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Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

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I frequenti cambiamenti di partito del conte Ugolino hanno resa alquanto confusa la sua storia; onde non deve recare meraviglia che sia tanto oscura, a fronte della celebrità del suo nome e dell'estrema sua sciagura. Questa storia per altro fu l'argomento d'ampie e numerose dissertazioni. Quelle del caval. Flaminio del Borgo, che formarono un volume in 4º, non hanno altro scopo che quello di purgare i Pisani dal rimprovero di crudeltà loro fatto da Dante e ripetuto da tutti coloro che leggono il suo divino poema. Prese per epigrafe questo verso

Exoritur tandem nostro de sanguine vindex,

e crede d'aver giustificata la sua patria, dimostrando che i quattro giovani chiusi in carcere con Ugolino, essendo stati presi colle armi alla mano, non erano meno di lui colpevoli; sicchè Dante non poteva dire di loro con verità: Innocenti facea l'età novella, ec. Noi abbiamo forse più che il cavalier del Borgo un interesse immediato a giustificare Pisa e le famiglie ghibelline da così grande crudeltà: pure non sappiamo immaginare qual vi possa essere così grave delitto che renda legittimo il supplizio d'Ugolino e de' suoi figli. Non vediamo che Dante li supponga nella prima fanciullezza; anzi li rappresenta come giovani pronti a sacrificarsi al loro padre; e questo zelo generoso ne fa supporre naturalmente che avranno pure combattuto al suo fianco; ma non pertanto erano essi troppo giovani per aver partecipato al tradimento che quattr'anni prima fece perdere la battaglia della Meloria, o a quello che diede ai Lucchesi Ripafratta, Viareggio ed altre castella. Il conte poteva averli avuti compagni nelle battaglie molto prima d'iniziarli ne' misterj della malvagia sua politica. Se alcuna cosa può scusare i Pisani, ella è la sofferta fame, la quale essi attribuivano alla politica del conte, e non credettero che di renderlo vittima di quel supplicio ch'essi in parte sperimentarono per sua colpa.

La critica del cavalier Flaminio intorno agli storici di quest'avvenimento è parziale e passionata; quindi approfittandoci del suo lavoro non l'abbiamo interamente adottato. Abbiamo specialmente appoggiato il nostro racconto sopra un frammento della storia pisana scritto da un contemporaneo in dialetto pisano ed impresso Scr. Rer. Ital. t. XXIV, p. 649-655. Ci spiace di dover dire che questo frammento dà a credere che il supplicio del conte sia stato una specie di tortura per forzarlo a pagare un'ammenda di cinquemila fiorini, cui era stato condannato. Abbiamo pure approfittato assai della cronaca di Pisa scritta del 1536 Script. Etruriæ t. I, p. 557-584. La citiamo talvolta sotto il nome di falso Marangoni, perchè ci pare che il cavalier Flaminio abbia dimostrato non essere altrimenti opera di Bernardo Marangoni cui viene attribuita. Siccome non cade dubbio intorno alla data ed alla autenticità, il nome non interessa gran fatto. Ma non sono queste le nostre sole autorità; noi le abbiamo sempre confrontate col racconto assai circostanziato di Gio. Villani l. VII, c. 120 e 127, p. 320-324; colla cronaca pisana scritta ne' primi anni del quindicesimo secolo: Sc. It. t. XV, p. 979, e coi commenti fatti a Dante da Benvenuto da Imola An. It. t. I, p. 1140. Per ultimo abbiamo pur letto il frammento di storia pisana di Guido di Corvaria contemporaneo, t. XXIV, p. 694. — Doria continuatore di Caffaro, Ann. Genuens, l. X, p. 593-595. — Leon. Aret. Istor. Fior. fine del terzo libro. — Cronica di Paolin di Piero, fiorentino contemporaneo, Script. Etrur. t. II, p. 42. — Ubert. Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 396. — Marchione di Coppo de Stefani, pure contemporaneo, sconosciuto al caval. Flaminio. — Delizie degli Eruditi Toscani t. VIII, l. III, Rub. 164, p. 33.

«Tempo vegg'io non molto dopo ancoi, Che trasse un altro Carlo fuor di Francia Per far conoscer meglio e sè e i suoi. Senz'arme n'esce, e solo con la lancia Con la qual giostrò Giuda, e quella ponta Sì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia. Quindi non terra, ma peccato ed onta Guadagnerà, per sè tanto più grave, Quanto più lieve simil danno conta.»

«Ed ei gridò; se' tu già costì ritto, Se' tu già costì ritto Bonifazio, Di parecchi anni mi menti lo scritto; Se' tu sì tosto di quell'aver sazio Per lo qual non temesti torre a inganno La bella donna, e di poi farne strazio?»

Ma per quanto Dante odiasse Bonifacio, per quanto si fosse reso colpevole verso Celestino, suo predecessore, non lascia perciò di condannare coloro che sì empiamente l'oltraggiarono, e pone in bocca d'Ugo Capeto il racconto dei delitti de' suoi discendenti. Purgat. C. XX, v. 86.

«Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso, E nel vicario suo Cristo esser catto. Veggiolo un'altra volta esser deriso, Veggio rinnovellar l'aceto e 'l fele, E tra vivi ladroni essere anciso.»

«Accusati dalla fama pubblica, e procede ex officio, ut supra de primis, e non viene a particolari, se non che nel Priorato contradissono la venuta Domini Caroli, e mette che fecerunt baratterias, et acceperunt quod non licebat, vel aliter quam licebat per leges, et caet: in libras octo millia per uno, et si non solverint fra certo tempo, devastentur et mittantur in commune, et si solverint, mihilominus pro bono pacis stent in exilio extra fines Tusciae duobus annis. Delizie degli Eruditi Toscani t. X, monumenti n.º 4. p. 94. — Il Tiraboschi riferisce una sentenza aggravante, pronunziata dallo stesso Canto il 10 marzo dello stesso anno, condannando Dante ed i suoi compagni, venendo presi, alla morte.

«O se pianger sapete, il cuor vi tocchi La storia de' miei mali, ahi troppo orrenda! Principe io sono — il fui — potea felice Vivere ec. . . . . . . . Fuggo perciò le popolose strade, E la mia mano di picchiar non osa Ad una porta: timido m'innoltro In solinga foresta, ove mi segue L'orror del mio delitto: ogni ruscello, L'agitar delle frondi, in cuor mi portano Lo spavento: ah se voi pietà sentite Dell'infelice umanità . . . . » (cade ai piedi di Tell)

«Ecco un degli Anzian di Santa Zita: Mettetel sotto, ch'io torno per anche A quella terra che n'è ben fornita: Ogni uom v'è barattier, fuorchè Bonturo. Del nò, per li denar, vi si fa ita.» Inferno, cant. XXI.

E Bonturo Dati, da lui eccepito solo, era pure il più celebre usurajo d'Europa.

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