LIBRO SECONDO (continued 2)
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CAP. XL. Come il re Luigi sostenne gli Aquilani che pasquavano con lui.
Vedendosi il re Luigi rotto da’ suoi intendimenti, e abbandonato del servigio degli amici, trovandosi a Sulmona povero, si ristrinse nell’animo, e diede opera di volere fare in Sulmona gran festa per lo Natale, e fece a quella invitare quei gentiluomini e baroni circostanti che potè avere. I Sulmontini il providono di moneta e d’altri doni per aiuto alla festa. Ciascuno si sforzò di comparire bene a quella festa, e intra gli altri principali fu invitato messer Lallo, il quale governava il reggimento dell’Aquila, e conoscendo la sua coperta tirannia si dubitò d’andare al re, e infinsesi d’essere malato, e sotto questa scusa ricusò l’andare alla festa. Per fare più accetta la sua scusa al re elesse quindici de’ maggiori cittadini d’Aquila col suo fratello carnale, i quali portarono al re per dono da parte del comune dell’Aquila fiorini quattromila d’oro, e costoro mandò a festeggiare col re: e giunti a Sulmona furono ricevuti dal re graziosamente, nonostante che si turbasse perchè messer Lallo non v’era venuto. E fatto il corredo reale con piena festa, i cittadini dell’Aquila volendo prendere licenza dal re per tornare a casa furono ritenuti prigioni, della qual cosa il re fu forte biasimato di mal consiglio, parendo a tutti più opera tirannesca che reale. La novella corse in Aquila: il tiranno molto savio e buono parlatore raccolse il popolo, e con argomenti di sua savia diceria infiammò il popolo all’ingiuria, e mosselo all’arme e corse la terra, e ordinò la guardia come se il re con l’oste vi dovesse venire, ma il re non era atto a poterlo fare, e però si rimase, e messer Lallo più s’afforzò nella signoria.
CAP. XLI. Come papa Clemente sesto fe’ la pace de’ due re.
Stando il re Luigi in Sulmona maninconoso e quasi in disperazione di suo stato, considerando come in tutte cose la fortuna gli era avversa, e come con abbassamento di suo onore gli avea fatte fare cose non reali, ma di vile e mendace tiranno, e vedendosi povero e mal ubbidito, non sapeva che si fare, e parevagli per la baldanza presa pe’ suoi avversari ch’elli dovessono ristrignerlo o cacciare del Regno, e de’ suoi fatti da corte non avea potuto avere alcuna speranza o novella che buona fosse. Il papa Clemente in questo tempo era stato in una grande e grave malattia, nella quale rimorso da coscienza di non avere capitato il fatto tra i due re che gli era commesso, e di questo sostenere era seguito danno e confusione di molti, propuose nell’animo come fosse guarito di capitare quella questione senza indugio, e come fu sollevato mise opera al fatto; e per più acconcio di quello reame, vedendo che il re d’Ungheria avea l’animo al suo reame, ed era appagato della vendetta fatta del suo fratello, deliberò, poichè avea deliberato la reina, che messer Luigi fosse re: e questo pubblicò co’ suoi cardinali, e poi il mise a esecuzione, come appresso nel suo tempo racconteremo. La novella venne improvviso al re Luigi a Sulmona, della qual cosa fu molto allegro: e confortato nel fondo della sua fortuna da questa prosperità, di presente conobbe il suo esaltamento per opera, che i baroni e’ comuni il cominciarono ad onorare e a vicitare con doni e grandi profferte come a loro signore: e tornato a Napoli con grandi onori, stette in festa più dì tutta la terra delle buone novelle. Lasceremo al presente alquanto de’ fatti del Regno sollecitandoci le novità di Toscana, delle quali prima ci conviene fare memoria, per non travalicare il debito tempo della nostra materia.
CAP. XLII. Come messer Piero Saccone prese il Borgo a san Sepolcro.
Avendo messer Piero Saccone de’ Tarlati a Bibbiena il conte Pallavicino con quattrocento cavalieri dell’arcivescovo di Milano, e cento di suo sforzo per fare guerra, e standosi e non facendola, faceva maravigliare la gente, ma egli nel soggiorno lavorava copertamente quello che prosperamente gli venne fatto. Il Borgo a san Sepolcro, terra forte e piena di popolo e di ricchi cittadini, e fornita copiosamente d’ogni bene da vivere, era nella guardia de’ Perugini con due casseri forniti alla guardia de’ castellani perugini e di gente d’arme. Messer Piero aveva appo se uno suo fedele che aveva nome Arrighetto di san Polo, questi era grande e maraviglioso ladro, e facea grandi e belli furti di bestiame, traendo i buoi delle tenute murate e guardate, e rompeva tanto chetamente le mura, che niuno il sentiva, e di quelle pietre rimurava le porti a’ villani di fuori sì contamente, che prima aveva dilungate le turme de’ buoi, e tratte per lo rotto del muro due o tre miglia, che i villani trovandosi murate le porti, e impacciati dalle tenebre della notte e dalla novità del fatto, le potessono soccorrere; così n’avea fatte molte beffe, e accusatone di furto, messer Piero il difendea, e davagli ricetto in tutta sua giurisdizione. Questi saliva su per li cauti delle mura e delle torri co’ suoi lievi argomenti incredibilmente, e quanto che fossono alte non se ne curava, ed era dell’altezza maraviglioso avvisatore. Per costui fece messer Piero furare la forte e alta torre del castello di Chiusi alla moglie che fu di messer Tarlato. A costui scoperse messer Piero come volea furare il Borgo a Sansepolcro, e mandollo a provvedere l’altezza della torre della porta: il quale tornato disse, che gli dava il cuore di montare in su la più alta torre che vi fosse; e avuta messer Piero questa risposta, s’intese con uno de’ Boccognani del Borgo e grande ghibellino, il quale odiava la signoria de’ Perugini, e da lui ebbe, che se la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse forza di gente a cavallo e a piè grande, ch’egli con gli altri ghibellini d’entro verrebbono in loro aiuto a metterli dentro. E dato l’ordine tra loro, messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila pedoni un sabato notte, a dì 20 del mese di novembre del detto anno, improvviso a’ Borghigiani, innanzi il dì fu presso al Borgo; e mandato Arrighetto con certi masnadieri eletti in sua compagnia a prendere la torre e la porta, il detto Arrighetto con suoi incredibili argomenti in quello servigio, cintosi corde, e aiutato di non esser sentito per uno grande vento che allora soffiava, e avea ristrette le guardie sotto il coperto, montò in su la torre della porta, ed essendovi due sole guardie, si recò il coltello ignudo in mano, e mostrò d’avere compagnia, minacciandoli d’uccidere. Eglino storditi per la novità, non sapendo che si fare, stettono cheti per paura, e Arrighetto data la corda a’ masnadieri ch’erano a piè del muro, con una scala leggieri di funi tirò su l’uno de’ capi e accomandollo a uno de’ merli, e incontanente montati suso per quella l’uno appresso l’altro dodici masnadieri, e quando si vidono signori della porta, feciono a quelli traditori d’entro certo segno ordinato. Quello de’ Boccognani veduto il segno come la porta era presa, fece sonare a stormo una campana d’una chiesa, al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini del Borgo furono all’arme e traevano verso la porta. I guelfi che non sapeano il tradimento traevano storditi alla piazza senza niuno capo; e schiarito il dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, e sentendo come messer Piero era di fuori con molta gente, non vedevano da potere riparare; ma i ghibellini non volendo guastare la terra sicurarono i guelfi che ruberia non vi si farebbe, e senza contasto vi lasciarono entrare messer Piero con tutta la sua gente e del conte Pallavicino, e non vi si diè colpo e non vi si fece alcuna ruberia: e così messer Piero ne fu signore; ma le due rocche che erano forti e guardate per li Perugini si misono alla difesa, per attendere il soccorso de’ Perugini. Messer Piero e il conte senza prendere soggiorno con tutta la sua gente a cavallo e a piè uscirono del Borgo, e accamparonsi di fuori dirimpetto alle rocche per torre la via a’ Perugini, e fecionsi innanzi al loro campo fare un fosso di subito e uno steccato, e mandarono a tutte le terre dov’avea gente d’arme del signore di Milano che mandassero loro aiuto, e in pochi dì vi si trovarono con ottocento cavalieri e popolo assai. E per impedire a’ Perugini, Giovanni di Cantuccio d’Agobbio con la cavalleria che avea del Biscione cavalcò sopra loro: nondimeno i Perugini turbati di questa perdita, procacciarono da ogni parte aiuto per racquistare la terra, tenendosi i casseri, e di presente ebbono cinquecento cavalieri da’ Fiorentini: e con millequattrocento cavalieri e con grande popolo se ne vennono alla Città di Castello: e acconciandosi per soccorrere quelli de’ casseri, tanta viltà fu in coloro che gli aveano in guardia, che senza attendere il soccorso così vicino s’arrenderono a messer Piero; e incontanente quelli del castello d’Anghiari cacciarono la guardia che v’era de’ Perugini, e dieronsi al vicario dell’arcivescovo, ed egli lo rendè a messer Maso de’ Tarlati. In que’ dì il castello della Pieve a santo Stefano, e ’l Castello perugino, tenendosi mal contenti de’ Perugini, anche si rubellarono da loro.
CAP. XLIII. Come i Perugini arsono intorno al Borgo e sconfissono de’ nimici.
I Perugini avendo perduta la speranza di soccorrere le rocche, cavalcarono al Borgo, e arsonlo intorno guastando tutte le possessioni, e già messer Piero e ’l conte Pallavicino non ebbono ardire d’uscire della terra contro a loro: e fatto il guasto, si tornarono alla Città di Castello. Messer Piero preso suo tempo, con tutta la cavalleria ch’avea nel Borgo cavalcò fino alle porti della Città di Castello: i cavalieri che v’erano dentro de’ Perugini, e singolarmente quelli de’ Fiorentini, ch’erano buona gente d’arme e bene montati, uscirono fuori perchè i nimici aveano a fare lunga ritratta, e seguitando i nimici quasi a mezzo il cammino, s’abbatterono in un grosso aguato: e ivi cominciò l’assalto aspro e forte, ove s’accolse la maggiore parte della gente di catuna parte senza fanti a piede; e ivi dando e ricevendo si fece aspra battaglia, e durò lungamente, perocchè catuno voleva mantenere l’onore del campo; e non avendo pedoni che l’impedissono, feciono i buoni cavalieri grande punga, e in fine per virtù di certi conestabili della masnada de’ Fiorentini, ristringendosi insieme, con impetuoso assalto ruppono la cavalleria di messer Piero, e a forza in isconfitta gli cacciarono del campo, e rimasono morti sessanta de’ loro cavalieri in sul campo e più cavalli, e presi sei de’ loro conestabili da’ cavalieri de’ Fiorentini, e messer Manfredi de’ Pazzi di Valdarno, e più altri cavalieri tedeschi e borgognoni, a’ quali tolsono l’arme e’ cavalli secondo l’usanza, e lasciaronli alla fede: e questo fu del mese di dicembre del detto anno.
CAP. XLIV. D’una cometa ch’apparve in oriente.
In questo anno 1351, del detto mese di dicembre, si vide in prima in cielo a noi verso levante una cometa, la quale per li più fu giudicata Nigra, la quale è di natura saturnina. Il suo apparimento fu a noi all’uscita del segno del Cancro, e alcuni dissono ch’ella entrò nel Leone: ma innanzi che per noi si vedesse fuori del Cancro, fu fuori del verno, sicchè approssimandosi il Sole al Cancro se ne perdè la vista. Alcuni pronosticarono morte di grandi signori, ovvero per decollazione, e avvenimento di signorie. Noi stemmo quell’anno a vedere le novità che più singolari e grandi apparissono onde avere potessimo novelle, e in Italia e nel patriarcato d’Aquilea furono molte dicollazioni di grandi terrieri e cittadini, che lungo sarebbe a riducere qui i singulari tagliamenti. E mortalità di comune morte in questo anno non avvenne: ma per la guerra de’ Genovesi, e Veneziani e Catalani avvennono naufragii grandi, e mortalità di ferro grandissima in quelle genti e ne’ loro seguaci, e per i difetti sostenuti in mare non meno ne morirono tornando che combattendo. Avvenne in Italia singolare accidente al grano, vino e olio e frutti degli alberi, che essendo ogni cosa in speranza di grande ubertà, subitamente del mese di luglio si mosse una sformata tempesta di vento, che tutti gli alberi pericolò de’ loro frutti, e i grani e le biade ch’erano mature battè e mise per terra con smisurato danno. Dappoi a pochi dì fu il caldo sì disordinato, che tutte le biade verdi inaridì e seccò. Per questo accidente avvenne, che dove s’aspettava ricolta fertile e ubertosa, fu generalmente per tutta Italia arida e cattiva. E avvennono in questi anni singulari diluvi d’acque, che feciono in molte parti gran danni, e gittò per tutta Italia generale carestia di pane e sformata di vino. In questo medesimo mese di dicembre apparve la mattina anzi giorno, a dì 17, un grande bordone di fuoco, il quale corse di verso tramontana in mezzodì. E in questo medesimo anno all’entrare di dicembre morì papa Clemente sesto, e alcuno de’ cardinali. Al nostro lieve intendimento basta di questi segni del cielo e delle cose occorse averne raccontato parte, lasciando agli astrolaghi l’influenza di quello che s’appartiene alla loro scienza, e noi ritorneremo alla più rozza materia.
CAP. XLV. Come fu preso il castello della Badia de’ Perugini, e come si racquistò.
Essendo i Perugini imbrigati nelle rubellioni delle loro terre per gli assalti de’ loro vicini, con la forza dell’arcivescovo di Milano, la quale di prima, come addietro narrammo, nel tempo che si cercò di fare lega con la Chiesa e co’ Lombardi, dicevano che non si potea stendere a loro, due conestabili di fanti a piè cittadini sbanditi di Firenze, partendosi dal soldo del tiranno d’Agobbio co’ loro compagni, di furto entrarono nel castello della Badia, grosso castello, il quale era de’ Perugini, e cominciarono a correre e predare le villate vicine con l’aiuto di Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio. I Perugini vi mandaro certe masnade di cavalieri che aveano di Fiorentini e altra gente a piè: costoro vi si puosono a oste del mese di gennaio. Giovanni di Cantuccio con la cavalleria ch’avea dell’arcivescovo di Milano e co’ suoi fanti a piè, essendo tre cotanti di cavalieri e di fanti che quelli de’ Perugini, andarono per levarli da campo e fornire il castello. Un conestabile tedesco delle masnade de’ Fiorentini valente cavaliere, ch’avea nome M... si fece incontro a’ nimici a un ponte onde conveniva ch’e’ nimici venissono, e francamente li ritenne, tanto che l’altra cavalleria de’ Perugini ch’era alla Città di Castello venne al soccorso del passo: e giunti, valicarono il ponte, e per forza cacciarono l’oste di Giovanni di Cantuccio in rotta, e presono cento e più de’ cavalieri del Biscione: e tornati al castello, i masnadieri che ’l teneano, vedendosi fuori di speranza di avere soccorso, il renderono a’ Perugini, salvo le persone e l’arme, a dì 6 del detto mese di gennaio.
CAP. XLVI. Come i Fiorentini cercarono lega co’ comuni di Toscana, e accrebbono loro entrata.
Temendo il comune di Firenze la gran potenza del signore di Milano, fornito della compagnia de’ ghibellini d’Italia, con suoi ambasciadori smosse i Perugini Sanesi e Aretini a parlamento alla città di Siena, del mese di dicembre del detto anno, e ivi composono lega e compagnia di tremila cavalieri e di mille masnadieri, contra qualunque volesse fare guerra a’ detti comuni o ad alcuno di quelli; e incontanente il comune di Firenze si fornì di cavalieri e di masnadieri di più assai che in parte della lega non li toccava. E per avere l’entrata ordinata a mantenere la spesa elessono venti cittadini, con balìa a crescere l’entrata e le rendite del comune, i quali commutarono il disutile e dannoso servigio de’ contadini personale in danari, compensandoli che pagassono per servigio di cinque pedoni per centinaio del loro estimo per rinnovata dell’anno, a soldi dieci il dì per fante: e questo pagassono in tre paghe l’anno, e fossono liberi dell’antico servigio personale: o quando per necessità occorresse il bisogno del servigio personale, scontassono di questo. E questa entrata secondo l’estimo nuovo montò l’anno cinquantaduemila fiorini d’oro, e fu grande contentamento de’ condannati. E a’ cherici ordinarono certa taglia per aiuto e guardia e alla difesa della città e del contado, la quale stribuirono e raccolsono i loro prelati, e montò fiorini ... d’oro; e raddoppiarono e crebbono più gabelle, per le quali entrate il comune potè spendere l’anno trecentosessantamila fiorini d’oro. E oltre a ciò ordinarono e distribuirono tra’ cittadini la gabella de’ fumanti, la quale nel fatto fu per modo di sega, che catuno capo di famiglia fu tassato in certi danari il dì per modo, che raccogliendosi il numero montava fiorini d’oro centoquaranta il dì: poi per ogni danaro che l’uomo avea di sega, fu recato in estimo di soldi trenta; e questa gabella montava l’anno fiorini cinquantamila d’oro: e quando il comune aveva necessità, riscoteva questa gabella per avere i danari presti, e assegnavali alla restituzione di certe gabelle. Per queste sformate gravezze, avendo carestia generale delle cose da vivere, era la città e il contado in assai disagio, forse meritevolmente per la dissoluta vita, e’ disordinati e non leciti guadagni de’ suoi cittadini.
CAP. XLVII. Come i Romani feciono rettore del popolo.
In questo anno essendo per lo corso stato a Roma del general perdono arricchito il popolo, i loro principi e gli altri gentilotti cominciarono a ricettare i malandrini nelle loro tenute, che facevano assai di male, rubando, e uccidendo, e conturbando tutto il paese. Senatore fu fatto Giordano dal Monte degli Orsini, il quale reggeva l’uficio con poco contentamento de’ Romani. E per questa cagione gli fu mossa guerra a un suo castello, per la quale abbandonò il senato. Il vicario del papa ch’era in Roma, messer Ponzo di Perotto vescovo d’Orvieto, uomo di grande autorità, vedendo abbandonato il senato, con la famiglia che aveva, in nome del papa entrò in Campidoglio per guardare, tanto che la Chiesa provvedesse di senatore. Iacopo Savelli della parte di quelli della Colonna accolse gente d’arme, e per forza entrò in Campidoglio e trassene il vicario del papa, e Stefano della Colonna occupò la torre del conte, e la città rimase senza governatore, e catuno facea male a suo senno perocchè non v’era luogo di giustizia. E per questo il popolo era in male stato, la città dentro piena di malfattori, e fuori per tutto si rubava. I forestieri e i romei erano in terra di Roma come le pecore tra’ lupi: ogni cosa in rapina e in preda. A’ buoni uomini del popolo pareva stare male, ma l’uno s’era accomandato all’una parte, e l’altro all’altra di loro maggiori, e però i pensieri di mettervi consiglio erano prima rotti che cominciati: e la cosa procedeva di male in peggio di dì in dì. Ultimamente non trovando altro modo come a consiglio il popolo si potesse radunare, il dì dopo la natività di Cristo, per consuetudine d’una compagnia degli accomandati di Madonna santa Maria, s’accolsono avvisatamente molti buoni popolani in santa Maria Maggiore, e ivi consigliarono di volere avere capo di popolo: e di concordia in quello stante elessono Giovanni Cerroni antico popolare de’ Cerroni di Roma, uomo pieno d’età, e famoso di buona vita. E così fatto, tutti insieme uscirono della chiesa e andarono per lui, e smosso parte del popolo, il menarono al Campidoglio ov’era Luca Savelli. Il quale vedendo questo subito movimento non ebbe ardire di contastare il popolo, ma dimandò di loro volere: ed e’ dissono che voleano Campidoglio, il quale liberamente diè loro; ed entrati dentro sonarono la campana: il popolo trasse al Campidoglio d’ogni parte della città senza arme, e i principi con le loro famiglie armati, ed essendo là, domandarono la cagione di questo movimento e quello che ’l popolo volea: il popolo d’una voce risposono che voleano Giovanni Cerroni per rettore, con piena balía di reggere e governare in giustizia il popolo e comune di Roma. E consentendo i principi all’ordinazione del popolo, di comune volontà fu fatto rettore; e mandato per lo vicario del papa che lo confermasse, come savio e discreto volle che prima giurasse la fede a santa Chiesa, e d’ubbidire i comandamenti del papa, e ricevuto di volontà del popolo il saramento dal rettore, il confermò per quell’autorità che aveva: e tutto fu fatto in quella mattina di santo Stefano, innanzi ch’e’ Romani andassono a desinare. E lasciato il rettore in Campidoglio, catuno si tornò a casa con assai allegrezza di quello ch’era loro venuto fatto così prosperamente.
CAP. XLVIII. Di una lettera fu trovata in concistoro di papa.
Essendo per lo papa e per i cardinali molto tratto innanzi il processo contro al’arcivescovo di Milano, una lettera fu trovata in concistoro, la quale non si potè sapere chi la vi recasse, ma uno de’ cardinali la si lasciò cadere avvisatamente in occulto: la lettera venne alle mani del papa, e la fece leggere in concistoro. La lettera era d’alto dittato, simulata da parte del principe delle tenebre al suo vicario papa Clemente e a’ suoi consiglieri cardinali: ricordando i privati e comuni peccati di catuno, ne’ quali li commendava altamente nel suo cospetto, e confortavali in quelle operazioni, acciocchè pienamente meritassono la grazia del suo regno: avvilendo e vituperando la vita povera e la dottrina apostolica, la quale come suoi fedeli vicari eglino aveano in odio e ripugnavano, ma non ferventemente ne’ loro ammaestramenti come nell’opere, per la qual cosa li riprendeva e ammoniva che se ne correggessono, acciocchè li ponesse per loro merito in maggiore stato nel suo regno. La lettera toccò molto e bene i vizi de’ nostri pastori di santa Chiesa, e per questo molte copie se ne sparsono tra’ cristiani. Per molti fu tenuto fosse operazione dell’arcivescovo di Milano allora ribello di santa Chiesa, potentissimo tiranno, acciocchè manifestati i vizi de’ pastori si dovessono più tollerare i suoi difetti, manifesti a tutti i cristiani. Ma il papa e i cardinali poco se ne curarono, come per innanzi l’operazioni si dimostreranno.
CAP. XLIX. Come il re d’Inghilterra essendo in tregua col re di Francia acquistò la contea di Guinisi.
Avvenne in questo anno, che un Inghilese prigione nella forte rocca di Guinisi, la quale era del re di Francia, essendo per ricomperarsi, avea larghezza d’andare per la rocca, e così andando, provvide l’ordine delle guardie e l’altezza d’alcuna parte della rocca ond’ella si potesse furare. E pagati i danari della sua taglia, fu lasciato; e trovatosi con alquanti sergenti d’arme, suoi confidenti, disse ove potesse avere il loro aiuto gli farebbe ricchi. E presa fede da loro manifestò come intendea furare la rocca di Guinisi, e avea provveduto come fare il poteva, i quali arditi e volonterosi di guadagnare promisono il servigio: ed essendo tra tutti cinquanta sergenti bene armati, avendo scale fatte alla misura del primo procinto, una notte in su l’ora che l’Inghilese sapea che la guardia della mastra fortezza vi si rinchiudea dentro, condotte le scale al muro chetamente montarono sopra il primo procinto: e sorprese le guardie, per non lasciarsi uccidere si lasciarono legare, e così legati gli faceano rispondere all’altre guardie della rocca. Quando venne in sul fare del dì gl’Inghilesi feciono alle guardie muovere riotta, e fare romore tra loro in modo di mischia. Il castellano sentendo questo tra le guardie, mostrando non avere sospetto scese della rocca, e aprendo l’uscio per venire a correggere le guardie, gl’Inghilesi apparecchiati nell’aguato, immantinente con l’armi ignude in mano furono sopra lui, e presono l’uscio ed entrarono nella rocca, e presono il castello e le guardie. E incontanente mandarono al re d’Inghilterra come aveano presa la forte rocca di Guinisi, la quale il re molto desiderava. E di presente vi mandò gente d’arme e fecela prendere e guardare, e commendata la valenza e l’industria del suo fedele e degli altri scudieri fece loro onore e provvidegli magnificamente. E per questa rocca fu il re d’Inghilterra in tutto signore della contea di Guinisi, e il re di Francia forte conturbato. E avvegnachè questa presura andasse per la forma che è detto, e’ si trovò poi che il castellano avea consentito al tradimento, e tornato di prigione, essendo lasciato, in Francia fu squartato.
CAP. L. Il piato fu in corte tra’ due re per la contea di Guinisi.
Essendo furata la contea di Guinisi al re di Francia sotto la confidanza delle triegue, trasse in giudicio il re d’Inghilterra a corte di Roma per suoi ambasciadori, dicendo che sotto la fede delle triegue prestata il re d’Inghilterra gli avea tolto per furto la rocca, e la contea occupata per forza. Per la parte del re d’Inghilterra fu risposto, che avendo per suo prigione il conte di Guinisi conestabile di Francia preso in battaglia, e dovendosi riscattare per lo patto fatto della sua taglia scudi ottantamila d’oro, o in luogo di danari la detta contea di Guinisi, e lasciato alla fede acciocchè procacciare potesse la moneta, il re di Francia appellandolo traditore, per non averlo a ricomperare, o acconsentirgli la contea di Guinisi il fece dicollare: e così contro a giustizia privò il re d’Inghilterra delle sue ragioni, le quali giustamente avea racquistate. La quistione fu grande in concistoro, e pendeva la causa in favore del re di Francia, e però innanzi che sentenza se ne desse, il re fece restituire la terra di Guinisi a quell’Inghilese che data glie l’avea; e seguendo la morte di papa Clemente non ne seguì altra sentenza.
CAP. LI. Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati per rifare guerra a’ Fiorentini.
In questo tempo del verno, avendo l’arcivescovo di Milano fatte rivedere e rassegnare le sue masnade tornate da Firenze, trovò ch’aveva a fare ammenda di bene milledugento cavalli. E turbato forte nel suo furore, propose di fare al primo tempo maggiore e più aspra guerra a’ Fiorentini. E trovando che avea consumato senza acquisto grande tesoro, volendolo rifare senza mancare la sua generale entrata, fece nuova colta in Milano e in tutte le sue terre per sì grave modo, che tutti i mercatanti si ritrassono delle loro mercatanzie nelle sue terre: nondimeno a catuno convenne portare la soma che gli fu imposta; per la quale gravezza accrebbe cinquecento migliaia di fiorini d’oro sopra le sue rendite ordinarie in piccolo tempo. In queste oppressioni molti parlavano biasimando l’impresa contro al comune di Firenze, e rimproveravano quello che avea fatto loro il vile castelletto della Scarperia per provvisione del comune di Firenze, essendovi intorno la forza de’ Lombardi e de’ ghibellini di Toscana. E in tra gli altri un cavaliere bresciano di grande età, amico e fedele alla casa de’ Visconti, biasimò l’impresa, dicendo semplicemente il vero, come aveva ricordo di lungo tempo, che qualunque signore avea impreso di far guerra al comune di Firenze n’era mal capitato, però per amore che aveva al suo signore non lodava l’impresa. Le parole del cavaliere furono rapportate all’arcivescovo; il tiranno inacerbito, non considerando la fede dell’antico cavaliere, seguitando l’impetuoso furore del suo animo, mandò per lui. E venuto nella sua presenza, il domandò s’egli aveva usate quelle parole. Il cavaliere disse, che dette l’avea per grande amore e fede ch’avea alla sua signoria, ricordandosi dell’imperadore Arrigo, e dell’impresa di messer Cane della Scala e degli altri che non erano bene capitati. Il tiranno infiammato nel suo disordinato appetito, di presente fece armare un suo conestibile con la sua masnada, e accomandogli il cavaliere, e disse il rimenasse in Brescia, e in su l’uscio della sua casa gli facesse tagliare la testa, e così fu fatto. Costui per la sua fede degno di premio e per l’utile consiglio ricevette pena, la quale soddisfece colla sua testa all’appetito del turbato tiranno.
CAP. LII. Come i Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi mandarono ambasciadori a corte.
Stando le città di Toscana in gran tema di futura guerra, i comuni della lega di parte guelfa mandarono al papa e a’ cardinali solenne ambasciata, a inducere la Chiesa contro alla grande tirannia dell’arcivescovo di Milano per aggravare il processo che contro a lui si faceva, e procurare l’aiuto e il favore di santa Chiesa alla loro difesa. Gli ambasciadori furono ricevuti dal papa e da’ cardinali graziosamente. Ma innanzi che questi ambasciadori fossono a corte, l’arcivescovo v’avea mandati i suoi, per riconciliarsi colla Chiesa, e fare annullare il processo fatto contro a lui per l’impresa di Bologna, i quali ambasciadori erano forniti di molti danari contanti per spendere e donare largamente; e facendolo con molta larghezza aveano il favore del re di Francia, che faceva parlare per lui, e quello di molti cardinali, e de’ parenti del papa e della contessa di Torenna, per cui il papa si movea molto alle gran cose. E il papa medesimo avea già l’ingiuria fatta a santa Chiesa per l’arcivescovo della tolta di Bologna temperata, ed era disposto a prendere accordo coll’arcivescovo: e per questo fu molto più contento della venuta degli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana, credendo fare l’accordo dell’arcivescovo di loro volontà; perocchè nel primo parlamento disse agli ambasciadori: eleggete delle tre cose che io vi proporrò l’una, quale più vi piace, o volete pace coll’arcivescovo, o volete lega colla Chiesa, o volete la venuta dell’imperadore in Italia per vostra difesa. L’offerte furono larghe per conchiudere alla pace che parea più abile e migliore. Gli ambasciadori savi e discreti di concordia rimisono la detta elezione nel papa, a fine di farlo più pensare nel fatto dandoli gravezza, dimostrando grande confidanza nella deliberazione. E così cominciata la cosa a praticare ebbono tempo e cagione gli ambasciadori d’avvisare i loro comuni, e in questo si soggiornò la maggior parte del verno senza uscirne alcun frutto. Lasceremo alquanto gli ambasciadori e ’l processo del papa, e torneremo agli altri fatti che occorsono in questo soggiorno, rendendo a catuno suo diritto.
CAP. LIII. Come l’ammiraglio di Damasco fece novità a’ cristiani.
In questo tempo l’ammiraglio del soldano che reggeva la gran città di Damasco si pensò di trarre un gran tesoro da’ cristiani di Damasco per sua malizia, e una notte fece segretamente mettere fuoco in due parti della città, il quale fece in Damasco grave danno. Spento il fuoco, l’ammiraglio fece apporre che questo era stato avvistatamente messo pe’ cristiani, e richiese i più ricchi cristiani della città, che ve n’avea assai, e feceli martoriare, e per martorio confessarono che fatto l’aveano a fine di cacciare i saracini: e coloro che di questo pericolo vollono campare la vita gli dierono danari assai; e tanti furono coloro che si ricomperarono, che l’ammiraglio ne trasse gran tesoro: agli altri diede partito o che rinnegassono la fede di Cristo o che morissono in croce. Una gran parte di loro per corrotta fede rinnegò per campare; rimasonne ventidue, i quali diliberarono di morire in croce, innanzi che la perfetta fede di Cristo volessono rinnegare. E però il crudele ammiraglio li fece mettere in sulle croci, e ordinolli in suso i cammelli che li conducessono per la terra, e in questo tormento vivettono tre dì. Ed era menato il padre crocifisso innanzi al figliuolo, e il figliuolo innanzi al padre rinnegato; e i rinnegati con pianto e con preghiere pregavano i crocifissi che volessono campare la crudele morte e tornare alla fede di Maometto; ma i costanti fedeli, il padre spregiava il figliuolo rinnegato, dicendo che non era suo figliuolo, e il figliuolo il padre rinnegato, dicendo che non era suo padre, ma del nimico che ’l volea tentare e torli i beni di vita eterna: e molto biasimavano a’ rinnegati la loro incostanza per la paura della pena temporale, dicendo che a loro era diletto e gran grazia potere seguitare Cristo loro redentore. E così consumate le loro temporali vite in grave tormento e in grandissima costanza, nella veduta per tre dì de’ saracini e de’ cristiani, renderono l’anime a Dio. Il soldano sentì il movimento reo del suo ammiraglio, mandò incontanente per lui, e fecelo tagliare per mezzo.
CAP. LIV. Come i Fiorentini disfeciono terre di Mugello.
In questo medesimo tempo, di verno, i Fiorentini mandarono certi loro cittadini per lo contado a provvedere le loro castella e terre, a fine di afforzare le parti deboli, e fornire le terre di ciò ch’alla difesa mancasse per averle guernite, sopravvenendo la guerra che s’aspettava del Biscione. Avvenne, come è usanza del nostro comune, acciocchè il buon consiglio non fosse senza difetto di singolare ovvero cittadinesco odio, che nel Mugello furono per loro fatte disfare alquante tenute forti e utili alla difesa di quello contado per modo, che dove state non vi fossono, era utile consiglio a porlevi di nuovo. E feciono abbattere Barberino, Latera, Gagliano e Marcoiano, ch’erano al Mugello mura contra i nimici di verso Montecarelli, e di Montevivagni e delle terre degli Ubaldini, ove in que’ tempi si faceva capo pe’ nimici a fare guerra al nostro comune, le quali tenute con piccola spesa d’afforzamento erano gran sicurtà a tutto il Mugello, per le cui rovine s’accrebbe campo a’ nimici senza contasto di più di sei miglia di nostro contado, il quale tutto s’abbandonò, a danno e vergogna del nostro comune. Riprensione comune ne seguitò a coloro che così mala provvisione feciono, altro gastigamento no, per la corrotta usanza del comune di Firenze di non punire le cose mal fatte, nè meritare le buone.
CAP. LV. Come la Scarperia fu furata e racquistata.
Facendo il comune di Firenze con molta sollecitudine afforzare il castello della Scarperia di grandi fossi e di forti palancati, il tiranno e gli Ubaldini con ogni sottigliezza d’inganno tentavano di procacciare ridotto nel Mugello, e sopra tutto di levarsi l’onta della Scarperia, e continovo cercavano come la potessono furare: per la qual cosa corruppono più loro fedeli mandandoli per essere manovali, come se fossono Mugellesi, e alcuno maestro. E messi al lavorio del votare il fosso, del quale si portava la terra al palancato per alzare la parte dentro, costoro provvidono la via onde la terra si portava: e segretamente tra le due terre segarono alcuni legni del palancato, e dierono la posta agli Ubaldini: i quali di presente feciono scendere gente a cavallo e a piè a Montecarelli, e alla Sambuca, e a Pietramala, e nell’alpe e nel Podere, per dare diversi riguardi a’ Fiorentini, e seppono come pochi dì innanzi i soldati che guardavano la Scarperia aveano fatto mischia co’ terrazzani, e mortine parecchi, onde tra’ terrazzani e’ forestieri era sconfidanza grande. La notte che ordinata fu a questo servigio scesono dell’alpe e da Montecarelli nel piano di Mugello duemilacinquecento fanti, e quattro bandiere di cento cavalieri a guida degli Ubaldini. Costoro elessono dugentocinquanta i più pregiati briganti di tutta quella gente con dieci bandiere, e conestabili molto famosi d’arme, e lasciati gli altri fanti e cavalieri riposti ivi presso per loro soccorso, chetamente guidati per la via provveduta del fosso dalla parte di Sant’Agata, e senza esser sentiti, entrarono tutti nella Scarperia a dì 17 di gennaio del detto anno: e stretti insieme si condussono in su la piazza, gridando, muoiano i forestieri, e vivano i terrazzani. E in quella notte non avea nella Scarperia tra forestieri e terrazzani centocinquanta uomini d’arme, sicchè al tutto n’erano signori i nimici. Sentendo questo romore nella scurità della notte i soldati forestieri, credettono che i terrazzani li volessono offendere, e non ardivano d’uscire delle case, e i terrazzani temeano de’ soldati, pensando che fosse in su la piazza inganno, e non voleano uscire fuori, e così i nimici non aveano contasto; e dove Iddio per singolar grazia non avesse liberato quella terra, senza speranza di soccorso umano era perduta. Ma la volontà di Dio fu, che la grande potenza del tiranno non avesse quello ridotto a consumazione del nostro paese; onde a coloro ch’aveano presa la terra, e che aveano presso a un miglio tutta la loro gente tolse l’accorgimento, che non lasciassono guardia al passo ond’erano entrati, e non feciono il segno ordinato a quelli di fuori; e diede Iddio baldanza manifesta a que’ d’entro e accorgimento, perocchè per la vista scura i terrazzani conobbono all’insegne che coloro dalla piazza erano nemici: e incontanente assicurarono i conestabili de’ forestieri che v’erano, per paura che quella gente nè quelle grida non erano per loro fattura, ma de’ nimici ch’erano nella terra. Come i valenti masnadieri sentirono la verità del fatto, ragunati insieme meno di cinquanta tra terrazzani e forestieri, gridando alla morte alla morte, sì fedirono tra’ nimici, che lungamente erano stati ammassati in su la piazza, e nel primo assalto senza fare resistenza li ruppono, cacciandoli come se fossono stati altrettanti montoni; e senza attendere l’uno l’altro, affrettando d’uscire per lo luogo stretto ond’erano entrati, e’ cadeano nel fosso, e voltolavansi per quelle ripe. Que’ d’entro erano pochi, e però non ve ne poterono uccidere più di cinque, e dodici ne ritennono a prigioni, tra’ quali furono conestabili di pregio, che ’l signore avrebbe ricomperati molti danari, ma tutti furono impiccati. Que’ di fuori che attendeano il segno per entrare dentro sentendo la tornata in rotta, senza attendere il giorno chiaro, innanzi che la novella si spandesse per il Mugello, si ricolsono nell’alpe a salvamento; e così in una notte fu presa e liberata la Scarperia con dubbia e maravigliosa fortuna.
CAP. LVI. Come messer Piero Sacconi cavalcò con mille barbute infino in su le porte di Perugia.
Del mese di febbraio del detto anno, cresciuta gente d’arme a messer Piero Sacconi de’ Tarlati dall’arcivescovo di Milano, trovandosi baldanzoso per la presa del Borgo a san Sepolcro e delle terre vicine, e trovando i signori di Cortona ch’aveano rotta pace a’ Perugini, ed eransi collegati col Biscione, se n’andò a Cortona con mille cavalieri, e da’ Cortonesi ebbono il mercato e gente d’arme, con la quale cavalcò sopra il contado di Perugia, ardendo e predando le ville d’intorno al lago; e per forza presono Vagliano e arsonlo, e combatterono Castiglione del Lago e non lo poterono avere; e partiti di là se n’andarono fino presso a Perugia facendo grandissimi danni. E non essendo i Perugini in concio da potere riparare a’ nemici, fatta grande preda, senza contasto si ritornarono a Cortona sani e salvi, e di là al Borgo a san Sepolcro, onde partirono e venderono la loro preda. Per questa cagione grande sdegno presono i Perugini contro a’ signori di Cortona, ma la baldanza dell’arcivescovo gli aveva sì gonfiati di superbia, che non si curavano rompere pace nè fare ingiuria a’ loro vicini, per la qual cosa poco appresso ricevettono quello che aveano meritato per la loro follia, come ne’ suoi tempi racconteremo.
CAP. LVII. Come i Chiaravallesi di Todi vollono ribellare la terra e furono cacciati.
Questa sfrenata baldanza de’ ghibellini di Toscana e della Marca per la forza del Biscione facea gravi movimenti, tra’ quali, mentre che messer Piero Sacconi guastava e predava il contado di Perugia, i Chiaravallesi grandi cittadini di Todi, d’animo ghibellino, feciono venire il prefetto di Vico con trecento cavalieri subitamente per metterlo in Todi, e cacciarne i caporali guelfi che s’intendeano co’ Perugini; ed essendo il prefetto con la detta cavalleria già presso alla città di Todi, il popolo e’ guelfi scoperto il trattato de’ Chiaravallesi, di subito presono l’arme e corsono sopra i traditori: i quali essendosi più fidati alla venuta del prefetto che provveduti d’aiuto dentro all’assalto del popolo, non ebbono forza a ributtarlo, ma francamente sostennono la battaglia, consumando il rimanente del dì nella loro difensione. I Perugini che tosto sentirono la novella vi cavalcarono prestamente, sicchè la notte furono alla porta. Il popolo per metterli nella terra spezzarono una porta, che già non erano signori d’aprirla, ed entrati i Perugini in Todi, e fatto giorno, i Chiaravallesi furono costretti d’uscire della città co’ loro seguaci, e fuggendo trovarono assai di presso il prefetto colla sua gente che veniva a loro stanza, i quali co’ cacciati insieme vituperosamente si tornarono indietro, e la città rimase a più fermo stato di popolo e di parte guelfa col favore de’ Perugini in suo riposo.
CAP. LVIII. Come que’ da Ricasoli rubellarono Vertine a’ Fiorentini.
Era in questi dì questione non piccola tra’ consorti della casa da Ricasoli per cagione della pieve di san Polo di Chianti, che essendo il piovano in decrepita età ammalato, temendo i figliuoli d’Arrigo e il Roba da Ricasoli, che per maggioranza dello stato messer Bindaccio da Ricasoli e’ figliuoli non occupassono la detta pieve, pervennono ad accuparla contro la riformagione del comune di Firenze, onde furono condannati nella persona a condizione; il Roba ubbidì, e fu prosciolto: i figliuoli d’Arrigo, avvegnachè restituissono al comune la possessione, non essendo loro attenuto quello che però fu loro promesso dal comune, rimasono in bando; e sdegnati di questa ingiuria, sapendo che molta roba de’ loro consorti era ridotta nel castello di Vertine, accolsono centocinquanta fanti masnadieri, ed entrarono nel castello, che non si guardava, e di presente l’afforzarono: e corsono per le villate d’attorno, e misono nel castello molta roba, e gli abituri e case de’ loro consorti arsono e guastarono. Il comune di Firenze vi feciono cavalcare il podestà con certe masnade di cavalieri e di pedoni, stimando che contro al comune non facessono resistenza: ma i giovani trovandosi in luogo forte e bene guerniti, e la forza del Biscione di presso, di cui il comune forte temeva, e favoreggiati da Giovanni d’Ottolino Bottoni de’ Salimbeni di Siena, pensarono di tenere il castello per forza, tanto che il comune di Firenze per riaverlo farebbono la loro volontà: e però si misono a ribellione. E alla loro follia aggiunse il tempo aiuto, che all’entrata di febbraio caddono nevi grandissime l’una dopo l’altra, che stettono sopra la terra oltre all’usato modo tutto il detto mese per tale maniera, che tale era a cavalcare il contado di Firenze come le più serrate alpi. Lasceremo Vertine tra le nevi nella sua ribellione, traendoci altra maggiore materia in prima a raccontare.
CAP. LIX. Come i Veneziani e’ Catalani furono sconfitti in Romania da’ Genovesi.
Avendo in parte narrato lo sboglientamento delle guerre e delle seduzioni italiane, benchè ci partiamo del paese, ci accade a raccontare le marine battaglie che gl’Italiani medesimi feciono in Romania tra loro. Era l’armata de’ Genovesi di sessantaquattro galee presso a Pera sopra il passo di Turchia, e ivi stavano per riguardo che l’armata de’ Veneziani e Catalani non passassono in Costantinopoli, acciocchè non si aggiugnessono forza dall’imperadore ch’era in lega con loro. I Veneziani e’ Catalani avendo soggiornato gran parte del verno a Modone e Corone in Turchia, e riparate loro galee, si trovarono con sessantasette galee bene armate, e con aiuto di molti legni e barche armate di loro sudditi e di certi Turchi, avendo volontà d’essere a Costantinopoli, dove s’accrescerebbe la loro forza e per mare e per terra, senza attendere che il verno valicasse si misono a navicare verso Costantinopoli, a intenzione di combattere co’ Genovesi se impedire gli volessono. I Genovesi con le sessantaquattro galee armate, avendo per ammiraglio messer Paganino Doria, e stando solleciti alla guardia per attendere i loro nemici, mandarono a dì 7 di febbraio due galee a Gallipoli per avere lingua di loro nemici, e quel dì trovarono che l’armata de’ Veneziani e Catalani entravano all’isola de’ Principi. Come i Genovesi ebbono questa novella si mossono per andare loro incontro, e per forza d’impetuoso vento furono portati indietro al porto di san Dimitrum verso Peschiera, dove stettono fino al lunedì, a dì 13 di febbraio. E partiti di là con grande fatica, tornarono al passo di Turchia. In questo mezzo tornarono le due galee con festa ch’aveano seguita una galea de’ Veneziani e aveanla fatta dare in terra, e campati gli uomini, la galea aveano arsa e profondata; allora tutte le galee insieme si misono da capo per andare contro a’ nemici, e poco avanzato di mare per lo contrario tempo, scopersono alla uscita di Principi l’armata de’ Veneziani e Catalani che facevano la via verso Grecia con grosso mare e molto vento in poppa. I Catalani e’ Veneziani com’ebbono scoperti i loro nimici genovesi, si dirizzarono verso loro colle vele piene per combattere, conoscendo il vantaggio che aveano per l’aiuto del vento e del mare, e passare in Costantinopoli a loro contradio. I Genovesi veggendosi venire addosso i nimici con le vele piene si ristrinsono insieme sopra la Turchia, e ritennonsi da parte a modo d’una schiera, per cessare e lasciare passare l’impeto de’ nimici, temendo della percossa delle loro galee aiutate dalla forza del vento e del mare. E come le galee veneziane e catalane passando vennono al pari delle poppe delle galee de’ Genovesi, i Genovesi si sforzarono per ingegni e per forza d’arme traversarne e ritenerne alcuna, ma non ebbono podere, tanto era forte il corso di quelle. E così i Veneziani e’ Catalani con le loro galee e co’ loro navili armati valicarono a Valanca lasciandosi addietro l’armata de’ Genovesi, e aggiuntosi otto galee armate di gente greca dell’imperadore di Costantinopoli, si trovarono settantacinque galee e molti legni armati. Le sessantaquattro galee de’ Genovesi per lo traversare che aveano voluto fare, avendo i marosi e ’l vento contrario, erano scerrate e sparte, e vedendosi disordinati, e con gli avversari passati, intendeano a raccogliersi insieme senza seguire i nimici per riducersi nel porto di san Dimitrum. I Veneziani e’ Catalani che si trovarono valicati per forza, e accresciuta la loro potenza, vedendo che i Genovesi non veniano verso di loro, e ch’aveano le galee sparte e male ordinate a potere sostenere la battaglia, presono subitamente partito di tornare loro addosso sperando avere piena vittoria. E dato il segno a tutta l’oste, si dirizzarono per forza di remi, avendo il mare contradio, a venire sopra le galee de’ Genovesi, le quali non erano ancora potute raccogliersi insieme. Ma vedendo che tutto lo stuolo de’ Veneziani, e Catalani e Greci erano rivolti per venire loro addosso, catuna parte della loro armata, secondo che le galee genovesi si trovarono insieme, non potendosi ristrignere nè raccozzarsi al loro ammiraglio, come uomini di grande cuore e ardire s’ordinarono alla loro difesa, sempre avendo riguardo e dando opera d’accostarsi al loro capitano, ma la traversa del mare e la fortuna forte l’impediva. L’ammiraglio a tutte le galee che avea appresso di se fece trarre l’ancore, e ritrarsi alquanto fuori delle grosse maree, e dirizzossi contro a’ suoi nimici con la sua galea grossa e con sette altre che avea in sua compagnia; e date le prode contro a’ nimici, feciono testa. Il capitano delle galee veneziane e quello delle catalane, con seguito di gran parte della loro armata, si trassono innanzi, avendo contrario il mare, per assalire i loro nimici. I Genovesi vedendoli venire, mandarono loro incontro due delle loro galee sottili per assaggiarle con le loro balestra, e cominciare lo stormo a modo di badalucco. Il capitano de’ Catalani s’avanzò innanzi, e quello de’ Veneziani appresso, per investire la galea dell’ammiraglio de’ Genovesi, ma trovandole serrate e bene in concio, non le investirono, e non si afferrarono con loro, o per codardia, o per maestria di tramezzare l’altre galee de’ Genovesi innanzi che si raccogliessono al loro ammiraglio: ma dietro a loro tre grosse de’ Veneziani si misono a combattere la galea dell’ammiraglio di Genova, e l’altre galee contro quelle ch’erano in diverse parti del mare; e cominciata da ogni parte l’aspra battaglia tra l’una armata e l’altra, le due grosse de’ Veneziani si misono per proda e una per banda a combattere la sopra galea dell’ammiraglio de’ Genovesi. Quivi fu lunga e aspra e grande battaglia, perocchè d’ogni parte s’aggiunsono galee a quello stormo, e quivi furono molti fediti e morti da catuna parte; e valicato l’ora del vespero, per lo grande aiuto delle galee de’ Genovesi che soccorsono il loro ammiraglio, le tre de’ Veneziani che s’erano afferrate con quella rimasono sbarattate e prese; e l’altre galee de’ Veneziani e Catalani, ch’erano passate e divise tra l’ammiraglio e l’altre galee genovesi, combattendo in diverse parti cacciarono delle galee de’ Genovesi: in prima dieci galee, che per campare le persone diedono in terra verso sant’Agnolo, abbandonati i corpi delle galee a’ nimici, morti e perduti assai de’ compagni, il rimanente si fuggì a Pera; e dopo queste altre tre galee de’ Genovesi fuggendo innanzi a’ Veneziani feciono il simigliante, e abbandonati i corpi delle galee si fuggirono a Pera. I Veneziani e’ Catalani misono fuoco in quelle galee, e tutte le profondarono; e oltre a queste altre sei galee de’ Genovesi si fuggirono nel Mare maggiore per campare. Dall’altra parte i Genovesi combattendo per forza d’arme delle galee de’ Veneziani e Catalani e Greci in diversi abboccamenti, con grande uccisione di catuna parte, ne vinsono e presono assai: ma però non sapea l’uno dell’altro chi avesse il migliore. La tempesta del mare era grande, e non lasciava riconoscere nè raccogliere insieme alcuna delle parti. E avendo per questo modo disordinato e fortunoso combattuto fino alla notte senza sapere chi avesse vinto o perduto, l’uno residuo dell’armata e l’altro si ridussono a terra alle Colonne al porto di Sanfoca; e dividendoli la notte, dilungata l’una parte dall’altra il più che si potè, nel detto porto cercarono per quella notte alcuno sollevamento dalle fatiche agli affannati corpi.
CAP. LX. Di quello medesimo.
La mattina vegnente, a dì 14 di febbraio, i Veneziani, Catalani e Greci che si conobbono essere maltrattati in quella battaglia da’ Genovesi, innanzi che ’l sole alzasse sopra la terra, per paura che i Genovesi, ravveduti del danno che aveano fatto loro, non li sorprendessono in quel luogo, si partirono, e andarsene a un porto che si chiama Trapenon, ch’è nella forza de’ Greci, ove poterono stare più sicuri. I Genovesi venuto il giorno, ricercarono la loro armata, e trovarono meno le tredici galee profondate, e le sei ch’erano andate fuggendo i nimici nel Mare maggiore: e della loro gente si trovarono molto scemati, tra morti e annegati e fuggiti. Dall’altra parte trovarono, che aveano prese quattordici galee de’ Veneziani, e dieci de’ Catalani e due de’ Greci, e allora conobbono che i nimici come rotti s’erano partiti e fuggiti a Trapenon. E trovandosi avere morti di loro nimici intorno di duemila, e presine milleottocento, ebbono certezza della loro poco allegra vittoria, e incontanente de’ loro prigioni fediti e magagnati lasciarono quattrocento, acciocchè non corrompessono la loro gente, e per fare alcuna misericordia della loro vittoria. Ma tanto fu il loro danno de’ morti e fediti, e d’avere perdute le loro galee, che della detta vittoria non poterono far festa. Questa battaglia non ebbe ordine nè modo, anzi fu avviluppata e sparta come la tempesta marina: e però com’ella fu varia e non potuta bene cernere nè vedere, non l’abbiamo potuta con più certo e chiaro ordine recitare.
CAP. LXI. Come per le discordie de’ paesani la Sicilia era in grave stato.
Partendoci dalle battaglie fatte per gl’Italiani negli strani paesi, ci occorre l’intestino male dell’isola di Sicilia: la quale non avendo nemico strano, tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano s’uccidevano, per aguati, per tradimenti, e per furti di loro tenute continovo adoperavano il fuoco e il ferro, onde molti gentiluomini, e altre genti del paese perderono la materia delle paesane divisioni per le loro violenti morti; e ancora per questo tanto si disusarono i campi della cultura, tanto si consumarono i frutti ricolti, che l’isola per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri paesi. E per partirci un poco da tanta crudele infamia, la seguente ferina crudelezza, con vergogna degli uomini di quella lingua, sia per ora termine a questa materia. Un Catalano, il quale teneva una rocca nella Valle di... fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale avendo voglia d’avere quella rocca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere: ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porti, e ’l conte e i compagni presi; e avendovi uomini i quali si volevano ricomperare grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’uno dopo l’altro posto a’ merli della maggiore torre della rocca, sopra uno dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta a’ crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino a’ crudi nemici. Chi crederebbe questa sevizia trovare tra’ fieri popoli delle barbare nazioni, la quale tra i cristiani, tra i consorti d’uno reame, tra i vicini passò le crudeltà de’ tigri, e la fierezza de’ più salvatichi animali che la terra produca? E perocchè trovare non si potrebbe maggiore, trapassiamo a un’altra di minore numero, ma forse non di minore infamia.
CAP. LXII. Come fu in Firenze tagliate le teste a più de’ Guazzalotri di Prato.
Avendo narrata la grande crudeltà de’ Catalani, un’altra sotto ombra di non vera scusa, non senza biasimo dell’abbandonata mansuetudine del nostro comune, ci s’offera a raccontare. I Guazzalotri di Prato, come è detto addietro, innanzi che il comune il comperasse, usando la tirannia di quello tirannescamente, ne furono abbattuti: per questo l’animo di Iacopo di Zarino caporale di quella casa era mal contento, avvegnachè assai onestamente sel comportasse. Avvenne che alquanti cittadini di Firenze, animosi di setta, calunniarono lui e alquanti cittadini di Firenze di trattato contro al comune, della qual cosa convenne che in giudicio si scusassono, e non trovandosi colpevoli, fu infamia a quella gente che quello aveano loro apposto, ed egli con gli altri infamati furono prosciolti. Avvenne appresso, o per fuggire il pericolo degl’infamatori, o per sdegno conceputo, andando per podestà a Ferrara, fu ritenuto dal tiranno di Bologna e poi lasciato, rimanendo per stadico il figliuolo; e tornato a Firenze, e preso sospetto di lui, fu confinato a Montepulciano: i quali confini, qual che si fosse la cagione, e’ non seppe comportare, e fece suo trattato col signore di Bologna per ritornare in Prato; per la qual cosa venne a Vaiano in Valdibisenzio, e fece richiedere de’ suoi amici, e da Siena vennono lettere al comune di Firenze di questo fatto: per le quali il nostro comune di presente vi mise gente d’arme alla guardia, per modo che non se ne potea dottare. Nondimeno i cittadini che reggevano allora il comune, animosi per setta, volendo aggravare l’infamia, in su la mezza notte feciono chiamare delle letta e armare i cittadini, e trarre fuori i gonfaloni, come se i nimici fossono alle porti, di che i reggenti ne furono forte biasimati. Nondimeno seguendo loro intendimento, aveano fatto venire da Prato tutti gli uomini di casa i Guazzalotri, i quali per numero furono sette; e incontanente, come uomini guelfi e innocenti, e che dell’imprese di Iacopo di Zarino erano ignoranti, vennono a Firenze: ed essendo tutti in su la porta del palagio de’ priori, un fante giunse il dì medesimo, che le guardie erano rinforzate in Prato, il quale disse loro da parte di Iacopo, com’egli intendea d’essere quella notte in Prato. Costoro di presente furono a’ signori e a’ loro collegi, e dissono quello che in quell’ora Iacopo avea loro mandato a dire, scusando la loro innocenza. I priori co’ loro collegi non dimostrando di loro alcuno sospetto, gli licenziarono per quel giorno: l’altra mattina gli feciono chiamare, e tutti senza sospetto andarono a’ signori, fuori d’un giovane, il quale quanto che non fosse colpevole, temette di venire in esaminazione; gli altri furono ritenuti, e messi nelle mani del capitano del popolo, uomo di poca virtù, e fatti pigliare certi Pratesi, e un Fiorentino de’ Galigai, e due fabbri di contado, tutti per gravi martori confessarono, come coloro che questo feciono fare vollono, e subitamente, improvviso agli altri cittadini, il detto capitano, del mese di marzo 1351, fece decapitare i nove, e i fabbri impiccare; la qual cosa fu tenuta crudele e ingiusta sentenza, e molto dispiacque a’ cittadini, perocchè manifesto fu che non erano colpevoli. Abbiamone detto steso per due cagioni, l’una per manifestare di quanto pericolo sono le sette cittadinesche, che i giusti spesso com’e’ colpevoli involgono in capitale sentenza; la seconda per dimostrare quanto a Dio dispiace quando si spande l’innocente sangue: che per quello che i Guazzalotri poco innanzi sparsero per tirannia nella loro terra, il loro per simigliante modo fu sparto nella città di Firenze.
CAP. LXIII. Come il tiranno d’Orvieto fu morto.
In questo anno, del mese di marzo, essendo tiranno d’Orvieto Benedetto di messer Bonconte de’ Monaldeschi, il quale poco dinanzi aveva morti due suoi consorti per venire alla tirannia, e stando in quella per operazione de’ suoi consorti, da uno fante nel suo palagio fu morto. Per la morte di costui la città fu in grave divisione; ma coll’aiuto di gente e d’ambasciadori perugini s’acquetò alquanto il popolo con alcuno lieve e non fermo stato, perocchè tutta la terra era insanguinata per la divisione della casa de’ Monaldeschi, e avendo dentro poca concordia, e di fuori sparti per lo contado e distretto i cittadini cacciati, rimase lo stato dubbioso a potere sostenere; e per la cavalleria che l’arcivescovo di Milano aveva in Toscana e nella Marca, i comuni di parte guelfa poco consiglio vi misono, onde ne seguì la rivoltura che appresso seguendo nostro trattato nel suo tempo racconteremo.
CAP. LXIV. Come i Fiorentini assediarono Vertine.
Nel predetto mese di marzo i Fiorentini feciono porre l’oste al castello di Vertine, e strignerlo con due campi al trarre delle balestra, e rizzaronvi due mangani che tutto dì gittavano, abbattendo e guastando le case della terra. Nell’oste avea seicento cavalieri, e millecinquecento masnadieri di soldo, i quali deliberarono di combattere il castello e vincerlo per battaglia: ma avvenne mirabile cosa, che quasi pareva fatta per arte magica, che il tempo si corruppe all’acqua, che dì e notte non ristò infino alla Pasqua; e impedì tanto l’oste, che alla battaglia non si potè venire per niun modo, e quelli del castello ebbono agio di farlo più forte alla difesa; e per questa cagione, e perchè dentro avea franca masnada di buoni briganti, poco parea si curassono de’ Fiorentini, e minacciavano di darlo al Biscione; e così francamente il tennono in fino all’uscita d’aprile, come appresso diviseremo.
CAP. LXV. Come in corte fu fermata la pace dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia.
Essendo per lungo tempo trattata in corte di Roma a Vignone la pace tra il re d’Ungheria e i reali del regno di Cicilia di qua dal Faro, papa Clemente essendo guarito della sua infermità, nella quale aveva avuta grave riprensione di coscienza, perchè aveva sostenuta la detta causa in contumacia, potendola acconciare, con singulare sollecitudine mise opera che la pace si facesse. Ed essendo il re d’Ungheria con un solo fratello re di Pollonia, senza avere altri consorti fuori de’ reali del regno di Cicilia, e già soddisfatto in parte non piccola della vendetta del fratello, agevolmente si dispose a volere la pace, gradendola al papa e a’ cardinali che con istanza ne pregavano, e però mandò a corte suoi ambasciadori con pieno mandato, informati di sua intenzione, lo eletto di cinque chiese, e un vescovo d’Ungheria, e Gulforte Tedesco fratello di messer Currado Lupo vicario nel Regno del detto re; e del mese di gennaio 1351, i detti ambasciadori in presenza del papa e de’ cardinali, come ordinato fu per lo detto papa, si fece la pace con gli ambasciadori del re Luigi e della reina Giovanna in nome di tutti i reali di quella casa. E per parte del re Luigi e della reina furono fatte l’obbliganze, per le quali, secondo che ’l papa e i cardinali aveano trattato, il re e la reina doveano dare e restituire al re d’Ungheria trecentomila fiorini d’oro in diversi termini, per sodisfacimento delle spese che il re d’Ungheria avea fatte in quell’impresa del Regno. E fatte le dette cautele e la detta pace, il papa per l’autorità sua e del consiglio de’ suoi cardinali per decreto confermò ogni cosa, confermando la pace, e consentendo all’obbligagione pecuniaria del reame. E fornito ogni cosa solennemente, innanzi che della casa si partissono le parti, gli ambasciadori del re d’Ungheria, improvviso a tutti, seguendo il mandato segreto che aveano dal loro signore, di grazia spontaneamente, per propria volontà del re d’Ungheria, finirono e quetarono al re, e alla reina, e a’ reali di Puglia, e al Regno, e alla Chiesa di Roma, di cui è il detto reame, i detti trecentomila fiorini d’oro, dicendo, come il loro signore non avea fatta quell’impresa per avarizia, ma per vendicare la morte del suo fratello. E incontanente si partì Gulforte, e tornò in Ungheria a fare assapere al re come fatto era quanto egli avea comandato, a grande grado e piacere di santa Chiesa. E i sopraddetti prelati andarono nel Regno a trarne gli Ungheri che v’erano salvamente, e a fare per comandamento del loro signore restituire al re Luigi e alla reina tutte le città, e terre e castella che la sua gente vi tenea. E fatto questo accordo, quale che si fosse la cagione, il re d’Ungheria non lasciò incontanente i reali ch’aveva prigioni in Ungheria, anzi gli tenne insino al settembre prossimo, come al suo tempo si dirà, occorrendoci altre cose che prima richieggono il debito alla nostra penna.
CAP. LXVI. Come l’arcivescovo trattava pace colla Chiesa.
In questo tempo, del verno, l’arcivescovo di Milano continovo mantenea a corte solenni ambasciadori a procurare la sua riconciliazione con santa Chiesa, e a ciò movea il re di Francia con forza di grandi doni che gli faceva, e al continovo pregava per sue lettere il papa e’ cardinali che perdonassono all’arcivescovo, ed egli per essere più favoreggiato domandava pace. I parenti del papa e certi cardinali erano sì altamente provveduti, e sì spesso, che continovo pregavano per lui il papa, e la contessa di Torenna non finava, per la qual cosa il papa dimenticava l’onore e l’ingiurie di santa Chiesa. E non ostante che tenesse sospesi gli ambasciatori de’ comuni di Toscana delle cose che aveano proposto loro, gli ambasciadori continovo ricordavano in concistoro l’offese fatte per l’arcivescovo e pe’ suoi antecessori, e l’ingiurie e violenze che fatte avea, e continovo faceva a’ comuni di Toscana fedeli e divoti di santa Chiesa. Il papa non ostante ciò favoreggiava oltre al modo onesto la causa del tiranno, onde per alcuno cardinale ne fu cortesemente ripreso; a costui e agli altri cardinali che mostravano in concistoro di essere zelanti dell’onore di santa Chiesa, procedendo il tempo, coll’ingegno e coll’arte e co’ doni del tiranno furono racchiuse le bocche, e aperte le lingue in suo favore, sicchè ultimamente pervenne alla sua intenzione, come seguendo al suo tempo dimostreremo.
CAP. LXVII. Della gran fame ch’ebbono i barbari di Morocco.
Avvenne in quest’anno nel reame di Morocco e nel reame della Bella Marina un’inopinata fame per sterilità del paese, la qual fame gittò gran carestia in Granata e nella Spagna, e stesesi per la Navarra, e appresso in Francia infino a Parigi: che per portare il grano a’ barbari, per disordinato guadagno che se ne facea, venne lo staio di libbre cinquanta di peso in Parigi in valuta di due fiorini d’oro, e per lo paese non molto meno. E i barbari saracini per sostentare la vita s’ordinarono continovo digiuno, il quale sodisfacevano con tre once di pane dato loro, e con un poco d’olio quanto teneva la palma della mano, nel quale intignevano il detto pane, e con questo mantenevano la loro vita: nondimeno gran quantità ne morirono di fame in quell’anno.
CAP. LXVIII. Come i rettori di Firenze cominciarono segretamente a trattare accordo con l’eletto imperadore.
Mentre che il comune di Firenze e di Siena aveano gli ambasciadori a corte di papa contro all’arcivescovo di Milano, avvedendosi che la Chiesa per le preghiere del re di Francia e d’altri baroni, e per la grande quantità di moneta che il tiranno spendea in corte, colla quale avea recato in suo favore tutta la corte, ed era per essere riconciliato e fatto assai maggiore che non era in prima, diffidandosi di non potere per loro resistere alla sua potenza, ordinarono molto segretamente di volere far muovere della Magna messer Carlo re de’ Romani eletto imperadore, e però mandarono e feciono venire d’Alemagna a Firenze segretamente un suo cancelliere con grande mandato: il quale fu collocato e stette tutto il verno racchiuso in san Lorenzo per modo, che i Fiorentini non sapeano chi si fosse, e di notte andavano a lui segretari del comune, i quali trattavano il modo della venuta del detto eletto, col favore e aiuto grande del detto comune, per abbattere la tirannia dell’arcivescovo: e in fine vennono col detto cancelliere a piena concordia, tanto che, nonostante l’antico odio del nome imperiale a’ detti comuni, fu loro lecito di piuvicare la detta concordia accetta a’ detti popoli, come a suo tempo racconteremo.
CAP. LXIX. Come la gente de’ Fiorentini che andavano a fornire Lozzole furono rotti dagli Ubaldini.
Entrando nel mese d’aprile 1352, essendo commesso per lo comune di Firenze al capitano del Mugello che fornisse Lozzole che i Fiorentini tenevano nel Podere, acciocchè più chiusamente si facesse, si mise a farlo con sì poca provvisione, che più dì innanzi fu palese agli Ubaldini la cavalcata che fare si doveva. I quali in que’ dì aveano colla gente dell’arcivescovo di Milano preso il Monte della Fine a’ confini di Romagna, il quale era stato accomandato, ma non difeso da’ Fiorentini. E avendo la gente apparecchiata, si misono in più aguati nell’alpe, ove stettono più dì aspettando la scorta de’ Fiorentini per fornire Lozzole. Il folle capitano di Mugello con quattrocento cavalieri e con pedoni del Mugello, non avendo prima presi i passi più forti dell’alpe, nè fatto provvedere se aguato vi fosse, si mise per la via del Rezzuolo con la salmeria e con la sua gente ad entrare nell’alpe, e lasciossi uno degli aguati de’ nimici addietro; quando ebbono valicato Rezzuolo furono assaliti da’ nimici dinanzi, e da lato e didietro per modo, che piccola difesa v’ebbe, altro che di fuggire chi potè. Rimasonvi morti cinquanta uomini tra a cavallo e a piede, e ottanta presi con tutta la salmeria; e di questo fallo non fu altra vendetta in Firenze, se non che chi fu morto o preso per la mala condotta s’ebbe il danno. Il capitano fu Rosso di Ricciardo de’ Ricci di Firenze.
CAP. LXX. Come s’ebbe Vertine a patti e disfecesi la rocca.
Essendo stato il castello di Vertine lungamente assediato e traboccato da’ dificii, e non volendosi arrendere, i Fiorentini diliberarono di farlo combattere: e a dì 20 d’Aprile, gli anni Domini 1352, con molta baldanza e con poco ordine si strinsono al castello assalendolo da più parti; e in alcuno luogo furono infino al rompere delle mura, ma per non avere dificii da coprire, nè le scale che bisognavano a assalire, condotti alle mura, con danno e con vergogna, mortine alquanti, e fediti e magagnati assai degli assalitori, si ritrassono della battaglia, la quale aveano mantenuta tre ore del dì. L’assedio vi si fortificò, e strinsono il castello più di presso, e ordinavano di combatterlo con più ordine e con maggiore forza. Que’ d’entro vedendosi senza speranza di soccorso, per fuggire il pericolo della battaglia trattarono di rendere la terra, salve le persone e l’armi, e che potessono trarre tutto il grano che aveano nel castello di Vertine di que’ della casa da Ricasoli, infra quindici dì prossimi. Il trattato fu fermo, e il primo dì di Maggio del detto anno n’uscirono que’ da Ricasoli con centocinquantotto masnadieri, molto bella gente d’arme; e il comune prese la terra, e incontanente fece abbattere due fortezze che v’erano a modo di rocche, l’una di que’ da Ricasoli, e l’altra di que’ da Vertine, acciocchè più per quelle tenute non si potesse rubellare.
CAP. LXXI. Esempio di cittadinesca varietà di fortuna.
In questo tempo avvenne una cosa notevole in Firenze, la quale per se non era degna di memoria, ma concedelesi luogo per esempio delle cose avvenire. Un giudice di legge di grande fama nella pratica de’ piati criminali e civili, di assai nuova progenie, e di piccolo stato ne’ suoi principii, venne per suo guadagno in ricchezza, e con prospera fortuna, il dì di calen di maggio del detto anno, dottorato un suo figliuolo e menata moglie, con dote di fiorini millecinquecento d’oro, e con eredità di patrimonio di fiorini tremilacinquecento d’oro in possessioni a lui pervenute, celebrò solenne festa in più dì in grande allegrezza. E verificandosi la parola detta per santo Gregorio sopra il Giobbe, il quale disse: Praenuntia tribulationis est laetitia satietatis: poco appresso avvenne, che essendo ingrati della non debita e sformata dote e successione ereditaria della detta donna, vollono alla madre della fanciulla per male ingegno della loro arte sottrarre altri certi beni, la quale turbata si difendea a ragione. I legisti ordinarono un piato tacito, e avendo avuta per altri fatti una procura dalla detta donna, si sforzarono, non avendo avversario, di venire alla sentenza. Ma come Iddio volle, la corte s’avvide del baratto; e scoperto l’inganno, il figliuolo fu condannato nel fuoco con un suo nipote; e il padre confidandosi di difendere a ragione si rappresentò in giudicio. Ed essendo per essere arso un suo nipote ch’avea nome Lotto del maestro Cambio de’ Salviati, uomo di buona condizione e amato da’ cittadini, accadde essere de’ priori di Firenze, il quale per onore della sua casa operò tanto, che fu condannato nel fuoco per falsità, a condizione, che se infra dieci dì non pagasse al comune lire quattromila, e stesse a Perugia un anno a’ confini; ed essendo già stato da dieci mesi a’ confini, tanto seppe adoperare con un altro podestà, che rivocò i suoi confini, e tornò a Firenze innanzi al tempo, e mostrossi palese più d’un mese. Volendosi fare cancellare del detto bando, e restituire alla matricola ov’era stato raso, e non trovandosi modo come di ragione fare si potesse, rimase in bando del fuoco per avere rotti i confini, i quali aveva poco tempo a ubbidire ed era libero. Costui fu il primo che mise in pratica nella nostra città di conducere i civili piati in criminali, e per quella medesima cagione fu infamato e condannato egli e ’l suo figliuolo; il quale poi dopo l’esilio di presso a otto anni morì in bando, avendo prima il padre ricomperato dal comune per grandi riformagioni il suo fallo d’avere rotti i confini lire milledugento. E dopo la morte del figliuolo la donna ritrasse della casa la dote e ’l patrimonio in grande abbassamento di quella famiglia, lasciando esempio a’ suoi cittadini, che come la scienza convertita in pratica di male suasioni, e le disordinate dote fanno gli uomini arricchire e montare in stato, così quelle medesime operazioni e dote spesso sono materia e cagioni di gravi ruine: questo ci scusi averne fatto qui la detta memoria.
CAP. LXXII. Come un gran re de’ Tartari venne sopra il re di Proslavia.
Avvenne in quest’anno, che un re del lignaggio de’ Tartari, avendo avuta la sua gente briga col re di Proslavia infedele, avegnachè suddito al re d’Ungheria, e fatto danno l’una gente all’altra, il detto re de’ Tartari sentendosi di grande potenza, per prosunzione della sua grandezza, ovvero per trarre la gente del suo paese che aveano a quel tempo grandissima fame, uscì del suo reame con infinito numero di gente a piè e a cavallo, ed entrò nel regno de’ Proslavi. Il re de’ Proslavi colla sua gente si fece incontro a quella moltitudine per ritenerli a certe frontiere, tanto che avesse il soccorso dal re d’Ungheria, il quale di presente vi mandò quarantamila arceri a cavallo: e aggiuntosi colla gente del re de’ Proslavi, di presente commisono la battaglia co’ Tartari, de’ quali tanti n’uccisono, che la lena mancò agli uomini, e lo taglio alle spade, e le saette agli archi. Ma per la soprabbondante moltitudine de’ Tartari, non potendoli gli Ungheri e i Proslavi più tagliare, convenne ch’abbandonassono il campo, non senza grande danno della loro gente. I Tartari vinti rimasono vincitori: ma per disagio di vivande, e per la corruzione dell’aria, costretti prima a manicare de’ corpi morti, sentendo che per li due re si faceva apparecchiamento di ritornare in campo con maggiore e più potente esercito, per paura, e per lo gran difetto che i Tartari aveano di vittuaglia, si tornarono addietro in loro paese. Questa novella avemmo da più e diverse parti in Firenze del mese d’aprile 1352.
CAP. LXXIII. Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio.
Ritornando all’italiane tempeste, essendo rimasa la città d’Orvieto con grande dissensione tra’ cittadini dopo la morte di Benedetto di messer Bonconte loro tiranno, i cittadini da capo si cominciarono a insanguinare insieme, e uccidea l’uno l’altro nella città e di fuori, come s’uccidono le bestie al macello. Ed era sì corrotta la città ed il contado, che in niuna parte si poteva andare o stare sicuro, e i Perugini e gli altri comuni di Toscana erano sì oppressati dalla gente del Biscione, che appena poteano intendere alla loro difesa, sicchè de’ fatti d’Orvieto non si potevano intramettere come a quel tempo bisognava. Avvenne che Petruccio di Peppo Monaldeschi, come che d’animo e di nazione fosse guelfo, avendo rispetto a pigliare la tirannia d’Orvieto, per suo trattato fece venire a condotta degli Ubaldini a Cetona dugento cavalieri, e procacciò d’avere gente dal prefetto da Vico: e quando si vide il bello, avendo raunato nella terra assai fanti, levò il romore e corse la terra, e mise dentro i dugento cavalieri ch’avea in Cetona, e uccise Bonconte suo consorto, nipote di Benedetto, e più altri, e ridusse la città nella forza de’ ghibellini, credendo poterla tiranneggiare per se; ma in fine, come al suo tempo racconteremo, la signoria rimase al prefetto da Vico e a parte ghibellina, tradita la patria e i consorti per singolare invidia de’ suoi congiunti.
CAP. LXXIV. Come l’armata de’ Genovesi andò a Trapenon per danneggiare i nemici.
Dopo la battaglia fatta in Romania tra’ Genovesi, Veneziani e Catalani, avendo i Genovesi preso riposo per alcuno tempo, e ritornate le sei galee fuggite nel Mare maggiore, riconoscerono la loro amara vittoria, presono cuore dimenticando il danno loro per l’animosità ch’aveano contro a’ loro nemici ch’erano rifuggiti a Trapenon, e procacciarono aiuto da Pera, e mandarono per rinfrescamento di galee armate, strignendo che quante più ne potessono mandare armate il facessono senza indugio, a fine di disfare affatto l’armata de’ Veneziani e Catalani, avendo anche speranza di vincere Costantinopoli. E racconce le loro galee, e rifornite le ciurme e’ soprassaglienti se n’andarono a Trapenon, ove i Veneziani e’ Catalani s’erano rifuggiti; e assai volte tentarono d’assalirli, ma gli avversari aveano la forza della terra, e l’avvantaggio della guardia del porto, sicchè poco li curavano; e quando vidono un tempo al loro viaggio fatto e fermo, e che era contradio a’ loro nemici a poterli impedire, con trentotto galee racconce e rifornite si misono in mare, e atandosi con le vele e co’ remi, avendo il vento in poppa, a contradio de’ Genovesi valicarono in Candia: e giunti in Candia misono in terra, e disarmarono. E stando nell’isola, per la corruzione di loro fediti e de’ disagi sostenuti infermarono e corruppono molto la terra, e mandarono due loro galee per avere aiuto da Vinegia, le quali s’abbatterono in dieci galee ch’e’ Genovesi mandavano in aiuto alla loro armata, ma l’una per forza di remi campò, l’altra diede a terra, e abbandonato il corpo della galea salvarono le persone.
CAP. LXXV. Come i Genovesi assediarono Costantinopoli.
L’armata de’ Genovesi non avendo potuto impedire l’armata de’ Veneziani e Catalani che non fossono passati all’isola di Negroponte, non attesono a seguirli, ma attesono ad assediare Costantinopoli per mare, e fermarono di fare ogni loro podere per abbattere l’aiuto che i Veneziani aveano dall’imperatore. E stando ivi, giunse in loro aiuto sessanta legni armati di Turchi, e le dieci galee che il comune di Genova avea mandate loro. Mega Domestico che allora governava l’imperio come tiranno, vedendo i Veneziani rotti e soperchiati in quella guerra da’ Genovesi, e che la loro forza cresceva, e sentendosi il vero imperatore, il quale s’avea fatto a genero, nemico, per non venire a peggio trattò pace co’ Genovesi, e fermossi la detta pace a dì 6 maggio del detto anno: e fu in patto, ch’e’ Veneziani del paese fossono salvi in avere e in persona, e che i Genovesi non dovessono pagare in Costantinopoli commercio, e che vi potessono fare porto, e andare e stare come amici: e che d’allora innanzi l’imperadore non dovesse ricettare i Veneziani nè i Catalani, nè dare loro alcuno aiuto. E ferma la pace, i Genovesi con tutta loro armata se ne vennono in Candia per vincere il paese; e volendo porre in terra, ebbono incontro i paesani con trecento cavalieri, e le ciurme delle galee, e contradissono la prima scesa. I Genovesi si provvidono di fare parate, e dietro a quelle misono i balestrieri, e messe le scale in terra, a contradio de’ nemici presono campo; e stando in terra trovarono il paese corrotto, e avvelenata l’aria e la terra dalla corruzione sparta dalle galee de’ Veneziani e Catalani, e anche tra loro avea de’ fediti e degl’infermi, e per questa cagione, e per i molti disagi sostenuti lungamente, pensarono che il soprastare era pestilenzioso e mortale, si ricolsono a galea, e misonsi in mare per tornarsi a Genova; e innanzi pervenissono alla patria più di mille cinquecento uomini morti gettarono in mare: e nondimeno lasciarono nel golfo di Vinegia dieci galee per danneggiare i Veneziani. E del mese d’agosto del detto anno con trentadue galee tornarono a Genova col loro ammiraglio, e con settecento prigioni veneziani, e con molta preda dell’acquisto fatto sopra i nemici e sopra le spoglie de’ Greci. Della qual vittoria, avvengnachè molto ne montasse in fama il comune di Genova, più tristizia che allegrezza, più pianto e dolore che festa tornò alla loro patria; e trovossi all’ultimo di questa maladetta guerra di queste armate, che tra morti in battaglia, e annegati in mare, e periti di pestilenza, tra l’una parte e l’altra vi morirono più d’ottomila Italiani in quell’anno. E questo avvenne solo per attizzamento d’invidia di pari stato di due popoli Genovesi e Veneziani, che catuno si volea tenere il maggiore.
CAP. LXXVI. Concordia fatta dall’imperadore a’ comuni di Toscana.
Tornando al lungo trattato menato in Firenze per li Fiorentini e Perugini e Sanesi, molto segretamente con messer Arrigo proposto d’Esdria dell’ordine di certi frieri, vececancelliere di messer Carlo eletto imperadore re di Boemia e re de’ Romani, il quale con molto senno e gran diligenza avendo il mandato dal suo signore, e per mezzano tra lui e gli ambasciadori de’ sopraddetti comuni messer Ramondo l’uno degli usciti guelfi di Parma marchese di Soraga, capitano di guerra del comune di Firenze, scritte le convenenze e’ patti di concordia, si sostenne la piuvicazione di quelli per lo detto vececancelliere e per li detti comuni, tanto ch’ebbono la fermezza da corte come il papa avea riconciliato per sentenza l’arcivescovo di Milano, e fatto la concordia con lui, come nel principio del nostro terzo libro si potrà trovare; e questa concordia fu ferma del detto mese d’aprile del detto anno.
CAP. LXXVII. Come si levò una compagnia nel Regno, e fu rotta dal re Luigi.
Avvenne non ostante che la pace fosse fatta tra il re d’Ungheria e i reali di Puglia, e deliberato fosse per lo papa la coronazione del re Luigi, per la baldanza che i soldati forestieri aveano presa nel Regno, uno Beltramo della Motta nipote di fra Moriale, che ancora teneva la città d’Aversa, fece raccolta di cavalieri di sua lingua, e di Tedeschi e d’Italiani ch’erano nel Regno senza soldo, ed ebbe quattrocento barbute e cinquecento masnadieri: e cominciò a correre per Terra di Lavoro, di consiglio e consentimento di Fra Moriale, secondo il suono, benchè secondo la vista dimostrava il contradio, e prendea i casali, e facea rimedire la gente, e molto conturbava il paese: e i baroni e’ cavalieri regnicoli che voleano venire a Napoli alla coronazione del re erano da costoro forte impediti, e i cammini erano rotti per loro, e spesso assaliti, e per soperchia baldanza s’erano ridotti a Cesa, tra la città d’Aversa e l’Acerra. E stando ivi, in gran vergogna del futuro re Luigi, il re infiammato di questa ingiuria, subitamente e improvviso a’ ladroni accolse de’ baroni ch’erano venuti a lui, e di Napoletani da mille cavalieri, e montò a cavallo in persona, e seguitato da’ suoi, a dì 28 d’aprile del detto anno occupò Beltramo della Motta e la sua compagnia, i quali per lo subito assalto non feciono retta, ma chi potè fuggire non attese il compagno: e così fuggendo molti ne furono morti e presi, che pochi ne camparono. Beltramo della Motta con venti compagni fuggì a Alife e campò. In Napoli furono giudicati a morte venticinque paesani ch’erano in quella compagnia, gli altri rimasono prigioni: e la detta compagnia fu al tutto consumata e spenta con onore del re Luigi, e con più lieta festa della sua coronazione, che appresso seguitò, come tosto diviseremo.
CAP. LXXVIII. Come i Perugini guastarono intorno a Cortona.
In questo mese d’aprile del detto anno, i cavalieri dell’arcivescovo di Milano ch’erano stati lungamente al servigio del signore di Cortona all’Orsaia, si partirono di là, e lasciarono dugentocinquanta cavalieri. I Perugini aontati dell’ingiuria fatta loro da’ Cortonesi, di presente, avuto trecento cavalieri da’ Fiorentini, con settecento barbute e con gran popolo cavalcarono sopra Cortona, ardendo e guastando le case, e le vigne e’ campi, e tagliando gli alberi, aoperando il fuoco e il ferro, e guastarla intorno per molti giorni, senza potere i Cortonesi difendere in niuna parte, di fuori che dall’Orsaia a Cortona, per la guardia vi fecero i dugentocinquanta cavalieri del Biscione: ma senza arsione, così consumarono que’ cavalieri quella parte difendendo, come i Perugini l’altre parti per loro vendetta.
CAP. LXXIX. Come i Fiorentini fornirono Lozzole.
I Fiorentini poco tempo innanzi per mala condotta rotti dagli Ubaldini nell’alpe, volendo fornire Lozzole, provvidono di fornirlo con più avviso e provvedenza; che senza fare apparecchiamento nel Mugello, avendo in Firenze cavalieri e pedoni, e la vittuaglia apparecchiata, senza alcuna vista mandarono improvviso agli Ubaldini, e feciono pigliare a buoni masnadieri i passi e i poggi dell’alpe. E presi i passi la notte, la mattina vi mandarono cento cavalieri, e quattrocento balestrieri eletti, e seicento buoni masnadieri di soldo e tutta la salmeria con loro, i quali andarono senza contasto. E furono sopra il battifolle degli Ubaldini, il quale era sopra Lozzole, innanzi che potessono avere soccorso; e vedendosi sorprendere alla gente de’ Fiorentini, abbandonaro la bastita e l’arme, e gittaronsi per le ripe per salvare le persone; i Fiorentini presono l’arme e la roba ch’era nella bastita, e aggiunsonla alla loro salmeria, e misono ogni cosa nel castello di Lozzole, e arsono il battifolle de’ nimici, e sani e salvi senza trovare contasto si tornarono a Firenze del mese di maggio del detto anno.