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Candaule

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VIGILIA DI NOZZE RICCARDO IL TIRANNO DA UNO SPIRAGLIO

RACCONTI

DI

ROBERTO SACCHETTI

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1879.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

Tip. Treves.

INDICE

CANDAULE

I.

La cosa è nata in questo modo.

Il barone di Ruoppolo stava giocando coll’avvocato Varriale.

Dietro a lui, seduto sul divano, Attilio Carminati, giovane pittore siciliano che veniva al Club Sebeto per la prima volta, discorreva col marchese Jomelli, con don Primicile Assante, e col figlio di Rocco Campoluongo.

Il barone si voltava qualche volta e s’intrometteva nei loro discorsi. Si sa che non era possibile parlare in presenza sua di una cosa bella, preziosa — sopratutto costosa — senza ch’egli venisse fuori a vantarsi d’averne una dello stesso genere infinitamente più bella, più costosa: — egli faceva venire i suoi tappeti da Smirne e da Teheran, le sue sete da Yeddo, i suoi cavalli dall’Holstein o dal Magreb, — gli aranci da Milis, le carte da Londra e i fiammiferi da Moncalieri. Le sue millanterie erano spasso inesauribile della società e prova gustosissima a cui si cimentava di solito la pazienza dei nuovi, ignari della sua bizzarria. Quando essi cominciavano ad irritarsi li si avvertiva e si rideva insieme. Ma quella sera la scena era andata un po’ troppo in là. Il barone quando perdeva, beveva — e quando beveva diventava più loquace del solito. Egli aveva già interrotto tre volte il Carminati: e questi senza scomporsi l’aveva rimbeccato così lepidamente che quei piacevoloni ci avevano preso gusto.

Finalmente il pittore prese a contare le meraviglie di una modella che aveva tolto a Capri.

E il barone daccapo a tentennare e a dimenarsi sulla sedia.

Allora l’altro che incominciava a perdere la pazienza, lo apostrofò, dicendo:

— Scommetto che lei sente il bisogno irresistibile di confidarci che ha qualcosa di meglio della mia Nunziata.

Il barone fe’ cenno di sì.

— Senza complimenti, cos’è? Venere Afrodite per lo meno... che senza dubbio lei ha acquistato all’incanto dell’Olimpo.

Risero tutti. Ma il barone, serio come un uomo che ha misurato esattamente tutta la capacità del proprio ventricolo, s’alzò, venne, barcollando un po’, a piantarsegli davanti colle braccia conserte, e disse:

— Io posseggo — scherzi a parte — la più bella persona del mondo.

Un coro di burlesca ammirazione rispose a queste parole.

— La più bella persona del mondo, ripetè il barone.

— Io non credo niente affatto, soggiunse risoluto il Carminati; anzi sostengo la superiorità del mio soggetto e m’impegno a dimostrarlo, non come gli antichi paladini, con lancia e spada, bensì con una prova più confacente al positivismo del tempo nostro e molto più concludente: un confronto.

— Bene! bravo! gli gridarono.

— Un confronto e una scommessa.

— Benissimo!

— Accettate? domandò Carminati al barone.

— Vi avverto, barone, disse il marchese Jomelli, che non avete detto viso, figura — ma persona.

— E già, replicò il pittore, sicchè va il confronto?

— Un confronto, eh diamine, borbottò il barone lisciandosi impensierito la fronte, come si fa a persuaderne mia moglie?

— Si tratta di lei? domandò il Jomelli.

— Sicuro!

Ammutolirono dello stupore. Poi al silenzio seguì poco a poco un confuso mormorìo:

— La conosci?

— L’avete vista?

No; nessuno l’aveva vista. Molti ignoravano persino che il di Ruoppolo avesse moglie.

Il Carminati strinse con una cinica smorfia le labbra.

— Ciò non mi riguarda, disse; io vi dico questo solo: o scommettere o tacere.

Scoppiarono risa sgangherate, irrefrenabili e battimani fragorosi.

Si fe’ crocchio intorno ai due antagonisti, che rimasero fermi l’uno di fronte all’altro — il Carminati sdraiato nella posa del me n’infischio — il barone in piedi, meditabondo, assorto come fosse solo in mezzo a un bosco. Anche i servi erano accorsi con quella dimestichezza che essi prendono nelle società d’uomini viziosi.

Il cinismo aveva al Club Sebeto delle tradizioni abbastanza ricche: ma quello fu certo uno degli scandali più piccanti.

Una di quelle farse sinistre che spesso finiscono male.

Tutti erano invasi da un feroce umorismo.

Il solo barone, solennemente ubbriaco, sopraffatto, taceva in mezzo alla burrasca di scherno che gli rombava dintorno.

— O scommettere o tacere, ripetè il pittore.

— Tengo per il Carminati, strillò colla sua voce femminea il giovinetto Campoluongo.

— Ed io per il barone, disse l’avvocato Varriale.

— Una scommessa? domandò il barone che finalmente aveva capito.

— Fissate voi la posta, soggiunse Carminati. È inteso che voi fornirete, per ciò che vi spetta, i mezzi di giudicare. Jomelli sarà il mio perito, accetti?

— Perbacco, sclamò il marchese sbellicandosi dalle risa, orsù barone le vostre condizioni.

Di Ruoppolo, sempre più ottenebrato, ricascava nelle sue riflessioni.

— Date indietro?

— Oh! oh!

— Fiasco, fiasco! urlarono, viva la Nunziata!

Il barone fe’ uno sforzo per farsi sentire in mezzo al laido baccano.

— Silenzio, urlò Jomelli, lasciatelo dire, sentiamo, accettate?

Di Ruoppolo si lasciò cadere sopra una sedia borbottando:

— Eh diavolo! accetto!...

Allora si fe’ innanzi un nuovo interlocutore; un giovane di aspetto buono, che nessuno conosceva, ch’era stato condotto da qualcuno già uscito, che aveva giocato, perso e pagato una somma ragguardevole, e s’era poi, durante la ridicola scena, tenuto in disparte. Egli entrò in mezzo e disse:

— Suvvia signori, qui si oltraggia una donna.

Queste semplici parole pronunciate con un sensibilissimo accento calabrese, e con una grande dignità, smorzarono ad un tratto l’ignobile ilarità chiassona della brigata.

Il giovane guardandosi attorno, in mezzo a un silenzio profondo, proseguì:

— C’è bisogno che io vi dimostri a voi che sembrate gente per bene che una siffatta scommessa è indecorosa non meno per chi la fa che per chi l’accetta? e poi....

Egli indicò con un’occhiata espressiva lo stato del barone, e soggiunse:

— Vi pare?

Il Jomelli si morse il labbro, e pallido pallido, disse:

— E se non mi paresse?

— Me ne rincrescerebbe... per voi.

— È un’impertinenza, gridò il piccolo Campoluongo alle spalle dello sconosciuto che non si voltò neppure.

— In ogni caso, disse Jomelli, sarei curioso di sapere a chi dovrei rendere conto delle mie opinioni.

— Anch’io, urlò furente il Campoluongo.

— E anch’io, aggiunse Carminati.

— Abbiate pazienza, disse Jomelli rivolto ai compagni, abbiate pazienza, il signore parla con me.

Il giovine trasse la propria carta di visita, la porse al marchese.

— Sta bene, disse questi ricambiandola con la propria, con gesto sicuro ma senz’ombra d’insolenza, sta bene, a domani.

— Ai vostri comandi.

E s’inchinarono.

Il marchese uscì e gli altri lo seguirono, ultimo il Campoluongo, il quale inviperito fe’ un grande sciupìo di occhiate fulminee all’indirizzo dello sconosciuto.

Questi passeggiò su e giù per la sala respirando a pieni polmoni come uno che, con una buona sfogata, si è levato un gran peso dal cuore.

Il barone era rimasto intontito nell’angolo presso il divano; la brigata l’aveva dimenticato.

Il giovane venne a porsegli davanti.

— Ebbene scommettiamo, mormorò il barone, poi si guardò intorno stupito di veder la sala vuota.

— Andiamo? disse lo sconosciuto.

Il barone s’alzò. Ed uscirono.

Erano gli ultimi. Il biscazziere che spegneva i lumi li accompagnò per chiudere. Sulla soglia trattenne il giovane e gli disse sottovoce misteriosamente:

— Una parola, eccellenza. Voi siete un gentiluomo davvero. Avete perduto e nondimeno mi regalaste generosamente. Sono carico di famiglia e vi ringrazio pei miei figliuoli. In compenso permettete vi dia un consiglio. Sfuggite il barone; egli è uno iettatore tremendo.

Era tardi; o meglio, per tempo — le tre e mezzo del mattino. Nella strada non si trovava più una carrozzella.

Il barone s’era avviato. Camminava barellando a zig-zag — ma senza fermarsi, come uno che ha l’abitudine di rincasare ogni mattina senza darsi pensiero della strada.

Però il giovine non ebbe il coraggio di lasciar andar così un uomo cui lo legava una grande obbligazione; stette un qualche minuto perplesso, poi affrettò il passo, raggiunse il barone, passò il proprio braccio sotto quello di lui.

Quegli lo lasciò fare.

Proseguirono così qualche tempo in silenzio.

Ad un tratto il barone si fermò e fece per voltarsi indietro.

— Dove andate? gli chiese il giovane.

— Al Club.

— Ma a quest’ora è chiuso.

— È chiuso?

Allora soltanto si accorse del compagno: lo squadrò con diffidenza.

— Perchè mi avete fatto uscire?

— Non v’era più nessuno.

— Ah! non v’era più nessuno....

Riflettè un altro po’.

— E la scommessa? disse poi, cercando di raccappezzarsi.

— Non ve ne date fastidio....

— Come?

— Non siete punto compromesso, non abbiate paura.

— Ma che paura? io, paura, vedrete, torno al Club, mi sentiranno.

— Vi ripeto che non c’è più nessuno.

Dopo qualche minuto riprese stizzito:

— Paura, paura di perdere io? Non sono mai fuggito, non fuggirò mai davanti ad una scommessa.

— Non siete mica fuggito: siete uscito l’ultimo.

Ciò parve quietarlo un poco: brontolò:

— Va bene.

Ma poi tornò daccapo a dire:

— Io paura di perdere! ah! io posso confonderli tutti. Non sapete voi....

Il giovane cangiò discorso:

— Barone, sentite. Voi mi avete reso stassera un grande servizio; e appena mi conoscete. Non vi parlo di riconoscenza, ma di affari. Domani ho una partita d’onore che può interrompere la nostra relazione. Chissà quando ci vedremo. Però, qualunque cosa accada, voi riceverete entro la giornata una mia obbligazione e io avvertirò, ad ogni buon fine, mio zio perchè provveda a soddisfarvi.

Il barone non gli dava retta.

L’altro gli domandò:

— Va bene? Voi non dovrete perderci.

— Perdere! sclamò il barone cui la parola «perdere» udita a caso ritornava al discorso di prima. Ma non sai, amico, ch’io sono sicuro del fatto mio?

Il giovane fe’ un gesto d’impazienza, quasi di ripugnanza, e ritrasse la mano.

Questa volta fu il barone che lo afferrò vivamente pel braccio.

— Non credi? Se tu la vedessi! Ti giuro, è la più bella donna che esista, e, sai, me n’intendo, ne ho vedute tante, ho frugato tanti paesi prima di imbattermi in lei: ho tanto ponderato la mia scelta!

All’aria aperta l’influenza dei liquori tracannati dileguava, ma sottentrava in lui il periodo della tenerezza, della loquacità confidente.

— Ascoltate amico — tornava a dargli del voi. — non vi conosco che da stassera, ma voglio che siamo amici — e lo saremo.

Il giovine non potè trattenere una smorfia di disgusto.

L’altro continuò:

— Io sono ricco — molto ricco, e dal giorno che mi trovai padrone di una grande sostanza ho promesso a me stesso che in ogni cosa avrei avuto ciò che di meglio esiste sulla terra. Ci sono dei ricchi quanto me, più di me — non molti, ma ce n’è — ma io mi picco d’avere il talento della ricchezza: è una superiorità che non tutti possono avere — vi pare?

Il giovane non rispose; non l’ascoltava.

Il barone rispose:

— La vita è tanto breve e l’importante è stiparvi quanti più piaceri vi riesce. Io mi sono pensato di farmi un paradiso in questo mondo, posto che nell’altro non ci credo troppo. Venite a casa mia e vedrete che non ci ho nulla di mediocre, nulla che non sia stato scelto con una infinita spesa e cure infinite là dove si poteva trovar migliore. Il golfo è la meraviglia del mondo, vero? Ora la posizione del mio villino a Mergellina è la più bella del golfo: in faccia al Vesuvio, alla città, a Capri, al mare aperto, in vista e raccolta, prominente e al riparo dei venti: nel mio giardino crescono le palme e gli abeti, le fragole e i fichi moreschi, le viole e gli aloe. Vedo i vapori che arrivano, sono in città, sono in una solitudine, sono dove voglio: ho Napoli ai miei piedi, me la godo, la tengo lontana — come mi pare. — E la mia palazzina è un incanto, vedrai. Se sapessi quanto l’ho curata! La teneva il principe Pulski per una sua bella che aveva menato da Parigi: ti conterò poi tutta la politica che ho dovuto usare per farmela cedere: bisognò regalare lautamente la bella perchè ella, facendo la commedia della noia e dei capricci, mostrando una subita sazietà della villa inducesse il suo protettore a disfarsene. Il principe già ne aveva fatto una magnificenza; ma molto restava da farsi. Completai io l’opera sua. Profusi i marmi d’Italia, i legni preziosi dell’Asia, l’oro, le sete, gli arazzi. Ma quando il piccolo eliso fu perfetto mi ci annoiai, mi ci sentii solo...

S’interruppe. Si passò una mano sulla fronte, poi proseguì in tono di malinconica confidenza:

— Oh la noia e la solitudine sono i miei nemici; mi perseguitano senza posa. Pensare che c’è degli avari che serrano i loro tesori, degli egoisti che si grogiolano nei loro godimenti solitari come il cuculo nel nido usurpato. Perchè non ho io quell’indole? Potrei essere tanto felice?

E, fermandosi, con dispettosa vivacità:

— Invece io non godo nulla se non ho compagnia nel piacere. Vedete. Io ho beneficata tanta gente che quasi non conoscevo: ho diviso più volte il mio denaro col primo capitato: non ho fatto che degli ingrati. I servi, appena si sono impinguati a spese della mia tolleranza, scappano a precipizio. Mi sono menato in casa tre donne l’una dopo l’altra, tre cenciose creature da me raccolte affamate sulla strada, le ho coperte di seta e di gemme — e tutte mi hanno abbandonato per correre dietro a degli spiantati che a quest’ora certo le battono come giumente. Dicono che gli amici piovono a sciami in casa del ricco: essi sfuggono la mia. Alla fine ho pensato di prendere moglie, di mettere dalla mia la legge e la morale: ho cercato un idolo degno del tempio che avevo preparato; ero stanco della bordaglia venale, delle cortigiane infedeli. Mi diedi a cercare una donna di condizione e bella. E ci riuscii; trovai le due qualità riunite in una perfezione eccezionale. La mia Vittoria è d’una nobile famiglia di Siracusa imparentata con tutto il più alto patriziato di Sicilia e con parecchie delle prime case di Napoli. Ebbene! mi illudevo che ella col suo grado, la sua educazione, il parentado avrebbe attirato da me una società ammodo e che le sue grazie potessero trattenervela; mi illudevo di aver finalmente una casa brillante, conversazioni, festini.... mi illudevo! Mia moglie è una Diana scontrosa, una santa.... che so io! un mostro di serietà. Ed è giovanissima: a quell’età tutte le donne leggiadre, ricche, corrono avidamente incontro agli omaggi, ai piaceri del mondo.... La mia niente affatto. Ella non riceve, non va da nessuno, non vede che la sua cameriera e il giardiniere, un vecchio orso guercio che ha portato con sè da casa sua. Passa la giornata e spesso anche le notti immobile alla finestra a contemplare il mare. Dicono che i romanzi accendono la fantasia, insinuano il veleno dell’ambizione e della vanità nei cuori delle donne più rigide; gliene ho recati un subisso: — oh sì, baie! Tutte le tentazioni scivolano sopra la sua anima di acciaio senza potervi far presa. Con me non scambia dieci parole in una settimana: sempre impassibile, imperturbabile, mi dà soggezione, mi uggisce. Lo credereste? Sono ridotto a sfuggirla. Non c’è forse al mondo che una donna savia e doveva capitare a me! Con un marito che le lascia la più sconfinata libertà, ella vive come una reclusa. I vicini, chissà mi credono un tiranno geloso. Figurarsi, io geloso! le belle cose si custodiscono, non si nascondono. Ammazzerei il ladro che me le volesse rubare, non le sottraggo all’ammirazione che dà loro lustro e valore. Il valore di una cosa è la stima che ne hanno gli altri. Non è vero? Sono io sicuro del pregio di ciò che posseggo, se non me lo dicono gli occhi, l’invidia degli altri? Che m’importa di dirmi cento volte al giorno che mia moglie è bella! Già potrei dirmelo ugualmente anche se non lo fosse. Vorrei sentirmelo dire dagli amici, dai nemici, dagli altri. E ne avrei il motivo poichè ella è davvero un portento....

Erano arrivati al Leone; il barone di Ruoppolo prese la strada di Mergellina.

Il compagno, rassicurato oramai sul conto di lui, voleva lasciarlo.

Ma egli non lo lasciò aprir bocca, lo trascinò seco.

— Un portento, ripeto, una dea. Non è l’innamorato che ti parla, ma il conoscitore. Ne dubiti? oh è naturale!

E tacque finalmente: era mortificato.

Fecero in silenzio la salita di Mergellina.

Il barone camminava imbronciato e sospirava.

Alla porta del suo villino si fermò.

— Quando ci vedremo? chiese.

— Non so, rispose il giovane.

Di Ruoppolo fe’ un gesto di stizza.

— Ah diamine! come gli altri, anche tu! Quanti mi hanno data qui, su questa soglia, la stessa risposta! aggiunse amaramente. Molti hanno accettato i miei favori; nessuno s’è creduto in dovere di ricambiarmi con uno scrupolo di cortesia.

— Barone, io sono vostro obbligato. La mia vita vi appartiene; disponetene, ma non umiliatemi.

— La vostra vita! che volete che me ne faccia? è un modo di dire. Mi basterebbe la vostra amicizia.

Il giovane esitò un minuto, un minuto solo; poi disse risoluto:

— Voi l’avete.

— Or bene, dammene una prova. Entra con me: suggelliamo la nostra relazione con un bicchierino, come usavano i nostri vecchi. Terminiamo insieme questa notte, che, credo, sarà memorabile per entrambi.

Spinse il cancello, e, attraversando di sbieco un portico, chiuso nel fondo per tutta la sua lunghezza dalla vetrata di una serra, lo condusse a sinistra in una camera a terreno illuminata da una lanterna cinese e ingombra di curiosità preziose.

— Eccoci nel mio appartamento di scapolo, disse il barone. Posso ben chiamarlo così perchè la signora non ci viene mai. Ed io non entro nel suo da gran tempo: le nostre due esistenze rimangono l’una vicina all’altra, senza quasi incontrarsi. Io da questa parte: ella di là.

E trattolo alla finestra che s’apriva entro la serra, allora, in luglio, interamente scoperta, gli indicò di faccia un altro quartiere che faceva esatto riscontro a quello dov’erano loro. Fra queste due ali, — spiccandosi dall’edifizio di fondo che le riuniva e doveva contenere, al pianterreno il portico d’entrata e sopra le sale comuni, — s’avanzava un corpo di fabbrica basso, d’un solo piano, quasi interamente nascosto da vilucchioni di glicine e clematiti e da gruppi di arboscelli.

— Quello divide le nostre serre e i nostri cortili perfettamente simmetrici. Simmetria cui, dentro, non risponde quella delle abitudini. E guardate là quel lume appannato fra i festoni di verzura, sotto il terrazzo all’altro capo della serra; è il bagno della baronessa: ella ci sta in questo momento. È il solo luogo dove, con mille precauzioni, nascosto dietro una porta, io posso, di quando in quando, senza soggezione vederla.

S’interruppe e aggiunse cupamente:

— Io odio quella donna ed ella mi odia; ma l’adoro come forma. Se se ne accorgesse, la sua parola ucciderebbe l’incanto.

Albeggiava: un vago chiaro scuro dava alle cose degli effetti fantastici.

Il vento era cessato; il cielo era sempre nuvoloso. Il giovane non poteva staccar l’occhio da quel misterioso finestrello chiuso da una lastra di alabastro, onde si spandeva in mezzo al fogliame una luce rosea e fioca.

Ad un tratto il barone disse:

— Scommetto che voi mi date in cuor vostro del millantatore e mi accusate di vanti esagerati. Dite la verità.

Aspettò inutilmente una risposta: passeggiò su e giù per la camera; poi si affacciò di nuovo alla finestra, si chinò verso il compagno e gli sussurrò all’orecchio:

— Noi siamo amici: or bene io ti do e ti chieggo una prova d’amicizia. Vieni.

Lo prese per mano e, aperto un usciolino, lo menò nella serra.

Un cane sbucò fuori latrando e addentò per le falde l’abito del giovine.

Ad una voce del padrone si accovacciò.

Attraversarono la serra; il barone teneva sempre salda la mano del compagno e lo guidava frammezzo ai vasi e agli arnesi che ingombravano il luogo.

Il giovine tremava.

— Hai paura? gli domandò il barone.

— Dove andiamo?

Arrivati in fondo, passarono sotto il finestrello illuminato e fecero, ripiegando in cortile, alcuni passi. V’era un mucchio di telai contro il muro; il barone si fermò, ne rimosse alcuni, frugò nell’ombra, poi riafferrato il braccio del giovane lo tirò dentro ad una porticina ch’egli aveva aperta.

Entrarono in uno stretto andito buio, svoltarono a destra e, fatti tre o quattro passi, si fermarono davanti ad una striscia luminosa che rivelava un uscio socchiuso.

II.

La vita solitaria della baronessa Vittoria di Ruoppolo era regolata da abitudini fisse e invariabili.

Tutte le mattine, alla punta del giorno, appena desta, indossava un accappatoio e scendeva nel bagno.

La cameriera l’accompagnava, e risaliva tosto a prepararle il cioccolatte. Poi ridiscendeva ad asciugarla.

Quando ella rientrava nello stanzino, la signora balzava fuori della vasca; montava ritta sopra una predellina ricoperta di un pannolino finissimo, e, tutta stillante, scotendo colla soave maestà del cigno l’ultime goccioline petulanti che le correvano sulla persona senza potersene staccare, si faceva buttare sulle spalle un amplissimo camice ed asciugare diligentemente. Poi ella lasciava cadere ai piedi il camice e sprigionava dalla reticella sulla curva schietta e rosea delle spalle, in anella ed in spire mobilissime, i suoi capelli d’un rosso chiaro, lumeggiati d’oro e quasi sfavillanti.

Allora la donna le cospargeva tutta la persona di polvere di riso profumata e la ritoglieva con una spazzolina minuta di piumino. Poi, con una pezzuola di seta intrisa d’olio odoroso, la strofinava leggermente ridonando alla cute delicata, granita dall’irritazione del freddo e arrossata inegualmente dallo stropiccio, la sua elasticità, la sua morbidezza, la sua tinta lievemente rosata.

E la signora, eretta, la testa leggermente ripiegata indietro, le braccia conserte sul seno, lasciava fare colla immobilità piena di pensiero di una bella statua, impassibile sotto lo scalpello dell’artefice. Pure, talvolta, a una inavvertenza di Concetta, un lampo di collera turbava quella calma superba: la fronte breve e purissima si faceva cipigliosa e negli occhi glauchi balenava uno sguardo di minaccia. Era una bellezza altera, casta benchè conscia di sè stessa; senza abbandoni, senza voluttuose mollezze, una sobrietà di forme verginale, la bellezza della fanciulla e della donna insieme. Vittoria era rimasta a venticinque anni quel che era a quindici e sarebbe ancora a quaranta; una di quelle creature in cui la giovinezza è carattere.

Quella mattina la cameriera aveva fatto più sviste del solito; la sua mano era ripassata due volte lasciando sull’omero una traccia vermiglia; poi nel levarle la polvere s’era indugiata più del bisogno. Il piedino della signora si agitava stizzoso.

— Il cane abbaia, disse Concetta.

La baronessa strinse le spalle. Ma poi anche ella divenne inquieta.

Ad un tratto si voltò verso il corridoio del padiglione.

— Chi è? chiese.

Stette un minuto, poi si chinò frettolosa, raccolse il camice, se ne ravvolse e ripetè imperiosa:

— Chi è là?

La porta cigolò lievemente.

Si affacciò il barone timido, confuso; entrò e rinchiuse.

Ella gli volse un’occhiata di sdegno, cui bisognava rispondere.

— Capirete.... perdonerete, balbettò il marito chinando il viso e sorridendo goffamente.

Un lieve calpestio s’udì nell’andito.

— Cos’è? mormorò la baronessa cui il volto divampò subitamente.

Concetta colla docilità della schiava si mosse.

Il barone le sbarrò l’uscio e disse:

— Vado io.

In quella scoppiò un grande fracasso di una stoviglia che va in pezzi.

— È il cane, brontolò il marito.

La baronessa allora impallidì, gli diè uno sguardo terribile e disse alla serva:

— Andiamo.

La cameriera le buttò sulle spalle l’accappatoio, le calzò le pianelline di raso ricamate in oro, ed uscirono.

Il barone le seguì su per la scaletta e, attraversando lo spogliatoio, penetrò anch’egli nella camera della moglie.

— Voi sarete sorpresa, diss’egli, che...

— No.

— Ho visto il lume nel bagno e volevo salutarvi. Infine non è poi un delitto.

— Concetta, disse la baronessa indicando alla serva la porta della sala, fa lume al barone.

Il marito si ritirò.

Vittoria corse al buio nella stanza vicina, spinse un usciolino a muro che dava su una scaletta a chiocciola e chiamò imperiosa:

— Gabriele!

— Comandi, rispose pronta da basso una voce maschile.

— Un malfattore nel padiglione; piglia lo schioppo, corri, rovista, trovalo — e non lo lasciar sfuggire.

Poi rientrò nella camera, si pose alla finestra ed aspettò, tenendo il fiato, l’orecchio teso.

Nessun altro rumore che il fiotto uguale del mare sulla spiaggia.

Dopo un quarto d’ora un picchio sommesso all’uscio.

— Avanti, disse Vittoria animosamente, con grande sicurezza.

Un vecchietto comparve sulla soglia della camera appena rischiarata dal primo crepuscolo.

— Ebbene, Gabriele? domandò la baronessa.

— Era fuggito già, rispose mortificato il giardiniere.

La signora battè il piede furente, strinse le pugna.

— Per dove?

— Per la finestra del padiglione.

— Quella a mare?

— No, quella verso l’appartamento del barone.

— Un uomo?

Il giardiniere fe’ un passo avanti e le mostrò un cappelluccio d’uomo a piccola tesa.

— Va via! gridò fra i denti la signora presa da una gran collera.

Ella rimase là alla finestra, finchè il sole, spuntando dietro Sant’Elmo, venne a ferirle l’occhio smarrito.

Allora si ritrasse, si buttò sul letto, lacerando convulsa coi denti la federa ricamata dei guanciali per soffocare un ruggito che le squassava il seno.

III.

Alcuni mesi dopo, verso il fine d’autunno, in casa di Ruoppolo, c’erano delle novità. I signori non avevano, come usavano gli altri anni, abbandonata la palazzina di Mergellina. Le sale del primo piano si aprivano ogni sera e ci veniva molta gente.

Il barone vi convitava i suoi amici, e donna Vittoria già così schiva della compagnia e tanto altezzosa, li riceveva e mostrava per questi cavalieri dell’ecartè o del nove una singolare condiscendenza.

Non veniva nessuna persona di condizione — nessuna donna.

— È un’idea di mia moglie, spiegava il barone, ella dice che le donne sono un impaccio. E sentiste come lo afferma con convinzione! Avrei voluto ch’ella frequentasse la società cui per la sua nascita appartiene, oh sì! non c’è stato verso di smuovernela. — E sapete ch’ella non ci sfigurerebbe, aggiungeva.

Egli ne parlava più che mai volentieri. E non era il solo. I fortunati, ammessi alle serate del barone, non erano avari delle loro indiscrezioni: ne chiaccheravano e le facevano nei crocchi degli sfaccendati un grande successo di curiosità.

I giudizii sul suo carattere erano diversi; gli uni dicevano: — è una donna superiore — gli altri: — è una matta.

Si raccontavano delle bizzarrie: che subitamente si stizziva e cambiava di umore; talvolta buona, cortese, si adombrava ad una parola e rispondeva sdegnosa, sprezzante; poi certe sere s’alzava e usciva improvvisamente.

Si notava ch’ella era premurosa con tutti quelli che vedeva la prima volta, s’intratteneva pazientemente con loro, li faceva parlare di sè stessi, li interrogava con una insistenza curiosa. Ma, dopo un paio di sere, se ne stancava e non li guardava neanco più in faccia.

Spesso in lei alle vivacità eccessive succedevano delle distrazioni profonde, quasi cupe.

— È un cervello guasto.

— È un’anima rosa da una cura, sentenziava un osservatore.

— Quale?

— Mettiamo un amore.

— Che! è una donna di ghiaccio!

In una cosa erano d’accordo: sulla sua bellezza.

Il Carminati, che l’aveva vista dei primi, s’era affrettato a gettare tutte le sue riserve, e, sacrificando la sua modella, con grande soddisfazione del marito, aveva sclamato:

— Ciuco io, che quasi mi faccio ammazzare per negare quella luce di Dio vera.

E battendo sulla spalla al barone:

— Voi siete davvero l’uomo più fortunato della terra.

— Ammeno che ce ne siano degli altri, mormorava qualche scettico.

Non si può mai giurare di nulla, ma di quanti la conoscevano, che tutti, dal più al meno, le avevano fatto la corte, nessuno osava vantarsi di qualche parzialità a suo favore, e tutti se ne consolavano constatando le sconfitte dei compagni.

— Poh? ci sono ancora delle donne che resistono? aveva sclamato l’imberbe Campoluongo una sera, masticando bravamente l’enorme imperiales che gli rivoltava lo stomaco. Ma, presentato a donna Vittoria, per un pezzo non seppe dir verbo; poi, quando messo in puntiglio, s’era arrischiato ad aprir bocca, alla prima parola s’era fatto mettere alla porta.

La baronessa era convalescente da una malattia grave.

Don Primicile Assante, il fisiologo da caffè, soprannominato Teoria, attribuiva a questa crisi il repentino mutamento nelle maniere della signora e aveva sollecitato l’onore di esserle presentato per studiare in lei il suo famoso sistema della trasformazione dei temperamenti. Naturalmente egli aveva subito trovato il suo conto e una moltitudine di indizi, di argomenti per confermarsi nelle proprie idee. La baronessa a cui avevano parlato di questo suo ticchio, ci pigliava spasso grandissimo. — Con un vago sorriso pieno d’ironia lo stava ascoltando mentre egli le dimostrava con una inesauribile facondia come e qualmente i caratteri, i temperamenti sieno mobilissimi, e basti una malattia od anche una commozione a mutar i sanguigni in nervosi, i biliosi in sanguigni.

— Voi ne siete una prova chiarissima: biliosa, ipocondriaca fino a pochi mesi fa, avete mutato subitamente carattere, io, materialista, direi temperamento. La malattia ha dato sfogo agli umori che vi corrompevano il sangue; l’ha depurato dalla linfa soverchia; voi siete tutt’altra da quella di prima.

— Come sapete questo? domandò donna Vittoria.

— Potete voi negarlo? Non è vero forse? Verissimo. Voi ammettete di aver cambiato carattere. Ebbene a questo cambiamento, dirò così, morale, corrisponde inevitabilmente una alterazione fisica. Anzi le due cose non ne fanno veramente che una sola. Io, materialista e fisiologo, le esprimo tuttedue col solo sostituire, a quella vaga e indeterminata parola carattere, quest’altra temperamento ugualmente generica ma più definita, temperamento che vuol dire qualità e quantità e proporzione costitutiva, ordine e intensità di funzioni e vuol anche dire inclinazione e sentimento. Ora statemi bene a sentire quanto importi tener conto di questo fatto della mutabilità di temperamento. Scendiamo alla pratica. Facciamo una brutta supposizione: che voi non vi sentiste bene e aveste bisogno di una cura. La medicina, si sa, non è che uno stimolo, un aiuto alle tendenze buone, alle forze riparative della natura. Bisogna dunque poterle conoscere e valutare: sapere donde vengano, dove mirano. Voi siete cambiata, una rivoluzione è succeduta in voi; e il vostro medico, uno dei soliti praticanti mal pratici, un mestierante, cosa fa? o vi conosce da molto tempo e vi cura come avrebbe potuto farlo prima: o è nuovo, e, ignorando i vostri precedenti fisiologici, trascura i resti dell’antica individualità che, secondo l’indole loro, bisogna distruggere o rinforzare; quindi o una cura sbagliata, — o una cura monca, insufficiente. Vi persuade? Vi raccomando invece la superiorità del mio sistema: io faccio un doppio processo, d’induzione e di deduzione. Per l’uno risalgo al passato, per l’altro discendo all’avvenire: indago e prevedo. Vi sorprende? colla stessa certezza con cui mi sento di presagirvi un nuovo sviluppo della nostra vitalità, un periodo più ricco e più vivace, potrei descrivervi tutte le primitive inclinazioni, le vostre più intime abitudini....

La baronessa, che l’aveva ascoltato ridendo e sbadigliando un poco, aggrottò subitamente il ciglio; la sua faccia bianca si tinse leggermente; un breve tremito contrasse il sorriso del labbro. Piantò gli occhi in viso al dottore e disse:

— Sentiamo, dunque.

Don Primicile non si scompose: soltanto, smessa con una mobilità ammirevole la solennità cattedratica, le diè un’occhiata insinuante, poi rifacendosi serio ad un tratto:

— Ah se la signora permetterà ch’io le faccia una visita; e mi accorderà un colloquio....

— Impertinente, mormorò la baronessa fra i denti.

— La medicina è una dama ed ha il suo pudore.

— Quello che forse manca al medico, disse donna Vittoria.

Il vanitoso sorrise.

La baronessa riprese con severo cipiglio:

— Siete sicuro voi del vostro sistema?

Egli non capì. Rispose:

— Infallibile.

Poi riprese sul tono di prima:

— Facciamo la controprova? Guardate il capitano Zaverio; a lui è accaduto tutto il contrario che a voi. Era, l’aveste veduto tempo addietro, gioviale, allegro, un temperamento sanguigno della miglior specie; ad un tratto fu assalito dall’ipocondria, ed eccolo lì gramo malinconico — temperamento bilioso e nervoso.

— E la causa qual fu? chiese donna Vittoria.

— Oh la causa non si sa.

— Come non si sa? sclamò il cavalier Russo, non sa tutta Napoli che è stato in seguito a quel triste duello....

— Bene... ciò non interessa la fisiologia...

— Ma la galanteria...

— Ciò non int...

— Ma tu non lo sai? possibile? Non ti ricordi? io ero fuori Napoli allora, ma me n’hanno scritto; fu per non so che donna ch’egli si battè — mi ricordo benissimo: — la partita non doveva essere che al primo sangue, eransi riservati i colpi di punta, ma il terreno era lubrico; aveva piovuto — e a Zaverio nel fare una parata scivolò un piede; egli cadde avanti col braccio teso, la sua spada penetrò nel costato dell’avversario che dopo una settimana morì.

— Ciò non interessa....

— La donna chi era? domandò la baronessa.

— Ma, una siciliana... non so bene...

— La maldicenza non ne ha ritenuto il nome? miracolo!

— Per tornare al discorso, disse l’Assante, il capitano Zaverio, le cause non importano, è completamente mutato.

— E notate, soggiunse il Russo, egli avrebbe adesso tutte le ragioni d’essere felice: ha avuto la promozione... è sposo.

— È sposo?

— Sicuro; con una giovanetta che egli adora.

Il barone e il capitano che discorrevano all’altro capo della sala si erano in questa avvicinati.

— To’ si parla di te, tu sei sposo?... e non mi dici nulla!

Il capitano alzò le spalle e disse:

— Se gli dai retta!...

— Come, non è vero forse? sclamò il cavaliere Russo.

— Ora capisco, riprese il barone rivolto al capitano, ora capisco il perchè non ti si può mai avere! Figuratevi, baronessa, che, se non lo trovavo oggi sull’uscio e non lo costringevo colla forza ad entrare non avrei potuto oggi presentarvi uno dei miei migliori amici.

— Ha ragione Zaverio, disse don Primicile Assante, infastidito dell’interruzione, nozze divulgate mezzo sfumate.

— Eppoi c’è sempre tempo a vantarsene... dopo, soggiunse donna Vittoria gettando uno sguardo sprezzante al marito.

L’Assante rise.

La baronessa si volse repentinamente verso di lui.

— Vero don Primicile?

— Oh i mariti sono molto più egoisti degli innamorati; essi nascondono i loro tesori. E forse hanno ragione; ci sono tanti invidiosi! vi hanno dei tesori attraenti!...

Vittoria s’era fatta pallidissima; lo scrutava con occhio indagatore.

— Ma noi scapoli si dovrebbe protestare e ribellarsi a questa tirannia. Metter dei limiti a questa usucapione inesorabile.

— Il sistema, disse Vittoria, ha dei pericoli.

— Per i mariti — forse.

— Per tutti.

Il barone si era scostato col capitano.

— Vostro marito non è come gli altri, non è geloso: eppure se lo fosse.... Non andate in collera, donna Vittoria... volevo dire che egli è tanto ricco!

— Egli è tanto buono!

— Ah ecco... un elogio che non vorrei sentirmi fare in quel tono.

La baronessa conservando gli usi provinciali della propria famiglia si ritirava sempre alle nove in punto.

Ella aveva già chiamata la cameriera: quando essa entrò, la prese in disparte e le chiese sottovoce:

— Rammenti la risposta della sonnambula, cui hai recato tre mesi sono quel tal capello?

— Sì.

— Ripetila dunque e bada di non far errore.

— Ella disse prima ch’era un uomo alto....

La baronessa guardò don Primicile.

— E poi?

— E poi ch’era amico del padrone...

Vittoria ritornò al posto di prima.

Gl’invitati erano usciti quasi tutti. Non rimaneva che il capitano e don Primicile.

La baronessa invitò don Primicile a prendere il caffè nel padiglione.

Il barone sopraggiunse e le disse:

— Il mio amico Zaverio vi saluta.

La baronessa lo guardò allora la prima volta attentamente: era pallido, disfatto.

— Prendete il caffè con noi? gli disse con insolita cortesia.

Il capitano voleva ringraziare.

Ella, avvezza a non sentirsi rifiutare, non glie ne diè il tempo.

Il barone lo prese pel braccio e lo condusse nel cortiletto. Don Primicile uscì con loro.

Vittoria diè qualche ordine alla cameriera e li seguì nel padiglione.

Quando fu sulla soglia intese il barone che diceva a mezza voce:

— Non m’hai detto ancora come te la sei cavata quella notte!

Si fermò e stette in ascolto.

Non intese alcuna risposta: non poteva capire con qual dei due parlasse.

Entrando nel padiglione vide i tre uomini in crocchio.

Il barone si godeva lo stupore del capitano per quel singolare salottino.

Era quello un luogo veramente delizioso: si spingeva fra le aiuole dei due cortiletti laterali fino al ciglio della collina ed era disposto ed arredato con un’eleganza e un buon gusto finissimo, con quattro sfondi ai lati, di cui uno formava vestibolo verso il giardino della signora, onde erano venuti, l’altro aveva una finestra su quello del marito. Il terzo era una loggia che dominava il breve e ripido pendio della riva tutta fitta di palmizi e di magnolie: l’ultimo era chiuso, verso l’interno della casa, da una cortina di seta e quasi interamente occupato da un gran vaso giapponese da cui ricadevano vagamente ghirlande e grappoli di fiori.

Fra gli sfondi quattro divani ricchissimi, invito alle voluttuose fantasticherie. In mezzo un tavolo di malachite sosteneva un piccolo candelabro di forma antica.

Il barone uscì per ordinare il caffè.

Donna Vittoria chiese a don Primicile:

— Voi siete stato qui altre volte?

— Eh eh! egli rispose agitando la mano in atto malizioso, questa casa non ha segreti per me. Un tempo il barone ed io si viveva come fratelli. Egli mi diceva scherzando: non so come farò ad ammogliarmi per me solo.

La signora non rispose al sorriso dell’Assante; aggrottò il ciglio.

— Eppure egli l’ha fatto... sussurrò il galante don Primicile.

— Questo luogo non mi piace, disse donna Vittoria, non ci vengo mai, lo trovo sconveniente; poi è troppo incomodo.

— Come non avete pensato a fare un uscio lì dietro quel vaso?

L’uscio c’era, e comunicava per un andito col bagno. L’aveva aperto il barone dopo il matrimonio.

Ma, avesse o no inteso le parole dell’Assante, ella non lo disse.

Pareva tutta intenta ad osservare il capitano che contemplava il vaso giapponese.

— Quel vaso è rotto, gli disse finalmente donna Vittoria, l’ha spezzato una notte un malfattore che s’era insinuato qua dentro cercando penetrare in casa ed ebbe la buona fortuna di sottrarsi al castigo che la sua audacia meritava.

— Non sapevo la storia di questo tentativo, disse don Primicile, chi sa come v’ha fatto paura!

— Paura! sclamò donna Vittoria volgendosi a Zaverio, quella razza lì è tanto vigliacca! Non ho mai avuto paura neppur dei briganti, che visitavano spesso il nostro castello solitario di Montuoro.

— Bravissima! voi siete un’amazzone; debbo confessarvi per mia vergogna che la prima volta ch’io vi vidi mi deste una tale soggezione che non ardii rimanere.

— Quando fu? non mi ricordo....

— Non potete ricordarvene, fu una volta ch’io venni qui con vostro marito, nei primi giorni ch’eravate a Napoli; io v’intravidi appena....

Si servì il caffè; la conversazione languì. Don Primicile riprese il suo monologo sui temperamenti; parlò più di mezz’ora filata senza che nessuno gli desse retta.

Vittoria pareva preoccupata, il capitano taceva.

Il barone che s’annoiava, propose agli ospiti di scendere alla spiaggia a visitare una nuova lancia che aveva comprata.

La baronessa prese il braccio del capitano.

Usciti in cortile, ella disse d’aver dimenticato il ventaglio nel padiglione.

Il capitano tornò indietro a cercarlo.

Allora Vittoria chiamò Gabriele:

— Chiudi la porta del padiglione, gli disse imperiosa, ed apri l’uscio del bagno che dà nella serra.

L’ortolano corse ad eseguir l’ordine; ella gli venne dietro, girò intorno al padiglione ed entrò nella serra.

Gabriele aveva aperto l’uscio del bagno lasciandolo socchiuso.

Vittoria stette ad aspettare, ansiosa, ma impassibile.

Trascorse un quarto d’ora.

Finalmente s’intese il rumore d’una pedata nell’andito: l’uscio si aperse ed uscì Zaverio.

Donna Vittoria gli andò incontro risoluta.

— Dunque!....

Il capitano sorpreso mormorò:

— Non l’ho trovato.

— L’ho trovato io, disse ella con un singolare tono di minaccia: Si vede l’uomo avezzo alle avventure galanti, soggiunse poi.

— V’ingannate baronessa... io non sono punto galante.

— Si racconta un vostro duello che fece rumore, un duello per una donna.

— Vi prego, signora, non me ne parlate....

— L’amavate dunque molto?

— No, sclamò egli vivamente.

— Sareste per caso discreto?.... oppure furbo soltanto?... Ah! capisco: queste cose di solito non le raccontate che fra voi altri...

— No.... vorrei potermene dimenticare io stesso.... non me ne parlate, non me ne parlate....

— E perchè?

— Oh è una cosa orribile, sclamò il capitano coprendosi la fronte colle mani: ho ucciso senza volerlo un giovane che quasi non conoscevo, l’unico figlio di due poveri vecchi.... non me ne parlate.

— Ah la vostra discrezione non è che rimorso! voleva ben dire, che voi foste migliore degli altri! proseguì donna Vittoria, in tono beffardo; quanto a colei, a quella disgraziata che avete compromessa, che avete clamorosamente svergognata, a cui avete gettata in viso la triste notorietà del vostro scontro, ella è naturalmente l’ultimo dei vostri pensieri, essa ha quel che le spetta, che v’importa?

Il capitano la guardava con doloroso stupore; e disse supplichevole:

— Perchè volete aggiungere un nuovo rammarico?

— Ah non ci avevate dunque pensato affatto: — un rammarico! quanta generosità, quanta abnegazione!.... in fin dei conti ella non vi ha dato che il suo amore, il suo cuore; non vi ha sagrificato che la sua pace, il rispetto dei suoi figli.... il vostro rammarico vale assai più di tutto ciò, assai più.... l’amore di una donna è un fiore che si raccoglie e si mette all’occhiello per ricavarne un po’ di profumo e un po’ di compiacenza, poi lo si butta....

— Ma vi ripeto, baronessa, che non è questione d’amore.

— Ma già, voi la rinnegate!.... non l’avete mai amata e questa vostra prudenza è ancora un oltraggio.... siete sicuro che nessuno vi crederà!...

— Non capisco.... voi v’immaginate delle perfidie....

— Che sono vere, sono meno del vero, sclamò coi denti stretti — meno del vero — ripetè donna Vittoria mozzando con un’occhiata terribile un malinconico sorriso che il giovane non potè trattenere — siete tutti tanto infami voi altri uomini....

Zaverio fe’ per interromperla. Ella non glie ne lasciò il tempo:

— Volete dire che non è vero?.... Ah non è vero! — Pretende ch’io faccia un’eccezione per lui! — E io so che questa eccezione, questa perla d’uomo così prudente, discreto, delicato ha commesso una vigliaccheria, una bassezza senza nome: so ch’egli è venuto qui di notte, come un malfattore a sorprendere una donna, in sua casa, nel segreto delle sue stanze per contaminarla, oltraggiarla colle sue sucide curiosità.... negatelo se potete.

E gli si piantò davanti, minacciosa, tremante di collera.

— Voi sapete?.... balbettò Zaverio tutto confuso.

— So tutto: so anche che siete venuto col barone.... la scusa diffatti è eccellente! Il pudore di una donna non è forse proprietà del marito? se egli vi rinuncia.... contento lui!.... ella può morirne di onta — padrona — ma lagnarsene no.... sarebbe ridicolo.... la nostra virtù non riguarda che voi: — noi dobbiamo essere oneste pel vostro orgoglio.... come siamo belle pel vostro piacere... — Io posso chiamarvi infame e farvi chinar la fronte — come ora — ma se alcuno ci sentisse voi potreste appellarvene a lui e dire scherzando: — non è pazza costei?

La baronessa passeggiava agitatissima innanzi a lui.

— Voi mi trovate assurda; certo ne ridete e mi schernite in cuor vostro.... ma badate, aggiunse cupamente, io posso vendicarmi....

Ella tacque, la passione le toglieva la voce.

Zaverio disse:

— Non vi chieggo perdono, la mia colpa è troppo grave.... Fu una debolezza inescusabile.... ma se sapeste quanto me ne vergogno!

Vittoria rise.

— Ma di che? riprese con amara ironia — vergogna di che? siete troppo buono! diamine: — pagate voi i vostri debiti? rispettate i vostri contratti? mantenete la parola data? siete onesto, un uomo d’onore — avete tutto il diritto di reagire, di chiedere soddisfazione a chi ardisse dubitarne. L’offendere una donna, chi se ne fa uno scrupolo? Diamine; ciò che io ho l’ingenuità di chiamare una bassezza, è una cosa da nulla — anzi una bella impresa di cui potete menar vanto cogli amici, ed essere anche invidiato!...

Un singhiozzo, ch’ella represse sdegnosamente, l’interruppe.

Zaverio era desolato.

— Signora, disse, non pretendo scusarmi; i vostri rimproveri non sono più acerbi di quelli ch’io fo a me stesso. Ma se ciò può scemar il vostro cordoglio, io vi giuro che non una parola di ciò che è avvenuto è mai uscita dalla mia bocca.... Voi non mi credete?

— No, non vi credo... non posso credervi. Chi, nel vostro caso, non direbbe lo stesso? quali garanzie mi date voi? Vi conosco io?... ciò che so di voi è un’abbiezione.

— Oh! la verità dovrebbe avere un accento proprio! — sclamò Zaverio — donna Vittoria, credetemi!... Non vedete il mio rincrescimento! io pure non vi conosco, ma comprendo il vostro sdegno, sento la sincerità della vostra rampogna: sentite; voi siete una donna, un cuor nobile, virtuoso, ed io un dappoco.... che debbo dirvi di più? Oh quel che è stato non si può distruggere.... ma se lo potessi!

Vittoria fu tocca dall’accento rispettoso di questi scongiuri.

— Ebbene, disse imperiosa, rimediate al malfatto, riparatelo....

— Ma come.... che debbo fare?... volete forse ch’io mi ammazzi?

— Diffatti sarebbe soverchio.... — rispose la baronessa con un sorriso sprezzante.

— Ma ditemi voi, indicatemi il modo....

— Che so io!... — ella lo interruppe alzando le spalle con nuovo scoppio di collera. — Che so io! io so questo solo, che per il mio decoro c’è un uomo di troppo; un miserabile che porta con sè un ricordo che mi oltraggia e ch’io non posso svellergli dal cuore.

La sua mano convulsa estirpò un arbusto e lo buttò furiosa sul viso di Zaverio.

— Non capite il mio stato? non sentite che io sono tormentata dì e notte da una umiliazione, che sepolta in fondo al mare, non mi sembrerebbe celata abbastanza?

Ella aveva afferrato il braccio di Zaverio e lo stringeva con febbrile violenza.

Seguì una pausa. Si sentiva la voce del barone che parlava con don Primicile.

— Mi occorre una riparazione, — ripetè la baronessa, — la voglio pronta.

Le voci s’avvicinavano.

— Potrebbero sentirvi, mormorò Zaverio, vi prego, calmatevi.

— Non sapete che pregare, sclamò la baronessa, pestando col piede rabbiosamente, e s’intende, voi siete un ufficiale, voi portate con orgoglio le vostre spalline come segno verace di onoratezza; son certa che voi parlate alto dell’onor militare! sappiamo quel che vale questo famoso onore a cui una donna obbrobriosamente oltraggiata chiede invano soddisfazione....

Poi ancora uno scoppio di collera.

— Voi siete un vile, non sapete con chi avete a fare, le vostre femminucce non vi hanno imparato a conoscere una Tizzano, una figlia di principi, vi burlate di me; ma guai, guai a voi!

Il parossismo la oppresse: balenò e sarebbe caduta.

Zaverio si slanciò per sorreggerla.

Ma ella lo respinse e non potendo parlare gli intimava colla mano di allontanarsi....

— Permettete che io chiami la vostra cameriera.

— No, nessuno deve trovarmi qui: ciò vi potrebbe forse accomodare a voi, non a me...

Fe’ uno sforzo violento: si rizzò: entrò nel bagno e chiuse la porticina.

Quando il barone risalì con l’Assante, trovò Zaverio nella serra, seduto sugli scalini del suo appartamento, pallido, stravolto. Riscosso dallo stupore disse che gli era venuto un capogiro, ma soggiunse che era nulla e, ringraziato il barone che voleva trattenerlo, uscì.

Ci pose più d’un’ora a tornare a casa. Egli abitava una piccola casetta ai piedi di Castel Sant’Elmo, dove la sua compagnia stava aquartierata.

Da molto tempo non rientrava così tardi. Trovò sua madre che l’aspettava e appena lo vide sclamò a mani giunte:

— Zaverio, figliolo mio, che la Vergine ti benedica, tu ci se’ tornato!

— Dove?

— Là dove se’ stato tre mesi addietro, quella brutta notte: allora quella cera avevi.

Egli l’abbracciò con maggior tenerezza del solito e senza dir nulla si ritrasse nella sua camera.

IV.

Per parecchi giorni egli non discese in città. Verso il fine della settimana toccò alla sua compagnia il turno di onore al palazzo reale: entrato, dopo il cambio della guardia, nel Caffè d’Europa per desinare, intese a dire colà che la baronessa Di Ruoppolo era ricaduta gravemente ammalata: Don Primicile ne presagiva una seconda crisi di temperamento.

Quella notte trovò più duro del solito il suo letto di campo. L’immagine di quella donna non lo lasciò quieto un minuto.

L’indomani, smontata la guardia alle quattro, ricondusse la compagnia a Sant’Elmo, poi subito, appena fu libero, discese a Mergellina.

Bussò alla porta di Casa Ruoppolo.

Il barone non c’era; — chiese della signora.

Il portinaio gli disse che donna Vittoria aveva avuto febbre e delirio tutta notte.

Stava per ritirarsi quando sopraggiunse la cameriera della baronessa e, a nome della padrona, lo pregò di salire.

— La baronessa è alzata? domandò il capitano stupito.

— Resti servita in sala, disse la ragazza evitando di rispondere, ella verrà.

Ella venne diffatti — dopo mezz’ora — vestita, come dovesse ricevere una visita di cerimonia, d’un grand’abito di raso bianco che mal dissimulava il pallore del suo viso.

Si reggeva a stento. Appena entrata, dovette abbandonarsi sopra una sultana, ma vi si adagiò con una gran dignità e domandò a Zaverio:

— Perchè siete venuto? che volete?

— Io? nulla, fuorchè chiedere notizie della vostra salute.

— Troppo bono, esclamò asciutto asciutto la baronessa. Vi preme tanto la mia salute?

— Molto, signora; disse semplicemente e con una certa premura il capitano.

— Ah! non ne dubito, soggiunse ironica donna Vittoria, non ne dubito, e perciò ho voluto darvela io stesso la notizia: come vedete, sto benissimo.

Zaverio non osò contraddirla, solo diè involontariamente un rapido sguardo di sincera e penosa sollecitudine a quel viso disfatto, a quegli occhi sbattuti.

Donna Vittoria strinse le spalle.

— Dio bono, nulla più di quelle frequenti e moleste infermità che noi donne siamo avvezze a sopportare in silenzio, per non infastidirvi voi altri.

— Ma, soggiunse poi, la vostra visita ha certo un altro motivo; non pretendo tanta franchezza; ve lo dirò io. Ecco. Voi avete ragionato così: — io sono riuscito, comunque sia, ad interessare quella donna; nella sua solitudine ella avrà pensato a me, non bisogna mai trascurare un’avventura — perciò dopo un sapiente e calcolato indugio, stamane, rannodandovi la cravatta, avete esclamato: — andiamo oggi, chissà, mi vedrà volentieri. — Avete ragione, ho pensato a voi in questi giorni, disse poi corrugando la fronte.

— Voi siete implacabile, mormorò addolorato il capitano.

— Vi pare?

Un sinistro sorriso le contrasse le labbra.

Zaverio disse:

— Donna Vittoria. Vi assicuro che, dopo quella tal sera, io non avrei mai osato ricomparirvi dinanzi....

— Vi ho tanto spaventato?

— Voi mi avete fatto entrare: cacciatemi adesso se credete.

— Ah! voi siete davvero troppo umile — siete così anche cogli uomini? coi vostri nemici?

Il capitano rispose senza la menoma spavalderia:

— Nessuno di loro mi ha mai fatto un simile elogio.

Poi s’alzò e s’inchinò profondamente per sortire.

— Rimanete, disse imperiosa la baronessa.

Il capitano si trattenne ma rimase in piedi.

Donna Vittoria soggiunse:

— Difatti voi avete fama di coraggioso. Ma si sa, noi donne non ci fate degne del vostro orgoglio. Siete tutti vili con noi. Ma i vostri riguardi mi sembrano impertinenze quanto e più delle vostre audacie: tanto come dirci: non vi temiamo. — Povero pretesto per arrogarvi il vanto di forti! Ma credete, sul serio, che siamo deboli? Badate, capitano, potrebbe darsi che voi vi trovaste ora di fronte una nemica formidabile; se mi saltasse il ticchio di castigarvi?

— Accetterei il castigo.

— Vedremo, sclamò la baronessa, rizzandosi d’un balzo contro Zaverio e saettandogli un’occhiata che lo fe’ rabbrividire. E, dopo una pausa:

— Sapete almeno quello che dite?

Si faceva notte, il raso della tappezzeria cangiava la sua tinta azzurra in un nero cupo sul quale i filetti d’oro lucevano come sopra le paramenta di un mortorio.

Donna Vittoria era ricaduta spossata sul divano ma teneva gli occhi sopra il capitano.

— Che fate lì in piedi? Accomodatevi. Non siete voi un amico del padrone? non vi ha egli ammesso nell’intimità della casa?

— Nessuno può darmi il diritto d’infastidirvi.

— Andate dunque!...

In quella, Concetta recò il lume e venne a dire che il barone chiedeva notizie della signora.

Donna Vittoria gli fe’ rispondere che restasse servito e chiese a Zaverio se egli ci teneva molto a far credere al marito che lo sfuggiva. E Zaverio si trattenne ancora.

Il barone fu sorpreso di trovare la moglie alzata e d’incontrare il capitano da lei.

Era la prima volta ch’ella riceveva un uomo nel proprio appartamento.

— Il capitano è stato cortese, disse donna Vittoria; a differenza degli altri vostri amici, egli si è ricordato del suo dovere ed è venuto a visitarmi.

Il marito fu molto discreto; salutò garbatamente Zaverio; solo osservò alla baronessa che ella si strapazzava un po’ troppo.

— Oh se non fosse stato lui, una persona così intima vostra, non l’avrei ricevuto in questo stato; ma ero tanto aduggita, abbiamo chiaccherato un poco e mi ha fatto bene. Il capitano discorre piacevolmente; egli ha avuto di così bizzarre avventure!

Zaverio la guardava stupito ed inquieto, ma non aperse bocca.

— Ah! sì? che senta anch’io... continua pure, soggiunse il marito.

Il capitano non sapeva che dire; per levarsi d’impiccio osservò che la signora doveva essere stanca.

— Ho capito, vi lascio in libertà di farvi le confidenze, sclamò la baronessa ironicamente, e levatasi rientrò nelle proprie stanze.

I due uomini rimasero impacciati l’uno in faccia all’altro un qualche minuto; poi Zaverio, tanto per far qualcosa, salutò il barone e prese congedo.

Il barone lo accompagnò fino sulla soglia dell’anticamera e con un — arrivederci — asciutto asciutto, lo lasciò.

Mentre Zaverio stava per scendere le scale, s’aperse un usciolino sul pianerottolo e ricomparve la baronessa: la quale gli disse sottovoce con una certa vivacità:

— Io ho detto che eravate venuto a farmi visita: ciò non è vero: perchè non avete protestato?

— Non è mia abitudine contraddire le signore, rispose Zaverio.

— Oh molto galante! credereste per caso, di avermi compromessa?

— Nè lo credo, nè lo crederò mai...

Donna Vittoria parve scossa, lo guardò fisso.

— Meno male, disse poi, e soggiunse: tornerete?

Il capitano esitava a rispondere, ma donna Vittoria non gliene diè il tempo e riprese risolutamente:

— Tornate domani; è necessario. Ricordatevi che mi dovete sempre una riparazione. A domani dunque.

Il giorno dopo alla stess’ora Zaverio era alla porta del villino ed era subito introdotto, ma stavolta, nella gran sala di ricevimento.

Donna Vittoria gli venne incontro sorridendo.

— Bravo! siete stato di parola.

— Non mi avete voi detto di venire?

— Chissà cos’avrete pensato!

— Nulla, non ho pensato che ad obbedire.

— E che mi chiederete in compenso di questa vostra devozione?

— Oh, se ne fossi degno, vi chiederei il vostro perdono e un po’ di stima.

— Duca, voi volete confondermi. Vi sorprende ch’io sappia il vostro titolo? Piuttosto dovrei maravigliarmi che voi lo nascondiate.

— Non lo nascondo affatto; solo non ne faccio uso. Quel titolo nobiliare è quasi l’unica eredità che gli antichi signori di Stigliano abbiano lasciato a me loro discendente. E mi vergogno di trascinarlo nelle angustie delle mia vita di povero ufficiale.

— Siete solo?

— Ho mia madre.

— E, mi hanno detto, fra breve una sposa.

— Sarebbe questo un desiderio di mia madre.

— E che vi impedisce di soddisfarlo?

— La donna ch’io dovrei sposare....

— Vi spiace?

— No; essa è gentile e buona, ma...

— Non vi ama?

— Non le sono increscioso....

— Dunque?

— Ma è molto giovane, è orfana, non ha nessuno che la consigli; non vorrei ch’ella potesse accusarmi un giorno d’aver abusato del suo abbandono, della sua inesperienza, dell’amicizia che lega le nostre famiglie... Ella ha qualcosa.

Donna Vittoria aggrottò la fronte e mormorò dispettosa:

— Colei ha dunque incontrato un uomo onesto. Capitano, disse poi, voi vi ricordate di essere un gentiluomo.... qualche volta.

Zaverio piegò il capo sotto il rimprovero della baronessa, la quale soggiunse bruscamente:

— Non so perchè facciamo questi discorsi.... che m’interessano a me?

Zaverio le domandò perchè gli avesse dato appuntamento per quel giorno.

Allora la baronessa mutando umore ad un tratto gli disse che non voleva nulla, che era stato un capriccio, per inquietarlo e per cimentare la sua pazienza, ed aggiunse con bonarietà:

— Voi dovete attribuire alla febbre le esagerazioni e le stravaganze dei giorni scorsi. Stavo tanto male! Ora sto bene, non pensiamo altro a quelle malinconie.

Il capitano, commosso della insperata indulgenza, voleva ringraziarla; lo trattenne il timore di risuscitare ricordi sgradevoli. Con impeto tutto meridionale, si chinò, prese il lembo dell’ampia veste di lei e la baciò.

Poi, subito, uscì discretamente.

V.

Donna Vittoria sul punto di salutarlo gli aveva detto:

— Venite di nuovo e presto; sono sola tutta la giornata e triste; mi terrete compagnia.

E Zaverio tornò verso il fine della settimana e poi prese l’abitudine di venirci quasi ogni giorno, semprechè i doveri del servizio glielo consentivano. La baronessa lo riceveva costantemente in sala.

Il suo contegno era stranamente ineguale.

Mentre parlava tranquilla delle cose più comuni si turbava ad un tratto, usciva fuori in sarcasmi, in rabbuffi, in violenze inesplicabili. Di solito laconica, pensosa, aveva dei momenti di una loquacità singolare; oppure lasciando a mezzo la frase, la parola magari, ammutoliva e bisognava lasciarla stare od era peggio: talvolta, dopo qualche minuto di silenzio, si rabboniva e ripigliava il discorso interrotto.

Impossibile fidarsi del suo umore: era vivace, un minuto dopo annoiata, rannuvolata — era serena e diventava permalosa, beffarda, insoffribile. Qualche rara volta si mostrava espansiva, confidente — e allora seguiva sempre una reazione, era quando cadeva nei peggiori malestri...

Certe sere pareva soggiogata da una cupa afflizione, si stringeva con mano irrequieta la fronte, con dei gemiti che parevanle strappati in fondo al cuore da uno spasimo intenso: mormorava:

— Oh Dio... che cosa orribile! che inferno!

E guai se Zaverio mostrava di compatirla o anche solo di accorgersi della sua pena.

— Che ne sapete voi, rispondeva, ho mal di capo.

Se egli si alzava per ritirarsi gli gridava indispettito:

— No, no, state lì e parlatemi di cose allegre; raccontatemi qualcuna di quelle spiritose indiscrezioni di cui vi deliziate tanto voi altri uomini.

Sedeva anche lei, ricomponeva il volto ed era capace di chiaccherare un’ora di seguito, della casa, del suo paese, di usanze, di interessi volgari.

E non poteva dirsi leggera. Affatto.

La sua mobilità non era capriccio: vi si sentivano invece le ribellioni di una volontà tenace, imperiosa, indomabile.

Quando pareva più angustiata, accasciata, sopraffatta da una lotta superiore alle sue forze, si calmava repentinamente e prendeva un tuono di sfida e di sicurezza, un sorriso superbo che non esprimeva la rassegnazione stoica, ma la vittoria.

Tanto è che Zaverio non le resisteva, la subiva con un certo sgomento; e non tentava neppure comprenderla.

Non era minimamente entrato nella sua confidenza: dopo sei settimane, ancora era allo stesso punto.

Egli usciva di là sbalordito, malcontento, irritato — ma ci tornava perchè ella lo voleva e perchè egli non sapeva sottrarsele.

Quando la baronessa lo vedeva entrare aveva sempre l’aria di domandargli:

— Siete lì di nuovo?

Poi, dopo qualcuna delle solite stravaganze, dopo qualcuna delle più violente invettive, si fermava a guardarlo lì basito, col capo chino, che attorcigliava confuso i cordoni della sciabola e gli diceva crudelmente:

— E siete voi quel terribile spadaccino che dicono?

Pareva dispettosa di non trovare in lui maggiore resistenza.

Si degnava magari di trattarlo bene, con una leggera famigliarità, gli faceva degli elogi e sempre, accomiatandolo, gli ripeteva:

— Arrivederci domani.

Di quel domani ella non dubitava punto; e neppur lui.

Lo attirava da lei un fascino inesplicabile, che non era speranza, non desiderio — diletto meno che meno — un fascino acre, un corrivo malsano simile a quello che spinge la lingua contro il dente che duole.

Era un tormento divenutogli necessario.

La sua conversazione aveva una attrattiva indefinibile.

Ella non era amabile, non aveva coltura; la sua istruzione consisteva quasi unicamente nelle tradizioni della sua casa, che il vecchio padre, patrizio orgoglioso, inchiodato negli ultimi anni dalla paralisi nell’antico seggiolone dominicale onde i suoi avi davano il loro arbitrio per giustizia — le aveva narrate e ripetute le mille volte; e che le si erano impresse nell’animo coll’immagine di quel moribondo, col tono della sua voce rauca e solenne. Figlia unica e senza madre, aveva preso il governo del castello e dei beni paterni, in cui sopravviveva di fatto, ad onta di ogni legge, nella sua superba semplicità il dominio feudale: — e quelle tristi confidenze erano state l’unico suo svago in mezzo alle cure di massaia e d’infermiera. Onde derivava nel suo carattere un singolare contrasto di un positivismo provinciale e di un fantastico lugubre e superstizioso.

Balzata da quel mondo medioevale, nelle futilità e nel sensualismo della vita moderna dei ricchi, si era raccolta, rinchiusa in sè stessa e l’ozio aveva irritate le tendenze immaginose del suo spirito.

Tutti i suoi pensieri spiccavano sopra un fondo di cupa malinconia, che ella si sforzava di dissimulare con un umorismo triste.

I suoi discorsi non erano mai piacevoli, mai allegri e schiettamente sereni, ma vivaci e spesso arguti. Ella vedeva e giudicava le cose con dei criterii tanto bizzarri ed originali!

Aveva delle ingenuità primitive condite di un cinismo selvaggio.

Un giorno condusse Zaverio sul terrazzo che guardava sul golfo.

In mezzo a quella gioconda meraviglia di paesaggio che il raggio del tramonto coloriva di una vaga tinta rosea, loro due erano tristi come se tutto il dolore dell’universo si fosse rifugiato sotto quelle loro fronti pallide.

Passò rasente la riva un canotto che solcava lentamente l’onda placida, unita. V’erano dentro due giovani, due innamorati, forse due sposi. Egli tuffava i remi a intervalli ineguali e ogni volta, rovesciandosi indietro, posava il capo in grembo a lei che stava seduta a prua, e i loro sguardi si incontravano e i loro sorrisi: le labbra sussurravano parole che il fiotto dell’acqua e il tuffo dei remi discretamente coprivano.

— Che cosa dicono? domandò donna Vittoria toccando il braccio a Zaverio e indicandogli il canotto.

Egli non ardì rispondere, la guardò maravigliato; ma ella restò seria, seguì coll’occhio la voluttuosa navicella finchè ebbe svoltato dietro gli aranci del capo.

Il sole scendeva dietro Capri, la notte saliva rapidamente dietro Sant’Elmo.

La baronessa soggiunse:

— Che commedia! A quest’ora sono stufi l’uno dell’altra.

Mezz’ora dopo il canotto ripassò più lento di prima: i due giovani cantavano a mezza voce una cantilena francese: qualche volta la donna sbagliava il verso, l’uomo sbagliava la remata e rideva, ridevano tuttedue e v’era in quel riso una beatitudine infinita: pareva che il cielo e il mare stessero silenziosi ad ascoltarli.

Donna Vittoria si ritrasse bruscamente.

— Ci credete voi alla felicità? disse poi rientrando in sala, io non sono mai stata felice. Perchè, se vi è contentezza al mondo io sola devo esserne priva? Ma non ci credo: non c’è. Ho visto a Tizzano nei giorni di festa dei contadini allegri, erano ubbriachi, l’indomani si curvavano sul solco più gialli e più cupi del solito: ho visto delle nozze cominciate al suono dei pifferi e delle cornamuse continuare al picchio dei pugni: sempre.

Non parlavano mai del marito; Zaverio lo nominava qualche volta — ella mai.

Dal suo canto il barone, per oltre un mese, si tenne in disparte come usava prima e non parve accorgersi delle assiduità del capitano: stava fuori di casa tutta la giornata, non rientrava che la notte tardi.

— Ma una sera capitò improvvisamente ad interrompere una loro conversazione che si era prolungata assai, e con una insolita intimità.

Con una ciera fra l’imbarazzato e il diffidente salutò Zaverio senza guardarlo in faccia, e andò dritto con studiata e sforzata aria di padronanza, a sedersi sul divano accanto alla moglie.

Ella non mostrò sorpresa punta, punta. Continuò tranquillamente il suo discorso. Descriveva le proprie occupazioni di fanciulla a Tizzano, nella casa paterna.

Soltanto aggiunse freddamente:

— Ma il barone qui non mi lascia far nulla.

Egli prese la cosa per il suo buon verso e, rasserenandosi, tutto ringalluzzito:

— Oh, io lo confesso, sclamò, non so come si possa farsi servire da una donna — e non ammetto che la si faccia lavorare — se stesse in me proibirei a tutti i poveri di prender moglie.

— Che ne dite? domandò la baronessa a Zaverio con uno sguardo indefinibile.

Egli non rispose.

Da quella sera in poi Zaverio incontrò quasi sempre il barone: od era già in sala quando egli entrava o veniva poco dopo.

Singolare però: la sua presenza non che aumentare, scemava il riserbo di donna Vittoria. Dava più che mai in istravaganze, ella si faceva col capitano più espansiva, quasi cortese. Gli rivolgeva sempre la parola, lo ascoltava con attenzione e gli rispondeva con premura senza ombra d’ironia.

Ma, a quattr’occhi, tutte queste garbatezze cessavano e tornava il primo rigore, i modi bruschi, i sarcasmi.

Soli, del resto, non restavano più che assai raramente.

Il barone tentò di rinnovare il suo crocchio: ricondusse il cavaliere Russo, don Primicile e l’avvocato Varriale, ma quando essi vennero donna Vittoria non uscì dalle proprie stanze.

Gli invitati compresero il latino e spulezzarono ancora.

Allora il barone si piantò regolarmente in sala per tutto il tempo che durava la visita del capitano.

E donna Vittoria pareva lo facesse apposta; tratteneva Zaverio con ogni sorta di pretesti.

Una sera che la cosa era andata estremamente in lungo, uscito Zaverio, il barone s’arrischiò a dire:

— È noioso quel capitano; non vi pare?

— Chi l’ha condotto qui? rimbeccò aspramente la baronessa.

— Fastidioso e indiscreto.

— Il Duca di Stigliano mi sembra persona ammodo, un cavaliere compitissimo.

— Duca! sclamò con gesto sprezzante il marito — si sa almeno chi sia questo Duca?

— Ah voi date del tu a della gente che non conoscete? e la menate in casa. Io vi assicuro — e me n’intendo — che il duca è un gentiluomo davvero: per caso ce n’è uno fra i vostri amici — per puro caso. Però farete bene a metterlo alla porta. Provate.

E lo lasciò con un riso di scherno.

VI.

Qualche giorno dopo, Zaverio, arrivando al villino, vide sulla porta di strada il calesse della signora. In sala trovò il barone in abito di passeggio che si accomodava la cravatta davanti ad uno dei due grandi specchi, e senza voltarsi, gli disse trionfalmente:

— Caro mio, ti chiediamo perdono, siamo sul punto di fare una giterella piuttosto lunga. Io devo recarmi dietro Capodimonte a visitare certi poderi che comprai e la baronessa ha la bontà di accompagnarmi.

— Ma il duca potrebbe venire con noi, disse la baronessa uscendo frettolosa dalle sue stanze con una sollecitudine che fe’ inarcare le ciglia al marito.

Poi, senza dargli tempo a rispondere, disse a Zaverio:

— Non ricuserete, spero, di farci compagnia; favorite, soggiunse dandogli ad abbottonare il suo guanto.

E mentre il capitano stringeva, guardandolo con timida riverenza, il suo polso rotondo e vigoroso, ella volgendosi al barone:

— Pregatelo dunque voi di venire.

— Certamente, balbettò con una smorfia il barone — se può.... se vuole....

— Volentieri, rispose Zaverio offrendo il braccio alla baronessa, che lo prese e vi si appoggiò per scendere in istrada.

In carrozza il barone dovette per convenienza cedergli il posto d’onore alla sinistra della moglie. Era vivamente contrariato.

Discesero al Leone, percorsero la riviera di Chiaia, Pizzofalcone, Santa Lucia, piazza del Plebiscito, Toledo — sempre in silenzio.

Dei tre, la sola baronessa era all’agio suo, rannicchiata in fondo al mantice, distratta, meditabonda, pareva non accorgersi dei compagni.

I quali, invece, si occupavano molto di lei.

La carrozza andava di carriera: pure la strada sembrò loro interminabile.

Ai piedi della salita incontrarono una lunga fila di carri che scendevano dall’altura e sollevavano un fitto polveraccio.

Donna Vittoria propose di far a piedi la salita attraversando il piccolo square.

Riprese il braccio del capitano e s’avviò innanzi con lui mentre il marito si trattenne a dar gli ordini al cocchiere.

Camminava spedito su pei sentieruoli premendo più dell’usato la breve manina sul suo braccio.

Non parlavano nè l’una, nè l’altro.

La signora lo guardava di traverso con una curiosità sdegnosa: egli non ardiva levarle gli occhi in viso.

Arrivati in cima domandò:

— Aspettiamo il barone?

— Aspettiamolo pure, rispose beffarda la baronessa.

Il barone sopraggiunse trafelato al passo di corsa.

— Per bacco, sclamò sbuffando, come correte!

— Voi avete corso! rispose donna Vittoria.

Poco più in là ella propose un emendamento radicale al programma della passeggiata.

Non era mai stata alla Villa Reale. Mostrò una grande curiosità di visitarla. — Il barone facesse pure il commodo suo, andasse a vedere il fondo — tanto ella non poteva intendersene.

Il marito rimase perplesso; die’ un’occhiata diffidente a Zaverio che non era meno impacciato di lui.

Donna Vittoria, tutta ilare, pareva divertirsi molto del loro imbarazzo.

— Il duca — oramai davanti al marito lo chiamava sempre così, — il duca mi farà da guida e da cicerone.

Il barone cercava un ripiego; andar solo non gli garbava; mosse qualche obbiezione, poi si mostrò disposto a venir anche lui con loro. — Al podere andrebbe dopo.

Ma la baronessa non voleva far troppo tardi.

Quasi quasi il barone voleva rinunziare al proprio progetto: sarebbe tornato un altro giorno....

Ma la signora non lo permise: l’affare premeva. — Dunque? — Dunque andasse....

Poteva resistere il barone? egli non l’osò, temeva il ridicolo. Si rassegnò ad andar solo.

— Non vi fate aspettare, raccomandò la baronessa.

Ed entrò con Zaverio nel parco reale.

Presero il gran viale.

Il custode li lasciò andare soli.

Avevano ammutolito di nuovo: camminavano nella verde e fresca penombra.

— Non dite nulla? domandò finalmente donna Vittoria, vi annoiate di star con me?

— Anzi!

— Anzi? così va bene!

— Sono orgoglioso della prova di fiducia.

Donna Vittoria l’interruppe:

— Non supporrete mica che io abbia bisogno della custodia di mio marito. Sarebbe un custode sì poco sicuro! Confesserete che le riserve non sono venute da lui....

Ella si staccò da Zaverio, si fermò un momento come per aspettare una risposta, poi riprese il suo braccio e fecero qualche altra diecina di passi.

— Quanto tempo è, disse poi, che venite da me?

— Quasi due mesi.

— E in tutto questo tempo voi siete venuto quasi tutti i giorni e vi ho ricevuto da sola, eppure non avete pronunziata una sola parola di quelle che io non soglio permettere. Siete sicuro d’aver detto sempre tutto quanto il vostro pensiero?

— Sono sempre così poco soddisfatto di me, che mi guardo bene dallo scrutare così addentro ai miei pensieri.

— Il contrario di me: io fo tutti i giorni l’esame di coscienza: io, dei miei pensieri sono perfettamente sicura. Se qualcuno credesse cogliermi in fallo si sbaglierebbe.

Rizzò alteramente la persona, poi domandò:

— Dunque perchè siete venuto da me?

— Perchè, mormorò Zaverio, lo sapete; ve l’ho detto la prima volta che mi faceste l’onore di ricevermi. Sentivo di avere con voi dei gran torti, volevo ripararli.

Donna Vittoria rise superbamente.

Zaverio continuò:

— .... poi desideravo riconquistare la vostra stima.

— Non è mica poco.

— Oh lo so!

— E.... credete esserci riuscito?

— Non oso neppure sperarlo. Un momento mi sono lusingato che la lealtà, la franchezza, nel riconoscere i miei torti potessero aver qualche valore. Mi sono ingannato; non bastano — lo so anch’io.

— Duca, voi non siete sincero.

— Lo sono, vi do parola, lo sono.

— Sareste dunque diverso degli altri? mormorò la baronessa, facendosi pensierosa e appoggiandosi con qualche abbandono al braccio di Zaverio.

Dopo una pausa più lunga riprese colla prima amarezza:

— Ci sono delle donne che accettano sul serio le gentilezze di voi altri, le vostre proteste, le vostre dichiarazioni, le belle commedie dei vostri complimenti. — I vostri complimenti! Dio bono, che cosa scipita e comune. Qual’è la donna che non possa averne a sazietà ogni giorno e da chicchessia! Non ho io inteso farne delle dozzine alla moglie del mio tutore? La buona donna non aveva che cinquant’anni. Si scopriva il seno e coloro, giovinotti brillanti, come vagheggiavano quell’.... audace supposizione! Oh, siete molto compiacenti e punto schifiltosi voi! Prodigate la vostra adorazione con mirabile generosità — è vero che non vai nulla!

Per la prima volta il suo sarcasmo lasciava intravvedere una tristezza vera e profonda.

— Ah che delusione! sclamò. E dire che noi fanciulle si trema pensando all’uomo, e ce lo immaginiamo un eroe, un essere più elevato, più fulgido e si arrossisce di non esserne degne, non si ardisce guardargli in viso, e non ci pare mai soverchia l’umile verecondia dinanzi a lui, si cacciano dal cuore tutti gli affetti della terra per farne un cielo per lui.... Eppoi, Dio mio, che fantasie sciupate! Quando quest’essere superiore, che per lunghi anni non vi bada affatto, un bel giorno, vedendovi le gonnella lunghe, si accorge che siete una donna e vi fa l’onore di credervi matura ai suoi desideri; e si degna rivelarvisi — che rivelazione!.... lo sentite meschino, cupido e più ancora, vano; desideroso non tanto di possedervi quanto del vanto di possedervi. Le sue parole sono nobili talvolta, i suoi desideri mai. Egli vi dice le cose più lusinghiere, vi onora delle adulazioni più pompose, e noi si crede al suo rispetto, alla sua riconoscenza, ne pare in buona fede d’essere innalzate sopra un altare e invece lui non vuole che mettervi le mani addosso per trascinarvi.... molto più in giù del fango. — Che grandi e superbe frasi per chiedervi una cosa piccola e laida, quanti complimenti alla donna. — Come abbietti, come infami!

— Mio Dio, che uomini avete conosciuti voi?

— Tutti ad un modo. Vorreste dire che ce ne sono degli altri? ah!

Si raccolse un momento; pareva commossa.

— Perchè non li ho incontrati io se ve ne sono? disse aspramente: perchè quando era ingenua, candida, nessuno si è presentato? perchè sono diventata la baronessa di Ruoppolo?

Avevano fatta una buona metà del viale.

Donna Vittoria volle tornare indietro e prendere una scorciatoia per ritornare alla villa.

Imboccarono uno dei sentieri che s’insinuano lateralmente fra le macchie.

Zaverio era troppo distratto per potersi orizzontare.

Si smarrirono.

La baronessa se la pigliò con lui e lo rimbrottò quasi l’avesse fatto apposta.

Per fortuna si trovavano vicini all’uscita.

Dopo brevi ricerche riuscirono in capo al viale.

La baronessa smise l’idea di visitare il palazzo.

Disse ch’era stanca, che aveva mal di capo, voleva rincasare.

Tornarono alla carrozza che aspettava sullo stradone.

Il barone non s’era visto ancora. Il podere era lontano di là quasi tre quarti d’ora.

— Mi accompagnate? chiese donna Vittoria.

Rifecero di corsa la strada del mattino; i trabalzi della carrozza e il frastuono assordante della città risparmiò loro il bisogno di proseguire la conversazione.

Ciò servì ad entrambi.

Era uno di quei discorsi che, una volta interrotti e sedata la commozione che li ha ispirati, non si trova più il verso di riannodare.

Giunti al villino, il capitano salutò la signora, ma ella lo invitò ad entrare.

— È tardi, disse, bisogna che io vi dia da pranzo.

E non volle sentir scuse. Accortasi che la sua frase era, nei rapporti loro, scortese, si rabbonì, insistè, lo pregò, lo costrinse ad accettare.

Mentre la baronessa si ritirò a cambiar abito, Zaverio aspettò nel salotto.

Appoggiato al davanzale della finestra rimase assorto a guardare fra le stecche della persiana le barche che apparivano e sparivano sopra una breve e scintillante zona di mare, colla avidità attenta del prigioniero — e tanto intensa che non sentì entrare donna Vittoria.

Voltandosi, dopo un gran pezzo, la vide seduta placidamente sul divano. Ella lo guardava e nei suoi occhi luceva una viva soddisfazione.

Era superbamente bella: non vestiva con la minuta eleganza moderna ma con maestà antica e quasi sempre di chiaro.

Zaverio era irrequieto.

— Il barone è tornato? chiese.

— Vi preme saperlo?

E con grande indifferenza donna Vittoria tirò il cordone del campanello.

Venne Concetta e disse che il barone non era rientrato ancora.

— Bene, quando viene, fallo avvertire che lo aspettiamo a pranzo.

— Eccovi soddisfatto, disse poi a Zaverio.

Egli tacque.

— Vi ho compromesso con l’amico vostro, soggiunse donna Vittoria, ve ne rincresce? — Diffatti egli è stato con voi tanto generoso!

— Oh sì....

— Eh lo so, disse la baronessa mozzandogli con un’occhiata tagliente la parola sul labbro.

Poi aggiunse con un sorriso:

— Non si direbbe, eppure mio marito è geloso — è geloso di voi. — D’una gelosia degna di lui s’intende. Naturalmente egli non può stimare alcuno. Per lui io sono un mobile che si mostra con orgoglio e si vuol tenere per sè. Potrei prodigare il mio spirito e il mio cuore a mio talento: egli non ci tiene che al possesso materiale; anzi al vanto di poter dire: questa donna mi appartiene. Per questo egli non può in coscienza lagnarsi. Rassicuratelo pure.

Poi mutò discorso, e tono:

— Perdonate se vi tormento sempre, disse, non sono punto amabile, lo so, sento che non sono donna o forse lo sono troppo, ma non alla maniera della società; non somiglio alle dame che vivono conversando, — cosa dicono? devono avere uno spirito prodigioso. — Io, aggiunse malinconicamente, ero nata per aver un affetto solo e immenso e consacrarmi tutta a quello, se l’avessi incontrato. Vi pare assurdo? è più facile averne molti, ebbene io non lo capisco.

— Nemmeno io.

— Nemmeno voi? domandò vivamente donna Vittoria.

— Anch’io ho sempre desiderato un affetto vero e nello stesso tempo ho sempre avuto paura d’incontrarlo.

— Perchè?

— Perchè sento ch’esso esaurirebbe tutta la mia vita.

— Meno male che finora siete riuscito ad evitarlo.

Poco dopo entrò il barone e si servì il pranzo.

La baronessa prevenne il suo malumore e lo rimproverò del ritardo.

Ell’era gaia, briosa, costrinse il marito e il capitano a parlare insieme; non lasciò languire il discorso un minuto.

A quella donna così ignorante, così imperiosa e, si può ben dire, cattiva, non si poteva resistere: la scherma dell’educazione, della coltura, delle belle maniere era inutile con lei.

Imponeva le sue leggerezze sforzate, in grazia delle qualità che celavano: come un liquore che, infortito, conservasse tutto il suo alcool.

Dopo il caffè il barone uscì un momento ed ella pure.

Zaverio si ripose alla finestra.

Era notte fatta e gli alberi disegnavano sulla ghiaia fina del giardino delle grandi ombre fantastiche.

Anche stavolta donna Vittoria gli arrivò alle spalle inosservata. E gli disse:

— Che incanto! che scena per i colloqui da romanzo! Le foglie che stormiscono, il mare che geme, la luna che splende — e due che si amano!

I suoi occhi scintillavano.

Il barone rientrò: ma la conversazione cadde.

Zaverio si sentiva soggiogato dagli sguardi della baronessa; ed era più che mai a disagio.

Verso le dieci il marito si ritirò ed anche Zaverio.

Sul pianerottolo si trovò al buio. La baronessa s’era dimenticata di avvertire i servi.

Scese a tentoni la scala.

In fondo la porta di strada era chiusa; era accostata invece quella del giardino.

Zaverio rimase un po’ perplesso; il sangue gli montò alla testa.

Uscì in giardino e si nascose nell’ombra di un ciuffo di lilla.

Vide i lumi spegnersi a poco a poco nella casa.

Trascorse un quarto d’ora. Che aspettava?

Finalmente intese il rumore di una pedata leggiera e il fruscio di una veste femminile.

Una figura bianca si appressò pianamente al cespuglio, gli passò davanti e gli fe’ cenno di seguirla.

Le tenne dietro. Ed ella lo ricondusse così nell’atrio; quivi aperse la porta di strada e allora, al raggio della luna che penetrò nell’atrio, Zaverio riconobbe Concetta.

— Buona notte, gli disse, tornate domattina alle dieci.

Egli uscì — ella rinchiuse.

Zaverio se n’andò trasognato. Era un appuntamento o una canzonatura?

Parlava per sè o per incarico?

Gli parve sentire dietro di sè delle risa represse.

VII.

Contuttociò l’indomani mattina, alle dieci in punto, Zaverio arrivò al villino di Ruoppolo — come un buon soldato smanioso di affrontare il pericolo. E spingeva la bravura fino a parere un dappoco.

Concetta gli aperse prima ch’egli tirasse il campanello e lo menò dritto nel salottino della baronessa — che si faceva pettinare.

Donna Vittoria lo ricevette freddamente; lo invitò a sedere e stette silenziosa, ammantata nell’accappatoio, fiera come un’antica matrona.

Concetta terminò di annodare le treccie della signora e poco dopo uscì.

Rimasero soli.

Zaverio domandò:

— Volevate parlarmi?

— No.

Parve a Zaverio di sentir la voce del barone.

S’alzò inquieto; uno strano sospetto lo prese.

— Vi fidate voi della cameriera? disse.

— Sì, rispose donna Vittoria.

E, stringendo alteramente le spalle, soggiunse:

— Del resto non ho nulla da nascondere io — e voi?

— Non vorrei.... — mormorò il capitano a mezza voce.

— Di solito, egli soggiunse, il barone a quest’ora è fuori.

La baronessa fece un gesto d’indifferenza.

Zaverio sedette.

— Voi non mi aspettavate? chiese poi.

— No.

— Ah!

Dopo una pausa, durante la quale il volto della baronessa rimase impenetrabile, bruscamente ella gli domandò:

— Voi siete molto affezionato al barone?

— Ve l’ho detto; egli mi fece un grande servigio.

— Ah già! vi ha imprestato del denaro, suppongo.

— Mi ha salvato la vita e più che la vita, esclamò premuroso il capitano.

— Ah! ah! è una storia interessante? Sarei curiosa, per la novità, di conoscere questa sua azione generosa.

Zaverio disse:

— Una funesta passione pel giuoco fu la rovina di mio padre e della nostra casa: il pover uomo morì desolato di lasciarci nella miseria confessandomi fra i singhiozzi la fatale sua debolezza e scongiurandomi di schivare il suo esempio. — Mia madre, che aveva portato con alta rassegnazione il suo dolore, abbracciandomi nell’angoscia di quel lugubre momento, mi disse: — tu sei oramai il mio solo sostegno, figliolo mio, e conosci la causa delle nostre disgrazie che ti ho sempre celata; per amor di Dio, non te la scordar mai. La povera donna era tormentata sempre dal presentimento di veder rivivere in me l’inclinazione maledetta. E quando le dicevano che io somigliavo a mio padre, ella che pure adorava la memoria di lui, si scolorava in viso e tremava. Non mi perdeva d’occhio un minuto: la mia educazione mirò non tanto ad insegnarmi molte cose quanto a distogliermi da una, da quella. Ebbene quell’unica, verso cui il divieto appuntava continuamente la mia attenzione, mi attirava. L’orrore che mi inspirava si mutava in fascino. Fors’anche avevo nel sangue il mal germe della passione paterna. Certo è che, sempre quando la mia volontà s’addormenta esso si risveglia; — è la risultante di tutte le mie debolezze. Sempre una qualunque disobbedienza, ai consigli materni prima, e poi alla disciplina del reggimento, mi ha spinto sulla soglia di una casa di gioco. Ho passato dell’ore palpitante sull’uscio della bisca. Ed ho lungamente lottato: mi pareva un delitto, poi tutte le volte che ci fui ne uscii con qualche disgrazia, tutte le mie sventure escono di là.

— Anche quella di conoscermi? domandò la baronessa.

Zaverio non avvertì la singolarità della domanda e rispose:

— Sì.

La baronessa rise.

Zaverio s’interruppe:

— Dunque? ella disse con una impazienza che tradiva una certa curiosità.

— Dunque io cedevo alla trista mania, che con ogni sorta di pretesti e di fallaci transazioni mi si imponeva. Tuttavia, per alcuni anni che passai in provincia, il decoro e i doveri del mio grado, la povertà e il rispetto per mia madre me ne preservarono. Ma quando, l’anno passato, venni di guarnigione a Napoli, ricaddi perdutamente sotto il malaugurato predominio. Una sera al Club Sebeto perdetti certi denari che con mille sforzi avevo raggranellati per una spesa urgente chiestami da mia madre. Ero disperato. E, come sempre accade, una ingannevole speranza di ricuperarli mi stimolava a ritentar la fortuna. Corsi in quartiere nel mio ufficio, dove tenevo una somma per le provviste della compagnia: circa tre mila lire. Disgrazia volle che mentre ero colà entrasse il maggiore: non volendo farmi vedere da lui a levar del denaro a quell’ora, presi il portafogli come stava, con tutto il danaro ed uscii. Tornai di corsa al Club: dove continuava ancora la partita che aveva ingoiati i miei poveri risparmi. Con una furia indescrivibile, — non ci vedevo più — ripresi il gioco. Perdei le tre mila lire in poco più di mezz’ora. Avevo per compagno di gioco il barone. Quando il mio ultimo biglietto da cento lire passò dall’altra parte della tavola ed io impietrito lo guardai, certo egli si accorse del mio smarrimento poichè, per darmi un pretesto decente di ritirarmi discretamente, mi disse: — vogliamo smettere? — E s’alzò. Io pure mi scostai dalla tavola, mi buttai sopra un canapè e pensai con terrore che l’indomani avrei dovuto ripresentare la somma perduta. La prevaricazione sarebbe indubbiamente stata scoperta e io sarei disonorato. — E mia madre?... Ero solo; là dentro nessuno badava a me; nessuno mi conosceva, mi aveva menato un giovane, superficiale relazione di caffè, che già era uscito. — In quella il barone mi si accostò e mi disse: — Mi permettete di rimborsarvi il danaro che avete perduto? Se vi bisogna, senza complimenti; io sono ricco; voi mi passerete un’obbligazione e fisserete per la restituzione il termine che vi accomoda. Accettai e....

— Naturalmente la vostra gratitudine non ha limiti, — salvi, aggiunse la baronessa con uno sguardo maligno che fe’ divampare Zaverio, salvi sempre i diritti intangibili della galanteria.

Ella domandò poi:

— Voi avete restituito?

— Sì.

— Così il barone ha comprato, a buon mercato, un amico.... come egli ha sempre comprato tutto.... anche la moglie.

Zaverio non potè trattenere un gesto di stupore.

— Comprenderete che nel turpe contratto non ci fu da parte mia nulla di spontaneo.

Gli raccontò la storia del suo matrimonio.

Un ignobile intrigo.

Morto il vecchio principe di Tizzano, ella che aveva appena diciasette anni era stata posta sotto la tutela di un vecchio parente materno, povero ed avido, che si buttò sulla sua sostanza col fermo proposito di farsene una propria o, almeno, di camparci su il più lungamente possibile. La nascose in un villaggio della Basilicata facendole intorno una custodia tanto rigorosa da sottrarla ad ogni onesto partito; e la cedette poi al barone, cui un vivo desiderio e un passato ben poco onorifico facevano arrendevole alle sue avidità, e che, diffatti, gli pagò il suo consenso con un regalo che equivaleva almeno alla metà della dote.

Il Di Ruoppolo era un fattore, arricchitosi sposando segretamente la ganza del padrone, alla quale questi, stretto dai creditori, aveva fatto una finta cessione, che il Di Ruoppolo si diè cura di tenere per vera. La moglie aveva avuto la discrezione di non fargli attender troppo la vedovanza liberatrice.

Queste cose Vittoria non le seppe che dopo: quando il tutore le aveva presentato il barone, ella, ignara del mondo, senza predilezioni, lo credeva un gentiluomo; ed era poi tanto aduggita della casa dove viveva, che il solo levarla di là era già per lei un beneficio.

— Così, ella sclamò con una collera che cinque anni di sofferenze non avevano potuto minimamente attutire, così fui consegnata dal venditore al mio compratore e un baro acquistò il diritto esoso di infliggermi per tutta la vita il suo nome e la sua vergogna.

Le illusioni della sua ignoranza non durarono a lungo; ella non tardò a riconoscere il pantano in cui era scivolata. Ella innocente, pura, due giorni dopo le nozze, ancora tutta sgomenta dei diritti di famigliarità che le usanze e la legge danno, col titolo di sposo, all’uomo ignoto — ebbe la vergogna di sentire quell’uomo rallegrare un crocchio di amici ubbriachi col racconto di ciò ch’ella non avrebbe voluto confessare neppure a sè stessa.

— Io presentii fin d’allora che quell’uomo dalle bassezze senza limiti mi avrebbe esposta. E ciò è avvenuto.

Donna Vittoria si rizzò coi pugni chiusi dinanzi a Zaverio.

— E voi siete qui ed io racconto a voi queste cose, a voi suo amico, suo complice! Voi troverete certo tutto ciò naturalissimo.

— Oh no, sclamò il capitano, voi sapete che non è vero.

— Ma lo tollerate.... e s’egli entrasse ora gli stringereste la mano.

Zaverio la guardò stupefatto.

Ella dovette leggere nel suo pensiero.

— Ah! perchè lo tollero io? volete dire. Non lo tollero, lo sopporto; posso fare altrimenti? C’era forse un mezzo per evitarlo? Una separazione? Ma dove sono i motivi, dove sono le prove? Dovevo io rivelare la mia onta ad un giudice, ad un uomo che mi avrebbe forse respinta, certo derisa? Eppoi, la separazione legale cos’è? so che è venuta di moda e che molte donne ne profittano — a me mi ripugna: dei due coniugi separati chi scapita sempre è la donna. Una donna separata dal marito è condannata a portarne il nome odioso ed è per dippiù disonorata. Il mondo che mi rispetta ora che porto un nome abbietto continuerebbe a chiamarmi con quello e non mi perdonerebbe l’orgoglio di voler riprendere il mio illustre e senza macchia.

— È vero! disse tristamente Zaverio.

— Ma voi — non sapete consigliarmi nulla?

— Io?... no....

— Ecco come sono questi uomini, disse amaramente la baronessa, pronti ad adorarvi in ginocchio, a dare, a parole, tutto il loro sangue per voi — ma metteteli al punto di mantenere le loro promesse, fate appello al loro aiuto, vi rispondono: — io?... no.

— Baronessa, disse dimessamente ma fermo il capitano, io non vi ho promesso nulla.

— Sta bene, mormorò fra i denti la baronessa.

Poi, con uno di quei suoi repentini mutamenti si rasserenò e, alla fine la sua conversazione diventò tanto tranquilla e sensata quanto era stata in principio penosa e violenta.

VIII.

Per parecchi giorni, il capitano non venne, trattenuto dal servizio. Dopo, alla prima visita, Donna Vittoria lo accolse con singolare cortesia. Gli venne incontro premurosa contro il suo solito, gli stese la mano e la lasciò fra le sue qualche minuto. Nel suo sguardo brillava una visibile contentezza.

Lo rimproverò dolcemente della sua assenza.

— Perchè mi abbandonate? gli chiese, voi siete l’unico amico che io mi abbia e nel quale io possa confidarmi.

Ma non gli parlò di sè, anzi evitò con cura i discorsi delle altre volte.

Solo vi fe’ indirettamente allusione per iscusarsene.

— Me ne accorgo anch’io, sono monotona, lugubre, e voi non avete torto di spendere il vostro tempo in modo più gradevole.

V’era nelle sue parole un accento di sincerità che scosse Zaverio.

Però non era modestia.

Ella non apprezzava punto le finezze e le dolcezze piccanti della conversazione. Ripugnava al suo ingenuo e incolto positivismo questa delicata e vana ginnastica di parole. Per lei il discorrere era aver qualcosa da dire, da confidare — almeno da raccontare. Tirava diritto all’argomento sempre. Se si accorgeva d’essersi inoltrata in un terreno scabroso, se si trovava di fronte al pericolo di commettere un’imprudenza, invece di girare le difficoltà si fermava immantinenti e taceva. E il suo silenzio pieno di pensiero, era singolarmente eloquente: una tristezza profonda velava il suo volto scultoreo, e gli dava espressione.

— Quest’ozio vergognoso mi pesa. Volete credere? Questa casa dove tutto si amministra a mia insaputa, dove non ho nulla da fare nè da pensare, mi ha l’aria di un albergo. Oh! io era nata per la vita di famiglia, sclamò dolorosamente e, vedete, fui condannata alla solitudine. Della mia famiglia non conobbi che due moribondi, mio padre e mia madre, e non avrò mai figliuoli. Però meglio così.

Le sue stravaganze lasciavano più che mai trasparire la vera sua indole, il suo carattere fiero e ostinato — ma in fondo buono ed amorevole; le traccie di una primitiva rettitudine, di una coscienza disorientata, di un sentimento nobilmente altero, che l’odio aveva avvelenato, non inaridito.

Certe volte si commoveva, s’impietosiva per le cose più comuni, per le più piccole disgrazie: certe altre mostrava una durezza, tanto grande che non poteva essere naturale.

I suoi due servi Gabriele e Concetta l’adoravano.

C’era in lei un tesoro d’affetto ch’ella non aveva potuto collocare degnamente e che ella sembrava nascondere persino a sè stessa. Si sarebbe detto che si vergognava di essere buona. Qualche malefico proposito vegliava sopra i moti del suo cuore per reprimerli. — Una tirannia implacabile che tuttavia si addormentava qualche momento — e allora il solito sussiego svaniva e appariva l’anima oppressa, non soggiogata. Lampi rari e fugaci ma luminosi che rivelavano la virtuale potenza delle passioni buone in lei che non ne aveva mai provata alcuna.

Davvero, non ostante il suo scetticismo ombroso e permaloso, ella aveva un’illibata verginità di cuore.

Una donna che non ha mai amato, un fiore non sbocciato, luce misteriosa dell’alba, purezza inesplicabile, fascino irresistibile!

Al quale Zaverio cedeva inconsciamente — e tremando; perchè una fatalità crudele, senza riparo, gettava sopra le gioie, che il desiderio gli rivelava sommessamente, l’ombra bieca di una catastrofe inevitabile.

I tristi ricordi delle sue sventure soggiogavano il suo spirito a una superstiziosa idiosincrasia, a un lugubre fatalismo. Spesso una disgrazia che si teme è una disgrazia cui si va incontro: i casi esteriori si modellano spesso sopra i presentimenti.

In quei giorni donna Vittoria fu eccezionalmente cortese con lui; gli mostrava maggiore famigliarità e i loro discorsi piegavano spesso a una vaga e dolce malinconia; ma, ad un tratto un pensiero sinistro sorgeva, inesplicabilmente, fra loro; e i loro sguardi si sfuggivano e sembravano entrambi impauriti di trovarsi insieme — inconsolabili di essersi trovati troppo tardi o troppo presto.

Uno sgomento, un terrore vago tormentava Zaverio quando non era con la baronessa: l’immagine di lei, ingrandita e crucciosa, lo perseguitava — bella ma terribile, e gli dava la notte degli incubi strani, delle visioni paurose.

Intanto la tristezza che dalla sua malattia in poi non l’aveva più abbandonato si faceva più cupa, e sua madre, che lo amava teneramente, come le donne amano i figli dell’uomo che le ha rese infelici, s’era accorta di qualcosa.

Ella lo aspettava di nascosto tutte le sere e lo spiava attenta; spesso, di notte se lo sentiva agitarsi e parlare nel sonno, balzava dal letto e veniva pronta, in punta di piedi, ad origliare all’uscio della sua camera.

Ella aveva perciò scoperto, a un dipresso, il suo segreto.

Una mattina Zaverio, ch’era rientrato tardi e più oppresso del solito, fu sorpreso di vederla, svegliandosi, seduta al capezzale.

La povera donna aveva passato la notte al suo fianco; egli aveva avuto la febbre e si sentiva debolissimo.

— Povero figliolo mio, ella gli disse ninnandolo sul guanciale come un bambino, tu vuoi bene a qualche donna cattiva che ti tormenta e che ti fa impazzire.

Queste parole rimescolarono il sangue a Zaverio che non ebbe cuore di negare.

Oramai egli non poteva vivere senza andare ogni giorno al villino di Mergellino e senza vedere quella donna. Lontano da lei egli dimenticava tutto il mondo e vicino a lei dimenticava anche sè stesso.

Non l’amava: le apparteneva.

Egli faceva in tutto la sua volontà e questa volontà egli non la discuteva — non la conosceva. Qual era l’intento di colei? schernirlo, tormentarlo soltanto? innamorarlo per respingerlo senza speranza? perchè ella non gli permetteva la più leggera dimestichezza? Eppure passavano delle lunghe ore insieme da soli.

Il marito si era di nuovo ecclissato. La baronessa non gliene parlava più e Zaverio era quasi riuscito a dimenticarlo.

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