema delle cave l’avea sfornita, cercò di potersi patteggiare salvando le persone, ma non ebbe luogo, e dibattutosi sopra ciò per molte riprese, infine impetrò, che la sua donna ch’era figliuola del prefetto da Vico, la quale era gravida, con un suo piccolo fanciullo con tutti gli arnesi di lei se ne potesse andare, e che i terrazzani e alcuni sbanditi del comune di Firenze fossono salvi; e quanto s’appartenne agli sbanditi, non fu senza ombra d’infamia a’ nostri cittadini che si trovarono a questo servigio. Marco e Lodovico suo fratello, e messer Leale loro zio, Francesco della Faggiuola e altri masnadieri in numero di quaranta rimasono prigioni, tutto che poi appresso il detto Francesco ch’era garzone e infermo fosse lasciato, e a dì 7 di gennaio del detto anno renderono la rocca, e a dì 12 del detto mese vennono presi a Firenze i detti Tarlati, e furono messi spartitamente l’uno dall’altro nelle prigioni del comune di Firenze.
CAP. LXIII. Di novità state in Spagna.
Carlo fratello naturale dello scellerato re di Spagna, e da lui cacciato, si riducea col re d’Araona, conoscendo che la forza e bestiale vita del fratello nel reame per paura lo facea temere e odiare; e per tanto stimando che li fosse assai leggiere a fare movimento nel reame eziandio con piccola gente, avuto dal re ottocento cavalieri si mise in certa parte della Spagna, e correndo il paese ricolse gran preda. Il re com’ebbe del fatto sentore, sapendo il luogo dov’erano, e che loro era necessario volendo tornare in loro paese passare per un certo luogo malagevole e stretto, subito mandò duemila cavalieri ad occupare quel passo. Sentendo Carlo e’ Catalani che ’l passo ond’era la loro ritornata era preso, e la gente che v’era, volgendo la tema in disperazione, si deliberarono di mettersi alla fortuna della battaglia, che altro rimedio non v’era. Il valente giovane Carlo col volto fiero, come fosse certo della vittoria confortando i Catalani, e inanimandoli a ben fare, mostrava che tra la gente che gli attendea de’ nemici erano pochi buoni uomini, e che gli altri erano gente vile e dispettosa, e male armata e novizza, e dell’onore del re per sua crudeltà poco desiderosa, aggiugnendo, che se voleano a loro donne e famiglie tornare, necessità era loro fare la via con le spade in mano, e che certo si rendea, conoscendo la virtù loro, che arebbono la via onoratamente. I Catalani vedendo l’animo ardito e sicuro dei giovane presono speranza di vittoria, e si misono alla battaglia, la quale fu fiera, e aspra e dura lungo tempo, ma i Catalani, come la necessità strignea, raddoppiate le forze e l’ardire, diportandosi valentemente, ruppono e sbarattarono gli Spagnuoli, e oltre a’ morti e a’ magagnati ne furono presi più di trecento cavalieri, e con la preda e con la vittuaglia non pensata si tornarono in Araona.
CAP. LXIV. Come i Pistoiesi ripresono il castello della Sambuca.
Durando la guerra dal signore di Milano a quello di Bologna, e tenendo quello di Bologna il castello della Sambuca, ch’era del contado di Pistoia, ed era la chiave di dare l’entrata e l’uscita per li paesi così all’offesa come alla difesa, veggendo i Pistoiesi che il signore di Bologna era forte impedito della detta guerra, e che messer Bernabò sormontava, presono tempo, e consiglio e favore, e il vescovo loro, il quale era Fiorentino, nella Sambuca trattò, e seppe tanto trattare e ordinare, che l’una delle guardie che guardava la torre della rocca uccise il capitano; e fermato l’uscio per modo che di sotto non poteano essere offesi, salì nella vetta, e colle pietre cominciò a combattere col castellano dal lato d’entro, e’ terrazzani, com’era ordinato, cominciarono a combattere di fuori; sicchè non potendo stare alla difesa, che non lasciava, quei della torre vi cavalcarono. Il castellano, ch’era Lombardo, stordito per lo tradimento e per lo subito assalto, s’arrendè, salve le persone e l’avere, e all’uscita di gennaio del detto anno, e la terra rimase liberamente nelle mani de’ Pistolesi. Di questa cosa i Fiorentini furono molto contenti, sperando al bisogno potere avere la guardia di quello luogo a sua difesa.
CAP. LXV. Come messer Bernabò strignea Bologna.
L’oste di messer Bernabò in questi tempi continovamente cresceva, la quale avea fermato suo campo a Casalecchio, e il capitano del luogo faceva cavalcare le brigate or qua or là, rompendo le strade, e facendo assai danno a’ paesani. Gli Ubaldini ad arte si mostravano divisi, e parte ne teneano con messer Bernabò, e parte con messer Giovanni, il perchè le strade e l’alpi non si poteano usare. Il legato, che come il nibbio aspettava la preda, per trarre a sè l’animo di messer Giovanni, cui vedea dovere poco durare, l’aiutava con tutta la sua forza, mettendo al continovo in Bologna gente e vittuaglia. Messer Bernabò di ciò forte turbato, gli scrisse, che non faceva bene a impedirlo che non tornasse in casa sua, minacciandolo, che se non se ne rimanesse li farebbe novità nella Romagna e nella Marca. Per queste minacce il legato più si sforzava ad atare messer Giovanni, il quale vedendosi male parato e poco atto alla difesa, durando la guerra guari di tempo, per più riprese mandava a Milano suoi ambasciadori per levare messer Bernabò dall’impresa, e nondimeno ricercava se potesse muovere i Fiorentini in suo aiuto; e non trovandovi modo, cominciò a trattare collegato il ragionamento: il quale dava gli orecchi a volere fare l’impresa, la quale nella fine venne fornita, come a suo tempo diremo. Ma in questi dì, la cosa tanto dubbiosa e avviluppata, che non si vedea dove la cosa ragionevolemente potesse passare, la guerra rinforzava a giornate. Il capitano di messer Bernabò per più strignere la terra e da lungi e da presso ponea bastie, e all’uscita di febbraio ebbe Castiglione per trattato, ch’è un forte castello posto tra Modena e Bologna. Il signore di Bologna, ch’era uomo al suo tempo riputato, astuto e di buona testa, e per molti anni pratico delle battaglie del mondo, bene conosceva che impossibile era sua difesa contro la forza di messer Bernabò, non avendo altro aiuto, e però sagacissimamente si sostenea, traendo delle castella quelli terrazzani che gli erano sospetti, e bene li conoscea, e in Bologna sotto solenne guardia tenea molti cittadini di cui non prendea confidanza; e del continovo pensava, come con suo vantaggio e onore potesse dare ad altrui i pensieri della guerra, e uscire di tante persecuzioni in luogo dove potesse il resto de’ suoi giorni in pace vivere.
CAP. LXVI. Come gli Aretini riebbono il castello della Pieve a santo Stefano.
Il castello della Pieve a santo Stefano lungo tempo era stato nelle mani de’ Tarlati; e’ terrazzani sentendo che Bibbiena era presa pe’ Fiorentini, temendo de’ mali che verisimilemente potevan loro avvenire, cercarono di volersi acconciare con li Aretini con volontà di quelli da Pietramala. Nella terra era uno figliuolo di messer Piero Sacconi male in concio a potere resistere al loro volere, e però venendo eglino a lui, loro consentì ciò che seppono divisare; e di presente fece il fatto a’ suoi consorti sentire, e ad altri amici caporali di loro stato, i quali senza indugio copertamente mandarono fanti al castello, e uno di loro con pochi compagni disarmati, come se andassono a sollazzo, entrò dentro con loro, e come si sentirono forti dentro mutarono sermone, e coloro che si voleano accordare, e tutti quelli che si faceano a ciò capo mandarono per stadichi ad altre loro tenute, e di gente forestiera fornirono la guardia della terra, il perchè la cosa, per allora si rimase. Ma i villani della terra loro intenzione, senza mostrare segno di fuori, serbarono nel petto, e a dì 8 di febbraio detto anno, non prendendone guardia i Tarlati che aveano la cosa per cheta, i terrazzani preso loro tempo tutti si levarono a romore, e presi i caporali de’ loro signori e de’ soldati, tenendoli tanto che riebbono li stadichi loro, e liberaronsi della tirannia, racconciandosi col comune d’Arezzo, e tornando allo stato e costume antico di loro contadini, con certe immanità che domandarono, e loro furono concedute. Questo fu alla casa de’ Tarlati, dopo la perdita di Bibbiena, grande abbassamento di loro stato e signoria.
CAP. LXVII. Come il re d’Inghilterra si pose a oste alla città di Rems.
Il gennaio 1359 il re d’Inghilterra pose campo vicino alla città di Rems, usando cautela di non fare loro guasto di fuori, e per più fiate con belli modi cercò con impromesse di magnificare e d’esaltare quella villa sopra tutte quelle di Francia, che gli fosse prestato l’assento che in quella città potesse prendere la corona di Francia, promettendo a tutti di trattarli benignamente; ma poichè vide che non era udito, stimando che facessono ciò per vergogna d’arrendersi senza dominaggio, li cominciò a minacciare di lungo assedio e disolazione della terra se non facessono quello che domandava; ma lusinghe nè minacce approdarono niente, perocchè fu di comune assentimento risposto loro, che aveano loro diritto re, a cui intendeano mentre che durasse loro spirito in corpo stare leali, diritti e fedeli, e che facesse suo podere contro a loro che alla difesa intenderebbono a loro podere. Avendo il re d’Inghilterra dalla comune di Rems questa finale risposta, diede boce, che forniti quaranta dì d’assedio, di fuori in campo prenderebbe la corona; ma non succedendo le cose a suo proponimento, convenne che prendesse per lo migliore altro consiglio. E ciò avvenne, perchè la stagione era forte contraria a tenere suo esercito insieme o a sicurtà, e dividere non lo potea; onde per fare maggiori danni per lo reame, e per stendersi con meno gravezza nel verno, prese e ordinò la sua cavalleria come appresso racconteremo.
CAP. LXVIII. Discordia del conte di Focì a quello d’Armignacca.
Vedendo il re, come poco davanti dicemmo, che il suo stallo a Rems era pericoloso e con poco profitto, all’entrare di febbraio divise suo oste, e una parte ne fece cavalcare per lo paese, la quale non trovando contrario s’arrestò a san Dionigi ch’è presso a Parigi a due leghe: e questa mandata secondo l’opinione di molti fu di consiglio del re di Navarra e con suo favore, sotto la scusa dello sdegno preso per lui per lo Delfino di sospetto de’ mali ch’e’ facea. Il Delfino, col consiglio di certi baroni fidati e fedeli alla corona, intendea a fornire le rocche e le terre, e a fare sollecita e buona guardia in ogni luogo, e lasciava correre e cavalcare il paese alla volontà degl’Inghilesi. E stando in queste tenebre il reame di Francia, e non senza pericolo, era per invidia grave discordia cresciuta intra il conte di Focì e quello d’Armignacca, il quale solea essere assai di minore possa che quello di Focì, molto era cresciuto in tanto ch’avanzava assai quello di Focì; e la cagione di ciò era stato, perocchè per spazio di cinque anni quello d’Armignacca avea tenuto il vicariato del paese per lo Delfino, onde avea tratto grande tesoro; e per questo vizio d’invidia, il quale nelle corti de’ signori signoreggia, il conte di Focì, veggendo il reame in tanto pericolo, con segreto favore del re d’Inghilterra, secondo che per fama si disse, raunò gente d’arme a cavallo e cavalcò per lo paese, ed entrando nelle ville e nelle castella come barone fidato alla corona, e con questo modo mandò fino a Tolosa, dicea che volea altri cinque anni la vicheria del paese come avea avuto quello d’Armignacca, che domandando colta per guardare il paese, non senza tema di ribellione e per molto arbitrio s’appropriò senza l’assentimento dei Delfino; i paesani si portavano saviamente per non dare loro in parte a’ loro avversari, onde s’acquetò la nuova e paurosa fortuna, non che guerra non rimanesse tra’ due conti.
CAP. LXIX. Quello feciono gli osti del re d’Inghilterra in Francia.
Un’altra parte dell’oste del re d’Inghilterra, essendo il verno nel suo più grave tempo e ridotto alle piove, sotto la condotta del duca di Guales, ch’era il primogenito del re d’Inghilterra, e del duca di Lancastro, che al detto re era cugino, si mise a passare in Brettagna per luoghi stretti e guazzosi, e per li freddi spiacevoli e rei; a quel tempo alla gloria degl’Inghilesi non era malagevole nulla, i quali faceano a loro senno e a loro voglia del reame di Francia quale aveano in piega, e così stimavano fare di Borgogna, dove solea essere il pregio e l’onore di gente d’arme, e così ferono, perocchè passarono per luoghi stretti e malagevoli senza contasto; e giunti nel paese, lo trovarono pieno di molto bene, onde molto s’adagiarono al vernare. Il duca di Borgogna era un giovinetto, ed egli e’ suoi baroni erano malcontenti del re di Francia, perchè avea la duchessa madre del detto duca tolta per moglie, e per la sua dote assai avea preso tutte giurisdizioni del paese; la quale cosa fu cagione di non prendere quella franca difesa contro agl’Inghilesi che si potea pigliare. Gl’Inghilesi per questo rispetto temperatamente si portarono co’ paesani, non prendendo più che a loro fosse mestiero; e perchè il paese era dovizioso, e i passi nella forza degl’Inghilesi, poco appresso del mese di marzo seguente, il re lasciate fornite in Normandia e in Pittieri e in Berrì certe castella afforzate che aveano acquistate, cavalcando liberamente il paese, col rimanente di sua oste se n’andò a Celona in Borgogna, e di là mandò al papa suoi messaggi domandando suo ricetto a Avignone; della qual cosa il papa e’ cardinali, e tutta la corte ne fu in gelosia e in paura. Il papa gli mandò per la detta cagione due vescovi, li quali il pregarono e comandarono che non volesse per sua venuta turbare la Chiesa di Roma, e il re di ciò l’ubbidì; nondimeno con ogni studio facea il papa afforzare la città d’Avignone.
CAP. LXX. Come più castella si rubellarono a’ Tarlati.
Come per esperienza vedemo, e gli uomini e gli animali senza ragione per natura sono vaghi di libertà, e l’appetiscono come loro proprio bene; gli uccelletti in gabbia vezzosamente nudriti si rallegrano vedendo le selve, e se possono fuggire de’ luoghi dove sono incarcerati ritornano a’ boschi; gli uomini che sono stati in lungo servaggio avvezzi al giogo della tirannia, se sono continovi, e veggiono il tempo di ricoverare loro libertà, con tutti i sentimenti del corpo si studiano a ciò pervenire. E di ciò in questi dì ne vedemmo la prova ne’ suggetti de’ Tarlati, perocchè a dì 13 di febbraio 1359 la Serra si diede al comune di Firenze; la quale fortezza il nome concordia al fatto, perocchè serra il passo della montagna che è dal comune di Bibbiena in Romagna: e il detto dì Montecchio s’arrendè agli Aretini. Quelli della valle di Chiusi avendo mandato per gente al podestà di Bibbiena, e non potendola avere, se prima non ne facesse coscienza al comune di Firenze, e a loro troppo tardava, l’ebbono dagli Aretini, e rubellaronsi da’ Tarlati. Guido fratello di Marco si tenne alla rocca, ch’era fortissima, e da non potersi mai vincere per forza, onde per gli Aretini fu cinta d’assedio in forma che poco potea sperare in soccorso di fuori. E per questa simigliante fortuna aveano considerato che i tiranni murano a secco, che bene che loro mura per altezza passino il cielo, come n’è tratta una pietra di sotto di quelle in su che è carica, l’altre senza niuno ritegno rovinano; il perchè se cotali che usurpano il dominio avessono buon sentimento, non piglierebbono fidanza delle maravigliose fortezze, ma de’ cuori de’ suggetti loro, trattandoli bene.
CAP. LXXI. Di un trattato di Bologna scoperto.
Non meno ne’ trattati che nella forza dell’arme si riposa e rivolge l’intenzione de’ tiranni; non meno acquistano con tradimento, e con corrompitori di baratteria che colle battaglie. E considerato le grandi, e le lunghe, e disordinate spese delle guerre, per meno spesa sono larghissimi ne’ trattati. Questa regola si scoperse in questi di ne’ caporali di messer Bernabò, i quali teneano trattati con certi soldati ch’erano in Bologna, i quali promisono, che approssimandosi l’oste a Bologna darebbono una porta. Per la detta cagione all’uscita di gennaio del detto anno il campo si mosse, e approssimossi alla terra; ma scoperto il trattato, e presi i traditori, e fattone degna giustizia, l’oste si ritrasse indietro, perchè stando dov’erano venuti stavano in disagio è in pericolo, e tornaronsi a casa al luogo dov’era la loro bastita maggiore.
CAP. LXXII. Come le sette di Cicilia si divoravano insieme.
La parte del re Luigi in Cicilia, sì de’ Messinesi, come de’ Palermitani, in questo tempo era dal giovane duca di Cicilia e da’ suoi Catalani sopra modo tribolata e astretta, che ’l re Luigi altro che con parole non aiutava i suoi partigiani, il quale era cresciuto al duca il seguito suo, e di continovo cavalcavano sulle porte di Palermo e di Messina, e loro tenute e fortezze e con assedio e trattati toglieano; onde non potendo resistere alle continove e gravi oppressioni, da capo con grande istanza richiesono il re d’aiuto, significando loro stato e bisogno. Il re mandò a’ Fiorentini per trecento cavalieri che gli erano stati per tre mesi promessi. Il comune per fare più presto il servigio li mandò settemila fiorini d’oro, avendo sopra questo risposto, che avendo altra volta mandata gente, era stata soprattenuta i detti danari, perchè tanto montava il soldo di trecento cavalieri per tre mesi, acciocchè ’l re li conducesse a suo modo, e quando n’avesse bisogno. I danari presono luogo in altri servigi, e il soccorso de’ Ciciliani per quella volta furono lettere confortatorie, dando loro speranza per animarli alla sofferenza, aspettando se si cambiasse fortuna. Il di che di questo seguette, che i Catalani presono maggiore cuore, e condussono gli amici del re a grande stretta, e con grandi pericoli e partiti, come si potrà al suo tempo provare.
CAP. LXXIII. Come la Chiesa deliberò l’impresa di Bologna.
Egli è vero, che come già detto avemo, messer Giovanni da Oleggio non veggendo sufficiente sua possa a resistere a messer Bernabò, nè speranza di soccorso bastevole, cercato e ricercato avea se con lui potesse avere convegna o pace fidata, e non di manco, come sagace e astuto, cercava col legato di rendere Bologna alla Chiesa con suo vantaggio e profitto. Il legato, ch’era d’animo grande, e desideroso di torre quell’impresa per crescere suo onore e nome, non si attentava, perchè non si vedea sufficiente a sostenere tanto fatto, e cominciare non volea senza l’assento del papa e de’ cardinali, per non avere riprensione nè vergogna. E avendo per questa cagione e con lettere e ambasciadori sollicitato il papa, mostrandogli quelle buone ragioni ch’erano a sua intenzione conformi, del mese di febbraio del detto anno, ebbe per diliberazione del santo padre e de’ suoi cardinali, che nel nome di Dio facesse l’impresa, tutto che in questo tempo messer Bernabò con grande spendìo cercasse con danari con suoi protettori in corte che ci ò non si facesse; e tanta fu la forza de’ danari e de’ doni, che ora sì ora no si dicea, con poco onore della Chiesa di Roma. Nè a questo contento il tiranno, sua oste cresceva premendo d’imposte e di colte tutti i cherici ch’erano di terre a lui sottoposte; e credendo con parole altiere spaventare il legato ch’era uomo senza paura, forte lo minacciava. E così la città di Bologna era di fuori tribolata, e dentro stava in gelosia, e prima non sapendo a cui fosse venduta, e sapendo che di lei si facea tenere mercato, e non osava parlare; queste miserie si giugneano in loro gravi danni e le fatiche corporali. Queste pene, se da’ cittadini erano pazientemente portate, meritavano sollevamento, ma non era ancora il tempo che Iddio avea diliberato per fine delle fatiche loro.
CAP. LXXIV. Come messer Giovanni da Oleggio fermò suo accordo con il legato di Bologna.
Il legato poich’ebbe a suo proponimento l’assento di corte di Roma, d’onde a tempo sperava favore, ritenendo singulare amicizia con messer Giovanni da Oleggio, e gareggiandolo molto per avere da lui quello che cercava, riprese con lui ragionamento e trattato con animo di contentarlo, purchè Bologna venisse alle sue mani, e perchè non dava del suo era largo per promesse. La cosa era venuta in termine, che poco dibattito di lievi cose fra loro aveano. Messer Giovanni stava sospeso, perchè non li parea ben fare rimanendo nemico di messer Bernabò e della casa de’ Visconti, della quale era per gesta. E stando in questo intra due, sentendo messer Bernabò che la convegna era per prendere tosto conclusione, e temendo forte che ciò non venisse fatto, mandò a messer Giovanni certi de’ Bonzoni da Crema, che gli erano cognati, e a loro commise che con ogn’istanza cercassono che Bologna non tornasse nelle mani della Chiesa, e che offerissono al loro cognato ogni patto e sicurtà ch’e’ volesse. Costoro col detto mandato di presente furono a Bologna, e trovarono come la concordia era in alto da potersi e doversi fornire con messer Giovanni; onde si strinsono con lui, e dissonli quanto aveano da loro signore, e lo confortarono con belle e indottive ragioni ch’e’ non volesse rimanere nimico del signore suo e in contumacia de’ suoi consorti, e di tanta possanza e grandezza, che potea con suo onore e vantaggio rimanere in buona pace con loro. Messer Giovanni rispose, ch’e’ volea fare certo e sicuro messer Bernabò che dopo sua morte Bologna gli verrebbe alle mani, mentre ch’e’ vivea la volea tenere per lui, e titolarsene suo vicario, e che volea fidanza che ciò li fosse osservato; e dove a questo messer Bernabò venisse realmente e facesse, disse d’abbandonare ogni altro trattato, affermando che sopra tutte le cose desiderava d’essere in grazia de’ suoi maggiori, e a loro ubbidiente e fedele. I cognati vollono la fede da lui, ed egli la diede loro, dicendo, ch’e’ non potea guari aspettare, e che la risposta prestamente volea; e con questo voltarsi indietro, e tornarsi a messer Bernabò, il quale avea sentito che l’accordo era fatto, e che il prendere stava a messer Giovanni; di che avendo da costoro chiara certezza in consiglio disse, ch’era contento di fare quanto messer Giovanni avea domandato, e che così per sua parte fermassono con lui. I giovani poco sperti e poco accorti, non considerando il pondo del fatto, e quanto il caso portava o potea portare, rendendo la cosa per fatta, con matta baldanza, quasi se non dovesse nè potesse fallare nè uscire di loro mani, lieti e allegri, perchè pareva loro fare gran fatti, presono alquanto soggiorno, aspettando il tempo carissimo e pericoloso in vani diletti, nelle quali cose spesono tre giorni oltre all’aspetto che messer Giovanni attendea; il perchè ne seguì, che essendo in prima messer Giovanni in sospetto della fede di messer Bernabò, il sospetto gli crebbe, e la tema di non essere tenuto a parole a mal fine, e senza più attendere prese partito, e fermò l’accordo col legato, come nel seguente capitolo diviseremo. Fornito il fatto, i giovani che gli erano cognati li vennono il giorno seguente, e trovarono la pietra posta in calcina, sicchè il pieno mandato ch’aveano da messer Bernabò tornò in fumo. Per questo fallo seguette, che i giovani a furore e tutte le loro famiglie furono disperse, e i loro beni guasti e incorporati alla camera del signore come di suoi traditori, e ne rimasono in bando delle persone.
CAP. LXXV. Patti da messer Giovanni da Oleggio alla Chiesa, e la tenuta di Bologna.
Per lo sospetto cresciuto a messer Giovanni di messer Bernabò, come poco avanti dicemmo, prese l’accordo, e concedette alla Chiesa Bologna con queste convegne: che il legato pagasse interamente i provvisionati e’ soldati di ciò che dovessono avere infino al dì ch’e’ rassegnasse Bologna, e che in cambio di Bologna avesse a sua vita liberamente la signoria della città di Fermo, e di suo contado e distretto, e che fosse titolato per lo detto marchese della Marca, e in sustanza succedette l’accordo: e per sicurtà di fermezza dell’una parte e dell’altra, il signore di Bologna mise nella città di Fermo messer Azzo degli Alidogi da Imola con gente d’arme come amico comune, e al capitano della gente che il legato avea messo in Bologna, ricevente per lo legato e per la Chiesa di Roma, in presenza del popolo diede la bacchetta della signoria, onde il popolo ne fece gran festa, perchè ciò desiderava e temeva di peggio, gridandosi per tutta la terra: Viva la santa Chiesa. Nondimeno il signore com’era ordinato nei patti, nelle sue mani fece giurare tutta gente d’arme da piè e da cavallo infino che li fosse attenuta l’impromessa; e così stette la città sotto titolo e forza di messer Giovanni, come della Chiesa di Roma, da mezzo il mese di marzo al primo dì d’aprile 1360. E in questo mezzo il legato intendea a fare pagare i soldati, e’ cittadini avendo presa baldanza, e in fatti e in parole villaneggiavano messer Giovanni e la famiglia sua, ricordandosi dell’ingiurie ch’aveano ricevute da loro; e per questo avvenne, che un dì messer Giovanni mandò per prendere di sua gente uno de’ Bentivogli, il quale essendo bene accompagnato si contese, e non se ne lasciò menare, gridando, all’arme all’arme; onde la terra si levò tutta a romore, infiammata contro al vecchio tiranno: il quale per tema si ricolse in cittadella, e tutta la notte stette armato con la sua gente e della Chiesa sotto buona guardia. Il dì seguente giunse messer Gomise in Bologna nipote del cardinale, il quale era marchese della Marca, e racchetò il romore del popolo, e prese la guardia delle porti e della città, e accomandatola a’ cittadini, corse la terra col popolo insieme con grande allegrezza, e aperse a’ prigioni. Il perchè i cittadini si certificarono che la signoria non potea tornare nelle mani del tiranno, nonostante che ancora fosse in sua podestà la cittadella, e il giuramento de’ soldati in sua mano. E stando le cose in tale maniera, messer Giovanni fu certificato dalla moglie come liberamente avea in sua podestà il Girfalco e l’altre fortezze di Fermo, e come presa era per lui la signoria della terra; onde avendo ciò, secondo i patti li convenia partire di Bologna, ma forte temea l’ira del popolo che non l’offendesse in sulla partita, e per tanto si stava in cittadella, e come, savio e avveduto ordinò ora una boce ora un’altra, tenendo suo consiglio segreto nel petto; e per meglio coprire l’animo suo pubblicamente facea cercare con gli Ubaldini che li dessono sicura la via, e a’ Fiorentini domandò il passo per loro terreno; i Bolognesi stavano a orecchi levati, e non faceano motto, aspettando di predarlo, e di fare strazio di lui gran voglia n’aveano. Il savio con maestria tranquillando i Bolognesi colse tempo, il martedì santo, a dì 31 di marzo nella mezza notte, dormendo i cittadini, chetamente e senza fare zitto con mille barbute, tra di suoi provvisionati e soldati di quelli della Chiesa, senza averne il dì fatta mostra uscì di Bologna, e andossene a Imola senza impedimento nessuno, e di là si partì, e andonne a Cesena a visitare il legato.
CAP. LXXVI. Come la città di Bologna fu libera dal tiranno in mano del legato e della Chiesa essendo assediata.
Il primo dì d’aprile, gli anni domini 1360, Bologna rimase libera dalla dura tirannia di messer Giovanni da Oleggio della casa de’ Visconti di Milano, il quale a dì 20 d’aprile 1355 l’avea rubata a’ suoi consorti per cui la tenea, come addietro facemmo menzione, e nello spazio di questi cinque anni avea decapitati oltre a cinquanta de’ maggiori e de’ migliori cittadini della terra, con trovando loro diverse cagioni, e dell’altro popolo n’avea morti e cacciati tanti, che pochi n’avea lasciati che avessono polso o forma d’uomo, e con averli munti e premuti infino alle sangui; e avendo fatte tante crudeltadi, e tante storsioni e ruberie, come volpe vecchia seppe sì fare, che con grandissimo mobile di moneta e gioielli liberamente se n’andò, e ridussesi in Fermo; e levato s’era del giuoco, e ridotto in luogo di pace e di riposo, lasciando i Bolognesi e il legato nella guerra; e per certo, s’egli era tenuto savio, questa volta lo dimostrò.
CAP. LXXVII. Come la Chiesa riformò Bologna.
Messer Gomise da Albonatio Spagnuolo nipote del legato, il quale era stato marchese della Marca, e Niccola da Farnese capitano della gente del legato rimasi nella libera signoria di Bologna, e fatta grande allegrezza e festa co’ cittadini della partita di messer Giovanni da Oleggio, e mostrando di loro grande confidanza, ma per accattare loro benivolenza e favore, si cominciarono a ordinare alla guardia, e alleggiarono il popolo di molte gravezze, e massimamente delle soperchie, nelle quali li tenea il tiranno; e il popolo con loro coscienza prese consiglio co’ più cari e sentiti cittadini, ed elessono di comune concordia d’ogni stato e condizione, mescolando i gentili uomini e’ popolari, e’ dottori e artefici eziandio dell’arti minute, pure che ognuno fosse contento, certo numero di cittadini che intendessono con gli uficiali della Chiesa alla guardia e alla difesa della città; e ciò fatto, il capitano della gente della Chiesa mandò comandando alla gente di messer Bernabò che si dovesse partire del terreno della Chiesa, significando loro come Bologna era tornata alle mani della Chiesa di Roma, com’essere dovea per ragione; la risposta fu questa, che innanzi si partissono voleano vedere per cui, e che s’e’ volessono se ne partissono glie n’andassono a cacciare. E preso sdegno del baldanzoso comandamento, ed essendo loro di nuovo giunto mille barbute, cavalcarono infino presso a Faenza, levando gran preda di bestiame e di gente, la quale condussono al luogo senza impedimento niuno; e com’aveano cominciato seguirono, facendo gran danno e spaventamento de’ paesani, e rompendo le strade, minacciando di peggio i Bolognesi e’ Romagnuoli; per le quali cose la letizia mostravano per parere loro essere fuori delle mani del tiranno, e posto giù il caldo voglioso si cominciò a raffreddare, e convertissi in paura di peggio, e ciò venne loro, come si potrà leggendo innanzi trovare.
CAP. LXXVIII. Di una congiura si scoperse in Pisa.
Gli artefici della città di Pisa, e massimamente quelli dell’arte minuta, vedendo loro mancare i guadagni per la partita de’ Fiorentini i quali il loro porto teneano in divieto, se ne doleano, e mormoravano e parlavano male; e perseverando nelle querele, una quantità di loro si giurarono insieme molto occultamente, e presono ordine tra loro, il quale il venerdì santo a dì 3 d’aprile doveano uccidere gran parte de’ loro maggiorenti ch’erano al governo della città, dove e come trovar gli potessono insieme, o divisi; e ciò fatto, doveano mandare per li Gambacorti, che allora si riduceano a Firenze, e con loro riformare la terra, e pacificare co’ Fiorentini per riavere il porto. Infra’ congiurati erano religiosi alquanti, e preti e altri cherici assai, intra’ quali fu un prete il quale fu veduto parlare con certi de’ secolari della congiura assai sconciamente, e per disusata maniera, o che parola di suo ragionamento fosse intesa, o che per lo modo del parlare si facesse sospetto, fu mandato per lui, e stretto, e’ confessò tutto l’ordigno; onde subitamente furono presi quattro preti e sette frati, e nel torno di cento artefici d’arte minute. I governatori della terra procedendo nel fatto trovarono ch’erano tanti gli avviluppati in questa congiura che per lo migliore si fermarono, e non si stesono più oltre, e del numero ch’aveano presi dodici ne furono impiccati, i quali trovarono più colpevoli e caporali, e gli altri furono condannati a condizione in danari, i quali per ricomperare le persone tosto furono pagati. Questa novità molto conturbò e impoverì la città con guasto dello stato della setta che allora reggea, la quale ne rimase in grande gelosia, e il popolo minuto malcontento e peggio disposto.
CAP. LXXIX. Di un trattato menato in Forlì contro alla Chiesa.
Messer Bernabò per l’impresa ch’avea fatto il legato della città di Bologna era molto stizzito o infocato, e come signore animoso e vendicativo non posava, e senza riguardo di spesa del continovo suo oste cresceva, e sollecitava i suoi capitani a fare buona guerra a’ Bolognesi, e dovunque potessono ne’ terreni della Chiesa. Occorse in questi giorni, che la gente ch’era alla guardia di Forlì gran parte n’erano ad accompagnare infino a Fermo messer Giovanni da Oleggio; questo caso diede materia a un messer Stefano giudice, e a un nipote di messer Francesco degli Ordelaffi per addietro capitano di Forlì, nato d’una sua figliuola bastarda, di cercare trattato in Forlì; questi due matti baldanzosi, piuttosto per presuntuoso animo che per savio consiglio, tenuto trattato col capitano della gente di messer Bernabò, vedendo la terra sfornita di gente di soldo, sotto ombra di cavalcata gran parte della migliore gente da cavallo e da piè dell’oste del tiranno feciono appressare a Forlì, in luogo che per sua vicinanza non gittasse tanto sospetto che al popolo fosse necessità prendere l’arme, e d’onde partendosi la notte potessono entrare nella terra; e tanto aveano predetta la cosa, che avendo i detti di sopra con alquanti loro amici rotte in due parti le mura della città, ed essendo condotti millenovecento barbute e fanti assai al tempo che loro era dato alle dette rotture, poco accorti i traditori abbagliati della voglia disordinata, tra gli steccati e le mura che fatti aveano ne condussono tra gli ortali dentro e a piè delle mura oltre a trecento cavalieri e dugento pedoni, anzi che dentro se ne sentisse niente, e non presono avviso che i detti ortali erano tutti affossati, e senza vie spedite che mettessono nelle strade mastre, il perchè ne seguì, che nel ravvilupparsi disordinatamente e poco chetamente in quel luogo, furono sentiti e scoperti; onde il popolo si levò a romore, e francamente corsono ove si sentivano i nemici, e gli assalirono col vantaggio del sito dov’erano, e non potendosi stendere nè campeggiare, e inviliti, tutto che facessono per loro onore mostra d’arme, in fine furono cacciati di fuori, ed essendone assai magagnati e fediti: e mentre ch’era attizzata la zuffa, poco anzi il fare del giorno la gente ch’avea accompagnato messer Giovanni da Oleggio tornò, onde quelli di fuori perduta la speranza si ritrassono indietro, e’ traditori furono presi e condannati alle forche. Parendo al capitano di messer Bernabò avere avuto dell’impresa vergogna, quasi come se la preda gli fosse uscita di mano, la seguente mattina con duemila barbute tentò di fare in aperto quello che non avea potuto fare in occulto, e venuto infino alle mura della città, la trovò sì bene ordinata e guernita a difesa, che intendimento che dato gli fosse dentro riputò a niente; onde diè la volta, e trovando il paese male fornito di roba da vivere, lasciò a Luco quattrocento cavalieri, e tornossi nell’oste a Bologna.
CAP. LXXX. Come fu combattuta Cento dall’oste del tiranno.
Avendo i capitani di messer Bernabò perduta la speranza della città di Forlì, come di sopra dicemmo, la sollecitudine loro rivolsono altrove, e lasciando fornite le bastite d’intorno a Bologna, cavalcarono a Cento grossa terra de’ Bolognesi, posta in quella parte che guata Ferrara, e là si fermarono quasi in forma d’assedio, stimando che se potessono o per paura o per forza vincere la terra, per la bontà del sito attissimo loro per sicurare le strade verso Ferrara, e per fare al campo e alle bestie dovizia per la grande quantità di biada che dentro v’era raccolta, d’essere vincitori della guerra; e per tanto con molto ordine e apparecchio per più e più riprese in diversi giorni assalirono la terra con fiere battaglie di lunga bastanza, nelle quali e dall’una parte e dall’altra assai di buona gente vi fu morta e fedita, ma più assai di quelli di fuori; in fine trovando i capitani che la terra era bene guernita a difesa, e vedendo che il loro stallo poco approdava, con avere senza acquisto fatte prodezze si levarono quindi, e andarono a Budrio, dove trovarono più larghezza di vittuaglia, ove s’arrestarono per lunghezza di tempo.
CAP. LXXXI. Come gli Ubaldini si mostrarono tra loro divisi.
In questi tempi, maliziosamente per sagace consiglio la casa degli Ubaldini si divise, e quelli di Tano da Castello col seguito loro s’accostarono a messer Bernabò, e quelli di Maghinardo e d’Albizzo da Gagliano con loro amici tennono col legato in palese, tutto che in segreto, come ghibellini e antichi nemici della Chiesa di Roma, s’intendessono, e che con l’animo fossono quello ch’e’ consorti loro; litigavano per dare materia di rottura alle strade dell’alpe, sicchè per quelle vie niuno osasse andare a Bologna. Per questa divisa, o vera o infinta che fosse, l’una parte guerreggiava l’altra, e insieme si danneggiavano assai; per modo che l’alpe era tutta rotta, e i passi e le strade serrate in forma, che roba nè persona per que’ luoghi non poteva ire a Bologna senza gravi pericoli; il perchè grave danno e disagio ne tornava a’ Bolognesi assediati, che per quelli luoghi soleano andare e foraggio e aiuto. E parne che sia da notare in questa guerra lunga e pertinace, la maggiore parte di quello che bisognava per vita dell’oste sparta, e grande opera quasi venia per Lombardia per lo passo del Po, il quale il marchese da Ferrara compare di messer Bernabò gli avea conceduto, pagando la roba il dazio usato, di che gran danaio ne fece il marchese: e secondo ch’avemmo da persona degna di fede, che di ciò ebbe degna notizia, tra soldo e vittuaglia e altri fornimenti l’oste costava al tiranno ogni mese oltre a’ fiorini settantamila d’oro, e tanto era la sua entrata che niente parea che ne curasse: è vero che grande tesoro trasse da’ cherici delle terre che gli erano suggetti, i quali con molti dispetti disordinatamente gravava.
CAP. LXXXII. Di portamenti degl’Inghilesi in Borgogna.
Per sperienza vedemo, che lo stomaco pure d’una vivanda prende fastidio, e delle variazioni d’esse ricreazione e piacere, e così gli orecchi d’uno suono continovo rincrescimento, e della mutazione di molti vaghezza. Da questa mostrazione naturale preso esempio, lasceremo stare alquanto i fatti d’Italia, le cui volture e travaglie continove senza in tramessa delle forestiere possono ingenerare tedio, e passeremo a quelle de’ Franceschi e degl’Inghilesi che in questi giorni apparirono. Essendo, come nel passato dicemmo, il re d’Inghilterra, e’ figliuoli e il duca di Lancastro in Borgogna, senza arrestare con attizzamento di guerra il paese i Borgognoni, che allora in occulto erano poco amici della casa di Francia, s’accordarono con loro, dando loro derrata per danaio abbondevolmente di ciò che loro fosse mestiero; e stando in tale maniera si cercava come il re per l’avvenire dovesse rimanere col duca, il perchè gl’Inghilesi li riguardavano forte, senza fare ingiuria o danno niuno; e ciò avvedutamente, perchè sapeano lo sdegno nato tra’ Borgognoni e’ Franceschi, estimando d’attrarli a loro con piacevolezza e amore. Il duca era giovane e di grande animo, e di possanza il maggiore barone del reame di Francia, e de’ dodici peri, a cui stava la coronazione del reame di Francia, alla quale con tutti i sentimenti si dirizzava l’intenzione del re d’Inghilterra, la quale era freno che non lasciava trasandare gl’Inghilesi. Nondimeno i paesani delle castella, e sì delle ville, per essere più sicuri donavano al re argento secondo loro possibilità, e di buona voglia li prendea, e gli fidanzava. E per simile modo avea fatto negli altri paesi di Francia; prendea da cui gli s’era raccomandato ciò che dare gli voleano senza bargagnare, e avevali fatti sicuri di preda e di guasto; onde per questa via avea accolta tanta moneta, che di largo forniva i soldi ch’avea a pagare, e tutte altre spese occorrenti senza avere a trarre d’Inghilterra danaio. E per questo modo la sperienza fa manifesto quello che in fatto e’ parea quasi impossibile, ed era: e per certo all’acquisto del reame di Francia la fortuna e ’l senno furono del tutto dalla parte del re d’Inghilterra e solo gli fu in contrade l’odio e lo sdegno de’ Franceschi, i quali non poteano patire d’udire ricordare gl’Inghilesi, che sempre come vili genti aveano avuto in dispetto.
CAP. LXXXIII. Come i Normandi con loro armata passarono in Inghilterra.
I Normandi, che più volte aveano in loro terre dagl’Inghilesi ricevuto oltraggi e vergogna, vedendo che ’l re d’Inghilterra, e’ figliuoli è ’l duca di Lancastro, di cui ridottavano molto, erano occupati nell’impresa di Francia, e per ciò passati in Borgogna, pensarono che ’l tempo loro dava spazio di fare loro vendetta. E pertanto di loro movimento raunarono in piccolo tempo centocinque navili, e di loro gente gli armarono, e gli feciono passare nell’isola, e si posono a Sventona e in altri porti, dove arsono legni assai, e feciono quello danno che poterono il maggiore. Per, questo gl’Inghilesi sommossono tutti i porti dell’isola, e furiosamente armarono per andare a trovare i Normandi, i quali temendo i subiti movimenti e avvisi degl’Inghilesi, avanti che loro armata fosse fornita si partirono, e tornaronsi a salvamento in Normandia.
CAP. LXXXIV. Come il duca di Borgogna s’accordò con gl’Inghilesi.
Del mese di maggio 1360, il giovane duca di Borgogna, seguendo il consiglio de’ suoi baroni, prese accordo col re d’Inghilterra in questa forma. Che il re si dovesse partire del paese, e il duca a lui dovesse dare in tre anni centoventi migliaia di montoni d’oro, come ne toccasse per anno; e oltre a ciò, ch’avendo il re d’Inghilterra a sua coronazione del reame di Francia per boce d’imperio, che la sua sarebbe la seconda. Sotto questa concordia assai grande al re d’Inghilterra, più per l’onore della promessa e della boce del duca che per altra cagione il re d’Inghilterra con tutta sua oste si partì di Borgogna, e dirizzò suo viaggio verso Parigi, non trovando, fuori delle terre murate, chi lo contastasse niente, e tutti i paesani e le villate che non si sentivano da poterli fare resistenza gli si feciono incontro, e per riscatto di loro dammaggi li portavano danari, ed egli per sua bonarità, ciò che gli era dato prendea, e della sicurtà era a tutti cortese.
CAP. LXXXV. Come il re d’Inghilterra assediò Parigi.
Poichè ’l re d’Inghilterra vide che la fortuna per la maggiore parte avea favoreggiati tutti i suoi consigli e ordigni, e che tutte le cose, secondo il suo proponimento necessario a fornire anzi prendere l’assedio di Parigi gli erano procedute prosperamente, eccetto che presure di ville o di fortezze notabili, le quali vedea avere riguardo a Parigi, e che quando la città ch’era capo del reame fosse a sua podestà l’altre agevolmente gli verrebbono alle mani; e pensò come ultimo fine d’ogni sua intenzione certo che la ventura gli concedesse Parigi; e per tanto come trasse il piè di Borgogna, continovate sue giornate con tutta sua oste se ne venne a Parigi, e giunto e riposato alcuno dì, il sabato santo a dì 4 d’aprile 1360, la sua oste in tre parti divise, l’una a Corboglio, l’altra accomandò al duca di Guales, e lo fè porre in costa dall’altro lato della città, la terza diede al conte di Lancastro, il quale si fermò dall’altra banda, sicchè quasi in terzo a sesta fermarono l’assedio, e che questo fosse il deretano pensiero manifestarono. Il re di Navarra e il fratello, il quale avea formata pace col Delfino, come addietro dicemmo, a questo punto si scopersono amici e servidori del re d’Inghilterra, che la pace che fatta avea era stata infinta e a mal fine. Questa voltura del re di Navarra e del fratello assai diedono che pensare a’ Franceschi. Il Delfino avendo alcuno sentore della venuta del re d’Inghilterra e di suo intendimento, con molti baroni del reame e con grande cavalleria s’era ridotto in Parigi, e la città avea d’ogni cosa necessaria alla vita per grande tempo abbondevolmente fornita, e con provvedenza e sollicitudine attendeano alla guardia della città e di dì e di notte, e di fuori lasciava fare a’ nemici il loro volere, non lasciando uscire nè forestieri nè cittadini a fare d’arme, e tutto ciò per buono e savio consiglio: nè tanto poteano gl’Inghilesi con sollecitudine e scorrimenti strignere la città, che gente con vittuaglia non v’entrasse e uscisse, tutto che con pericolo assai. Il paese fuori di Parigi, eccetto città e terre di guardia, ubbidiano gl’Inghilesi e loro davano vittuaglia e danari, come addietro dicemmo, sicchè l’oste ne stava doviziosa e ad agio, e senza fatica d’avere a predare per vivere, e senza riotta aveano la vita e i soldi loro, e i beni de’ Franceschi. Or qui mi piace d’un poco gridare: O superbi e altieri cristiani, dirizzate gli occhi del cuore, volgete un poco questi pensieri a considerare gli straboccamenti della potenza mondana, e vedrete la viltà e la miseria essere al fine delle pompe e miserie de’ mortali; ponetevi avanti gli occhi la nobile e famosa città di Parigi assediata dagli Scirei d’Inghilterra; ponetevi il glorioso sangue della reale casa di Francia in quanto abbassamento era in questi giorni venuto; ponetevi la magnanimità e il coraggio, la gentilezza e’ costumi della cavalleria de’ Franceschi, a tanto disprezzamento in questi tempi ridotta, che abbi lasciato in preda il reame a poca gente, e loro dispettosa e di poca nomea, tenendo chiusa nelle terre murate, e non ardite con le teste levate, e prendendo fidanza della violente fortuna: più è maraviglioso a pensare che gl’Inghilesi abbiano fatto in Francia a loro senno, che se Capalle vincesse Firenze. Il fine dunque dell’arrogante superbia, come per esperienza sovente si vede, è cadimento in luogo umile e pieno di miseria: e certo chi con animo temperato vorrà giudicare, altro non potrà dire, se non che manifesto giudicio di Dio abbi corrotto questo flagello il popolo sdegnoso, e animo rilevato e altiero de’ Franceschi, che tutto l’altro mondo aveano per niente. Or dunque posate mortali, e non siate troppo osi, e sievi freno il magnifico reame di Francia, il quale è stato tra’ cristiani il maggiore già molte centinaia d’anni, e quando vi ritrovate nel più alto grado delle dignità temporali volgete gli occhi alla terra, e vedrete, che quanto il luogo è più alto e più rilevato, tanto è la ruina e la caduta maggiore, e forse poserete gli animi vostri alla sorte che v’ha conceduta la divina provvidenza, senza più oltre cercare che vi sia di mestiere.
CAP. LXXXVI. Come il re d’Inghilterra si strinse a Parigi, e combattè Corboglio.
Essendo l’oste del re d’Inghilterra alquanti dì soggiornata a Corboglio, e divisa, come di sopra dicemmo, in modo da potersi in piccolo tempo raccogliere insieme quando fosse bisogno, all’ottava della Pasqua di Resurrezione, il re con gran parte di sua oste si mosse e avvicinossi a Parigi con le schiere fatte, e tanto che gli scorridori si misono in sulle porti della città, facendo con parole e con atti assai oltraggio a’ Franceschi, ma però di Parigi non usciva persona: e ciò fu riputato gran senno, perchè uscendo, come suole il popolo voglioso e male ordinato, e in fatti d’arme poco uso, il pericolo era grandissimo, e il re con i suoi Inghilesi altro non desiderava, facendo sagacemente tutto ciò che poteano per attrarli di fuori. Veggendo il re dopo lungo stallo, che per aizzamento che fatto fosse a’ Franceschi nè gente usciva della terra nè porta s’apriva, fatto danno d’arsione per più sdegnare i nemici e animare a vendetta, si trasse indietro: il prenze di Guales tornato al re senza frutto di suo pensiero, per non lasciare niente che secondo il sottile provvedimento del re per ottenere suo proponimento fare si dovesse, esso in persona colla gente fresca ch’era rimasa nel campo con bell’ordine si mise a combattere il castello di Corboglio. La battaglia fu aspra e animosa, perocchè gli Inghilesi che erano montati nell’onore e pregio dell’arme alla disperata senza curare la vita si metteano a ogni pericolo; i Franceschi che conosceano che essendo vinti vituperavano il nome loro, ed erano carne di beccheria, si difendeano francamente ributtando i nemici; molti e dall’una parte e dall’altra ne furono morti e fediti; in fine gl’Inghilesi non potendo niente approdare si levarono dall’impresa. Come il duca avea fatto a Corboglio, così il conte di Lancastro e poi la persona del re cercarono di più altre castella e fortezze, e nulla poterono ottenere, sì bene erano in apparecchio a difesa; e queste cose furono gran cagione di recare gl’Inghilesi a concordia, come a suo luogo e tempo diremo.