DELLO SCRITTORE ITALIANO (continued 2)
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E questo fie massimo fra gli assunti del letterato italiano.
Molte le male piante che si abbarbicano intorno alla religione: principali fra queste la indifferenza, la superstizione, l'ateismo e la empietà; ma quale istituto, quantunque nella sua origine santissimo di perfezione, non partorì nelle mani dell'uomo immani sequenze? Qui intanto occorrono maggiori gli abusi in quanto questo negozio così nella vita dei popoli come in quella dello individuo tenga parte primaria.
E' non vi ha dubbio comprendere Dio nella sostanza e negli attributi suoi noi non possiamo. Le nostre facoltà trovansi corte a tanto concetto: sarebbe bene che la faccenda fosse diversa, ma noi non nascemmo a tribolarci nel desiderio di cose vane, bensì a trarre il maggiore profitto dalla condizione in cui ci collocò la natura. A Dio assegninsi pure attributi quali alla nostra mente paiono grandi, e soprattutto buoni pel tempo e le opinioni che ci si volgono dintorno: più tardi potrà darsi che i posteri gli sperimentino insufficienti; spetterà a loro in quei giorni accomodarsi lo stadio che avranno a percorrere; a loro stringersi dove meglio gli tornerà la cintura. Gli attributi di Dio dovrebbero essere quelli, che imitati adesso avrebbero virtù di generare maggiore copia di bene alle presenti generazioni. Se nelle religioni che ci precederono su questo suolo latino si potesse sceverare il concetto della divinità speculato nella mente dei fondatori di quelle, dalla frasca sacerdotale forse vedremmo la progressione della idea di Dio, che da principio materiale affatto diventa spirituale e materiale. Apollo è nume propizio, libera la terra dal serpente, sana i morbi, gli animi ferini ingentilisce co' sodalizii delle Muse, come un mortale ama, e peggio troppo come un mortale odia. Cristo ama ed odia come un Dio, non ammazza belve, ma conquide ipocriti, non iscortica Marsia, bensì minaccia della geenna gli oppressori; non allieta i mortali co' canti delle Muse, ma ne rigenera le anime, le chiama sorelle, figlie di un medesimo padre che è ne' cieli, schiude alquanto le porte del paradiso, e quinci prorompe un raggio, non di voluttà, ma di suprema intelligenza e d'infinito amore; Cristo ha vinto il paganesimo, ma non ha compite le sue conquiste: con esso in mano i popoli possono camminare ancora per secoli nei sentieri del meglio. Sì in verità lo possono, ma con Cristo solo.
La natura dello scritto e la materia piena di pericolo c'invita a traversarla in fretta, pure rileviamo un'accusa la quale riesce a immaginarsi facilissima. In questo modo, si obbietterà, la religione convertesi in argomento di governo; e legarla così alle vicende degl'interessi umani egli è un torla dal cielo e avvilupparla per la terra: l'angiolo diventerebbe serpente. Si potrebbe in succinto sermone rispondere che Aristotele si spingeva più oltre insegnando alla recisa la religione essere stata inventata dai legislatori per contenere i popoli e condurli a lor senno: con la vita cessate le cause del vivere, epperò in un col corpo perire lo spirito; e le dottrine di Aristotele invece di bandirsi da Roma sovversive alla religione, ella celebrò e forse celebra adesso come fondamento dei dogmi ortodossi, chi lo bestemmiò scomunicava, e sofferiva che in talune chiese della Germania nei giorni festivi, invece di leggere il Vangelo, si leggesse un brano dei Morali di lui; ma qui non siamo nel foro dove si agita per avere ragione, non già per trovare la verità; mal si gioca di scherma nei gravi argomenti, epperò, buttato là lo Stagirita, insistendo, è da dirsi: che presenta di strano chiamare la religione in soccorso al governo degli uomini? Cristo si fece uomo e come uomo patì per approdare all'umanità, ora quello che Dio fece, perchè repugnerebbe fosse fatto con la legge di Dio? Da un lato si presume il temporale indissolubile con lo spirituale e ciò per imperare; da un altro si sostiene lo spirituale incompatibile col temporale, e ciò per fuggire servitù: nè qui nè là ragione; mirate i Romani vetusti i quali niente di queste cose apprendevano, come quelli presso cui la religione non formava istituto separato, non privilegio di persona, bensì parte di reggimento e professione della universa cittadinanza. Partesi egli l'uomo? Non si parte, e nonpertanto lo hanno diviso per tenerlo meglio: questi si prese il corpo, quegli l'anima; il corpo da vicino governano, l'anima da lontano; l'uno con l'autorità della mannaia, l'altra con l'autorità del terrore, e questa anco del premio perchè spirituale essendo non costa nulla. Il Macchiavello, che nelle cose di stato fu quella cima di uomo che il mondo sa, non dubitò affermare che i popoli senza il fondamento della religione è forza che rovinino; e siccome le dottrine che spone male si potrieno con parole più ingenue di quelle che per lui si adoperavano riferire, così sarà prudente rimandare il lettore ai Discorsi intorno alle Deche di Tito Livio, dove ne parla, e certo sopra tutti gli argomenti che adduce forte ci percote lo esempio col quale dimostra che, sciolto ogni ritegno, sotto la sequela delle sventure sarebbe la repubblica senza fallo perita, se non era Scipione che costrinse col ferro alla mano le poche legioni superstiti a giurare di non deporre che con la vita la spada. Che importa a noi se gli attributi conferiti a Dio dagli uomini reggano o no tutti alla prova della virtù dissolvente della critica? — Basta alla umanità che sia creduto ch'egli abbia quelli che dal danno la tutelano, e gli altri che le fruttano benefizio. Pon mente: quando o la fortuna, o l'ira di Dio o il mal talento dell'uomo, o la viltà del popolo, o tutte queste cose insieme diedero allo stato un tiranno, chi si sentirà potente di contenere costui uso a balenare i suoi voleri a modo di fulmine? La forza sta nella sua destra, la legge nella sua sinistra, il gregge umano gli rumina sotto i piedi e senza fremito. Allora non gioverà ch'egli creda sopra lui senza fine più alto, ch'egli non è sul capo de' suoi schiavi, vivere un Ente che vede, sa e può disperdere un mondo non che un uomo, migliaia di mondi non che un gramo pianeta com'è la terra coll'alito delle sue narici? In mezzo ai baccanali della prepotenza non sarà bene ch'ei tema vedere di tratto in tratto sbucare fuori dalla nuvola la mano che scriva sopra l'avversa parete la sua condanna? Se egli ha copia di satelliti, di carnefici, e di giudici, e di commissari straordinari, e di giunte militari, ministri del supremo Vendicatore, paventi il tiranno la fame, la guerra e la peste. Nè il contradire opponendo che timore di Dio non trattenne mai tiranni da trassinare i popoli, parrebbe giusto, imperocchè i più di essi appunto non conoscano religione, e fra coloro che o in parte, o tardi la conobbero, chi sa quante scelleratezze ella impedì, o quante altre riparò, o di quali amari rammarichi non fu ella semenza! Chi nol crede legga il testamento di Filippo II, e dica poi se più l'empie di orrore la vita di lui o di terrore la morte. Al principe che il dominio, sceso in esso tirannico da tempi barbari, temperò con leggi volute dalla crescente civiltà dei popoli, se mal consiglio altrui o ribollimento di superbia propria lo inducesse a rimpiangere la passata sfrenatezza del potere, la religione da prima gli porrebbe un dito su le labbra e gli direbbe: «taci, tu hai giurato, e Dio è custode dei giuramenti fatti nel nome santo di lui»; e poi seguitando lo garrirebbe: «ch'è questa arroganza? Dio, creatore dell'universo, di cui la tua mente non può concepire, non che il tuo occhio contemplare la immensità, Dio di petto all'universo s'impose leggi, e dirittamente le osserva.» Così placando la sua superba febbre lo ricompenserebbe con la serenità della coscienza onesta, col sentire che meglio vale sicurezza giusta che ingiustizia con pericolo, e provare che se non è eterno amore, il timore lo è anco meno, e conduce seco l'odio per giunta. — I popoli senza religione, remolino di venti scatenati, terribile più quanto meglio stia nelle mani loro il reggimento, o si governino a democrazia. Chi potrà insegnare ai popoli co' diritti i doveri da un punto all'altro, se la religione non può? Chi varrà nel giorno della vendetta a persuaderli al perdono, se non trova del cuore loro la via la voce del Dio che si fece popolo e perdonò dal sommo del patibolo i suoi carnefici? Badisi a questo: l'opera criminosa dell'uomo, prima di diventare delitto, fu peccato. La legge dà in mano al giudice il malfattore bello e compito; il giudice tale e quale lo consegna al giustiziere: inani riti il più delle volte e tempo veramente sprecato procedure e giudizii; dicono ai giorni nostri proporsi nelle pene l'ammenda del reo; non ci credete affatto, chè le sono ipocrisie per parere; a ciò non pensano; ci pensassero, non possederebbono abbastanza facoltà, proposito e sapere per venirne a capo; quando pure tutte queste cose possedessero, riuscirebbe ogni partito invano, imperciocchè inremeabili sieno i passi verso lo inferno, e che si possa a un punto essere piombati nel baratro e comparire nel mondo; Dante lo ha mostrato e la esperienza insegna. Non date retta a specchi, o come volgarmente oggi si appellano: statistiche; queste per bugiarderia hanno vinto la mano agli stessi epitaffi. Ad impedire il primo furto poco ritegno basta; il solo miracolo può trattenere la mano che si stende per la terza volta ladra alla roba altrui. Ora la legge non arriva al peccato, i giudici non assistono al lento e progressivo formarsi della materia perversa, che costituisce il misfatto; essi non sanno come queste secrete infermità si guariscano, e, guarite, come se ne impedisca il ritorno; le leggi ordinariamente non badano all'uomo che dopo la sua pubertà, e unicamente per percuoterlo ci badano; ora a sedici anni il malvagio ha messo il tetto. La famiglia dà alla città l'uomo perchè glielo strozzi. A tanto guaio non può, come non deve, riparare altro che la religione. In qual guisa, con quali partiti, istituti ed uomini, se conservando o cancellando, ossivvero in parte levando ed in parte mettendo del nuovo qui non è luogo a trattare; chè solo adesso si ebbe in mira avvertire gli scopi che pei tempi che corrono deve proporsi lo scrittore veracemente italiano. Le materie religiose, considerate appunto dalla parte dell'utile che come istituto governativo devono partorire al consorzio umano, ci paiono argomento così ampio e nobile alla meditazione, come necessario alla contingenza dei casi che ci stanno sopra gravi di molta minaccia.
IX.
Passammo per l'argomento della religione al modo stesso che san Pietro Igneo traversò la catasta delle legna accese a tutta possa correndo per timore delle scottature; ora favellando più ad agio, diremo di altro assunto che per consenso universale, se non pareggia la religione, merita tenergli dietro immediatamente; questo è la poesia. Quando il sindaco di Londra, paragonata la Inghilterra ad un vascello in mezzo all'oceano, poichè ebbe tritamente descritto i varii ministerii degli incoli suoi, e confrontatili con quelli degli ufficiali di marina, interrogò Chatterton che cosa stesse a fare in mezzo a tanta operosità il poeta? Questi rispose: il poeta è il pilota che dritto su la prua sta speculando le stelle per indirizzare il corso del naviglio a termine immortale. La poesia era una volta il tramite pel quale il cielo corrispondeva con la terra; gli uomini resero a Dio quanto egli concesse loro di divino in parole di armonia cantando in sua lode inni e peana: nè qui si fermarono, chè intenti a trasfondere nei precetti regolatori l'umano consorzio più che per loro si potesse di dottrina immortale, vestirono di numeri le leggi; e questo non solo nei primordi del vivere civile, bensì a civiltà progredita, secondochè si legge, costumò Solone vissuto sei secoli prima di Cristo. Vati presso molte religioni defunte furono detti coloro i quali per molto tesoro fatto di notizie antiche riuscivano, in grazia della dotta esperienza, a divinare il futuro; ond'è che i Romani appunto commettessero ai vati di cantare il carme secolare, come quello che, nel mentre chiudeva la porta sulle spalle del secolo decrepito, dall'altra parte l'apriva alla faccia del secolo giovanetto. Omero, che fra i poeti vetusti ritrae meglio degli altri la sacerdotale indole del vate, ne ammaestra essere cosa non pure piena di profitto ma di onestà porgere ascolto alle parole del poeta; a patto però che le sue parole sappiano di divinità; non diverso da lui, Orazio definiva il poeta uomo in cui splende mente divina e talento di esporre con eloquio illustre illustri concetti. Di qui la causa per la quale si reputa dicevole favellare di poesia dopo la religione.
Quale si deva proporre nobile assunto la poesia, Chatterton poeticamente espresse, il quale volendo adesso significarsi con più piano sermone, diremo che la poesia deve, secondo la occorrenza, promovere anzi tutto la libertà della patria da qualsivoglia tirannide domestica o straniera, celebrare le virtù cittadine, accendere nei superstiti la venerazione degl'incliti defunti, invogliando ad imitarne gli esempi, palesare le gioie della famiglia, renderle desiderabili se trascurate, se amate sublimarle, esaltare la santità degli affetti, la dignità del lavoro, sollevare i cuori all'amore di tutto quanto è onesto, gentile, decoroso e bello. Religione, Patria, Famiglia, triade che non conosce eterodossi nel mondo, sia materia di nobile canto al poeta civile.
Veruna scienza od arte presuma che le possa essere fatta parte più magnifica che alla poesia; però, quanto più grandi la mercede e la fiducia, tanto maggiore in lei l'obbligo. Quindi severissimo pende il giudizio sopra i poeti i quali abusarono dei doni dello spirito per pervertire coloro che dovevano letificare; e sopra tutti meritano infamia quelli che inaridiscono i cuori soffiandoci dentro i semi del dubbio e della disperazione. Lo Eforo abbia facoltà di tagliare quante più corde vuole alla lira propria od all'altrui, purchè ci lasci intatte quelle della Speranza e di Dio.
Meditando su la materia, sembra a prima vista che la dottrina del dubbio e della disperazione abbia a nuocere meno se sprilli dal canto che dalle altre scienze morali: imperciocchè si possa credere che il poeta si commetta volentieri in balia dello impeto della passione, e guardando, com'egli di frequente fa, i beni ed i mali a traverso le lacrime del dolore e della gioia, veda gli oggetti alterati nel colore o nella forma: inoltre la natura poetica tende al superlativo, e talora ostenta disperazione per avere conforto, sfiducia per essere smentita: finalmente si adoperò talvolta la disperazione artatamente per destare con ogni maniera di punture la inerzia dei cittadini; e di vero la umanità rinnovandosi giovaneggia sempre; ed in noi stessi provammo, allorchè più il sangue bolliva, quanto ebbe virtù di abbrivarci con impeto ai più subiti partiti, come alle risoluzioni più magnanime quel provocarci che altri faceva, dicendo noi non essere da tanto, il potere non bastarci nè il volere; chi va senz'ale si rassegni a rasentare la terra! — Siffatte scuse poi non si addicono alle altre discipline che procedono pacate per via di dimostrazione e di raziocinio.
Nelle storie sopra tutto questo pessimo vezzo torna pregiudicevole, dacchè dobbiamo estimare che lo storico, dopo avere interrogato con molta circospezione le antiche e le moderne vicende, indagato le arcane ragioni di quelle, distinto gli errori, le colpe e le necessità, si disponga a ordire la tela per ammaestramento dei contemporanei e dei posteri. Se lo storico, o prima del suo pellegrinaggio traverso i documenti della storia, o dopo, va convinto come la stirpe nostra sia incorreggibile, e allora o perchè scrive egli? Cotesta sua è vaghezza di gufo o di tale altro maligno uccello della notte. Forse non gli pare abbastanza squallido il cimiterio, ond'ei venga co' suoi maluriosi singulti ad aumentarne l'orrore? Che se poi non sentendo cosiffatta convinzione così egli adoperi per una sua certa acrimonia di sangue o capriccio dello spirito, allora costui meriterebbe non solo essere bandito dal novero degli scrittori, bensì ancora dalla comunione degli uomini.
La mente, dettando queste sentenze, trascorre spontanea a Carlo Botta, scrittore di molta efficacia di stile, e che, malgrado la disparità dei giudizi, non invenustamente forse potrebbesi paragonare a Paolo Veronese. Però, quanto nelle forme del dire degno di lode molta, con poca mistura di biasimo, altrettanto nei concetti e nella moralità della storia reprensibile: conciossiachè sia che lo muova certa sua acerbezza di spirito o levità d'intelligenza, procede invaghito a manifestarsi scontento perpetuamente di tutti e di tutto, quale governo meglio si confaccia all'umano consorzio egli non ci sa dire, anzi alla scoperta non assolve veruno: forse talvolta in pelle in pelle sorride all'aristocrazia, ma indi a breve anco a lei fa il viso dell'arme, e condanna alle gemonie. Che pro ricava l'uomo dallo indefesso travagliarsi a migliorare le sue sorti? La felicità non è fiore che cresca in questi nostri giardini terrestri. Tali proposizioni, che sarebbero biasimevoli nei sermoni del più spericolato fra i predicatori, devono reputarsi indegni di storico grave. Che se egli quello che scrisse pensò, doveva tacere, e se nol pensò fu peggio che tristo scrivendolo, perchè bugiardo a sè, nemico altrui. E certo i generosi che si collettarono per dargli abilità di dettare con animo scevro da ogni sollecitudine la continuazione delle Storie del Guicciardini, nol fecero già con lo intendimento che da lui si mandassero auspicii tanto alla patria nefasti. È sapienza più spesso riprendere l'uomo che lodarlo, ammaestrarlo sempre, disperarlo giammai.
Al miglioramento umano vuolsi credere non come ad una di quelle cose che portano in fronte le parole: adora e taci (imperciocchè correremmo grandissimo rischio che per siffatta prosunzione moltissimi non credessero punto), bensì come a dimostrazione di problema geometrico. L'uomo nascendo porta seco molta parte di bestia, ed il negarlo è vano; nè da questo lato trovi in lui cosa buona; se ben consideri, conoscerai le bestie nascere naturalmente cattive, come quelle che governate dallo istinto della voracità, sieno pure quanto vuoi mansuete, pel pasto si osteggiano; dopo il pasto, la gelosia per le femmine partorisce le offese. Però l'uomo possiede talenti fisici ed intellettuali per modo estesi da trovare spediente a soddisfare i propri appetiti, e in parte moderarli senza danno altrui; all'opposto contribuendo all'utile universale. Ormai non fa mestieri avvertire nè meno che la perfettibilità non consiste nel mortificarsi, murarsi fra quattro mura e fare la pelle dell'istrice a quanto alletta e piace: mai no; coteste a' dì nostri si stimano pratiche da insensati; in questo altro piuttosto consentirà l'universale a riporre la perfettibilità dell'uomo: — nel godimento della maggior somma di piaceri fisici e morali con vantaggio del corpo e spirito così suoi come altrui.
Il corso della umanità verso il bene è quasi un fiume: appena egli esce dalla sorgente montana, tu lo vedi esitare con acque dubbiose sul cammino che deve tenere: in breve acquista baldanza e si caccia giù per dirupi in corsa avventurata, rompendosi fragoroso e spumante: non vi rechi sgomento se lo vedete volare in fiocchi di spuma e in sprilli minutissimi, in breve saprà raccogliere le membra spante per ripigliare copiosamente magnifico il suo sentiero: ad un tratto, senza che ne apparisca evidente ragione, si strema, fa gomito, e, come vinto dall'angoscia, si ripiega verso la sua sorgente. Qui molti dicono: la è finita; e s'incamminano a casa. Ma il fiume, dal breve riposo ricuperata balìa, torna a scorrere verso il mare: chi lo ha seguito si conforta, ed ormai non teme più sinistro. Troppo presto ei confida: il fiume incontra un lago, ed in quello sboccando, confonde le sue acque con le acque di lui. Allora altra parte di gente che gli tenne dietro torna a disperare e dice: abbiamo veduto la sua tomba, andiamcene con Dio. I più ostinati, rimasti, vedranno come il fiume non abbia mescolato le sue con le acque del lago, bensì all'opposto, traversandole con forza invincibile, sbocchi per altra parte, aprendosi largo letto per la pianura, e finalmente maestoso e tranquillo si acquieti nelle braccia della Teti marina.
Guai all'uomo che non mira sempre davanti a sè! Tuttavolta, anche a rischio che ne incolga la sorte della moglie di Lot, adesso ci bisogna voltarci addietro, e vedere se veramente ci sia causa di disperare; guardiamo dunque se il fiume della umanità abbia progredito, ossivvero stornato verso la sorgente. Nella decadenza dello impero il tiranno coronato era padrone del mondo, e con una rete lo circondava tutto: questa rete era di ferro; l'ira sua inevitabile come il destino, la forza prepotente al pari di quella dell'uracano; oggi molti i despoti d'intenti uguali, ma di polso tremulo e con le coste fradice: allora la schiavitù rodeva il corpo sociale come la lebbra i corpi fisici, adesso non più servaggio nè lebbra: la confisca in quei tempi arnese ordinario di regno, ai tempi nostri non si conosce confisca; e sì che non manca chi ne avrebbe voglia ed anco bisogno, ma si vergogna, e, stretto alquanto l'agrume co' denti, se gli sente alleghire, e comecchè a malincuore, lo lascia andare: uno solo non si vergogna e divora; ma siccome piglia a cui ha divorato, fa dire: non ci badate, la rabbia è tra i cani! Il fideicommisso ed il maggiorasco ecco cascarono come vecchia tappezzeria di damasco da vecchia parete: i delitti di lesa maestà scomparirono da parecchi codici: di giorno in giorno vie più si comprende come la misura unica, giusta e per tutti sia quella del becchino; tre braccia avvantaggiate tanto pel carnefice quanto per la vittima!... Certo taluni, non si vuol negare, riconficcarono gli assi dei patiboli politici: pazienza! pazienza! chi conficca sa egli per cui avrà conficcato? Le libertà del commercio in alcuni paesi hanno preso stabile stanza; alla porta di altri picchiano, non mica a modo di mendico, bensì dello esecutore di giustizia che viene a gravarti i mobili di casa, e s'impazienta aspettare. Sicuramente a cui guarda la superficie sembra l'aspetto della terra pari a quello che fu; anche a Pompei, a Resina e ad Ercolano la gente nella vigilia della eruzione del Vesuvio ballava. E poi nuove cause furono versate in seno al corpo sociale, e la causa è seme necessario di altri effetti; ai piedi delle donne chinesi si mettono con profitto freni di ferro, non già ai cervelli italiani, e peggio ancora alle forze perpetuamente operative del mondo.
Ma per tornare all'argomento, si potrebbe aggiungere, in prova del maggior danno che, disperando, partoriscono le storie sopra la poesia, quest'altra considerazione, che lo storico si presume almeno abbia a ragionare per tutti, mentre il poeta per sè solo sente.
E ciò nonostante il poeta disperando sgomenta troppo più dello storico. Lo storico per ordinario favella a pochi eletti; il poeta alle moltitudini; il primo sponendo i suoi pensieri incontra intelligenze assuete a meditare; donde l'esame e la confutazione, fecondi entrambi di benefizio inestimabile in pro della verità; il secondo commove cuori con la percossa della convinzione, la quale non si discute ma si sente, e la più parte dei cuori geme inferma pei mali presenti e pel presagio degli avvenire. Questa convinzione poi casca giù pesa come mazza da arme qualora si parta dal Byron o dal Leopardi.
Però il Byron troppo diverso dal Leopardi: quegli è quasi vento che manda sottosopra l'oceano, questi il simoun del deserto, che dove passa sterilisce; lo spirito del Byron, come Giacobbe che contende con l'angiolo, lotta, si contorce, urla smanioso, tenta mordere e talora anco morde: insomma è battaglia di anima legata alla materia, sforzo d'intelligenza che vorrebbe spingere il volo nelle regioni più sublimi dell'empireo e rompe l'ale ai ferri della gabbia: bufera d'ira e di dolore suscitata dalla impotenza a penetrare la ragione de' misteri che non può conoscere nè dare all'oblio: ma la procella passa e torna il sereno così profondamente limpido, così gloriosamente divino, che appuntandoci gli occhi ci vedi lassù nell'alto la Speranza e Dio. Non così la disperazione del Leopardi: come infeconda, la sperimentiamo del pari generosa: infelicissimo egli era per cause intrinseche ed estrinseche; fuori di lui padre rigido, censo angusto, uomini avari, tempi o nemici o poco propizi alle lettere; dentro lui salute incerta, deformità umiliante, inettezza a operare da uomo; di qui l'umore nero che a mo' di caligine si frappone tra lui e gli oggetti circostanti, e la sazietà di tutto, perfino delle cose che non poteva avere sperimentate, la scredenza e il decreto che condanna gli uomini a miseria immortale, perchè egli si sente senza rimedio infelice. Dai canti del Byron nessuno cavò argomento di appiattarsi dietro la lapide del sepolcro dinanzi ai certami della vita; molti per converso ci trovarono acciaro per farsene usbergo al petto e combattere pertinaci contro gli uomini, le cose, e, se la necessità lo portava, contro lo stesso destino; mentre è ricordo pieno di amarezza quello di avere trovato il volume di poesia del Leopardi in tasca al giovane che sul principio di questo anno 1857 si precipitò dal ponte di Carignano. Che fosse piccolo ingegno Giacomo Leopardi non è da dirsi, pure torremmo volentieri licenza di dubitare assai se la fama a cui saliva egli meritasse intera per ciò che spetta a splendore d'immagini ed altezza di concetti e a facile eleganza di eloquio, ma senza dubbio poi, giusta la opinione nostra, la demeritò come poeta cristiano e come poeta civile. Per ultimo, qualunque potessero essere state le colpe di Giorgio Byron, gli vennero riscattate dall'ultimo canto agitatore della sua anima ad infiammarsi di entusiasmo per la Grecia a guisa di leone che si sferza i fianchi, e dalla morte incontrata per rivendicare in libertà cotesta patria del bello. Meritamente la sorella Augusta volle che su la tomba di lui si tenesse memoria del pellegrinaggio del fanciullo Aroldo e di cotesta morte; tanto basta per raccomandarlo alla ricordanza, e, quello che importa più assai, allo amore immortale degli uomini.
Quante volte comparisce un libro di poesia fra noi lo dobbiamo salutare stella mattutina promettitrice di giorno glorioso; e laddove il libro parli di amore, deh! non vi dia fastidio l'abbondanza di amore, conciossiachè ben comincia chi su l'alba del suo ingegno arde qualche grano d'incenso su l'ara della Venere celeste; lì presso vivono le Grazie, ed egli verrà propiziandosele per via di quel suo sagrificio offerto con mente pura: ora chi non ha amiche le Grazie non presuma salire in fama qualunque scienza intenda coltivare, fosse anco quella di Euclide. Trista però è la stella che nasce e tramonta nello emisfero dello amore; a mano a mano che salisce l'erta dei cieli, forza è che raddoppiando colla luce il calore più largamente e più intensamente illumini e scaldi. Poche poesie liriche abbiamo noi altri Italiani che parlino di altro che di affetti femminili, e fra queste le famose scarsissime: a parte la miseria delle condizioni pubbliche, la quale in tempi barbari seppe ispirare persino ai rudi monaci sassoni lamentazioni da non disgradarne a petto di quelle di Geremia; qui male si fanno parlare le Muse di famiglia, di fortune private, di necessità, di malattie spirituali; di tutto quanto insomma agita l'umano consorzio. Giuseppe Giusti dotò il paese di liriche satiriche ed accrescendo il nostro retaggio di poesia aperse nuovi e fecondissimi sentieri: a noi però non apparisce la ragione per la quale altri non ce lo abbia seguitato. Forse atterrì l'altezza alla quale egli seppe condurre questa maniera di poesia e il terso stile; però il cerchio del poeta comparisce adesso dilatato, che i casi succedentisi di giorno in giorno dissuadendo il riso si accostano al gemito di Geremia, per quindi trascorrere al furore di Ezechielle, od allo entusiasmo dell'Apocalisse, conciossiachè parrebbe che non dovesse farsi attendere troppo il tempo in cui l'angiolo con voce magna griderà al figlio dell'uomo che siede incoronato sopra il suo trono tenendo in mano una gran falce acuta: mena giù la tua falce e mieti, che l'ora del mietere è venuta, e la messe è secca davanti la faccia del sole. E per la parte dello stile, quantunque il Giusti molto abbia fatto ricercando argutamente l'eleganze dello idioma materno, ciò non toglie che non si possa fare anche più, apparendo or qua or là in taluna delle sue scritture un certo tal qual intralciamento; chè la semplicità in lui non era spontanea, bensì con indefesso studio conseguita: e per fermo se da un lato senza molto studio non si arriva all'eccellente nelle arti, dall'altro però bisogna dire che il soverchio lascia vestigia di stentatezza nelle opere; così, comecchè magnificentissime apparissero le orazioni di Ortensio e di Crasso, tuttavolta fino dai loro tempi per testimonianza di Cicerone solevano dire che sapevano di lucerna. Altri molti virtuosamente in altre maniere si adoperarono, ma mentre la nostra letteratura, mercè lo eloquio soave dovrebbe essere ricca di tale poesia, non solo al paragone degli altri popoli, ma in astratto apparisce oltre ogni credere grama. Gl'Inglesi, i Tedeschi, gli Scandinavi, gli Spagnoli possiedono a ribocco illustri canti così antichi come moderni di avventure, di gesti eroici, di casi fortunosi, i quali hanno virtù di commovere altamente il popolo che ne fa sua delizia. Presso noi niente di questo: pii deliri paionci quelli di rimettere in onore gl'inni di san Francesco e le seguenze d'Iacopone da Todi; ma lasciamo di loro, e che dovremo dire di Guittone di Arezzo, di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di altri cotali; anzi pure delle canzoni dello stesso Alighieri? In cotesti versi tutto parla, la teologia, l'astronomia, la fisica, la metafisica e via discorrendo; una sola cosa per ordinario vi tace, il cuore e quel verace ridondante affetto che trasportando sublima: però i popoli li tengono a fastidio, e gli studiosi nel prenderne notizia hanno a combattere un senso di sazietà che s'impadronisce di loro. Gl'Inglesi e gli Americani vantano poeti pastori, fabbri, calzolai, i quali non già come tra noi, indossata la giubba del dì delle feste, si recano in Parnaso, diventando coda di leone da capo di botta che erano prima: bensì convitando le Muse nelle loro officine, con molte lusinghe le inducono a trattare gli arnesi fabbrili con le mani nudrite d'icore celeste. La libertà del commercio destò uno stormo di cigni popolani, un altro la riforma elettorale; forse un terzo sta per destarsi a cagione del taglio dello stretto di Suez avversato dal Palmerston con più caparbietà che sapienza. La Musa italiana procede schifiltosa, teme scottarsi e bruttarsi le dita toccando gli arnesi del fabbro; anche in campagna ostenta modi non pure urbani, ma cortigianeschi, nè sa cantare un rispetto villereccio se non lo spolverizza col fiore di farina comperato alla canova della Crusca. Che se vogliamo trovare qualche cosa da contrapporre a queste poesie civili, ecci mestieri ridurci in qualche alpe remota dove prorompono dal vivo masso poesie ed acqua del pari schiette e del pari ignorate, o in qualche paese lontano che non piegò la testa sotto le forche caudine della nostra pretesa civiltà.
Come nella vita attiva un fatto vale più di cento parole, così nelle discipline speculative un esempio vince in bontà qualsivoglia insegnamento, massime nelle poetiche, dove per precetti non riescirai mai a esplicare intero il tuo pensiero, nè altri potrà concepirlo; ond'è che per noi si domanda licenza di raccontare un caso, il quale confidiamo che, come atto ad allietare l'aridità dei raziocinii, così conferisca a farci comprendere meglio che non ci verrebbe concesso in diversa maniera.
Immaginate due archi congiunti insieme con una delle parti estreme, e questi archi dilatarsi di parecchie miglia, voi avrete idea di due seni che l'isola di Corsica fa dirimpetto alla Italia, l'uno a sinistra termina con la punta del Capo Sacro, quello a destra con la foce del Golo, di qua il Capo Corso rigido per ardui colli, brulli in cima, da mezza costa in giù chiomati di olivi di ombra mesta più che altrove, fitti, intricati nei moltiplici rami così da diventare paurosi come altrettanti capi di Medusa seminati costà; e casolari sospesi a scogli, dove parrebbe non si potessero reggere a brucare le capre: ville più popolose immerse quasi nella marina, talchè dalle finestre di talune si pesca: di là la inamabile città di Bastìa, e dietro la Bastìa, la bella pianura di Biguglia, i colli placidi, lo stagno immenso di Chiurlino, clima beato, suolo fecondo, e che potrebbe per molti conti tenerci luogo di paradiso terrestre se non si opponessero la poca solerzia (chè dire trascuranza degli uomini da un pezzo in qua non sarebbe giusto) e l'aere pestifero che esala lo stagno: il punto nel quale si congiungono gli archi forma quasi un promontorio quinci e quindi battuto dal mare, e sul promontorio sorge una casa isolata, asilo maraviglioso ai cuori feriti se avesse copia, come pur troppo patisce scarsezza di ombre e di acque; molto più che dinanzi a lei stanno l'Elba, Montecristo, la Capraia ed altre isole minori, a mo' di branco di foche che si spassino nelle acque tirrene: più oltre in anfiteatro le vette dei colli etruschi e dei liguri, donde ne viene il presagio dei tempi foschi e dei sereni.
Su la terrazza di questa villa, certa sera di state stavano raccolti taluni toscani e taluni côrsi lasciando vagare lo spirito loro in balìa di vari ragionamenti, come le nuvole che in quel momento dondolavano ai fiati vespertini per lo azzurro dei cieli. Di cosa in cosa il discorso venne a fermarsi sopra la povertà dei lirici civili in Italia, e sopra le cause di questa inopia; quindi con naturale trapasso l'uno l'altro interrogava quale fosse per suo avviso la migliore lirica che da lui si conoscesse.
Il primo, cultore appassionato del Byron, così rispose: — Cose note favello, ma se non so dirvene delle nuove non è mia la colpa. Voi rammenterete i colloqui del capitano Medwin avuti col Byron, quando ei si condusse a visitarlo a Pisa. Or be': fra loro ed altri compagni certa volta accadde di ragionare sul proposito che adesso ci è capitato dinanzi; chi dava la palma a Coleridge, chi a Moore, chi a Campbell; il Byron affermò non conoscere oda che superasse quella composta da incerto poeta intorno la morte di sire Giovanni Moore, e la recitò agli amici, i quali veramente la trovarono quale quel re del canto l'aveva giudicata. L'oda diceva così:
Il funerale di sire Giovanni Moore.
Non fu sentito un tamburo, non un canto funerale, mentre noi trasportavamo anelanti il suo cadavere su i baluardi: non soldato scaricò l'ultimo addio sopra la tomba dove seppellimmo il nostro eroe[12].
A mezza notte squallidamente lo seppellimmo, scavando la terra colle baionette, al dubbio lume della luna velata di caligine, al fumoso chiarore delle lanterne.
Noi non chiudemmo il suo cadavere dentro inutile cassa; bastò un lenzuolo: egli giacque come dorme il soldato, avvolto nel suo mantello di guerra.
Brevi le preghiere che proferimmo, verun rammarichio proruppe dalle nostre labbra; solo fissammo i nostri occhi su la faccia del morto, e pensammo amaramente all'indomani.
Pensammo, mentre lo componevamo nella stretta fossa ed acconciavamo il suo solingo guanciale, che in breve calpesterebbe la sua testa il nemico straniero, e noi pressava la necessità di allontanarci sul mare.
Egli dirà vituperio a cotest'anima che aperse le ale; egli ne oltraggerà le fredde ceneri: lui avventuroso! se lo lasceranno dormire tranquillo nel sepolcro dove i suoi compatriotti lo hanno deposto!
Appena avevamo compita la metà del nostro ufficio che suonò l'ora della partenza, ed il rombo del cannone ci fece accorti che il nemico veniva per assalirci alla sprovvista.
Tristi e dolenti ci affrettammo a coprire di terra lo eroe insanguinato e rapito ai campi dei suoi gesti: non gli tracciammo un motto, non gli levammo una pietra: noi lo lasciammo solo con la sua gloria.
L'ora del tempo che imbruniva contribuì a dare risalto alla profonda melanconia di cotesta oda; però non istette guari che un altro degli amici, commendando come meritava la poesia, pretese poterle contrapporre un altro canto, il quale, secondo lui, lo superava, o alla più trista, gli reggeva il paragone: aggiunse venirci d'oltre Oceano, figlio di Musa americana, e avere per titolo: L'orologio di per le scale. Invitato a palesarlo, recitò:
Poco innanzi al sentiero che mena al villaggio si trova il vecchio castello: altissimi pioppi di qua e di là ne guardano il portone, e l'orologio antico posto sul pianerottolo della prima scala visto di su la soglia pare che dica a cui passa: Sempre e mai.
Eccolo lì in capo della prima scala con le sue lunghe dita di ferro di dietro alla grave cappa di quercia alterna cenni misteriosi come il frate, il quale per di sotto la veste di bigello si fa il segno della croce e sospira: poi con suono lugubre saluta i passaggeri: Sempre e mai.
Mentrechè il giorno dura, l'antico orologio manda fuori la voce abbastanza soave, ma durante la notte casca giù con misura avvicendata, come un passo che alternando desti l'eco nelle sale solitarie. Pei soffitti, su i pavimenti cotesto passo corre, e da per tutto. Alla porta di ogni camera si accosta, e pare che dica: Sempre e mai; mai e sempre.
Traverso i giorni della gioia e dello affanno; traverso quelli delle nascite e delle morti; traverso le fuggevoli vicende che il tempo muta perpetuamente, egli solo invariabile ripete senza posa le parole solenni: Sempre e mai; mai e sempre.
Un dì in questa casa l'ospitalità aveva messo stanza: immensi fuochi dentro il focolare crepitavano; qualunque straniero vi capitasse sedeva a mensa convitato; ma pari allo scheletro dei festini di Babilonia, questo simbolo del tempo che consumandosi consuma avvertiva irrequieto: Sempre e mai; mai e sempre.
Costà gruppi di bimbi folleggiando ruzzavano: là le ragazze porgevano ascolto pensose ai lusinghieri favellii dei dami: da questa camera uscì nella notte nuziale la sposa bianco vestita: giù in quello androne muto stettero distesi i morti ravvolti dentro il lenzuolo di neve: poi, in mezzo al silenzio che tiene dietro alle preghiere dei morti, si faceva sentire la voce del vecchio orologio: Sempre e mai; mai e sempre.
Tutti adesso andarono dispersi; chi si accasò, chi morì, e quando nel fondo del cuore amareggiato io domando: dove e come si troveranno essi? Vedremo tornare un'altra volta i giorni che passarono? Il pendolo antico risponde: Sempre e mai; mai e sempre.
Quaggiù mai, e per sempre lassù dove non sono cure, nè affanni, nè tempo che separa, nè morte che distrugge. Sempre lassù; quaggiù mai. L'orologio dell'eternità batte indefesso: Sempre e mai; mai e sempre.
E il terzo amico a sua volta favellò: belli questi canti, anzi divini per copia di passione e d'immagini, comecchè svariate congiunte strettamente al soggetto, ed a questi che ricordaste del Wolfe britanno e del Longfellow americano potrebbonsi aggiungere a cento a cento altri non meno portentosi; però importa che voi notiate che se i Sassoni non lasciarono agl'Inglesi la loro lingua intera, che questa ebbero a spartire co' Normanni; quanto a sentire, il sangue sassone primeggia; e in ogni caso anco i Normanni venivano da tramontana: ond'è che se per affetti ed eloquio derivano dalla contrada immensa che si chiama Alemagna, non vi parrà cosa strana nè forte se io vi affermi cotesta terra possedere due cotanti più poeti lirici così antichi come moderni, varii, moltiplici e tutti sublimi: ve ne ha taluni aerei quasi fiocco di nebbia che scivoli traverso il disco della luna, ve ne ha dei caldi da digradarne il reverbero del sole su le sabbie del deserto, ve ne ha dei precisi quanto le pitture domestiche dei fiamminghi; insomma vasche piene di diamanti quali appena s'incontrano nelle Mille ed una notte; io ve ne dirò una del conte Alessandro d'Aversperg austriaco, notabile, a parer mio, pel modo nuovo col quale ci dipinge la storia di trent'anni di vicissitudini che capovolsero il mondo: udite; questo canto si chiama l'Invalido, e suona così:
Nel prato dirimpetto all'osteria siede il povero veterano; colà ei narra sovente battaglie e vittorie, e qualche volta canta una canzone scarmigliata.
La gioventù turbolenta del villaggio lo circonda seduta su l'erba: le zitelle dalla guancia vermiglia badano a tenergli sempre pieno il bicchiere.
Un ragazzo gli sta cavalcioni sopra le ginocchia e si trastulla co' capelli grigi e le basette di lui: due altri montano la guardia col bastone e la sciabola che hanno preso al veterano.
Il maestro di scuola del villaggio, il Dionigi tiranno dei fanciulli, antichissimo compagno dello invalido, siede a sua posta allato del vecchio amico.
Di un tratto il veterano si tira su le maniche del vestito, e dice: orsù io vo' raccontarvi una storia, date retta, ragazzi! E i ragazzi, vedendo il braccio ignudo, strepitosi schiamazzano intorno al vecchio: Oh! le brutte bruciature che tu hai sul braccio!
Ed io mi fo capace di spiegarvi questi segni che vi ammonisco a rispettare, però che essi, vedete, raccontano una buona metà della storia del mondo.
Io passai i primi anni sul margine della Loira tutto fiori; colà un dì la pace parve che mi volesse sorridere giocondamente sopra la faccia bella della donna mia.
Conciossiachè sul margine della Loira tutto fiori, voi avete a sapere che una donzella leggiadra mi promettesse amore: allora io feci incidere per bene questo coricino sul mio braccio e circondarlo da due nomi.
In quel torno andando fino a Parigi riconobbi di colta il Re, quantunque io non avessi contemplato la sua degna faccia, eccettochè sopra i baiocconi di rame.
Più volte m'era venuto fatto di domandare a che diacine rappresentassero del Re su i baiocconi la testa sola. E poichè veruno me lo sapeva dire, pensava fra me: gatta ci cova. Chi avrebbe detto allora che io sarei stato profeta!
Un giorno per valli e per monti rimbombò il grido: alle armi! E la gente mezzo ignuda, tratta fuori di sè, corse sotto le bandiere!
E dimenava i berretti rossi come lingue di sangue in cima a lunghe picche urlando inebriata: Libertà! libertà! A cui centinaia di migliaia di voci rispondevano urlando: Libertà! libertà!
Il suono di questa parola mi solleticò forte l'orecchio, onde io mi resi soldato: allora in gaggio di amistanza m'impressero col ferro rovente sul braccio questo berretto vermiglio.
Un altro giorno poi passò davanti alle nostre file certo uomo pallido e arcigno, il quale ci chiese se gli volevamo obbedire: noi non gli rispondemmo sì nè no: egli prese a comandare, e noi gli andammo dietro.
Sopra la destra potente egli portava un'aquila orgogliosa, e dopo avercela mostrata gridò con voce che ci parve un tuono: per la patria e per la gloria!
Ci garbò il grido, e con immenso ululato ci precipitammo dietro i passi di lui; egli trascorreva così veloce che qualche volta credemmo lui stesso trasformato in aquila.
L'aquila incominciò ad aliare da mettere spavento: appena si posò un attimo in Africa su le piramidi, in Russia sul palazzo delli Tzari, in Vienna sul campanile di Santo Stefano, in Roma sul Vaticano: ma dove più le piacque fermarsi fu in cima alle torri di Nostra Donna a Parigi: quinci tuffava giù gli occhi sopra il fiume dei popoli — fiume dalle onde senza fine.
Fra lo strepito dei cannoni, dei comandi sul campo e dei canti trionfali nelle città, io incisi con la punta della spada quest'aquila sopra il mio braccio.
L'aquila dalle ali poderose un bel giorno ci sparve davanti. — Ohimè! noi non la rivedemmo più; l'aquila sparì per sempre.
Subito dopo turbe di stranieri ci calarono addosso da tutte le parti e fu quasi un diluvio di nemici, — e non pertanto da galantuomo! io li conosceva tutti da un pezzo — ci eravamo veduti spesso su i campi di battaglia a mezzogiorno, a levante ed a tramontana.
E tutte queste turbe raccolte insieme andavano urlando: pace! Correvano anni parecchi che questo grido usciva da casa loro; ma allora ce lo rinnovarono con tale suono di voce che ci parve curioso.
Perchè bene essi urlavano: pace! giustizia! ma intanto mandavano in fiamme le nostre città e disertavano le campagne.
Costoro con la punta insanguinata della spada gettavano all'aria copia di palme, e dalla gola dei cannoni ci lanciavano nuvoli di gigli bianchi.
Uno di cotesti gigli infiammato mi cascò sul braccio, e, come vedete, da indi in poi non se n'è andato più via.
Per questo modo io porto sul braccio metà della storia del mondo. Questo cuore, questo berretto, questa aquila e questo giglio ve ne porgono testimonianza fedele.
Il berretto da molto tempo fu messo in brani: l'aquila se n'è salita diritta al sole; i gigli anch'essi appassirono nel modo istesso che questo coricino un certo giorno mi scivolò per terra e si ruppe.
Adesso istituisco mio erede il Re: egli rederà questo braccio rabescato di figure strane; gli raccomando a custodirselo dentro uno stipo di oro, nè più nè meno di quello che ho inteso costumasse fare Alessandro dei poemi di Omero.
Alessandro è fama non preterisse giorno senza leggerne un verso; io raccomando al mio Re adoperare lo stesso col mio libro di storia che gli lascio.
E adesso, maestro, che ti par egli del mio libro di storia? — Eh! rispose il maestro, purgato e corretto mi pare adattato ad usum Delphini.
Certo vecchio Côrso, cultore felice e innamorato della Musa italiana, dacchè la dea non senza molto rammarico lascia cotesta isola, e gettandovi dietro uno sguardo infuocato ne accende di tratto in tratto qualche anima degna di sentirla e di significarla, pianamente favellò:
— Certo cotanto non ardì la Musa nostra, e nuovi modi mi paiono questi, degni veramente di molta considerazione. Però non è vero che di questa maniera poesie difettiamo noi, piuttosto è vero che delle note ne possediamo poche e delle notissime anco meno: ciò in parte colpa dei poeti che schivano esercitarvisi, parte, come credo, per la soverchia schifiltà della lingua, il verso troppo breve, la rima tiranna. Fra le note pongo il Cinque Maggio del conte Manzoni, ed a ragione non diventò notissima perchè arduo a comprendersi il principio, e compreso invenusto, parole lontane dall'uso del popolo, anzi dalla lingua italiana, così ch'egli ebbe o volle mutuarle dalla latina, e qua e là immagini, se non nel concepimento, certo nella espressione contorte: senza queste mende la si potrebbe contrapporre a qualsivoglia oda straniera, sicuri di non restare vinti al paragone: ma che andiamo noi cercando altrove? La poesia popolare cerchisi fra il popolo, e presso di lui anche noi la troveremo; ed io vo' che sappiate che se un ingegno arguto si accingesse a siffatta raccolta, noi altri Côrsi saremmo primi o fra i primi a contribuire con poesie da stare a petto con le più reputate. — Siccome gli ascoltanti, increspando le labbra, pareva piuttosto compatissero cotesto eccesso di patrio zelo che credessero al vanto, il vecchio aggiunse: — Nè da quello che dissi dibatto un iota; in prova di che ecco io voglio recitarvi un vocèro[13], il quale se quanto a immagini impallidisce a fronte delle vostre ode, le supera lunga pezza di affetto; imparatelo a mente, posatevi a poco a poco lo spirito, e troverete che come l'uomo, il quale torna più spesso a contemplare le madonne del Raffaello vie più sempre se ne innamora, così vi accadrà, recitandolo, di questo vocèro. I vocèri voi sapete che sieno, e se nol sapete, in breve vi dirò io: sono canzoni funebri cantate da amici o da parenti sopra il morto innanzi che lo portino via di casa: la più parte dei popoli chiamati barbari conobbero e conoscono simili nenie: i Greci anco ai dì nostri gli appellano mirologi; di eterna bellezza quello di Andromaca sopra il capo di Ettore. Ora immaginate voi una povera vedova, madre di unica figliuola, stella della pieve, pupilla degli occhi suoi, che se la vede morta stesa su la tola, ornata di fiori, vestita delle sue più vaghe vesti, sul punto di esserle portata via per sempre... capite! per sempre, e che innanzi di staccarsi da lei sfoghi l'angoscia che le passa l'anima, voi certo penserete nel duro caso che possano profferirsi accenti mirabili: sentite adesso se questi accenti prorotti dal cuore di Dariola Danesi sopra la salma della sua figliuola Romana corrispondano alla vostra aspettativa:
Or eccu la miò figliola Zitella di sedici anni, Eccula sopra la tola Dopu cusì lunghi affanni; Or eccula bestita De li so più belli panni. Cu li so panni più belli Se ni vole perte avà: Perchè lu signore qui Nun la vole più lascià. Chi nascì pe' u Paradisu A stu mondo un po' imbecchià. O figliola, lu to visu Cusì biancu e rusulatu Fattu pe lu Paradisu Morte cumme l'ha cambiatu! Quando eo lo vecu cusì Mi pare un sole oscuratu. Eri tu fra le migliori E le più belle zitelle, Cumme rosa tra li fiori, Cumme luna fra le stelle: Tanto eri più bella tu Ancu in mezu a le più belle. I giovani d'u paese, Quandu t'eranu in presenza Parianu fiaccule accese; Ma pieni di riverenza: Tu cun tutti eri cortese Ma cun nimmu in confidenza. Nella jesa tutti quanti Dall'ultimu fino a u primmu Guerdavanu sola a te, Ma tu non guerdava nimmu, E appena detta messa Mi dicii: mamma partimmu. Eri cusì stimmata, E cusì piena di onore, E poi cusì addutrinata Nelle cose d'u Signore: Altru che divuzione Non ti si truvava nel core. Chi mi cunsulerà mai, O speranza di a to mamma, Avà che tu ne vai Duve u Signore ti chiamma? Oh! perchè u' Segnore anch'ellu Ebbe di te tanta bramma? Ma tu ti riposi in celu Tutta festa, tutta risu, Perchè unn'era degnu u mundu D'avè cusì bellu visu. Oh quantu sarà più bellu Avale lu Paradisu! Ma quantu pienu di affanni Sarà lu mundu per me! Un ghiornu solu mille anni Mi sarà pensandu a te. Domandendu sempre a tutti: La miò figliola dov'è? Oh! perchè mi strappi, morte, Da lu senu a miò figliola, E perchè di più mi lasci Quinci a pienghie sempre sola? Cosa voi ch'eo faccia qui S'ella più nun mi cunsola? Tra parenti senza affettu, Tra bicini senz'amore, S'eo cascu malata in lettu Chi mi asciuverà u sudore? Chi mi derà un gottu d'acqua? Chi nun mi lascerà more? O cara la miò figliola, Pensu che sarà di me Becchia, disperata e sola, Quandu mai pudrachiù avè Un'ora di contentezza, Un mumentu di piacè! S'eu pudissi almeno more Come tu se' morta tu, O speranza di u miò core, E po' anch'eo piglià all'insù E truvatti; e sta cun tecu Senza perderti ma' più! Prega dunque lu Signore Che mi cacci via di qui, O speranza d'u miò core; Ch'eo non possu sta cusì: Altrimenti u miò dulore Un pudrà mai più finì.
Causa d'insegnamento perenne il teatro, come di lunga meditazione. Molti in varia maniera vi scrissero sopra, e certo i pericoli dello esporre le passioni domestiche ci parvero sempre gravi; egli è ben vero che per ordinario il poeta mette il segno a mostrarci come queste passioni, se trasmodate continuino la corsa scarmigliata, rovinino, e come o a mezza corsa contenendosi, e stornando in tempo ed anco fuori di tempo, valgano a confermare o restituire con la quiete dell'animo proprio la estimazione altrui; nè il poeta ai giorni nostri potrebbe adoperare diversamente, costumando gli uomini prendersi cura tenerissima delle apparenze, quanto più si discostano dalla sostanza della virtù; ma a che pro questo? La esperienza chiarisce che il sangue risente maggiore spinta al disordine dello spettacolo della passione sfrenata, che l'anima valore a contenersi dal pentimento di quella. Forse gioverebbe mantenere i drammi alquanto appartati dal vero, e per così dire dentro certe forme convenzionali: a ciò siamo condotti per analogia dal vedere come nelle arti che imitano la natura fisica dell'uomo ci percuota maravigliando lo aspetto di una statua condotta da valoroso maestro, e ci spaventi il simulacro di cera. Ora come succede questo? Forse rassomiglia il simulacro di marmo e quello di cera apparisce deforme? Al contrario perfetta è la riproduzione del vero nella immagine di cera, uguali i capelli, gli occhi, le labbra, niente manca, perfino le palpebre e il tessuto dei vasi linfatici; che più? lo stesso moto degli occhi. Invece la statua di marmo rammenta bene l'originale, ma tale e quale non lo effigia. Donde parrebbe potersi ricavare questa regola che come nelle belle arti il preciso ritratto del corpo infastidisce, così nella poesia drammatica il troppo puntuale sponimento della passione nuoca. Ancora, se vogliamo favellare col cuore in mano, lo scopo che affermano proporsi la commedia, ch'è quello di emendare, castigando, i costumi, se vogliamo favellare sincero, è precetto rugginoso, rimasto dentro le poetiche come un mangano dei tempi di mezzo in qualche museo di armi. Amore, e sempre amore, argomento dei drammi, il quale partorisce diletto più acuto quanto più si manifesta, o immane, o scellerato, o furbesco, di ogni maniera insomma, purchè fuori del consueto, e se non paresse troppo grande traslato, vorremmo dire gladiatorio. Fra tanto deviamento di scopo del poeta teatrale ci parve sempre degno di molta commendazione Vittore Hugo, il quale co' suoi drammi si propose persuadere una verità confortante davvero, ed è che alla creatura umana comunque sprofondata nel delitto e nel vituperio rimarrà sempre aperta la via della redenzione quante volte o conservi o le sorga nell'anima un alto e puro affetto. S'egli abbia conseguito sempre il suo assunto, o se altri il potesse più e meglio di lui ci asterremo cercare: a noi basti averlo proposto ad esempio. Presso noi il teatro, se veracemente intende assumere le parti di educatore (e se lo vuole lo può), badi a provvedere al massimo nostro bisogno: bisogno supremo nostro non istà nello ingannare zii avari, tutori gelosi, sbertare arcifanfani e via discorrendo; i vizi che adesso ci fanno guerra sono ipocrisia, viltà, frivolezza, ignoranza di domestiche storie, amore di patria nessuno, la turpe gara dei debiti e dei fallimenti con la ostentazione del lusso corruttore di ogni buono ordinamento vuoi domestico o vuoi pubblico.
Siccome queste parole s'indirizzano a cui, se vuole, saprà troppo bene comprenderle, così le cesseremo raccomandandogli sopra tutto a non disperare mai e a non fermarsi un momento: Excelsior!
Hanno detto che la Buona fede, bandita dalla terra, dovrebbe refugiarsi nel cuore dei re. Se fosse o no per trovarcisi ad agio anco dopo avere recitato il Paternostro di San Giuliano, ora qui non fa mestieri indagare; questo è certo però che la speranza, mandata fuori dall'anima del poeta nel dì del finimondo, vi ritorna col ramo di olivo; il giorno in cui non vi ritornerà più, le stelle chiuderanno le palpebre, e le tenebre si distenderanno su l'universo come il tappeto nero sopra la bara del morto.