CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V. (continued 2)
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Accostiamoci a Lucca. Antonio della Paglia da Veroli prestantissimo ingegno celebrarono i suoi contemporanei nelle lettere umane, e la posterità confermò, ma sopratutto fu pio, in divinità dottissimo e d'imperterrito animo; nemici ebbe molti, e chi non gli ha fra i virtuosi? Superare altrui in dottrina e in virtù sembra peccato sottoposto a pagare questa multa; così preordinò il destino, e le querimonie non montano: soffri, sii grande e taci.
Gli stranieri raccolgono amorosi le nostre memorie. Ora non fanno molti anni un Young da Oxford mi chiedeva notizie intorno al Paleario, e con soddisfazione dell'animo mio vidi averne pubblicata la vita a Londra nel 1860 con lettere originali e documenti; noi Italiani per ora siamo incuriosi delle nostre glorie e delle nostre sventure; colpa l'avere scambiato l'aurora boreale coll'alba del vero giorno della libertà. Aonio visse un tempo a Siena maestro di greche e di latine lettere; quivi gli diè gravezza un nugolo di pedanti astiosi, erano trecento; dodici si proffersero accusatori, dei quali capo un Orlando Marescotti; egli si difese con mirabile orazione in senato, niente delle accuse negando, bensì esponendo quanto inani e maligne si fossero; tuttavolta gl'increbbe il mal sicuro ostello e molto bene raccomandato dai cardinali Bembo e Sadoleto s'incamminò a Lucca, dove la cittadinanza lo accolse a grande onore e con larga mercede lo elesse professore di lettere greche e latine, conferendogli di più il carico di arringare due volte all'anno in occasioni solenni. Anco qui non tacque l'ira nemica e gli avventò contro un Marco Blaterone; ma vegliava per lui la benevolenza dei cittadini, la quale, non patendo lo indegno strazio, bandì il Blaterone, che tutto invelenito si recò a Roma per aizzargli contro i frati domenicani. Il Cantù, denigratore inverecondo di ogni gloria che non sia clericale, afferma che, essendogli stato preferito a concorso l'Ammirato prima, poi il Bandinelli, sdegnoso dopo dieci anni di dimora lasciò Lucca: all'opposto io trovo che in Lucca non cessarono mai di amarlo e di rispettarlo: molto profitto avere fatto con i suoi scritti e co' suoi sermoni; solo essersi consigliato di ridursi a Milano, però che costà sotto l'ale dell'aquila austriaca gli paresse stare più sicuro, e poi perchè la crescente prole lo indusse ad accettare il maggiore stipendio proffertogli: a Milano stanziò sette anni; stava bene e si mosse, e male gl'incolse contradire al proverbio. Recatosi a Bologna mentre la febbre sanguigna di Pio V gli mostrava in ogni uomo di lettere un nemico, riescì agevole a cui gli aveva messo da tempo antico la mira addosso comprenderlo nella persecuzione universale; andò ad arrestarlo frate Angiolo da Cremona inquisitore, che trattolo a Roma lo chiuse nel carcere di Tordinona; se fosse posto al tormento ignoriamo: le accuse palesi sommarono a quattro: il purgatorio negato; ripreso il costume di seppellire nelle chiese; scherniti il vivere ed il vestire fratesco; la giustificazione posta da lui nella sola fede verso la misericordia di Dio, il quale perdona pei meriti di Gesù Cristo; ma più gravi colpe, comechè taciute, a suo danno il poema intorno la immortalità dell'anima, il quale, levato a cielo un giorno da uomini insigni non meno che pii e luminari della Chiesa, oggi alle froge bestiali di Pio V putiva di eretico; il trattato del benefizio della morte di Cristo, anch'esso un dì giudicato dalla Chiesa libro meritorio, ed ora proibito come un tizzo di carbone infernale: non mancarono e nè mancano anco ai tempi nostri scrittori che non a lui, bensì a certo benedettino, chi dice di Mantova, chi di San Severino, lo attribuiscono, ma certo egli è che la dottrina di cotesto libro l'Aonio professava e predicava; per ultimo le molte epistole spedite nella più parte d'Europa e sopra tutto la famosa accusa contro i Romani pontefici ed i loro seguaci: veramente questa vide la luce solo ventisei anni dopo la sua morte, però che il dabbene uomo ebbe avvertenza di mettere in salvo tutte le sue scritture prima di essere arrestato, tuttavia è agevole persuaderci che per detto suo e degli amici si conoscesse; essa contiene venti testimonianze o capi di accuse; il De Sanctis la pubblicò volgarizzata a Torino nel 1861: vorrei raccomandare agl'Italiani che la leggessero, e ne varrebbe il pregio davvero, ma gli è tempo sprecato finchè il sonno e la vergogna dura: il Paleario si raccomanda che se i popoli potranno costringere il papa a presentarsi ad un concilio dove si tengano conferenze di ogni maniera cristiani, a cui venga fatta facoltà di parlare liberamente al cospetto dei grandi e dei legati delle città; e se in coteste conferenze fie stabilita equità di giudizi e con la parola di Dio si torranno gli abusi e le controversie religiose, sicchè possibile sia che le chiese sanate formino un corpo solo; allora prega i depositari della sua accusa a consegnarla ai difensori dell'Evangelo ed a presentarla al concilio generale libero e sacro come testimonianza di un uomo pio che morendo non voleva davvero mentire a Cristo. «Questa testimonianza, egli aggiunge, e l'atto di accusa saranno da voi lanciati colà come fulmine che abbatterà l'anticristo. Fratelli, ve ne supplico, mettetelo alle strette, non gli date tempo a ordire suoi inganni: lo iniquo rimanga confuso sul colpo, in mezzo al concilio, alla presenza dei principi grandi. Allora leggete e rileggete la mia testimonianza coll'atto di accusa; fate sia lungamente discussa ed esaminata, e così la chiesa di Dio sarà purgata.»
Nei ricordi della Misericordia di San Giovanni decollato dei Fiorentini di Roma si trova scritto che Aonio perisse pentito e confessato, chiedente a Dio perdono dello errore suo; e così pure sostengono il padre Lagomarsini e gli abbati Lazzeri e Tiraboschi; le sono ciurmerie pretesche: di che si aveva a pentire cotesto venerando vecchio? Così rammenda col fil bianco la ciurma sacerdotale che il ricucito si mostra lontano un miglio; difatti il Laderchio continuatore del Baronio ci lasciò scritto: «Quando furono chiariti che cotesto figliuolo di Belial stava tenacemente attaccato al suo errore, e che ormai non ci era verso per ricondurlo alla luce, lo condannarono alle fiamme, affinchè al supplizio di un momento tenessero dietro gli eterni castighi»; e nel foglio dopo ci attesta quali fossero i sensi del Paleario e quali le novissime parole ai suoi giudici: «dopo tutte queste testimonianze che voi udiste, o cardinali, sorgere schierate contro me, ogni difesa torna inutile; ormai per me sono deliberato seguitare in tutto il precetto dello apostolo san Pietro, il quale ci dice: il Cristo ha sofferto per noi lasciandoci uno esempio da seguire, il Cristo che non commise mai alcun peccato nè dal suo labbro uscì mai parola d'inganno. Quando lo avvilirono d'ingiurie non contrappose ingiurie, quando lo bistrattarono egli non minacciò, bensì si diede in balía di coloro che lo condannavano ingiustamente. Pronunziate impertanto il vostro giudizio, condannate Aonio, fate il debito vostro ed empite di contentezza il cuore de' miei nemici.»
Dalle lettere brevi che scrisse in procinto di morte alla diletta consorte ed ai cari figli assai chiaro si dimostra come lui pigliasse vaghezza di morire, e sentisse proprio bisogno riparare in parte dove nè la vista nè l'udito delle scelleragini umane lo funestassero: «Non vorrei, carissima consorte, egli scrive, che tu pigliassi dispiacere del mio piacere nè a male il mio bene. È venuta l'ora che io passi di questa vita al mio Signore padre Dio. Io ci vo tanto allegramente quanto alle nozze del figlio del gran re.... Sicchè, consorte dilettissima, confortatevi della volontà di Dio e del mio contento, e attendete alla famigliuola sbigottita, che resterà di allevarla e custodirla nel timor di Dio ed esserle madre e padre. Io era già di settant'anni vecchio e disutile; bisogna che i figli con la virtù e col sudore si sforzino a vivere onoratamente.» Ed ai figli altresì raccomanda «che sebbene il mezzo col quale a Dio piace chiamarlo a sè possa loro parere amaro, pure, essendo di sua contentezza somma e piacere, li prega a volersene anch'essi contentare; lascio loro in patrimonio virtù e diligenza, e quelle poche facoltà ch'essi hanno.... l'ora mia si avvicina; lo spirito di Dio vi consoli e vi conservi in sua grazia.» Che razza di eretici fossero questi non si comprende, e nondimanco l'atroce potestà che adesso ci vorrieno riaggravare sul collo li condannava al fuoco! Così Aonio Paleario di 70 anni vecchio, esempio di ogni cristiana virtù, dalle sacerdotali iene l'8 luglio 1570 era prima strozzato, poi arso. — E nè anco questo bastò, chè un Latino Latini da Viterbo curiale ebbe cuore di celiare sopra le ceneri di Aonio per via di uno epigramma il quale insomma diceva ch'egli, avvisando di tôrre dal suo nome Aonio la T, pensò potere scansare la forca, la quale però dopo dieci lustri gli tornò in capo, con più il capestro ed il rogo.
Molti a Lucca i seguaci della riforma, e dei maggiorenti, sicchè reputarono fare a fidanza, anzi essi rampognarono superbamente chi fuggendo cercava asilo in contrade straniere, e levarno i pezzi addosso a coloro che si erano lasciati ire fino a ritrattarsi; ma altro è parlare di morte altro è morire, ed alla svolta si provano i barberi. Di repente sorse la fiera persecuzione di Paolo IV; i timidi e gl'interessati, che come a Lucca altrove sono i più, diventarono per paura feroci; non santità di legge osservata, non forma di giudizio, fatta una funata dei sospetti, empite le carceri; gli arnesi del tormento riforbiti e ostentati a pompa; allora gli spavaldi cagliarono, si picchiarono il petto, e detestando pubblicamente l'errore, alla meglio si aggiustarono; a molti riuscì fuggire: allora Pietro Martire cui avevano proverbiato per essersi messo a tempo in salvo scriveva: «O come mi rimarrò io dal pianto, pensando alla terribile procella la quale ha desolato la fiorita chiesa di Lucca senza lasciare pure orma di lei! Quelli che di voi non avevano contezza forse vi hanno temuto troppo deboli per resistere alla bufera, ma io non avrei mai creduto che voi vi sareste tanto vergognosamente abiettati; e a voi erano pure noti i furori dell'anticristo e il pericolo che minacciava i vostri capi quando ricusavate fuggire e prevalervi di ciò che taluno di voi chiamava il rifugio del debole, ed io consiglio di prudenza in tempi perversi. I laudatori della vostra costanza dicevano: Questi animosi soldati di Cristo a piè fermo aspetteranno la gloria di affermare a prezzo di sangue e di martirio il progresso del Vangelo nel proprio paese, non patendo a verun patto di comparire secondi ai magnanimi esempi somministrati loro quotidianamente dai fratelli di Francia, del Belgio e d'Inghilterra. Ah quante speranze svanite! Quale argomento di esultanza agli empi nostri oppressori! Più che con le parole col pianto egli è forza deplorare questa dolorosa vicenda.»
Nè, a vero dire, i pericoli che correva Lucca erano vani, e già lo accennammo. Cosimo smaniava allargarsi; troppa piccola veste la Toscana per lui, quindi stava alle vedette per coglierla in fallo e così dare la balta allo inquisitore perchè gliela consegnasse. Il Caraffa e il Ghislieri a patto di schiantare la eresia avrieno dato fuoco, non che al genere umano, al mondo; sicchè all'oratore veneziano Fedeli, come altrove fu avvertito, Lucca pareva una povera quaglia sotto allo sparviero. La repubblica ciondolava con astutissimo consiglio tra lo scansare i pericoli di fuori, non disperare quei di casa, tenersi bene edificata Roma e non cedere alle improntitudini di lei: insomma fine della disuguale scherma fu, che Lucca respinse incrollabile la Inquisizione e i gesuiti da casa sua: imperciocchè Salvatore Guinigi, spedito a Roma per istornare la venuta loro a Lucca, scrivendo all'Offizio su la religione dichiarava: «aver considerato come cotesti huomini fossero di qualità che quando mettono il piede in un luogo fanno come il riccio e cercano sempre tirare a loro; che teatino non vuole dire altro che tira a te, e perciò non pigliano nella loro religione furfanti o poveri, ma cercano subornare giovani ricchi e che possano portare molto utile; e chi li ha per vicini non si tiene padrone del suo, perchè se li viene volontà di allargarsi, bisogna star forte: chi ha vigna vicina alla loro, bisogna che commetta al vignaruolo che chiuda la porta subito che li vede, perchè applicandoci l'animo saria perduta; e che il fine loro è di mangiar bene e bevere meglio e di governare tutte le cose tanto nel temporale quanto nello spirituale con malissima sodisfatione dello universale e con pericolo che un giorno non ne segua qualche pericolo notabile.»
Comechè pusilla e trepidante, Lucca in questo tenne il fermo; e quando Alessandro Guidiccioni, per gratificarsi Roma, indegno cittadino, macchinava contro la sua patria sbottonando da per tutto che non ci si poteva dar sesto se non ci si piantava la Inquisizione, il governo lo dichiarò nemico della città; così del pari adoperò contro Lorenzo del Fabbro, pessimo uomo, il quale andava attorno accattando segnature sotto una supplica a Roma per ottenere il benefizio della Inquisizione; volle per di più bandirlo; la Inquisizione lo difese, e il governo per non romperla lo lasciò stare; e quando Pio IV volle levare al governo l'esame dei libri proibiti ed altri uffizi, egli con un mondo d'industrie procurò tranquillarlo, siccome ottenne. — A mano a mano che soffiava il vento emanò leggi da prima miti e, per quanto ne sappiamo, messe in esecuzione alla buona di Dio: ma poi bisognò smettere il fare la gatta di Masino; le leggi di mano in mano diventarono terribili e misero i denti davvero.
Le leggi promulgate dal consiglio furono queste: la prima del 28 marzo 1525; per essa si provvede che i possessori di libri luterani i quali si recusino a consegnarli dentro giorni 15 dalla promulgazione della legge agli anziani paghino la multa di ducati cinquanta; la seconda del 12 maggio 1545: con questa si ordina: non leggansì libri vietati, nè anco per ischerzo favellisi di cose religiose; chi trasgredisce, la prima volta paghi scudi 50; la seconda gli si confischino i beni, e se non possiede beni per 100 ducati, vada in galera sei anni; la terza, patisca la perdita dei beni, il fuoco ed altre pene. Pareva che dopo il fuoco altre pene non ci avessero ad essere, ma non è così. I possessori di libri proibiti dentro quindici giorni dalla notificazione del decreto o li portino al vicario del vescovo o glieli mandino col mezzo del suo confessore, ovvero gli abbrucino; se disobbediscono, confisca; e così del pari il libraio che provvede di fuori libri siffatti; corrispondenza vietata con tutti gli eretici, massime coll'Ochino e col Martire; non si mandino loro danari, non si servano; lettere da essi mandate si portino dentro tre giorni all'Uffizio di Religione composto del gonfaloniere, dell'Uffizio della Onestà, e di tre cittadini eletti dal Consiglio maggiore; se no, confisca. L'accusatore rimane segreto e guadagna la terza parte delle multe e delle confische; il reo che accusa il complice va impunito. La terza legge venne promulgata il 24 settembre 1549; per lei fu modificata la provvisione del 1545; all'Uffizio si aggiunsero due altri consiglieri; si prescrive aduninsi una volta per settimana; chi manca paghi un fiorino di oro; considerato che le pene troppo gravi erano rimaste inani, di ora in poi i trasgressori paghino la prima volta 100 ducati di oro; se non pagano dentro dieci giorni, in carcere per sei mesi; la seconda volta si multino 500 scudi e privinsi in perpetuo degli uffici di onore e di utile del comune; se non pagano, oltre la privazione degli uffici, in prigione tre anni; la terza volta ne vadano la confisca e la vita. Le donne anch'esse sottoposte a queste pene; le loro doti confiscate, salvo lo usufrutto del marito innocente. I libri non approvati dal vicario proibiti. I cittadini si abbiano a confessare e comunicare nei tempi dalla Chiesa indicati; chi manca la prima volta sia dannato in 100 scudi di ammenda, e se non paga entro dieci dì, stia sei mesi in prigione, la seconda dugento scudi, e se contumace a pagare, si abbia un anno di carcere; la terza ne vada la vita perchè, dichiara la legge, chi non muove l'honor commuova il timor della pena. Le medesime pene incolgano a cui cibi carne nei giorni proibiti senza licenza del vicario; nella quaresima non si macellino carni boccine nè agnelline nè caprettine, pena dieci ducati di oro, eccetto la settimana santa per la provvista di Pasqua; frate sfratato veruno tenga per famiglio in casa sotto l'ammenda di cinquanta ducati di oro. La legge del 27 ottobre 1558 vieta commercio e di ogni maniera corrispondenza per tutto il mondo con quelli che la Inquisizione dichiarò eretici, e il consiglio ribelli, e ai trasgressori ne vadano la prima volta 500 scudi di oro, la seconda la vita: parrebbe che bastasse, ma no; per la terza volta sono comminate le pene prescritte dagli statuti contro i ribelli: per la quale cosa è dato supporre che anco morti agli occhi della Inquisizione si poteva commettere peccato. Nel 19 dicembre 1561 per legge fu concessa facoltà all'Uffizio di aprire casse, valigie, bauli e lettere per venire in chiaro della eresia; e qui multe pecuniarie, si lascia stare la vita. In quel torno promulgarono altresì un'altra legge per la quale fu dichiarato che i discendenti degli eretici per due generazioni si ributtassero da qualunque ufficio sia di onore, sia di utile del comune, e così dentro come fuori della città e dello stato: iniquissima legge che condannerebbe gl'innocenti pel colpevole, ma accettissima al papa, il quale vicario di Cristo non è di certo, il Dio che perdona, bensì vicario del Dio di Moisè, forte, prepotente, geloso, che visita nel suo furore la quarta e la quinta generazione di quelli che l'odiarono; accetta tanto che, pur volendo in qualche maniera mostrare l'animo grato alla repubblica, le mandò in dono la rosa d'oro, e il principe Colonna fu commesso con le maggiori solennità di presentargliela. Più enorme di tutti il decreto del 9 gennaio 1562: per questo si proibisce agli eretici ed ai ribelli di frequentare Italia, Spagna, Francia, Fiandra e Brabante, dove per ragione di commercio soglionsi condurre i buoni cattolici lucchesi; chiunque gli ammazzi riscuoterà la taglia di 300 scudi; se l'omicida è ribello, abbia grazia; se non ribello, la chieda e la ottenga per altro ribello. Buoni tutti, ma questo decreto poi commosse le viscere paterne di Pio IV e di Carlo Borromeo che dicono santo: sicchè il papa non potè stare alle mosse e con amplissimo breve segnato Fiorebello Lavellino mandava al consiglio essersi smisuratamente rallegrato della sua sapienza e pietà, ch'egli non saprebbe immaginare documento che meglio di quello tutelasse l'onore di Dio e la salute della patria; e che perciò senza dubbio alcuno Dio sovverrebbe una città dove così pura e così sincera si conserva la sua religione. Quando Roma ti loda, non ci è caso, o fosti stolto o iniquo. Come parve al papa non parve questo editto preclaro a Caterina di Francia nè a Carlo IX, i quali ne fecero le loro dimostranze alla repubblica, che si scusò con certe ragioni che valsero ad attutare cotesti principi meritamente gelosi del diritto di sovranità sopra i propri dominii; nel 1566 le antiche leggi confermaronsi e si estesero anco per Ginevra; nel 1568 s'ingiunse che, albergatori o no, tutti facessero la spia al forestiero che alloggiavano in casa. Nel 1570 si pubblicò una nota di eretici da evitarsi, i quali furono: «Giusfredo Bartolomeo Cenami, Giuseppe Cardoni, Antonio Liena, Cesare Mei, Michele di Francesco Burlamacchi, Lorenzo di Alò Venturini, Nicolao Franciotti, Salvatore dell'Orafo, Gaspero e Flaminio Cattani, Benedetto Calandrini, Giuseppe Iova e Marco da Rinucci[20]; più tardi ci si aggiunsero Francesco Cattani con tutta la famiglia e il genero Rustici, Vincenzo Mei con la moglie ed i figli, Cristoforo Trenta, Girolamo Liena, Nicolao e Guglielmo Balbani, Gaspero da Massaccuccoli e Francesco Bonaventura Micheli.
E noi, frugando pei ricordi dei tempi, troviamo come Roma si sbracciasse a soffocare in Lucca ogni anelito di libertà religiosa: così il vescovo nel novembre del 1555 arresta e processa sottoponendolo al tormento Rinaldino soldato di Guardia, e dopo averlo costretto ad abiurare in duomo sopra un palco, vestito di giallo, con torchio di cera gialla in mano, lo mandò legato a Roma al Santo Offizio; nel 1556 il vescovo per comandamento di Roma cattura come sospetti di eresia ed ostinati a non ritrattarsi Girolamo Santucci, Giovannipiero da Dezza e Giovambattista Carletti, e gl'invia a Roma, donde furono relegati nelle proprie case. Del pari per ordine espresso di Roma nel medesimo anno il vescovo fece citare pubblicamente dal pulpito in duomo sotto pena della vita e della confisca da applicarsi alla Camera apostolica per intimare loro che si costituissero nelle carceri del Santo Offizio a Roma, Nicolao e Girolamo Liena, Nicolao Balbani, Gaspero da Massaccuccoli, Cristoforo Trenta Guglielmo Balbani, con altri parecchi; e poichè rimasero contumaci, l'eccellentissimo consiglio li dichiarò ribelli e ne confiscò i beni; di più, nel medesimo giorno impose le pene a cui in qualsivoglia maniera per lettera o per messaggio corrispondesse con loro; e non si potendo sfogare in altro, così volendo la Inquisizione di Roma, gli arse in effigie nel gennaio del 1559 sopra la piazza di San Michele: sei mesi prima Michele di Alessandro Diodati, chiamato a Roma, era chiuso in carcere, dove si logorò fino al pontificato di Pio IV: e poco dopo con solenne e grottesca cerimonia presi pel collo ebbero ad abiurare in duomo non pochi cittadini, fra i quali un frate sfratato dei Servi. Nel 1575 venne in Lucca un visitatore da Roma mansueto in vista e col pretesto di riformare il clero in ciò che per avventura contenesse in sè di malsano; di repente poi chiese ed ebbe braccio per arrestare otto cittadini, i quali, eccetto il Turretini, che si salvò, inviaronsi al Santo Offizio a Roma con le catene alle mani ed ai piedi: visitò case, rovistò armari per trovare libri proibiti, predicò, confessò, comunicò, fece il diavolo a quattro, ma non ebbe seguito tranne fra plebe e femminucce pinzochere. Nel 1576 la Inquisizione prescrive al senato gli mandi a Roma Francesco Arnolfini, il quale, mostrando come sarebbe suprema iattura pe' suoi interessi partire su due piedi, ebbe a dare malleveria di 1000 scudi che sarebbe andato: meglio per lui si fosse messo in salvo perdendo i mille scudi; ei volle andare e si trovò sommerso nelle carceri del Santo Offizio: trascorso appena un mese, mandò la Inquisizione per messere Nicolao Pighinucci e messere Antonio Minutoli; il consiglio pauroso li consegnava, ed essi incontrarono la sorte dell'Arnolfini. Per causa di religione nel seguente anno furono citati Giuliano, Filippo e Benedetto Calandrini, madama Elisabetta vedova di Nicolao Diodati, Carlo di Michele Diodati, Michele di Francesco Burlamacchi e messere Giuseppe Iova: poco dopo fu proibito parlare e scrivere ai seguenti ribelli per causa di religione Paolino Minutoli, Venanzio Bartolomei, Regolo del Venoso, messer Filippo Rustici, Scipione Calandrini, Lodovico delle Tavole, Matteo Civitali e messer Simone Simoni medico: il 4 novembre del medesimo anno dichiarano ribelle Giuliano Calandrini; nel 21 detto fu citata madonna Chiara di Paolo Arnolfini e condannata per dieci anni in casa; per dieci anni in prigione Giovanni Nuccorini, e Giovanni da Pariana nella testa; nel decembre processarono Iacopo di Chimento barbiere; venti giorni dopo citarono madonna Elisabetta e il figlio Nicolaio Diodati e Carlo di Michele Diodati; nel febbraio del 1568 citarono parecchi cittadini, fra i quali due donne, madonna Francesca Cattani, la moglie di Filippo Rustici, la moglie di Vincenzo Mei e Flaminia figlia; nel marzo dichiararono ribelli madonna Elisabetta, Pompeo e Carlo Diodati, nell'aprile citato sotto pena del capo e della confisca Biagio Mei; nello agosto, oltre a parecchie capitali condanne, fu commesso di procedere contro la moglie di Luiso Guidiccioni, e poco prima avevano citato, sempre sotto pena della confisca e del capo, le madonne Maria Massei ed Elisabetta Micheli. Queste poi sono le famiglie lucchesi le quali spatriate andarono a porre la stanza loro a Ginevra.
Vincenzo Mei con moglie e figli, Filippo Rustici con moglie, Paolo Arnolfini, Nicolao Barbani con la figlia, Francesco Micheli con la moglie e tre figli, Maria vedova Massei, Cristoforo Trenta col figlio, Guglielmo di Carlo Balbani, Girolamo Liena Nicolao da Lucca con moglie, Giovannantonio legnaiuolo con moglie e figli, Gregorio Arrighini, Scipione di Giuliano Calandrini ministro della Valtellina, Giovanni Domenici, Vincenzo del Muratore, Vincenzo Bonicelli, Regolo del Venoso, Giovanni Pìerellini, Regolo Benedetti con moglie e figlia, Paolino Minutoli con la moglie, Giorgio Baroncini, Simone di Simone medico, Giovanni e Ludovico Simoni, Salvatore Franceschi, Giuliano Calandrini con la moglie, Elisabetta Arnolfini con tre figli, Benedetto Calandrini con la moglie e Maddalena Arnolfini, Pompeo Diodati con la moglie, Carlo Diodati, Giuseppe Iova, Virginio Sbarra, Arrigo Balbani, Cesare Balbani, Antonio Liena, Ansano Pranconi, Francesco Turretini con altre cinque famiglie del medesimo casato, madonna Elisabetta vedova Bartolomei, Timoteo Rustici, Paolino Terricciola, Francesco Cattani con moglie e cinque figli, Vincenzo Minutoli, Giovanni Lunardo, Domenico Colla, Giovanni Barsotti e Giovanni Diori; con parecchie altre famiglie di basso lignaggio; due famiglie Arnolfini ripararono a Londra ed una a Bordò; tre ne rimasero a Ginevra; il Lucchesini nella storia letteraria di Lucca ricorda taluni dei discendenti di questi esuli i quali sè o la patria illustrarono coltivando con plauso universale le scienze e le filosofiche discipline. Dei Burlamacchi, oltre Michele figlio di Francesco, posero domicilio in Ginevra Fabrizio Burlamacchi: due famiglie del medesimo nome cercarono asilo in Amsterdam e lo trovarono. Ho letto in qualche libro che in Giovan Giacomo Burlamacchi chiarissimo pubblicista, di cui il libro intorno al Diritto naturale leggiamo tuttavia con profitto, si estinguesse nel 1748 la famiglia Burlamacchi: ciò non sembra esatto; il pubblicista Burlamacchi scendeva da Michele uno dei figli di Francesco, ma questi n'ebbe cinque, e Federigo produsse più degli altri la sua discendenza; l'ultimo fiato fu Margherita nata nel 1717 che sposa a Francesco Gaetano Spada morì nel 1740; ma a lei sopravvisse Cesare padre, però che mi occorra notato ch'egli cessasse nel 1753.
Oltre questa feroce ed irrequieta persecuzione, altre cause impedirono che la Riforma prevalesse in Italia; il popolo nostro nel complesso cura poco le credenze religiose; poco si esalta del paradiso e meno teme lo inferno; sembra attaccato al culto ed è; e più era una volta, perchè a lui garbano gli apparati scenici, e lui unicamente percotono le rappresentanze plastiche; in chiesa i giovani italiani s'innamorano e i loro amori coltivano; più quando le città difettavano di teatri e di ritrovi: l'opera buffa se costumasse di giorno, ammazzerebbe la messa, massime se data gratis: intanto il teatro diurno nelle ore vespertine ha disfatto i vespri: pinzocheri e beghini durano e dureranno finchè alla corona e al rosario non surrogheranno qualche altro balocco per le mani e per lo spirito meno fastidioso di quelli. Arrogi che, essendo ristretto il numero dei riformati, nè la fede della più parte di loro giunta al furore del fanatismo, bene si ebbero a deplorare martiri, ma troppi meno che nelle persecuzioni dei cristiani: ancora, le dottrine dei riformati comparivano astruserie ed infatti erano; poco il volgo c'intendeva o nulla, quindi agevolmente prestava le orecchie ad ogni maniera di calunnie, comechè stranissime, contro di loro; la Riforma, se bene considerate, vi apparirà faccenda di lusso, privativa di letterati magni, fuori dalla intelligenza del volgo. Nè io certo mi dolgo che la Riforma non allignasse in Italia: certo ella è qualche cosa, come quella che alle abiette superstizioni di Roma si contrappone e di molte ciurmerie onde ella contrista il genere umano la scema, tuttavolta non lo incammina sopra il retto sentiero della verità. L'Italia, vero Anteo delle nazioni, imperciocchè quando percuote la terra, quinci risorga con rinnovato vigore, alle fiamme dei roghi per ardere gli eretici accese la fiaccola della filosofia sperimentale, titano che senza soprammettere monte a monte assalisce il cielo e Dio quali li crearono la feroce cupidità dei sacerdoti nè teme fulmini, chè ella gl'incatena e se ne serve a mo' di corsieri legati al suo carro: nè granito nè credenze nè spazi infiniti nè terrori reggono dinanzi all'azione del suo trapano fatale; tutto ella fora; da per tutto penetrano aria e luce. Galileo Galilei approdò meglio all'umano intelletto che non arieno fatto mille Ochini e mille Vermigli; gli scritti di costoro ormai pochi leggono o nessuno, mentre il seme gittato dal Galilei ogni momento feconda di più e s'inalza al firmamento, penetra nel centro della terra, il creato sottopone a numero e a misura, strappa inesorato lo involucro così allo errore come alla verità, e ridotti entrambi ignudi, dimostra del primo la schifezza, della seconda la sostanza divina. Sopra le tracce di Bacone e di Galileo ecco divampare per tutta Italia uno ardore di rompere il giogo delle pretesche menzogne, scoprire il vero, debellare gli errori: ogni uomo da per sè provava e riprovava; ma più efficaci assai furono l'esperienze quando si ordinarono con norme certe e scopo prefisso mercè la istituzione dell'accademia del Cimento: «ella fu, sentenzia sapientemente uno storiografo toscano, che diede l'ultimo crollo ai peripatetici ed abbattè insensibilmente la tirannide dei frati sopra le scuole.» Nel museo fiorentino dentro ben costrutte bacheche oggi si conservano gli strumenti che primi servirono al Galileo e agli accademici del Cimento per l'esperienze loro: quando gli uomini in certi giorni solenni dell'anno fie che movano a venerarle come le uniche, le vere reliquie sacrosante della verità, allora esultate; il regno dello errore sarà finito, e noi misero armento delle tirannidi principesca e sacerdotale incamminati sopra il sentiero che per diritto tramite conduce a Dio.
Ma tutto ciò, sia in bene o in male, ai tempi del Burlamacchi non era ancora avvenuto; in parte latente, in parte manifesta, la Riforma travagliava l'Italia; potenti uomini e principi la promovevano, i più eletti ingegni s'industriavano propalarla con le parole e con gli scritti, stava in bilico di trionfare; chi aveva bisogno che prevalesse se ne faceva la vittoria sicura. Lucca, come dimostrammo, principalissima fra le città italiane zelatrice delle nuove dottrine, e la famiglia di Francesco, e Francesco stesso fra i primi, primissimo su tutti. Adesso con difficoltà somma se ne rintracciano i vestigi a sommo studio soppressi dalla paura, dallo interesse ed anco dall'opera assidua dei nemici della Riforma: difatti indi a poi Lucca diventò, e forse anco adesso rimane, la città più contaminata di beghineria fra le altre della nostra penisola; per me credo provato abbondevolmente il mio assunto, che la impresa di Francesco Burlamacchi poggiava sopra diramazioni segrete, ma oltre ogni credere estese, ed aveva troppo maggiore probabilità di riuscita di quella che gli scrittori dei tempi paurosi o venduti ci danno ad intendere e che lettori superficiali mostrano di credere. —