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Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

CAPITOLO CXXIV. Industria e commercio. (continued 2)

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Della prosperità di Venezia buon testimonio ci furono i discorsi del doge Mocenigo (Cap. CXV); donde ci apparve come, uscente il XIII secolo, su trecento vascelli mercantili da ducento tonnellate, e su trecento navi grosse salissero venticinquemila marinaj, altri undicimila sopra quarantacinque galee, sempre in acconcio d’arme: allo scorcio del seguente erano cresciuti a trentottomila sovra tremila trecenquarantacinque legni. L’arsenale, cominciato intorno al 1104 sulle antiche isole Gémole, si dilatò nel 1304, dogando Pier Gradenigo, poi nel 1325 e nel 1473 sino a formare quel gran complesso, che comanda l’ammirazione ancora cadavere. Veniva governato da due magistrature di senatori: cioè tre sopravveditori per l’alta ispezione, tre patroni che ordinavano i lavori e vi sorvegliavano, e dormivano in tre palazzi contigui all’arsenale, detti Paradiso, Purgatorio, Inferno. Gli arsenalotti formavano la guardia del corpo del sovrano; popolazione numerosa[308], devotissima alla Signoria, da cui riconosceva il suo bene stare.

Le isole e le coste di Levante provvedeano abbondanza di legname: ristretti poi que’ possedimenti, e sovratutto dopochè i Turchi occuparono l’Albania e la Schiavonia, fu mestieri rifornirsene ne’ proprj possedimenti: e certo già prima del 1479 servivano i boschi di Montello nel Trevisano e di Montone nell’Istria, tanto rinomati finchè la barbarie diplomatica de’ giorni nostri non gli annichilò.

Di cinque sorta galee usava Venezia: le grandi pel viaggio di Fiandra e Inghilterra, altre diverse per la Tana e Costantinopoli, le sottili, le navi quadre, le latine[309]. Famose ne erano le caracche. Abbiamo da Giovan Villani che Genovesi e Veneti avendo veduto verso il 1344 alcune navi bajonesi passar lo stretto di Siviglia, più sottili ed agili, e meglio acconce a fatti d’armi, essi ne fabbricarono di somiglianti; lo che fu notevole rivoluzione nella marina. Il Petrarca, dimorando in Venezia, vedeva sarpare navigli «simili a monti che nuotino nel mare, per trasportare in mezzo a mille pericoli i nostri vini agl’Inglesi, il nostro mele agli Sciti, il nostro zafferano, i nostri olj, il nostro lino ai Siri, ai Persi, agli Arabi, agli Armeni, e, ciò che appena uom crederebbe, la nostra legna agli Achei ed agli Egizj, e ritornare con altre merci: veleggiano fin al Tanai, e si lasciano indietro Gade e Calpe, creduti confini del mondo occidentale; tanto può sugli uomini la sete dell’oro»[310].

Le imprese mercantili erano secondate dalla marina pubblica, spedendosi in giro ogni anno venti o trenta galee del traffico, capaci di mille a duemila tonnellate, e del valore di centomila zecchini ciascuna, capitanate da nobili, eletti dal maggior consiglio e dai pregadi. Il Governo non ne ritraeva che modico nolo; ma a quel modo le teneva esercitate per un’evenienza di guerra, e faceva anche in pace rispettare il leone, nel mentre rendevano servizio ai particolari. Di esse squadre quella del mar Nero dividevasi in tre: una costeggiava il Peloponneso, per ispacciare a Costantinopoli le merci levate da Venezia o da Grecia; la seconda dirigeasi a Sinope e Trebisonda nel Ponto Eusino, facendo levata delle produzioni asiatiche recatevi dal Fasi e dalla Cina[310a]; la terza sorgendo verso settentrione, entrava nel mare d’Azof, e nei porti di Caffa procacciava pesci, ferri, antenne, grani, pelli, cui dal Caspio, dal Volga, dal Tanai recavano Russi e Tartari. L’altra squadra costeggiava la Siria, facendo scala ad Alessandretta, a Bairut, a Famagosta, a Candia ricca di zuccaro, e alla Morea. La terza metteva dapprima in Armenia e a Lajazzo, che Marco Polo intitola «porta de’ paesi orientali», dappoi in Egitto le merci del mar Nero, destinate al gran mercato di Tauris, massime schiavi di Georgia e Circassia, barattandoli colle derrate del mar Rosso e dell’Etiopia. La quarta volgeva alla Fiandra vascelli di dugento remiganti almeno, e rinfrescato a Manfredonia, Brindisi, Otranto, in Sicilia caricato zuccaro ed altre produzioni dell’isola, ne’ porti africani di Tripoli, Tunisi, Algeri, Oran, Tanger facea cogli africani baratto di frumento, frutti secchi, sale, avorio, schiavi, polvere d’oro; sboccata quindi dallo stretto di Gibilterra, forniva i Maroccani di ferro, armi, panni, utensili domestici, costeggiava Portogallo, Spagna, Francia, toccava Bruges, Anversa, Londra, e faceva cambj co’ vascelli delle città Anseatiche; poi aspettata stagione e mare acconcio, tornava libando Francia, Lisbona, Cadice; in Alicante e Barcellona comprava sete gregge; e costa costa rivedea la patria, un anno dopo lasciata.

Ogni viaggio di lungo corso dovea prender le mosse e finire a Venezia, ove per ciò, nell’intervallo, si depositavano le merci, e venivano a cercarle i mercanti mediterranei, in modo che vi durava una fiera continuata. Quella dell’Ascensione fin dal 1180 si trova istituita per otto giorni; poi divenne delle più famose, avvivata dalle indulgenze che s’acquistavano a San Marco per concessione di papa Alessandro III, dallo sposalizio del mare, e dall’opportunità della stagione che allora chiamava le vele a lunghi viaggi. In quell’occasione si esponevano anche capi d’arte, e una popatola, il cui vestire serviva di canone per la foggia dell’anno.

I dieci milioni di mercanzia che annualmente asportavano que’ legni davano due quinti di guadagno; altro ne veniva dal traffico mediterraneo. Vedemmo fin dal 1270 Venezia proclamarsi sovrana dell’Adriatico, obbligando a contributo tutte le navi che lo corressero. Fu generale lo scontento, ma il papa, chiesto arbitro, diede ragione ai Veneziani, come che, difendendolo dai corsari musulmani, avevano diritto a un compenso: il lodo non chetò gli emuli, contro cui essi dovettero munirsi di buone armi. Si assicurarono anche il commercio dell’alta Italia coll’acquisto del Friuli, della marca Trevisana, del Padovano e di altre piccole signorie, e stipulavano vantaggiosi accordi coi vicini, dove non potessero insieme col commercio estendere l’impero[311]. Udimmo il doge Mocenigo asserire che alla sola Lombardia spediva Venezia per due milioni e settecento ottantanovemila ducati, cinquantamila dei quali per gli schiavi, oltre il sale; e guadagnava seicentomila ducati annui sui Lombardi, quattrocentomila sui Fiorentini. Eppure essa usciva allor allora di guerre che l’avevano privata di tanti possedimenti, e minacciata fin nelle sue lagune. Poi, malgrado le due guerre contro i Turchi e col duca di Ferrara, aveva sì floride finanze, che nel 1490 entravano al tesoro per un milione e ducentomila ducati, quasi il doppio dello Stato di Milano, e un quarto di quel che fruttava il regno di Francia dopo ingrandito da Luigi XI. E a tal punto i Veneziani s’erano resi necessarj agl’Italiani, che, qualora essi rompessero le relazioni con un popolo, il riducevano a povertà; come avvenne de’ Napoletani, che il re Roberto costrinsero a pace col negargli le imposte, asserendo non aver più denaro dacchè quelli non comparivano ne’ suoi porti.

L’inglese colonnello Cooper assicurava che fin oggi gli Asiatici dal Mediterraneo alla Cina non conoscono altra moneta che lo zecchino veneto, nel Yemen è tenuto in gran conto, e gli sceichi ne fondono per formarne piccole monete, o ne conservano entro vasi di vetro, laonde a Bruce domandarono se soli i Veneziani possedessero miniere d’oro in Europa, e supponeano conoscessero la pietra filosofale. Il qual Bruce, che al fine del secolo passato spingevasi alla estremità dell’Asia e dell’Africa, nel Thama arabico sovra Moka sentiva i nomi di peso, rotolo, cantara, dramma, oncia, e ripetuti sull’opposto lido africano a Massuah; prova delle relazioni cogl’Italiani, del cui linguaggio è principalmente composto quel parlare franco, che fin oggi ha corso sul litorale di tutto il Mediterraneo.

Or ci si spiega bene la sontuosità del più magnifico corso del mondo, il Canal Grande. Andrea Vendramin, che nel 1476 fu il primo doge di Venezia non nobile dopo la serrata, era ricco di censessantamila ducati; liberale, di gran parentela, ebbe tre maschi e sei figlie, che maritò con cinque in settemila ducati, mentre la dote legale era di duemila, ma diceva non badare a spesa onde aver generi a suo modo; fu gran mercante in gioventù, e di compagnia col fratello facea carico d’una galea e mezzo in due per Alessandria, e vantaggiò. Quando nel 1499 fallirono i Garzoni, molti ripeteano i loro fondi dal banco Lipomano per più di trecentomila ducati; onde, sebbene la Signoria l’ajutasse di qualche somma, dovette fallire. «È peggior nuova el falimento de questi due banchi, che se fosse perso Brescia». Lo sgomento fu per far gittare a terra i banchi Pisan e Augustini; se non che la Signoria mandò de’ savj che assicurassero sarebber tutti pagati. I Lipomani dovettero rassegnare i loro libri, dai quali appare che una casa dominicale valutavasi da tremila ducati; duemila una a Murano; milleduecento un mulino; e avevano in argenti e gioje per seimila ducati, e ottomila in un cappello di perle e gioje[312].

Tutt’occhi dovevano dunque essere i Veneziani onde mantenersi questi vantaggi, e vi adoperavano buoni mezzi e cattivi. La gelosia li faceva duri coi mercanti forestieri, imponendo doppie gabelle, ritardando la giustizia, escludendoli dalle comandite; pretesero che i sudditi comprassero lane, cotoni, seta, zuccari, saponi soltanto dalla dominante, non rizzassero manifatture fuor della dogana, nè usassero o spedissero merci se non passate per Venezia; talchè, per esempio, Verona dovea mandarvi i panni, che poi la traversavano di nuovo onde dirigersi alla Germania.

Convien dire che i lucri fossero grassi, se i forestieri non badavano agl’impacci; avvegnachè in Venezia troviamo corporazioni d’ogni paese; nella chiesa de’ Frari avevano altare i Milanesi, un altro i Fiorentini, lavoro del Donatello; i Lucchesi una chiesa vicino ai Servi, i Tedeschi e i Turchi fondachi che ancor ne serbano il nome, come la piazza dei Mori, la ruga di Julfa degli Armeni; oltre i Greci che v’ebbero sempre congregazione religiosa. Ciascuna nazione potea regolarsi a leggi proprie; alcuni paesi vi godeano privilegio di qualche arte, Bergamaschi i fornaj, Friulani anch’essi fornaj del pane altrui e sartori e facchini, muratori i Bellunesi, Valtellini gli osti e i facchini pel commercio.

Caduta Costantinopoli ai Turchi, Venezia e Genova dall’eccidio dei loro cittadini, dal saccheggio dei fondachi, dalla successiva distruzione de’ loro stabilimenti, dalle umiliazioni, a prezzo delle quali soltanto ottennero una tolleranza precaria e quasi vergognosa, conobbero la gravezza d’una perdita che con provvidenza e lealtà maggiore avrebbero potuto impedire o ritardare. Non restarono però snidati dall’Oriente, attesochè gli emiri musulmani, stabilitisi lungo la costa settentrionale e orientale dell’Africa e sui golfi Arabico e Persico, non avevano fatto causa comune coi loro fratelli di Siria, nè perciò nimicavano i Cristiani, che poterono continuarvi i traffici.

Anche il soldano d’Egitto divenne più inchinevole agli Europei, e col doge de’ Veneziani Pasquale Malipiero, «possente, e il più apprezzato e onorato fra quei che adorano la Croce, colonna di tutti i Cristiani, amico de’ soldani ed emiri dell’islam», conchiuse un trattato di commercio, consentendo ai Veneziani il monopolio di molte merci, non però del pepe; e donò all’ambasciatore una veste lavorata alla moresca e foderata di pelliccie, e alla Signoria i regali consistenti in trenta rotoli di benzoino, venti di aloe, due paja di tappeti, un ampollino di balsamo, quindici bossoletti di teriaca, quattordici pani di zuccaro di Moka, cinque scatole di zuccari canditi, un cornetto di zibetto, venti pezzi di porcellana.

Le contingenze duravano ancora favorevoli ai traffici dei Veneziani: perocchè i Ragusei correvano molto l’Adriatico, ma poco uscivano da quello, nè d’altro che di derrate trafficavano[313]; la Grecia era caduta sotto la scimitarra turca; a Napoli e Sicilia sarebbe tornata necessaria una flotta per mantenere comunicazioni coll’Aragona e colla Provenza, eppur l’aveano appena bastante alle reciproche guerre, e le vediamo valersi sempre delle genovesi, come faceano spesso Francia e Inghilterra, le quali nè l’Olanda non accennavano ancora alla futura grandezza; era un portento se qualche bandiera settentrionale comparisse nelle acque nostre; soli i Catalani veleggiavano il Mediterraneo come l’Oceano.

Però Venezia e Genova erano le principali, non le sole commercianti d’Italia. Amalfi più non rigalleggiò: ma Napoli trafficava nelle variatissime sue produzioni con Costantinopoli, col mar Nero, con Marsiglia; Trani era un vasto emporio di merci asiatiche; Gaeta estendeva relazioni colla Barberia, dove sin dal 1125 teneva un console; la Sicilia colla Catalogna e colla Spagna orientale. In Messina e Palermo affluivano mercanzie di tutti i paesi; ed oltre le relazioni col regno di Napoli e col resto d’Italia, consolidate per mezzo di trattati, con Genova nel 1292, con Pisa nel 1316, con Venezia nel 1365, uno del 1331 con Narbona prova il suo commercio colla Francia, oltre Spagna, Fiandra, Inghilterra, le coste di Barberia, l’Egitto, la Siria, la Morea, Cipro, Rodi, Costantinopoli. Ancona, fiorente per industria, scala al commercio di Firenze coll’Oriente, mandava navi proprie a Costantinopoli, a Cipro, in Barberia, e corrispose con molte città d’Europa; con Genova aveva un trattato fin dal 1276; ma la postura sua la teneva dipendente da Venezia, che poi la sopraffece. Corsica e Sardegna, sì a lungo disputate fra i Pisani, i Genovesi e i re d’Aragona, asportavano i proprj prodotti; e quando la Sardegna passò all’Aragona, strinse maggiori relazioni colla Catalogna.

Anche città mediterranee spedivano per varj paesi d’Occidente, acquistandovi privilegi non per forza ed astuzia, ma per superiorità d’intelligenza. Asti, che di settantamila abitanti popolava il piccolo territorio, aveva negozianti in Francia e ne’ Paesi Bassi, una colonia ad Alessandria d’Egitto; e postasi a prestar denaro in Francia, vi applicò tanti capitali, che avendovi quel re fatto arrestare tutti i banchieri astigiani, cinquanta trovaronsi possedere oltre ottocentomila lire di capitale, che si ragguaglierebbe a ventisette milioni[314].

Il Po serviva agl’interni ricambj e per esso fioriva Ferrara, che copiosa di ogni bene, dalle città vicine e dal mare traeva abbondanza di vettovaglie. Per le bocche del Po (narra un cronista) vi arrivavano navi di carico, piene fin al sommo dell’albero di mercanzie d’ogni lido; senza che andasse a Ravenna od a Venezia a cercare quel che le fosse mestieri, ogni anno nel prato comune presso a Po si tenevano due fiere, cui dall’Italia e dalla Gallia moltissimi concorrevano, e tutti guadagnavano mercatando. Sì lauto poi era il fisco, che, soddisfatto ad ogni spesa del Comune, rimaneva che spartire fra i cittadini in ragione del censo. Questa larghezza andò guasta allorchè i Veneziani, aggiudicandosi la padronanza assoluta del Mediterraneo, chiusero le foci di quel fiume, cagione di tanti dissidj. Comacchio avea cominciate le fabbriche del pesce, per cui ora ottantamila pesi d’anguilla escono marinati da quelle valli.

I Pisani, elevatisi a paro de’ Veneziani e Genovesi per industria manifatturiera, per navigazione e commercio, dopo la funesta battaglia della Meloria nel 1284 più non fecero che declinare; la perdita di Terrasanta diradò le loro corrispondenze nella Siria, nè aveano possibilità di sostenere nel mar Maggiore una concorrenza, a cui furono costretti rinunziare col trattato del 1299; il porto che possedevano alla foce del Tanai, cadde probabilmente a’ loro nemici, e infine fu sfasciato dai Tartari. Andate a male le colonie donde traevano legname da costruzione e materie di baratti pel commercio esterno, costretti cedere a Genova la Corsica e la Sardegna, non restarono padroni che delle maremme tuttora abbastanza ubertose, e dell’isola d’Elba importante per ferro. Questa nel 1290 era stata occupata dai Genovesi; poi mercanti pisani la ricuperarono nel 1309 per cinquantaseimila fiorini, e ne traevano vena dalla miniera di Rio.

Nella guerra contro Genova era stato distrutto il Porto Pisano alla foce dell’Arno; onde ridotta quasi alla sola rada di Livorno, esposta a’ nemici, Pisa fece costruire una torre per difenderla, e proteggere la navigazione. Di là continuava relazioni colla Sicilia, con Cipro, colla Barberia; ma non le bastava marina militare per proteggere stabilimenti lontani, nè assicurare gli armatori contro de’ nemici e de’ pirati. Firenze poscia la soggiogò, e per nulla rispettando le memorie d’uno splendore, di un’industria e di una perizia marittima, che formavano uno de’ migliori vanti della Toscana, ne sviò le manifatture e il commercio in grosso.

Già ci è apparsa la commerciale operosità dei Fiorentini. Buon’ora essi erano penetrati nell’Ungheria, le cui miniere d’oro e d’argento s’aveano per le prime del mondo, e vi teneano case i Medici, i Portinari, i Boscoli, i Tosinghi, i Del Nero, i Del Bene, i Da Uzzano. Da Francesco Balducci Pegolotti, che prima del 1350 scriveva sugli usi e le regole da seguirsi dai mercanti nei viaggi[315], raccogliesi che essi Fiorentini stendevano le corrispondenze all’Inghilterra, al Marocco, a tutto il Levante; prendeano spesso in appalto le zecche, e alle inglesi da Edoardo I fu preposto un de’ Frescobaldi: un Bardi nel 1329 godeva le gabelle di tutto quel regno per due sterline il giorno, mentre nel 1282 ne avevano reso ottomila quattrocentoundici (Hallam). A Bruges, dove non era permesso che un banco per ciascuna nazione forestiera, collegi distinti formavano i Genovesi, i Lucchesi, i Fiorentini, i Lombardi. Nel 1422 calcolavasi che in Firenze circolassero quattro milioni di fiorini: e delle lettere esterne di quella repubblica le più concernono commercio e mercadanti.

Le lungagne delle asportazioni per terra non le erano più sufficienti; e conoscendo che la navigazione offrirebbe un mezzo più economico per commerciare coll’Italia e coll’Europa meridionale, ed il solo praticabile co’ paesi più remoti, fin dal secolo xiii trattò con Pisa onde farla emporio delle mercanzie: e vedendosi contrariata, prese accordo colla repubblica di Siena, onde spedirle pel porto di Telamone; e a questo ricorreva ogniqualvolta si guastasse con Pisa (pag. 248). Della quale poscia insignoritasi, cercò chiamarvi con privilegi ed incoraggiamenti le navi straniere, prese a stipendio gli armatori lasciati liberi dalla decadenza del commercio genovese, legò nuove relazioni e avvantaggiò le antiche[316], istituì la magistratura dei consoli di mare, però da gran tempo conosciuti in Pisa.

In una carta del 1190 che contiene i privilegi del sintraco di Genova[317], Livorno appare già frequentato dai naviganti; e durante la guerra di Chioggia, Carlo Zeno vi ricoverò due volte la flotta veneta. Posto com’è fra porto Pisano e porto Telamone, poteva tener entrambi in soggezione; ma non acquistò importanza che al cadere di Pisa, e i Fiorentini, compratolo dai Genovesi nel 1421, lo privilegiarono in ogni modo. In quell’occasione rinnovarono il patto antico di caricare sopra navi genovesi le merci che traevano di ponente, ma poi cercarono sempre eluderlo, e infine lo abrasero nella pace fatta con Filippo Maria Visconti.

Per siffatta guisa, quantunque mediterranei, i Fiorentini ottennero i vantaggi del mare, e non vi avea città dell’Italia, Francia, Inghilterra, Fiandra, in cui essi non tenessero banchi e non mandassero fattori. Un console inglese risedette a Pisa, e con Enrico VII nel 1490 si pattuì che Fiorentini soli estraessero le lane da quell’isola, eccettuandone soltanto per seicento sacca i Veneziani; premio dell’avervi Lorenzo Medici rizzate molte manifatture di lana con artefici toscani. Un governo mediterraneo non doveva pensare a stabilire banchi e consolati sulle coste dell’Asia e dell’Africa; ma il privato interesse lo fece. Quando si cominciasse a trafficare direttamente col Levante, non consta: ma la casa Bardi nel secolo XIV otteneva pe’ suoi agenti privilegi significanti in Cipro e nell’Armenia; poi si estese il commercio colle coste della Barberia, coll’Egitto, la Siria, Costantinopoli, l’Asia meridionale, e fino colla Cina traverso all’Alta Asia.

Firenze volle anche armar flotte e spedire periodici convogli pel mar Nero, l’Egitto, la Barberìa, la Spagna, la Fiandra, l’Inghilterra; ma non trovò che scapito, sicchè dopo il 1430 le abbandonò alla privata speculazione. Venezia, che era sempre stata l’amica di Firenze, ne ingelosì quando la vide crescer tanto, e istigò Pisa a scuoterne il giogo: di che Firenze si vendicò col secondare i disegni ostili di Maometto II contro i Veneziani. Ne venne una velenosa ed attossicata lettera di Venezia, a cui un Fiorentino oppose uno scritto che, in mezzo a una colluvie d’ingiurie, contiene un quadro, esagerato forse, ma vivo del commercio della sua patria[318]. Vi figurano come principali negozianti i Medici, i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i Corsini, i Falconieri, i Portinari, che avevano stabilimenti in tutte le tre parti del mondo aperte alla navigazione europea, cinquanta case in Levante, ventiquattro in Francia, trentasette nel Napoletano, nove a Roma, altre in Venezia, in Ispagna e Portogallo. Accertasi che Firenze fosse la prima a interdire in modo efficace il traffico degli schiavi e il somministrare munizioni di guerra a’ Musulmani.

Essendo si può dire concentrato in mano degl’Italiani tutto il commercio che poi fu suddiviso fra Turchi, Inglesi, Olandesi, Francesi, Russi, quanto lauti doveano essere i guadagni! Giovan Villani stima di cenventimila fiorini la rendita che col prestare erasi formata Taddeo Pepoli di Bologna. Nel 1338 un negoziante di Siria, essendo arrivato a Portercole con molte stoffe ad oro e senza, cinture, borse da sposa, frontelle, Coluccio Balardi le comprò per centoquindicimila fiorini, e in capo a un anno le ebbe quasi spacciate. Egli teneva banco a Parigi, e Giovanni Vanno pure toscano a Douvres e a Cantorberì[319]; e già vedemmo i Bardi e i Peruzzi fiorentini essere creditori sopra il re d’Inghilterra d’un milione e mezzo di zecchini, e di centomila zecchini ciascuno sopra il re di Sicilia. Dino Rapondi di Lucca (1350-1414), mercante in Francia, avea case a Mompellieri, a Bruges ed a Parigi; la prima era l’emporio del vasto suo traffico col mezzogiorno d’Europa e gli scali di Levante. Avea palazzo a Parigi meraviglioso; commerciava di banca, cambio, metalli preziosi; servì molto a Carlo VI e Giovanni Senza-paura, secondandoli nelle imprese e nei delitti.

A Siena (popolata di centomila abitanti prima che la peste la restringesse appena a tredicimila, e dove i diarj testimoniano che in un anno si fecero ottanta par di nozze nobili e cento di buone case) i Salimbeni adottarono per stemma la fortuna e il motto Per non dormire; cavavano anche miniere d’argento e di rame nella maremma; nel 1337 fra sedici casate manteneano un camerlingo comune per amministrare le loro entrate, e per più anni a ciascun casato spartirono centomila zecchini. Un’imposta su quella città del due per mille onde pagare il conte Lando nel 1357, fruttò quarantamila zecchini: lo che manifesta un valore di venti milioni d’allora, rispondenti a ducento d’adesso.

Vuolsi che da commercio di carbone derivassero le smisurate ricchezze di Giovanni Medici, per le quali Cosmo suo figlio divenne il miglior negoziante di Europa. Di quale natura speculazioni fossero le sue s’ignora, ma ci si fa presumere lucrasse col commercio asiatico, coi prestiti e coi giri di banco[320]: e dicesi che quella casa occupasse trentamila persone in traffici e manifatture. Cosmo spese da quattrocentomila zecchini in chiese ed opere pubbliche. Lorenzo fu in procinto di capolevare, a malgrado del lauto suo commercio, per le insensate prodigalità de’ suoi fattori, i quali affettavano di fare il largo e il magno come il loro padrone; laonde sodò grossi capitali in possessi stabili, rompendo molti fili del commercio fiorentino.

Ma era sullo scocco l’ora che gl’Italiani cesserebbero d’essere unici fattori del commercio. Le manifatture che ne’ paesi esteri noi stabilivamo, per quanta gelosia vi si mettesse, servivano di scuola agli emuli. I Medici, invece di continuare a trarre la lana greggia dall’Inghilterra, la fecero filare e tessere colà; allorchè essi usurparono il dominio, i tanti fuoruscititi propagarono i lavorieri di fuori; quando poi Pietro ritirò gl’ingenti capitali d’in sul commercio, i Fiorentini non poterono più reggere la concorrenza de’ forestieri, che aveano anch’essi accumulato capitali, e imparato la magìa del credito. All’estendersi dell’industria cessavano i privilegi, fondati sull’inoperosità degli altri popoli, la gelosia dei quali ritorse contro noi le arti medesime che noi avevamo inventate contro di loro; e Ferdinando il Cattolico di Spagna impose un dieci per cento su quanto asporterebbero i Veneziani, i quali rimasero vittime del sistema esclusivo che essi avevano introdotto.

Danni più durevoli doveano venire dagl’incrementi della navigazione, dovuti ad Italiani.

Notes in this chapter

Note 1 · Mille sono detti nei Rer. It. Script., XXII. 959. Il libro Venezia e sue lagune, al tom. I. p. 176, li farebbe diciannovemila; al tom. II. pNote 2 · La galea grande, lunga di alto passi ventitre, piedi tre e mezzo, di piano piedi dieci, di bocca diciassette e mezzo, alta in coperta piedi Note 3 · Ep. seniles, lib. II. ep. 3.Note 4 · Nell’Appendice XXIX dell’Archivio storico italiano si pubblicarono documenti che rischiarano il commercio de’ Veneziani coll’Armenia e con TNote 5 · Tali sono, fra gli altri, due trattati del 1327 con Como e Brescia.Note 6 · Malipiero, Annali, 666, 715, 717.Note 7 · Ragusa anticamente area trattati di commercio con Fermo, Recanati, Rimini, Ravenna, Ferrara (Appendini, Notizie storiche della città di RaguNote 8 · Rer. It. Script., XI. 142.Note 9 · Libri di divisamenti di paesi, di misure di mercatanzie, ed altre cose bisognevoli di sapere a mercatanti di diverse parti del mondo; edito Note 10 · Fin dal 1422 entrò in trattative col soldano d’Egitto pel commercio d’Alessandria e della Siria, e col signore di Corinto in Romania, e concNote 11 · «Il sintraco (come a dire sindaco) deve aver tre mine di sale da ogni legno che vien di Sardegna con sale; se venisse di Corsica e avesse faNote 12 · Lettera di Benedetto Dei per difesa della mercatura dei Fiorentini contro le ingiurie sparse da alcuni mercadanti veneziani. Vedi nel vol. INote 13 · Nel 1505 per la prima volta Firenze tirò grano dall’Inghilterra per cinquantamila scudi d’oro, e duemila moggia da Linguadoca. Nardi, StorieNote 14 · Nel 1499 i Salviati riceveano da Filippo d’Austria, duca di Borgogna, in pegno per quattromila fiorini grossi, trecentoventi centinaja di la
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