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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11

CAPITOLO LVI. (continued 2)

Davide Bertolotti translation

A. D. 1054

Lo scettro di Ruggero passò successivamente nelle mani del figlio e del pronipote di lui, conosciuti entrambi col nome di Guglielmo, ma contraddistinti dai soprannomi opposti di Cattivo e di Buono; nondimeno questi due predicati che indicar sembrano i due estremi del vizio e della virtù, nè all'uno, nè all'altro de' due principi convenevolmente si adattano. Allorchè il pericolo e la vergogna costrinsero il primo a ricorrere all'armi, non tralignò dal valore de' suoi maggiori: ma debole ne era l'indole, dissoluti i costumi, ostinate e funeste le passioni, ed ha avuto taccia presso la posterità, non solamente delle colpe sue personali, ma di quelle di Maio, suo Grande Ammiraglio, che abusò, prima della confidenza del suo benefattore, poi contra i giorni del medesimo cospirò. La Sicilia, dopo la conquista degli Arabi, molte tracce delle costumanze orientali offeriva; vi si trovava il dispotismo, la pompa e fino gli harem convenienti ad un Sultano; onde una nazion di Cristiani vedeasi oppressa e oltraggiata da eunuchi, che apertamente, o in segreto, professavano la religione di Maometto. Un eloquente storico di Sicilia[288] ha dipinti i costumi del suo paese[289], la caduta dell'ingrato Maio, la ribellione e il gastigo de' suoi assassini, la prigionia e la liberazione del medesimo Re, le guerre particolari che partorirono i disordinamenti dello Stato, e le scene di calamità e di discordie che afflissero la Capitale, sotto il regno di Guglielmo I e la minorità di suo figlio. La giovinezza, l'innocenza e la beltà di Guglielmo II[290] amar lo fecero dalla nazione; le fazioni si riconciliarono, ripresero vigore le leggi, e dal punto in cui questo soave principe pervenne a virile età sino a quello della immatura sua morte, la Sicilia godè un breve intervallo di pace, di giustizia e di felicità, cose che ella apprezzò tanto più per la ricordanza delle passate calamità, e per tema delle future. Colla morte di Guglielmo II, si spense la posterità maschile legittima di Tancredi di Altavilla; ma la zia di Guglielmo, figlia di Ruggero, avea sposato il più possente principe del suo secolo; onde Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, scese le Alpi, pretendendo la Corona imperiale e il retaggio della moglie sua. Respinto dal voto unanime di un popolo libero, sol colla forza potè ottenere l'intento. Mi è aggradevole il trascrivere i pensieri e le parole dello Storico Falcando, che sul luogo, e nell'istante degli avvenimenti, scrivea coll'anima di un vero amico della sua patria, e colla sagacità profetica d'un uomo di Stato. «Costanza, sin dalle fasce, educata nella copia delle tue delizie, o Sicilia, cresciuta colle tue istituzioni, colle tue dottrine, co' tuoi costumi, ti abbandonò per portare fra i Barbari i tuoi tesori: ed or fa ritorno con uno sciame di costoro per contaminare di barbarica laidezza i fregi della sua patria nutrice. Già mi sembra vedere le turbolente falangi de' nostri tiranni, empir di terrore, devastar colla strage, stremar colle rapine, deturpare colle dissolutezze queste doviziose città e questi paesi per lunga pace fiorenti. Vedo l'eccidio, o la cattività de' nostri cittadini, le nostre vergini e le nostre matrone in preda ai soldati[291]. In tale estremità (si fa quindi ad interrogare un amico) che operar debbono i Siciliani? l'elezione unanime di un re valoroso ed esperto può salvare ancora la Calabria e la Sicilia[292], perchè la leggierezza de' Pugliesi, sempre avidi di politici cambiamenti, nè confidenza, nè speranza m'inspira[293]. Se noi perdiamo la Calabria, le alte torri, la numerosa gioventù e i navigli di Messina[294] basteranno per arrestare i masnadieri: ma se i Selvaggi della Germania si collegano coi messinesi pirati, se portano la fiamma in questa fertile regione, già spesso assai travagliata dalle lave dell'Etna[295], qual difesa rimane alle parti interne dell'Isola, a quelle belle città, che il piè nemico di un Barbaro non dovrebbe mai profanare[296]? Un tremuoto ha di bel nuovo rovesciata Catania, le antiche virtù di Siracusa languiscono nella solitudine e nella povertà[297]; ma Palermo ha conservato il suo ricco diadema, e le sue triplici mura racchiudono una moltitudine, di Cristiani e di Saracini, ardenti in difenderla. Se le due nazioni, sollecite della comune lor sicurezza, si uniscono sotto un medesimo re, potranno far impeto sui Barbari con forze invincibili: ma se i Musulmani, stanchi di una lunga serie d'ingiustizie si ritirassero, e facessero sventolare lo stendardo della ribellione, se s'impadronissero de' castelli, delle montagne e della costa marittima, gli sciagurati Cristiani, esposti a doppio assalto, e quasi posti fra l'incude e il martello, costretti sarebbero a rassegnarsi ad inevitabile servitù[298].» A tale proposito non debbe omettersi di osservare essere un prete che antepone il suo paese alla sua religione, e che i Musulmani, co' quali cotest'uomo voleva una lega, erano ancora numerosi e potenti nella Sicilia.

Il Falcando vide compiersi la prima parte delle sue speranze, o almen de' suoi voti. I Siciliani con voce unanime, conferirono lo scettro a Tancredi, pronipote del primo Re, illegittimo di nascita, ma dotato di virtù civili e militari, che senza alcuna macchia splendeano. Egli trascorse i quattro anni del suo regno sul confin della Puglia, ove l'esercito de' nemici fermò; e restituì agli Alemanni una prigioniera di sangue reale, la stessa Costanza, senza farle soffrire alcun cattivo trattamento, e senza pretendere riscatto; generosità che oltrepassava forse i limiti permessi dalla politica e dalla prudenza. Dopo la morte di Tancredi, la moglie e il figlio di lui, in tenera età, senza resistenza perdettero il trono. Enrico marciò vincitore da Capua a Palermo, e le vittorie di lui, l'equilibrio dell'Italia annientarono; laonde i Papi e le città libere, se avessero conosciuti i loro veri interessi, si sarebbero adoperati con tutti i modi spirituali e temporali, ad impedire la pericolosa unione del regno di Sicilia all'Impero d'Alemagna; ma quella accortezza del Vaticano, sì di frequente lodata, o accusata, in tal momento fu cieca o inoperosa; e se fosse vero che Celestino III, con un calcio buttò via dal capo di Enrico III, prostratosi dinanzi a lui, la Corona imperiale[299], un tale atto di impotente orgoglio, non avrebbe avuta altra conseguenza, che sciogliere lo stesso Imperatore da ogni riguardo di gratitudine, e farlo nemico alla Chiesa. I Genovesi che aveano in Sicilia una fattoria, al lor commercio vantaggiosissima, porsero orecchio alle proposte di Enrico, convalidate dalla promessa di un limitato guiderdone, e di una pronta partenza[300]. I vascelli genovesi che comandavano lo stretto di Messina, apersero il porto di Palermo all'Imperatore; della cui amministrazione fu primo atto l'abolire i privilegi, e impadronirsi delle proprietà di questi imprudenti confederati. La discordia de' Cristiani e de' Musulmani, deluse l'ultimo voto che il Falcando avea concepito: perchè questi si battettero in seno della Capitale, nel qual fatto più migliaia di Maomettani perirono; quelli che si sottrassero alla morte, riparatisi nelle montagne, per trenta e più anni, turbarono la pace dell'Isola. Federico II trapiantò sessantamila Saracini a Nocera, Cantone della Puglia; e così egli, come Manfredo figlio di lui, nelle loro guerre contra la Chiesa Romana, adoperarono il vergognoso soccorso de' nemici di Cristo; per lo che questa colonia di Musulmani, conservò in mezzo all'Italia, la sua religione e i suoi costumi, sino al terminarsi del decimoterzo secolo, allorchè la vendetta e l'entusiasmo della casa di Angiò la distrusse[301]. La crudeltà e l'avarizia dell'Imperatore, oltrepassarono tutti i flagelli che avea predetti il Falcando. L'avidità di questo Principe il trasse a violare le tombe dei Re, e a cercare per ogni banda i nascosti tesori del palagio e del regno. Oltre alle perle e ai diamanti, facili ad essere trasportati, sopra censessanta cavalli si caricarono l'oro e l'argento della Sicilia[302]. Il giovine Re, la madre di lui, le sorelle, i Nobili d'entrambi i sessi vennero separatamente imprigionati nelle Fortezze dell'Alpi, e al menomo sentore di ribellione, i prigionieri perdeano o la vita, o gli occhi, o gli organi della virilità. A tante sventure della sua patria fu commossa anche Costanza; e questa erede della schiatta de' Normanni, molti sforzi operò per frenare il dispotismo del marito, e per salvare il patrimonio del figlio suo, nato allor di recente di quell'Imperatore, e che fu nella successiva età sì famoso, sotto nome di Federico II. Dieci anni dopo questa politica vicissitudine, i Re di Francia, il ducato di Normandia alla lor Corona congiunsero; lo scettro degli antichi Duchi, per via di una pronipote di Guglielmo il Conquistatore, alla Casa dei Plantageneti pervenne; onde questi prodi Normanni, che tanto numerosi trofei nella Francia, nell'Inghilterra, nella Irlanda, nella Puglia e nella Sicilia innalzarono, per le conseguenze della vittoria, o della servitù, si trovarono colle nazioni vinte confusi.

Notes in this chapter

Note 1 · La Historia Sicula di Ugone Falcando che, per parlare aggiustatamente procede dall'anno 1154 all'anno 1169, trovasi nel settimo volume dellaNote 2 · I laboriosi Benedettini pensano (Art de vérifier les Dates, p. 896) che il vero nome di Falcando sia Fulcandus, o Foucault. A loro avviso, UNote 3 · (Falcando p. 303). Riccardo di S. Germano incomincia la sua Storia dal narrare la morte, e dal far gli encomj di Guglielmo II. Dopo alcuni eNote 4 · Costantia, primis a cunabilis in deliciarum tuarum affluentia diutius educata, tuisque institutis, doctrinis et moribus informata, tandem opNote 5 · Certe si regem non dubiae virtutis elegerint, nec a Saracenis Christiani dissentiant, poterit rex creatus, rebus licet quasi desperatis et pNote 6 · In Appulis, qui, semper novitate gaudentes, novarum rerum studiis aguntur, nihil arbitror spei aut fiduciae reponendum.Note 7 · Si civium tuorum virtutem et audaciam attendas..... murorum etiam ambitum densis turribus circumspectum.Note 8 · Cum crudelitate piratica Theutonum confligat atrocitas, et inter ambustos lapides, et Ethnae flagrantis incendia, etc.Note 9 · Eam partem quam nobilissimarum civitatum fulgor illustrat, quae et toti regno singulari meruit privilegio praeminere, nefarium esset... vel Note 10 · Vires non suppetunt, et conatus tuos tam inopia civium, quam paucitas bellatorum elidunt.Note 11 · At vero, quia difficile est Christianos in tanto rerum turbine, sublato regis timore, Saracenos non opprimere, si Saraceni injuriis fatigatiNote 12 · La testimonianza di un Inglese, Ruggero di Hoveden (p. 689), è di poco peso a fronte del silenzio degli Autori alemanni ed italiani (MuratorNote 13 · Ego enim in eo cum Theutonicis manere non debeo. (Caffari, Annales genuenses, in Muratori, Script. rer. ital. t. VI, p. 367, 368).Note 14 · V. intorno ai Saracini della Sicilia e di Nocera gli Annali del Muratori (t. X, p. 149, ed A. D. 1223-1247), il Giannone (t. II, p. 385); e Note 15 · Il Muratori cita il passo di Arnaldo di Lubecca (l. IV, c. 20): Reparit thesauros absconditos, et omnem lapidum pretiosorum et gemmarum glor
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