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Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

NOTE:

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6. Ivi.

292. Ivi.

Finiscono pure alla pace di Bagnolo del 7 agosto 1484 gli Annali di Piacenza, composti da Antonio e da suo figlio Alberto di Ripalta. Questi due uomini avevano parte nel governo municipale, ma di una città suddita, ove verun sentimento gli affezionava piuttosto ad un partito che ad un altro; onde tutti i loro elogj sono sempre pel vincitore, e la declamazione o la pedanteria vi si trovano invece d'ogni nobile ed elevato sentimento. Pare che i due Ripalta avessero nel loro paese opinione di buoni retori; lo che non ci dà una vantaggiosa idea dello stato delle lettere in Piacenza. Gli Annali di Antonio vanno dal 1401 al 1463, in cui morì. Alberto proseguì da quest'epoca fino al 1484. Questi Annali trovansi nel t. XX Rer. Ital., p. 839-978.

Questo papa che quasi costantemente tenne l'Italia in guerra amava egli stesso i sanguinosi spettacoli: onde negli ultimi mesi della sua vita ebbe due volte avviso che alcuni soldati della sua guardia a piedi erano convenuti di battersi a steccato chiuso per qualche contesa accaduta tra di loro, e che perciò avevano scelto un luogo rimoto fuori di Roma. Fece loro sapere che voleva essere testimonio del loro duello, onde si battessero presso la scala del suo palazzo nella piazza di san Pietro, e che non cominciassero avanti ch'egli ne dasse loro il segno dalla finestra. Si affacciò infatti alla finestra all'ora destinata, e quando vide che i combattenti erano apparecchiati, stese la destra, diede loro la benedizione, fece il segno della santa croce e gl'invitò a cominciare. Nel primo e più lungo di questi duelli uno de' combattenti fu ucciso in sul luogo dopo aver date e ricevute molte ferite; nel secondo i combattenti furono ambidue feriti così gravemente che non poterono continuare fino alla morte di uno di loro, e si dovette portarli fuori dello steccato. Il papa, dice il giornalista romano, prese molto gusto in questo spettacolo, e mostrò desiderio di vederne degli altri. Stefano Infessura Diar. Rom., t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1184.

«A cagione di questa follìa furono prese ed imprigionate molte persone di qualità della detta città d'Arras, ed altre persone di minor conto; e vennero talmente angustiate e così terribilmente tormentate, che gli uni confessarono essere loro accaduto tal caso, come abbiamo detto, e molti di più confessarono d'avere veduti e conosciuti nelle loro adunanze molti ragguardevoli personaggi, prelati, signori ed altri, governatori di balliagi e di città, val a dire coloro, secondo la fama comune, che gli esaminatori loro nominavano e ponevano in bocca, onde a forza di pene e di tormenti essi gli accusavano e dicevano che veramente gli avevano veduti, e questi, così nominati, venivano subito dopo imprigionati, e posti alla tortura tanto e così lungamente, e tante volte, ch'erano forzati a confessare; e furono quelli che appartenevano al basso popolo giustiziati e bruciati inumanamente. Altre più potenti e ricche persone si ricomperavano a forza di danaro per ischivare le pene e le vergogne che loro si facevano; e tali altri vi furono dei più grandi, che furono ammoniti e sedotti dagli esaminatori, che loro davano ad intendere, e loro promettevano, se confessavano il caso, che non perderebbero nè corpo nè roba. V'ebbero alcuni che soffrirono con maravigliosa pazienza e costanza le pene ed i tormenti, ma nulla confessarono a loro danno... e non devesi qui tacere ciò che molti uomini dabbene hanno abbastanza conosciuto, che questa maniera di accusa fu una cosa inventata da certi scellerati per incolpare, distruggere o disonorare, o per desiderio di vendetta, alcune ragguardevoli persone, contro le quali nudrivano inveterato odio.»

Soltanto a motivo di questo sospetto lo storico ardisce questa volta parlarne liberamente. Quasi ogni anno s'incontrano indizj di somiglianti persecuzioni in uno o in altro luogo; ma i cronicisti, risguardandole come giuste e sante, non le ricordano ordinariamente che con una parola.

La storia fiorentina di Gio. Michele Bruto, dotto Veneziano, che visse dal 1513 al 1594, termina pure alla morte di Lorenzo de' Medici, dopo avere cominciato con quella del vecchio Cosimo (Burmannus Thes. Ant. et Hist. Ital., t. VIII, p. II, p. 1-216.) Bruno viene collocato tra i principali storici latini del sedicesimo secolo; ma ciò soltanto per l'eleganza del dire. Visse in Lione cogli emigrati fiorentini, nemici della casa de' Medici, ed in generale adottò le loro opinioni e l'odio loro: pure pochissimo aggiugne a ciò che già si sapeva. Le sue autorità sono Machiavelli, i Commentari e le lettere del cardinale di Pavia, e la vita di Lorenzo de' Medici di Niccolò Valori. Egli disamina le loro opinioni, e sceglie con poca buona critica; ed i lunghi sermoni sparsi nella sua narrazione non sono che amplificazioni di quelli del Machiavelli, cui ha tolto il loro colore originale.

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