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Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

LIBRO NONO (continued 2)

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Intanto già si era per modo accostato Liptay che incominciava a percuotere l'ala sinistra dei Francesi, non ancor del tutto rimessa in ordine dal precedente scompiglio. Correva pericolo, che quello, che la mezzana e la destra avevano guadagnato, la sinistra perdesse. Se a ciò si aggiunge, che Lusignano già si approssimava, e batteva il campo sulle alture, donde si cala il Tasso, si verrà a conoscere, a quale ripentaglio fossero ridotte, malgrado del riacquistato Rivoli, le Francesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, il quale, spintosi tra la squadra di Liptay, e l'estremità della mezzana, tanto batteva l'una e l'altra, che le sforzava, non senza grave disordine, al ritirarsi: si ricoverava Liptay a Caprino. Massena poi, prevedendo l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli, pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul principio, e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani; il quale accidente all'opera principalmente di Buonaparte e di Joubert a dritta, di Berthier in mezzo, e di Massena a stanca si debbe attribuire. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, s'ella non avesse avuto, con la rotta di lui, la sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver varcato i monti di Sperano, di Montegazo e del Lavaletto, nella terra di Pesena, e già s'incamminava più sotto, costeggiando il Tasso, verso Affi. Debole presidio era contro questa colonna la diciottesima, alloggiata a Rocca di Garda. Infatti, dopo un grosso affronto a Calcina, aveva Lusignano continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.

Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiam narrato, per ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato, in luogo donde già poteva essere di sussidio a' suoi. Erasi egli, velocemente marciando, condotto sulle alture di Cavaglione custodite da alcune bande di Croati, e fatto dar dentro dai generali Partoneaux e Boyer, facilmente le superava; perchè i Croati, gente nuova e collettizia, nè usa alle battaglie ferme, fatta debole resistenza, si diedero facilmente alla fuga. Superatisi da Rey i monti di Cavaglione, e traversata la valle che gli parte dall'eminenze di Rivoli, aveva trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Monnier dall'altra, Rey alle spalle, per forma che attorniato da tutte bande, non aveva più altro rimedio, che quello di arrendersi, o di far pruova di aprirsi il varco con le bajonette. Si appigliava volentieri, come uomo di molta prodezza, a quest'ultimo partito. Ma soperchiato dal numero soprabbondante dei nemici, nè avendo con se difesa di artiglierìa, o di cavallerìa, di cui gli assalitori abbondavano, fu costretto a cedere, deponendo le armi, e dandosi con tutti i suoi prigioniero in poter dei repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte, perchè tutta la restante oste d'Alvinzi, sbigottitasi a sì infelice caso, rapidamente verso la parte più alta e più aspra del Tirolo si ritirava. Buonaparte, conseguita tanta vittoria, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a Mantova, conoscendo quanta variazione potrebbero ancor fare le cose, malgrado della vittoria di Rivoli, se Mantova si rinfrescasse, con celerità uguale a quella, con cui aveva camminato da Verona a Rivoli, correva da Rivoli a Mantova, conducendo con se Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento alle vittorie.

Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, con intendimento di girare alle spalle di Corona, dove pareva che gli Austriaci volessero rannodarsi. Riusciva la fazione, come era stata ordinata dal Francese; perchè rotta da Murat per via una banda di nemici, un terror tale entrava subitamente negli Alemanni, che pensarono meglio a salvar le persone che l'onore. Fu generale la sconfitta, e se si eccettuano dieci battaglioni, ed otto squadroni, che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava, che intiero od ordinato fosse. Vollero fermarsi a fare un poco di fronte a Torbole ed a Mori, dove Laudon e Wukassowich avevano fatto a questo fine alcune trincee; ma la trepidazione dei soldati, una improvvisa comparsa alle spalle di Vial, che per nevi e per dirupi aveva corso un cammino malagevolissimo, e finalmente un assalto inopinato e subito dato a Torbole da quel rischievole Murat, che aveva a questo intento attraversato il lago, sbigottirono gli Austriaci per modo che, tolta ogni difesa, fuggivano a precipizio. Nè fecero fine gli uni al perseguitare, gli altri al ritirarsi, finchè Wukassowich non giunse a Lavisio, dove nelle antiche trincee distribuiva le genti. Entrava Joubert trionfante in Trento con bella e lieta mostra guerriera. Così coloro, che già abbracciavano colla mente la possessione di Mantova, non poterono nemmeno conservare la metropoli del Tirolo, antico e fedele seggio della potenza Austriaca.

Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava per ingannare Augereau, che stava schierato sull'altra riva, ora di assaltar Ronco, ora Porto-Legnago, perchè il suo pensiero era di passare ad Anghiari, passo più comodo per certi rilevati, che vi sono sulla sinistra sponda, molto atti a dar facilità di nascondere i soldati, e le artiglierie. Venendo poscia più alle strette, aveva mandato le piatte abili a far i ponti estemporanei sui fiumi, a Nichesola, e pareva, che vi si affaticasse per passare. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierìe i Francesi, che dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte e varcava, come abbiam detto, il giorno tredici di gennajo. I volontari Viennesi venuti sulla destra sponda, cacciavano i repubblicani da Anghiari. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a se le bande spartite mandate a Bonavigo, a Ronco, ed a Legnago, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguinetto, e Nogara: alloggiava in quest'ultima terra la notte dei quattordici. Il quindici, continuando a viaggiare molto per tempo, e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux, ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati, e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte dei quindici, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno sedici: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita, e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso r assalto del maresciallo, che Dumas, posto alla guardia di Sant'Antonio, fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita: già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani, che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.

I Francesi liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellara, gli faceva segno, che l'arrendersi era più sicuro che il combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente veduto che Victor già gli aveva tolto i cannoni, e che il reggimento molto bravo dei cavalleggieri di Erdodi, costretto dalla forza sopravvanzante, si era dato in potestà del vincitore, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinquemila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontari di Vienna. Furono i gregari condotti in Francia; ebbero gli ufficiali abilità di tornarsene sotto fede di non militare contro Francia. Conquistarono in questo fatto i repubblicani, oltre i prigionieri, venti cannoni, e di carriaggi, munizioni e bagaglio una quantità notabile. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio: tutta l'Italia in balia dei repubblicani; di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.

Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni, che abbiamo raccontate, con molto valore; nè si può negare, che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati: ma mancarono dell'effetto; primieramente perchè per le rivelazioni fatte da chi ne sapeva quanto Alvinzi, essendo Buonaparte conscio delle intenzioni del nemico, gli fu fatto facile il disegno della battaglia, secondamente per la incredibile celerità sua, e de' suoi soldati, che corsero da Verona a Rivole, poi da Rivole a Mantova, e nell'uno e nell'altro luogo in punto fatale arrivarono. Che se avessero indugiato poche ore solamente a sopraggiungere a Rivole, era per loro perduto quel che guadagnarono e se poche ore altresì avessero soprastato a raggiungere il campo di Mantova, sarebbe Provera entrato dentro la fortezza. Fu accagionato Provera dello aver troppo presto varcato l'Adige, la quale accusa non apparirà senza fondamento, se si avvertirà alla non effettuata congiunzione coi pontifici, ma non parimente, se si farà considerazione delle altre mosse degl'imperiali sulle rive dell'Adige superiore. Del resto il suo mandato era di romoreggiare, e di assaltare sulla sinistra sponda, e di far le viste al passare sulla destra dopo i sei del mese, ma non di passare effettualmente, se non quando avesse udito fauste novelle della mossa d'armi fatta da Alvinzi.

Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti, e prigionieri circa ventimila soldati con sessanta bocche da fuoco, e ventiquattro bandiere. Tutti i volontari Viennesi furono o morti, o presi: le bandiere loro ricamate per mano dell'imperatrice d'Austria, ornavano il trionfo di Buonaparte. Traversarono la superiore Italia in sembianza di gente cattiva per alla volta di Francia. Non fu loro fatto scherno, nemmeno dai più scapestrati. Ammirarono anzi tutti in loro il valore, ammirarono la carità verso la patria.

Scriveva Buonaparte, essere mancati de' suoi tra morti e feriti solamente due mila; il che è lontano dalla verità, perchè furono assai più; e se si noveravano i prigionieri, che però montarono a poca gente, fu perdita di più di seimila soldati.

In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa, ed a ricuperazione de' suoi stati Italiani. Se ne fecero grandi allegrezze in Francia, e nell'Italia suddita a Francia; ne stette l'Europa attonita, l'Austria spaventata. Ma Buonaparte non era di natura tale, che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e vedendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle Veneziane pianure, si spingeva oltre perseguitando le reliquie dei vinti. Occupavano, Massena Vicenza, Augereau Padova; poi da questi luoghi partendosi si avviavano, il primo a Bassano, il secondo a Treviso. Riusciva l'impresa molto facilmente ad Augereau, perchè, eccettuati alcuni incontri di cavallerìa, tutto il paese veniva senza ostacolo a sua divozione. Treviso stesso l'accoglieva fra le sue mura. Poi il capitano di Francia più oltre spignendosi, cacciava gli avversari da tutte le regioni della Piave inferiore. Ma più verso i monti, le cose andarono più strette per Massena. Quivi Alvinzi, per gelosia dei passi del Tirolo, aveva alloggiato Mitruski e Bajalitsch con qualche nervo di gente. Massena, che aveva vinto ben altre battaglie che queste, dava dentro al ponte di Carpeneto, dove gli Austriaci volevano far testa, e gli rompeva, per opera massimamente di Menard, non senza grave perdita di soldati e d'artiglierìe. Vinto Carpeneto, gli fu agevol cosa vincere ancora Primolano, essendosi gl'imperiali intieramente ritirati a Feltre, ed ai luoghi più inaccessi della superiore Piave. Per tal modo fu aperta la strada al generale della repubblica di comunicare con Joubert, che uscito di Trento aveva rotto gli Alemanni a San Michele. Non vi fu più allora altro rimedio pei vinti, che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte, e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per le fonti della Piave vicino a Cadore, e per la sinistra di questo fiume sino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò, che fossero per portare con se la stagione migliore, e la fortuna fino allora vittoriosa dell'arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito Italico. I Francesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo pel sopravvenire della vernata divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.

Buonaparte, conoscendo, che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con le armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena, e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare, perchè il calare subitamente e senza che si venisse almeno una volta al ferro, agli accordi, che sarebbero stati molto ignominiosi, e forse contrari alla sedia apostolica, gli pareva risoluzione troppo vergognosa dopo le dimostrazioni fatte; il non acconciarsi col vincitore gli pareva partito pericolosissimo, perchè vano era lo sperare, che le armi pontificie potessero resistere a quell'impeto, che aveva prostrato tante volte gli eserciti potenti ed agguerriti dell'Austria. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo, che prima di un combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi, e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio, siccome quegli che tanto altamente sentiva di Roma, che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitarla negli estremi. Oltre a tutto questo non s'ignorava pel pontefice, che quantunque il governo di Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni, e per le disgrazie erano ripullulate in Francia; il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma. Sapevaselo Clarke, il quale di ciò scrivendo affermava, avere i Francesi guastato la loro rivoluzione di religione; di bel nuovo essere divenuti cattolici romani; forse aver loro bisogno del papa, affinchè i preti secondassero la rivoluzione politica in Francia.

I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo, ed ora no, piaceva la guerra col pontefice per amplificazione di fama, e le dolci parole, che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo, erano piuttosto fraudi che carezze; perciocchè mentre faceva loro profferte d'accordo, e gli lusingava dicendo, che non aveva mai approvato il trattato proposto dal direttorio, e ch'ei farebbe gran cose in favor di Roma, se ella volesse comporsi con Francia, ordinava che Cacault, ministro di Francia appresso al pontefice, ed incaricato di negoziare la pace, andasse astutamente temporeggiando per ingannare, come diceva, la vecchia volpe, parlando del papa, e ciò facesse insino a tanto che il tempo fosse venuto di prorompere a compire i disegni concetti: voleva che Ancona fosse, alla pace, data per sempre alla repubblica; voleva che continuamente si sbigottisse il papale governo con dare speranze artifiziose agli scontenti di far novità. Nè migliore era la fede di Cacault nelle sue dimostrazioni amichevoli; perchè, se gli pareva poco onorevole l'andar a Roma solamente per porvi una taglia ed obbligare forzatamente il pontefice a far la pace, bene gli pareva onorevole l'andarvi per cambiarvi ogni cosa, e per atterrarvi il trono pontificale; e se per volontà del direttorio, e per le condizioni generali d'Europa ciò era impossibile a farsi, essere di bisogno, affermava, lasciare per allora la dispregevol Roma, come diceva, nel suo stato attuale, finchè sicuramente potesse la Francia voltarla tutta sottosopra; insinuava inoltre, che sarebbe stato conveniente il creare tre repubbliche dello stato ecclesiastico, delle quali una fosse di Bologna e Ferrara unite, l'altra di Perugia con la Romagna, la terza di Roma fino alle spiagge del Mediterraneo: osservava con questo, che tutto ciò poteva farsi lasciando il papa, capo della chiesa universale, risedere, come prete, e con la sua corte di preti, e come pontefice là dove volesse, e nel modo in cui risedeva a Roma innanzi che alcuna donazione dei Francesi non l'avesse fatto sovrano di un territorio. Pensava non ostante, che fosse bene per quell'inverno unire solamente la legazione di Ravenna a quella di Bologna e di Ferrara, e formare un nuovo stato del Perugino, del ducato d'Urbino e della Romagna, Roma lasciando, e la sua campagna pestilente a se stesse, perchè la Francia le potrebbe signoreggiare per via del mare. Persuadeva oltre a questo Cacault, che la introduzione della libertà, e di buone repubbliche da Milano fino al regno di Napoli fosse senza dubbio ciò, che meglio poteva far sicuri gl'interessi della Francia in Italia, e tener nel dovere, dall'un dei lati il re di Napoli, dall'altro la potente Alemagna. Il qual disegno non si può negare, che non fosse per riuscire utile alla Francia di quei tempi; ma quale sincerità fosse questa verso il duca di Parma, il gran duca di Toscana, ed il papa medesimo, col quale il direttorio allora negoziava la pace, il mondo lo potrà vedere. Giudicheranno altresì gli uomini prudenti e giusti, se tali macchinazioni non solo non autorizzassero, ma ancora non obbligassero, come a strettissimo dovere il pontefice a fare con le armi e con le alleanze il peggio che potesse agli autori loro. Se si considerano poi le scritture in numero quasi infinito, che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri, che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tant'oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi francesi che comandavano in questa città, si dava un ballo, in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che con modi parte frodolenti, parte incivili s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male, ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza con l'Austria. Una lettera, che il cardinal Busca, segretario di stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar romore, e di sputar fuori il veleno che aveva concetto contro Roma, ancorchè il modo stesso, con cui fu la lettera intercetta, desse e segno al pontefice del rispetto, che portava il generale della repubblica alle neutralità, e fondato motivo di correre all'armi. Erano i dispacci di Roma sotto fede pubblica, e della neutralità Veneziana affidati ai corrieri di Venezia, che gli portavano sino ai confini Austriaci. Uno di questi corrieri fu improvvisamente fatto arrestare alla Mesola il dì dodici gennaio da Buonaparte, e come fu svaligiato, così gli fu trovata la lettera del cardinale. Favellava il segretario di stato dei negoziati introdotti a Vienna per concludere un'alleanza, della condotta del generale Colli, di bande Tedesche da farsi venire in Romagna, del non aver voluto udire le proposizioni d'accordo fatte dalla Francia, mentr'egli negoziava con l'Austria. Quindi sorsero le note di perfidia date da Buonaparte al pontefice, come se questi il quale si trovava in condizione di guerra con la repubblica a cagione del rifiuto fatto di sottoscrivere al trattato proposto dal direttorio, non dovesse cercar rimedi ovunque rinvenire gli potesse. Bene pare a noi, che fosse sincerità il non voler concludere con Francia, mentre ei trattava con Austria.

Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi Austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna; essere rotta la tregua col papa, si apparecchiava a fargli guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione dei capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Francesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali e ufficiali Austriaci al suo soldo, ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault. Delle quali cose si può dire, che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile contro i Francesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre all'armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro, se non una seduzione d'intelletto, o un abuso di forza; perchè quei capitoli in ciò consistevano, che il pontefice desse milioni di denari, e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto, o per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere, come ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a se medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.

Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa: e perchè Italiani ferissero Italiani, e fra tante calamità non mancasse la guerra civile, erano fra i buonapartiani molti soldati Italiani delle due repubbliche Transpadana, e Cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault: il che dimostra quale libertà fosse in un governo, in cui un generale comandava agli ambasciadori. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti Francesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti Lombardi, altrettanti di Cispadani con pochi cavalleggieri d'ambe le repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti Polacchi raccolte di disertori, e prigionieri Austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca, che condotta da Dombrowsky si acquistò poscia nome nelle guerre Italiche. Adunava il generalissimo tutte queste genti in Bologna; ne faceva la rassegna sulla piazza della Montagnola, esortandole alla guerra. Comandava, al cospetto suo armeggiassero. Fatta la rassegna, le spingeva oltre contro lo stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori, e feritori alla leggiera, che composta di Lombardi aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese, e d'ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbrajo; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificj, che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese; La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era di assaltar di fronte il nemico; e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli, che i soldati, così mandava fuori un bando parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.

Prima però di raccontar la guerra pontificia, è d'uopo, l'ordine della nostra narrazione seguitando, che per noi si scriva, come e quando Mantova se ne venisse in potere dei Francesi. L'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wursmer, che per la carestia dei viveri la dedizione era inevitabile. Ciò non ostante quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime, gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; l'ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedi. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo vi si vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne la cavallina, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. S'appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. A tale condizione era ridotta la sede dei Gonzaga, la patria di Giulio Romano, perchè Francesi e Tedeschi volevano avere in mano loro quel freno da tener in bocca agl'Italiani. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago dal capitano Sibilla trentadue barche cariche di vettovaglie, che Alvinzi, quando era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza, con la quale si sostentava nell'estremità della fame, il fece accorto, che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo coi Francesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier, che darebbe la piazza, purchè la guarnigione uscisse libera con armi, bagagli, suono di tamburi, bandiere al vento, tregua di un mese in Italia. Non volle il generale repubblicano consentire a queste domande, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo la città, la fortezza e la cittadella ai Francesi; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera; restasse prigioniero fino agli scambi; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti, ducento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperatore, condizioni onorate conformi all'onorata difesa.

Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza, e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori, che con ogni più cortese dimostrazione il vecchio, prode, ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte, che poco prima della dedizione era presente al campo, se n'era andato, o per modestia, o per superbia, a Bologna: ma non omise, affetto raro in lui, solito a deprimere gli avversarj, di esaltare il guerriero Austriaco, scrivendo al direttorio, avere con intento proprio voluto dimostrare la francese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto: avere Wurmser, perduto nella battaglia di Bassano l'esercito, concetto il pensiero di ricoverarsi in Mantova lontana a cinque giorni, passato l'Adige, prostrato i repubblicani a Cerea, traversato la Molinella, guadagnato la piazza; essere quinci più volte sortito, sempre infelicemente, sempre valorosamente, sortito essere con soldati consunti da malattie pestilenti: tale essere stato Wurmser: pure sapere, non avere a mancar uomini, soliti a perseguitare cui la fortuna perseguita, che incolperebbero l'incolpabile Wurmser. Quest'erano le generose voci di Buonaparte rispetto a Wurmser vecchio, e valoroso.

Entravano i Francesi nella desolata terra. Pietosi miravano nelle case arse o diroccate volti pallidi e sparuti; argomentavano qual fosse stata la costanza e la pazienza dei difensori. Trovavano centoventisei cannoni di sedici libbre di palla, centoquindici di quindici, con altri pezzi minori. Si rallegravano massimamente al vedere settantadue bocche da breccia conquistate dagli Austriaci al tempo, in cui per l'arrivo di Wurmser fu allargato l'assedio; s'aggiunse alla presa artiglierìa una fiorita archibuserìa: acquisto prezioso specialmente fu quello di settantadue piatte ad uso di far ponti estemporanei, le quali giunte a quelle che già avevano i repubblicani, montarono al numero di centotrenta, suppellettile capace a passare qualunque più grosso fiume. Così Mantova combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica, e per questo accidente cambiossi in Italia la servitù Tedesca in servitù Francese.

Ora è tempo di ritornare ai travagli che erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato più sopra, accampato sulla destra del Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Corre il Senio precipitandosi dagli Apennini, a fronte di Faenza, e va a metter foce nel destro ramo del Po, che chiamano col nome di Po Primaro. Avevano i soldati del pontefice, che ascendevano al numero di sei in settemila fanti, e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti, e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo, che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Oltre a ciò avevano cavato un fosso a sinistra del ponte, che oltre il medesimo si sprolungava, empiendolo di feritori alla leggiera, affinchè bersagliassero coloro, che primi si fossero attentati di passare. Avevano, cavando il fosso, alzato sulla sua sponda un ciglione di terra verso il fiume, che a guisa di parapetto gli preservava dalle ferite. La cavalleria alloggiava dietro i ridotti per perseguitar l'inimico oltre il ponte, se fosse rotto, o far sicura la ritirata dei compagni, se fossero vinti. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglia da Castelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro dell'artiglierie pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor, che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano; ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volentieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri, che varcasse ancor essa. Ma i pontificj, siccome il fosso era stato scavato per diritto, e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che gli fece disordinare, e sbigottire vieppiù. In questo punto la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più lungamente le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine, e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade. Quattordici cannoni vennero in poter dei vincitori. Scrisse Buonaparte, avere ucciso in questo fatto quattrocento pontificj, presone mila. Ma mancarono solamente tra morti e feriti circa trecento cinquanta, e alcuni più di prigionieri. Perdettero i repubblicani circa settanta soldati tra morti e feriti. Morì con dolore di tutti un capitano Fokalla, giovane Polacco di grande aspettazione. Noverossi fra i feriti Lahoz, colonnello dei Lombardi. Narrò il generale repubblicano, non senza scherno, che fra gli uccisi si noverarono preti, che quando ardeva la battaglia, avevano animato i soldati del pontefice a combattere. Bene sarebbe stato meglio, che i preti non si fossero mescolati fra le armi, ma certo questa divozione loro verso Roma, e verso il loro signore, non era atto da essere beffato da nissuno, e manco da colui, che non contento al combattere con le armi, combatteva ancora con le instigazioni, per far levare contro i propri governi e chi aveva inclinazione a tumultuare, e chi non l'aveva. Affermano alcuni storici, avere i pontificj subitamente perduto la battaglia del Senio per la inaspettata ribellione di un reggimento Corso ai soldi del pontefice. Il quale accidente, come troppo grave, noi non saremo nè per affermare, nè per negare, non avendone pruove sufficienti.

Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a se i preti ed i frati, gli confortava a star di buona voglia, dimostrando volere, che da tutti la religione si rispettasse, ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Francesi per tutto il paese come un folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza sì per la cittadella, e sì per un forte alloggiamento munito di trincee, che aveva fatto sopra un monte chiamato nel paese la Montagnola, e che sta a sopracapo della città. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin da principio del novantasei dal direttorio, aveva spacciatamente comandato, che posti sui carri gli arredi, e le reliquie più preziose, s'indirizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinque mila soldati, e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani, ed ai Polacchi, andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificj. Fu debole la difesa; perchè i soldati di Colli spaventati dalla rotta precedente si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona, e la cittadella. Se ne impadronivano i repubblicani. Il generale della chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, andava a porre il campo tra Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato d'Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria, venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard, e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Anzi sapendo quanta efficacia abbia a legare gli animi degli uomini l'umanità, usava un atto molto pietoso verso i preti di Francia fuorusciti, che nello stato Romano si erano ricoverati: comandava, vivessero sicuri, dessero loro i conventi il vitto, e quindici lire al mese pel vestito, risoluzione degna di grandissima commendazione. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.

Andando tanto impetuosamente in precipizio lo stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Rammentavano i tempi antichi sotto Attila, i moderni sotto Borbone. Già pareva ai Romani, che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco, per opera di coloro che dai pulpiti, e dai più secreti luoghi erano stati, quai barbari, rappresentati. Nè il romore che si udiva continuo, nè lo scompiglio che si vedeva, erano fatti per riconfortare gli spiriti. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa a Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. I religiosi, sì secolari che regolari, erano presi di spavento; ne erano piene le strade; chi verso Terracina, chi verso Firenze, chi alle montagne si ritirava. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano, ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di avergli uditi, e chi di avergli veduti. Raddoppiavansi le grida, il terrore, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno, che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse. S'aggiungeva, che il papa medesimo s'apprestava a partir per Terracina; il che era agli occhi dei popoli spaventati segno d'eccidio imminente, presagio che Dio già abbandonasse, e già portasse altrove quella veneranda sede di Pietro apostolo.

In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Francesi a volontà loro correre per tutto lo stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione, se non di piegarsi a quella necessità, che o sdegno di Dio, o malvagità degli uomini aveva apprestato. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni, che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alle consuetudini della chiesa; nè mai volle scemare, o a se od agli oracoli suoi, con pusillanimi e disonorevoli ritrattazioni quella fede, e quella dignità che pretendeva a tutte le cose sue, e che erano il fondamento principale della grandezza della Romana chiesa. Così in quest'ultimo urto di fortuna fortemente resisteva. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città, alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica veduto molto volentieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Scrivessegli, deliberarono, richiedendolo della pace, e del trattare umanamente Roma desolata. Spacciarono anche incontanente a Napoli, a Parma, al ministro Azara, perchè intercedessero. Facevano i pregati intercessori l'ufficio; furono uditi benignamente; soprastava la risposta al cardinale. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati al generale, il cardinale Mattei, monsignor Galoppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione, e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriero portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo, questa fu la prima consolazione di Roma. Avute le novelle, viaggiavano più confidentemente verso Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. S'incontravano al terminarsi della via Flaminia coll'antiguardo repubblicano, in cui erano e Francesi ed Italiani. Maravigliavansi i repubblicani al vedere quelle vecchie fogge d'abiti e di carrozze, che per loro erano nuove, e se ne muovevano a riso. Arrivavano i legati a Tolentino: accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda, che oggimai non aveva più in se difficoltà d'importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio nel temporale, essendo già posto tutto in balìa del vincitore. Sospese intanto per volontà del generalissimo le offese, visitavano Victor e Lannes, prima i campi del Trasimeno, poi le grandezze di Roma. Gli guardava curiosamente il popolo; gli accoglieva molto umanamente il pontefice.

Si concludeva il giorno diecinove febbrajo a Tolentino il trattato di pace fra il papa, e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi, a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Francesi; al cedere alla Francia Avignone, il Contado, e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiciali alla religione cattolica; al consentire, che la città, la cittadella, ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero ia mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Francesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti, cinque in diamanti, fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali, ed altri animali dello stato della chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disappruovare l'uccisione di Basseville, ed al pagare per ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecentomila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di stato; a restituire ai Francesi la scuola delle arti in Roma: volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui, e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.

Così finiva la Romana guerra. Nei capitoli della pace si vede, che se il papa restò di sotto per denari e per territorj, furono vantaggiate le condizioni attinenti alle materie religiose; perchè furono cassi dal trattato i capitoli delle disdette, delle rivocazioni, e delle ritrattazioni, che il direttorio aveva voluto imporre al pontefice, e che erano stati la cagione del rifiuto e della guerra. Intanto, per pagar la taglia, si richiedevano a Roma gli ori e gli argenti, sì dei religiosi che dei laici, e vi si facevano accatti rovinosi.

Il generale invitto, domati i grandi, volle far mostra di rispettare ed onorare i piccoli, o fosse in lui nuova spezie d'ambizione, o qualche radice di affetto buono. Pure riuscì la cosa troppo magnifica per non esser perniziosa tentazione ai modesti. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro addì sette febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica francese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà, ma pur finalmente il popolo francese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i propri interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato: venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti Austriaci, recatovi la libertà, acquistatovi gloria immortale quasi fin sotto agli occhi della Sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare pertanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli, ma vivessero sicuri, che Francia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo territorj di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare, e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè so perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare, erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica, che era vissa sì lunga età innocente, e pura da quel d'altrui. L'ingiustizia e la rapina erano cose ignote per lei. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.

Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volentieri, accetterebbe anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorj contento agli antichi, non volerne nuovi: solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu, che i cannoni non furono dati, e che non si parlò più di San Marino; ciò successe molto prosperamente per lui. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini senza vantargli, il che è meglio che il vantargli senza rispettargli; continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti, e la licenza dei popoli e dei soldati.

Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo stato ecclesiastico; poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese, perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.

Fine del Tomo II.

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