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Spiritismo?

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Reading edition

Il giorno di domenica in cui tutti andavano ad ascoltare la spiegazione delle leggi (che chi era più valente veniva chiamato a scolpirle) dovevano ad uno ad uno ripetere la stessa spiegazione fatta dal magistrato; e chi per malizia o per stupidaggine non sapeva ripeterla, veniva posto in carcere, assoggettato[22] a molti supplizii finchè non la imparava[23], affinchè, commesso qualche delitto, non potesse nè dire di non aver veduto le leggi, nè averle comprese nel punto della condanna.

Tutto andava bene e i funerali si facevano[24] decentemente, giacchè la camera ove moriva un figlio o un parente non doveva più essere abitata[25] perchè quelli dovevano colà fare le loro occulte passeggiate[26] le loro[27] faccende, che vedere gente viva era il loro inferno[28].

Tutti i giovani adulti venivano istruiti nel modo di combattere tra loro; e per bene esercitarli, li mandavano nei boschi, e chi portava più animali feroci uccisi di sua mano diventava[29] il capo squadra, il comandante della brigata. Ma però tutti i vecchi, e i maturi, sì uomini che donne, in quegli antri godevano il calore del fuoco che con i loro combustibili accendevano.

Or avvenne che quantunque i più ricchi avessero migliaia[30] di buchi, ossia camere, per la lunghezza del tempo trascorso e per la quantità dei parenti morti, dovettero tutti rimanere all'aria aperta[31] finchè non si scavavano[32] le nuove abitazioni. Ma siccome questo accadde in tempo d'inverno, molti cittadini perivano per infortunio e ciò portò un gran lamento nel regno. Laonde la maggioranza andò dal re a chiedere un espediente migliore. Il re, che pure era accomodato tra la paglia e la legna dei suoi sudditi, pensò di far interrogare l'oracolo per conoscere il perchè di quel freddo e di quel vento impetuoso mandato dal Nume. Il sacerdote rispose che dovevano tutti[33] pregare di cuore. E siccome la gente è stata sempre a un medesimo modo, come ai dì nostri, pregavano più per il bisogno che per altro, dicendo quattro parole alla meglio[34]. Il freddo non terminava, ma diventava di giorno in giorno, maggiore. Si consultò di nuovo l'oracolo e questo[35] rispose: che il Dio si era compiaciuto, ma che i Venti e il Freddo gli avevano strappato dalle mani le redini e volevano divertirsi; quindi potevano, se ne avevano l'abilità[36], farli allontanare mediante un combattimento.

Tutti subito, quasi disperati pei brividi e raffreddori, chè il vento aveva fatto diventare i loro occhi fontane di lagrime e i nasi ammalati cento volte più grossi, si preparavano alla pugna. Ecco un affrettamento di accumular provvigioni; chi fabbrica armi chi taglia vestimenti, chi addestra i più forti nel[37] modo di battersi. In pochi anni tutto fu allestito[38]. Il re ordinò ad un drappello dei più valorosi vestiti di calde lane di prender l'ala sinistra che il Vento aveva scelto come un punto più comodo; un altro drappello mandò nel centro per impedire il varco al Freddo mediante certi incendii preparati per bruciarlo.

Al terzo drappello, in cui tutti erano coperti di vestiti invulnerabili, fu imposto di affrontare i turbini e le tempeste. E già tutti hanno preso le loro posizioni, tutti stanno in atto di battersi al primo soffio del Vento, colle micce in mano (pronte) a dar fuoco.

Il Vento, più malizioso di essi, ordì il modo di farli tutti perire. E fintosi un leggiero Zefiretto, soffiando basso[39] gli si porta vicino per un trattato di pace. Un'auretta soave quasi imbeve di sonno piacevole tutti i soldati, che lasciano le armi. Intanto si fanno gli accordi; e mentre il Re dava gli ordini di ritirarsi in città perchè il Vento si era già arreso a quello spettacolo di così grandi forze, ecco un forte rumore. I soldati sentonsi scuotere le gambe. Era il Vento che tornava ad imperversare. Un freddo nelle loro membra si diffuse che faceva gelare il sangue. Da un'esplosione freddo-ventosa vennero tutti trasportati in alto, ove il Re dei turbini sprigionava i suoi fulmini con fracasso e distruzione, e poi stramazzati a terra ove furono pasto dei vermi. Le case rimasero tutte inabitate. E questa fu la miseranda fine[40] di quella gente che volevano combattere coll'alto, ignorando ogni legge e dottrina. Se essi pregavano davvero, quel Dio non faceva loro toccare tal misera sorte, e rimanevano padroni crapuloni di quelle terre ove pane e frutta vennivano senza cultura, ove si menava una continua vita di cuccagna che solo la stupidaggine di quegli uomini tolse agli infelici posteri, i quali in semplice narrazione la godono.

Ma ecco una vera e propria novella, senza sottintesi, senza secondi fini, un organismo artistico compiuto in ogni sua parte. La rappresentazione è viva, efficace, e ci trasporta in epoche remotissime, fra civiltà dimenticate dalla storia che qui paion rivivere dissepolte dalle viscere di sconosciuti ipogei.

Il Re di Menefal

I.

E tu vedevi sul fare della notte che la città era in gran movimento[41]. Alti personaggi uscivano di casa di soppiatto e scappavano alla vista dei soldati di ronda che, trovatili, li avrebbero uccisi. Le figlie di Mercurio andavano attorno per le vie senz'essere vedute, e se qualche ladro ad esse si raccomandava, lo conducevano in quei posti dove avean visto mancare la guardia e abbondare il bottino. Spesso si udivano urli e lamenti. Erano di quelli che le mercurie figlie abbandonavano nell'atto del furto e che qualche bestia feroce, entrata in città colle tenebre, sbranava e divorava[42]. Intanto in tutte le case riunioni, assemblee e sacrifici. Ognuno per sè e Giove per tutti.

Prima dell'alba il re di Menefal, coperto di pelli di fiere e seguito da armati, era uscito dal suo palazzo per vedere se qualcuno dei suoi sudditi fosse andato attorno durante la notte. Cominciava a piovere. Appena percorse alcune vie, non ladri trovò, nè fiere, nè figlie di Mercurio, ma vide presentarsi davanti un mostro macchiettato di mille colori che di molti diversi animali aveva accozzate le membra. A quella vista il re si perdette di coraggio, e i suoi armati con lui. E rimasero lì senza poter fare un passo innanzi o indietro, impietrati, fino al far del giorno.

I cittadini di Menefal, giusta il loro costume, si recarono allo spuntar del sole al palazzo reale per offerirvi incensi e sacrifizi al re; ma trovarono il palazzo abbandonato come una casa desolata: e penetrativi dentro, per la prima volta, furono atterriti dalla vista di orribili armi e di sanguinosi ordigni che pendevano dalle pareti d'ogni stanza. Alla notizia di questa scoperta la gente accorreva da tutte le parti. Ma non coloro che abitavano nella via dove il re e i suoi armati eran rimasti di sasso[43] alla vista di quel mostro che non si moveva neppur esso. Quei poveri abitanti piangevano, strillavano, invocavano Giove; qualcuno disegnava col carbone quelle orride figure non mai viste.

Quando il sole fu alto, il re e i suoi armati si riscossero dal loro[44] torpore e si diressero a corsa verso il palazzo reale. Vedendoli tutti coperti di pelle, e più in sembiante di bestie che di uomini, la folla diè mano alle armi appese alle pareti e gli venne addosso: così il re di Menefal perdette la vita, ucciso dai suoi sudditi, con le sue proprie armi.

Quel mostro intanto voleva andarsene via, pei fatti suoi; ma la notizia della sua presenza si era già sparsa per la città e la folla che aveva ucciso il re già si precipitava contro di lui. Visto il pericolo quello buttò per terra le varie pelli che aveva indosso e gridò:

— Fermi! fermi![45]

— Chi sei? — domandava la folla.

— Sono il vostro Salvatore.

Vedendo quell'uomo di un colore diverso dal suo, la folla ristette.

— Vi ho liberato dal re: ho messo in cimento la mia vita.

— Giove! Giove! — gridarono tutti. — Giove è disceso sulla terra!

E lo adorarono.

II.

Quell'uomo era uno di loro; ma avendo abitato per lungo tempo in paesi lontani, il colore della sua pelle era passato dal rosso al verde. Ladro, quella notte andava attorno cercando di fare un bel colpo. Alla vista del re, coperto anch'esso di pelli, lo aveva scambiato per uno del suo mestiere e si era fermato, non senza un po' di timore che non fosse una fiera.

La cosa gli era andata benissimo: ed ora viveva in mezzo a grandi tesori adorato e temuto.

Era costume in Menefal di celebrare una festa in onore di quel Dio, rivolgendo le acque del fiume Mela verso la città e facendole passare in mezzo al gran tempio ove il Dio doveva benedirle prima che irrigassero e inondassero i campi.

Le acque già avevano invaso il canale in mezzo al tempio, e Giove tratteneva col braccio l'ordigno che moderava l'impeto di esse. La cerimonia doveva eseguirsi a porte chiuse e il popolo era in gran parte affollato sull'argine. Il Dio sedeva in alto circondato dai sacerdoti, coperto di ricchissime vesti.

Prima della cerimonia una deputazione eletta dal popolo doveva verificare[46] se Giove era tuttavia in terra, o pure erasene tornato in cielo. Ora, sia pel tempo trascorso, sia per l'umidità prodotta dalle acque vicine, il volto del Dio aveva perduto il suo colore verde ed era tornato rosso come quello di tutti i suoi concittadini. Vedendo questo, la Deputazione del popolo entrò in sospetto che i sacerdoti non avessero ucciso Giove per mettere qualcuno di loro al suo posto. Esaminò Giove attentamente e si convinse che il Dio era diventato un uomo al pari di loro; allora cominciò ad urlare!

Giove, vista la mala parata, disse tra sè:

— Chi è più forte, si salvi!

Lasciato andare l'ordigno che frenava l'impeto delle acque[47], si precipitò nel canale, nuotando contro la corrente, e uscì fuori.

Quelli che erano dentro il tempio perirono miseramente affogati, tutti, giovani, vecchi, donne e fanciulli.

Ma neppur Giove sì salvò. I contadini che stavano fuori colle zappe aspettando le acque benedette, vistolo scappare, temettero che volesse abbandonarli. Allora lo sforzarono a tornare addietro. In quel punto l'impeto delle acque ruppe la resistenza delle porte del tempio e la campagna fu inondata.

Perirono tutti, e Giove con essi.

Che desolazione!

Ora regna dappertutto un silenzio di morte, rotto soltanto dal monotono scorrere delle acque del fiume.

Oh, ti confesso, caro Farina, che questa storia del Re di Menefal mi parrebbe sempre una bella cosa, anche se non sapessi che fu scritta currenti calamo, in due volte, e senza mettervi nulla del suo, da un giovinetto di nessuna cultura; il quale, dopo, non è mai stato più capace di comporre nulla di simile! Oggi il signor Fortunato Albertini, che si è fatto un bel pezzo di giovane, alto, robusto, pieno di salute, stimerebbe una vera disgrazia la ricomparsa della sua medianità di cui mostrava prima tanto piacere. La coincidenza, senza dubbio, accidentale, del ripetuto manifestarsi di essa con luttuosi avvenimenti domestici, gli ha messo nell'animo una quasi superstiziosa avversione perfino contro quei suoi giovanili quaderni di spiritiche leggende e novelle. E se n'è disfatto, regalandomeli; io gliene sono gratissimo.

Qui terminerebbe questa forse troppo lunga storia del processo di formazione del mio problema, se non avessi la buona fortuna di poter aggiungere altri e, certamente, più ammirabili documenti, cioè alcuni di quegli scritti accennati nella lettera del mio anonimo corrispondente fiorentino.

Toccano essi una cima così eccelsa di concezione e di fattura, che farebbero subito nascere il sospetto di una qualche mistificazione letteraria, se io non potessi dire in pubblico il nome del medium che li ha scritti e così tagliar corto su ogni dubbiezza.

Il giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizii del corpo che alle agilità della mente, piuttosto desideroso di divertimenti, di gite all'aria aperta, di guidare un cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, e che, pur fumando una sigaretta, discorrendo di cose quasi puerili, coi presenti e talvolta anche sbadigliando scrive, scrive, scrive, pel solo misterioso impulso che gli move il braccio; quel giovanetto, di cui parlava il mio corrispondente fiorentino, si chiama Eduardo Gordigiani.

Non ti ho già detto che si trattava di persona della cui lealtà e buona fede non è possibile dubbitare? E avrei dovuto meglio dire: persone; giacchè nessuno sospetterà mai che quel valente artista del prof. Gordigiani, conosciutissimo in Firenze e fuori, e la signora Gabriella, sua egregia consorte, abbiano voluto farsi complici di una soperchieria del loro figliuolo, o che siano ingannati anch'essi e involontarii ingannatori. La loro perfetta buona fede parrà patentissima quando avrò aggiunto questo: essi mi hanno gentilmente accordato il permesso di pubblicare i documenti da me scelti fra i tanti posti a mia disposizione, quantunque non ignorassero che lo scopo del mio lavoro andava poco di accordo colle loro profonde convinzioni, e quantunque il rumore della pubblicità sia contrario alle loro abitudini e al loro modo di vedere.

Le Visioni di Fra Iacopone da Todi, scritte con medianità meccanica dal giovine Gordigiani, sono dieci finora. Ne scelgo la terza, la sesta, la settima e la ottava, e metto a piè di pagina le spiegazioni dei punti più oscuri, ottenute anch'esse collo stesso mezzo.

Qui il misticismo religioso regna da padrone assoluto, e l'ebbrezza della povertà, rivelata al medio evo dal poverello di Assisi, vi si effonde in tali miraggi da far provare la vertigine delle allucinazioni e dell'estasi, da parer di vivere in un altro mondo. Infatti è proprio un altro mondo quello che qui ribolle, scoppia e spumeggia in trasporti, in slanci, in disfacimenti di spirito, in delirii divini.

Senti un po'.

VISIONE TERZA

Fuvvi un tertro a me caldamente caro, su del quale di sovente ero accarezzato da visione, ove il Signore eccelso mostraami belli quadri per li quali era consolato il mio spirito per la perduta gente[48].

Portavo meco un libro con alcune parole eterne su delle quali argomentavo.

Miserello corpo, sempre tu m'infastidisti nel compiere alcuni ufficii, ma per altro ringrazioti degli sacrificii procacciatimi.

E asceso un dì lo poggio, come di solito, feci alcuni prieghi nelle quattro direzioni del mondo per quei infelici che beveano la calda aria nel cuore quando, consimili al mio, cerchiavanmi tanti monti ove la aria penetra e imbeve dalle cellette.[49]

Lo dovere al mio Creatore fatto, mi coricai su natta cara a Dio la quale era fatta di pietre spezzate, e disposta per giaciglio, e pregai in quel tempo per coloro che si distendon sulle piume; crociai le mani sull'alvus e attesi che piovessemi luce.

E comparimmi del mio monte il pendio e vidi grande formicolar di gente le quali molte scendevan e poche salivano.

Sul mio tertro era postato un abeto grande, da parvi adornato — Frai convenienti quivi rimiravo alcuni che venivano ad istudiar li belli alberi[50] e la veduta spaziosa; altri venivano ed allacciavano[51] or l'uno albero grande, or uno più piccolo, raro apparivami un bel senex, il quale spariva nel suo proprio bagliore, onde non veniva scorto dalli circostanti, e diffilava allo albero maggiore e, chinato per toglier pietra, lentamente scalzava nel superbo fusto[52] e misurava via facendo lo percorso fatto collo[53] proprio corpo — E storiavo dinanzi ad egli e ragionavo meco che egli era di Dio, allorchè si volse ratto e fulminando dagli ogi rai, sclamò: Ho trovato dimora! e scomparve e pareami che un'ugual[54] corrente veniva da me al Santo Padre e mormoravo: Hic erit!

Mal conosceo le persone e m'accorsi che molti i quali ne venian, ritornavano giù per lo pendìo, e orrendamente gli vedevo sollazzare in recinto[55] quasi ovile, e vedevo il capo[56] accennar: sì, che si divertiano e traspariva nel dentro che non eran giunti.

Allor si fea la notte, e vidi non più persone, ma[57] solo processione di fiammelle delle quali niuna perdeo e concepii tal cosa... che veniano al tertro miscugliate; l'abbagliante e la strema fioca, l'ultima quale si arrestava al livello del culmine e prendea picciolissimo abeto e lui[58] scoteva, ma non cadea foglia veruna.

Passavalo altra fiammella men fioca e posta innanzi ad ello primo; scotea e ricogliea na foglia.

Tertia più bella luce lasciava dria questui e ricoglieva; e seguitava la processione di modo sino alle belle palle infocate che piazzavansi nel maiestoso abeto.

Da esso si partiano, in forma di raggi,[59] file di abeti li quali disminuivano di grado, tal che l'ultimo picciolo era e deforme.[60]

Tetra sendo la notte i miei smisurati si aprivan ogi e sentiami portato su' lungi da ivi sul loco di una vetta, ove apertigli, vidi Stella la quale fiochiva e accendeva secondo che uno grande diavolo, nominato Secolo primo, secondo o tertio passava e oscuriva......... e vidi da lungi la processione[61] che durava e le fiammelle deboli scendere e le fulgide sostare.

E quando sollevato no momento il guardo concepii.... scorsi una forma (indegno) ch'io confronto a mano; debolissimo appetto a ella lo fulgor celestiale. Ella forma era distesa sulla stella e concepii ancora! ma li mezzi umani non mi portano a spiegare.

Tremai di spaventoso amore tanto che dal giaciglio venni a terra, e avrei stimato riconoscenza lacerarmi per intiero — Priego non giugnea a soddisfar lo mio foco e giunsi al pendio e pensai alle anime[62] che visione facea discendere; venni dubitoso, stante ripensando che per ivi andavo alla celletta amata, non allo turboso mondo, ove il gregge sbattea nell'ovile credendo sollazzare in mia visione. Rincorato volsi oltre.

Ed ella cosa vi do in forma terrena qual'è lettura che lo spirto vuostro non giugne al sublimar della cosa.

Ti avverto essere io il miserello

JACOPO TODIANO

Qui, scendendo un po' dalle altezze mistiche, la visione rasenta la parabola.

VISIONE SESTA

Avvenne un dì ch'io fui dinanzi alli senori di giustizia tradotto per essere stimo vanerello. Li quali senori mi dissono spregievoli cose d'Iddio, per lo che io m'irai e sputai veneno; onde ordinonno alli servi di prigione. Io li rimertai, me stimando indegno di tale flagello.

Lo mio core molto balzaa nel mio dentro per gaudio, ufficio il quale pregai rimettesse ad altra fiata dicendo: L'è grande fortuna nostra, coricello mio, ma recoti sventura: lo martirio sarà debile e non di durata. — Tacquesi allora.

Non era manco chiusa la imposta ch'io mi gittai bocconi rendendo grazie alla somma boutade di Lui ed uscii a dimandare, se ella cosa era ragionevole di cognizione intorno alla mala azione delli stolti senori. Mi vennono meno i sensi, e caddi come morto.

Aliquanto spazio stetti, indi apparire una luce cui vermucolo lucente è sole. — Poi schiantossi la nube tutta e in nello buio venire oltre me na meschina bestia, la quale parve ai miei ogi ciuccio di color molto splendente.

Eragli in groppa no buio uomo che pareami di molto brutto; e diretro lo ciuccio e lo uomo altri piedavano a lui in bruttezza simili, e veniano per lo cammino finchè giunsono a uno fossato cavato dinanzi me largo e profondo.

E fummi giudicato lo animale condurre lui lo uomo; e dubitando quale sia cosa farebbono tanto che lo mio volere sarebbe di dir loro: arresta! arresta!

Ma la favella non potea dir, ond'io tacqui, e che vidi? Lo meschino ciuccio s'era sosto come di convenienza, ma lo conduttore pingea la bestia siffattamente da gittarla entro, ed ella non puntaa li piedi ma stava.

E colui di gridare aiuto al riuscimento; e vennono, e feciono, ma la bestia non rimosse.

Poi di grado bruniro le nebbie e scomparimmi alla vista la scena mala e stolta.

Ma io non entravo, onde alzando gli ogi ver le nubi vid'io scritto:

«L'uomo senza Dio è cieco!»

E concepii e fui pieno.

Entrate anco voi, miei belli, e niuna cosa di mondo saravvi pungolo se certi vi farete della maestà di detta scrittura.

Disse JACOBUS

Ma ecco che il misticismo riprende il suo volo! Si pena a tenergli dietro.

VISIONE SETTIMA

Fieriva lo verno, aliquando di Diruta venio pedestramente allo Todi mio, lo quale per lo amore che portaali tiraami forte. Endo adunque velocemente in direzione di elio, ecco trovar no meschino ch'io non rifiguravo, involto nelli luridissimi panni sui, e di quivi vecchio fiato uscirne lo quale così favellommi: «Potente, io son meschino, di lui pietà abbi.»

E dette parole non fur pronunziate facilmente ma in modo serafico di vecchio; tanto che volendo lor iscrollar nol potei, ma passati li miei belli abbigli entroronmi nello cuore e si stanziarono ivi, cotalchè io voleva lo mio cammino proseguire, e staffe mi diceano che no.

E lo serafico povero schiamazzava da lungi e trafiggeami continovamente, tanto che fu mestiere ch'i' sostassi.

E lo mio spirto ribelle e schifo che facea? lottava forte con le parole seggiate in nello mio core e ripetuto dicea: «Vattene» e queste di restare, e supplicare per più di pace e acconsentimento.

Superbioso allor udialo dir: «Sia lo tuo desire compiuto, riconducoti allo tuo sito, ma tel dico, non più m'infastidiar, ivi lascerotti!»

Ed ecco le staffe di virar e portar di bel nuovo lo perverso sino allo senex piagnucoloso.

E suggerimmi dimonio: «Sullo scorpioso volto sputa e spregia.» E parole di risonar uscendo dallo core e dire: «Non così sia.»

E il senex: «Potente io son meschino, fammi risonar moneta!» E sì potente lo braccio venia allo scuffio che volendolo ritrarre insistea, ed egli vinse, e risuonò moneta.

E parole di uscir, forte gridando al malvagioso spirto: «Dio te dia pace, e rimeriti. Addio, addio!»

O che restommi in cor quando mi dipartio? «Potente, io son meschino,» e ratti di fissar (costretti) gli ogi lo lurido abbiglio, e volendo ellino ritrarre, sentii che chiodati erano, ed ero sosto venti gambate lungi.

Ogi, ogi, sì potenti siete? Che allo chiodamento giugnereste lo alterio? Me par così; che dopo poco novellamente faceami ombra lo schifo.... amato! Sì, così io dico, che non mi parea più lordo... E testa mia ove gisti? Gisti corporalmente carezzar fortemente terra tua madre, e lo compagno spirto lasciotti.

Voglimi permettere che te lasci riposar, e di retro vada allo tuo frater.

Ei vide uno palagio bello[63] che su nugole basaa, e molto era alto: e meglio lui mirando vidi che due alati erano li suoi custodi: diretro, sovra ed alli lati grandi erano gli alati. Per poco agio ebbi di miralli, tanto fulgidi si erano.

Ogi miei, vedeste vui bene che lo palagio si[64] bellamente si penzolava che ne ero stupido, e si sovente il ripetea che lo aere ne era isgraffiato? Benedicilo rimembranza di ello, e fai che ti veggia si bene che io t'esponga sulla pecora bianca ad onore di te Eterno Iddio e vieni palagio! Non fusse altro che lo contenuto che tu habbi, io ti lorderei se di te parlassi.

O contenuto vieni fuora, si che mirandoti osi specificarti!

Da' magnifici gradini donna venìa, pomposamente vestita[65]; e non si tosto gli alati vennono dallo balsamo di te presi e fasciati, si buttorno in terra,[66] (che così io vidi) e tu, farfalla, proseguisti su di ellino quale pedana di virtute d'onde ti conducesti all'aperto, e le nubi di calor e lo cielo tremar armonie. Spirito, veggesti tu?

Che disse bocca di gridare? Oreglie udirno lo sonoro rumor? Ogi non si cecaro?

Dio era! e tu vegliasti alla scena stupenda, spettator iniquo? Ove tu trovasti mani a por sugli ogi?

Ecco, tu loro togli, e miri lo sito del palagio a cercar la bella persona, e nebbie erano che coronavano lo loco di amore, per lo quale tuttavia conservo ricordanza stupenda.

Nebbie celatorie, io amo or voi, benchè crudeli fuste, e domandavo di ardore pieno di rivegger la bella persona.

Ed ecco che, serve di ubbidienza, le nubi di squarciar, ed Ella apparir non sontuosa giammai,[67] ma lurida vestita; e, pietoso ciel! quanto mi deste forza a non indietreggiar, che la bella mia fidanzata venia, aperti i membri bracci, e non movea di lisca, che sprazzava meglio che non bragia percotuta. Ed io miravo, udio come uomo che ogi non ha e nemmen oreglie.

Ecco Ella voltarsi e cennar, e non venire ma comparirmi uno uomo molto bello e giovane, e donna di fissarlo.

Solo lo spirto libero può provar cose tali; come sola terra a fiamma resiste. Lo apparito divenire lurido, di pulcro orrido.

Ei piegò i genui, e donna maiestosamente avanza ver ello. Spalle felici e testa pure, vui primiere tocche fusti, e tu seconda chiovata dalle labbra di lei! Ed io di avanzar di molto pauroso e chieder lo bello dono. E..... mi cennò, ed io andai e fui tocco e dalle braccia e dalle labbra.

Stante felice, che non durasti! Ed Ella che or chiamerò Povertà, sfumò, e lo giovane, (che fisso per seguace di lei) seguilla.

Addio Visione! tu te ne ivi, e tornavo alla bestial dimora, quando femmina m'apparia[68], intoppo lei copria qual monaci e monachelle usan portar. Cenno mi fè colle digita ver lo cielo, in mia vision stellato, e ricogliei lo bacio che gittavami.

Addio Visione! io torno alla mia bestia, ed ecco che in ella entrato, facciomi alle buche ogi, e miro lo vecchio piagnucolante chino sullo corpo mio, spento il quale credea, ed or: — Fratello, che ti avvenne? — Ed io a lui: — Cotale una cosa mi avvenne, onde dotti lo mio abbiglio bello e lo tuo molto schifo prendo, che ho mutato stile, addovendo ire a mia sirocchia Povertà, poscia che ella mi ha chiamato.

Allor fu visto Mastro Jacopone gir per le vie non più di cremisino adorno, ma meglio di color marroncello tirante.

E ciò altra cagion non ebbe se non lo volere d'Iddio, che così volle e fece.

JACOBUS

Ora la visione scaturisce da umile fonte, da un aneddoto; e con tale schiettezza, che la figura di quel Messer Ambrogiotto si disegna parlante sotto gli occhi.

VISIONE OTTAVA

Di una domanda oscura, la quale non potendo capire, ottenni per ella visione che mi pagò.

Egli avvenne che una sera, endo io per Todi mio, essendo lo tempo pluvioso e preparando burrasca, tutti ritiravansi gli onesti cittadini in dimore loro.

Allo scopo di gloriare Iddio e la mia bestia martorare mi rimanei allo scoverto a toccare la pluvia; ed ecco uno uomo, già mio intimo, dissemi: — «Mastro Iacopone, vo' siete stolto assai.» — Dissi lui che di ciò non dubitavo, ed egli: — «Via ditemi messere povero, non bramerebbe meglio Iddio che voi adoperaste lo intelletto ad illuminare ed aitare l'umanità, in luogo tutto di far per vui?»

Io mi rimasi come colui che non ha risposta e dissi lui: «Messer Ambrogiotto, che Dio benedica, gli è forse vero!»

Ed ello toccandomi spalla, issene con le parole: — «Adoperatevi in utile cosa.»

Colà mi rimasi che non habeo altrimenti fiato; indi con adagiatura, obbedendo forse senza saperlo allo mio amico, ero inviato verso casa.

Nello tempo che camminavo la strada, vennemi cogitazione, la quale si era: habere visione, grazia la quale erasi ripetuta già. Ed allora fui ratto in ispirito, che non ero ancora entro in dimora.

Io vidi lungo pantano[69] entro lo quale batteansi di molte anime, le quali di molto sfavellavano; presomi freddo per le loro parole, fui ratto più elevato e vidi.... una lunga fila di uomini luminosi, li quali, endo su pedana di angeli, traevano seco loro e diretro chi dua chi dieci ispiriti habenti diversità di luce.

Seggiuti sovra[70] umilissimi servi angeli e da loro condutti per lo aere, vid'io ispiriti lordissimi di corpo e vestimenta, di volto angelichissimo, li quali non possedevano però luce maiora degli alteri a disotto.

Ivano li beati sulla fila di angeli e di nugole luminose; molto però faticavo in visione di loro; ma ecco che venuti al paragone estremo, spiccare volo altissimo gli uni li quali si erano li sucidi; magni addivennero li più bassi; cotalchè nelle smisurate braccia accolsero quei che erano loro seguito e seco volaro.

Nel tempo che tutti erano scomparsi e addivenuti stelle lucenti nello alto dello cielo, comparimmi agnolo così dicentemi: — «Or tu desideroso di cognizioni, apprendi come vanno nello cielo entrambi, e colui che ammaestra i popoli e lo custode unico di se. Or mi segui e vedrai.

Abbracciommi lo beato, e lo dolce amplesso caldo e molle di sue ali provai per alcun tempo, nello mentre che spaziava le infinite miglia! Tirommi poi fuora; mostrommi e vidi....! ma come mostrerò io e dirò io a vui?

Luce regnava maestra nello loco di Iddio!....

Quando fiatossi vista mia alla stupendezza, vidi gruppi di ispiriti li quali conversavano e mi pareano beati; ma non entravo, tanto mente mia era sconfitta. Poi dissemi lo agnolo, allo ricordo del quale visibilio tutt'ora: «apprendi come chi insegna allo mondo gode quivi, non per se solo, ma per coloro eziandio che acquistò alla beatitudine». Indi aprendo le mani, lasciommi cadere in spazio.

Soffrii per poco contrazione nel dentro la quale mi destò così tanto beato che non tenevo.

Rallegravasi meco lo tempo, lo quale era addivenuto celeste, e fuggiano in ver Assisi le nugole.

Usciano le gente di dimora, le quali aveanmi visto su soglia mia qual morto, ma non se ne premerono, stimandomi dormiente o ch'io so.

Corsi io ben ratto da Messer amico mio Ambrogiotto, lo quale desinava, e veggendomi: — «O mastro Iacopone, lo vento che conduce via le nugole, v'ha egli qui condutto?»

Al che io stimai sorridere e feci parola così: — «La istruzione vostra mi porta, la quale mi preme.»

— «Or dite» dissemi lui.

Ed io: — «Or sappiate che per la Iddio grazia ebbi risposta» — «La quale? or rammento! ben vo' dite; ed ella è? piacendovi.»

— «La è che s'i' continuassi così solo, godrei da per me; se voi acquistassi allo amore grande di Iddio, molto più godrei; onde fu giusto il vostro dicimento, faccia Iddio ch'egli abbia compimento e per voi incominci.»

Levossi allora e: «Se alla pluvia non starò, se non dormirò su fienile, habendo io donna e figli, come voi dispregiai amerovvi e stimerovvi, e tenterò imitare, come Iddio non adorai, farollo estremamente dal dì d'oggi.

Doppiamente beato uscii dopo haberlo strinto, e quei come disse, fece.

Amanti miei, Iacobus ispirito or tenta voi ridurre come messer Ambrogiotto. Incitommi a visione Ambrogiotto, or beato, vo' me incitate pure: addivenite beati.

JACOBUS

Il poter dare una così felice interpretazione artistica dei mistici rapimenti del medio-evo sarebbe certamente una stupenda prova d'ingegno, anche quando chi la facesse, non che giovanissimo e di poca cultura, fosse maturo di anni e d'intelligenza e, filologo e artista, avesse il suo medio evo e gli scrittori mistici di quell'epoca tutti sulla punta delle dita.

Ebbene; la cosa parrà più prodigiosa ancora, allorchè vedrassi lo stesso giovane medium spiccare un gran salto indietro, dal medio evo ai tempi quasi favolosi della guerra troiana o a quelli gloriosamente epici della battaglia delle Termopili; allorchè, invece delle solite amplificazioni classiche e delle vuote declamazioni di scuola, darà lunghi brani di cronache improntati da una vivissima e schietta intuizione di quei remotissimi tempi, lumeggiati con inattesa originalità di particolari e singolare efficacia di parola.

Dài per soggetto a un bravo poeta la morte di Patroclo o quella di Ettore, e le reminiscenze omeriche e virgiliane gli rifioriranno involontariamente nella immaginazione e nello stile; sarebbe anzi strano che il contrario avvenisse.

Leggi intanto questi due brani di una specie di Cronaca della guerra di Troia scritta, colla solita medianità meccanica, dal giovane Gordigiani, e rimasta disgraziatamente incompiuta.

Nella Iliade, Patroclo muore in battaglia. Appena Apollo lo spogliò delle invincibili armi di Achille,

Fra l'una e l'altra spalla lo trafisse Coll'asta, da vicin, di Panto il figlio L'audace Euforbo.

Non così audace però da potergli tener fronte.

Anzi dal corpo ricovrando il ferro Si fuggì pauroso, e nella turba Si confuse il fellon, che di Patròclo Non sostenne la vista. Da quel colpo E più dall'arte dell'avverso Dio Abbattuto l'eroe si ritirava Fra i suoi compagni ad ischivar la morte. Ed Ettore veduto il suo nemico Retrocedente e già di piaga offeso, Fra le file vicino gli si strinse, Nell'imo casso immerse l'asta e tutta Dall'altra parte riuscir la fece. Risuonò nel cadere.......

È l'idealità eroica della leggenda. Non ti parrà ora di sentire una voce umile ma verace come la testimonianza di chi ha veduto coi propri occhi?

Avvenne a Patroclo, che distendendo le vele per dar agio al vento di condurlo, mancatogli un piede cadde e di cimiero dètte, anzi a tal punto fu stordito, che fu detto e si ritenne alcun tempo per morto. Esculapio non ancora era nato, e gli convenne guarire senza verun aiuto: non però dalla parte dell'antico amico, il quale informato dell'accaduto si tolse le pesanti armature sol ritenendo la spada in cinta, e a lui sen venne a nuoto. E allo scrittore saria bello descriver il furore di lui tanto inoltrato, che traversato il braccio umido di mare, non lo potè ispegnere. Ell'era rabbia di non esser informato, unita al dolore di ciò che diguastar non si potea.

Infelicissimo! Achille mirava lo amico dolente del male, e poicchè pericolava grandemente di morte, giurò al suo Dio laro che se conservato gli fusse, ei a solo avrebbe affrontato la Troiana porta: in caso di cattivo successo avrebbe raggiunto l'estinto, cosa che gli sarebbe gradito molto.

Baciò Patroclo in fronte e si ritrasse a pregare per il riuscimento di quello che voleva conseguire.

Ma ecco Ettore che, arrampicatosi di soppiatto sulla nave, protetto dall'oscurità della notte, penetra nella cabina.

Il barbaro misnudo giunse frettoloso alla soglia di una stanzuccia, ove gemeva Patroclo, non più della ferita, ma di vedersi fermo; e febbribilmente scotea lo braccio di arma sprovvisto. Fu allora che levato in quel punto lo teneva, quando fermò lo sguardo nell'apparso: «Giugni: almeno ch'io mora di arma, non di caduta vilissima.»

Ed era spento il lume che pronunziato così ebbe.

Nella Iliade Ettore muore anche esso sul campo. Achille, nel punto di finirlo, lo schernisce e lo minaccia:

Stolto! restava sulle navi al mio Trafitto amico un vindice, di molto Più gagliardo di lui: io vi restava! Io che qui ti distesi. Or cani e corvi Te strazieranno turpamente, e quegli Avrà pomposa dagli Achei la tomba. E a lui così l'eroe languente: Achille, Per la tua vita, per le tue ginocchia, Per li tuoi genitori, io ti scongiuro Deh, non far che di belve io sia pastura Alla presenza degli Achei: ti piaccia L'oro e il bronzo accettar che il padre mio E la mia veneranda genitrice Ti daranno in gran copia, e tu lor rendi Questo mio corpo, onde l'onor del rogo Dai Teucri io m'abbia e dalle teucre donne.

Leggi la drammaticissima scena che siegue attaccando col brano precedente; par côlta sul fatto!

Barbaro! se ragionato tu avessi prima del misfatto e informato su chi operavi, noto ti sarebbe che il trucidato fu già nemico vostro, ma il più dolce e pacato.

E tremolante sulle staffe si diresse al ponte: e non fu in tempo di veder le stelle, che ombra apparia molto spiccata, non alta ma larga per molto: sostenea in membro lama scintillante di rosso porporino. Piantò il barbaro all'inaspettata venuta, e gravosa sotto la colpa chinò la fronte, come volpe cui beccar raggiugne.

«Maladrin, ove ti sei ridotto?» E silenzioso mantenendosi l'altro, continua: «Questa sia tua tomba, tu che lordata l'hai..... ma..... che mi balena l'ombra?..... Tal luogo è rubicondo: tua lama ove intrisa l'hai? Rispondi pur anco e ti faccio....[71] in eterno.» — E ratto prende il braccio dell'avvilito. «Vieni!» e lo trascina — Sia nota pria all'universa flotta la prigionia della volpe: vieni! (ripete) che l'aria intera ti conosca micidial bestia perfida, o tu sei morto!» — E vigoroso un pugno trasecolar il fece — Cade il prigione sempre muto: si rialza e tira oltre. «Malora a te!» dice il conduttore, e queste parole ultime furon men sonore, perchè pronunziate all'aperto. Unico il centro, e molti i rai eran diretti sul barbaro, e ovunque iva era seguito: onde fu la forma un circolo che attorno iva alla torre di comandamento — E giunge al cospetto di Agar, il quale studioso in se, rizzasi allo inaspettato clamore, e non sì tosto grida. «Morto costui!» al che Achille risponde: «Meglio l'ignominia innanzi a costei (morte): costei...... e non potea più dire. Troncandosi di poi: «ov'è l'amico ch'io non veggio?» e via.

Venite meco, anagnosti, e vederete ove Achille va: al luogo ove scoprì il barbaro appunto, e va più oltre: al punto ove Patroclo morto se ne stava. Ed ecco come operò. Il corpo prende, in sulle spalle il pone e se ne torna al convito ove lo posa nel mezzo, e sclama: «ecco il gallo dalla volpe ucciso».

Agar. «Dicci lo schifo tuo nome.»

Tace il prigione, cui non cocevan i rai potenti su lui indirizzati, anzi scivolavan sul suo nudo corpo quale fosse di ferro coperto: stupendo pel suo disprezzo.

Achille. «Non tu lo dirai?»

Tace.

Tutti. «Tu lo dici?»

Tace.

Achille, al beccaro: «Feriscilo!»

Un pugnale lo trafigge nel costato: spilla il sangue, e non un grido.

Achille, insistendo: «Il tuo nome!»

Tace.

Achille, al beccaro: «Feriscilo!»

Il pugnale entra.

Prigione freme e tace.

Agar ad Achille: «Non tu credi che il dirà?»

Achille. «Lo dirà».

Prigione. «Chi sa!»

Achille vuole slanciarsi sul misero, ed è trattenuto dai circostanti. E il suo magnifico corpo di uomo rassomigliava a tigre cui ferro trattiene, e anela.

Achille. «Sapran fartelo dire i figgimenti.»

Al beccaro fa segno che operi. Che si ode? Un fremito doloroso, gemiti, e debole nascere compassione che riconosciuta l'inferiorità si ritira, (sta bene, ma sta male espresso: — compassione volle farsi avanti, ma si vide debole e ritarossi ben tosto — ).

Il prigione cade, e non esala l'anima senza dir pria «E torre crudelmente le parole!» Sonorissimo segue di poi: «Ettore!»

Quale il fulmine cadendo non si tosto lo scorge il presente[72] fu la parola ripetuta dall'ecco della stanza e si stanziò si rapida negli orecchi che non la si vide — Come l'acqua in rapidissimo colle presto vassene, ma gran contento fu provato, e lo sgomento della trista operazione prese di poi il seggio.

Adunque non vi dirò della processione attorno alle mura del morto Ettore, operata da Achille — Malgrado la mia debolezza spero averete inteso Ettore da beccaro ucciso fu, e non esanime ma vivente, e scornato condotto intorno alla torre di comandamento della nave. Onore a Achille non più beccaro.

Faccio come la ape, che va da calice odoroso e flagrante di verità.

Io, narratore del tutto, salgo dell'albero maestro in sulla vetta, e poggiando la schiena contro, miro e odo — Che cosa miro? Miro a traverso l'opaco e denso velo di notte le forme delle galee nimiche che se ne tornano al lido. Odo i loro lamenti, o meglio un indistinto susurrio, e, (forse immaginazione) mi ferisce direttamente un nome: quello di Ettore! Ettore! che i figli implorano ed han lasciato: e i galeanti ripetono: Ettore!

Odo, e questo ai piedi miei, salmi recitar per un defunto, Patroclo appunto, e a questi frammiste imprecazioni e stupidamento, e pronunziato Ettore! egli, egli... Achille pronunzia: «Ettore! egli, egli!» quasi stupefatto che un nemico aborrito abbia potuto così operare sul dolcissimo amico del cor suo. Larga la scena debole il narratore.

«Core mio (prosegue Achille) tu sei intero, ed è spezzato quello di Patroclo.»

Veggo le mie piante illuminate dal basso repentinamente, e guardo giù per vedere numero di fiaccole e colla accese girare ostinatamente intorno alla nave, e cantano i salmi, Plutone! è ripetuto:

Ma questo che viene appresso è più nuovo, più originale ancora e più perfettamente greco.

Le Termopili!

Qualcuno ne ha fatto perfino della coreografia in versi; chi poi non vi ha declamato sopra?

Qui invece si narra.

Ho un grande episodio da narrarvi se tempo ti basta.

«O figli di Licurgo (grida il mio duca Leonida) chi viene alle calde porte?» Domanda, e lascia all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere.

Liscinio è accanto a me. Dai ventimila fanti molti se ne staccano, ch'io stimo a ventimila: non meno che tutti.

«Io dico (soggiunge Leonida) venire a morte!

— Venire a morte! — ripete l'eco, quasi assumesse la responsabilità di farcelo entrare ben dentro in mente.

Leonida vede alcune spalle: quindicimila volti lo guardano, quasi lui dovesse tutti consigliarli: E non cessa, ma dice: «Amate ricevere le frecce che vi renderanno meglio? Un tumulo si inalzi, e sia di prodi; chi fra questi sarà?»

Ventimila tornano a lui.

«Tutti prodi!» si grida — «Tutti prodi vi stimo, e non sareste di Sparta, l'Eurota non v'avrebbe bagnati.»

Così dispiego io. Lui dicea: «Comando che ognuno dinanzi a me passi, e non mi saluti — Sia così.»

La processione dura, e io a Liscinio nel qual tempo dico: «mezzo è il mio core, a te ho dato l'altra parte: io non te la chiedo: ma potrò io morire, potrò io battermi? dammelo, dammelo....... Non me lo dare anzi: vieni meco e vedrai il resto.»

Liscinio in braccio prendo e sono per passare di fronte a Leonida, che ben trecento sono, che dico? quattro centinaia sono scelti: non più ne vuole; pur me chiama inoltre.

E rimembro.

«Eineucalion, tu sei un bravo, (era vero!) vieni avanti..... Ma e chi è costui che porti al braccio?»

«È il mio mezzo core, rispondo.

«Vieni tu solo, che più non ne voglio: osò dirmi.

Liscinio a lui: «Debb'io restar con mezzo core?»

«Eineucalion, fatti oltre solo.»

E non mi mossi di un passo, ma Liscinio teneo tuttora.

Leonida: «Io te lo impongo.»

«Con mezzo core non posso stare a battermi.»

«Che intendi dire?»

«Se amici non hai, debb'io curarmene?»

Dura cosa è il dirlo: alla forza volle ricorrere! Ma da Liscinio mi staccai, e dissi: «Chi mi tocca, ardito lo stimerò! Solo compiango dover morire per mano amica: non speravo così.»

«Venite avanti tutt'e due; saranno qualche centinaia di nemici di più stesi morti — Val più due valorosi che uno.» E la lancia me tocca e Liscinio. E andammo e morimmo.

È semplicemente sublime!

***

Mettendoti sotto gli occhi il processo esteriore dei fatti, ho notato, via via, come in margine, quello, interiore, delle mie idee.

Non è parso anche a te di assistere al graduale svolgimento di un unico fenomeno che dalla semplice sensazione passato ad invadere l'immaginazione e da questo penetrato, a poco a poco, nel dominio più elevato delle facoltà della mente, vi abbia risvegliato e messo in moto energie sopite e ignorate, di miracolosa apparenza? Non ti si è presentato spontaneamente dinanzi il concetto di una strettissima analogia tra lo stato normale e l'anormale, tra il sonno e il sonnambulismo provocato, tra lo stato magnetico e lo spiritico, fra questi due e lo stato ordinario delle nostre facoltà intellettuali?

Certamente analogia non vuol dire identità; ma la differenza non può neanche significare che un fenomeno esca dal circuito dei fatti naturali tanto da doversi attribuire ad un agente fuori di noi.

La nostra ignoranza intorno alle funzioni del sistema nervoso e del sistema psichico che gli corrisponde ci impone di essere circospetti. Tu rideresti certamente di un medico che volesse attribuire i fenomeni della gran nevrosi isterica al vecchio intervento del diavolo. Le demoniache di una volta oggi non vengono più bruciate ma condotte negli ospedali o rinchiuse nelle Case di salute; e la Chiesa cattolica non fiata. Tu rideresti egualmente del tuo medico se ricorresse all'azione di forze ignote, tutt'altre che quelle del magnetizzatore e della magnetizzata, per spiegarti i fenomeni sorprendentissimi del sonnambulismo provocato. O perchè, domando io, non dobbiamo trattare alla stessa stregua coloro che, pur riconoscendo gl'intimissimi legami tra il sonnambulismo provocato e i fenomeni dello spiritismo, s'inalberano poi all'ipotesi che questi, con la loro base anzi radice in quegli altri, possano esserne semplicemente una varietà, sebbene molto distinta e più straordinaria?

Ammettendo che la scienza, o meglio, che certi scienziati si siano affrettati a conchiudere troppo presto colle loro recise negazioni, non devesi pure ammettere che gli spiritualisti e i credenti spiritisti si siano affrettati troppo presto anch'essi conchiudendo affermativamente? A me pare di sì.

E mi pare più giusto il convenire che con tutto il meraviglioso progresso delle nostre cognizioni positive, nel presente anno di grazia mille ottocento ottantaquattro, noi ci troviamo, di faccia a molti fenomeni naturali, nella stessissima condizione dei poveri selvaggi al cospetto di altri fenomeni spiegabilissimi per noi e per essi ancora un mistero. Però noi, selvaggi della civiltà, ammaestrati dalla storia, dovremmo condurci assai diversamente di quelle misere creature poste dalla loro cattiva sorte nei più bassi gradini della gran scala umana. Invece, forse per una severa legge dello spirito, procediamo alla stessa guisa.

Inoltre, siamo avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati; tanto i materialisti presi dalla paura di vedersi forzati, dai fatti, ad ammettere l'esistenza di un qualcosa non semplicemente materia; quanto gli spiritualisti atterriti dall'idea di veder quel qualcosa, dagli onori di puro spirito immortale, degradato alle condizioni di un che nè tutto spirito come essi l'intendono, nè tutto materia come l'intendono quegli altri. E il curioso è che, stringi, stringi, nè gli uni sanno nulla di positivo, di veramente scientifico, intorno al loro spirito immortale, nè gli altri nulla di positivo, di veramente scientifico intorno alla costituzione della loro materia!

Sì, siamo ancora avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati. A seconda delle nostre idee preconcette, la verità ci fa paura e le andiamo incontro fino a un certo punto, fin dove ci torna comoda, fin dove colla nuda e cruda attestazione del fatto non ci mette alle strette di dover confessare umilmente la nostra grande ignoranza. Se così non fosse, non avremmo ora la cocciutaggine della scienza nel negare fatti evidentissimi che saltano agli occhi da ogni parte, nè l'altra di attribuire risolutamente tali fatti a cause supernaturali, come se fossero già stati esauriti tutti i possibili mezzi di esame per annodarli alla gran catena dei fenomeni del mondo inorganico e dell'organico, dato che siano due mondi e non uno solo, solissimo.

Claudio Bernard, nelle conversazioni e dalla cattedra, ripeteva sempre: un fait morbide n'est que l'exagération d'un fait normal.

Tolto via quel morbide, che qui non c'entra, non parrà ardito l'affermare che i fatti eccezionali, sorprendenti, miracolosi, siano soltanto l'esagerazione di fatti normali.

Io potrei facilmente ridurre questa lettera alle proporzioni di un grosso volume, registrando una serie di fatti autentici, indiscutibili, nei quali le ordinarie facoltà del nostro organismo sonosi elevate ad una potenza eccezionalissima, da rasentare il sonnambulismo provocato, lo spiritismo ed anche il miracolo, senza che per ciò si tratti di fenomeni precisamente magnetici, spiritici o di miracoli religiosi.

Mi contento di rimandarti a un libro curioso, divertente e scritto, nello stesso tempo, con vero intendimento scientifico. Esso non ha la stolta pretesa di aver risoluto l'intrigatissimo problema dei fenomeni spiritici; ma, senza dubbio, ha il merito di averlo proposto con coraggiosa franchezza, con ammirabile nettezza, e di aver additato la via per cui dovrà indirizzarsi la ricerca della soluzione avvenire. Esso s'intitola: Essai sur l'Humanité postume et le Spiritisme e n'è autore il signor Adolfo d'Assier, un positivista comtiano[73].

Ripeto: analogia non vuol dire identità: esagerazione già implica sproporzione di qualità e di misura. Quando la semplice sensazione magnetica invade l'immaginazione, è diventata quasi un'altra cosa; quando il fenomeno passa il limite dell'immaginazione e si accampa nelle facoltà più elevate dell'intelligenza è penetrato in una regione dove nessun fisiologo può ridurlo ad una special forma di movimento molecolare senza sconfinare dalla propria giurisdizione veramente scientifica.

Oh, non ti figurare che la mia leggerezza e la mia vanità di curioso e di dilettante siano per essere così eccessive da spingermi dentro il ginepraio di così ardui problemi.

Io aspetterò, fiducioso, come te e tutti i nostri pari, i responsi della nuova psicologia a cui lavora così tenacemente la filosofia scientifica moderna; e aspetterò che il prossimo libro del mio Pietro Siciliani contenga questo importantissimo capitolo scritto con quella serena imparzialità che gli viene dal giusto punto di vista in cui il suo positivismo critico l'ha posto, egualmente distante dalle dommatiche affermazioni dei positivisti del materialismo e dei metafisici dell'idealismo.

Intanto, nè Tu nè il Siciliani, spero, giudicherete che io vada oltre la mia ristrettissima competenza, stendendo la mano a uno solo dei tanti spinosi problemi spiritici, quello delle communicazioni in forma artistica.

Se sono arrivato al mio problema imitando il bonhomme Lafontaine, che nell'andare all'Accademia prendeva sempre la via più lunga; se ho sentito il bisogno di largamente giustificare la mia posizione di osservatore dilettante, descrivendo a grandi tratti tutto il cammino da me percorso, vuol dire che ho piena coscienza del mio limite e che non intendo passarlo.

Con le communicazioni in forma artistica mi è parso di trovarmi in casa mia, perchè i riscontri dello stato normale coll'anormale ho potuto praticarli non solamente con più faciltà ma con maggiore esattezza, il doppio esperimento essendo, in questo caso, fino a un certo punto, assolutamente personale. Avrò male apprezzato i resultati della mia piccola inchiesta? Non vorrà dir nulla. Rimarranno sempre i fatti che hanno un valore da per loro stessi.

Per ciò ho vinto la giusta repugnanza di parlare in pubblico della mia povera persona. Non si tratta, ho detto da me da me, di questioni puramente letterarie, ma di osservazioni psicologiche, di esperimenti stavo per dire in anima vili; ed ogni fenomeno umano accuratamente osservato ha molto valore per la scienza, qualunque possa essere, grande o meschino, il soggetto nel quale, per un concorso di favorevoli circostanze, è venuto a prodursi.

Così possa sembrare non senza importanza anche agli altri il conoscere qualcuno degli svariatissimi modi con cui l'interessante fenomeno della opera d'arte può manifestarsi nel mondo!

***

Per quanto sia vero che la riflessione entri oggi nell'opera di arte in maggior quantità che non pel passato, c'è sempre un punto, nell'atto della produzione, in cui la facoltà artistica agisce con completa incoscienza.

Il mestiere, il tecnicismo giova, fino a un determinato grado, nell'elaborazione della forma; la prepara, la stimola, l'agevola, la mette in moto; ma l'atto, ma il vero punto della creazione si avvolge infine, come in ogni altro fenomeno vitale, nelle misteriose oscurità dell'incoscienza.

Le preparazioni, i processi possono variare all'infinito. Tra il Balzac, per esempio, che ha bisogno di una elaborazione faticosissima e si dibatte e si contorce disperatamente nei suoi lunghi dolori del parto, tra lo Zola che architetta freddamente, matematicamente tutta la serie dei suoi lavori e un certo Salvatore Farina di nostra intima conoscenza che, preso un foglio di carta, scrive le prime righe di una novella o di un romanzo senza saper nulla intorno ai suoi personaggi e alle loro azioni e va incontro ad essi e dietro a questa, flanant, alla ventura, sicuro che le sue creature usciranno, a poco a poco, dalla loro indeterminatezza e si metteranno ad agire e a parlare con piena libertà d'arbitrio nel limpido mondo della sua fantasia, c'è, chi non lo vede? un'enormissima differenza di messa in opera e di processo. Ma nel punto culminante? Il Balzac, lo Zola e quel Salvatore Farina di nostra intima conoscenza riescono tutti e tre ad un identico resultato, riescono a quella che io chiamerò l'allucinazione artistica, alla incosciente incarnazione di un loro concetto, inesorabile analisi psicologica, legge di patologia umana, geniale benignità morale, non fa caso.

Il valore, la vitalità dell'opera di arte dipende dalla maggiore o minor preparazione tecnica che nella concezione di essa interviene. L'arte, come forma e nient'altro che forma, ha un proprio organismo che si va di giorno in giorno sviluppando in tutta la sua rigogliosa crescenza, e non sta nell'arbitrio dell'artista l'accettarne o il rifiutarne la preesistente ricchezza di forma, allo stesso modo che non sta allo scienziato l'accettare o rifiutare il materiale della scienza raccolto fino al punto in cui egli la trova. Eppure la compenetrazione di quella forma col fantasma artistico individuale, qual esso risulta dal complesso delle facoltà dell'artista, rimarrà, forse per sempre, un fenomeno inesplicabile nella sua essenza. Cessa di essere, per questo, un fenomeno normale, ordinario, naturalissimo?

Il valore, la vitalità di un'opera di arte dipende anche dalla maggiore o minor quantità di impressioni immediate che noi vi facciamo intervenire. Queste non sono, come parrebbe a prima vista, intieramente coscienti. La più gran parte, accumulate indirettamente, per la via dei sensi, nei ricettacoli nervei e psichici del nostro organismo, si svegliano, si coordinano, si fondono in uno stupendo insieme sotto il pungolo di un'eccitazione volontaria o che almeno sembra tale.

L'artista procede, in questa circostanza, come i soggetti del sonnambulismo provocato, ed ha la sua particolare allucinazione; la quale differisce dalle sonnamboliche unicamente per gradi, minimi o massimi, d'intensità e non per la intima sua natura.

Per entrare, come sogliamo dire, nella pelle del nostro personaggio noi adoperiamo ora contrazioni muscolari e isolamenti di determinate sensazioni a fine di lasciarne libere alcune altre più confacenti al nostro scopo; ora vere interruzioni o sospensioni della nostra personalità; e il Mosso potrebbe dirci l'equivalente trasformazione in calore di questi diversi movimenti. La perfetta oggettività della ben riuscita opera d'arte non ha altra origine; talchè l'artista non fotografa neppure quand'egli stesso crede di soltanto fotografare. Interpretare, integrare, compire i dati più immediati della realtà con altri più complessi accumulati nel suo organismo dalle sensazioni inavvertite e (oggi bisogna aggiungerlo) con quelli, più remoti e non meno efficaci, condensati in esso dall'eredità; ecco le operazioni concorrenti alla produzione dell'opera di arte, ed ecco la chiave di oro che può, forse, aprircene i meravigliosi segreti.

Due o trecento personaggi della Comèdie Humaine hanno tale e tanta evidenza da farli confondere affatto con quelli della vita reale. L'allucinazione dell'artista si è lì così prodigiosamente condensata e solidificata nella forma, che l'impressione della lettura non solo eguaglia l'impressione diretta ma talvolta la vince, perchè nell'opera di arte c'è come un concentramento di raggi in cui l'eccitata immaginazione dell'artista fa l'ufficio di lente.

L'allucinazione spiritica, nel produrre le communicazioni, passa gradatamente, come l'artistica, dalla quasi coscienza alla incoscienza. Infatti il giovane Albertini, dopo le prime prove, dubitava al par di me che le cose da lui scritte non fossero il resultato di un lavoro della sua mente, della sua ispirazione, come solevano dire gli antichi. E se mi si obbiettasse che questa mezza coscienza iniziale non viene avvertita egualmente da tutti i mediums scriventi, potrei rispondere che neppure tutti gli artisti sperimentano allo stesso grado quel nisus nervoso e psichico di cui poi anzi ho parlato. In grazia di una felice disposizione dell'organismo, l'eccitamento può occorrere in proporzioni minori.

L'allucinazione artistica, per la intensità e per la durata, differisce notevolmente da quella delle sonnambule e dei mediums.

Noi ignoriamo quali energie entrino più particolarmente in funzione, e in quanta misura, sia nell'una che nell'altra; ma questo non impedisce di riconoscere la identità nella differenza e la somiglianza nella diversità che corre fra le due specie di fenomeni in discorso.

Il Balzac non parlava forse dei personaggi dei suoi romanzi come di persone reali, impensierito delle difficoltà di un matrimonio, attristato da una scabrosa avventura di qualcuno di essi?

Il Dickens non scriveva al Forster: terminata la seconda parte (delle Chimes, campane) nel concepire ciò che doveva accadere nella terza ho provato tant'agitazione, tanto dolore, come se la cosa fosse stata reale, che ho dovuto chiudermi in camera per nascondere i miei poveri occhi, gonfi e rossi al punto di dover essere ridicoli?

E gli esempi potrebbero facilissimamente venir ridotti a migliaia.

Per restringermi, come mi son proposto, alla mia personale osservazione, eccoti un caso di allucinazione artistica, che chiamerò complicata perchè intrecciasi stranamente colla quasi allucinazione sonnambolica o spiritica che vogliasi dire. Questa complicazione ha poi, secondo me, impedito all'opera di arte di condensarsi nella forma e venire alla luce.

Nella Galleria dell'Accademia di San Luca in Roma c'è un ritratto d'ignota, del Van-Dick, una bella testa dalla fronte liscia, dagli occhi vivissimi, dalla carnagione bianca e fina, dalle labbra sottili e semi aperte a un sorriso. Incastrata in un gran collare di merletto, ha l'apparenza di una testa staccata dal busto messa in un vassoio di argento finissimamente cesellato. Gli scuri capelli tirati in su torreggiano sulla fronte circondati da un piccolo diadema di pietre preziose legate in oro; quattro file di perle, fermate da una borchia d'oro, con un ciondolo, le pendono sul seno.

Nell'ottobre del 1875 questo ritratto trovavasi nella prima sala, un po' in alto, accosto alla finestra, quasi di faccia all'uscio di entrata.

Ne rimasi come affascinato. Stetti a guardarlo lungamente, senza staccarne gli occhi un istante... Chi era colei? Una gran dama, di certo; si capiva dall'abbigliamento. Ma quella sua carnagione di un pallore di avorio; ma quella pelle che mi pareva mostrasse nella maturità lo stato verginale del corpo — una pelle non usata e già diventata un po' rigida —; ma quelli sguardi che si fissavano così intentamente nei miei, quasi animantisi a poco a poco, per interni fulgori prodotti dalla simpatica insistenza con cui la guardavo; ma quel mezzo sorriso, di una mitezza triste, che si accordava così bene con l'aria un po' fredda dell'aspetto; tutto, tutto mi faceva intravedere, a traverso la nebbia di due secoli, una pietosa storia di intime sofferenze, eroicamente sopportate nella glaciale solitudine del suo palazzo o del suo castello; la storia d'una passione repressa, non sapevo se per volontaria fierezza della propria condizione o per contrasti di famiglia.

E mi sentivo commosso da un compatimento grande verso quella bella figura di donna che mi pareva quasi sdegnata di vedersi lì, in mostra; offesa ogni giorno della sbadata curiosità dei visitatori, ed ora impressionata dall'insolita compassione con cui uno sconosciuto si sforzava di carpirle il più intimo segreto della sua vita.

Fantasticavo così da più di un'ora, quando il custode venne a dirmi: Signore, si chiude.

Poco dopo, all'aria aperta, tra le meraviglie del Foro inondato di sole, avevo già dimenticato quel ritratto d'ignota e la mia poetica fantasticheria.

Tornato a casa verso la mezzanotte, chiuso il portone e fatto qualche passo nell'andito, al buio, intanto che frugo in tasca per lo scatolino dei cerini, sento o mi par di sentire l'alito caldo di un respiro umano sulla guancia destra..! Accendo in fretta un fiammifero.... Non scorgo anima viva.

Rido di me stesso e comincio a montar le scale; ma, all'improvviso, eccomi assalito da un inesplicabile senso di paura... Mi sembra che una persona invisibile monti le scale dietro di me.

Questa volta non posso ridere. Salto i gradini a quattro a quattro e richiudo prestamente l'uscio, quasi volessi impedire l'entrata.... a chi? Non lo sapevo neppur io in quel momento. Se non che in camera, mi si presentava subito alla memoria quella bianca e fredda figura d'ignota dipinta dal Van-Dick.

— Un bel soggetto di novella fantastica! pensavo nello spogliarmi per andar a letto.

E la tela di essa mi si spiegava nell'immaginazione coi più minuti particolari: la visita all'Accademia; la sensazione del soffio caldo sulla faccia provata nell'andito, al buio; poi l'apparizione, da prima indistinta, indi un po' più chiara, sebbene sempre vaporosa, dell'Ignota che veniva per ringraziarmi di quel sentimento di simpatia dimostratole la mattina. Avevo paura; non osavo risponderle. Dopo, la paura gradatamente diminuiva; la figura di lei diventava sempre più visibile. E la sera tornavo a casa più presto per rivederla, per intrattenermi con lei....

— Sì, un bel soggetto di novella fantastica!... Ma la chiusa?

Non la trovavo. E mi addormentai nel cercarla.

Durante la giornata, distratto dagli affari, non mi rammentavo più della Ignota, nè del soggetto del mio lavoro; ma ogni notte, appena entrato in camera, la fantasticata allucinazione della novella diventava quasi una realtà. Sentivo in quello stanzone di via Ripetta la presenza della Ignota. Negli angoli dove l'ombra era più densa, la figura di lei mi pareva si disegnasse ondeggiante, come formata da una leggierissima nebbiolina azzurrognola.

Per qualche momento avevo paura, proprio paura.... (Una notte ci mancò poco non andassi di là, a svegliare Ulisse Barbieri che forse sognava un dramma sanguinoso o una ricca caccia colla civetta pel giorno seguente)... poi riprendevo il tessuto della mia novella, dal punto dove l'avevo lasciato la sera avanti.

.... La Ignota mi parlava con tenerezza sempre crescente. La sua gratitudine era già diventata amore bell'e buono e non me lo nascondeva. Però quel mio terrore di lei la rendeva molto triste: Ah! il mondo di là non era poi così distaccato da questo dov'ella aveva tanto sofferto e pianto, amante non riamata! Perchè dunque la facevo soffrire di nuovo con quel mio puerile terrore? Perchè non la riamavo un pochino?... Le rispondevo di sì; ma ella mi leggeva nell'animo la mia forte repugnanza per l'affetto di una morta, di uno spirito! E intanto l'apparizione si condensava maggiormente. Sentivo la sua mano posarsi sulla mia colla leggerezza di una piuma di cigno: sentivo le sue labbra sfiorare tiepide le mie, con una sensazione ineffabile di dolcissimo ribrezzo...

— Un bel soggetto di novella fantastica! Sì... Ma la chiusa? La catastrofe?

E mi addormentavo nel cercarla.

E così ogni notte, da capo, vivevo per qualche mezz'ora in uno stato strano, nè di completa realtà nè di allucinazione completa; talchè, a volte, non sapevo più distinguere se fosse l'idea della mia novella che mi producesse quella piccola allucinazione, o se quell'idea fosse la semplice sensazione di un fatto a cui io assistevo, spettatore ed attore nel punto stesso.

— Ma la chiusa? la chiusa?

.... Cominciavo ad assuefarmi. Quella relazione con un essere oltremondano aveva un tal fascino che io non sapevo più resisterle. Però ella mi appariva, di volta in volta, più mesta, d'una mestizia di profonda rassegnazione: Neppur dopo morta doveva essere amata! — Ora potevo proprio stringerla fra le mie braccia. Non l'avrei distinta da un corpo di donna vivente senza la sua estrema leggerezza; ma i suoi baci li provavo caldi sulle labbra, e la sua voce non mi arrivava più all'orecchio così fioca come se giungesse da immensa distanza. — Perchè sei così trista? — Non mi ami!... Non puoi amarmi! — Oh, no t'inganni! Io t'amo!... T'amo!.. — Me lo dici per pietà!... Grazie! Addio, addio! Non ci vedremo più! — E, lentamente, mi svaniva tra le braccia, sorda alle mie preghiere, ora che l'amavo davvero, ora che avevo le lagrime agli occhi e sentivo lacerarmi il cuore da quell'addio!...

— Oh!... La chiusa era trovata!

Lo crederai? Questa novella non mi è riuscito di scriverla nè allora nè dopo. Tutte le volte che l'ho tentato, la forma non mi è mai parsa così leggiera, così trasparente, vorrei dire così impalpabile come la richiederebbe il soggetto.

I miei amici, Giorgio Arcoleo — in quel tempo non ancora professore di diritto costituzionale ma già facondissimo parlatore — Ruggiero Mascari — uno studente di medicina e chirurgia smarrito pei fiorenti giardini della letteratura — Francesco Giunta — un amabile scettico che, dopo aver studiato avvocatura, fa per poltroneria il professore di belle lettere molto meglio di tant'altri che vi si addicono di proposito — tutti e tre forse ricorderanno quella bella giornata autunnale passata insieme sul Vomero, all'ombra del gran pergolato, quando nel raccontare ad essi lo strano processo di formazione della mia non sapevo se novella, o allucinazione, o realtà spiritica, mi tremava, un po' dalla commozione, la voce; e volevo spiegato da loro perchè quel fantasma di donna scappasse via appena accennavo di volerlo imprigionar nella forma e renderlo visibile agli occhi altrui[74].

— Ma scrivi la tua novella proprio come l'hai raccontata! mi diceva parecchi anni dopo Enrico Nencioni ch'era stato ad ascoltarmi con grande interesse.

Inutile! Quella novella vissuta è rimasta sempre ribelle a qualunque forma letteraria, cioè superiore; e dimostra che non sempre giova l'esser pieno d'un soggetto perchè la mano risponda, come Michelangelo direbbe.

Il caso, se non m'inganno, è caratteristico molto. Le due allucinazioni, quella che ho chiamata artistica e la sonnambolica o spiritica, vi s'intrecciano ed innestano l'una nell'altra da render difficile il distinguere in qual punto la loro fusione si compia: del come non parlo.

Intanto, mentre il ricordo, l'impressione, la forma ideale della novella mi rimane tuttavia vivissima in mente, l'effetto dell'opera d'arte che provocolla oramai non è più lo stesso. Ho riveduto, dopo quasi otto anni, quel ritratto d'ignota: la magìa di esso è sparita. Forse perchè situato in un'altra stanza, con altra luce, in un posto così basso da poter essere osservato da vicino? Forse perchè lo stato dell'animo mio era, dopo otto anni, da cima a fondo mutato?

E vi ero andato a posta, una di quelle cento volte che la tentazione di scrivere la mia novella si faceva sentire più forte, e più forte, egualmente, l'impotenza di andar oltre le solite due o tre paginette di scritto! E vi ero andato, chi sa? per giovarmi della probabile spinta d'una sensazione immediata!... Ahimè, il pennello del Van-Dick non rinnovava il miracolo del 1875!

***

Avviene non di rado che l'opera d'arte sgorghi fuor dell'immaginazione così intimamente compenetrata colla forma, così completamente forma, senza preparazioni od elaborazioni di sorta, che la quasi incoscienza del lavoro diventa una piacevolissima sorpresa.

Un'incoscienza sui generis. Non c'è propriamente un vero sviluppo, una vera coordinazione, assimilazione, organizzazione di elementi personali, recenti, remoti, ereditarii; ma bensì una specie di fioritura della immaginazione nella temperatura primaverile dello spirito, sotto una luce raggiante non si sa da dove. L'analogia delle produzioni che ne risultano colle communicazioni spiritiche è spiccatissima.

Per contentare un caro bambino avevo trascritto nel novembre del 1881 una fiaba popolare, La Reginotta. E dicevo al bambino: mi ero incaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca, e non ci riuscivo. C'è voluto un anno per persuadermi che le fiabe, pari ai poemi e alle tragedie, non è possibile rifarle. — Com'è che, parecchi mesi dopo, prendevo una mattina la penna e scrivevo, di foga, un'altra fiaba tutta di mia invenzione, Spera di sole, alla quale non avevo pensato neppur un momento?

C'era una volta.... E la fiaba era venuta fuori quasi sotto dettatura; e con tal mio diletto e sorpresa che il giorno dopo, per prova, ripreso quel quaderno, volli persuadermi se un fenomeno letterario così insolito per me, fosse tornato a ripetersi.

Tu sai che io amo rimugginare lungamente un'opera d'arte, per averla nettissima nel cervello in ogni sua parte; in guisa che, scrivendone la prima parola, possa sapere precisamente quale dovrà esserne l'ultima. Ho sempre invidiato quei fortunati capaci di scrivere indifferentemente il quinto, l'ottavo, il decimo capitolo di un romanzo, il terzo, il quarto atto di una commedia o di un dramma, senza aver messo sulla carta una sola parola del primo capitolo o del primo atto, spesso senza neppur sapere quel che dovrebbero mettervi. La profonda convinzione che un'opera d'arte sia un organismo, non solamente m'impedisce di fare questi maravigliosi tours de force, ma mi arresta per giorni, per settimane, per mesi, dinnanzi a una parola, a un periodo non confacente a quell'insieme, ripugnante a quell'organismo. Mi è impossibile di spiccare un salto a piè pari, di lasciare una parola in bianco o un periodo provvisorio da servire intanto da addentellato. Inciampi, miserie del mestiere sconosciuti a parecchi; talvolta per ignoranza del valore di una transizione, di uno scorcio, tal'altra per una speciale agilità della mente che trova subito la correzione, la frase da sostituire, o gira la posizione con felice prontezza di tattica.

Perciò io assistevo a quella inattesa fioritura di fiabe come ad uno spettacolo fuori di me. Appena scritte le sacramentali parole di uso:

C'era una volta..... i miei fantastici personaggi si mettevano in moto, s'impigliavano allegramente in quelle loro intricatissime avventure senza che io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per nulla.

Spesso mi andavo domandando, con curiosità bambinesca, in che modo il Reuccio o la Reginotta se la sarebbero cavata; e quando la quasi disperata avventura si snodava felicemente e il Reuccio trionfava, e la Reginotta otteneva il suo intento, ridevo di cuore e battevo le mani: brava la Reginotta, bravo il Reuccio!

Vissi più settimane soltanto con essi (coi personaggi delle mie fiabe) ingenuamente, come non credevo potesse mai accadere a chi è già convinto che la realtà sia il vero regno dell'arte. Se un importuno fosse allora venuto a parlarmi di cose serie e gravi, gli avrei risposto, senza dubbio, che avevo ben altre e più serie faccende pel capo; avevo Serpentina in pericolo, o la Reginotta che mi moriva di languore per Ranocchino, o il Re che faceva la terza prova di star sette anni alla pioggia e al sole per guadagnarsi la mano di un'adorata fanciulla.

E scrivendo così nella prefazione del mio libro non adoperavo un artificio rettorico ma dicevo la schietta verità.

Capisco bene, Amico mio, che non c'è da gridare al miracolo. Una discreta cognizione della forma artistica delle fiabe; un mediocre possesso di tutto il loro materiale spicciolo, d'altronde ristrettissimo, re, reginotte, reucci, fate, maghi, nani, lupi mannari; la speciale condizione di quel loro mondo così estraneo ad ogni legge di verosimiglianza e di logica comune; tutto contribuiva ad agevolare il mio còmpito artistico, quantunque veramente nulla sia più difficile del facile e nulla più complicato, nella esecuzione, dell'apparente semplicità in letteratura.

Ma il fatto della quasi inconscienza, ma la spontaneità del fenomeno non perde il suo valore per questo.

Il caso seguente è più complesso. La sensazione vi si trasforma lentamente in allucinazione letteraria, e nel passaggio si assimila altre consimili impressioni della realtà per poi produrre un effetto inatteso.

Si tratta d'un tale che allora stava per pubblicare un giovanile volume di novelle, dove la teorica della cristallizzazione formolata dallo Stendhal riceveva, senza che l'autore l'avesse fatto a posta, una calda riprova. Come nelle miniere di Salisburgo, il ramoscello sfrondato della realtà vi si rivestiva d'une infinité de petits cristaux mobiles et ebluissants; e l'autore, imitando i minatori di Hallein che ne manquent pas, quand il fait un beau soleil et que l'air est perfaictement sec, d'offrir de ses rameaux de diamants aux voyageurs, presentava il suo ramoscello ai lettori, invitandoli a discendere con lui nelle profonde miniere della passione amorosa.

Però, la cristallizzazione dell'ultima branca del suo ramoscello non parendogli ben riuscita, egli cercava di porvi riparo. E il caso lo servì, con uno di quegli incontri che producono il famoso coup de foudre. Il faudrait changer ce mot ridicule, dice lo Stendhal; cependant la chose existe.

«Sentivo tremare in fondo al cuore qualcosa di lei penetratovi a un tratto. Una soave commozione non provata da gran tempo mi spingeva a fantasticare un mondo di cose indefinite sulle quali sorridevano come raggi di sole i suoi begli occhi nerissimi.... Per due settimane rifeci ogni giorno i viali dei Giardini pubblici ove l'avevo incontrata. Aspettavo, delle ore, smanioso, agitato, come se le poche parole scambiate fra me e quella donna avessero avuto la magica virtù d'un violentissimo filtro, e fosse omai stretto ad essa l'intiero destino della mia vita..... Sentivo sopratutto e vedevo con lucidezza ammirabile un che misterioso da non potersi esprimere colle parole, un'emanazione fragrante del suo bellissimo corpo, un riflesso, un'essenza eterea di esso che mi accusava, dopo tanti giorni, la presenza di lei in quel posto. La sabbia dei viali ne aveva trattenuto un vestigio coll'orma dei suoi piedini; l'erba, le foglie delle piante di fiori, che attorniavano le aiuole, ne avevano rapito qualcosa ai lembi della sua veste toccati mentr'ella passava; l'aria intiera n'era impregnata; gli atomi luminosi, da lei spostati nell'andare, vibravano ancora.»

Si era messo a notare, forse per uno sfogo, queste impressioni sulla carta, certamente senza più rammentarsi dell'ultima novella del suo volume che gli pareva non armonizzasse colla intonazione delle altre; però, di mano in mano ch'egli avea proceduto in quella sincera confessione del suo peccato di pensiero, il fantasma della persona cercata con tanta smania e non più potuta rivedere gli si era confuso nella mente col fresco ricordo di un'altra persona, velando questa colla grazia gentile della sua bellissima figura. E così, fitta, per due giorni, una vera ossessione lo aveva posseduto; e la creatura della sua fantasia, più viva, più evidente d'una creatura reale, gli avea ripetuto dentro, punto per punto, coi più minuti particolari, il lungo processo d'una passione morta di sfinimento poco prima.

Col cuore sconvolto, col cervello in fiamme, egli avea lavorato dodici ore al giorno, di seguito, levandosi dal tavolino soltanto per prendere un boccone e rifarsi, con un pò di sonno, delle esauste forze; e appena scritta, con mano tremante, l'ultima parola della sua novella, era cascato colla testa sul manoscritto, mezzo svenuto; il sangue gli turbinava nel cervello, in tutta la persona.... e gli era parso di morire.

Poi si era destato da quello sbalordimento come da un grave e lungo sonno. Stretto e tormentato, per più di quindici giorni, fra i terribili artigli della sua fulminea passione, in certi momenti anche atterrito di quella implacabile violenza, si era destato sereno, tranquillo, completamente guarito. Aveva amato e posseduto, nella sua allucinazione artistica, l'adorato fantasma; e quel processo di passione così rapidamente ripetutosi nella sua immaginazione e nel suo cuore, avea prodotto gli effetti della passione reale.

Tornò ai giardini pubblici per rintracciarvi quello che già gli pareva un passato lontano. «Era la stessa stagione del nostro primo incontro; la primavera. Gli alberi ricchi di fronde; le aiuole verdi di erbe e qua e là fiorite. Il sole, prossimo al tramonto, scherzava coi raggi tra le frondi agitate dal venticello della sera.

Ahimè! Quei viali, quelle frondi, quelle aiuole non mi dicevano più nessuna delle mille celesti cose rivelatemi una volta. I zampilli mormoravano stupidamente monotoni; le acque dei laghetti e dei canali, torbide, verdastre, riflettevano gli oggetti con un tono di colorito che faceva schifo. Le rane, nascoste tra le foglie delle ninfee, gracidavano una musica degna del posto, che ora mi sembrava pretensionoso e volgare... E andando via rimuginavo:

— Ma è dunque vero che questo mondo di fuori sia una mera creazione del nostro spirito, uno scherzo, un'illusione?»

***

Lo so; questa quasi incoscienza dell'allucinazione letteraria non è la perfetta incoscienza delle sonnambule e dei mediums scriventi.

«Gli artisti, dice il Richet, per sforzi che facciano, non giungeranno mai a perdere la nozione della loro personalità; non cesseranno un istante dal distinguersi dalle loro creazioni, non dimenticheranno il loro io e, malgrado la febbre dell'ispirazione, si vedranno sempre seduti al loro tavolino occupati a fare un poema, un dramma, un romanzo[75]».

Sta bene.

Nell'obbiettivazione dei tipi, com'egli la chiama, le sonnambule non li concepiscono, li realizzano in loro. «Esse non assistono, come le allucinate, da spettatrici, alle immagini che si muovono sotto i loro occhi; somigliano piuttosto ad un attore che preso da subita follìa, scambiata colla realtà l'azione di un dramma, si credesse trasformato, corpo ed anima, nel personaggio da rappresentare[76].»

Sta benissimo. Ma la mezza allucinazione, l'allucinazione completa, l'obbiettivazione dei tipi, per quanto differentissime tra loro, sono forse così dissimili da non potersi ridurre ad uno stesso fenomeno in diversi gradi d'intensità?

Io non ti ho nascosto la mia ammirazione pei documenti che pubblico. Dubitando del mio giudizio, ho consultato e fatto consultare persone assai più competenti e più imparziali di me.

Giosuè Carducci, lette sulle bozze di stampa le Visioni di fra Iacopone, dettava a una gentile amica che gliele avea presentate in mio nome[77]:

«Di Jacopone da Todi non rimangono prose altro che tradotte dal suo latino. Difficile dunque giudicare delle prose in queste colonne rappresentate. La lirica di Jacopone è mescolata di moltissime dizioni e frasi umbre. Nulla di dialetto umbro nelle prose di queste bozze. In queste colonne, anzi, molta affettazione di prosa antica del secolo XIV, che il più delle volte non riesce bene. Ma l'invenzione delle visioni è molto felice e quasi corrispondente e in armonia ai tempi mistici.»

Alessandro di Ancona, che conosce fra Jacopone come pochissimi in Italia, non rispondeva altrimenti ad un comune amico che l'avea richiesto di un parere, e notava parecchie parole non dell'epoca: ufficio, ciuccio, puntaa li piedi, venio, portaali, tiraami lottava, fulminando, si divertiano, livello, piazzavansi, li mezzi umani.[78]

Letto l'episodio della battaglia delle Termopili, il Carducci diceva: «Anche questa volta ammiro la trovata ch'è buona, e specialmente la seconda parte è consentanea all'ambiente greco. Ma da principio c'è un lasciare all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere, che è uno stile tutto moderno e non bello. E quell'esclamare: O figli di Licurgo! per dire gli Spartani non è storico. Un antico avrebbe detto: o figli, o discendenti di Ercole. Ma tutto insieme la visione è ben trovata ed è felice specialmente l'ultima parte.»

E aggiungeva che gli pareva impossibile che un ragazzo quasi ignorante potesse scrivere a quel modo di quelle cose.

A me, invece, pare altrettanto impossibile quanto, per esempio, la trasposizione dei sensi.

Il prof. Cesare Lombroso, nello scritto da me accennato, diceva:

Non è vero che nel sonnambulismo naturale e anche nell'artificiale abbiamo dei fenomeni che escono assolutamente dalla cerchia fisiologica come la lucidità profetica per dirla in una parola, e la trasposizione dei sensi? È una domanda a cui lo scienziato accademico risponderebbe con uno di quegli accenni olimpici del capo che pei profani sono più schiaccianti di dieci dimostrazioni e di un centinaio di fatti, eppure non vogliono dir nulla.

Ma io che ho un vizio antico di non credere se non ai miei occhi e di non avere paura di affermare quello che ho veduto, le dichiaro subito che ella ha in gran parte ragione.

E qui le narrerò come io, incredulissimo fino a pochi giorni fa su tale argomento, abbia dovuto mutare di convinzione. Quell'egregio scienziato e bravo pratico e uomo di cuore (tutte cose rare a trovarsi anche divise) che è il professore Scipione Giordano mi fece conoscere or non è molto una singolare fanciulla, gentile d'aspetto come nell'anima, quattordicenne, educata all'antica in una di quelle famiglie illustri per ingegno e insieme per onestà, delle quali si va perdendo lo stampo, e che esclude già a priori ogni simulazione, ogni esagerazione. In quell'epoca e per causa della pubertà essa fu ad un tratto colpita dall'isterismo, con tutta la sua forma classica di catalessi, convulsioni, paralisi, impossibilità di deglutire e, quel che più interessa, di sonnambulismo intermittente. Durante gli accessi di questo, perdeva completamente la visione agli occhi, vedendo invece allo stesso grado d'acutezza colla punta del naso e col lobulo dell'orecchio sinistro, e distingueva non solo i colori, ma un manoscritto arrivato di fresco e i gradi del dinamometro di cui io variavo la pressione mentre i suoi occhi erano doppiamente bendati.

Curiosa era la mimica nuova con cui reagiva agli stimoli portati sopra questi che chiameremo occhi improvvisati e trasposti. Avvicinando, per esempio, un dito all'orecchio od al naso o accennando a toccarlo o, meglio ancora, facendovi con una lente lampeggiare un raggio di luce forte a distanza, fosse pure per frazione di minuto secondo, se ne risentiva vivamente e ne restava irritata: — I veùle emborgneme (volete accecarmi) gridava e scuoteva il volto come uno che sia minacciato nell'occhio e tentava afferarmi la mano; poi, con una mimica istintiva affatto nuova, come era nuovo il fenomeno, portava l'avambraccio a difendere il lobulo dell'orecchio e la pinna del naso e restava così per dieci o dodici minuti.

Anche l'olfatto aveva trasposto; chè l'ammoniaca, l'assafetida non destavano, cacciate sotto il naso, la più lieve reazione; invece anche una sostanza leggermente odorosa sotto il mento vi provocava una viva impressione ed una mimica tutta speciale. Così, se l'odore era grato sorrideva, ammiccava cogli occhi, aveva frequente il respiro; se disgustoso, portava rapidamente le mani, a quella piega del mento che era divenuta la sede dell'odore e scuoteva rapidamente la testa.

Più tardi l'olfatto si trasportò al dorso del piede; ed allora, quando un odore le spiaceva, dimenava le gambe a diritta e a sinistra, contorcendo anche tutto il corpo; quando ne godeva, restava immobile, sorridente, dava in frequenti respiri e in una leggera dilazione delle pinne nasali.

Un fatto isolato non avrebbe nessuna importanza per quanto io l'abbia ripetutamente provato e studiato. Ma esso si lega a una lunga serie di fatti del tutto analoghi. — Già nel 1808 Petetin (Electricité animale, Lyon, 1808) osservò otto donne catalettiche nelle quali i sensi esterni erano traslocati nella regione epigastrica o nelle dita delle mani e dei piedi.

Sulle prime infatti, a dir vero, tutto ciò sembra doverci trascinare nel mondo sopranaturale; eppure, pensandovi sopra, s'intravvede che una spiegazione può trovarsi di questo strano fenomeno unicamente facendo un passo indietro nella scala della creazione, tra quegli infimi animali come gli Echini, nei quali, la visione si confonde col tatto, facendo retrocedere la cerchia della sensibilità specifica, in quella generale d'onde il maggior perfezionamento degli esseri la distaccava. Il fenomeno non ci eleva al di sopra d'Adamo, ci fa discendere. Ed è naturale, trattandosi d'un fatto essenzialmente morboso, che ha tanta analogia con quella transposizione della sensibilità da uno all'altro membro collaterale del corpo che si può con un metallo provocare nelle isteriche ed è legata dunque ad un movimento molecolare.

Forse vi è qualche cosa di più; si avverte meglio lo svolgersi successivo dei fenomeni della propria nervosi, perchè nella eccitazione straordinaria dell'estasi sonnambolica noi acquistiamo una coscienza maggiore del nostro organismo, nelle cui condizioni, come nell'ingranaggio d'un orologio, stanno iscritte, in potenza, in germe, le varie successioni morbose.

A proposito di un caso consimile il Prof. Achille de Giovanni, della clinica psichiatrica di Padova, ha fatto delle belle osservazioni che potrai leggere per intiero nella Gazzetta medica italiana.[79] Per dare una scientifica spiegazione del fenomeno egli ricorre alle impressioni tattili incoscienti pregresse, coesistenti ad altrettante percezioni visive ed immagazzinate nel cervello in istato di latenza; e conchiude: «Quando penso al meraviglioso e ricchissimo lavorio di associazione ideo-sensoria, alla persistente incubazione e latenza dei fenomeni psichici e sensoriali, alla mirabile reciprocità di nessi genetici fra il cosciente e l'incosciente, dei quali fatti tutti possiamo averne prove palmari anche in grossolane osservazioni su noi stessi e sugli altri, e dei quali infine scrissero magistralmente e con indirizzo eminentemente scientifico lo Spencer, il Bain, il Taine, il Maudsley ecc. mi sento lusingato che il mio modo d'interpretazione di alcuni fenomeni psicosensori dell'ipnotismo non poggi del tutto sull'assurdo, sull'immaginoso, sul fantastico.»

È precisamente quello che vorrei dir io a proposito dei miei confronti dello stato normale della produzione letteraria coll'altro che, per intenderci, dobbiamo chiamare anormale. Siamo forse proprio sicuri che non avvenga nell'incoscienza delle communicazioni spiritiche un fatto di trasposizione intellettuale identica a quella dei sensi; e che, in date circostanze, in date condizioni, presso particolari organismi, la funzione del pensiero non si produca in tutt'altri organi che il cervello? Se la punta del naso può vedere, se il lobo dell'orecchio può leggere e distinguere i gradi del dinamometro, o le lettere maiuscole dell'ottometro (questo nel caso riferito dal prof. De Giovanni) perchè dovrà poi parerci impossibile che si pensi, mettiamo, col braccio o colla punta delle dita? Se ci pare assurdo l'attribuire a cause sovrumane i meravigliosi fenomeni dell'allucinazione, dell'obbiettivazione dei tipi della perdita del libero arbitrio, delle suggestioni che si svegliano nell'organismo dopo un lungo e determinato tratto di tempo[80], perchè dobbiamo esser ritrosi di attribuire il fenomeno della medianità scrivente (intuitiva o meccanica, non importa) a una causa perfettamente naturale cioè, niente distinta dall'umano organismo?

Noi cominciamo appena ora ad intravedere i portenti dell'eredità fisiologica e psicologica che si nascondono nel nostro corpo. L'azione magnetica, lo stato, diciamo così, spiritico, risvegliate tutte queste impressioni ereditarie latenti e liberatele dalla prepotenza delle impressioni immediate, le fanno forse entrare coscientemente in azione? Lo ignoriamo.

Ma se questo potesse venir chiarito con una serie di osservazioni positive (e non mi pare punto difficile) molti dei più sorprendenti fenomeni spiritici risulterebbero la cosa più naturale del mondo.

Visto che un semplice passaggio magnetico può togliere la coscienza della propria personalità, è da tentare se lo stesso mezzo non possa servire ad una operazione opposta, cioè a levar via gl'ultimi strati di impressioni fisiologiche e psicologiche e a mettere a nudo, o a poco a poco, quello che ancora sussiste dentro di noi dei mondi fisiologici e psicologici estinti.

Io credo fermamente che tali esperienze siano possibilissime e che darebbero meravigliosi resultati.

Presentandosi una favorevole occasione, ho l'intenzione di provarmici.

Questo non significa voler rimanere sprofondati ad ogni costo nella morta gora del materialismo: significa soltanto voler essere cauti per non mettere il piede in fallo.

Un gran fisiologo che, per fortuna, è anche un gran pensatore, il Lotze, senza affermar nulla che sia contrario alle più rigorose esigenze del metodo positivo e ai dati più solidi della scienza, dopo aver conchiuso in favore dell'esistenza dell'anima nelle piante, nell'animale, e nell'uomo, collo stesso rigore ha detto: «Niente può impedirci di affermare in una maniera generale che le anime siano mortali; ma può anche accadere che un'anima peritura non perisca nel corso del mondo, e che, in grazia dell'idea, goda un'esistenza indefinita a cui, da per sè stessa, non avrebbe alcun diritto. Se nello sviluppo della vita spirituale essa realizza un contenuto di tal valore da meritar di sopravvivere nell'insieme del mondo, e rimarrà: se, al contrario, nulla si produce in un'anima da esigere questa permanenza spirituale, e noi dobbiamo credere che essa perirà. Naturalmente si vorrà trarre da queste premesse la conchiusione che le anime delle bestie siano mortali e quella dell'uomo immortale. Ma noi non esamineremo se in tal modo non si accordi assai poco valore all'anima delle bestie e troppo a quella dell'uomo[81].»

Tutti i fenomeni dello spiritismo, per fino le apparizioni, le materializzazioni, le fotografie dei morti, non hanno finora condotto a resultati scientifici più diffinitivi di questi del Lotze. Le nuove esperienze del Crookes, fatte con tale apparato scientifico di mezzi e di testimoni da non lasciare nessun dubbio intorno alla loro serietà, si limitano a stabilire come fuor di controversia l'esistenza d'una forza nuova dell'organismo umano che può chiamarsi FORZA PSICHICA. Tu vedi bene che non si esce dall'organismo umano.[82]

Ma appunto per esser cauti e non mettere il piede in fallo, anche accordando un valore reale a questo confronto di fatti di ordine diverso, non dobbiamo trarne conseguenze che sorpassino la sfera di essi fatti. Con fenomeni come quelli dello spiritismo, se non risulta avverato che si tratti di fenomeni sovrumani, non risulta neanco avverato che si tratti soltanto di fenomeni assolutamente naturali ed umani, nel ristrettissimo senso che noi sogliamo dare a queste parole. Chi sarà tanto presuntuoso da poter dire in questo momento: Est, est! Non, non?

Ed ecco, caro Farina, perchè la mia lettera intestata con una timida interrogazione di curioso, può, senza contraddirsi, finire allo stesso modo, domandando: Spiritismo?

Luigi Capuana
Luigi Capuana

Mineo, 20 gennaio 1884.

Notes in this chapter

Note 1 · soggetto.Note 2 · insegnava (sicilianismo).Note 3 · operavano.Note 4 · abitabile.Note 5 · sue occulte camminate.Note 6 · sue.Note 7 · era il tempo del suo inferno.Note 8 · era.Note 9 · mila.Note 10 · libera.Note 11 · fabbricavano.Note 12 · doversi da tutti.Note 13 · facendo quattro espressioni con parole.Note 14 · quegli.Note 15 · se era in loro abilità.Note 16 · al.Note 17 · tutto si allestì.Note 18 · esparso per il basso suolo.Note 19 · il miserando fine.Note 20 · in gran combinazioni.Note 21 · inghiottiva.Note 22 · magnetizzati.Note 23 · suo.Note 24 · Basta! Basta!Note 25 · mirare.Note 26 · Diede registro alle acque.Note 27 · — La visione consolava il mio spirto esule in terra ove la perduta gente che attorniavalo grandemente contristavalo.Note 28 · — Coloro che vivono nei bassi lochi e popolati, aspirano aria divolgata da vili parole — Od ancora: costumando fra il popolo altro non reca Note 29 · — Come coloro che al tempio vanno a mirar l'arte.Note 30 · — Abeto è segno d'eternitade. Chi abbraccia un più o meno grande abeto, abbraccia uno spazio d'eternitade. Overo sia abbraccia quello che liNote 31 · — Ambiva a farsi una dimora solinga in quell'albero di fede.Note 32 · — Non desiava che il posto ch'egli occuperebbe fusse maggiore dello suo volume. O vero sia che il romito ambisca a se solo e nè a cella granNote 33 · — Una corrente eguale di sentimenti. (Non tacciatemi ve ne prego di spaventeria).Note 34 · — Gli uomini che credonsi liberi e vaganti sono chiusi e meglio guardati che pecora in ovile.Note 35 · — Il caput accennava di si ma desiavan nel dentro.Note 36 · E che eran le fiammelle se non virtù convenenti; le quali virtù scorgea sendo la notte vegna.Note 37 · — Così coloro i quali vanno allo tempio e a seconda dell'intensità dei prieghi ricogliono o non ricogliono.Note 38 · Io vi avverto che nello concetto mio materiale di scrittura aveo disposto che i rai si partivano dall'abeto maggiore dal centro, lo quale seNote 39 · Stella erami presentata come religione del mondo che in sui diversi stadii più o meno vampava d'amore.Note 40 · — Volendo rappresentare che coloro i quali escono dalla Stella precipitano per lo pendio inevitabilmente, e vanno a celiarsi in ovile ove peNote 41 · Coloro che in visione mia scendeano lo pendio, cadeano in ovile e temei, ma per non esser cosa reale, riflettei tal cosa ch'io ivo alla mia Note 42 · Rappresentava lo palagio di Povertà; li alati che custodivanlo: umiltà e rassegnazione in Dio, li quali sono di proprietà della Povertà.Note 43 · Significava tale movimento che allo palagio di povertà, chiamavami in nelle sue belle stanze.Note 44 · Dacchè lo povero si è per lo uomo; magnifico abbiglio porta allo cospetto di Iddio.Note 45 · Aliquando alla soglia donna presentossi, accorsero li angeli, e gittatisi in terra quale palafreno la presono e via la portonno. Lo che rappNote 46 · In nella prima parte di visione mia si rappresentò trionfo della Povertà, la quale habendo io ammirata come bellezza e non altro, se ne andòNote 47 · Ella era la mia donna che mi aiutava e consigliava come povertà mi disse: La quale (donna) discoversi portava cilicio. Amanti miei siate ancNote 48 · Rappresentorno in mente mia di visione cotesto pantano e coteste anime, lo malo passo ove caggiono costoro li quali mal vivono e sprezzano lNote 49 · — Rappresentavano coloro che a se inflissero pene ma niuno aiutarono.Note 50 · Questi e gli altri puntini, dove il senso s'interrompe, indicano le parole illeggibili del manoscritto. La scrittura, a lapis, è grossa, affNote 51 · Il fulmine colpisce e non è visto.Note 52 · Paris, librairie J. B. Baillière et fils, 1883.Note 53 · Il Giunta si provò a fare, col mio consenso, quello che a me non riusciva. Ma il suo lavoro, pubblicato in un fascicolo del Giornale NapoletNote 54 · L'homme et l'intelligence, pag. 235.Note 55 · Ivi, pag. 237.Note 56 · La signora Cesira Siciliani-Pozzolini.Note 57 · Jacobus ha risposto alle osservazioni del Carducci e del D'Ancona, nella seduta del 5 febbraio di quest'anno (medium Gordigiani). Questo picNote 58 · Anno XXX, n. 46.Note 59 · Veggasi lo scritto del Parville nella nota in fine di questo volume.Note 60 · Principes generaux de Psychologie physiologique, trad. par A. Penjon. Paris, Germer Baillière, 1876, pag. 164.Note 61 · Leggasi nella Nota in fondo a questo volume lo scritto del Conte de Villiers de l'Isle-Adam intorno alla nuova opera del Crookes.
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