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Vecchie storie d'amore

III.

Reading edition

III.

«Qui d'aventur velt traiter

il n'en doit nule entralaisser

qui bonne soit à raconter....»

AGNESINA

Sec. XIII.

I.

Guglielmo Berlinghieri e Rinaldo Imberali erano accesi l'uno e l'altro, ma piú il secondo, d'una bella giovane che aveva nome Agnesina ed era figliola d'una ricca e savia donna di Firenze. Guglielmo, in cambio del suo amore riceveva sorrisi e lusinghe, e Rinaldo invece irrisioni e dispetti; e l'Agnesina che non amava niente Rinaldo s'innamorava senza misura di Berlingieri.

Ciò suole avvenire; ma Rinaldo Imberali si consumava per la ventura altrui e la propria infelicità, e per il pensiero della fanciulla, non meno trista che bella, smarriva i desideri e la fiducia dell'età sua e fino la voglia di vivere; e sembrava perdere anche la salute e la mente. Onde i suoi comprendendo che il figlio, quantunque piú smemorato nei dí che non vedeva la giovane, dal vederla traesse sempre esca nuova alla fiamma e nuova ferita alla piaga, pregarono un amico, a lui caro e fedele, di condurlo a un suo luogo vicino a Firenze. Colà Rinaldo mostrò di acquetarsi il giorno nelle caccie e nei diporti, ma la notte inforcava di nascosto il cavallo e per accostarsi al suo tormento vagava intorno la città. Ne scorgeva una porta aperta? Egli v'entrava ansioso e angoscioso a cercarvi la nota casa.

Avvenne frattanto che l'Agnesina si crucciò con la madre, la quale, scoperti i segni e le risposte di lei a Guglielmo e temendone, la teneva rinchiusa, e tanto s'infastidí del rigore materno che per mezzo della fantesca avvertí l'amante di voler fuggire con lui. E la fantesca aggiunse: — A notte fatta voi verrete a cavallo; ella sarà pronta su l'uscio e si getterà in groppa: è leggera e sa ben cavalcare.

Guglielmo rispose che di ciò era lieto; e su 'l far della notte due suoi amici andarono per lui alla porta della città affinché non la serrassero e affinché, se bisognasse, potessero dargli aiuto e accompagnarlo con i loro cavalli nella fuga; ed egli, al tempo che gli parve opportuno, passò dalla casa dell'Agnesina. Ma la fanciulla, impedita dalla madre che non dormiva, non era per anche discesa, e neppure quando il cavaliere tornò a passare; e il cavaliere credé aver troppa fretta e si dilungò per la via.

Allora allora l'Agnesina poté correre a basso; e indi a poco, palpitante e giuliva, udí accostarsi un cavallo. Non era Guglielmo Berlinghieri; era Rinaldo Imberali, il quale scorrendo come di solito presso a Firenze, veduta quella porta aperta, di null'altro in pensiero che del suo amore s'era incamminato per la buia contrada. L'Agnesina disse: — Son qui! —; e a Rinaldo nell'udire quel motto e nell'osservare quell'ombra bianca nell'oscurità, che gli faceva cenno della mano, sembrò di sognare: spinse il cavallo all'uscio della casa e colse in groppa, co 'l braccio, l'Agnesina.

Rinaldo punse il cavallo. Alla porta, i compagni di Guglielmo, aspettando che l'amico, secondo l'accordo, si fermasse a chiamarli, non guardarono a chi trascorreva cosí in fretta e in silenzio.

II.

Il cielo era stellato, ma la strada, lontano dalla città e da ogni casolare e campo, saliva ai monti e s'internava tra due falde boschive e dense come in una notte cupa.

Il cavallo, benché valido, accortosi del doppio peso, rallentava il galoppo e sbuffava; e tuttavia Rinaldo Imberali lo feriva degli sproni perché salvasse il suo amore: l'Agnesina, che impaurita chiudeva gli occhi e sentiva la frescura ventarle i capelli, con le braccia stringeva piú forte il petto del giovane; e il cuore di lui palpitava sotto la destra di lei. Egli, quando a quando, rivolgeva il viso e le susurrava su 'l capo: — Anima mia! — ed ella taceva rabbrividendo; ma a un punto l'Agnesina sospirò: — Guglielmo! —, e Rinaldo comprese d'improvviso e allibí. Tacque: non sarebbe stato da stolto perdere ciò che per sorte aveva in suo potere? «Saprò trovare sí buone parole — pensava — che m'ascolterà e l'avrò in pace prima di giorno; ma dove andremo?»; mentre essa, che non ardiva domandargli «Dove ci fermeremo?», si fidava tutta nel cuore che sentiva battere sotto la sua mano.

La strada, dopo che i fuggitivi ebbero corso forse dieci miglia, risaliva erta per una folta e fosca abetaia, dove a Rinaldo parve di poter riposare; ed ivi ristando legò il destriere a un abete; poi, prese una mano della fanciulla e, senza piú velare la voce, le disse: — Qui, anima mia, saremo sicuri —. Alle parole di lui l'Agnesina vide che non era Guglielmo e con un grido di spavento, quasi riconoscesse un suo mortale nemico, riconobbe Rinaldo. Rinaldo si mise a supplicarla dicendo: — Agnesina, ascoltatemi e non temete di me; ma alla fanciulla s'annodarono in gola parole e singhiozzi, finché copertasi con le mani il volto in atto di vergogna e sciagura, proruppe in pianto.

— Ascoltatemi — supplicava Rinaldo fuori di sé medesimo, perché temeva di perdere la nuova speranza. — Voi mi chiamaste; io credetti che alla fine v'avesse presa pietà di me e voleste darmi la maggior consolazione che uomo provasse mai al mondo. Solo a mezza strada mi diceste: «Guglielmo», e io m'accorsi dell'inganno; ma allora che cosa potevo, che cosa dovevo fare? Ricondurvi alla madre? Questo farò adesso, se voi volete, e tosto che il cavallo abbia riavuto il respiro; io vi ricondurrò, ma la madre, adesso come allora, v'accoglierà con sospetti e n'avrete rimbrotti e castigo.

Oh quanto l'Agnesina piangeva duramente senza dare ascolto a Riccardo! Il quale proseguiva:

— La colpa non è stata mia, non vostra, non di Berlinghieri: è stata della mia fortuna, che mi ha condotto alla vostra casa prima di Guglielmo e ora mi fa vedervi cosí! E voi credete che chi vi vuole tanto bene potrebbe lasciarvi in simile guaio se potesse consolarvi un poco?

L'Agnesina, ascoltando Rinaldo, piangeva sempre duramente.

E Rinaldo, tuttavia concitato e tremante, continuò a maledire la sorte per cui egli, anzi che rallegrarsi, doveva affliggersi dell'avere in sua mano la donna desiderata: ma poiché la fanciulla non si quetava, egli riprese a dire delle parole savie.

Diceva con voce tenera: — Io non vi offenderò mai, Agnesina. Voi, che non avete uguali in bellezza, siete uguale nell'onestà ad ogni altra piú gentil donna di Firenze ed io conosco che Guglielmo mi sopravanza in valore e cortesia e che meritava tutto da voi. Ma quando ce ne torniamo, neppure Guglielmo vorrà persuadersi che io non vi abbia tócca; e se la madre vi scaccerà, e se Guglielmo non vi crederà, dove andrete voi, a chi vi affiderete voi?

L'Agnesina piangeva meno duramente, meravigliata delle oneste parole del giovane; e questi se ne avvide e il conforto che ne ricevette lo rimise nella concitazione di prima.

— Crudele vicenda di tre! — diceva —. Ma dei tre io non avrò pace mai piú; io stolto, che vi voglio bene come Guglielmo; e voi, non per voi ma per Guglielmo, seguitate a piangere!

E le chiedeva perdono di quel suo amore quasi di un'azione cattiva: le diceva i molti disagi, le lunghe notti insonni, i gravi martíri patiti per lei, e gli sdegni dei suoi e gli scherni dei compagni e i giochi e le feste che volentieri aveva obliati per lei, fino a consumarsi per lei l'anima e il corpo. Ma l'Agnesina pareva ascoltare un'altra voce che le discorresse nel petto. L'ammoniva l'altra voce di non trarre a morte Rinaldo; a pensare ch'egli non aveva altra colpa che di amarla molto e che colpevole era piuttosto Guglielmo, il quale dimentico o falso non s'era trovato a prenderla fuggente di casa; a considerare come bel giovane fosse pure Rinaldo e in che onore la tenesse: perché non raccogliere il piacere che da tempo la sua giovinezza le prometteva, perché rimanere lagrimosa e confusa quando alla lieve sventura non era rimedio? Ond'ella passò il rovescio della mano sui grand'occhi molli di pianto. Ma Rinaldo, cieco e disperato di potere piegarla, irrompeva in queste aspre parole:

— Meglio farei ad ucciderti perché altri non abbia mai ciò che altri ti avrebbe súbito tolto; pure io voglio che tu veda e creda a che mi hai ridotto. Or dunque tu salirai su 'l cavallo, che è docile, e andrai dove piú ti piacerà, ed io lascerò qui il mio corpo, carne buona per i corvi e per i lupi.

Cosí dicendo toglieva dalla cinta il pugnale; ma l'Agnesina lo rattenne inorridita e gridò: — Rinaldo, non fate!

Rinaldo rimase sospeso guardandola come uomo che sia fra la vita e la morte, come anima che dubiti fra il paradiso e l'inferno; e l'Agnesina, a cui Guglielmo Berlinghieri era del tutto uscito dalla memoria, gli gettò le braccia al collo vergognosa e sorridente e piena di desiderio e di grazia.

Quando furono stanchi del piacere, s'addormentarono stretti l'uno all'altra; e sognarono d'essere cosí, stretti l'uno all'altra.

III.

Guglielmo Berlinghieri era tornato e ritornato piú volte alla casa dell'amante meravigliandosi del lungo e strano ritardo, finché dalla casa udí delle grida e dei gemiti, e per chiarirsi dell'accaduto s'arrestò dinanzi la porta. La madre dell'Agnesina, insospettita per lo scalpitío frequente del cavallo di Guglielmo e levatasi, aveva scoperta la fuga della figliuola; e la fantesca, che aveva udito da un pezzo la corsa del primo cavallo, scese anch'essa le scale, quasi ignara di tutto, e al veder Berlinghieri solo presso l'uscio cominciò anch'ella a piangere, a gridare tradimento! aiuto! corri corri!, e a dire quel che sapeva. Da che Guglielmo capí presto che il rapitore non poteva essere se non l'Imberali; e corse alla porta della città per richiedere e rimproverare i compagni. Costoro risposero:

— Vedemmo un cavallo passare di trotto e non potemmo conoscere chi vi fosse sopra. Saranno lontani, ma la via è questa. — E per quella via cavalcarono tutti e tre.

Quando giunsero all'abetaia, la luna, in ultimo quarto, era in mezzo al cielo. Guglielmo vide súbito il destriero di Riccardo e i tre pervennero tosto ove il lume della luna, fra i rami e le foglie, tremava sui due amanti felici. Alla vista i compagni ammiccarono e Guglielmo afferrò il pugnale; ma l'uno disse: — Berlinghieri non ferirà un cavaliere che dorme —, e l'altro, anche piú cortese, disse: — Noi non consentiremo mai che tu faccia paura a una fanciulla che giace cosí tranquilla —. E l'uno e l'altro fermarono per le briglie i loro cavalli ad un tronco; poi, come quelli che non provavano angoscia di gelosia e si sentivano tutti rotti per la corsa sfrenata, coricatisi su l'erba fresca a riposare, dopo poco, tant'alta era la quiete del luogo, s'addormentarono. Ma Guglielmo, legato egli pure il cavallo a un abete, si sedé con piú desiderio di vendicarsi che di dormire, e guardava la bella giovane dormire cosí, e avrebbe voluto ricuperarla. Se non che nessuno sa convincersi del proprio danno, ed egli voleva anche convincersi dell'innocenza di lei: forse ella aveva respinto l'amante con promesse mendaci, e nella speranza di chi la liberasse era stata presa dal sonno. E allora perché dormiva Rinaldo e dormiva con faccia gioiosa? No: la colpa della fanciulla pareva manifesta; ma essa era una povera fanciulla e degna di scusa. Degno invece di un'acerba vendetta era Rinaldo Imberali; e quale migliore vendetta dell'aspettare che l'Agnesina, risvegliandosi già pentita del fallo, corresse nelle braccia di lui, Berlinghieri? Veramente ella poteva anche opporsi all'amore antico, e con che scorno per lui, Berlinghieri! Ma Guglielmo ricordava le prove di quell'amore, e incredulo, quasi non vedesse ciò che vedeva, pensò che fingerebbe di dormire anche lui per sorprendere gli atti dell'Agnesina al ridestarsi e attendere ch'ella piú facilmente, perché non rimproverata, minacciata o pregata, tornasse a lui. Però dié tregua ai pensieri, e a poco a poco — tant'alta era la quiete del luogo — a quel suo affanno; a poco a poco sentí la stanchezza e sentí il ristoro di quel letto d'erba fresca e molle; e gli si annebbiavano i pensieri, e gli sembrava che la ragione lo aiutasse. A che penar tanto e tanto faticare per una fanciulletta senza giudizio? Non lo chiamavano belle donne a Firenze desiderose di lui? Non era da pazzo correr dietro a dei pazzi? E non era meglio dormire davvero?

La stanchezza..., l'alta quiete del luogo..., l'erba fresca...; e Guglielmo Berlinghieri non ebbe piú forza di rilevare le pálpebre.

IV.

Alla brezza dell'alba l'Agnesina sospirò e a pena aprí gli occhi meravigliata di non trovarsi alla sua camera, nel suo lettuccio, scorse quelli che dormivano lí da presso. E Rinaldo, al muoversi di lei desto anch'egli, scorse i nemici e trasse l'arme; ma riflettendo ristette e disse:

— Perché li offenderei se non hanno offeso noi? E per non offenderli, come impediremo che ci inseguano e ci raggiungano?

Allora l'Agnesina gli tolse il pugnale di mano, gli fe' cenno di tacere e leggera leggera, quasi un'ombra, corse ai cavalli degl'inseguitori e ne recise le redini; indi tornò da Rinaldo, che era già in sella, e via entrambi su 'l loro veloce cavallo. Scossi dal rumore della fuga e liberi e ricordevoli piú della stalla che dei padroni, gli altri destrieri balzarono uno qua uno là: balzò in piedi Guglielmo, al rumore, gridando, e i compagni, fregati che s'ebbero gli occhi, la prima cosa che videro furono le corregge recise; né seppero che si dire. Guglielmo tutto smarrito e pieno di rabbia quando riebbe la voce disse:

— Troveranno scampo e io non potrò piú vendicarmi di Rinaldo e della sua druda!

A cui l'uno dei compagni:

— Piú ho da dolermi io che non riavrò mai il mio cavallo, cosí buon sangue ha nelle vene e cosí buone le gambe!

Ma il secondo, il quale era miglior filosofo e di ingegno piú arguto, rise e conchiuse:

— E piú di voi mi dolgo io, perché d'ora in avanti non potrò tener fede a donna alcuna s'ella non sia prima innamorata d'altri e non fugga meco per sbaglio!

LA FANTASIMA

Sec. XIV.

Ogni vecchio marito di moglie giovane vivrebbe d'angoscia senza il conforto della religione; e messer Tonio degli Albizeni pregava molto e consumava molto tempo in esercizi spirituali, sí che, nelle ore che gli rimanevano da star con la moglie, il giorno non s'avvedeva di nulla e la notte non si risentiva di nulla. Il mondo diceva che madonna Lisa non era guardinga e che le fiammeggiavano negli occhi le voglie non sazie; ch'essa tutta cascante di vezzi trescava con questo o con quello e che poco schifiltosa variava troppo gli amori; ma messer Tonio bandiva i sospetti con le orazioni e raccomandava al Cielo la virtú di madonna: giorno e notte, nella sua camera, egli manteneva accesa una piccola lampada dinanzi un'imagine sacra; e, mallevadore il prete cui talvolta aveva espressi i suoi dubbi, quella luce valeva a garantirgli l'incolumità del talamo. Infatti nella stanza nuziale madonna Lisa non aveva peccato mai: a pianterreno c'era una camera da dormire, una camera in cui messer Tonio ospitava gli amici e in cui egli non aveva messo piú piede da quando s'era sparsa la voce che ci si vedevano gli spiriti maligni. Madonna Lisa non temeva gli spiriti, anzi non di rado li chiamava lei là dentro; pure come il marito s'impauriva leggendo nelle vite de' santi padri le descrizioni delle orride forme assunte dal demonio per spaventare gli anacoreti e vincerne la resistenza in Dio, e recitava spesso delle giaculatorie che lo difendessero dagli spettri, madonna Lisa biascicava con lui senza ridere le giaculatorie contro gli spettri.

In quel tempo era tornato a Forlí un giovane di nome Guido Morlaffi, il quale allo studio in Bologna piú tosto che a discutere il giure aveva appreso a donneare e a burlare i mariti gelosi.

Di persona bella e gagliarda e di cervello balzano e sagace, in tali arti era divenuto maestro con poca fatica; e con meno fatica raccontando ai compagni le sue gaie vicende, che i compagni narravano di qua e di là, agli occhi delle donne di Forlí diveniva piú celebre che s'avesse avuta in testa tutta la glossa d'Irnerio.

Ora, madonna Lisa degli Albizeni voleva esser delle prime a esaminare come messer Guido si fosse addotrinato in Bologna; né il suo era desiderio difficile da esaudire. Già egli la vagheggiava; ed ella incontrandolo per via lo guardava come persona a cui si è pensato piú volte: alla finestra l'attendeva mostrando d'attenderlo e gli sorrideva con gli occhi. Poi al sorriso degli occhi accompagnò il sorriso delle labbra; poi rispose con segni: ella vedeva, ella capiva; e sospirava.

Guido Morlaffi cominciò dunque a scriverle delle lettere tutte miele e tutte fiori, quali s'imparavano solo a Bologna; e le gettava per la finestra; senza fallare. A cui, per bocca d'una servicina, la quale aveva istruita meglio a queste che alle altre faccende, madonna Lisa rispose che essa non aveva pace, tanto ardeva di lui, ma che il marito le stava sempre tra i piedi: ciò perché le donne perbene debbono far parere gelosi e feroci i mariti anche quando sono com'era messer Tonio.

— Appena potrà, mi manderà a chiamarvi — assicurava la servicina. E un giorno venne a dire a messer Guido: — Messer Tonio ha paura degli spiriti, e voi?

— Dove sono? — domandò il Morlaffi.

Rispose l'altra: — In una stanza dove il sere non entra mai e dove madonna vi farà entrare questa notte a pena che il sere dormirà.

Messer Guido sospettò un inganno e chiese:

— Oh!, e madonna non ha paura lei?

— Non l'avrà con voi.

E il giovane promise che v'andrebbe. Né mancò all'ora convenuta; e madonna Lisa, che pareva angustiata e timorosa, quasi senza fiatare l'introdusse nella camera buia degli spiriti; e disse: — Non dorme ancora e bisogna aspettare.

Cosí messer Guido rimase un pezzo ad aspettare al buio; e la donna non veniva mai, e neppure gli spiriti. Egli sbuffava e imprecava a tutti i mariti che non dormono e a tutte le mogli che non sanno addormentarli, quando finalmente udí dei passi: i passi della servicina che con in mano una lucerna veniva a dire come messer Tonio non aveva sonno. Onde messer Guido, stucco e ristucco, fece per andarsene. Ma non andò.

La serva di madonna Lisa era piccoletta e rotondetta; era fresca e colorita, e a guardarla dava l'idea d'una pera già matura quando è lí che par che dica coglimi. A messer Guido, che era stucco, bisognava attendere dell'altro; e nessuna maggior noia che un'attesa prolungata per chi fra tanto non faccia qualche cosa.

Che cosa fece messer Guido?

Talora accade che un ragazzo nel passare presso un orto scorga una pera già matura la quale in vista da uno dei rami piú carichi e piú bassi par che dica coglimi; e il ragazzo s'arresta, guata, si delibera, salta la siepe ed allunga la mano: allunga la mano, ed ecco che il padrone gli esce addosso infuriando e tempestando.

Ed ecco aprirsi la porta e comparire madonna Lisa, la quale fermatasi di botto — Buon pro', messere —, disse.

La servicina aveva messo un grido e s'era coperto il viso con le mani. E la padrona aggiunse, piena d'ira:

— Ma dell'ingiuria vi pentirete tutt'e due! — E tornò indietro; e allora fuggí anche la servicina; di guisa che messer Guido rimase cosí, senz'aver còlto nulla.

Della serva non gli rincresceva molto; ma molto gli rincresceva di madonna Lisa, e del bene perduto prima che goduto. A ricuperarlo — giacché voleva ricuperarlo ad ogni costo e in quella notte stessa —, egli chiese consiglio alla sua matta testa, la quale gli ricordò che messer Tonio temeva degli spiriti: indi l'idea. Subito dal letto, che là era preparato, trasse via un lenzuolo, vi s'avvolse da capo a piedi, e salite le scale brancicando ed inciampando, piano piano si diresse ove di sotto un uscio appariva un po' di luce. L'uscio cedette all'impeto.

— Uh la fantasima! — urlò, balzando, messer Tonio, il quale vegliava in orazione. A che la Lisa si rivolse, e nello scorgere il Morlaffi in tale foggia, co 'l viso deforme e gli occhiacci spiritati, quasi scoppiava per non ridere. Pure disse seria:

— Io non vedo nulla — e richiuse le palpebre.

— È là! È là! — ripeteva messer Tonio, e si faceva di gran croci. Nella stanza, davanti all'imagine sacra, ardeva la lucerna, ma con lume cosí tenue e fosco che tra quel lume e il buio dell'altra camera il mostro bianco, immoto e diritto su la soglia, appariva immateriale e vano al pari d'una larva.

Messer Tonio guardava con terrore, ma preso dal fascino della visione sovrumana non poteva distorre gli occhi da quegli occhi mostruosi; e mentre si segnava con la destra, con la sinistra scoteva madonna Lisa perché partecipasse al suo terrore.

— Vuol parlare! Parla! — egli gemeva.

Lo spettro infatti allargava la bocca senza dir nulla, quasi attingesse ed aspettasse la voce di sottoterra; e con una voce che veniva da sottoterra finalmente ululò: — Ohimè, messer Tonio, ohimè! In purgatorio si sta male!

A messer Tonio pareva d'essere in purgatorio; e — Odi tu? — egli gemette.

— Io non odo nulla — rispose la donna —. Voi sognate. Lasciatemi dormire.

— Non sei in grazia di Dio tu, e non odi nulla! — mormorò il marito; e lo spettro ululando proseguí: — Non per voi, messer Tonio, vo attorno la notte; non per voi: cent'anni andrò attorno la notte se la vostra donna non perdonerà a chi l'offese.

— Perdona, perdona! — scongiurava messer Tonio. E la moglie: — Ma voi siete ammattito a leggere le storie dei Santi! Che cosa andate dicendo?

— Mala femmina! — gridò l'altro vinto, nell'angoscia, dalla rabbia; e la fantasima con voce di lamentosa divenuta terribile, e con le braccia tese, terribile, comandò: — Madonna Lisa, perdonate agli offensori vostri!

— Perdona, perdona! — ripeté disperato e piangente messer Tonio.

— A chi?

— Agli offensori tuoi!

— Bene — disse madonna Lisa —, io che faccio sempre quello che volete e quel che non volete, se volete, perdonerò. Siete contento? E pareva che ella interrogasse la fantasima invece che il marito. Ma la fantasima, dopo avere aperta e chiusa la bocca senza ringraziare, perché la sua voce era tornata sottoterra, scosse le braccia come due ali e lenta e lieve, lenta e lieve sparí nel buio.

Né ricomparve mai piú: madonna Lisa aveva perdonato — anche alla servicina.

UN'OPERA DI PIETÀ

Sec. XV.

Anastasio Bonesi, uno dei mercanti piú noti a Bologna e in Romagna, aveva presa in moglie una giovane di nome Valeria, la quale era bella, di buoni costumi e cosí prudente ed accorta che nelle faccende della mercatura aiutava e consigliava essa stessa il marito. Cristina invece, la sorella di Anastasio, era vana e di poca mente, e credendosi non meno bella che la cognata e sapendosi, al paragone, meno lodata di lei, avrebbe voluto umiliarla, e per coglierla in fallo ne spiava i passi, gli atti, i discorsi. Ma Valeria attendeva ai figlioli e agli interessi della famiglia senz'altro pensiero.

A Bologna viveva in quel tempo messer Anselmo Canetoli, un giovane ricco e di nobiltà antica, al quale non isconveniva una lusinghiera rinomanza nelle cose d'amore; e questi mentre con due amici, una sera dopo i vespri, andava a diporto per una contrada, imbattutosi in madonna Valeria che insieme con la cognata e con un figlioletto per mano tornava dalla chiesa vicina, si fermò ad osservarla e disse: — Ecco la piú bella donna che si possa vedere a Bologna; e io non l'avevo mai vista!

— Ma è una mercantessa — disse uno degli amici con tono beffardo. — Ed è onesta — aggiunse un altro con tono ad un tempo provocatore e maligno.

Messer Anselmo tacque e, quasi temesse l'accusa d'una voglia troppo bassa per lui, non parlò piú ad alcuno di quella plebea che aveva due occhi stellanti e nell'aspetto e nelle forme gli pareva avere la severità gentile di una matrona. Ma quando la impressione prima della beltà di Valeria gli si fu approfondita nell'animo e nella fantasia cominciò a ricercarne e ad accarezzarne la bella imagine, si risovvenne del sorriso co 'l quale uno degli amici gli aveva detto — è onesta — e pensò che tal fama gli scuserebbe l'umiltà dell'impresa.

Si mise dunque a vagheggiare la donna e a seguirla per ogni luogo e a passare sotto le finestre di lei; ma ella non lo guardava, o lo guardava senz'intenzione. Lieta invece lo vedeva e l'attendeva la cognata Cristina, la quale convinta d'avere acceso della sua bellezza un tal gentiluomo non capiva piú in sé dalla gioia. Di che messer Anselmo s'infastidiva come d'un impedimento al suo scopo e tentava altre strade che lo guidassero ad esso. Gli bisognavano piú cose per il suo palazzo, e Anastasio lo condusse a casa sua nel magazzino; ma Valeria non c'era. Allora messere Anselmo riuscí a dimesticarsi una vecchia in cui, come parente e donna di gran religione, Valeria poneva molta fiducia, e l'indusse a chiedere a madonna Valeria perché cosí ripugnasse dal suo amore e perché, s'egli per via le rivolgeva qualche parola, ella non gli rispondesse neppure, o, se le mandava lettera alcuna, la rifiutasse. La parente sedotta dall'oro promise l'opera sua; e con molti preamboli e con lunghe ambagi cercò avvolgere il capo di madonna, non già affinché si disponesse a commettere il male, ma affinché non divenisse causa di guai a sé e al marito con quell'aspra freddezza che offendeva un signore quale Anselmo Canetoli. Non poteva essa, pur resistendo, mostrare almeno di compatirne il fervido amore? Furon parole! Madonna Valeria rispose: — Ditegli che io non gli voglio né bene né male: che io ho da attendere alla mia famiglia e a nient'altro. Lasciate che m'insidii o cerchi di farci del danno: la verità è come l'olio; e, grazie a Dio, non abbiamo bisogno delle sue ricchezze perché io debba perdere il mio buon nome dietro le sue smanie.

L'impresa diventava difficile, e piú degna di messer Anselmo. Anzi lo turbarono l'orgoglio ferito e la brama acuita da quel diniego cosí placido e fermo e lo spinsero, benché esperto e avveduto, all'assalto piú audace.

Co 'l pretesto di cercare Anastasio Bonesi s'introdusse nella casa di lui in ora che la moglie era sola. E alle sue preghiere e a' suoi lamenti e all'esagerazione stessa della sua passione madonna Valeria non contrappose lo sdegno; non contrappose nemmeno l'incredulità, oppose un rifiuto freddo e quieto ma tenace e irremovibile. L'assalto fu ributtato; e la volontà del giovane baldanzoso urtando per la prima volta con una volontà piú salda non si sostenne e non insisté: egli si dissimulò la propria debolezza, rise e volle dimenticare nei sollazzi e nelle orgie quello stolido capriccio inesaudito. Ma quando piú la giocondità e i piaceri gli fervevano attorno, gli appariva piú bella la serena e severa imagine di Valeria, e quasi per i sensi disposti ad altre gioie gli penetrasse piú vivace e sottile il desiderio di quel bene perseguito invano, tutte le dolcezze gli tornavano amare, tutti gli svaghi gli recavano un'intollerabile noia.

Chi ama di perfetto amore cerca con tutte le forze dello spirito e dei sensi il possesso spirituale e corporale della donna amata, e come se quel primo possesso gli mancasse non gli gioverebbe l'altro piacere, cosí quando non possa riposare e ritemprare il fervore dello spirito nella soddisfazione della carne, anche chi bene ama, soffre. Piú soffriva, disordinato amante che solo al piacere sensuale limitava l'intento dell'amore e della vita, il gentiluomo bolognese; e mentre imaginava e meditava la bellezza di Valeria, guardandola nel suo fisso pensiero, si diceva con raffinata cupidigia: — Oh! solo una volta, e poi, allora, o vivrei o morirei contento.

Ma per quanto si rimproverasse d'aver corso troppo e si ripetesse che non era stato abbastanza astuto e fermo, non ardiva ritentare l'impresa: comprendeva che madonna Valeria non avrebbe acconsentito mai, per ostinazione di coscienza o, peggio, per ostinazione di natura. Cosí il pensiero di lei s'impadroní solo e assoluto della sua mente e diventò doloroso. Cosí le domande e i sorrisi dei compagni, che gli leggevano in faccia la cura segreta, a lui sembravano oltraggi; a lui che un tempo aveva nascoste le proprie fortune (giacché le fortune d'amore uscendo quasi per sé medesime dal mistero, tanto piú acquistano pregio quanto piú apparisce lo sforzo di tenerle celate), riusciva ora d'umiliazione e vergogna dover mentire e lasciar travedere un'acerba sconfitta, quasi la sconfitta d'un capitano reputato invincibile.

Si sottrasse agli amici; e rinchiuso in casa s'abbandonò del tutto al suo cupo e inconsolabile affanno. L'insonnia cominciò a consumarlo e la febbre, una febbre sorda, a limargli le forze: quell'idea fissa gli struggeva il cuore, la giovinezza, la vita.

Meglio morire. Ma quando sentí che l'approssimava la morte si riscosse, spaventato, in un impeto di desiderio: — Vivendo, chi sa che per grazia di fortuna non conseguisse un giorno, una volta sola, il bene per cui s'era dato alla disperazione?

Ed egli sperava. Sperava e s'era ridotto a tal punto per disperazione! Delirava.

Delirando, tra le forme confuse e strambe di persone conosciute intorno a Valeria, una volta sognò anche la vecchia bigotta, la parente del mercante che egli si era amicata invano; e tornato in sé stesso mandò per lei affinché ella testimoniasse a Valeria della sua misera condizione. Quella accorse, e a trovarlo piú morto che vivo capí come per suo profitto le rimaneva un tentativo solo e innocente. — Messere — chiese —, volete che madonna Valeria venga a vedervi? — Oh sí! — rispose l'infermo —. Mi potrebbe guarire!

Poco dopo la vecchia diceva a madonna con aria di severità: — Valeria, tu sai che messere Anselmo muore per amore di te. Per la sua pazzia Dio lo castiga cosí; ma noi non dobbiamo godere che abbia del male chi intendeva farci del male: dobbiamo perdonare e venirgli in aiuto. Io l'ho visto, l'ho udito, e per l'amore dei tuoi figliuoli e per l'amore di Dio egli ti chiede d'andare da lui. Vuoi acquistarti del merito visitando un infermo e perdonando a chi cercava tirarti al peccato? E tu va. Non vuoi? E tu mettiti in pace con la coscienza e rimani.

Valeria tacque a lungo, riflettendo; poi sospirò e disse: — Voi avete ragione: bisogna che vada. — E incaricatala di tenere in ciarle Teresa e di badare ai figlioli, si vestí in fretta e uscí di soppiatto.

Intanto Anselmo attendeva, ma la speranza stessa gli era una fatica e una pena; e una sonnolenza grave e fantasiosa l'avvolse. In questa egli vide la morte. La morte, quale con freddo terrore da fanciullo aveva spesso considerata dipinta, tutta ossa, con uno sguardo nero nelle orbite cave e profonde e con un infernale sorriso tra le mandibole lunghe e dentute, s'avanzò scricchiolando con la mano tesa, quasi per toccarlo su 'l cuore, e pareva che dicesse: basta!

Egli si ritraeva con terrore freddo, gemendo. Ma la mano del mostro ricadde; dalle orbite cave gli lampeggiò una vivida luce come di due occhi di donna, e per virtú di tal luce lo scheletro a poco a poco rivestí umane forme e di donna innamorata ricevette a poco a poco la sembianza, il colore, il sorriso e una meravigliosa bellezza.

Al portento, l'infermo dié un grido di gioia; e scorse china su lui madonna Valeria.

— Messere — ella diceva —, voi avete vinto il piú duro assalto del male. — E gli tergeva la fronte soavemente.

— Dio vi rimuneri il beneficio — mormorò Anselmo, che si sentiva alleggerire e ristorare da una forza rinnovatrice di tutti gli spiriti. — Quel giorno foste cattiva...; oggi, no.

La donna arrossí e disse: — Volentieri sono venuta a vedervi; ma che cosa posso fare di piú?

Alla dimanda il viso di Anselmo tornò sofferente ed egli rispose: — La mia vita è la vostra —. E aggiunse: — Se mi contentaste solo una volta, dopo non mi vedreste mai piú, non udreste mai piú cosa alcuna di me.

— Voi non pensate all'anima vostra — ribatté la donna —, all'anima mia!

Anselmo ripeté: — La mia vita è la vostra. Per Cristo morto in croce, non dovreste ammazzarmi!

Tacquero; indi l'ammalato sospirò: — Lasciatemi dunque morire —; e abbassò le palpebre rifinito.

Madonna Valeria ebbe paura: cosí, con gli occhi chiusi, nella penombra, l'infermo pareva un cadavere; e a lei in quei minuti lunghi di angoscia sembrò di sentire su la coscienza il peso del delitto che ancora non aveva commesso. Ella si dibatteva perché non voleva fallare, e avrebbe voluto concedere il bene invocato. E mentre pensava udiva l'affanno di Anselmo. — «Cedendo il corpo non salvava forse un uomo? E non cedendo l'anima chi avrebbe potuto incolparla d'infedeltà?» Sopraffatta da questo pensiero e vinta, disse con voce tremante: — Messere, fra un mese, se vi sarete rimesso, la sera del sette settembre, che mio marito deve andare a Firenze, verrete da me: vi prometto che v'aspetterò al portone dell'orto. Ma giuratemi che non mi cercherete mai piú.

Anselmo Canetoli giurò lieto il patto che gli salvava la vita. — Egli avrebbe, dopo, abbandonata Bologna per sempre.

Ma appena fuori di quella camera e di quella casa, quasi al lume e al rumore della strada ricuperasse la conoscenza e la misura della realtà e s'accorgesse d'essere stata còlta a un inganno, madonna Valeria sentí il turbamento, l'amarezza, il rimorso del fallo in cui era caduta, e giunta a casa sua, piena d'ira e smaniosa cominciò a raccontare alla vecchia ciò che pur troppo aveva fatto e che pur troppo aveva detto. La parente dissimulava la sua gioia tra le esclamazioni e i sospiri e la confortava. — In tal caso strano chi si sarebbe comportata altrimenti? Dio il quale perdona le colpe piú gravi, doveva perdonarle la colpa leggera che aveva e avrebbe commessa a fine di bene; — e, confortandola, per curiosità le chiedeva tuttavia particolari del fatto e spiegazioni, per cui apprese fino il giorno e il modo stabilito al convegno. Anzi l'appresero in due, giacché Cristina, che aveva vista la cognata uscire pensosa e tornare con in faccia il segno d'una sventura, fiutando il mistero s'era messa ad ascoltare dietro una porta, e, come accade sempre a chi ascolta di nascosto, imparò e indovinò proprio quello che meno s'attendeva e voleva. Non di lei, ma di Valeria messer Anselmo era stato ed era preso al punto che Valeria, per compassione di lui, avrebbe tra un mese disonorato il marito. Arrabbiata pertanto e sconvolta dall'odio, deliberò vendicarsi; e la sera di quel medesimo giorno rivelò al fratello tutto quanto aveva appreso.

Anastasio alle parole di lei rimase come a un colpo di mazza nella testa; ma tosto si riebbe e si contenne; finse di non credere nulla; minacciò la sorella che guai a lei se ripetesse ad alcuno una tale istoria, e, cosí gli premeva il suo nome e cosí poca fede aveva nella segretezza e nella benignità di sua sorella, pochi giorni dopo la mandò a Pianoro presso un cugino.

Quetato in questo, Anastasio, che della parente non dubitava, poté cercare il partito piú acconcio per impedire che la moglie gli fallasse e nel medesimo tempo per sorprenderne l'intenzione maligna di cui voleva punirla; per scoprire la verità, ma anche evitare uno scandalo e, non essendo uomo uso a spada o a pugnale, evitare danni piú gravi. E dopo molti disegni risolvette di travestirsi e di penetrare egli nell'orto prima dell'amante, la sera del convegno.

Oh come trascorrevano lenti i giorni pe 'l povero uomo, e che fatica durava a celare il suo travaglio! E madonna Valeria penava al pari di lui. Ma non è donna cosí onesta che non volga l'animo, sia pure in fugaci abbandoni, agli stimoli e alle lusinghe della colpa, ed essa udendo che messer Anselmo aveva ricuperato vigore e salute e già usciva di casa, non poteva non sentire in sé stessa il merito di averlo guarito e non pensare che molte belle donne ne sarebbero state orgogliose. Pensieri cattivi; e per scacciarli ella ricordava Anastasio e l'amore di lui; e cosí ricordava anche il torto della sua brutta promessa: onde con la ragione combattuta e la coscienza affannosa, o non dormiva, la notte, o non dormiva tranquilla.

Venne, come a Dio piacque, la mattina del giorno temuto da madonna Valeria, sospirato da Anselmo Canetoli e maledetto da Anastasio Bonesi; e questi, detto addio alla moglie, con tutte le sue robe se n'andò in un luogo poco lontano ad aspettarvi l'ora di tornare travestito a casa.

Valeria socchiuse il portone dell'orto per tempo. Ma il diavolo, che spesso si diletta di trascinare con disagio ai suoi fini, mandò proprio quella sera due mercanti romagnoli in cerca di Anastasio Bonesi; e la donna, conforme il solito, dovette ospitarli in casa sua. Preparata loro la cena, ella uscí, e scorta l'ombra che supponeva l'amante, gli si accostò risoluta dicendo piano: — Messere!

Egli tese le braccia. Ed ella: — Siete guarito?

Anastasio rispose come meglio seppe, ma non cosí piano e non con tale simulazione e sicurezza che con súbito orrore la donna non scoprisse in lui il marito. Nondimeno, riponendo la sua salute nella sua sagacia, essa rifletté un istante e riuscí a contrapporre un inganno all'inganno: pregò l'altro di pazientare che certi suoi ospiti romagnoli andassero a letto, sicché senza sospetto lor due potessero restare insieme. E l'introdusse nel magazzino, che chiuse a chiave; indi corse nell'orto; aprí il portone, dietro il quale Anselmo Canetoli già imprecava alla lealtà delle donne, e facendogli segno di tacere e di seguirla, lo condusse in una stanza vicina, dove l'affrettò a liberarla dell'obbligo suo.

Ma come chi riarso di sete in un dí canicolare brama un bicchiere di acqua attinta appena dal pozzo, e se può averla, l'inghiotte avidamente e ne domanda dell'altra, Anselmo Canetoli avrebbe voluto bere ancora ancora alla coppa della voluttà; e madonna Valeria, ch'era piena d'ira perché Anastasio aveva dubitato di lei e aveva tentato di superarla in astuzia, e, d'altra parte, sentiva di qual gioia aveva confortato il suo amante, pensava: — Quanto bene mi vuole! Mio marito che ha tal fede in me, si meriterebbe che non lo lasciassi andare. — Cattivo pensiero, che ella respinse con molta fatica. Poi disse: — Messere Anselmo, mantenete la vostra parola: andate, e non pensate piú a me.

Anselmo sospirò, la baciò e, vincendosi, le ripeté ch'ella non l'avrebbe mai piú riveduto ma che egli l'avrebbe ricordata in ogni luogo e per sempre. E partí.

A Valeria restava da pacificare il marito, e non solo per salvezza di sé, ma anche per conforto di lui; né fu certo il desiderio di vendicarsi che le consigliò uno strattagemma crudele. Non trovò miglior strattagemma; e tutt'angosciosa corse dove erano i mercanti e disse loro: — Messeri, ajutatemi! Un giovane, che mi sta attorno da un pezzo, ora è qui in casa con mala intenzione. Voi gli insegnerete a non disturbare le donne degli altri.

I due balzarono in piedi ed essa li accompagnò al magazzino dove entrati, quelli gridarono: — Ah cane! Ah vigliacco! Ti daremo noi l'andare attorno alle donne degli altri! — e, secondo il costume dei romagnoli, non avevano finito di minacciare che già tempestavano Anastasio di pugni e di calci. Per farsi riconoscere, il misero gridava bestemmiava pregava, e fu riconosciuto dopo che era ben pesto; ma i mercanti non lo riconobbero con meraviglia minore del vederlo fra le braccia di madonna Valeria demandando perdono e chiamando sua moglie la piú virtuosa e piú saggia donna del mondo.

Madonna Valeria si fingeva stordita e chiedeva: — Come siete voi qui? E quello a cui doveva capitare ciò che purtroppo è capitato a voi?

— Sta sicura — rispose allora Anastasio: — ho chiuso io il portone dell'orto!

Cosí, finalmente, madonna Valeria poté dormire tutta una notte d'un sonno tranquillo e pieno e riposare la sua buona coscienza nell'opera di pietà, la quale aveva compiuta: non quella d'aver convinto in tal guisa il marito della sua virtú per risparmiargli la gelosia e la certezza del disonore; — non quella: l'altra.

PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO

Sec. XVI.

I.

Lettere di due amanti.

Il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo, tornato dopo lunga assenza a Venezia, incominciò con lettere impronti e frequenti ad esagerare a madonna Vittoria, come ogni amante che s'accinga a una difficile conquista, la forza e le pene della sua passione: per non darle noia, sette anni era rimasto lontano da lei; tre anni aveva errato pe 'l mondo in vana ricerca di svaghi: sperando che ella almeno gli concedesse di svelarle a voce alcuni segreti, con le fiamme nel cuore era tornato in patria.

A messer Alvise, buon amico d'infanzia, Vittoria, la quale era moglie ad un giovane conte, rispose per lamentarsi ch'egli le mandasse delle ambasciate affidandole a servi: «La mia professione è sempre stata ed è di donna d'onore, né mai mi sarebbe caduto nell'animo, che voi aveste usato meco sí fatta discortesia. Basta, pazienza, non resterò per questo di amarvi quale fratello....»

Ma Alvise meritava scusa, e le scriveva:

«Che cosa posso far io, infelice, per disacerbare il dolore ch'io sento dell'amarvi senza mercede? E s'io non vi facessi, per qualche vostra donna di casa, intendere i tormenti che per cagion vostra sostegno, in che modo potrei io vivere? Deh, anima mia, non vi sdegnate s'io paleso parte di quell'ardore, il quale non potrei se non con grandissimo pericolo della mia vita tener nascosto. Ma se m'astringete co 'l comandarmi, son contento d'obbedirvi.... Ben vi prego a concedermi tanta comodità ch'io vi possa parlare, o vero a dimostrarmi il modo di darvi alcuna lettera....»

Or dunque come la contessa scongiurava invano messere Alvise ad esser prudente, a non mostrare il suo ritratto ad alcuno, a non discorrere con alcuno di lei, a non mandarle ritratti perché non voleva esser scoperta; come, non crudele quale egli la chiamava, poteva dirgli in coscienza: «Io vi amo, il che mi pare che non sia male, nascendo dall'amore ogni buona operazione», qual fallo mai avrebbe commesso concedendogli di parlarle, dietro la porta di casa, una sola volta?

Cosí, per quel primo onesto colloquio e per le lettere che Alvise le inviava ardentissime, doveva penetrare nell'animo di madonna una gran dolcezza d'amore puro, una gran compassione pe 'l nobile giovane innamorato: e quando lo seppe infermo in villa, gli scrisse tutta amorosa che cercasse di venire a Venezia per rimettersi piú facilmente; e poi, piú tardi, gli si mostrava ammirata «dello splendore che senza pari ritrovava in lui», e per lui pregava il Signore: anche accettava e gli mandava e gli chiedea dei piccoli doni.

Ma Alvise non viveva lieto, né la promessa di lei, che «se è vero che di là come di qua vi sia amore, e si ami, esso mio spirito in Cielo vi godrà», gli arrecava bastevole conforto; e avrebbe voluto tornare a discorrere con lei. Temeva ella nella dimanda ostinata un'insidia, e disperando che l'amore di lor due rimanesse «giusto fedele e onesto» com'era incominciato, minacciò Alvise di rifiutare le sue lettere: «Conosciuta la vostra disonestà, mi sono spogliata di quell'amore ch'io vi portava....»

A che, disperato, egli: «Poi che tanto vi piace che dal mondo mi toglia, son contento di soddisfarvi. E perciò mi risolvo, con la prima occasione, d'andar in luogo tanto lontano che secondo il desiderio vostro finisca i miei giorni.»

E madonna Vittoria, pentita e impaurita, un giorno l'accolse in casa furtivamente: fu quello il giorno della colpa. Da quel dí in avanti le lettere di madonna Vittoria si susseguirono piene di amarezza, di tristezza profonda, che derivava, piú tosto che dai rimorsi, dal rimpianto pei lunghi piaceri cui libera avrebbe potuto gustare; dall'amore stimolato, esasperato dalla bramosia sensuale; dal timore, quasi dal presentimento che tra breve Alvise si sarebbe stancato di lei.

Dopo ciascuno dei gioiosi convegni, che consentiva l'assenza del marito, ella piangeva:

«Come foste partito mi gettai nel letto, e con gli occhi del corpo (benché co 'l pensiero a voi) m'addormentai: indi a poco svegliatami e ritrovatami senza di voi, cominciai a pianger sí forte che s'io non mi fossi nascosta sotto la piega del letto averei senza dubbio svegliato ognuno di casa.... La maninconia m'è sí cresciuta che mi sento uscir fuora l'anima....»

Di lui era compresa cosí intimamente che a ripensarne le parole ne riudiva la voce e dalla voce ne riacquistava la sensazione intera: essa si deliziava a martoriarsi finché si abbatteva in una mortale angoscia.

«Da quell'ultima ora che mi parlaste fino a questa si è cresciuta in me la confusione, ch'io non so piú quello ch'io mi faccia. Le vostre dolcissime parole mi sono rimase cosí vive nella memoria che, se talor chiudo gli occhi, parmi di vedervi e di ragionar con voi; il che è cagione che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi, e mi ritrovo ingannata. Onde destatami, vergognata di me stessa, sento tanta passione che mi è forza di desiderar la morte per uscir una volta di pene.... Troppo grave tormento è l'aver desiderio di cosa amata piú che la propria anima, e vedersene privo senza speranza di poter già mai per lunghezza di tempo goderla!....»

Né conosceva ancora le pene della gelosia; ma quando il marito tornò e cominciò a sospettare e già alcuno dei vicini e dei conoscenti mormorava della loro tresca, dovettero contenersi e non vedersi che di rado. Quali altre donne vedeva Alvise? Ove passava il giorno? A che feste si recava?

Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e per andare da madonna, avvertito da segnali di richiamo, sfidava la vigilanza del marito e degli altri, e giurava che tra le braccia di lei, nel tripudio dei sensi e dell'animo, si sentiva davvero felice. Felice era essa pure in quei momenti, anche perché si vendicava del marito il quale, mentre ella era con Pasqualigo, «stava a piacere con altrui»; ma l'invidia e la viltà la privarono pure di consolazioni sí fugaci. Lettere anonime persuasero il conte che la moglie lo tradiva e tentarono persuadere madonna Vittoria che era ingannata dall'amante: il Pasqualigo ebbe minaccie di morte entro il termine di otto giorni se si ritrovasse ancora una sera con Vittoria; e madonna soffriva d'una gelosia divenuta un incomportabile tormento.

Invano egli tentò di assicurarla che solo per nascondere il vero amore simulandone un altro corteggiava altra donna, giacché ella dubitava ogni giorno piú e ripeteva di volere uccidersi; ella che già per amore di lui non s'era curata né «di parenti, né di fratelli, né di padre, né di figliuoli».

— «Ma ditemi — egli le scriveva per frenarla —: vi piacerebbe ch'io trasportato dall'appetito e rotto ogni freno di ragione, venissi con forza a levarvi di casa per torvi di mano di chi potrebbe tor la vita a voi? O pure vi piacerebbe ch'io, spinto dal desiderio della salute e contentezza vostra, uccidessi lui, onde mi convenisse poi d'esser eternamente separato da voi, la qual dite che prima di me morireste?....»

I pericoli infatti aumentavano con l'aumentare dei sospetti nel marito, il quale proibiva alla moglie finanche di stare alla finestra, e fino a un amico dava incarico di osservarla: a un certo Fortunio.

Costui già da tempo aveva saputo che un ritratto di Vittoria era in possesso d'Alvise; piú d'una volta era stato su 'l punto di sorprendere gli amanti; forse egli era stato l'autore delle lettere anonime e forse quegli che aveva trafugato a madonna un pacchetto di lettere: di madonna era lui pure acceso. Oltre Fortunio spiava Vittoria una ribalda, cognata o suocera.

E il marito «tutto il dí gridava seco dicendole: io ti darò tanta mala vita che ti farò anzi ora morire —»

Essa era incinta. Non le era permesso svago alcuno; e, «per essere priva di ogni conversazione, e, si può dire, confinata in casa, le conveniva pensar sempre di quella cosa che piú le era cara»; e cosí la violenza dei desideri diveniva in lei uno spasimo, una frenesia.

«Ieri vi vidi in strada, e mi venne rabbia grandissima di baciarvi, onde mi sentiva morire, e credo certo che se lui non era in casa, io era sforzata, rompendo ogni velo di onestà, di chiamarvi ad alta voce — In somma, questa nostra vita è troppo aspra e mi pare quasi impossibile di poterla vivere lungo tempo....

«Misera e disavventurata! A che termine sono giunta per amore, dal qual non può o non dovrebbe nascere altro che buoni effetti e pur in me non provo altro che passioni, tormenti e morte; e se pur io potessi finire — sí come tante volte ho desiderato e ora vie piú che mai bramo per le disperazioni che nascono in me dal non potervi abbracciare — sarei contenta....»

«Bisogna frenare gli appetiti, e scacciare certi pensieri dannosi» — esortava Alvise co 'l tono dell'amante che può riflettere dopo essere stato soddisfatto.

I mesi, intanto, passavano; e madonna Vittoria sfogava appena per lettere i lunghi e duri affanni:

«.... Questo crudel matto di mio marito non cessa di contrastar meco tutto il dí.... Durante il parto.... io ho avuto disagio d'un uovo fresco.... Ma non manco al bambino di cosa alcuna...., né posso pur patire di dilungarmi punto dalla cuna per non lasciarlo piangere....»

Alle sofferenze di lei Alvise adduceva conforto di parole; e, una volta, per parlarle si vestí da donzella e, accompagnato da una donna, si pose in chiesa, alla predica, nella stessa panca di lei; ma poi, sospettato uomo, fu costretto ad uscire: un'altra volta, mentre stava discorrendo con Vittoria, essa fu sorpresa da uno di casa e acerbamente sgridata e minacciata di morte. In tale guerra, con troppo brevi tregue, l'amore di messere Alvise si raffreddava e nell'inquietudine e nei pericoli (egli doveva guardarsi da' sicari; e certo giorno ferí tre che l'assalirono per via, e non azzardava ad andar fuori che accompagnato da tre gentiluomini: madonna Vittoria temeva che il marito l'avelenasse) le doglianze e i raffacci degli amanti divenivano piú acerbi e piú frequenti.

Per lei Alvise «aveva dispregiati gli onori della sua repubblica; per lei aveva messo a rischio l'onore offendendo, percuotendo e ferendo non solo uomini e donne di basso stato, ma di sangue nobile e alto: l'amò per tutta la vita attendendo il guiderdone della divina maestà!» E Vittoria, di rincontro: «Le vostre crudeltà sono tante e tante che meritano che ciascuno le fugga!»

Alla fine egli le scrisse che per non accontentare i suoi, i quali volevano s'ammogliasse, partirebbe da Venezia: essa lo scongiurò che rimanesse, magari s'ammogliasse, e lo minacciò: «Vi avvertisco bene che vi potreste ancora chiamar pentito; e tenetevi a mente queste parole perché si verificheranno». — Ed egli rimase, e n'ebbe premio di brevi gioie.

Ma poi, d'improvviso, si decise ad andarsene. Ella fe' giuramento di morte o libertà dal suo amore; egli disse: — morrò ma parto —, e partí davvero.

II.

La lontananza parve spegnere affatto l'antica fiamma nel cuore di messere Alvise; ma bastò ch'egli ritornasse a Venezia perché la vista di madonna Vittoria gli ravvivasse nell'anima, dalle poche faville che v'erano rimaste, tutto il fuoco d'un tempo. Se non che trovò madonna Vittoria cambiata al bene e molto sicura contro le tentazioni nella sua virtú.

«Mentre che siete stato lontano (essa gli scriveva), per non perdere l'anima insieme co 'l corpo...., ho pregato Iddio che rompa il fisso pensiero che di voi avea.... e fui esaudita....»

Egli non credette. Ed essa:

.... «Io conosco il vostro amore verso me fuori di ogni mio merito ardentissimo, e confesso d'aver ricevuto da voi tanta quantità di cortesia, che quando anche spendessi mille volte la vita per voi non pagherei la minor di quelle; ma perché io mi sono deliberata di voler rimettere tutte queste vanità corporali, rivolger l'animo a Dio e riconoscerlo per mio Signore vivendo vita cristiana, confessandomi e comunicandomi ai tempi ordinari, vi prego che non vogliate romper questo mio proponimento co 'l molestarmi ogni ora con vostre lettere....»

Egli non le credeva ancora, e sollecitato dal rifiuto voleva riaccenderla e ridestarne i sensi evocando i ricordi con tutti gli artifici del suo miglior stile di poeta:

«Deh, anima mia, riduciamoci a memoria il piacere che da' nostri cuori fu sentito quando eravamo insieme. Ricordiamoci del raddoppiar de' baci nelle partenze, delle voci da caldi, spessi e non lunghi sospiri interrotte; del pender collo a collo, e dei giuramenti, e delle promesse fatte di viver sempre nell'oggetto amato. Sovvengaci del vegghiar notti intere, né si partano già mai da i nostri cuori le lagrime calde e amare che talora e per allegrezza e per timore erano sparse da gli occhi nostri e poscia raccolte dalle labbra amate....»

Invano: non pentimento, non rimorsi l'avevano cambiata cosí, ma la colpa di lui che era stato lontano quattro mesi e non le aveva scritto neppure una lettera; e non s'era cambiata cosí, come diceva: ella aveva un amante. Un giorno Alvise non seppe, vide che nell'altana ove si biondeggiava i capelli al sole, ella accoglieva Fortunio. Fortunio lo scrittore delle lettere anonime! Fortunio il delatore!

Essa negò! Ma Fortunio per vanagloria e paura a un tempo disse al Pasqualigo: — è vero —; e lei stessa, madonna Vittoria, l'aveva tratto a lei. Madonna Vittoria dovè confessare, e confessò senza vergogna, con audacia, con impudenza:

«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia e ch'io rimasi tra tanto duolo che come morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine disperata, veggendo che non vi curavate né anche di consolarmi con una semplice carta, caddi in tanta gelosia, ch'ebbi ad impazzire e mi risolsi, vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni sorte di malia per liberarmi di tante angoscie. Ma ragionato sopra di ciò con una mia amica, fui consigliata a lasciare quello e a fare elezione d'altro amante, e tante belle ragioni mi furono dette da lei e tanto instabile e crudele mi foste dipinto, che facile cosa fu il farmi accostare alla sua opinione. Risoluta adunque di vendicarmi per questa via e di liberarmi insieme da tante noie, attesi l'occasione, la quale non sí tosto mi venne ch'io l'abbracciai nel modo ch'avete inteso da quel crudele, che piú tosto dovea patir morte che confessarvi le cose passate tra lui e me.... Ma pazienza! La mia fortuna ha voluto ch'io spenga affatto l'amor vostro e sí m'accenda di lui che non abbia mai requie....»

Pazienza! Ed essa perdonava a quel perfido: l'amava, e nell'amore nuovo e nell'abiezione non avrebbe avuto piú un pensiero, una parola, uno sguardo per Alvise Pasqualigo!

Alvise non sopportò l'abbandono deciso ed assoluto della donna che aveva amato troppo e troppo a lungo; non volle rassegnarsi alla vendetta di madonna Vittoria; non si riebbe, e la gelosia travolse nel fango l'anima sua e la dignità d'un uomo. Nessun innamorato fu mai un mendico cosí sordido come Alvise Pasqualigo, il quale scriveva di tali lettere:

«Se voi vedeste com'io sto, forse che m'avreste compassione, se ben pochissimo mi amate. Di grazia, trovate modo ch'io possa darvi alcuna lettera, che so ben io che avete molte comodità. E se è possibile, sí come io son certo, fate ch'almeno per una volta sola io venga a voi (non dico ad abbracciarvi, ché troppo indegno mi giudicate e troppo vile mi tenete), ma ch'io venga a baciar la terra dove voi tenete i piedi...»

Madonna Vittoria, senz'altro, gli rimandava i ricchi doni, le sue lettere, il suo ritratto.

Ed egli:

«O mio amore infinito, o donna ingrata! E qual altro sarebbe stato quello che non avesse scoperto al mondo i vostri tradimenti acciocché foste stata conosciuta per quella che sete? Voi meritavate pure ch'io scoprissi il vostro adulterio a vostro marito....; ma io non voglio che la fragilità del vostro petto e l'errore di donna poco savia mi faccia far atto indegno di me. Anzi tanta discortesia che m'avete usata voglio ricompensar con doppia gratitudine procurando fino co 'l proprio sangue di coprir la vostra vergogna.... Voglio che conosciate l'amor mio vedendo ch'io non posso patire di vedervi patire danno o vergogna alcuna: anzi per accrescer il vostro contento e acciò che voi possiate godervi il vostro amante, voglio esser cagione che vostro marito vada a star fuori qualche giorno. Vi avvertisco bene e vi prego ad operar piú cautamente di quello che fate, perché non vi è alcuno in quelle contrade che non sappia il modo che tenete per raccoglier i vostri amanti nelle braccia....»

Proprio cosí: egli «voleva essere il mediatore a' suoi diletti e procurar comodi alle sue dolcezze, contentandosi, in premio del suo lungo affaticare, che il bene che gli toglieva la sua crudeltà privandolo di lei, gli fosse concesso dal vedere che per suo mezzo godeva felice....»; contentandosi «di essere amato da fratello, pur che talora gli fosse concesso di vederla e di ragionarle con quell'amore che sogliono i fratelli famigliarmente....»

Per prudenza essa permise questo, e un giorno che voleva andare nell'altana passando di tetto in tetto egli fu preso a sassate come un ladro: come un mortale nemico era odiato da madonna.

«Voi, secondo ch'io bramo, vi lasciate vedere ogni giorno, ma vi mostrate sí colma d'orgoglio che men noia mi apporterebbe il non vedervi. S'io vi saluto, voi vi volgete ad altra parte; s'io vi parlo, sorda e muta vi mostrate; ond'io posso dire, e in verità, d'essere odiato a morte....»

Peggio: era burlato.

«La mia mala fortuna vuole che io abbia gli occhi d'Argo acciò ch'io vegga la cagione della mia rovina. Son contento, poi ch'altro non posso, che voi m'inganniate, ma che i vostri amanti mi burlino, non patirò già mai. Se gli avete cari fate che mi lascino stare e che si contentino di godervi....»

Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira contro l'amante, se non contro la donna, se non contro sé stesso, non avrebbe potuto scuoterlo e sollevarlo? No: una volta a vedere madonna Vittoria alla finestra con faccia ridente e Fortunio sotto, che le rispondeva, «spinto da furor geloso» e attaccata questione, ferí il drudo, ma scongiurò Vittoria che gli perdonasse!

Il qual fatto atterrí la donna e l'indusse a posporre il nuovo amore al terrore dello scandalo e dell'infamia. Rispose:

«Il solo rispetto mio doveva por freno ad ogni vostra voglia, né amandomi doveva aver maggior forza lo sdegno che l'amore; ma poi che le cose passate non hanno rimedio e che mi chiedete perdono, io ve ne faccio grazia....»

L'invitò a sé: «Anima mia, vi prego che veniate a me quanto prima potete perché io mi sento morire per desiderio di vedervi....»

E, per convincerlo, gli mandò fino copia della lettera con cui diceva addio a Fortunio e in cui Alvise poté leggere di queste cose:

— «Ho ricevuto ieri una vostra lettera, né tale io credeva vederla. Pazienza! La mia mala fortuna sempre m'aggiunge angoscie agli affanni che mi tormentano acciò sempre misera e infelice io viva.... Appena posso credere alla vostra mano e agli occhi miei perché troppo sicura viveva del vostro amore. Ora, mancatami ogni speranza né trovando alcun rimedio a' casi miei, voglio farvi conoscere quanto vi ho amato; del che buonissimo testimonio vi potrà essere l'aver veduto che io ho consentito alle vostre voglie; cosa ch'io non volsi già mai concedere ad altri.... Voi potreste rispondermi che non mi pregaste ad amarvi e che voi, mosso dai miei lamenti, per non mi dispiacere avete voluto compiacermi e che non amore o qualità vostre m'indussero ad amarvi con tanto affetto, ma solo un istinto naturale di femminil cuore, che solo appetisce ciò che le vien conteso, mi sforzò a questa servitú.... Io vi replico che m'abbandonai ad amarvi vinta da certe qualità che mi pareva di scorger in voi....»

E finiva: — «Mentre avrò vita vi averò nel mio pensiero....»

Allora, solo allora il Pasqualigo sentí tutta la depravazione di madonna Vittoria e l'abiezione sua e gli parve di capire tutta la falsità di lei che, come aveva mentito con lui prima e con l'altro dopo, adesso mentiva di nuovo seco: non rifletté che s'ella era cosí corrotta la prima colpa ricadeva in lui; non ricordò che per amor suo madonna aveva pianto, e con un pretesto spezzò l'ignobile legame. La disse Messalina e Pasife e agli oltraggi aggiunse l'accusa ch'ella avesse incaricato un sicario d'ammazzarlo.

Egli era salvo. E con le sue pubblicò le lettere di lei.

LA DAMA FALLACE

Sec. XVII.

I.

Mentre il duca Odoardo Farnese, i Francesi e il duca di Savoia assediavano Valenza, don Alfonso della Torre, il quale era tra gli ufficiali d'Odoardo, ricevette la notizia che suo zio il marchese di Cortemaggiore era morto lasciando a lui, come a giovane savio ed a nipote affettuoso, ogni suo avere; ond'egli, da nipote affettuoso, dimostrò un ineffabile dolore, e da giovane savio deliberò tra sé di godere al piú presto di quella fortuna inattesa. Infatti appena i collegati ebbero tolto, per disperato, l'assedio, egli corse a Parma, ed ivi diede tosto troppe prove di prepotenza e di grandezza: capestrerie, fastosi sollazzi, amori, brighe, soprusi. Né continuò poco cosí; ma quando il duca fu uscito dai travagli della guerra e riprese il retto governo dello stato, chiamò a sé, un giorno, il giovane e turbolento cavaliere e gli propose il dilemma o d'ubbidire alle sue leggi per restare in Parma, o d'andarsene da Parma per non ubbidire alle sue leggi.

A ciò don Alfonso avrebbe dovuto rispondere co 'l sussiego che gli conveniva: — Altezza, io possiedo anche un feudo fuori delle vostre terre —; eppure, trattenuto da certa sua riflessione, egli chinò il capo e tacque.

Di che meravigliandosi e dolendosi quasi di un'umiliazione sua il conte Gabrio Gabrii, che gli era intimo amico, gli disse Don Alfonso: — Oggi capirai che se io metterò il giudizio a posto non sarà tutto merito di Sua Altezza.

E nel pomeriggio, condotto l'amico al giardino della sua casa, da un punto dal quale si scorgeva chi era nel giardino attiguo disse a bassa voce: — Guarda!

Una dama leggendo un libro passeggiava all'ombra; e come fu condotta dal sentiero presso il muricciolo di confine, levò gli occhi e al profondo saluto che le fece don Alfonso risalutò, senza ristare, con garbo signorile. Una dama bellissima. Il Gabrii sorrise, attese ch'ella si fosse allontanata ed esclamò:

— Varrebbe la pena di mettere la testa a posto; ma io credo che tu, questa volta, la perderai del tutto!

II.

La dama posò il romanzo. Nella sua mente piena di quell'avida lettura le viragini e i cavalieri continuarono a scambiare colpi di spada e prove eroiche e i príncipi a perseguire le donzelle traverso strane e confuse vicende di battaglie, di rapimenti e di naufragi; ma nel suo cuore, dai discorsi piú galanti e dalle pagine piú sentimentali, era penetrata una tentazione sottile, un'eccitazione dolce ad un amore tuttavia sconosciuto.

Fanciulla quasi l'avevano data in moglie a un cavaliere milanese, tanghero e geloso; a pena vedova i congiunti del marito, per carpirle una parte dell'eredità, l'avevano rinchiusa a forza in un convento, e da poi che era fuggita dal convento in casa della vecchia dama che le voleva il bene d'una madre, il Palmenghi figlio della dama, per non essere compromesso e per sottrarla all'ira dei congiunti, la costringeva a una vita peggio che di chiostro. O piú tosto, invaghitosi di lei, il Palmenghi aspettava agio di sposarla?

Da Scilla in Cariddi!; e altro confortatore della sua giovinezza sognava Domitilla (questo il suo nome): ella sognava una grande passione che le consentisse il dominio dell'amante in guisa d'aver poi uno schiavo in suo marito; e il Palmenghi era un geloso carceriere quando ancora non le aveva proposto di sposarla!

Sospirando, Domitilla riprese il libro. Ma il suo pensiero oramai ripugnava dalla lettura e seguiva imagini sue, un'imagine che da alcuni giorni cercava il suo cuore e l'accarezzava per entrarvi; e don Alfonso della Torre, il giovine e bello e perfetto cavaliere di cappa e spada, le sorrideva con un inchino profondo di saluto. Ella non aveva il dubbio di non piacere a don Alfonso della Torre: anzi s'era avveduta che la corteggiava; ma, quando pure le riuscisse innamorarlo, riuscirebbe al piú, a divenirgli moglie? Divenirgli moglie! E la sua fantasia correva, correva. Egli era ricco e superbo; onde una gloria l'avvincerlo e una fortuna il possederlo. Se non che lo dicevano anche intemperante, violento, infido colle donne, e non le conveniva disgustare il Palmenghi per avventarsi a una speranza incerta e a un pericoloso tentativo. Rifletté, poi levandosi risoluta e sicura: — A innamorarlo — pensò — basta la bellezza; lo avvilupperò con l'arte e con l'inganno e avrò lo schiavo!

E si guardava nello specchio della sala: era bellissima.

III.

La dama che ogni giorno passeggiava nel giardino del Palmenghi, rispose cortese alle prime dimande di don Alfonso, ma guatandosi attorno quasi paurosa che ci fossero altri ad ascoltarla; disse che aveva nome Vittoria, che era sorella del Palmenghi e vedova da poco tempo di un gentiluomo milanese: non piú; ma negli occhi e nel viso essa aveva l'ombra e l'impronta d'un dolore sempre presente al suo spirito, e dalla circonspezione con cui ella si conteneva, s'arguiva che qualcuno l'invigilava. Qual colpa di lei o d'altri la teneva vittima di quella tirannia occulta? qual cura l'affliggeva turbandone la meravigliosa e fresca bellezza? Don Alfonso non poté sapere di piú, ma se il giovanile desiderio di un'avventura galante l'aveva condotto nel giardino le prime volte, nel solito luogo, all'ora solita, ve lo trasse di poi il desiderio acre e virile di far dispetto a qualcuno e di affrontare un pericolo; e quindi ve lo trasse, con tutta la forza e con tutti i lacci, l'amore.

E quell'accensione lenta, nuova per lui, divampò cosí nel suo cuore che non ebbe piú requie: e il suo animo rimase conquiso, occupato, umiliato da quella donna la cui bellezza s'elevava e raffinava con lo strano contorno della pietà e del mistero. Egli fece e le ripetè molte proteste, ma la dama o taceva inquieta o rideva mestamente; ed un giorno in cui egli insistette per ottenere una parola, una parola sola, ella disse: — Io non ci penso a rimaritarmi.

Don Alfonso non le chiedeva questo o non le chiedeva tanto. Allora la dama lo guardò fissa per leggergli il pensiero negli occhi; poi soggiunse: — Che cosa domandereste a una dama nobile ed onesta? — Una parola! soltanto una parola! — La dama gli sorrise.

In fine, un altro giorno, ella si dolse perché le bisognava interrompere la consuetudine di quei piacevoli colloqui.

— Impossibile! — esclamò don Alfonso. — Voglio vedervi, udirvi! Chi può impedirmelo?

— Io — essa rispose —; se no, voi, don Alfonso, mi recherete danno.

Né alle domande di lui aggiunse spiegazione alcuna, ma si mosse come per andarsene. Allora egli si contenne, la supplicò e promise d'essere prudente; e la dama quasi per premiarlo gli concesse di scriverle e di nascondere le lettere in un crepaccio della cinta: ivi, potendo, gli lascerebbe le risposte. Tacquero; e dalle loro pupille le anime loro si guardarono tremule e accese, interrogando.

— Voi m'amate! — disse don Alfonso.

— Sí — disse la dama; e ne' suoi occhi luccicarono le lagrime.

IV.

Certo che essa l'amava, senza piú titubare don Alfonso intese al fine del suo amore; e le ripulse della dama non lo frenavano, non l'intimidivano gli ostacoli; ed essa gli scriveva invano: «Vorrei, ma non posso».

Egli un giorno, stanco, le scrisse cosí: — O la sera sarebbe venuta da lui, nel giardino, ad udire quel che aveva a dirle, od egli, alla prima buona circostanza, la porterebbe via a forza.

Domitilla, com'ebbe letto il biglietto, sorrise all'idea d'essere rapita di notte in una carrozza trascinata da due veloci cavalli e scortata da ceffi spaventosi; ma la ragione la distrasse dalle fantasie romanzesche, e poiché l'amante si ribellava, comandava, minacciava, il meglio era non badargli — se pure, a tirar troppo, la corda non si fosse rotta. No, meglio era andare da lui — se pure al convegno, per debolezza sua, non fosse seguíto ciò che sarebbe seguíto al rapimento. — Parcere subiectis et debellare superbos! Domitilla, la sera tardi, s'attenne alle norme che l'amante le aveva scritte; e don Alfonso, ricevutala da una scala nel giardino, non stentò a persuaderla che entrasse nella sua casa. — «Soggiogare il ribelle e, dopo, nel perdono, acconsentirgli» aveva determinato a sé stessa Domitilla; ed entrando disse in tono ostile, súbito:

— Per voi io comprometto, questa sera, il mio onore. Del vostro amore quali prove avete date voi a me?

— Io vi amo — rispose don Alfonso.

La dama senza badargli continuava: — Voi m'avete fatta una proposta indegna, l'insensata minaccia d'impossessarvi di me con la violenza! Ma io non vi temo; v'ascolto. Che volete?

Già alle prime parole di lei cosí avversa nell'aspetto e nella voce il cavaliere aveva perduta la riflessione del disegno che s'era preparato in mente; e alle ultime lo turbò il dubbio che la dama nascondesse un'arma; onde, umile, le chiese:

— Vittoria, che cosa debbo fare io per voi?

— Nulla, se non potete soffrire e non sapete dominarvi!

Allora egli si lamentò di lei: egli soffriva da troppo tempo, egli soffriva di quell'amore che gli pareva tenebroso ed aspro quasi un delitto o una condanna; e da lei non aveva conforto se non di poche parole vane; non aveva speranza e confidenza alcuna. — Desiderate che io soffra. E avete detto che mi amate!

— Io vi amo — ripeté essa; e ai lamenti contrappose gli aforismi appresi nei romanzi. — Non è amante degno chi non rinunci la propria volontà a quella dell'amata; né v'ha amore buono che non sia combattuto dalla sorte; né è passione nobile e pietosa in chi non sia pronto ad ogni sacrificio, al sacrificio della vita stessa.

Il rimprovero offese don Alfonso. Esclamò: — La mia vita non è vostra? Ogni mio pensiero, da quando vi ho veduta, ogni mio desiderio non è in voi? Non vorrei io liberarvi ad ogni costo della tirannia che v'affligge? Un cerchio di ferro vi stringe e vi soffoca: vorrei spezzarlo, e v'avvolgete nel mistero e mi fuggite; vorrei consolarvi o dividere nel vostro segreto i vostri affanni, e mi fuggite! Che amore è il vostro?

— Un amore onesto, paziente, generoso!

Don Alfonso tacque con uno sforzo palese per contenere il diniego contro il quale la dama era agguerrita: nel dibattito l'ira deformava la bellezza della donna ed egli che aveva creduto d'ottenerla presto in pace, quella sera, pativa come sentisse dileguarsi un sogno di felicità. Perciò egli taceva. Ed ella, quantunque quel silenzio non la sbigottisse molto, per lasciar trapelare un po' di barlume agli occhi dell'amante, proseguí.

— In quest'amore io aveva riposto il conforto d'affanni vecchi e nuovi: ad esso confidavo l'avvenire: per il bene di esso, il mio e il vostro bene, mi credevo costretta a nascondervi ciò che cercate di scoprire, a celarvi ciò che cercate di sapere, quasi dubitaste di qualche mia azione indegna. Voi ignorate le lagrime che mi costa il solo sospetto dell'amore che vi voglio; e non mi vedete quando vi sospiro, non mi udite quando vi chiamo a me, non mi sentite in voi come io sento voi in me. Mi sono ingannata. Voi, voi mi avete ingannata turbando cosí per gioco e per sfogo della vostra giovinezza la poca quiete che la sorte mi lasciava. Ma se non m'avete compresa, non m'avete meritata, don Alfonso! Addio dunque.

E stupita ora ch'egli non fiatasse, andò all'uscio per uscire: l'uscio era chiuso a chiave. Si rivolse, di bianca divenuta livida.

Il cavaliere disse orgoglioso e solenne: — Voi siete in mia balia. Ma don Alfonso della Torre vi difende proponendovi il suo nome, il suo cuore, la sua nobiltà. — E le si accostò tendendole la mano. La dama non sorrise: piú fiera, piú solenne di lui, rifatta bellissima da quell'orgoglio superiore, ella disse: — Per difendermi basta il mio nome, puro come il vostro, e la mia nobiltà, piú antica della vostra, don Alfonso della Torre!

No: ella non aveva nessun'arma; tremava e, tanto il cuore le batteva, ansimava quasi il respiro le mancasse. E vinse lei.

Ai suoi piedi il cavaliere domandava perdono con le piú umili e dolci parole che la passione gli suggeriva e con gli occhi ansiosi cercava nell'aspetto di lei il segno del perdono, come la speranza della sua vita. Essa ascoltava rasserenandosi a poco a poco, e infine su quell'ira domata, quell'orgoglio avvilito, quella fierezza abbattuta, essa sorrise e sollevò lo schiavo a baciarla nella bocca.

V.

Domitilla non aveva a pena goduto del suo trionfo che si dié colpa d'essere stata troppo debole ed arrendevole; e quantunque non dubitava della parola di don Alfonso, temeva che egli appagato nel desiderio e già pentito si disamorasse, o almeno non giudicasse grande quant'ella voleva la grazia ottenuta quella notte. Essa l'amava; ma per dominarlo le bisognava che l'ardore di lui fosse piú vivo del suo stesso ardore; e per acuirne o riagitarne le brame e inretirlo piú strettamente, le bisognava farle stentare la ripetizione e l'intero possesso della voluttà.

Gli scrisse il giorno dopo: «Guardatevi, ché è in pericolo la vostra vita.»

Don Alfonso, il quale non aveva paura di pericolo conosciuto e certo, a quell'avviso cominciò quasi sgomento a imaginare ogni piú strano affronto ed ogni danno che potesse fargli il nemico nascosto e sconosciuto; e come da un pezzo sospettava fosse il Palmenghi il carceriere della dama, cosí suppose che il Palmenghi, scoperto il trascorso della dama, cercasse vendicarsi: non usciva se non armato e seguíto da piú servi e comandava di vigilare presso la casa del vicino. Di che questi s'avvide presto; né avendo ragioni proprie d'inimicizia con il Della Torre, credette a un accordo fra i parenti di Domitilla, che l'odiavano a morte, e don Alfonso; e si guardava anch'egli. I servi dell'uno e dell'altro si guatavano in cagnesco. La rissa avvenne, e quando già Domitilla, dimentica del suo biglietto, aveva ripreso a scrivere all'amante e a confortarlo.

Un giorno don Alfonso veniva verso la porta del Palmenghi, sulla quale due figure di bravi stavano in attitudine spavalda; e poiché egli fu passato, quelli risero in faccia ai due fidi che gli erano di scorta. Offesa ai servi, offesa al padrone: don Alfonso fe' un cenno e i suoi attaccarono gli altri.

Alle grida il Palmenghi uscí con la spada in pugno, e allora don Alfonso s'avventò su di lui rapido, in un attimo, e lo colpí al cuore; poi in due salti entrò nel suo palazzo e dalla pusterla del giardino corse alla casa di Gabrio, che era poco lungi. E mentre l'amico l'aiutava a cambiar vesti perché cambiasse aria, egli gli raccomandava di ottenergli il perdono della dama, che credeva aver privata del fratello e che presto o tardi, se gli perdonasse, farebbe sua moglie. Gli raccomandava di indurla a scrivergli a Torino, dove sperava recarsi; di provvedere a che giungessero a lei le sue lettere e di adoperarsi, quando fosse tempo, ad ottenergli dal duca la grazia di quell'omicidio che aveva commesso quasi involontariamente. Gabrio promise.

Don Alfonso all'imbrunire fuggí da Parma.

VI.

Quando tra amici ch'ebbero comuni sentimenti, abitudini, piaceri e desideri si frammette la donna amata da uno di lor due, è imposto anche un limite alla loro antica comunanza: oltre tale limite è la donna, di cui non si può discorrere o si deve discorrere poco e con riguardo; è il possesso, conosciuto solo in apparenza, che non si può scrutare, toccare, valutare. E troppo di frequente, per una voglia suscitata da invidia e gelosia insieme, accade che l'amico pensi dinanzi alla donna dell'amico: — M'ha detto che l'ama e che gli appartiene anima e corpo; non altro. Quali parole gli mormorano quelle labbra, intimamente? quali sorrisi gli porge quella bocca? quali baci? Agli occhi di lui che lusinghe, che promesse hanno quegli occhi? e quali carezze e abbandoni molli e resistenze incitatrici e segrete voluttà trova egli tra le sue braccia? Piú: che forza o che arte misteriosa congiunge essa alla bellezza per carpirne il cuore e trarlo seco, avvinto, nel cammino della sua vita? — Chi studia di rispondersi tenta di tradire l'amicizia.

L'ufficio di confortatore riuscí penoso, da prima, a Gabrio Gabrii, perché la madre del Palmenghi, vecchia rimbambita, o lo scambiava co 'l figliolo, o gli chiedeva: — Dicono che l'hanno ammazzato. E vero? —; e perché la dama di don Alfonso piangeva, con lui, dolorosamente. Domitilla in fatti soffriva, non già accusandosi della tragedia avvenuta, per caso, dopo i suoi inganni, ma pensando che aveva perduto a un tempo stesso due amanti: quello che essa amava e quello che la proteggeva.

Nondimeno Gabrio ebbe pazienza, e Domitilla era cosí leggiadra che lo scoprirne la vera storia non distolse il gentiluomo dall'usare con lei i modi piú cortesi e le parole piú affettuose. D'altra parte, la dama ammirava in Gabrio tanta dolcezza d'animo e piacevolezza di costumi; e trovando nei discorsi di lui da ammirare anche sé medesima, non sempre senza intenzione gli spiegava co' suoi vezzi il perché l'amico Don Alfonso s'era invischiato e perduto nel suo amore. Chi non avrebbe perduta la testa come don Alfonso?

Ma: — Lontano dagli occhi, lontano dal cuore — sospirava Domitilla; e il Gabrii rispondeva che mancatogli oramai ogni speranza di tornare a Parma, il povero amico cercava forse dimenticarsi delle persone fide, che non si dimenticavano di lui.

Frattanto don Alfonso, il quale mandava lettere e non riceveva piú notizia di nessuno, dubitava che qualche sciagura fosse intervenuta a Gabrio, temeva che Gabrio tacesse per tacergli qualche sventura della dama, supponeva fino d'essere stato abbandonato dall'amante e dall'amico. E nel ricordo, irremovibile dal suo pensiero, l'amaro e nero ricordo di quel fatto pe 'l quale viveva nell'esilio, sorgeva insistente e tormentoso in atto di dolore e di maledizione la bella donna ch'egli amava, ch'egli invocava, desto e nei sogni, sempre; né ardiva figurarsela, pure nell'avvenire, innamorata d'altri.

La verità don Alfonso l'apprese tardi. Incontrò un giorno certo gentiluomo della sua città che era venuto in missione per il duca Odoardo alla corte di Torino, e gli domandò nuova dell'amico Gabrio.

Rispose il gentiluomo:

— Ha sposata la dama che si diceva sorella del Palmenghi.

— Vittoria! — gridò don Alfonso, cui parve ricevere d'un coltello nel cuore.

— Vittoria facile per i suoi amanti — disse l'altro sorridendo del motto —; ma essa ha nome Domitilla.

Don Alfonso n'aveva imparato abbastanza, e dissimulando quel che pativa dentro, volle sapere di piú: chiese piú cose, e infine che cagione si fosse data in Parma alla sua rissa co 'l Palmenghi. — Che l'uno di voi era geloso dell'altro, o che Domitilla spinse l'uno a liberarla dell'altro. Ma un terzo ha goduto.

Cadutagli la benda dagli occhi, don Alfonso credé scorgere anche oltre la verità vera. L'amore della dama per lui era dunque stato uno svago, un sollazzo cominciato colla bugia del nome ambiguo che quella, cosí per gioco, aveva assunto, e proseguito per una tragedia fino al tradimento: già prima d'avvolgere lui in quegli inganni ella forse amava Gabrio! Forse questa era stata la pena segreta che un tempo aveva sorpresa in lei! La rivedeva, adesso, come nel giorno che gli aveva detto d'amarlo, lagrimosa, e come nella sera della dedizione, vittoriosa e vinta; la vedeva, lei che gli aveva accesa nelle vene la febbre della voluttà, fremere ora di voluttà tra le braccia di Gabrio, obliosa, sorridente, perfida.

Cercò imagini diverse: Gabrio che cadeva ferito sanguinando e Domitilla che gemeva nella solitudine d'un chiostro; e meditò la vendetta, la preparò con brama feroce, la pregustò con gioia feroce.

Il conte e la contessa Gabrii tornavano una sera dalla loro villa a Parma, quando, a una svolta della strada, un uomo tese il braccio armato di pistola verso il cocchio.

— Gesummaria! — fece a pena il conte, ricevendo il colpo.

Chi aveva tradito l'amicizia s'era meritato di morire; chi aveva tradito l'amore meritava di vivere, sola, nel rimpianto e coi rimorsi.

IL POLSO

Sec. XVIII.

Difficile dire se il conte La Fratta amasse piú sé medesimo o la marchesa Arnisio; ma giacché per acquistarsi dal mondo la lode di cavaliere perfetto nella stima di lei e per secondare gli stimoli del cuore insisteva da un anno a servire con cura paziente e con indulgente costanza una dama cosí mutabile di pensiero e di animo, egli certo amava troppo sé stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava l'Arnisio.

A dire il vero a sua scusa ella esercitava tuttavia su lui l'attrattiva dell'ignoto e del nuovo, la virtú quasi d'un fascino arcano, quantunque, a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute molte singolarità e usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi e quando fosse meglio accondiscendere a quello che le piacesse affermare; già aveva appreso a distinguere su le sue labbra rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia sottile che vi segnasse il sorriso; già comprendeva tutto quanto comandasse o esprimesse dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto: anche, tra lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed era spesso —, l'esperienza e la consuetudine avevano sancita una specie di prammatica ai modi e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava parlare di mille cose per divagarne il pensiero doloroso e pesante e a lei bastava rispondere, a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sí, sempre sí.

Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non sapeva: se la marchesa avesse il cuore o non l'avesse. "L'ha o non l'ha?" egli si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno piú nella ricerca dell'ignoto n'era piú avvinto dal fascino e ogni giorno piú s'innamorava della dama e di sé medesimo perché con sua gloria resisteva a servirla.

Finalmente l'Arnisio agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e alle arie annoiate alternando gli accordi e i riposi e gli assensi cominciò ad accarezzarlo di certe occhiate cosí lunghe e sentimentali ch'egli credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore; dunque il cuore l'aveva. Né il cuore della marchesa doveva battere per altri che per lui, il quale da un anno la serviva con cura paziente e con indulgente costanza: non per altri. Ond'ecco La Fratta a studiare di quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto della marchesa Arnisio, perché ella non aveva con lui quelle espansioni compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o spontanei di gelosia che tutte le donne amando o fingendo d'amare sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò cosí i suoi occhi e il suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che, ahimè!, troppo credette d'apprendervi.

Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni di donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan forse cagione non solo dall'indole sua bizzarra, ma da un intimo, segreto travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei spesso stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta dicevan forse il suo spirito smarrito dietro un'inafferrabile bene, finché con uno sforzo mal nascosto di volontà non le riuscisse di riaversi o mentire, e allora abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un tempo e vezzosa; l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece che la simulazione d'un malanno alla moda poteva essere la dissimulazione di un urgente rovello; gli sdegni di lei contro lui non erano forse, come egli aveva sempre creduto, modi di civetteria sagace, ma piú tosto non rattenuti impeti di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate, quelle occhiate lunghe e sentimentali, neanche potevano essere tardi e magri compensi alle fatiche della sua servitú, ma tutt'al piú erano segni di compassione per lui in una confessione oramai manifesta: «Il cuore l'ho, oh se l'ho!; ma non per voi, povero conte!» Or bene: il conte La Fratta non disse alla marchesa Arnisio come Publio a Barce:

Se piú felice oggetto

Occupa il tuo pensiero,

Taci, non dirmi il vero,

Lasciami nell'error.

È pena che avvelena

Un barbaro sospetto;

Ma una certezza è pena

Che opprime affatto un cor;

no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di sé, che premevano l'animo del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo sospingevano ad accertare la verità; l'uno, perché chi è innamorato talora dubita a torto; l'altro, perché, se non dubitasse a torto, egli ritraendosi a tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di cavaliere di spirito.

Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d'un patito che con zelante servitú e con dabbenaggine inconscia riparasse l'amore ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire. O, dunque, la marchesa amava qualcuno di quelli che le farfaleggiavano intorno, il quale, come minore di lui, ella non potesse assumere a servirla senza scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva, incurante o ignaro di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa; e come anche non pregata essa l'avrebbe lasciato nel dubbio, ed egli non voleva restarci, egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma invano: tal donna era l'Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna circostanza perdeva il predominio di sé medesima; né mai, appuntando i suoi sospetti su questo o su quello che a lei fosse dintorno, il conte riusciva a sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore, di smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto, fosco, quasi spaventevole, e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a diventare ridicolo.

Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate Fantelli: un abate di umore giocondo e di mente arguta, e caro a tutte le dame di cui conosceva le corde piú sensibili al tocco delle sue allusioni e de' suoi frizzi, né men caro agli amici, cui giovava d'esperienza e di senno.

L'abate consigliò: — Tastale il polso.

E La Fratta non comprendendo, quegli aggiunse: — Né i palpiti del cuore né i battiti del polso si possono frenare. Allorché ricorderai alla marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore batterà piú forte e non potrai sentirlo, ma il suo polso batterà piú in fretta e tu potrai sentirlo.

Al conte questa parve un'invenzione mirabile; e l'abate continuò: — Non si falla. Però ricordati che io confido la ricetta alla tua segretezza.

— Son cavaliere — rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio.

Essa, all'entrare del conte, era abbandonata su 'l canapè con la testa reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi: ai passi lievi dell'amico non si mosse, e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua destra rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.

— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.

— Sí — rispose ella in tono flebile; e La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania almeno quel giorno opportuna a' suoi fini.

— Chi l'avrebbe detto ierisera? — proseguí egli, non per rammentare il tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Nondimeno ebbe prudenza e chiese ancora:

— Desiderate un po' di melissa?

— Sí — ripeté la marchesa, perché di prammatica quel giorno era il sí: trasse un breve sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle labbra, e respinse tosto la mano dell'amico.

Ma — Che sguardo febbrile! — disse questi prima ch'ella riabbassasse le pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di lei su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso attentamente.

Toc... toc... toc...: nelle arterie, che rigavano d'una trama azzurrina la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando all'avambraccio in misura placida ed uguale.

— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino). Corgnani giurava di perdere a tarocchi perché lo costringevate a guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d'avervi ravvisata a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi proclamò che niuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di voi il paspié. E ristando, per prudenza: — No — disse — non avete febbre —. Pure, come piú d'una volta aveva profittato dell'emicrania per tenere a lungo nelle sue una mano della dama, ritenne invece il polso, e riandando le vicende della sera innanzi, trascorsa con lei alla conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi, con abile arte poté nominare coloro di cui aveva maggior sospetto. Ma il polso palpitava sempre uguale e placido.

«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» domandava intanto La Fratta a sé stesso. «Quello non può essere; proviamo quest'altro.»

E proseguí nell'esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto sinché ebbe camminata invano la via che si era proposta. Oramai retrocedeva; s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava in nuovi dubbi; infine s'appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero:

— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l'Arboldi: sdilinquiscono tutt'e due, il duchino e vostro marito.

Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse: gli era parso; ma non era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente. Per altro la marchesa era sí strana....

— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi non preferirà quel bamboccio a un cavaliere qual è vostro marito. — Non c'era piú dubbio! La marchesa amava il duca, amava — strana donna! — il frutto acerbo; e il polso che aveva confessato era lí pronto a ripetere la confessione. Per prima vendetta il conte voleva discorrere e burlarsi del duchino affinché, magari, la capricciosa dama arrabbiasse o, magari, piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria rifluí placido ed uguale, e solo allora trasecolando La Fratta ebbe un'idea, un lampo, quasi un fulmine: — il marito?!....

Già: a parlare del marito e dell'Arboldi il polso precipitava, martellava, scottava. Come scottato, il conte abbandonò il braccio della dama e balzò in piedi: stupito, stordito non sapeva piú che si dicesse. Diceva:

— Ma dunque, se l'abate Fantelli.... No: non è possibile! — E quando si fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserí:

— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, è vero?

— Sí — rispose la dama; ma poteva essere il sí di prammatica.

— Siete innamorata di vostro marito: è vero?

La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice, ma la dama, la quale, meravigliata anch'essa, era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal conte, e sentí tant'odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque.

— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro marito?

— Sí! — E questo non fu il solito sí; fu un sí aspro, secco, trafiggente. L'altro continuò:

— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitú solo in ubbidienza della moda?

— Sí!

—.... ed io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene?

— Sí!

La Fratta divenne rosso; ma era cavaliere, e si contenne.

— Dunque — conchiuse — non vi annoierò piú, signora marchesa! Solo permettetemi l'ultimo consiglio: se non volete far ridere il mondo non riferite questo nostro colloquio all'abate Fantelli. — E per un supremo sforzo di galanteria cercò di baciare la destra dal polso febbrile e loquace: la marchesa ritrasse la destra; ond'egli, senza inchinarsi, uscí dalla camera.

Ma quando la portiera fu ricaduta dietro di lui, la dama, alzatasi vispa e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con un lungo sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente!

Indi si chiese: «Perché non dir tutto all'abate Fantelli?»

Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da che mai il conte avesse ricevuto la rivelazione improvvisa. «Gli dirò tutto — stabilí —; e che egli rida e il mondo rida! Anzi!»

Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione del mondo ella dava al marito una prova d'amore sublime fino al sacrificio, sí che sollecitato e disposto da quella al suo amore, il marito non avrebbe piú repugnato — ella n'era certa — alle altre prove e piú seducenti prove dell'amor suo.

Frattanto il cavaliere di ritorno dalla dura battaglia contemplava la gravità della propria sconfitta e cercava rimedio a quello de' suoi affetti che dolorava ferito: l'affetto di sé medesimo; giacché l'altro pareva rimasto estinto di colpo. Rifletteva il conte che raccomandando alla dama di tacere aveva obliato la natura di lei e che s'ella parlasse — e parlerebbe — il mondo riderebbe di lui e non di lei, della quale — cosí era strana — nulla poteva sorprendere; ed egli considerava fra sé il capriccio di lei; si stupiva di non essersene accorto prima; si rassegnava a comprendere quel capriccio meno enorme di quanto aveva giudicato prima.

Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, pallido per sangue nobile da secoli, con dei modi di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie, gelosa della dama la quale egli serviva, se n'era accesa a dispetto del mondo e del cavaliere servente?

E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto, che ancora non era spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo. Peggio, assai peggio che la derisione del mondo, la derisione della marchesa quand'ella innamorasse e seducesse suo marito!

E il battuto, fugato, disperato La Fratta concepí il disegno di salvare il suo decoro e la sua dignità nella stima del mondo e nella stima della marchesa.

Ond'éccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo trovò per strada e al saluto di lui non fece né parola né cenno; di che l'Arnisio gli chiese la causa e della risposta fu sí poco contento da ammonire La Fratta che non salutare chi merita rispetto e onore è villania. Ma poiché la taccia di villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria, il conte trasse la spada: trasse la spada il marchese; e al terzo colpo la lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario.

Pronto questi strinse colla pezzòla di battista il taglio che non era profondo, e poi domandò senz'ira:

— Ora mi direte perché un cavaliere come siete voi ha voluto attaccar briga con un cavaliere come sono io.

— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda che s'aspettava — per provarvi che se da oggi in avanti non servirò piú vostra moglie e non entrerò mai piú nella vostra casa, la colpa è vostra.

Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne capí meno di prima e ribatté:

— Spiegatevi!

E il conte:

— Vostra moglie è sdegnata meco e infastidita della mia servitú perché io, e non voi, ho scoperto ch'essa è innamorata di voi.

Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto La Fratta alla rivelazione del polso; fors'anche con uguale timore volse il pensiero al riso del mondo, ed egli chiese con tono e impeto d'incredulità e di sorpresa:

— In che modo avete saputo ciò? E ne siete sicuro?

— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è un segreto dell'abate Fantelli; ma di ciò sono tanto sicuro che solo per ciò un cavaliere come son io ha potuto attaccar briga con un cavaliere come siete voi.

A tali parole il marchese sorrise e porgendo la mano ferita all'amico

— Conte La Fratta — esclamò contento —, io vi ringrazio!

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