CAPITOLO V. (continued 2)
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Ora fa più di ventotto anni, che, scrivendo io il libro dello Assedio di Firenze, giudicai Andrea Doria nè grande cittadino, nè della sua patria liberatore: nel medesimo libro, e a modo che mi spirava amore, mi posi con industria a purgare Michelangelo Bonarroti dall'accusa di avere derelitta per formidine la patria; ora il cercare lungo pei volumi della storia mi confermava nel giudizio intorno al Doria, da quello sopra il Bonarroti mi dissuadeva. Miseria grande ella è questa per noi! che, tenendoti al male, quasi sempre ti apponi, mentre per converso con la medesima spessezza tu la sbagli supponendo il bene. Così oggi come allora io penso, che se in Andrea fossero stati cuore e mente magnanimi, avrebbe potuto, volendo, mutare la faccia della Italia; la lega delle Repubbliche, tardi ed in mal punto immaginata, se fosse stata proposta allo Imperatore mentre durava in lui la paura dei Francesi, poteva farsi, e costituirsi gagliarda, mercè di vincoli con sapienza tessuti; non difficile, anzi destro approfittarsi dell'odio, che i due emuli si avvicendavano implacabile; e quando anco si fosse dovuto con industria prolungarlo ed inasprirlo, questo non è vietato da legge divina od umana, quando sia per liberare la patria dalla servitù straniera. Ne porgevano congiuntura propizia le cose della religione scompigliate in Alemagna, torbide in Francia; il Turco minaccevole: forse (questo però assevero non senza peritanza) il Papa non si sarebbe, almeno in quel torno, mostrato nemico alla salute della Italia.
Quanto poi alla prova riesca agevole abbattere questi colossi dalla fronte di bronzo, dai piè di creta, lasciati da parte gli esempi, che si rinnovano cotidianamente dinanzi agli occhi, ci basti toccare i prossimi ai tempi dei quali favelliamo. Di vero la Repubblica di Firenze resse sola contro lo Imperatore e il Papa, e stette ad un pelo per vincerli, nè vuolsi dubitare nè manco, che gli avrebbe abbattuti tutti, se le fosse proceduto amico Andrea, come pur troppo ella ebbe a sperimentarlo nemico: più tardi la fortuna offerse un'altra occasione con la guerra di Siena; nè fu reputato folle, bensì arditissimo il disegno di Francesco Burlamacchi da Lucca. Certo in fama non si salisce, che con molto rischio. Vari i talenti degli uomini, ma vari hanno da essere altresì i premii. Andrea fu vago sopra tutto di beni terreni, ed ebbe in copia sostanze, e quelli, che corre il costume di appellare onori; fu principe, fu cavaliere, prima di San Michele, poi del Tosone; una bestia e un santo; ammiraglio di re, d'imperatore e di papa; tanto deve bastargli; la fama di liberatore della patria ei lasci ai pochissimi eccelsi, che si misero dentro a tanta impresa anima e corpo, senza pretendere, come senza sperare altro guiderdone, eccetto la lode, e le più volte postuta.
Questo poi io ho reputato debito scrivere, non in odio di Andrea, ma per giustizia verso coloro, i quali dal fatto magnanimo non si aspettando altro che fama, è mestieri, che questa sia conservata per loro intatta ed intera. Se le parole paressero troppe a taluno, pensi, che lo errore s'insinua negli animi umani come il pruno dentro le carni presto, e profondo, sicchè a volernelo cavare ci bisognano tempo e diligenza infiniti.
Se il Doria non fosse stato un grande capitano, adesso io non istarei a dettarne la vita, ma affermo risoluto, che, scrivendo di lui, non penso, e non ho pensato mai esporre i gesti di un grande cittadino.