LIBRO PRIMO (continued 3)
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CAP. LXXXII. Come il comune di Perugia e il capitano del Patrimonio andarono a oste ad Agobbio.
Sparta per lo paese la nuova signoria d’Agobbio, messer Iacopo, ch’era capo della casa de’ Gabbrielli, e allora era capitano del Patrimonio per la Chiesa, co’ suoi cavalieri, e con aiuto d’alquanti suoi amici, di subito cavalcò a Perugia; e il comune di Perugia, che si sentiva offeso per lo cacciare della sua gente d’Agobbio, a furore di popolo si mosse a cavalcare popolo e cavalieri con messer Iacopo, e puosonsi a oste intorno alla città d’Agobbio. Vedendo Giovanni di Cantuccio, nuovo tiranno, che il comune di Perugia, e messer Iacopo e altri suoi consorti con forte braccio l’avieno assediato, e che da se era male fornito a potere resistere, e de’ suoi cittadini d’entro non si potea fidare, sagacemente mandò nel campo a’ Perugini suoi ambasciadori, i quali da parte di Giovanni dissono: Signori Perugini, Giovanni di Cantuccio ci manda a voi a farvi assapere, com’egli è di quella casa de’ Gabbrielli, che sempre furono amatori e fedeli del vostro comune, e così intende d’essere egli; e intende che ’l comune di Perugia abbia in Agobbio ogni onore e ogni giurisdizione che da qui addietro avere vi solea, e maggiore, e vuole rendere i prigioni; ed e’ si partissono dall’assedio, e mandassono in Agobbio que’ savi cittadini di Perugia cui elli volessono, a mettere in ordine e riformare il governamento del comune, e ricevere i prigioni. La profferta fu larga, e’ Perugini più baldanzosi che discreti, confidandosi follemente alla promessa del tiranno, elessono ambasciadori ch’andassono a ricevere i prigioni e riformare la città, e misongli in Agobbio: e di presente si levarono da campo della terra e tornaronsi in Perugia, e lasciarono messer Iacopo a campo colla gente d’arme ch’avea della Chiesa, il quale rimase all’assedio più dì partiti i Perugini; pensando coll’aiuto de’ suoi cittadini d’entro potere da se alcuna cosa, o se la fede di Giovanni fosse intera co’ Perugini, potere tornare in Agobbio. Gli ambasciadori de’ Perugini entrati in Agobbio, con grandissima festa, e dimostramento di grande amore e confidanza furono ricevuti da Giovanni. E cominciolli prima a convitare e tenerli in desinari e in cene, e tranquillarli d’oggi in domane; e strignendolo gli ambasciadori, disse che volea prima vedere partito messer Iacopo dall’assedio. Messer Iacopo s’avvide bene dell’inganno, ma stretto dagli ambasciadori perugini, acciocchè a lui non si potesse imputare cagione che per lui seguitasse la discordia, si partì dall’assedio e tornossi nel Patrimonio. Gli ambasciadori di Perugia, partitosi messer Iacopo, con più baldanza strigneano Giovanni, di rivolere i prigioni, e ordinare il reggimento della guardia della terra, com’egli avea promesso. Il tiranno vedendosi levato l’assedio, tenea con più fidanza gli ambasciadori in parole, e trovando nuove cagioni a dilungare il tempo, gli tenea sospesi. Ma vedendo che oltre al debito modo gli menava per parole, per sdegno si partirono d’Agobbio, e rapportarono al loro comune l’inganno che Giovanni avea fatto. A’ Perugini ne parve male: ma non trovarono tra loro concordia di ritornarvi ad oste. Nondimeno il nuovo tiranno, pensandosi più gravemente avere offeso il comune di Perugia, non ostante che fosse per nazione e per patria guelfo, si pensò d’aiutare co’ ghibellini. E mandò ambasciadori a messer Bernabò ch’era a Bologna, dicendo: che volea tenere la città d’Agobbio dal suo signore messer l’arcivescovo: e pregollo che gli mandasse gente d’arme alla guardia sua e della terra; il quale senza indugio vi mandò dugentocinquanta cavalieri, e appresso ve ne mandò maggiore quantità, parendoli avere fatto grande acquisto alla sua intenzione. Giovanni da se sforzò i suoi cittadini per avere danari, e fornissi di gente d’arme a piè e a cavallo; e vedendosi fornito alla difesa si dimostrò palesemente nimico de’ Perugini, come appresso seguendo nostro trattato racconteremo.
CAP. LXXXIII. Come cominciò l’izza da’ Genovesi a’ Veneziani.
Essendo cresciuto scandalo nato d’invidia di stato tra il comune di Genova e quello di Vinegia, tenendosi ciascuno il maggiore, cominciamento fu di grave e grande guerra di mare. E la prima cagione che mosse fu, che avendo avuto i Genovesi guerra e briga con Giannisbec imperadore nelle provincie del Mare maggiore, a cui i Genovesi aveano arsa la Tana e fatto danno grande alla gente sua, per la qual cosa i Genovesi non potieno colle loro galee andare al mercato della Tana, anzi facevano a Caffa porto, e per terra vi faceano venire la spezieria e altre mercatanzie, con più costo e avarie che quando usavano la Tana. I Veneziani dopo la detta briga s’acconciarono coll’imperadore, e alla Tana andavano con loro navili e colle loro galee per la mercatanzia, e traevanla a migliore mercato, la qual cosa mettea male a’ Genovesi. Per la qual cosa richiesono i Veneziani, e pregaronli che si dovessono accordare con loro a fare porto a Caffa, e darebbono loro quella immunità e fondaco e franchigia ch’avieno per loro: e facendo questo, l’arebbono in grande servigio; ed essendo in concordia, non dottavano che Giannisbec si recherebbe a far loro ogni vantaggio che volessono, per ritornarli al mercato della Tana: e questo tornerebbe in loro profitto, e in onore di tutta la cristianità. I Veneziani non vi si poterono per alcun modo recare, anzi dissono, che intendeano d’andare con loro legni e galee alla Tana e dove più loro piacesse, che della briga che i Genovesi aveano coll’imperadore non si curavano. Per la quale risposta i Genovesi sdegnarono, e dispuosonsi dove si vedessono il bello, di fare danno a’ Veneziani in mare, e i Veneziani a loro; e d’allora innanzi, dove si trovarono in mare si combatteano insieme, e in trapasso di non gran tempo feciono danno l’uno all’altro assai. E sentendo catuno comune come la guerra era cominciata in mare tra’ loro cittadini, ordinarono di mandare a maggiore riguardo e più armati i loro navili grossi che non solieno. E per non mostrare paura nè viltà l’uno dell’altro non si ristrinsono del navicare.
CAP. LXXXIV. Come quattordici galee di Veneziani presono in Romania nove de’ Genovesi.
Avvenne che andando in questo anno alla Tana quattordici galee di Veneziani bene armate, come furono in Romania s’abboccarono in undici galee de’ Genovesi ch’andavano a Caffa, sopra l’Isola di Negroponte, e incontanente si dirizzano colle vele e co’ remi in verso loro. I Genovesi vedendole venire, l’attesono arditamente, e acconciaronsi alla battaglia. E sopraggiungendo le galee de’ Veneziani, combatterono insieme. E dopo la lunga battaglia, i Veneziani sconfissono i Genovesi: e seguitando la fuga, delle undici galee ne presono nove, e le due camparono, e fuggirono in Pera. I Veneziani avendo questa vittoria, trovandosi presso all’isola di Negroponte, acciocchè non impedissono per tornare a Vinegia il loro viaggio della Tana, tornarono a Candia, e ivi scaricarono la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, e misonla nel loro fondaco, e tutti i prigioni incarcerarono: e i corpi delle galee de’ Genovesi lasciarono nel porto, pensando d’avere ogni cosa in salvo alla loro tornata, e allora menar la preda della loro vittoria a Vinegia con grande gazzarra; e fatto questo seguirono il loro viaggio. Ma le cose ebbono tutto altro fine che non si pensarono, come appresso diviseremo.
CAP. LXXXV. Come i Genovesi di Pera presono Negroponte, e riebbono loro mercatanzia.
Le due galee di Genovesi campate dalla sconfitta, e venute a Pera, narrarono a’ Genovesi di Pera la loro fortuna. E sentito per quelli di Pera come le quattordici galee di Veneziani erano passate nel Mare maggiore, e come i Genovesi prigioni, e la mercatanzia e i corpi delle loro galee erano in Candia; non inviliti per la rotta de’ loro cittadini, ma come uomini di franco cuore e ardire, di presente avendo in Pera sette corpi di galee le misono in mare, e quelle e le due de’ Genovesi della sconfitta, e quanti legni aveano armarono di loro medesimi, e montaronvi suso a gara chi meglio potè, fornendosi d’arme e di balestra doppiamente; e senza soggiorno, improvviso a’ Veneziani di Candia, i quali non sapieno che galee di Genovesi fossono in quel mare, furono nel porto. I Veneziani co’ paesani, volendo contastare la scesa a’ Genovesi in terra nel loro porto, tratti alla marina, per forza d’arme e dalle balestra de’ Genovesi furono ributtati; e scesi in terra i Genovesi di Pera, e romore levato per la città, tutti trassono i cittadini alla difesa, per ritenere i Genovesi che non si mettessono più innanzi verso la terra. Ma poco valse loro, che con tanto empito di loro coraggioso ardire i Genovesi si misono innanzi, che coll’aiuto delle loro balestra rotti que’ della terra, e fuggendo nella città, con loro insieme v’entrarono. Come si vidono dentro, affocando le case, e dilungando da loro i cittadini co’ verrettoni, gli strinsono per modo, che già erano signori della terra; ma pervenuti alla prigione la ruppono, e trassonne tutti i loro cittadini presi; ed entrarono nel fondaco, e tutta la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, e quella che dentro v’era de’ Veneziani presono, e caricarono ne’ corpi delle loro nove galee prese nel porto, e su le loro; e rimessi i prigioni in su le galee, pensarono che tanto erano rotti e sbigottiti gli abitatori di Candia, che agevole parea loro vincere la terra, ma vincendola e convenendola guardare, convenia loro abbandonare Pera, e però si ricolsono alle galee, e con piena vittoria si ritornarono a Pera. E a Genova rimandarono le nove galee racquistate per loro, e gli uomini e la mercatanzia, con notabile fama di loro prodezza e di varia fortuna.
CAP. LXXXVI. Come fu morto il patriarca d’Aquilea, e fattane vendetta.
In questo anno, del mese di giugno, messer Beltramo di san Guinigi patriarca d’Aquilea, cavalcando per lo patriarcato, da certi terrieri suoi sudditi, con aiuto di cavalieri del conte d’Aquilizia, ch’era male di lui, fu nel cammino assalito e morto con tutta sua compagnia, e senza essere conosciuti allora, coloro che feciono il malificio si ricolsono in loro paese. Per la qual cosa rimaso il patriarcato senza capo, i comuni smossono il duca d’Osterich, il quale con duemila barbute venne, e fu ricevuto da tutti i paesani senza contasto, e onorato da loro. E vicitato il paese infino nel Friuli, sentendo che ’l papa avea fatto patriarca il figliuolo del re Giovanni di Boemia, non illigittimo ma ligittimo, si tornò in suo paese. E poco appresso, il detto patriarca venne nel paese, e fu con pace ricevuto e ubbidito da tutti i comuni e terrieri del patriarcato. E statovi poco tempo, certi castellani il vollono fare avvelenare, e furono coloro ch’avieno morto l’altro patriarca, avendo a ciò corrotto due confidenti famigliari. Onde egli scoperto il tradimento, messer Francesco Giovanni grande terriere, capo di questi malfattori, con certi altri castellani che ’l seguitavano, furono da lui perseguitati senza arresto, tanto che si ridussono a guardia nelle loro fortezze, e ivi furono assediati per modo, che s’arrenderono al patriarca. Il quale prima abbattè tutte loro castella, le quali erano cagione della loro sfrenata superbia, e al detto messer Francesco, con otto de’ maggiori castellani fece tagliare le teste, e un’altra parte ne fece impendere per la gola. Per la qual cosa tutto il paese rimase cheto e sicuro, e il patriarca temuto e ubbidito da tutti senza sospetto o contasto.
CAP. LXXXVII. Come il legato del papa si partì del Regno, e il re riprese Aversa.
Tornando alle novità del regno di Cicilia di qua dal Faro, come è narrato, fatto l’accordo dal re Luigi a Currado Lupo e agli altri caporali ch’erano sotto il titolo del re d’Ungheria in Terra di Lavoro, le città e le castella che teneano in quella furono assegnate alla guardia del cardinale messer Annibaldo da Ceccano, salvo le torri di Capova. Il cardinale non trovando tra le parti accordo, per dare materia al re Luigi che si potesse riprendere le città e le castella che a lui erano accomandate, si partì del Regno e andossene a Roma, ove da’ Romani fu male veduto; perocchè dispensava e accorciava i termini della vicitazione a’ romei, contro all’appetito della loro avarizia, onde più volte standosi nel suo ostiere fu saettato da loro, e alla sua famiglia fatta vergogna, e assaliti e fediti cavalcando per Roma. Onde egli sdegnoso si partì, e andossone in Campagna; e nel cammino morì di veleno con assai suoi famigliari. Dissesi che ad Aquino era stato avvelenato vino nelle botti, del quale non ebbono guardia, e bevvonsene: se per altro modo fu non si potè sapere. Rimasta la città d’Aversa e la guardia del castello a certi famigliari del cardinale in nome di santa Chiesa, il re Luigi vi cavalcò con poca gente, e fecesi aprire le porte del castello senza contasto, e misevi fornimento o gente d’arme alla guardia. E incontanente la città, ch’era troppo larga e sparta da non potersi bene difendere, ristrinse, facendo disfare tutte le case e’ palagi che fuori del cerchio che prese rimanieno; e delle pietre fece cominciare a cignere quella di buone e grosse mura: e a ciò fare mise grande sollecitudine, sicchè in poco tempo, innanzi l’avvenimento del re d’Ungheria nel Regno, le mura erano alzate per tutto sei braccia intorno alla terra. E fatto capitano messer Iacopo Pignattaro di Gaeta, valente barone, di trecento cavalieri e di seicento pedoni masnadieri, gli accomandò la guardia della città d’Aversa e del castello; e nella terra fece mettere abbondanza di vittuaglia, perocchè di quella terra, più che dell’altre, si dubitava alla tornata del re d’Ungheria. In quel tempo Currado Lupo non sentendosi forte di cavalieri, che s’erano partiti del Regno, s’era ridotto a Viglionese in Abruzzi, e gli Ungheri in Puglia, e guardavano il passo delle torri di Capova, aspettando il loro signore.
CAP. LXXXVIII. Come il re d’Ungheria ritornò in Puglia conquistando molte terre.
In questo anno, Lodovico re d’Ungheria sentendo che la sua gente avea sconfitto a Meleto i baroni del re Luigi e i Napoletani, e aveano molti a prigioni: essendo sollecitato per lettere e per ambasciadori da’ comuni e da’ baroni che teneano nel Regno la sua parte che ritornasse, diliberò di farlo. E di presente mandò innanzi de’ suoi cavalieri ungheri con certi capitani in Ischiavonia, perchè di là passassero in Puglia. E quando gli sentì passati, subitamente con certi suoi eletti baroni, con piccola compagnia, si mise a cammino, e prima fu alla marina di Schiavonia che sapere si potesse della sua partita: e trovando al porto le galee e i legni apparecchiati, vi montò suso; e avendo il tempo buono, valicò in Puglia a salvamento, assai più tosto che per i paesani non si stimava. E sentita la partita sua in Ungheria, grande moltitudine d’Ungheri il seguitarono, valicando di Schiavonia in Puglia in barche e in piccoli legni armati sì disordinatamente, che se il re Luigi avesse avute due galee armate senza fallo gli avrebbono rotti e impediti per modo, che non sarebbono potuti passare: ma come furono passati, il re Luigi vi mandò tre galee armate che vi giunsono invano. Ed essendo il re d’Ungheria in Puglia, ragunò la sua gente insieme, e trovossi con diecimila cavalieri. In que’ dì il conte di Minerbino, il quale s’era ribellato dal detto re, si racchiuse nella città di Trani, alla quale il re andò ad assedio. E vedendosi il conte senza speranza di soccorso e disperato di salute, col capestro in collo e in camicia uscì della città, e gittossi ginocchione in terra a piè del re domandandoli misericordia. Il re d’Ungheria dimenticati i baratti e’ falli del conte benignamente gli perdonò, e rimiselo nel suo stato: e lasciato nelle città e castella di Puglia quella gente che volle, venne in Principato. La città di Salerno essendo in cittadinesche discordie gli apersono le porte, e ricevettonlo a onore: e ivi si riposò alquanti dì; e messo suo vicario nella città e castellano nel castello, se ne venne a Nocera de’ cristiani; e in quella se n’entrò senza contasto. Il castello era forte e bene fornito alla difesa, ma invilito il castellano, per codardia l’abbandonò. Il re il fece prendere e guardare alla sua gente. E partito di là venne a Matalona, nella quale entrò senza contasto. E tutte le città e castella di Terra di Lavoro feciono il suo comandamento, salvo la città di Napoli ed Aversa. E poi il detto re con tutto suo sforzo se ne venne ad Aversa, del mese di maggio nel detto anno, e credettelasi avere alla prima giunta, ma trovossi ingannato, perocchè era città di mura cinta, e bene che fossero basse, era imbertescata e fornita di legname alla difesa; e dentro v’erano i cavalieri e i masnadieri che la difendevano virtuosamente; e assaggiata per più volte dall’assalto degli Ungheri, con loro dannaggio, il re conobbe che non la potea vincere per forza, e però vi mise assedio, e strinsela con più campi per modo, che da niuna parte vi si poteva entrare.
CAP. LXXXIX. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia.
In questo tempo dell’assedio d’Aversa, il doge di Genova e il suo consiglio, conosciuto loro tempo, armarono dodici galee e mandaronle nel porto di Napoli, e diedono il partito a prendere al re e a alla reina, dicendo in questo modo: il doge di Genova e il suo consiglio ci hanno mandati qui a essere in vostro aiuto, in quanto voi rendiate liberamente al nostro comune la città di Ventimiglia, la quale è di nostra riviera, avvegnachè di ragione fosse della contea di Provenza. E se questo non fate, di presente abbiamo comandamento d’essere contro a voi, e di servire il re d’Ungheria. Il re e la reina vedendosi assediati per terra dalla grande cavalleria del re d’Ungheria, a cui ubbidia tutta la Terra di Lavoro, e di mare convenia che venisse tutta loro vittuaglia, e da loro non aveano solo una galea: pensarono che se i Genovesi gli nimicassono in mare erano perduti, e però stretti dalla necessità deliberarono di fare la volontà del doge e del comune di Genova, avendo speranza dell’aiuto di quelle galee molto migliorasse la loro condizione. E incontanente mandarono a far dare la tenuta della città di Ventimiglia al comune di Genova. E le dodici galee non si vollono muovere del porto di Napoli, nè fare alcuna novità infino a tanto che la risposta non venne dal loro doge, come avessono la tenuta della detta città. Avuta la novella, non tennono fede al re Luigi nè alla reina di volere nimicare le terre che ubbidivano al re d’Ungheria, nè essere contro a lui; anzi si partirono da Napoli, e presono altro loro viaggio.
CAP. XC. Come fu data l’ultima battaglia ad Aversa dal re d’Ungheria.
Stando l’assedio ad Aversa, il re d’Ungheria facea scorrere continovo la sua gente fino a Napoli e per lo paese d’intorno d’ogni parte, e tutti i casali e le vicinanze l’ubbidivano, e mandavano il mercato all’oste. A Napoli per terra non entrava alcuna cosa da vivere, e però avea soffratta d’ogni bene, salvo che di grechi e di vini latini. E se il re d’Ungheria avesse avute galee in mare, avrebbe vinta la città di Napoli per assedio più tosto che Aversa: perocchè non aveano d’onde vivere, se per mare non veniva da Gaeta e di Roma con grande costo. Nel cominciamento, l’oste del re d’Ungheria fu abbondevole d’ogni grascia, per l’ubbidienza de’ paesani: ma soprastando l’assedio, il servigio cominciò a rincrescere, e l’oste ad avere mancamento di molte cose, e spezialmente di ferri di cavalli e di chiovi. E i nobili regnicoli vedendo che il re in persona con diecimila cavalieri non poteva prendere Aversa, debole di mura e di fortezza e con poca gente alla difesa, cominciarono ad avere a vile gli Ungheri, e trarre le cose loro de’ casali, e la vittuaglia non portavano al campo come erano usati. E per questo le masnade degli Ungheri andavano a rubare oggi l’uno casale e domane l’altro, e spaventati i paesani, la carestia e il disagio montava nell’oste. Il re temendo che la vittuaglia non fallasse nel soggiorno, deliberò di combattere la città con più ordine e con più forza ch’altra volta non avea fatto, come appresso diviseremo.
CAP. XCI. Della materia medesima.
Vedendo il re d’Ungheria mancare la vittuaglia all’oste, ebbe i capitani e’ conestabili de’ suoi Ungheri e Tedeschi che v’erano a parlamento: e disse come grande vergogna era a lui e a loro essere stati tanto tempo intorno a quella terra, abbandonata di soccorso e imperfetta di mura, e non averla potuta prendere; e ora conoscea che per lo mancamento della vittuaglia il soggiorno non gli tornasse a vergogna; e però gli richiedeva e pregava ch’elli confortassono loro e i loro cavalieri, ch’elli adoperassono per loro virtù, che combattendo la terra si vincesse: ch’egli intendea di volere che la battaglia da ogni parte vi si desse aspra e forte, sicch’ella si vincesse. I capitani e’ conestabili di grande animo e di buono volere s’offersono al re, e il re in persona disse loro d’essere alla detta battaglia. Quelli d’entro che sentirono come doveano essere combattuti con tutta la forza di quella gente barbara, non si sbigottirono, anzi presono cuore e ardire e argomento alla loro difesa. Gli Ungheri e i Tedeschi sprovveduti d’ingegni da coprirsi e da prendere aiuto all’assalto delle mura, fidandosi negli archi e nelle saette, da ogni parte a uno segno fatto assalirono le mura. E il re in persona fu all’assalto, per fare da se, e per dare vigore agli altri. E data la battaglia, e rinfrescata spesso, per stancare i difenditori, e fatto di loro saettamento ogni prova, ed essendo da quelli della terra in ogni parte ribattuti, coll’aiuto de’ balestrieri e delle pietre e della calcina gittata sopra loro, e delle lanci e pali e d’altri argomenti, non ebbono podere di prendere alcuna parte delle mura, ma molti di loro morti e più fediti, e infino fedito il re, con acquisto d’onta e di vergogna si ritrassono dalla battaglia. Que’ d’entro avendo combattuto francamente, confortati e medicati di loro fedite, presono delle fatiche riposo.
CAP. XCII. Come il conte d’Avellino con dieci galee stette a Napoli, e Aversa s’arrendè al re.
Stando l’assedio ad Aversa, la reina Giovanna non essendo bene del re Luigi, perchè volea essere da lui più riverita che non le parea, perocchè era donna e reina del reame, e il marito non era ancora re, a sua ’stanza fece in Proenza al conte d’Avellino, capo e maggiore della casa del Balzo, armare dieci galee, e all’uscita di giugno nel detto anno giunse nel porto di Napoli colla detta armata, atteso per soccorso, del quale aveano gran bisogno. Ma il conte pieno di malizia, conoscendo il bisogno del re Luigi, e poco curandosi della reina, mostrandosi di volere trattare suo vantaggio, colle sue galee si teneva in alto sopra il porto di Napoli. E per trarre vantaggio e mantenere l’armata, ordinò che ogni legno o barca che nel porto volesse entrare o uscire pagasse certa quantità di danari, e per questo modo aggravava i Napoletani, e faceva loro più grande la carestia della vittuaglia. E stando in questo modo, trattava domandando vantaggio al re Luigi, e il re gliel’otriava quanto sapea domandare, per avere l’aiuto di quelle galee, aggiugnendo i prieghi della reina, mostrando come con quelle galee poteano racquistare le terre di quella marina, onde seguirebbe loro grande soccorso. Ma per cosa che fare sapesse non potè smuovere il conte a dargli l’aiuto di quell’armata, anzi si partì di là, e per potere agiare la ciurma in terra s’apportò al castello dell’Uovo: e cominciò a trattare col re d’Ungheria di volergli dare per moglie la sirocchia della reina, che fu moglie del duca di Durazzo, e il re avvisato gli dava intendimento, per volere quelle galee tenere in contumace de’ suoi avversari. E stando il conte in trattati e di là e di qua, non si potea conoscere che facesse la volontà della reina, nè che fosse ribello al re Luigi, o in che modo si potesse giudicare essere col re d’Ungheria, tenendo colla sua malizia ogni parte sospesa. Al re Luigi e ai Napoletani fece danno, alla reina non accrebbe baldanza: ma al re d’Ungheria, per lo suo trattare, fece piuttosto avere Aversa: che sentendo gli assediati i trattati del conte, affaticati lungamente alla difesa d’Aversa, pensando che il re d’Ungheria rimanesse nel Regno, benchè ancora si potessono difendere alcun tempo, presono partito di trattare per loro. E messer Iacopo Pignattaro loro capitano, essendo regnicolo, e di natura mobile alla nuova signoria, tosto s’accordò col re, ed ebbe sotto titolo di loro soldi moneta dal re d’Ungheria, e rendégli la città d’Aversa: il quale incontanente v’entrò dentro con tutta sua cavalleria, e non lasciò fare a’ cittadini alcuna violenza o ruberia. E questo fu del mese di settembre del detto anno. Manifesto fu che questa vittoria venne agli Ungheri a gran bisogno, perocchè già era sì stracca la gente, per lungo disagio e per la carestia, che poco più vi poteano stare, e il partire senza averla vinta tornava al re e alla sua grande cavalleria ontosa vergogna.
CAP. XCIII. Come il re d’Ungheria e il re Luigi vennono a certa tregua.
Avendo non ispedite guerre, ma piuttosto avviluppamenti di quelle narrate de’ fatti del regno di Cicilia, seguita non meno incognito e avviluppato processo nelle seguenti successioni di que’ fatti; ma cotali chenti alla nostra materia s’offeriranno, con nostra scusa gli racconteremo. Avuta il re d’Ungheria la città d’Aversa, alla quale lungo tempo s’era dibattuto con tutta la sua grande oste, e non l’avea potuta nè per forza nè per assedio acquistare, essendo debole città di mura e da poca gente difesa, si pensò che l’altre maggiori e più forti città che si teneano contro a lui sarebbono più malagevoli a conquistare, e per esempio d’Aversa troverebbe maggiore resistenza; e i suoi baroni aveano già compiuto con lui il termine del debito servigio, e a volerli ritenere al conquisto del Regno bisognava che desse loro danaro, che n’avea pochi, e del Regno non ne potea trarre, essendo in guerra: vide che il re Luigi, i baroni, e quelli che si teneano dal suo lato erano disposti di stare alla difesa delle mura: e però mutò l’animo agevolmente disposto a trovare accordo, col quale con meno sua vergogna si potesse partire del Regno. E dall’altra parte il re Luigi era a tanto condotto, che non che potesse con arme resistere al nimico, ma di mantenere bisognose e necessarie spese di sua vita era impotente; e se non fosse che l’animo de’ Napoletani concorrea a lui e alla reina alla loro difesa, non arebbono potuto sostenere. E per questa cagione era atta la materia da catuna parte a venire alla concordia con piccolo aiuto d’alcuni mezzani. Onde alcuno prelato di santa Chiesa, il quale era dal papa mandato nel Regno, e il conte d’Avellino, che avea da ogni parte puttaneggiato, coll’aiuto d’alcuno altro barone, movendosi a cercare se potessono trovare via d’accordo, con piccola fatica vi pervennono alla cavalleresca, in questo modo. Che triegue fossono fatte infino a calen di aprile, gli anni Domini 1351, con patto, che chi avesse nel Regno dovesse sicuramente tenere sue città, castella e ville in pace tutto il tempo detto. Che la questione che si faceva contro alla reina Giovanna della morte del re Andreasso, si dovesse commettere nel papa e ne’ cardinali: e dove fosse trovata colpevole, dovesse perdere il reame, e tornasse libero al re d’Ungheria: e dove ella non fosse giudicata colpevole della morte del marito, ma liberatane per sentenza del papa e del collegio de’ cardinali dovesse rimanere reina del detto regno. E il re d’Ungheria le dovea rendere tutte le città, castella e baronaggi che vi tenea, riavendo da lei per le spese fatte per lui fiorini trecentomila d’oro, per quello modo e termine competente che ordinato fosse per la santa Chiesa; e per patto catuno re si dovea partire personalmente, e la reina del reame. Per la fermezza d’attenere l’uno all’altro questi patti non ebbe altro legame, che la fe e la scrittura e la testimonianza de’ mezzani. Il re d’Ungheria che avea d’uscire del reame maggior voglia, prese l’onesta cagione d’andare in romeaggio a Roma al santo perdono; e in Puglia alle terre della marina lasciò de’ suoi Ungheri alla guardia con loro capitani, e fornì di buona guardia tutte le sue tenute in Terra di Lavoro; e a Capova e Aversa, e per l’altre terre e castella circustanti lasciò suo vicario messer fra Moriale cavaliere friere di san Giovanni di Provenza, valente e ridottato cavaliere, con buone masnade di Provenzali, di cui il detto re molto si confidava; e a Viglionese e a Lanciano e nell’altre terre che tenea in Abruzzi lasciò vicario messer Currado Lupo, franco cavaliere, con sue masnade di Tedeschi a quella guardia. E ordinato ch’ebbe la guardia delle sue terre nel Regno si mise a cammino per andare a Roma: e incontanente il re Luigi per mostrare di volere uscire del Regno, e tenere i patti, si partì da Napoli colla reina, e venne alla città di Gaeta in su’ confini del reame, e ivi attendeva che il re d’Ungheria si partisse d’Italia e tornasse in suo reame, com’era in convegna; e ciò fatto, il re Luigi e la reina Giovanna doveano fuori del reame attendere la sentenza di santa Chiesa. I Gaetani ricevettono il re Luigi e la reina Giovanna in Gaeta con grande onore: e provviddongli di loro danari per aiuto alle spese, che n’aveano grande bisogno. Ed ivi si fermarono con animo e intenzione di non uscire del Regno, bene che promesso l’avessono, parendo loro che il dilungamento da quello, al bisognoso e lieve stato ch’aveano, fosse pericoloso al fatto loro. Il re d’Ungheria seguì a Roma suo viaggio, e avuto il santo perdono senza soggiorno se ne tornò in Ungheria.
CAP. XCIV. Come il conte d’Avellino diè al suo figliuolo per moglie la duchessa di Durazzo.
Il conte d’Avellino, il quale colle sue galee era rimaso sopra Napoli al castello dell’Uovo, vedendo i fatti del Regno rimasi intrigati per lungo tempo, essendo rimasa la duchessa di Durazzo sirocchia della reina, vedova, nel castello dell’Uovo, chiamata Maria, non ostante che ’l detto conte fosse suo compare, ma per quello mostrando più familiarità, con piccola compagnia andò al castello per vicitarla, innanzi alla sua partita; la duchessa con buona confidanza gli fece aprire liberamente il castello, ed egli con due suoi figliuoli e colla sua famiglia armata v’entrarono: e entrati, fece prendere la guardia delle porti e delle fortezze d’entro. Ed essendo colla duchessa, disse che volea ch’ella fosse moglie di Ruberto suo figliuolo, e per forza le fece consumare il matrimonio: e di presente la trasse del castello con tutti i suoi arnesi, e misela nella sua galea, per menarla in Proenza. Il re Luigi ch’era in Gaeta sentì di presente questo fatto, e egli e la reina ne furono molto turbati. E seguendo il conte suo viaggio per tornare in Proenza con tutte le galee, quando furono sopra a Gaeta l’otto entrarono nel porto, e i padroni e’ nocchieri e le ciurme scesono in terra per pigliare rinfrescamento. Il conte colla duchessa e co’ figliuoli rimasono fuori del porto in due galee, e attendevano l’altre che prendevano rinfrescamento per seguire loro viaggio. Il re Luigi cautamente fece venire a se i padroni e’ nocchieri dell’otto galee, e fece segretamente armare de’ Gaetani e stare alla guardia, che non potessono senza sua volontà tornare alle galee. E fatto questo, disse: pensate di morire se non fate che le due galee dov’è il conte, e i figliuoli e la duchessa, venghino dentro nel porto a terra; e alle minacce aggiunse amore e preghiere: e ritenuti de’ caporali cui egli volle per sicurtà del fatto, lasciò gli altri tornare alle galee: i quali di presente s’accostarono alle due galee del conte, che di questo fatto, come il peccato l’accecava, non s’era avveduto, e di presente l’ebbono condotte a terra dentro al porto. Allora il re mandò a dire al conte che venisse a lui. Il conte si scusò che non potea perocch’era forte stretto dalle gotte. Il re acceso di furore e infiammato d’ira, per l’ingiuria ricevuta della vergogna fatta al sangue reale, e de’ suoi gravi e pericolosi baratti, non si potè temperare nè raffrenare il conceputo sdegno: ma prese certi compagni di sua famiglia, e armati, in persona si mosse: e giunto al porto, montò in su la galea dov’era il conte. Venuto a lui, in brieve sermone gli raccontò tutti i suoi tradimenti, e la folle baldanza che lo avea condotto a vituperare il sangue reale: e detto questo, senza attendere risposta, con uno stocco il fedì del primo colpo; e incontanente n’ebbe tanti, che senza potere fare parola rimase morto in su la galea. La duchessa di presente fu tratta di galea, e collocata colla sua famiglia e co’ suoi arnesi in uno ostieri in Gaeta, e i due figliuoli del conte furono messi in prigione. Lasceremo ora de’ fatti del Regno, che stando le triegue non v’ebbe cosa degna di memoria, e ritorneremo alla nostra materia degli altri fatti d’Italia, e della nostra città di Firenze.
CAP. XCV. Della grande potenza dell’arcivescovo di Milano, e come i Fiorentini temeano di Pistoia, e quello che ne seguì.
In questo medesimo tempo, tra il fine del cinquantesimo ed il cominciamento del milletrecentocinquantuno, i Fiorentini cominciarono forte a temere della città di Pistoia, la quale per cittadinesche sette era divisa e in male stato. E la casa de’ Panciatichi, che non erano originali guelfi, in que’ dì aveano cacciato della città messer Riccardo Cancellieri e i suoi naturali, guelfi, di quella terra, e antichi servidori del comune di Firenze: e messer Giovanni Panciatichi s’avea recato in mano il governamento di quella terra, e per sembianti mostrava d’essere amico del comune di Firenze. I Fiorentini sentendo l’arcivescovo di Milano, il quale in quel tempo avea sotto la sua tirannia ventidue città, tra in Lombardia e in Piemonte, e di nuovo avea contro la volontà di santa Chiesa presa la città di Bologna, la quale confinava col loro comune, temeano forte che Pistoia per le cittadinesche discordie non pervenisse nelle sue mani, e però voleano la guardia di quella terra. E quanto che messer Giovanni si mostrasse amico del comune di Firenze, con diverse e nuove cagioni tranquillava e metteva indugio col seguito de’ cittadini della sua setta, che il comune di Firenze non avesse la guardia, raffrenando l’appetito de’ Fiorentini, col sospetto del potente vicino. Nondimeno i Pistolesi guelfi pur vollono che il comune di Firenze v’avesse dentro alcuna sua sicurtà, e consentirono che i Fiorentini mettessono in Pistoia messer Andrea Salamoncelli, uscito di Lucca loro soldato, con cento cavalieri e con centocinquanta masnadieri alla guardia di Pistoia, alle spese del comune di Firenze, con patto espresso, che il detto capitano co’ suoi cavalieri e fanti giurassono di mantenere quello stato che allora reggeva Pistoia, contro il comune di Firenze, e ogni altro che offendere o mutare il volesse. I Fiorentini vedendo che meglio non si poteva fare senza grave pericolo, benchè conoscessono che questa non era la guardia che bisognava, acconsentirono, e misonvi il capitano e la gente d’arme sotto il detto saramento: e con molte dissimulazioni e lusinghe manteneano quella città, ritenendo i cavalieri in Firenze senza mutazione infino al primo tempo.
CAP. XCVI. Come certi rettori di Firenze vollono prendere Pistoia per inganno.
Era per successione de’ rettori di Firenze di priorato in priorato la sollecitudine di mettere rimedio alla guardia di quella città, e non trovandosi da potere fare altro che fatto si fosse, alcuni allora rettori del nostro comune, con più presunzione che il loro consiglio non permettea, provvidono di fare tra loro segretamente d’avere per non leale ingegno la signoria di quella terra; e com’ebbono conceputo il non debito fatto, così per non discreto nè savio modo il vollono mettere a esecuzione, e sotto altro titolo accolsono i soldati del comune a piedi e a cavallo, e mossonne delle leghe del contado: e avendo a questa gente dato ordine alla notte che si doveano muovere, vollono provvedere di mutare di Pistoia il capitano ch’avea giurato a’ Pistolesi, ch’era troppo diritto e leale cavaliere di sua promessa, e scambiare le masnade sotto il titolo della condotta, acciocchè potessono senza contasto dentro meglio fornire la loro intenzione: e a ciò fare mattamente si confidarono a uno ser Piero Gucci, soprannomato Mucini, allora notaro della condotta, il quale era paraboloso e di grande vista, e poco veritiere ne’ fatti. Questi promise di fornire la bisogna chiaramente, e d’avvisare del fatto alcuni conestabili confidenti: e preso a fornire il servigio, i poco discreti rettori del comune ebbono la promessa di colui come se la cosa fosse ferma e certa; e per questo la notte ordinata, a dì 26 di marzo gli anni Domini 1351, feciono cavalcare i cavalieri e’ pedoni ch’aveano apparecchiati, e con loro messer Ricciardo Cancellieri, colle scale provvedute alla misura delle mura, e a Pistoia furono la mattina innanzi dì, ed ebbono messe le scale, e montati de’ cavalieri e de’ pedoni in su le mura, e scesine dentro una parte, avvisando d’avere l’aiuto de’ soldati del comune di Firenze che v’erano dentro, come era loro dato a divedere, pensavano a dare la via agli altri e farsi forti, e tutto era senza contasto, perocchè i cittadini si dormivano senza sospetto. E i soldati del comune che dentro v’erano non aveano sentimento nè avviso alcuno, perocchè il notaio, a cui la bisogna fu commessa, fu trovato in Prato nell’albergo a dormire. Messer Ricciardo essendo co’ suoi in sulle mura si scoperse innanzi tempo, facendo gridare viva il comune di Firenze e messer Ricciardo. I Pistolesi sentendo il rumore credettono fosse opera di messer Ricciardo loro sbandito, il quale aveano in gran sospetto; e però co’ soldati de’ Fiorentini insieme furono all’arme, e trassono alle mura francamente ad assalire coloro che dentro erano scesi: e feditine alquanti, tutti gli presono, e allora di prima seppono che questa era fattura de’ Fiorentini; e tutti co’ soldati de’ Fiorentini insieme intesono sollecitamente a guardare la terra il dì e la notte. E la folle impresa, mattamente condotta per li rettori di Firenze, generò in Pistoia grave e pericoloso sospetto, e in Firenze molta riprensione. Il notaio, a cui i signori aveano commessa la bisogna, fu preso a furore di popolo e menato alla podestà, e avrebbe perduta la persona, se non che il grande fallo ch’aveano commesso i suoi comandatori, perchè non gravasse loro difesono lui. E di questo seguì quello che appresso diviseremo.
CAP. XCVII. Come i Fiorentini assediarono Pistoia ed ebbonla a’ comandamenti loro.
Quando i Fiorentini s’avvidono del pericolo, ove l’indebita impresa de’ loro rettori gli aveva messi, di recare a partito i Pistolesi, per la nuova ingiuria ricevuta, d’aiutarsi colla forza del vicino tiranno: temendo che questo non avvenisse, non per animo di volere di quella città alcuna giurisdizione fuori che la guardia, per gelosia che al tiranno non pervenisse, di presente diliberarono che la città si strignesse per forza e per amore tanto che la guardia solo se ne avesse, per loro sicurtà, e del nostro comune, e altro non volea; e senza indugio alla gente che andata v’era s’aggiunse cavalieri, quanti allora il comune ne aveva, e fanti a piè. E per decreto del comune si diè parola agli sbanditi che catuno facesse suo sforzo, e alle sue spese menasse gente nell’oste in aiuto al comune di Firenze secondo suo stato, e dopo il servigio fatto sarebbe ribandito d’ogni bando. Per la qual cosa in tre dì furono intorno a Pistoia ottocento cavalieri e dodicimila pedoni, e ristrinsonla d’ogni parte con più campi, sicchè di loro contado nè da altra amistà dentro non poterono avere alcuno soccorso o aiuto. E di Firenze vi s’aggiunse sedici pennoni, uno per gonfalone, co’ quali andarono duemila cittadini quasi tutti armati come cavalieri, e molti ve n’andarono a cavallo; e giunti nell’oste con loro capitani, feciono dirizzare intorno alla città otto battifolli. In Pistoia aveva a questo tempo millecinquecento cittadini, o poco più, da potere con arme difendere la terra, oltre alle masnade a cavallo e a piè che dentro v’erano a soldo de’ Fiorentini, i quali si stavano senza fare novità dentro o guerra di fuori: per la qual cosa al gran giro della città parea che così pochi cittadini non la dovessono potere difendere. E per questa cagione i Fiorentini aveano speranza di vincerla per forza, quando con loro non si potesse trovare accordo. I Pistolesi d’entro, uomini coraggiosi e altieri, con dura faccia intendeano dì e notte alla loro difesa: e perch’erano pochi a tanta guardia quanta il dì e la notte convenia loro fare, uscirono delle loro case, e vennono ad abitare intorno alle mura: e le mura armarono di bertesche e di ventiere, e dentro uno largo corridore di legname, e fornironlo di pietre e di legname e di pali da gittare, e di travi sopra i merli: e feciono a piè delle mura intorno intorno molti fornelli con caldaie, per apparecchiare acqua bollita per gittare sopra coloro che combattessono: e apparecchiarono calcina viva in polvere per gittare, e con ferma e aspra fronte mostravano volere difendere la loro franchigia; la qual cosa era degna di molta lode, se per antichi e nuovi e continovi esempli, della loro cittadinesca discordia non fosse contaminata. E addurandosi di non volere prendere accordo col comune di Firenze, soffersono il guasto di fuori de’ loro campi; e vedendo i Fiorentini che più s’adduravano, diliberarono che la terra si combattesse; e per levare loro la speranza del contradio, comandarono a messer Andrea Salamoncelli, capitano e conestabile de’ cavalieri e de’ pedoni che dentro v’erano a soldo del nostro comune, che ne dovesse uscire, e così fu fatto; per la qual cosa la nostra oste s’accrebbe, e a loro mancò la speranza: e ordinati di fuori ponti e grilli, e castella di legname e altri fornimenti da combattere le mura, acciocchè con più sicurtà si potesse intendere alla battaglia, cinsono di buono steccato dall’uno battifolle all’altro. I Pistolesi vedendo la disposizione de’ Fiorentini, e pensando, eziandio che si difendessono, non poteano bene rimanere, cominciarono più a temere. In questo mezzo ambasciadori da Siena v’entrarono, mandati dal loro comune per trovare accordo, e come che s’aoperassono conferendo colle parti, manifesto fu che peggiorarono la condizione, e inacerbirono gli animi e dentro e di fuori. E dato il dì della battaglia, e da ogni parte apparecchiata, i guelfi di Pistoia, ch’erano la maggiore forza della città, s’accolsono insieme con pochi ghibellini, ed essendo al consiglio, ricercarono con l’animo più riposato il pericolo a che si conducevano, per contrastare a’ padri loro, il comune di Firenze, la guardia loro e della città, la quale doveano con istanza domandare a’ Fiorentini che la prendessono, volendo mantenere la città a parte guelfa, e in più sicuro e pacifico stato che non erano. E così parlato, misono il partito a segreto squittino, e vinsero che la guardia della città fosse messa liberamente nel comune di Firenze, e che dentro vi mettesse gente e capitano alla guardia quanto al detto comune piacesse; e che dentro alla città in su le mura si facesse un castello alle spese de’ Fiorentini, per più sicura guardia, e che oltre a ciò avessono la guardia di Seravalle e quella della Sambuca. E messi dentro de’ cittadini di Firenze in quel dì, ogni cosa di grande concordia si recò in buona pace; e dentro vi misono il capitano e’ cavalieri e’ pedoni che i nostri cittadini vollono, e presono la tenuta, e ordinarono la guardia di Seravalle: e per fretta e mala provvidenza indugiarono di mandare per la tenuta della Sambuca nel passo dell’alpe, la quale quando poi vollono, senza difetto de’ Pistolesi, non poterono avere: onde poi ne seguì cagione di grande pericolo a’ Pistoiesi e al nostro comune, come leggendo per innanzi si potrà trovare. Fatta la detta concordia, i Fiorentini levarono il campo e arsono i battifolli, e ordinatamente con gran festa tornò tutta la bene avventurata oste nella nostra città, all’uscita d’aprile, gli anni di Cristo 1351. E pochi dì appresso vi mandò il comune di Firenze de’ suoi grandi cittadini con pieno mandato, i quali riformassono al piacere de’ cittadini di Pistoia lo stato e il reggimento di quello comune; e rimisonvi messer Ricciardo Cancellieri e’ suoi, con pace de’ Panciatichi, fortificata e ferma con più matrimoni dall’una famiglia all’altra.
CAP. XCVIII. Come il re d’Inghilterra sconfisse in mare gli Spagnuoli.
Nel tempo delle tregue del re di Francia e di quello d’Inghilterra, gli Spagnuoli, i quali usavano colle loro cocche e navili di navicare il mare di Fiandra, cominciarono a danneggiare i navili d’Inghilterra, e a rubare in corso le loro mercatanzie; e seguitando con più forza la loro guerra, per più riprese feciono agl’Inghilesi onta e danno assai. Il re d’Inghilterra non potè dissimulare questa ingiuria, che senza cagione di guerra gli Spagnuoli gli aveano fatta, e però accolse suo navilio, e in persona con due suoi figliuoli assai giovani si mise in mare per andare in Spagna. Il re di Castella che sentì l’armata del re d’Inghilterra, fece suo sforzo d’armare molte navi, e abboccaronsi coll’armata d’Inghilterra nella vicinanza delle loro marine, e commisono aspra e fiera battaglia, della quale il re d’Inghilterra ebbe la vittoria, con grande danno degli Spagnuoli e delle loro navi. E fatta la sua vendetta, con piena vittoria si tornò in Inghilterra. E qui finisce il nostro primo libro, anni di Cristo 1351.