Front matter (continued 2)
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Eppoi il sentimento di gratitudine si attutiva, si irruginiva sotto l’azione di un sentimento più possente.
Non aveva forse ragione donna Vittoria? Egli non toglieva nulla a quell’uomo volgare e materialone.
Un giorno intese replicati colpi di pistola e chiese che cos’era.
— È il barone che si esercita al bersaglio nella serra, rispose la baronessa guardandolo fiso. Perchè poi? soggiunse alzando le spalle. Vi sembra possibile che un uomo come quello si batta? Se mi dicessero che egli ha assassinato, lo troverei più credibile.
Quella libertà, grave di pericoli e di minaccie, simile alla calma prima del temporale, creava intorno a Zaverio un ambiente irritante.
Se il barone fosse rimasto tranquillamente, dissimulando la diffidenza, a far da terzo nei loro colloqui, la sua presenza avrebbe mantenuto la conversazione sul terreno delle piccole realtà, delle ciarle senza conseguenza. Le volgarità del marito, avrebbero, alla lunga, nociuto nel concetto di Zaverio anche alla moglie. Se invece egli si fosse ecclissato interamente, questa sua fiducia dignitosa e generosa avrebbe tenuto in rispetto Zaverio che già gli era obbligato. Ma il marito aveva scelto di tutti i partiti il peggiore e il più odioso: quello di far sentire, di minacciare tacitamente la propria gelosia senza imporla. Si era nascosto quanto occorreva per lasciar libero il campo alla sua accusatrice implacabile, non abbastanza per affermare la propria autorità sopra di lei. La sua assenza tradiva una vigilanza meschina, sospettosa. A poco a poco Zaverio si avvezzò a considerarlo nei giudizi e coi criteri di donna Vittoria, a partecipare un poco al suo disprezzo: quell’uomo che davanti alla sua donna non era buono di tener alta le fronte e che la insidiava di soppiatto — che se n’era impadronito di sorpresa e la padroneggiava ora nell’ombra — gli diveniva increscioso — la sua custodia gli sembrava una bassa tirannia. Certi momenti sentiva un vivo prurito di andar dritto da lui a provocare il suo risentimento, a gettargli in viso il proprio; certi altri la dolorosa passione di quella donna lo indegnava e la pietà prendeva in lui una violenza così simile a quella dell’amore che avrebbe voluto, a costo della vita, strapparla a quel giogo indegno di lei e portarla lontano — in luogo dove potesse essere donna e madonna.
Vittoria aveva da giovinetta sfogliato alcuni vecchi poemi e rammentava volentieri le storie di donne prigioniere dei mostri nelle quali trovava analogia con la propria.
Un giorno accadde a Zaverio di sclamare:
— Ma quegli eroi là erano ben fortunati al nostro confronto: era possibile allora essere un eroe.
— Perchè?
— Perchè bastava uccidere il mostro, mentre adesso....
Donna Vittoria lo guardava con grande attenzione.
— Mentre adesso?
— Adesso il mostro è intangibile, un articolo del codice....
Discendendo dalla mitologia nel reale parlavano poi del divorzio.
Donna Vittoria s’interessava moltissimo all’argomento: ella patrocinava, col calore delle donne offese dal matrimonio, questa liberazione legale.
— Ma se una donna, chiese, andasse nei paesi dove il divorzio è permesso, potrebbe approfittarne?
Zaverio aveva, per curiosità, consultato un avvocato.
— No pur troppo, rispose.
— Perchè?
— La legge d’origine la seguirebbe pertutto.
— Ah! è un’infamia! — sclamò la baronessa, — gli uomini hanno fatto la legge per loro.
— Ebbene, aggiunse dopo un po’ con una serietà che scosse Zaverio, essi hanno giustificato la disperazione, non hanno lasciato altra uscita che il delitto. Essi sono responsabili se alcuna è costretta a servirsene. No?
Zaverio non prese alla lettera la domanda.
— Certo che non si può dar colpa alla donna che, trovando troppo grave la catena, vi si sottrae... se, spinta dal naturale suo diritto, sfugge alla legge...
— Come?
— Trasgredendola, sagrificandola agli impulsi del suo cuore.
Donna Vittoria s’era appressata.
Zaverio soggiunse con voce malferma:
— Essa può dimenticare nella sua rivolta il divieto del codice e chi gliel’ha imposto.
— No, disse la baronessa tentennando il capo, sarebbe sempre una vigliaccheria. Eppoi bisognerebbe ancora fidarsi di un uomo.
— Oh gli uomini sono più costanti di quel che si crede... Io vi assicuro... per me il consacrare la vita a una donna che mi avesse tutto sagrificato mi sembrerebbe poco.
Il discorso aveva recato fra loro una certa intimità. Zaverio teneva, per distrazione, la propria mano sopra quella di lei.
Ad un tratto essa la ritrasse e disse senza asprezza:
— Difatti non potreste mai restituirle il rispetto di sè stessa.
IX.
I rabbuffi di donna Vittoria s’erano fatti più radi: ella si abbandonava con maggiore confidenza alla conversazione; trattava Zaverio amichevolmente e il suo linguaggio non rifuggiva da quelle vivacità che hanno un’intonazione molto simile alla tenerezza.
Il suo contegno era sempre irreprensibile, severo: ella non era disposta ad accordar delle licenze — e tanto meno a tollerarne. Ma la sua fierezza aveva delle distrazioni, commetteva delle inavvertenze.
Come tutte le donne veramente caste non sentiva la necessità di vegliare su sè stessa e di prevenire le tentazioni che la sua bellezza doveva suscitare. Certo ella non era complice della imprudenza con cui il suo piedino irrequieto spuntando improvviso rialzava le gonne e scopriva una caviglia perfetta — e neppure della fedeltà con cui la sua veste disegnava le forme elette della sua persona.
Ma a Zaverio ne fremevano i polsi.
Ed ella, che con uno sguardo sapeva reprimere la sua adorazione, non si curava di evitarla; soltanto gli faceva morire sul labbro le parole che gli traeva dal fondo del cuore.
Tutta la sua persona comandava l’amore: il suo cipiglio lo vietava.
Ma un dì che Zaverio s’era trattenuto un po’ tardi e la baronessa s’era dimenticata di domandare il lume, — il silenzio che durava da un pezzo lasciando libero il freno alle provocazioni della fantasia, l’aria tepida e profumata, l’aspetto di quella bella donna, di cui il barlume del crepuscolo carezzava misteriosamente il viso bianco — l’intimità di quell’ora e di quell’abbandono fecero girar vertiginosamente la testa al giovane che, spinto da passione violenta, le prese ad un tratto la mano e la coperse di baci.
La baronessa balzò in piedi fieramente corrucciata.
— Ah dimenticavo, disse con voce tremante dalla collera, che voi siete incapaci di aver amicizia per una donna. Peggio per voi che me ne avvertite.
Zaverio intimidito, mortificato, balbettò qualche parola e si scostò.
Seguì un lungo e molesto silenzio.
La baronessa non chiamò neppure allora la cameriera. Si ritrasse lentamente nel vano della finestra e voltò le spalle in fuori.
Zaverio provava un gran bisogno di dir qualcosa pur di parlare. Egli disse poi:
— Era meglio che non fossi mai venuto. Ve l’ho detto la prima volta che voi mi riceveste, di mandarmi via. Perchè non l’avete fatto?
Egli non poteva scorgere il viso della baronessa che rimaneva nell’ombra.
Ripetè:
— Perchè non l’avete fatto?
— Ah, rispose cupamente donna Vittoria, ve lo dirò un dì o l’altro.
Ella soggiunse con accento di dolore:
— Peggio, peggio per voi... Voi volevate meritare la mia stima!...
Zaverio ammutolì: preferiva la sua collera. Egli rimase là inchiodato nel suo angolo, col capo fra le mani.
Finalmente fe’ uno sforzo, s’alzò e s’inchinò profondamente.
La baronessa riavendosi da una penosa meditazione disse, come le altre sere:
— Arrivederci.
Zaverio fe’ naturalmente i più solenni propositi di non tornar più al villino: ma ci venne l’indomani stesso.... e ricadde negli eccessi della vigilia.
Ella forse lo presentiva e stava in guardia. Lo salutò freddamente senza porgergli la mano. E non sedette.
Ma questo suo contegno provocò più violenta la tempesta:
— Voi mi avete permesso di tornare, mormorò Zaverio.
— Sì, capitano, rispose alteramente donna Vittoria, era necessario che vi persuadeste della inutile sconvenienza di certe scene, che forse sono per voi un sistema calcolato d’insidie... ma che appena meritano la mia pietà.
— Donna Vittoria, se la vostra pietà è questa, vi prego di essere con me crudele.
— Non potrete oramai vantarvi d’aver turbata la serenità del mio spirito. Non so quali pazze speranze abbiate concepito, nè voglio conoscerle: certe offese non esistono se non quando si raccolgono. Voi non siete del resto peggiore degli altri e non è colpa tutta vostra se non potete capire da voi certe finezze che forse non siete avvezzo a trovare troppo spesso nel mondo da voi frequentato. Io però debbo assicurarvi che una Tizzano non si piegherà mai, qualunque sia la violenza delle circostanze e per quanto scabrosa sia la posizione in cui il destino l’ha messa. — Una donna per rispetto a sè, non si sottrae agli obblighi che s’è assunti, neanche se il suo assenso le fu carpito colla frode: — o li adempie o li spezza...
Zaverio si alzò agitatissimo.
Ma la baronessa lo costrinse con un cenno a sedere.
— Ascoltatemi, disse, spero riconoscerete che io non vi ho dato alcun diritto — l’errore è tutto vostro.
— Vi scongiuro, donna Vittoria, poichè io non ho forza di andarmene da me, cacciatemi.
— Perchè? la vostra presenza non è punto un pericolo.
— Ma io soffro, impazzisco... io vi amo.
E chinò il capo aspettando che lo sdegno provocato scoppiasse.
Niente.
Donna Vittoria disse soltanto:
— Andate dunque, chi vi trattiene?... siete libero.
Un triste sorriso le errava sul labbro.
Zaverio ebbe un lampo di speranza.
— Non posso, sclamò, lo sapete bene... non posso!
— Ah se il barone, l’amico vostro vi sentisse!
— Per carità non me ne parlate.
— Il solo suo nome vi ributta — e me! non debbo io sopportar la sua presenza, vivere sotto lo stesso tetto con quell’uomo che ha scroccata la mia gioventù, s’è impadronito della mia vita, ha ucciso il mio cuore — mi ha rubato per sempre la libertà di pensare, di amare!...
Il suo viso sfavillava di un odio ineffabile, il suo sguardo abbacinava quello di Zaverio.
S’interruppe: aspettava forse una risposta.
— Capite? riprese dopo un po’, voi mi parlate di tormenti; ne avete che valgano i miei?
Zaverio la guardava sbalordito.
— Avete ragione, disse.
— Ah grazie! ho ragione; lo so io! voi vi degnate di riconoscerlo? quanta generosità. E per conforto mi offrite il vostro amore!
Gli si avvicinò e disse con un singolare tono di voce.
— Bisognerebbe, perchè almeno valesse qualcosa, che potesse cancellare il nome che porto.
— Ohimè, pur troppo questo è impossibile.
Donna Vittoria rise amaramente.
— È impossibile, vedete?
Tacquero: il coraggio, l’impeto di Zaverio erano svaniti ad un tratto: gli avvinghiava il cuore uno strano malessere.
Sua madre, quando egli tornò a casa, si avvide, dal suo pallore, che qualcosa di penoso gli era accaduto. La poveretta non aveva più pace. Essa studiava dì e notte il modo di strappare il figliuolo a quel tormento che glielo consumava.
Da qualche mese egli le aveva promesso di accompagnarla a Reggio, suo paese, e differiva sempre la partenza.
Quella sera tornò a rammentargli il progetto ed ebbe la consolazione di trovarlo insperatamente arrendevole.
Quand’ella gli fe’ osservare che anche lui aveva bisogno di svago, rispose:
— È vero, è vero.
E senza farsi pregare, le assicurò che avrebbe affrettato il viaggio divisato.
X.
Una di quelle sere, tardi, verso le due dopo la mezzanotte, il barone entrò improvvisamente nella camera della moglie.
Donna Vittoria era ancora alzata. Avvolta in un ampio accappatoio di mussola, stava davanti alla finestra col gomito appoggiato al davanzale e guardava fuori e fantasticava.
Non mostrò sorpresa dell’atto insolito del marito, non si voltò neppure.
Egli si fermò sulla soglia. Si guardava intorno come cercasse o temesse di trovare qualcun altro.
Fe’ poi qualche passo innanzi; balenava un poco, era visibilmente inquieto. Si lisciava con mano febbrile le rade basette rossiccie.
— Non è venuto.... il capitano? domandò.
— Probabilmente sì, rispose fredda la baronessa.
Il marito guardava con diffidenza una poltrona messa là di contro a quella della moglie.
— Ed è.... uscito?
— Pare, ammenochè non sia qui nascosto.
E questa volta ella gli volse di sbieco uno sguardo provocante.
Il barone stornò il viso. Si avvicinò e sedette nella poltrona vuota, ma si levò subito come se ne sentisse scottato.
Misurò la stanza a gran passi.
— Capirete, riprese con isforzo, se ve lo chieggo gli è che ci ho le mie ragioni.
— Perchè non interrogate i miei servi? Non è questo il vostro costume? È cosa ugualmente ignobile, ma meno imprudente.
— Vi prego, moglie mia....
Un gesto sdegnoso di lei gli mozzò la parola sul labbro.
— Vi prego, baronessa, di rammentarvi, per un momento, chi sono....
— Credete che ciò vi giovi?
— Vi prego di riflettere che chi ha il diritto adesso di alzare la voce non siete voi....
— Siete voi?...
— Non posso permettere che tutto il mondo entri qua dentro....
— Uscitene dunque....
— Voi sapete ch’io mi sforzo di essere tollerante — sono uomo di mondo.
La baronessa fe’ un riso sibilante. — Il barone continuò:
— Voglio essere indulgente e....
— Abbietto!
— Voglio essere indulgente, sta bene; ma citrullo, no.... vi avverto di non fidarvi troppo della mia pazienza.
— Oh io son certa che è senza limiti.
— Non ve ne fidate.... e sopratutto sarà bene che smettiate di ridermi in viso a quel modo.... perchè!...
Donna Vittoria si levò d’un balzo, chiuse la finestra e venne a piantarsegli in faccia.
— Perchè? disse imperiosa.
Il barone rimase sconcertato.
— Il capitano era qui! diss’egli.
— Egli vi dà fastidio? un uomo che non sia proprio un lazzero ed abbia le buone ragioni che voi dite, non si contenta di sbravazzare con una donna; corre dall’uomo da cui si crede offeso e.... lo affronta e si vendica....
— Io lo farò.
La baronessa rise forte.
— Io lo ucciderò, colui, disse cupamente il marito.
— Sarei curiosa di sapere come ve la prenderete....
— Voi lo vedrete.
— Ah io non so se voi ardirete solo dirglielo in faccia. Bisogna che siate persuaso ch’egli non vi senta. Forse il vostro furore si quieterebbe se temeste vi sentisse.... se fosse lì dietro....
Ed indicò l’uscio dello spogliatoio.
— Egli è là, disse il barone a denti stretti, egli è là.
Donna Vittoria strinse le spalle.
— Perchè? non gliene avete voi dato il diritto?.... l’avete condotto voi!
— Ora lo sapremo.
Il barone esasperato s’avanzò verso lo spogliatoio.... e poi fermandosi si pose una mano sulla fronte.
— Voi non entrerete, disse la baronessa.
— Chi me lo impedirà?
— La prudenza, — perchè, aggiunse donna Vittoria ridendo a quel suo modo sprezzante, egli è un gentiluomo davvero e potrebbe castigarvi della vostra petulanza.
Il barone infuriato entrò nello stanzino: non c’era nessuno.
Tutto confuso, stava per tornare indietro quando notò che la porta della scaletta era aperta e corse da quella parte. Sul pianerottolo sostò un minuto.
Poi discese precipitosamente mentre la baronessa gli ripeteva:
— Guardatevi...
Entrò nel camerino del bagno; nessuno neppur là; ma anche la porta del giardino era socchiusa.
Risalì nella camera della moglie.
— Qualcuno è uscito di là, le disse.
— Non gliene avete voi insegnato il modo? rispose la baronessa.
Egli comprese allora quanto ridicolo egli fosse in quel mentre, non aggiunse parola ed uscì.
XI.
Zaverio fu di parola: chiese un congedo di due mesi e, mentre aspettava la decisione dei superiori, si astenne dal tornare in casa di Ruoppolo.
Ma, ottenuto il congedo e fissato colla madre il giorno della partenza, parendogli d’essersi irrevocabilmente impegnato e premunito contro ogni possibile pentimento, corse da donna Vittoria.
La trovò in giardino.
Era pallidissima e parve turbata dal rivederlo.
— Che vi è accaduto? gli domandò quasi con premura.
— Sono stato malato.
Era vero: egli aveva avuto la febbre tutti quei giorni.
— Voi partite?
— Chi ve lo disse?
— Lo so.
— Vi rincresce? domandò Zaverio con ansietà grandissima.
Ella non rispose; stornò il viso.
A Zaverio il cuore batteva con tanta violenza che gli toglieva il respiro. Egli dimenticò d’un tratto tutti i suoi propositi, spezzò tutti i ritegni; una speranza gli accendeva il sangue.
— Ditemi di rimanere — io rimango.
La baronessa stette immobile e, con un filo di voce, però con fermezza disse:
— Rimanete.
— Ah! sclamò con impeto Zaverio, voi mi amate!
Donna Vittoria si voltò e rispose ferma:
— No.
Il giovane piegò come gli avessero data una mazzata sulla testa.
Poi l’orgoglio stimolò il suo amore alla ribellione.
Egli afferrò la mano della baronessa e stringendola forte, disse:
— Dunque?
Era la prima volta che manifestava un volere innanzi a lei.
Ma bastò uno sguardo di donna Vittoria per fiaccare il suo coraggio.
— No?... perchè, egli aggiunse supplichevole, perchè mi tormentate?
— Ah perchè? sclamò la baronessa inarcando le labbra a un sinistro sorriso, voi non avete punta memoria. Perchè vi siete voi intromesso nella mia vita? È mia colpa se quando vi vedo, il sangue mi si rimescola dallo sdegno?
— Perchè mi trattenete dunque? Io non mi sarei mai appressato a voi se voi non l’aveste voluto.
Donna Vittoria tacque ma il suo volto prese una fiera espressione di minaccia.
— Sentite, disse poi Zaverio, la mia colpa è grande, ammetto. Ma per quanto grande ella sia voi mi avete duramente punito. Oh, credetelo, le mie sofferenze valgono oramai le vostre. Ebbene mi sono lagnato mai? Potevo essere più sincero, più sommesso? non vi ho consacrata tutta la devozione di cui uomo sia capace?
La collera di lei si riaccese.
— La vostra devozione! ma che volete che io ne faccia? La vostra devozione! può forse liberarmi dal purgatorio in cui vivo, dalla vergogna del nome che porto?
Questa volta fu lei che prese la mano di Zaverio e scotendola vivamente aggiunse a denti stretti:
— Se potesse far questo miracolo io la ricambierei con tutta la mia riconoscenza.
E lo fissava cupidamente e aspettava ansiosa la sua risposta.
— Ah! sclamò Zaverio, se voi mi voleste il bene che io vi voglio!...
— Ebbene?
— Noi andremmo tanto lontano dove la vostra vita presente non potrebbe raggiungervi.
— Oh, disse la baronessa, respingendo con sprezzo la sua mano, caro duca, bisognerebbe volervi bene davvero... e molto!
Poi si alzò e si ritrasse in casa.
L’indomani il barone venne dalla moglie e le porse un biglietto di Zaverio, che gli annunziava la sua partenza per Reggio, senza dir l’ora. Il biglietto recava la data della sera prima.
Lo sapevate? le domandò.
— Sì, disse la baronessa conservando una gran calma.
— Ed è partito?
— Credo.
— E perchè se n’è andato? aggiunse per una delle solite sciocche curiosità dei gelosi.
— Il povero duca si è stancato di aspettare le vostre vendette.
Lo sforzo che in quell’ora fece donna Vittoria per contenersi fu veramente straordinario. Appena rimase sola diè in ismanie da non dirsi. Poi chiamò l’un dopo l’altro, Concetta e Gabriele, i ministri passivi della sua volontà e diè loro alcuni ordini.
XII.
Zaverio aveva anticipata di due giorni la propria partenza. L’ultimo colloquio colla baronessa l’aveva persuaso dell’urgenza di sottrarsi a una passione per cui provava una ripugnanza di poco inferiore all’attrattiva.
Perciò aveva pregato sua madre — la quale figurarsi se accondiscese — di trovarsi pronta per la sera seguente.
Il battello partiva alle dieci e intanto, per togliersi, nella giornata che gli restava, ogni possibilità di tornare al villino di Ruoppolo, aveva scritto quel biglietto al barone.
La giornata gli parve interminabile. Non uscì di casa; ma era sulle spine, aveva la febbre. La madre se ne accorse ma non gli disse nulla. Comprese lo sforzo ch’egli faceva, rispettò il suo dolore — solo cercò di confortarlo raddoppiando le sollecitudini e le tenerezze.
Finalmente la sera s’appressava.
Zaverio s’affacciò alla finestra, volse uno sguardo al piano liscio del golfo che fra poco egli avrebbe solcato, poi un altro più lungo e più penoso al villino di Ruoppolo che spiccava bianco fra gli alberi e mormorò:
— È finito.
E questa parola di rassegnazione suscitò tutta la sua passione, più formidabile, più irresistibile che mai.
Egli rinnegò, maledisse i suoi propositi!
Lo riscosse dal tormentoso soliloquio il passo di qualcuno che entrava.
L’ordinanza veniva a dirgli che un uomo da basso chiedeva dì lui.
— Sai che non ricevo nessuno, rispose bruscamente.
Il soldato uscì.
Dopo mezz’ora egli lo richiamò e chiese chi fosse quell’uomo.
— Un barcaiolo, mi pare, il quale disse aver cose di premura da riferirvi.
— L’hai rimandato?
— Sì, capitano, ma egli non vuole andarsene.
— Dov’è?
— Sulla porta di strada.
Zaverio discese.
Diffatti l’uomo era là ancora.
Appena lo vide, si avvicinò e gli disse sottovoce:
— Eccellenza, la principessa vi vuole.
Riconobbe Gabriele il giardiniere. Egli dava sempre alla padrona il titolo paterno anche dopo il matrimonio.
— Perchè? domandò Zaverio, le accade qualche disgrazia?
— Forse.
— Cos’è stato?
— Non so, ella ha bisogno di voi. Venite?
Il capitano rimase un po’ perplesso.
Quell’uomo aggiunse con una impazienza, singolare per uno della sua condizione:
— È necessario che io vi conduca da lei.
Parlava come uno che ha un mandato preciso e che è ben fermo di eseguirlo. Un soldato che osserva la consegna non è più risoluto. Zaverio non badò a quella stranezza.
— Vengo, disse, aspetta.
Rientrò in casa per avvertir la madre; sulla scala trovò l’ordinanza, e pensò essere più spiccio, incaricarlo lui dell’ambasciata.
— Di’ alla signora ch’io esco di casa e che fra due ore al più sarò tornato.
E tornò fuori frettoloso, tremando di essere richiamato.
— Andiamo, andiamo, disse a Gabriele.
Più in là, alla cantonata, vide che invece di scendere verso Chiaia, prendeva la strada della città. Lo fermò.
— Dove vai?
— Bisogna che andiamo al villino per mare, disse il giardiniere, voltandosi di malagrazia.
— Sta bene, disse Zaverio.
E, senz’altre obbiezioni, lo seguì per chiassoli e vicoletti e gradinate in piazza del Plebiscito.
Passarono davanti al caffè d’Europa.
C’era il barone, al solito suo posto accanto alla porta verso Toledo, dove tutte le sere, prima di recarsi al Club, passava un’ora o due a leggere i giornali.
Gabriele attraversò la piazza, discese verso la marina.
Allo svolto del Nettuno, Zaverio lo fermò di nuovo.
— È donna Vittoria, gli chiese, che ti manda?
— E chi potrebbe essere? rispose il siciliano, e il suo cipiglio espressivo respingeva sdegnosamente come un’ingiuria la supposizione ch’egli potesse servire altri.
Discesero a Santa Lucia sul molo del piccolo porto: quivi Gabriele invitò il capitano ad attenderlo e scomparve in mezzo ai banchi dei pizzaioli e dei venditori d’asprinia.
Potevano essere sei ore o poco più, ma già annottava — era il mese di febbraio, — le ombre di Capri e di Ischia si allungavano, si spingevano innanzi rapidamente verso la riva: il golfo perdeva ad uno ad uno i toni del suo iride prodigioso, e sbiadiva nel chiaro-scuro uniforme.
Sul molo la folla diradava.
Gabriele stette assente un quarto d’ora e forse più.
Zaverio già s’impazientiva e combatteva contro la tentazione d’andarsene. Quella donna che egli desiderava poco prima con tanto ardore, ora temeva di rivederla.
Ma, finalmente, il servo tornò.
Gli fe’ segno di seguirlo e lo condusse nell’angolo deserto di una delle cale dove teneva legato un piccolo canotto.
Ve lo fe’ scendere, impugnò i remi e vogò di lena.
Il canotto guizzò rapido sull’onda e prese il largo.
Era notte chiusa oramai; tirava un forte ponente, il cielo pareva di cristallo e il mare liscio di acciaio forbito.
Zaverio non aveva mantello, rabbrividiva dal freddo. Si sentiva a disagio; si volgeva inquieto ora alla città che si allontanava, ora alla costa silenziosa e buia di Mergellina cui erano diretti; e sempre, incontrava involontariamente lo sguardo di Gabriele; uno sguardo acuto, vigilante, diffidente, ostile che qualche volta gli spingeva suo malgrado la mano all’elsa della sciabola.
Approdarono al giardino di Ruoppolo.
Gabriele condusse la barca in una specie di grotta artificiale dove l’onde rompendosi in parecchi risvolti abilmente disposti penetravano in un piccolo bacino e venivano a lambire l’orlo in un praticello in pendìo dove tutto l’anno cresceva un’erbetta fine e fitta fitta.
Saltò a terra, tirò il canotto sulla riva e s’avviò dinanzi a Zaverio guidandolo attraverso i meandri del giardino.
Questi era tanto preoccupato che non badò dove lo si menasse.
Ma fu molto sorpreso di trovarsi nel salotto dove il barone l’aveva introdotto quella prima sera male augurata della loro conoscenza.
Volle chiederne la ragione al giardiniere ma questi era già sparito.
Toccò la porta ond’erano entrati; era chiusa di fuori.
Fosse caduto in un agguato? Si guardò intorno e notò allora che le due finestra erano chiuse anch’esse colle imposte sprangate.
Ciò confermò i suoi sospetti.
Voltandosi verso la camera del barone vide sulla soglia, ritta, donna Vittoria che l’osservava sinistramente e sorrideva.
La guardò un momento stupito, poi, vergognandosi, le venne incontro, le porse la mano ch’ella non vide neppure.
Zaverio comprese dalla sicurezza della baronessa che non si trattava di lei ma di sè.
Si sentì ridicolo: non ardì interrogarla.
Però ella stessa gli spiegò spontaneamente il suo invito, dicendo:
— Dunque, capitano, voi mi fuggite! e vi scordate perfino di salutarmi.
— E voi potete dir questo? Dopo quanto è accaduto il meglio che io potessi fare era il risparmiarvi la noia di rivedermi... confessatelo, baronessa.
— Confesso che dopo le vostre imprudenze la vostra condotta può parermi sconveniente, ma non è punto strana, punto, punto....
Zaverio era ricaduto sotto il fascino prepotente di quella donna che da tre mesi lo dominava; egli non pensò neppure a difendersi.
— Sempre implacabile, sclamò angosciosamente, siate buona almeno in questi ultimi momenti.
— Ultimi? ah sì! voi ci lasciate positivamente.
Donna Vittoria proseguì:
— Comprendo la vostra impazienza di ritirarvi da un terreno ingrato. Alla fine dei conti non è giusto che un uomo come voi sciupi le sue galanterie, quando ha come voi un modo qualunque di metterle a frutto. È naturale che voi rechiate senza indugio i vostri omaggi e i vostri voti a chi voglia accettarli ed esaudirli.... Non siete punto obbligato a scusarvi, e nessuno ha qui l’intenzione di reclamarli per sè. Soltanto, vedete capriccio femminile, ho voluto rubare qualche ora alla vostra felicità.
— La mia felicità! quale... fuori di qui?
La baronessa riprese il suo sussiego e disse severamente:
— Basta, signor duca, spero bene non vorrete farmi pagar troppo caro il mio capriccio colle vostre oltraggiose petulanze. Sarei mortificata per voi se vi foste minimamente illuso sui moventi del mio invito... e aveste attribuita alla vostra condiscendenza un’importanza soverchia.
Zaverio proruppe:
— No, baronessa, io non ho illusioni, non ho prosunzioni; voi mi avete respinto l’altro dì e io me ne andavo per non infastidirvi oltre — voi mi avete detto stassera, venite — e sono venuto senza pretese, e senza speranze; perchè voi siete arbitra della mia vita ed io non ho più altra volontà che la vostra. Se voi mi direte di uscire io me ne andrò senza profferire un solo lamento. Ma se mi permetteste di rimanere io benedirei la vostra clemenza e adorerei la vostra generosità se mi lasciate respirare l’aria che voi respirate.
Donna Vittoria gli fissò in volto i suoi occhi quasi tigrati, poi sorrise e disse:
— Come parlate bene!
— Ascoltatemi: io ho una madre che ha per me una di quelle devozioni che non hanno limite e non hanno compensi, che mi vuol bene quanto io ne voglio a voi. La povera donna mi aspetta in questo momento, chissà con quale ansietà, e, guardate, io so la sua tortura — e resto, perchè a voi garba che io resti... per un capriccio, voi dite. Il vostro fugace capriccio mi è più sacro della sua devozione di trent’anni.
Donna Vittoria aveva stornato il viso, ella disse:
— Voi non mi parlate di un’altra persona....
— Quale?
— La vostra fidanzata, che, in questo momento, anch’essa vi aspetta.
Zaverio crollò vivamente il capo:
— Non ho fidanzata io. Vi dissi un giorno che esitavo ad abusare dell’ingenuità di una giovinetta, non vorrei ingannarla ora. Voi sapete che io non potrei amarla, perchè, vogliate o no, io vi appartengo irreparabilmente benchè io non speri nulla e senta che questa passione sarà la mia disperazione.
Vittoria l’interruppe questa volta: una cupa riflessione le rabbuiava il viso. Volse uno sguardo all’uscio ond’era venuta. La portiera sollevata lasciava scorgere nella penombra il profilo bianco del letto del marito e il luccichio di una pistola appesa al capezzale.
Zaverio tacque.
La baronessa si levò, fe’ alcuni passi, poi domandò:
— Perchè partite?
— Io non parto più...
— Neppure se vostra madre ve ne pregasse?...
Egli non potè rispondere altrimenti che con un cenno negativo.
Donna Vittoria stette alcun poco a guardarlo ritta in piedi davanti a lui. Poi battè palma contro palma, corse alla soglia della camera del barone, sporgendo il capo al buio mormorò alcune parole sottovoce a qualcuno ch’era accorso al suo richiamo.
A Zaverio disse il cuore che si parlava di lui, che gli si tendeva un’insidia.
Ma donna Vittoria tornò subito, sedendogli vicino, tranquilla e senza ironia.
E allora egli dimenticò tutto il mondo, sè stesso, non vide più che lei! Era tanto felice di trovarla umana!
Per un’istante si lusingò d’averla impietosita.
— Che pensate? gli domandò la baronessa.
— Non me lo chiedete, penso a una cosa tanto assurda che non oso dirla.
— Ed è?
— Voi andrete in collera quando ve l’abbia detto; mi dareste sulla voce e l’incanto sarebbe distrutto.
E spiava inutilmente il volto di lei che rimase impenetrabile.
— Guardate, soggiunse, quand’ero ragazzo, e già i miei desideri mi scappavano fuori della mia povera casa, avevo trovato un mezzo per imbrigliarli: richiamarli dall’immensamente grande all’infinitamente piccolo; spezzar loro sino all’infinito una piccola gioia, magari una piccola illusione; sostituire alla quantità che mi difettava, l’intensità di ciò che potevo avere: molte volte mi sono creato un mondo d’una zolla d’erba... Ebbene io penso che v’amo, che sono qui vicino a voi... e voi, per un minuto solo lasciatemi credere che non respingete l’amor mio.
— No, vi dico che non so che farne, che non lo voglio.
La passione spezzava oramai tutti i ritegni della rassegnazione ch’egli s’era imposta.
— Che volete dunque da me? domandò tutto tremante.
— Daccapo! non ve lo dissi già? vedervi...
— Ma non capite ch’io non posso contenermi? che io soffro?
La baronessa s’era alzata ancora; egli le prese la mano, la trattenne, le si buttò ai piedi, le abbracciò le ginocchia, dicendo:
— Vedete, io ne impazzirò, non importa; sento che questo è l’istante decisivo della mia vita. Voi volete la mia disperazione, lo vedo; lasciatemi qui almeno un minuto, così...
Donna Vittoria si divincolò e disse imperiosa:
— Silenzio, nessuno deve udirvi pronunziare parole sconvenienti. Rammentatevi dove siete.
Zaverio ricuperò ad un tratto il senso della realtà, si rialzò, si guardò attorno.
— Perchè mi avete ricevuto qui? chiese.
Ella non rispose.
— Se vostro marito sopraggiungesse?
— Se lo aspettassimo? disse la baronessa levando la testa in atto di sfida, poi ripigliando il suo accento beffardo: — avete paura?
— Sapete bene che no: non mi inquieto che per voi.
— Ah grazie...
— Si tratta della vostra riputazione.
Donna Vittoria disse:
— Appunto.
In un modo che colpì Zaverio, il quale ripetè:
— Appunto?
In quel mentre egli vide nella camera del barone una mano, una grossa mano di contadino insinuarsi fra le cortine del letto e riporre al capezzale la pistola che doveva averne prima spiccato. Poi intese sul tappeto il rumore sordo di passi che s’allontanavano.
— Chi è? domandò.
— Gabriele.
— E che cosa è venuto a fare?
La baronessa strinse le spalle.
Seguì una lunga pausa.
L’orologio battè le dieci ore: il battello partiva certo in quel punto, Zaverio pensò che avrebbe dovuto trovarsi a bordo con sua madre. E provò un doloroso rammarico.
Ad un tratto s’intese il rumore di una porta che batteva forte.
Allora donna Vittoria ostentando una tranquillità in cui era evidente lo sforzo:
— Siete ammutolito? gli disse.
— Vorrei sapere lo scopo della lugubre rappresentazione cui mi fate assistere.
— Non è punto una rappresentazione.
— Mi direte dunque il vostro tenebroso disegno.
— Il mio disegno, rispose la baronessa, è semplicemente di procurarvi col barone una spiegazione, di cui voi due non mostravate, è vero, una soverchia premura, ma che è necessaria a me....
— A voi?
— Egli verrà qui, proseguì donna Vittoria, ve ne spiace? Potrete inventare una scusa, una menzogna; ma non è probabile che egli vi creda.
Zaverio era balzato in piedi.
— Voi fate, disse, una cosa mostruosa.
— Mostruosa sì, come la mia disgrazia; come l’oltraggio che quell’uomo e voi mi avete fatto. Credevate forse che io me lo dimenticassi? che io volessi tollerarlo? — Ah, signor duca, i vostri avi non vi hanno lasciato più dignità che sostanze.
— L’incauto! il vanesio! sclamò cedendo mano mano alla collera, egli ha creduto che quell’abbietta vigliaccheria gli desse il diritto di compiere la mia vergogna; io gli ho chiesto una riparazione, egli mi ha gettato un po’ di galanteria ed ha creduto indennizzarmi col suo amore — obbrobriosa, vituperosa derisione! Ed io devo perdonarvi? Vi pare che io avrei sopportato tutto questo, che io vi avrei permesso una sola parola, un solo sguardo se ciò non fosse stato necessario al mio intento? E il mio intento non può essere altro che quello di castigarvi. Io frenavo lo sdegno che voi m’inspiravate, pensando che la punizione sarebbe stata inevitabile e mi avrebbe compensata ad un tratto di tutte le vostre impudenze.
— E il vostro paladino è il barone? disse alteramente Zaverio.
— Egli non vai meglio di voi, lo so; ma bisogna pure che io mi serva di lui. Ho sperato un momento di farne senza. Sappiatelo, io ho esitato fra voi e lui. Ricordatevi del nostro primo colloquio nella serra; non vi ho detto allora che dei due uomini che mi avevano offesa, uno era di troppo? Bisognava che l’uno mi liberasse dall’altro.... e ho posta a voi la scelta. E v’ho lasciato tempo a riflettere.... e questa donna, cui faceste l’onore dei vostri desideri, vi avrebbe appartenuto. Ma voi non mi avete capito. I vostri desideri non erano che galanterie volgari, non poterono ispirarvi il coraggio d’un uomo. Voi non voleste essere il mio giustiziere, ed io vi ho condannato. E la sentenza si eseguirà qui adesso. Avrei voluto che la pena seguisse là dove il delitto fu compiuto; ma non ho voluto che si macchiasse la mia riputazione. Mio marito era capace di calunniarmi, d’accusarmi d’adulterio. Vedete ch’io ho pensato a tutto.
Zaverio la guardava impietrito: l’animo di quella donna gli si spalancava davanti come un abisso spaventoso. Il baleno del suo odio gittava una luce sinistra sopra le loro relazioni di quei tre mesi e ne rischiarava i più minuti particolari; mostrava il laccio ch’ella con una pazienza, una perfidia satanica aveva dì per dì annodato e che ora lo stringeva.
Egli tuttavia tentò di rivoltarsi.
— E se io non volessi aspettar questo incontro?
La baronessa crollò il capo.
— Ragazzo, pensate un po’ se io vi avrei scoverto il mio gioco se vi restasse la menoma probabilità di fuggirmi! Guardate: di qua, donde siete venuto, due solidi usci chiusi e sprangati, sprangate le finestre: e di là, nell’anticamera — il barone, il quale, avvertito della vostra presenza da Concetta, che finge tradirmi, vi aspetta e verrà a cercarvi. Nella casa nessun altro che noi e i miei due servi, che vi odiano solo perchè io vi odio e che v’ammazzerebbero se io lo volessi: il barone ha stassera, per suggerimento di Concetta, allontanati i suoi. Ora se preferite essere ucciso come un ladro all’aspettare qui come un uomo aspetta un altr’uomo, uscite. Provate di intenerire il barone, di chiedergli perdono.... ma dubito vi riesca; è tanto vile colui! Concetta gli ha detto che voi eravate venuto per rapirmi, per condurmi con voi.... egli non vi perdonerà; vi avrebbe perdonato il disonore — non il tentativo di rubarmi alla sua vanità.
Zaverio trovò nel proprio orgoglio tanta fermezza da soggiogare gli affetti che lo agitavano, si fe’ calmo come non era mai stato con lei, tornò lentamente a sedere ed incrociando le braccia disse:
— Venga dunque, io l’aspetto.
La sua fermezza scosse donna Vittoria.
Zaverio soggiunse:
— Vostro marito non è di quei che si battono; si sbrighi dunque ad assassinarmi.
La baronessa lo guardò in silenzio con grande attenzione.
— Ebbene, soggiunse, vi permetto di difendervi.
Prese sopra una scansia una pistola, la depose sulla tavola davanti a lui, dicendo:
— È carica.
Egli la respinse.
— No, ho già ucciso un uomo per voi, per difendervi — ma allora non vi conoscevo, potevo credere lo meritaste.
— Ah, sclamò Vittoria, quella donna ero io?
Zaverio non rispose.
La baronessa stese le mani verso di lui e pallida pallida gli gridò:
— Difendetevi dunque!
La parola fioca le usciva a stento dalle fauci.
Zaverio la guardò stupefatto: quell’erinni era ammaliante. L’ansietà la rendeva più bella che mai: alla calma suprema era subentrata la vampa di una passione immensa.
Tremava, ripeteva:
— Difendetevi, difendetevi, in nome di Dio.
Si faceva supplice, giungeva le mani convulse.
Zaverio rispose:
— Preferisco vendicarmi.
E s’avanzò verso di lei. Donna Vittoria, stupefatta, non si schermì: egli la prese per le braccia, se la tirò contro il petto:
— Voi non avete pensato a questo; vi siete creduta troppo forte: ma anch’io avrò la mia vendetta: fate di me quel che volete: non potrete togliermela; tu hai voluto la mia vita, io avrò te — che almeno il mio peccato valga il castigo che tu mi infliggi. Voi sarete mia, principessa, e, — vedete, io vi disprezzo.
Aveva il viso infocato, gli occhi fuori dell’orbita come quelli d’un forsennato: un parossismo di furore lo possedeva.
Invano la baronessa si dibatteva; egli la trascinava, la buttava sul divano, le premeva il viso contro il viso ripetendo con voce soffocata:
— Mia!... mia!
— Ah, urlò disperata Vittoria, non verrà dunque mai quell’imbecille!...
L’uscio della camera si spalancò.
Comparve sulla soglia il barone, tutto stravolto, smorto come un cadavere, con una pistola in mano.
Zaverio si volse e rallentò la stretta: Vittoria cadde rotoloni sul pavimento.
I due uomini si guardarono: un minuto solo; il marito chinò gli occhi, poi li rialzò e appuntò l’arma contro l’avversario.
Zaverio afferrò istintivamente la pistola sulla tavola.
Il barone sparò.
Ed anche Zaverio.
Il barone cadde, senza fiatare.
Zaverio intese il rumore cupo del grosso corpo sul pavimento. Non vide nulla. Sentì due braccia che gli stringevano furiosamente la testa e due labbra che cercavano le sue, e la voce di donna Vittoria che gli gridava:
— Son tua e ti amo.
Zaverio con un urlo terribile la ributtò a terra.
Una mezz’ora dopo, Concetta arrivava di corsa, tutta trafelata dinanzi al brigadiere della stazione di Chiaia a denunziare che il barone di Ruoppolo s’era ucciso.
La visita fatta subito dopo al villino confermò perfettamente questa denunzia.
Il cadavere non recava traccia di violenza; solo, avvertì il medico, era singolare la località della ferita sotto l’occhio sinistro al confine della narice.
Ma il delegato, più arguto, disse che ciò doveva essere effetto del tremito della mano; e che d’altronde, non v’era dubbio fosse prodotta dall’arma che il barone teneva ancora stretta nella destra, e rivelava uno sparo recente. Supponendo che il barone avesse fatto fuoco per difendersi contro un’aggressione, si sarebbe trovato la sua palla in qualche luogo e i segni della colluttazione. Invece tutte le aperture erano chiuse e non si vedeva nulla.
Egli aveva avuto il tempo di far tutte queste osservazioni che provavano la sua provetta scaltrezza e la salda sua esperienza. Concetta stava inginocchiata in un angolo e pregava.
— La baronessa? chiese il delegato.
— È in camera sua; la chiamo?
— No, povera signora, lo saprà sempre troppo presto.
XIII.
Qualche anno fa un medico di Milano, notissimo alienista, trovandosi al Belvedere di Lanzo presso il lago di Lugano, fu invitato una mattina a recarsi in una villetta sulla sponda svizzera poco lontano da Gandria.
Trovò colà una signora piuttosto attempata, la quale gli disse di certi suoi incomodi nervosi, tanto vaghi e insignificanti da non meritare la spesa di una sua visita.
Egli era avvezzo ai capricci ipocondriaci delle dame, ma questi vapori aristocratici gli parvero un po’ fuori luogo in mezzo alla eccessiva modestia anzi alla povertà male dissimulata di quella casa.
La signora volle assolutamente trattenerlo a desinare e, a tavola, mostrandosi informata della grande sua reputazione di specialista, gli parlò delle sue cure di pazzia e gli chiese se i casi di guarigione fossero frequenti e per quali segni le affezioni guaribili si distinguessero dalle croniche.
Per quanto queste interrogazioni cadessero naturalmente nel discorso e la signora non sembrasse darvi una grande importanza, il medico sospettò che la sua visita avesse un motivo secreto ben diverso da quello dichiarato.
Conosceva la repugnanza solita nelle famiglie dagli alienati a rivelare la propria disgrazia e la loro diplomazia per avere i suggerimenti della scienza senza far la confidenza al medico.
Perciò usò circospezione e disse che in queste malattie, ancor meno che nell’altre, non ci si poteva fidare dei criteri generali e che la prognosi dipendeva in tutto e per tutto dalle condizioni individuali dell’infermo.
La preoccupazione visibile della signora lo fe’ persuaso di aver colto nel segno.
— Signora mia, disse, condizione prima di una cura seria è una grande, un’intera confidenza nel medico.
In quella un uscio si socchiuse e una giovane signora sporse ansiosamente il capo e chiamò fuori la padrona di casa.
Questa accondiscese con apparente dispetto e stette fuori un quarto d’ora durante il quale il medico intese un vivo e incomprensibile bisticciarsi nella stanza vicina.
Poi la padrona tornò nel salotto di malumore e non riprese il discorso interrotto.
Il medico allora fe’ qualche prescrizione, poi, promettendo di ripassare a vederla, si accomiatò dalla signora ed uscì di là con una grande curiosità di scandagliare il mistero di quella casa.
Il messo ch’era venuto a cercarlo al Belvedere, un vecchietto guercio, gli aveva detto che la sua padrona si chiamava Elvira Stigliano ed era napoletana.
Il barcaiolo che lo tragittò nel ritorno a Santa Margherita aggiunse a queste informazioni che la signora aveva seco un figlio e la nuora, e che questo figlio, malato, lo si vedeva raramente fuori e mai solo.
Il dottore lasciò passare due o tre giorni, poi com’aveva promesso, tornò a Gandria.
Donna Elvira aspettava la sua visita; lo accolse con premura.
Alle domande ch’egli le fece sulla sua salute rispose senza ambagi che non si trattava di lei, che la scusasse se altra volta lo aveva ingannato — che lo aveva fatto venire perchè aveva inteso della sua grande abilità nel curare gli infermi di mente.
— Ed io... ho un figlio...
L’angoscia non le lasciava profferire la triste parola.
Ella disse poi con uno strazio infinito:
— Il mio figliolo è pazzo.
Il dottore le fe’ qualche interrogazione sull’origine della malattia. Ella non sapeva bene; credeva che la causa fosse uno sciagurato amore onde il suo ragazzo era stato preso circa due anni prima a Napoli.
— Il poveretto ha combattuto a lungo; ma l’avevano stregato. Egli voleva sottrarsi alla malaugurata passione, noi dovevamo abbandonar Napoli; ma la sera stessa fissata per la partenza scomparve e dopo parecchie ore tornò in uno stato che faceva spavento; col viso sconvolto, gli occhi fuor dell’orbita; si buttò nelle mie braccia e, fra orribili convulsioni, mi disse: — «o mamma portami via, portami lontano, nascondimi, non mi lasciar appressare alcuno.» — Gli chiesi che gli fosse accaduto — mi disse: «non so più, ho un gran tumulto qui.» — Si stringeva la testa, dava in ismanie come un’anima del purgatorio e ripeteva; — «mamma, portami via, mamma.» — Fu quella l’ultima volta che mi chiamò per nome. L’indomani, per contentarlo, lo menai da Napoli, lo portai a Reggio. Era caduto in un torpore profondo; aspettai ansiosa le settimane e i mesi che questo svanisse e invece era la sua mente che svaniva.
Ella non potè proseguire.
Sedata un po’ la violenza della passione domandò:
— Volete vederlo, il mio Zaverio?
Appressandosi alla camera dell’infermo posta nella parte posteriore della casa, il dottore intese una cantilena dolce e sommessa come d’una madre che addormenti un bambino, una voce così soave e placida che egli si fermò ad ascoltarla.
— Venite, gli disse impaziente donna Elvira.
Egli temeva di spaurir l’angelo che gettava un accento di consolazione in quella sciagura profonda.
Diffatti appena Donna Elvira pose la mano sulla gruccetta, la voce tacque.
Trovarono Zaverio solo, sdraiato sul canapè cogli occhi socchiusi, in una posa di voluttuoso abbandono. Ma uno sgabellino posto davanti a lui e una porta che finiva di chiudersi cigolando tradivano la fuga di una persona. Nella cura colla quale l’infermo era vestito, nell’ordine, nella pulitezza, nel gradevole aspetto di tutta la camera si sentiva una costante e amorevole vigilanza.
Zaverio si scosse, girò intorno i suoi occhi smarriti pieni di ansietà come cercasse qualcuno e parve contrariato.
Il dottore colla madre erano rimasti sul limitare alle sue spalle ed egli non li vide.
Lasciò cadere il capo sul cuscino; poi, ad un tratto si rizzò e cominciò a passeggiare; irrequieto, trasse l’orologio e col dito della destra batteva sul quadrante come contasse i minuti che lo separavano da un appuntamento atteso con impazienza.
Dopo qualche po’ tornò a sedere.
Allora s’appressarono.
Il dottore disse sottovoce alla madre:
— Parlategli.
Ella crollò il capo grigio, poi disse con una passione immensa:
— Zaverio, Zaverio! figliolo mio.... non mi sentirai dunque mai.... mai, creatura mia?
L’infelice le diè appena un’occhiata e alzò le spalle infastidito.
— Vedete? sclamò Donna Elvira, non mi conosce.
E si ritrasse desolata.
Ciò accadeva ogni giorno — ma tutte le volte era per lei una trafittura.
— Non ravvisa alcuno? le chiese il dottore.
— Sì, una sola persona, ed è ancora una ingiustizia di Dio, perchè colei è la causa della nostra disgrazia.
— È qui? domandò vivamente il medico.
— Sì, essa rispose con amarezza, ella è qui, e mi ruba gli ultimi resti della sua povera intelligenza.
Un’avversione profonda traspariva dalle sue parole.
— Eppure, soggiunse, bisogna rassegnarsi; se non la vede egli soffre e deperisce.
— Si potrebbe parlarle?
Donna Elvira lo ricondusse in sala e fe’ chiamare donna Vittoria.
Ma questa mandò a far le sue scuse, dicendo che non era vestita.
— Bene, noi l’aspetteremo, disse donna Elvira con un gesto d’impazienza.
Il dottore non volle la si incomodasse.
Egli doveva recarsi a Lugano: al ritorno sarebbe ripassato.
Ma quando egli tornò, donna Vittoria si sentiva poco bene, s’era buttata sul letto e dormiva.
Donna Elvira trattenne a stento la collera.
— Concetta, disse, avvertite donna Vittoria che il dottore deve parlarle senz’indugio; se ella non può scendere verremo noi da lei.
La cameriera stava perplessa.
— Avreste delle osservazioni? le domandò burbera; andate.
Poi aggiunse:
— Saremmo dunque a’ suoi comandi?
Due minuti dopo entrò donna Vittoria.
Camminava a stento e sembrava un’ombra, tanto era diafana, assottigliata; appena rimaneva in lei tanto di corporeo da albergare il dolore, unico alimento, tirannia suprema della sua vita.
— Il dottore è venuto per Zaverio, disse donna Elvira; gli occorrono degli schiarimenti che voi sola potete dargli. È necessario ch’egli sappia tutto. Vero? soggiunse rivolta al medico.
Questi fe’ cenno di sì.
— È necessario, capite? ripetè donna Elvira.
Il viso smorto della giovane donna si contraeva paurosamente: ella vacillò e dovette sostenersi ad una sedia.
Donna Elvira non si commosse e soggiunse:
— Capivo il vostro riserbo finchè non si trattava che della mia ansietà materna; che importano a voi le mie pene? Ma se è vero che vogliate bene a Zaverio....
Donna Vittoria ebbe uno sguardo di angoscia così intensa che il medico ne fu scosso.
Ma la vecchia signora proseguì inesorabile:
— Se è vero che v’interessiate a lui, dovete dir tutto al medico.
Vittoria ebbe un lampo di collera; un baleno solo; poi chinò gli occhi e mormorò:
— Sta bene....
— Dunque parlate.
Ma ella non poteva parlare.
E donna Elvira stava per prorompere.
Ma il medico s’interpose.
— Per ora non occorre; comprendo il turbamento della signora. Ella mi farà poi, con calma, le sue confidenze. Solo, poichè ella ha qualche influenza sull’animo dell’infermo, la pregherei di accompagnarmi da lui e di assistere alla mia visita.
Donna Vittoria si alzò allora e, senza dir parola, lo condusse di nuovo nella camera di Zaverio.
La madre li seguì.
L’infelice passeggiava ancora a capo chino.
Voltandosi, vide Vittoria: le venne incontro, la guardò in viso attentamente, poi disse:
— Sei sempre in collera?
Ella trovò nel suo turbamento il coraggio di sorridergli, gli prese la mano e rispose:
— In collera, no. Tu sei tanto buono.
Zaverio stette un po’ soprapensiero, poi crollò il capo.
— Tu sei in collera. E sai che non l’ho fatto apposta. E’ lui che l’ha voluto. Oh quell’uomo è pazzo!
Egli sembrava desolato.
— Perdona, perdona, sclamava.
Repentinamente ritrasse la mano; si scostò da lei, e gridò:
— No, no: ciò che tu vuoi è orribile.... io uccidere il mio re?... orribile, orribile!
Giungeva le mani, se le torceva convulso, sembrava un uomo posto alla tortura, che supplica il suo aguzzino.
Vittoria die’ un occhiata diffidente al dottore che era rimasto colla madre sulla soglia. Poi fe’ uno sforzo, si appressò a Zaverio, e, carezzevole, cercava di calmarlo:
— Mio buon amico, non vedi, sono la tua Vittoria che tu ami tanto!
— Io ti amo, chi te lo disse? non è vero. Tu sei la regina, ed io amo il mio re.... tu m’inganni, tu mi perdi.
E, atterrito, colle mani protese, la respingeva.
La povera donna die’ indietro, si lasciò cadere sopra una sedia; un grande sgomento l’opprimeva, tremava, rabbrividiva, mormorava:
— Dio mio! Dio mio!
Il dottore si ritirò, prese in disparte donna Elvira e le chiese se quegli accessi fossero frequenti e se egli pronunciasse sempre quelle parole.
— Qualche volta e solo da un mese in qua: la prima volta che le udii fu a Milano.
— E non le dice che a donna Vittoria?
— Ve l’ho detto, egli non parla che con lei.
Il dottore attese invano donna Vittoria per salutarla.
Tornando al Belvedere pensava alla triste scena cui aveva assistito, e a quelle strane parole; e un intimo convincimento lo avvertiva che egli teneva in esse il bandolo del funesto mistero — e si sforzava di svolgerlo; ma inutilmente.
XIV.
L’indomani il tempo era brutto; cadeva una acquerugiola minuta minuta, avanguardia dell’autunno imminente.
Il dottore non uscì dall’albergo. Passò la sera davanti alla scrivania leggendo e fantasticando e grogiolandosi nel lume temperato, nel dolce tepore della sua camera, mentre la pioggia spinta dai radi buffi di vento veniva a picchiare piano piano nei vetri della finestra nera per le tenebre esteriori.
Sul tardi il cameriere venne ad avvertirlo che una donna chiedeva di lui mostrando una gran premura di parlargli.
— Una donna! e che vuole? sclamò indispettito al solo pensiero che lo si volesse far sortire a quell’ora e con quel tempo.
Tuttavia consentì a ricevere l’ignota visitatrice.
Il servo l’introdusse senza cerimonie. Essa indossava un ampio vaterproof scuro: poteva benissimo esser presa per una serva. Il cappuccio rialzato celava i lineamenti del viso. Ma il dottore riconobbe subito donna Vittoria.
Fe’ un passo avanti e s’inchinò profondamente.
Quella donna così severa entrò senza peritanze, senza inquietudine di trovarsi sola e di notte nella camera di un uomo elegante e ancor giovane.
Era tutta fradicia e aveva i piedi e il lembo della veste lordi di fango.
La sorpresa permise finalmente al dottore di ricordarsi i doveri dell’ospitalità. Egli gettò della legna nel caminetto, accese egli stesso un po’ di fuoco, tirò vicino una poltrona, vi fe’ adagiare la signora.
— Voi venite da Gandria, a quest’ora? le chiese.
— Sì.
Il medico la guardava sempre stupito.
— Sola?
— Ah, sclamò subitamente donna Vittoria, con Gabriele il mio servo. Egli è rimasto fuori. Chiamatelo.
Il dottore andò alla finestra, vide sul piazzaletto dell’albergo un uomo che aspettava ritto al buio, senza curarsi della pioggia che continuava a cadere.
Lo chiamò per nome.
Il vecchietto entrò poco dopo. La signora gli indicò l’angolo della finestra, egli vi si ritirò, sedette sopra uno sgabellino, chinò la testa fra le ginocchia e rimase là immobile colla docilità di un cane di guardia.
Il dottore, in piedi davanti la signora, aspettava ch’ella parlasse.
— Ho dovuto venir di notte, mentre Zaverio dorme; io non l’abbandono mai, — e sono qui per lui. Voi avete detto ieri che, per curarlo, vi bisognava saper tutto e ciò che ho da dirvi non potevo dirlo che a voi da sola a solo.
Il medico indicò con un cenno del capo Gabriele.
— Oh! egli sa che il suo dovere è di non sentir nulla.
La camera era del resto abbastanza vasta perchè non si capisse da un capo all’altro quel che si diceva.
Il medico prese una sedia e le si pose di fronte.
La baronessa gli raccontò rapidamente, senza troppi particolari, le strane circostanze in cui aveva conosciuto Zaverio, — e, più laconicamente ancora, il come egli si fosse appassionato per lei. Poi s’interruppe e soggiunse frettolosa, come la parola le scottasse le labbra:
— Una notte mio marito fu trovato morto nella sua camera.
Il medico che l’aveva ascoltata con grande attenzione la guardò fiso e domandò:
— Morto? come?
Vittoria abbassò ancora la voce e, in modo appena intelligibile, rispose:
— Si constatò il suicidio....
— Signora, disse severamente il medico, signora, voi avete promesso di dirmi tutta la verità; io non son venuto a chiedervela, voi l’avete promesso, siete venuta per dirla — altrimenti a che servirebbe la vostra visita?
Donna Vittoria si strinse le tempia fra le palme e lasciò sfuggire un gemito angoscioso.
— La vostra curiosità, disse con amarezza, non ne ha abbastanza?
— Io non so spiegarmi perchè vi siate rivolta ad un uomo che non onorate della vostra fiducia.
E, dopo una pausa, rabbonito, proseguì:
— Una volta si diceva che non giova ingannare il confessore; e la sentenza è anche più giusta per il medico. Capirete anche da voi stessa che dal vostro racconto non appaiono le cause sufficienti della infermità. Se vostro marito, perdonate se insisto, se vostro marito... si fosse suicidato....
— Ebbene, l’interruppe Vittoria levando il viso in atto di sfida, violento, quasi feroce, l’ho ucciso io.
Il dottore diè indietro; una convinzione invincibile gli si levò subitamente nell’animo.
— No, sclamò con fermezza, l’ha ucciso Za....
Donna Vittoria gli si gettò ai piedi in ginocchio, e, colle mani tese, lo supplicava di tacere.
Il medico, turbato, la rialzò e le sussurrò nell’orecchio:
— Rassicuratevi, il mio ufficio è tutto di salute.
Ella gli volse uno sguardo di riconoscenza ineffabile.
Poi una nuova inquietudine la prese.
— Nessuno ci sente qui?
— Nessuno, vi do parola.
Si lasciò ricadere affranta nella poltrona: nascose il viso fra le mani. L’emozione violenta piegava quella sua fibra d’acciaio.
Il medico la guardava impietosito. Dei brividi strani le scorrevano le membra. Il lume della candela cadeva su quel capo curvato dal dolore: ella aveva dei capelli bianchi!
Il fuoco s’era spento: la pioggia picchiava sempre nei vetri. L’orologio del caminetto battè la una.
Vittoria si rianimò finalmente.
— Voi lo guarirete? chiese.
— Faremo tutto ciò che sarà possibile: voi mi aiuterete, avrete confidenza.
— Sì, ascoltate, voi dovete saper tutto.
Il medico voleva, per riguardo, risparmiarle allora quello strazio: la pregò di differire ad altro momento il suo racconto.
Ma ella insistè, disse che il più tosto era meglio, che non sapeva quando avrebbe potuto parlargli liberamente. E soggiunse vivamente:
— Oramai non si tratta più di me.
Riprese il suo racconto, e coraggiosamente, con altrettanta franchezza quanta era stata prima la sua esitanza, gli ritessè le scene del dramma funesto svoltosi due anni innanzi nel villino a Mergellina.
Quando, nel riandare le tristi memorie della sua alterezza fatale, il rammarico le dilaniava troppo crudelmente il cuore, ella si fermava un minuto a pigliar forza — un minuto solo e proseguiva.
Fe’ intera la confessione; inesorabile per sè, indulgente e generosa per Zaverio; attenuò, palliò, giustificò le debolezze, le colpe di lui, ma fu senza pietà per le proprie; accusò senza reticenze e di tutto l’accaduto la propria superbia; denunciò le insidie, gli incitamenti, le provocazioni e l’ultimo tranello per cui aveva spinto lo sciagurato giovane all’omicidio.
Non disse affatto i proprii affanni, le proprie torture dopo la catastrofe; e certo non era la parte meno interessante della lugubre storia.
XV.
Il dottore seppe poi questo da Concetta.
Ma ciò ch’ella sola poteva dire era quel che aveva sofferto in quella notte spaventevole che Zaverio, forsennato, rovesciandola sul pavimento lubrico di sangue, era fuggito imprecandole; ella sola lo sapeva, ella che non aperse mai bocca per lamentarsene. Non meno che la rassegnazione l’aveva trattenuta l’orgoglio, umiliato, contrito ma non spento.
Eppoi che contavano mai i suoi tormenti?
Ma da quella notte sentì d’essere legata all’uomo ch’ella aveva incatenato alla propria vendetta: che era venuta la sua volta d’essere dominata e sottomessa.
E la disgraziata, in quel momento, se ne compiacque.
La passione, respinta, trionfava di lei, entrava nel suo cuore coi bagliori sanguigni di una catastrofe; ma l’inebbriava, vi recava un tripudio immenso — e gli istinti della sua razza prepotente, tutte le gaie ferocie degli antichi principi di Tizzano risuscitavano nel suo sangue, si levavano all’invito del lugubre baccanale.
Ella era una donna animosa: capace di ogni estremo. La sua indole poteva come un fiume svolgersi lenta, maestosa, uguale fra due rive uniformi — e, ad un tratto, levarsi, irrompere, invadere, sommergere, distruggere.
Poteva essere una matrona placida o una eroina da tragedia.
Le tristi formalità che seguirono alla morte del barone, la perizia, il testimoniale, la sepoltura non la turbarono menomamente: ella non pensava a quel cadavere altrimenti che come ad un ingombro che le levavano di fra i piedi. Assaporava fieramente la riconquistata libertà, il suo pudore vendicato e ne faceva omaggio all’uomo che per lei aveva avuto il coraggio di ucciderne un altro. Esagerava, a diletto, questa forza. Il suo animo di fiera aveva la superbia di trovare un domatore che la valesse.
Tornò a Tizzano nel castello paterno, cupo e crollante ipogeo della sua famiglia, e quivi aspettò che Zaverio venisse a reclamare l’alta mercede del suo delitto ed ammassava gelosamente il proprio amore ed esultava sentendolo crescere ogni giorno — voleva che fosse immenso — riponeva tutto il suo orgoglio nel preparargli una devozione senza limiti e senza confronti.
Ma, dopo un anno, Zaverio non era comparso.
Non era possibile che l’avesse scordata.
Fosse morto?
Quando questo sospetto le balenò in cuore ella non dormì, non quetò più: non ebbe più pace, volle cercarlo, volle trovarlo e senza indugio.
Ripartì pel continente; venne a Reggio.
Quivi stentò a trovar notizie della povera famiglia Stigliano. L’avevano dimenticata.
Finalmente un vecchio portinaio le disse che la duchessa viveva col figlio in campagna.
Corse al luogo indicato: seppe, arrivando, che Zaverio era malato di una malattia misteriosa e che sua madre non lo faceva vedere da nessuno.
La condussero ad un abituro appena decente. Là chiese invano d’essere introdotta.
Non si disanimò per questo: andò a smontar ad un’osteria dei dintorni; più tardi si ripresentò. Fu di nuovo respinta.
Allora sedette sopra un banco di tufo accanto alla porta, risoluta di non muoversi di là finchè non la facessero entrare.
Spirava un vento freddo e gagliardo che le gettava nel viso delle folate di polvere: ella rabbrividiva, non s’accorgeva di nulla.
La sua persistenza sortì l’effetto.
Finalmente la porta si riaperse, ricomparve la vecchia che per due volte le aveva rifiutato l’ingresso e stavolta le fe’ segno d’entrare.
Una vecchia signora, nella quale Vittoria riconobbe subito la madre di Zaverio, la ricevette in un tinello a terreno; non le disse di sedere, la lasciò appena varcar la soglia, le chiese bruscamente il suo nome.
Donna Vittoria glielo disse.
— Insomma che volete? domandò la duchessa con subito cipiglio.
— Parlare al duca.
— Non si può: mio figlio è malato.
— Gravemente?
Donna Elvira chinò il capo sopraffatta da una immensa amarezza.
— Oh mio Dio! mormorò Vittoria.
— Potete dire a me quel che avete a dire.
— Non ho nulla da dire.
— Dunque!
Aspettò inutilmente una spiegazione.
— Lasciate che io lo vegga, disse poi Vittoria.
— Perchè?
— Bisogna che io lo vegga, è necessario.
L’ansietà traspariva dal tremito di tutta la sua persona.
La duchessa la squadrava con diffidenza.
— Non serve; egli non conosce nessuno.
Vittoria impallidì spaventosamente e ripetè:
— Dio! Dio!
La duchessa osservava il suo turbamento. Ad un tratto parve prendere una risoluzione.
— Venite, le disse, voi lo vedrete.
E la condusse in una cameretta in fondo al piccolo appartamento terreno. La casa non aveva che un piano.
Sulla soglia Vittoria dovette fermarsi; si appoggiò allo stipite per non cadere; il sangue le affluiva al volto, le injettava gli occhi.
Si sentì mancar le gambe di sotto e diacciar in tutta la persona.
Ma a poco a poco la volontà riprese il suo impero: ella ebbe finalmente il coraggio di spingere uno sguardo innanzi a sè.
Vide una cosa orribile. Zaverio, macilento, smorto come un cadavere, irreconoscibile per lei, immobile, cogli occhi vitrei fissi alla finestra dove moriva il crepuscolo: le sue labbra si agitavano senza che ne uscisse alcun suono.
Donna Elvira gli s’era appressata e lo carezzava passandogli la mano sulla fronte sguarnita di capelli.
L’infermo non diè segno d’intelligenza.
Allora Vittoria, presa da subita passione, corse a lui, gli si buttò ai piedi gridando:
— Zaverio! Zaverio!
Quell’ombra d’uomo si scosse, spalancò gli occhi, le sue labbra bianche e tremanti balbettarono fievolmente:
— Baronessa!
Vittoria ebbe un lampo di gioia insperata, ineffabile:
— No, così! essa gridò. Vittoria! Vittoria!
Zaverio tese ambe le braccia e si lasciò cadere su lei, che ebbe la forza di sostenerlo: le loro fronti si urtarono, i loro volti rimasero l’uno contro l’altro.
Un tremito convulso agitò le membra del giovane; egli ripetè con un filo di voce:
— Vittoria.... Vittoria....
Poi lo sforzo si allentò; egli ricadde nel seggiolone, spossato, affranto.
Donna Elvira prese pel braccio la baronessa, la tirò fuori della camera e con grande violenza le disse:
— Voi siete dunque colei che me l’ha così ridotto!
E senza darle tempo a rispondere, le gridava:
— Uscite!... uscite!...
Vittoria chinò la testa e mosse, macchinalmente, verso la porta.
Ma là si volse e ritornò indietro.
— Oh lasciatemi, disse supplichevole, con lui, presso a lui; egli mi ha riconosciuta, chiederà di me.... Se le mie cure potessero giovargli?
Per la prima volta in vita sua diventava umile.
— Non vi darò punto disturbo, ve lo prometto, sarò docile, vi rileverò nelle veglie, al suo capezzale, quando riposerete; quando vorrete io uscirò, vi obbedirò in tutto; ma lasciatemi accanto a lui.... qualche minuto del giorno.... non vi chiedo che questo e vi offro la mia vita.... Accettatela.... almeno per lui.
La duchessa non poteva parlare: una collera terribile l’opprimeva; ma coll’occhio sfavillante d’odio, col gesto convulso la spingeva fuori.
E Vittoria dovette uscire.
Si ritirò nella sua cameruccia d’osteria, agonizzante d’angoscia, col sentimento di non poter vivere che per Zaverio e con lui, — e tanto violento ch’ella venne a formare il disegno di strapparlo a sua madre.
Poi, nell’immenso suo cordoglio, sorgeva una speranza ardente: — ch’egli la cercasse, che egli la volesse.
Il desiderio si mutava mano mano in visione; udiva la voce di Zaverio chiamarla e quella della madre che lo garriva e ricusava di compiacerlo.
E Vittoria chiedeva ad alta voce:
— Ma perchè?
Sentendo che qualcuno s’appressava, ella balzò ad aprire dicendo:
— Eccomi.
Diffatti venivano a cercarla da parte della duchessa.
Zaverio era stato preso da delirio; la chiamava, voleva uscire.
Il suo spirito risaliva ad un tratto, dalla cupa e taciturna tetraggine ove da un anno affondava, alle torture più acute della passione: risuscitava intero, non nella coscienza, bensì nel desiderio.
Quando Vittoria entrò da lui l’infelice le tese le braccia.
Ella vi si gettò, si abbandonò coraggiosamente, sorridendo, alla stretta di quel maniaco furioso che le fece scricchiolar l’ossa e l’avrebbe soffocata se i muscoli affranti, disfatti, avessero avuto ancora tanto vigore da reggere oltre all’impeto impulsivo di un minuto.
Subito egli si accasciò: i suoi occhi stralunati, rotearono, s’infossarono nelle occhiaie livide e cave e alla vampa fugace del volto sottentrò un pallore cadaverico.
Vittoria tremò che spirasse in quel punto: ritta in piedi, attonita lo guardava, non osava toccarlo e inconsciamente mormorava:
— Gesù!... Gesù!...
Ma Zaverio rinvenne: la passione, capace di uccidere un cuore presente a sentirla, si ammortì nella sua densa melensaggine.
Per più ore Vittoria stette al suo fianco, immobile, senza dir motto. Ed egli non si accorse più di lei.
Poi si addormentò profondamente e non si risvegliò che il giorno dopo.
La madre non assistè a quella scena: un’acuta gelosia veniva ad aggiungersi alle sue pene.
Appena Zaverio fu assopito entrò e fe’ cenno a Vittoria d’uscire.
Ella non oppose resistenza; soltanto disse:
— Se mi lasciaste passar la notte qui nella stanza vicina?... Se mi volesse, io sentirei.
Donna Elvira acconsentì.
Vittoria da quel momento non lasciò più Zaverio.
L’indomani egli la ravvisò di nuovo e le disse qualche parola timida e riguardosa, come nei primi giorni della loro conoscenza.
Egli s’immaginava d’essere venuto a visitarla in casa sua, come allora usava fare.
Di tratto in tratto si guardava intorno; pareva un po’ stupito.
Nei dì seguenti fu più sereno: discorreva ad intervalli; la chiamava baronessa.
Vittoria sperò di guarirlo: e un giorno, nella gioia di questa illusione, fu sublime di tenerezza.
Gli si buttò ai piedi, gli baciò le mani furiosa, e gli gridò:
— Son tua, son tua!
Ma egli si turbò forte; pareva per un momento che un qualche pauroso ricordo balenasse nel suo spirito, un grande sgomento gli stringesse il cuore.
— È troppo presto, pensò Vittoria.
E impose freno alla propria passione; per una settimana si mantenne tranquilla e riguardosa, secondandolo con prudenza. Quando lo sforzo le diventava troppo grave usciva dalla camera.
Zaverio la salutava e le diceva:
— Buon giorno, baronessa.
Una sera — egli era stato più espansivo del solito — Vittoria, non potendo contenersi, s’alzò, ed egli, con rincrescimento, le domandò:
— Mi mandate via? Oh rimanete qui; vi voglio tanto bene!
Vittoria non resse più.
— E anch’io t’amo, sclamò delirante d’amore, e resteremo sempre insieme, sempre, sempre, se tu vuoi io sarò la tua donna.
— La mia donna! sclamò Zaverio sbarrando gli occhi.
Essa gli buttò le braccia al collo; allora egli la respinse.
— La mia donna? ripetè atterrito, e il barone?
A Vittoria questo nome diede un tuffo nel sangue.
Zaverio ebbe un accesso di frenesia che durò parecchie ore.
Ella fu più cauta in seguito.
La mente di Zaverio, arretrandosi davanti all’omicidio da lui commesso, s’era rifiutata di conoscerlo. La sua vita morale era stata sbarrata a quel punto da un orrore insuperabile — di cui aveva smarrito le cause, ma che sussisteva intero negli effetti.
Bastava il più piccolo tentativo di spingerlo oltre quella cerchia che l’istinto s’era fatta, perchè egli si turbasse e ricalcitrasse.
Vittoria fu costretta a pesare tutte le parole, a secondarlo in tutte le illusioni che erano per lui un mezzo necessario, a vivere con lui in un mondo di fantasmi divenuto per lui il solo mondo reale possibile.
E com’era sottilmente permaloso e sofistico! com’egli sconcertava tutte le frodi pietose per tirarlo di là!
Per lui ell’era tuttavia la moglie del barone e viveva in casa propria dov’egli veniva solo a trovarla.
Spesso interrompeva il discorso, s’alzava, la salutava, si guardava intorno cercando il cappello: voleva uscire: e guai a contraddirlo!
Allora accorreva la madre e, con infinite precauzioni, si adoperava a trattenerlo.
Dapprima obbediva, ma colla sommessione forzata e gonfia di ribellione del carcerato che cede alla volontà del suo guardiano; ne rimaneva sbalordito, amareggiato, intrattabile per tutta la giornata.
Ma finalmente bisognò lasciarlo uscire e fargli tener dietro finchè, smarrito e stanco, si lasciasse ricondurre in casa.
Allora se la pigliava colle autorità che rimutano le strade per dar noia ai cittadini.
Il suo torpore era dileguato. Le sue turbolenze, sempre più frequenti e violente, rendevano malagevole la vigilanza. Il chiuderlo in camera lo irritava; dava in ismanie, scoteva gli usci e le imposte gettando grida furiose. Bisognava tenerlo d’occhio, ma senza farsi troppo scorgere, per non risvegliare le sue insensate ma accorte diffidenze e i suoi vaneggiamenti.
Le due donne vivevano in continue apprensioni: talvolta, la notte, s’incontravano esterrefatte alla porta di Zaverio.
La disgrazia, con tanto pudore dissimulata da donna Elvira, cominciava a trapelare in paese. La gente, quando il povero pazzo usciva, si fermava a guardarlo. Poi la presenza della forestiera destava molte curiosità e molte ciarle.
Vittoria propose alla duchessa di lasciare la Calabria e addusse per ragione la necessità di consultare qualche specialità per Zaverio, la cui pazzia, spiegatasi ad un tratto all’arrivo di lei, era fino allora stata dalla tenerezza materna scambiata per un languore ipocondriaco o una tetraggine d’epate, come l’aveva definita, per errore o per pietà, il vecchio medico di Reggio, che, solo, lo aveva visitato.
Ella voleva condurlo all’estero, in Inghilterra, magari più lontano, agli Stati Uniti, per sottrarlo ad ogni sospetto o almeno ad ogni pericolo.
L’erede dell’orgogliosa casa di Tizzano, finchè non si trattava che di lei, non aveva pensato un minuto alla volgarità tutta borghese di una procedura penale, di cui ignorava affatto il congegno giuridico; — ma la devozione per Zaverio l’aveva resa prudente.
Donna Elvira accondiscese ma alla condizione d’interrogare prima qualcuna delle notabilità alieniste d’Italia. Questo viaggio all’estero, di cui ella non conosceva la necessità, le ripugnava: ella temeva di trovarsi, per l’età e la povertà sua, soggetta alla giovine e ricca baronessa.
La sua gelosia osteggiava il disegno di Vittoria, di cui ignorava i segreti motivi; e ne diffidava.
Però partirono in fretta e non menarono seco altri servi che Gabriele e Concetta.
Vennero a Firenze, allora capitale del regno, e presero a pigione un solitario villino sul colle di Fiesole che aveva un padiglione unito al corpo principale da un lungo viale, disposizione che rispondeva mirabilmente alle fantasie di Zaverio. Ci dormiva la baronessa quando dormiva, e, di giorno, correva a ricevervi il povero infermo quando gli saltava il ticchio di recarsi a visitarla.
Non era scemata la necessità di queste precauzioni; ne dipendeva la pace di Zaverio.
Così, rimosse tutte le cause di turbamento, egli era quasi sereno. La sua salute rifioriva; egli si abbandonava alla insolita dolcezza di quella vita, di cui l’ottuso intelletto non scorgeva la trama dolorosa: le ansietà e le torture della madre, i pietosi raggiri e il martirio travaglioso della baronessa.
Vittoria era riuscita mano mano a condurlo, colla sagace accortezza della donna innamorata, ad una intimità soave ed uguale che riuniva alle tenerezze dell’amore la placidezza dell’amicizia. Sapeva rassicurarlo e, ardente di passione, prodigandogli tutte le sue carezze, risparmiargli le emozioni troppo profonde.
Una volta le chiese del barone; gli rispose che era in viaggio; poi domandò s’era tornato, gli rispose di no — ed egli non ne parlò più.
I suoi sensi s’accontentavano di questa situazione, e la sua coscienza ottenebrata non ne vedeva l’irregolarità.
Tuttavia Vittoria voleva guarirlo: non la piegavano i disinganni continui e crescenti, non la sgomentavano le conseguenze che pure le si affacciavano spesso terribili alla mente — le affrontava animosa.
— Se Zaverio, ricuperato l’intelletto, la ributtasse inorridito come quella tal sera? Se le pestasse il cuore, come allora le aveva calpestata la persona? Che importa? era pronta, a questo, a tutto. Purchè guarisse, purchè guarisse!
Ma, pur troppo, non c’era il menomo segno di guarigione: anzi il suo organismo si piegava a quel nuovo stato: vi prendeva un nuovo equilibrio: la pazzia inclinava alla demenza.
Vittoria non voleva riconoscere questo.
Ma lo sentiva chiaramente la madre e le dava una disperazione violenta, un furore indicibile.
Zaverio non l’aveva più riconosciuta; se mentr’egli parlava con Vittoria, ella entrava, si fermava di botto e chiedeva piano:
— Chi è? manda via, manda via.
L’infelicissima madre, colla cieca ingiustizia dei sentimenti profondi, accusava Vittoria di rubarle suo figlio e l’odiava per la sua influenza malefica e l’abborriva perchè doveva sopportarla.
Aveva degli accessi di collera terribili. Si provava talvolta d’interporsi fra loro due — era costretta sempre a cedergli il posto. Zaverio chiamava sempre Vittoria — solo Vittoria.
Donna Elvira sfogava sovr’essa il suo rancore con violente rampogne, con invettive nelle quali il suo linguaggio trascendeva a volgarità incredibili.
E Vittoria tollerava tutto.
La duchessa la teneva nè più nè meno che come un farmaco necessario: che si piglia con disgusto e si butta il soverchio.
— Egli non ha bisogno di voi, le diceva duramente tutte le volte che Zaverio dormiva e Vittoria indugiava un poco nella sua camera.
Arrivò al punto di vietarle di entrare in casa: di toglierle il supremo conforto di vegliarlo quando stava poco bene. Era troppo. Vittoria poteva sopportar tutto, ma per lui, al suo fianco.
La povera donna passò delle notti intere in giardino, sulla soglia della porta vietata, smaniando convulsa d’angoscia.
Finalmente si ribellò. Donna Elvira, diffidando dei servi devoti a Vittoria, si rinchiudeva sola in casa la notte.
Una volta, Vittoria, che non aveva visto Zaverio in tutta la giornata — fece scassinare la porta da Gabriele e penetrò nella camera dell’infermo. Ma la madre accorse e le intimò di uscire.
Ella riprese tutto il suo orgoglio e rispose che non intendeva muoversi di là, che non si staccherebbe mai più da Zaverio.
La madre, livida di collera, soggiunse:
— Ebbene, io condurrò meco Zaverio.
— Vi seguirò dovunque.
— Ricorrerò ai tribunali, vi farò rinchiudere come un essere malefico qual siete. Che diritto avete voi su Zaverio? io sono sua madre: voi chi siete?
Vittoria capì che la madre aveva dalla sua la legge: allibì, si umiliò, cedette anche allora, le promise tutto ciò che volle.
E mantenne la parola: fu magnanima nella sommessione come nel resto.
E d’allora in poi l’astio della duchessa non ebbe più freno: la strapazzò a suo talento. Le buttava sul viso le ingiurie più atroci, più ingiuste. La tormentava con le più crudeli diffidenze.
Vittoria aveva ormai da fare con due pazzi, e le pene che le dava Zaverio erano ancora le sue consolazioni. Quel cuore valoroso non aveva per schermirsi dall’odio implacabile che un corsaletto di spine.
Ella però le adorava queste spine: nell’ore di stanchezza, quando la sua volontà piegava un momento sotto il fardello della fatica, si addormentava sul margine della scabrosa viacrucis, ella sognava l’amore, se lo vedeva appressare timido e sommesso come a Mergellina e si abbandonava fra le sue braccia.
Al progetto di andare all’estero aveva dovuto rinunziare. E quasi non le pareva più necessario. Zaverio era tanto discreto; non parlava che con lei. I medici che in quel torno lo videro, non potendone cavare alcun costrutto, avevano raccomandato la calma; e sì che egli era fin troppo calmo!
La sua vita era un cielo caliginoso con qualche squarcio d’azzurro.
Ma un caso vi rimenò il temporale.
Un processo clamoroso diffuse per tutta Italia i nomi di due illustri alienisti lombardi.
La duchessa volle consultarli.
E perciò erano venuti a Milano dove presero un quartierino sul Corso.
Dei due medici che cercavano uno era malato, l’altro fuori, a Lugano.
Donna Elvira risolvette d’aspettare.
Zaverio era sempre tranquillo, usciva, seguito da Gabriele, solo o con Vittoria.
Abitavano sopra la Galleria vecchia, rimpetto alla bottega del Dotti. Zaverio, ogni volta che passava, si fermava a contemplare — con infantile curiosità, le stampe nella vetrina.
Una di esse lo colpì. Era una incisione delle più note: la riproduzione del quadro famoso di Gerôme Re Candaule. Il grande artista francese ha saputo rappresentare in un punto tutta la sanguinosa tragedia: far capire la stolida vanità del Re lidio che espone la moglie nuda alla curiosità del suo ministro Gige, e la paurosa concupiscenza di questo, e lo sdegno feroce della donna offesa che medita di servirsi, pella vendetta, dell’uomo stesso ch’era stato strumento all’oltraggio.
Zaverio aveva visto altra volta quel disegno, ne conosceva l’argomento: più volte gli si era affacciato alla mente nei giorni che avevano preceduto la catastrofe di Mergellina. Allora l’analogia di quella storia col suo caso lo spaventava; ora, rivedendolo, parve ridestarsi in lui il sopito ricordo di ciò ch’era seguito.
Rientrò in casa agitatissimo. Chiese di Vittoria. Ella accorse; ma la sua presenza non valse a quetarlo.
— Baronessa, le domandò, dov’è vostro marito?
Una disperazione tanto violenta traspariva dai suoi sguardi che Vittoria ebbe paura di aver ottenuta ad un tratto quella guarigione che sospirava da tanto tempo.
L’indomani Zaverio riuscì ad eludere la loro vigilanza, corse alla vetrina del Dotti, si piantò innanzi all’immagine funesta e svenne gettando grida insensate.
Da quel momento egli aveva confuso la propria storia con quella di Gige e Candaule, egli si credette Gige, ma prima del delitto quando lotta fra la devozione per il suo Re, la minaccia della regina per indurlo al regicidio e la lusinga di ottenere in premio del delitto il trono e il possesso della donna bellissima.
Era una nuova pazzia che scoppiava entro la prima.
Donna Elvira lo condusse allora a Lugano, dove seppe che il dottore ch’essa cercava era al Belvedere. Volle assolutamente consultarlo e perciò l’aveva mandato a cercare.
XVI.
La baronessa confessò al medico tutte le proprie ripugnanze; ella sola sapeva che Zaverio, guarito, correva un pericolo grave almeno quanto la sua pazzia. Aggiunse che s’era indotta a dirgli tutto, solo perchè Zaverio stava fuori del territorio italiano. Ella ignorava i trattati di estradizione.
L’amore aguzzava la diffidenza meridionale che trapelava dai suoi sguardi profondi, dai suoi gesti, da tutto fuorchè delle sue parole, a cui la volontà imponeva un’intera schiettezza.
Il dottore non se ne adontò: era troppo commosso dei patimenti di lei.
Quando ebbe finito il doloroso racconto egli le fe’ alcune rimostranze; la esortò ad aversi riguardo.
Ella strinse le spalle in atto di noncuranza e disse:
— Guaritemi Zaverio.
Albeggiava; un barlume grigio, sbiadito, traspariva fra le nuvole dense. Aveva ricominciato a piovere.
Vittoria si scosse, chiamò il servo ed uscì dicendo:
— Egli può chiedere di me, bisogna ch’io torni.
Un’ora dopo il dottore vide il canotto che riattraversava bravamente il lago sotto l’imperversare della pioggia. La baronessa e Gabriele parevano due fantasmi impassibili alle fatiche e alla molestie di questo mondo.
Il dottore decise di approfittare della crisi acuta della malattia; ogni speranza di guarigione stava lì.
Affrontò la follia di Zaverio, contrariandola; parlandogli e facendogli parlare il linguaggio della realtà: discorrendogli del barone, dicendogliene un gran male e cercando di persuaderlo che, coll’ucciderlo, egli non aveva fatto che il proprio diritto.
Zaverio dapprima, tutto assorto nelle proprie fantasie, non capiva; poi s’irritò, diede in escandescenze, disse che Candaule gli aveva messo ai fianchi una spia per trarlo in agguato, ma che egli li avrebbe ammazzati entrambi. Non appena vedeva il dottore se gli scagliava addosso e ci voleva tutta la forza di Gabriele a contenerlo.
Le due donne non volevano se gli usasse violenza.
Appena udivano le sue grida accorrevano furibonde e bisognava lasciarlo stare.
Il medico cambiò tattica; provò a togliergli dappresso ogni causa d’eccitamento nervoso, e lasciargli nel silenzio e nella solitudine ottenebrare i fantasmi della sua fissazione.
Chiese a Vittoria un grande sagrificio: l’indusse ad uscir di casa e a pigliar dimora in una casetta vicina e a rimanerci per qualche giorno senza vederlo.
Difatti Zaverio si calmò, ricadde nella torpida malinconia dei primi tempi; poco a poco dimenticò re Candaule e il suo ministro.
Donna Elvira che non conosceva il male ne fu felicissima e riprese le sue prime illusioni.
Il medico non osava disingannarla: ma egli notava con dolore che il povero Zaverio precipitava alla demenza insanabile.
Bisogna fermarlo sull’orlo dell’abisso ove l’intelletto umano affonda irreparabilmente.
Scuoterlo, stimolarlo nel suo amore.
La duchessa se ne dispiacque: aveva sperato, di separarlo dalla baronessa; il dottore dovette parlarle chiaro, dirle tutto, dirle che quella donna era l’unico filo che legasse il suo figliuolo alla vita.
Ella entrò in una gran collera, maledisse Vittoria, imprecò a lui, accusandolo di essersi inteso con lei ai suoi danni. Per un po’ il medico temette che impazzisse davvero anch’essa. Ma donna Elvira si quetò finalmente; l’amore materno riprese ancora in lei il predominio sull’altre passioni: ella lasciò cadere le braccia e con una dignitosa rassegnazione disse:
— Fatela dunque venire.
Però il medico non richiamò allora in casa la baronessa: cominciò a farle scrivere a Zaverio; Gabriele e Concetta ricapitavano le lettere e le ambasciate.
Il sentimento di Zaverio si risvegliò: egli accoglieva i servi con una viva diffidenza, non parlava quasi in loro presenza; qualche volta chiedeva notizie del barone. Da solo nominava, piangendo, donna Vittoria, delirava chiamandola con tenerezza.
Il medico s’era fatto insegnare dai servi il linguaggio del barone di Ruoppolo e gli parlava a quel modo con tanta abilità che a poco a poco Zaverio, piuttosto rispondendo al fantasma della sua mente che a lui, lo pigliava per quello davvero.
Finalmente egli tentò un colpo decisivo.
Una sera mandò Gabriele ad invitarlo a venire dalla baronessa come quella notte fatale onde derivava la sua pazzia.
Il servo con grande precauzione condusse Zaverio per il lago alla casetta dove abitava donna Vittoria.
Quivi ella lo ricevette in una camera che, per consiglio del medico, aveva arredata pressapoco come quella del barone a Mergellina.
Il dottore assistè, nascosto dietro una portiera, al loro colloquio.
Era convenuto che donna Vittoria lo secondasse e ripetesse la scena terribile di tre anni prima.
La povera donna dovette, con che martirio si può pensare, riprendere il suo cipiglio altero, sprezzante d’una volta, maltrattar lui ch’ella adorava disperatamente, frugare nel proprio cuore straziato per cercarvi i ricordi delle proprie pene e strapparli ad uno ad uno.
Ella ebbe la forza di far tuttociò e con tanta bravura che Zaverio dapprincipio s’illuse perfettamente. Egli fu come allora, docile, umile, afflitto e innamorato.
Appena si fosse rivoltato, donna Vittoria doveva cedere, buttarsegli fra le braccia, manifestargli il proprio amore, inebbriarlo di tenerezza.
In pari tempo il dottore, ch’egli scambiava per il barone, si sarebbe mostrato e avrebbe finto di ammazzarsi.
Speravano che la diversa catastrofe avrebbe dato un nuovo corso ai pensieri di Zaverio, e dissipati i suoi rimorsi: questo mezzo doveva servir loro di mezzo per fargli superare d’un balzo l’abisso che era venuto ad interrompere la sua vita intellettuale.
Ma, ad un tratto, Zaverio mutò: invece di ribellarsi, s’intenerì, si gittò ai piedi di donna Vittoria, e la supplicò di non spingerlo al delitto: si rotolò sul tappeto gridando angosciosamente:
— Voi siete il mio mal genio e io vi amo, abbiate pietà di me.... abbiate pietà.
Ciò non era previsto.
Donna Vittoria, smarrita, straziata, non sapeva che fare: cercava invano un consiglio.
Allora il dottore affrettò la simulazione del suicidio; sparò la pistola e si lasciò cadere sul limitare del salotto.
Zaverio balzò in piedi esterrefatto, un tremito convulso gli squassava la persona.
Un lampo d’intelligenza gli balenò negli occhi.
Egli si appressò vivamente al dottore che giaceva immobile a terra, lo guardò attentamente un gran pezzo; si passò la mano sulla fronte come per raccogliere i suoi pensieri, poi, tentennando il capo, disse lentamente:
— Non è lui, non è lui quello che ho ucciso io.
Vittoria gli gettò le braccia al collo singhiozzando.
Egli la respinse e si allontanò dà lei.
Un’altra persona era entrata: donna Elvira che era venuta dietro al figlio ed aveva assistito alla scena dolorosa.
Ella si fe’ innanzi. E Zaverio le corse incontro, e le si abbandonò sul seno, gridando:
— Mamma, mamma!
Erano tre anni ch’egli non la ravvisava più.
La povera donna fu per morirne dalla gioia: lo strinse, lo baciò furiosa, lo levò di peso, se lo portò via di là con uno sforzo sovrumano fino alla vicina sua casa.
Il medico e Vittoria la seguirono; ella lasciò entrare il medico ma cacciò la baronessa gridando:
— Scellerata, vuoi uccidermelo, non t’ha detto che sei il suo mal genio!
Zaverio era svenuto. Mentre il medico gli prestava le cure dell’arte sua, la madre s’inginocchiò al capezzale, pregando, aspettando ch’egli si riavesse.
Ma appena egli ricuperò i sensi chiese di donna Vittoria.
La povera duchessa ebbe un bel chiamarlo per nome e coprirlo di carezze: egli non la riconobbe più.
Dovette permettere, per calmarlo, che l’odiata baronessa ritornasse e riprendesse dominio sulla sua creatura.
Quando donna Vittoria comparve pallida come un cadavere, egli si quetò, le prese le mani in silenzio, se la tirò sul petto e la tenne così abbracciata un gran pezzo.
Poi, subitamente, si scosse, ridiventò inquieto e volle alzarsi.
— Vieni, andiamo, le disse.
Ella pendeva dalle sue labbra, un filo di speranza le rimaneva.
— Che tuo marito non ci trovi più, mormorò a bassa voce Zaverio, andiamo.
La baronessa, presa da violentissima angoscia, vacillò un minuto; poi il sentimento del proprio cómpito la sostenne.
Zaverio volle uscire; bisognò compiacerlo.
Lo menarono, facendogli fare altra strada, alla casa della baronessa.
Quivi, si addormentò fra le braccia di lei.
Ma l’indomani mattina ripetè la stessa scena.
Così nei dì seguenti; salvo le poche ore di riposo che gli imponeva la stanchezza, egli voleva continuamente essere in viaggio per sfuggire alle ricerche del barone che, diceva lui, l’inseguiva per riavere la moglie.
Perciò lo condussero di albergo in albergo, da Lugano a Bellinzona, poi a Vevey, a Ginevra.
Il dottore li seguì alcuni giorni: poi dovette confessare alle due donne che l’opera sua era inutile; la crisi era oltrepassata ed aveva esaurito l’ultima scintilla dell’intelligenza di Zaverio: — il quale oramai si smarriva nella demenza caotica.
Le consigliò di viaggiare all’estero anche per rendere servizio a donna Vittoria.
Egli tornò indietro.
Dopo due anni, in un paesello nei dintorni di Vienna, egli incontrò ancora Zaverio e la baronessa. La duchessa era morta: la madre infelicissima si era lasciata deperire; era spirata un giorno senza che alcuno se ne accorgesse.
Donna Vittoria non era più che uno scheletro. Si capiva che non viveva più che per la sua missione d’infermiera: che quando questa cura le fosse mancata non avrebbe avuto altro che a distendersi nella fossa e chiudere gli occhi: alla vita ell’era morta da un pezzo.
Zaverio s’era quetato. Era persuaso d’aver rapito la moglie al barone e d’averlo sviato. — Solo, a mesi d’intervallo, per precauzione voleva mutar dimora. Egli mulinava di divorziar donna Vittoria dal marito. Cercava per questo un avvocato: vedeva avvocati in tutti gli uomini che lo appressavano. — E la povera donna Vittoria, ella così altera del proprio pudore, ella che aveva a questo sacrificato la propria pace e la vita d’un uomo, oramai si rassegnava ad essere, da colui che ella amava, riguardata come una moglie adultera: quale scadimento morale!
L’espiazione era terribilmente completa!
Zaverio disse al dottore:
— Voi siete avvocato e non sapete trovare un cavillo bono! presto, andiamo, — il giudice mi aiuterà, l’ha promesso — poi anche Vittorio Emanuele mi farà una buona sentenza. — Non ho bisogno che d’un avvocato; volete difendermi bene? — Ecco un cappello da generale per voi — e gli dava la sua berretta. — Avanti, presto, chiamano la causa, andiamo in Tribunale.
Sul punto di salutarlo, donna Vittoria domandò:
— Dottore, non c’è più nulla, più nulla da fare?
Il medico non rispose, allargò le braccia.
La baronessa soggiunse:
— Se guarisce, verremo a trovarvi in Italia.
Ma ella non è venuta — e il medico non l’ha mai aspettata.