NOTE:
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Era troppo facile cosa che in un tempo in cui due contrarie fazioni avevano divise tutte le città di Lombardia, anche le storie dettate da scrittori contemporanei si risentissero della parzialità dell'autore. Il Muratori, che più d'ogni altro doveva conoscere i vizj delle cronache italiane, osserva ne' suoi annali, all'anno 1258, che in particolare gli storici guelfi alterarono la verità secondo la passione che li dominò. Bastava a costoro che Ezelino si rendesse colpevole di qualche clamorosa esecuzione capitale per rappresentarlo come il più crudele tiranno che mai esistesse, senza farsi carico dei motivi che potevano averlo determinato ad insevire contro i suoi nemici, e senza contrapporre ai suoi delitti le sue virtù. L'autore della cronaca piacentina confessando la sua crudeltà, ne trova l'origine ne' tradimenti de' suoi sudditi: Propter multas proditiones quas invenit in subditis suis, et alias quas acriter puniebat, dicitur ipsum fuisse tirannum sævum et crudelissimum. Sc. Rer. It. t. XVI, p. 470. «Del rimanente, fu Ezelino sempre fiero contro i nemici, ma verso gli amici affabile, mansueto e benigno; nelle promesse fedele, ne' proponimenti stabile e costante, maturo nel discorso, ne' consigli prudente, in ogni più arduo affare saggio e circospetto; e finalmente in tutte le sue azioni compariva un egregio e nobile cavaliere.» Tale è il carattere che ci lasciò di Ezelino non uno storico ghibellino, ma Pietro Gerardo, monaco padovano, del partito guelfo, da cui non dissentono il Godi e Galvano Fiamma, che pure lo maltrattarono quanto seppero.
E venendo agli storici delle susseguenti generazioni, Giovanni Basilio lo dice: peritissimus rei militaris fuit, et virtute et prudentia singulari. Il Bologni: Ezelinus innumerabilia quoque virtutis exempla praestitit; e l'accuratissimo Bonifacio nella sua storia trivigiana asserì «essere degno Ezelino per le sue crudeltà di gran biasimo, ma che fu uomo chiarissimo per la cognizione dell'arte militare, e merita d'essere ricordato come grande e valoroso principe.»
Il Brunacci nella storia MS. della Chiesa di Padova, ed il canonico Avogaro nella nuova raccolta d'opuscoli t. X, p. 179 rivendicarono dottamente Ezelino dalle ingiuste imputazioni de' suoi nemici; dietro ai quali ne fece una ben ragionata Apologia nel l. VI della storia della famiglia da Romano l'abate Verci. I suoi dotti apologisti distinguono le sue azioni in due epoche, avanti la presa di Padova, e dopo; e lo dimostrano nella prima epoca, cioè fino all'età di 43 anni, assai meno feroce che nella seconda, quando esacerbato dalle continue congiure e dalle invettive che contro di lui facevano i frati ne' loro sermoni, diventò assai più crudele che prima non era.
Altronde se vorremo con occhio imparziale esaminare i modi tenuti dagli altri signori e dalle repubbliche di que' tempi contro i nemici, non accuseremo di enormi crudeltà il solo Ezelino. Lo storico Rolandino, tanto parziale degli Estensi, racconta che quando il marchese Azzo prese dopo lungo assedio il castello della Fratta, furono messi a fil di spada uomini, donne, piccoli e grandi, in modo che que' miseri abitanti furono tutti disfatti. Leggasi la sentenza decretata nel maggior consiglio della città di Treviso contro Alberico da Romano fratello di Ezelino, e contro la di lui moglie e figli, in forza della quale quell'infelice signore fu barbaramente ucciso, dopo avergli scannati in sugli occhi ad uno ad uno la consorte e sei figli, tra i quali uno ancora in fasce; e poi si dica se Ezelino fu il più crudele di tutti gli uomini. N. d. T.
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Accipitrem, milvi pulsurum bella, Columbæ Accipiunt Regem; Rex magis hoste nocet. Incipiunt de rege queri, quia sanius esset Milvi bella pati, quam sine marte mori.
«.... a costor si vuole esser cortese; E se non fosse il fuoco che saetta La natura del luogo, i dicerei Che meglio stesse a te che a lor la fretta.»
Diffatti quando Dante ode i loro nomi, sta irresoluto di cacciarsi avanti tra le fiamme per abbracciarli e grida:
«Di vostra terra sono, e sempre mai L'ovra di voi e gli onorati nomi Con affezion ritrassi ed ascoltai.»
Nello stesso cerchio e per lo stesso genere di incontinenza era da perpetue fiamme tormentato il maestro di Dante, Brunetto Latini, di cui abbiamo già parlato. È cosa veramente sorprendente che un così vergognoso vizio fosse così comune in una repubblica che sotto ogni altro rapporto era tanto austera e virtuosa; come riesce curioso il vedere in qual modo quegli uomini ad un tempo repubblicani e religiosi risguardavano in quel secolo i giudizj del cielo. Quando li vediamo tributare tanto rispetto a coloro che sono già vittime dell'eterna vendetta, ci sembra di scorgervi quelle idee di fatalismo sulle quali i Greci fondarono le loro tragedie. I delitti di Tegghiajo e di Rusticucci, come quelli di Edipo e d'Oreste sembravano l'effetto della collera degli Dei: ma sotto il peso di questa collera gli uomini non lasciano di mostrarsi ancora grandi.