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Spagna

XII. GRANATA. (continued 2)

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Sei duros sono trenta lire; non mi parve molto; e misi la mano al portamonete.

Il Gongora slanciandomi uno sguardo che voleva dire:—Minchione,—e trattenendomi pel braccio disse: “Un momento! Seis duros sono uno sproposito!”

La vecchia gli lanciò un'altra occhiata che voleva dire:—Brigante!—e rispose: “Non posso darlo a meno.”

Il Gongora le diede un altro sguardo che voleva dire:—Bugiarda;—e disse: “Andiamo, lo potete dare a quattro duros; alla gente del paese non chiedete di più.”

La vecchia insistè, e continuammo per un po' a scambiarci cogli occhi i titoli di minchione, di gabbamondo, di guastamestieri, di bugiardo, di avaro, di sciupone, finchè il mantello mi fu dato per cinque duros; pagai, lasciai il mio indirizzo, ed uscimmo benedetti e raccomandati a Dio dalla vecchia, e seguiti per un buon tratto dai grandi occhi neri delle ricamatrici.

E continuammo ad andare di strada in strada, in mezzo a case di più in più meschine, a visi di più in più neri, a cenci di più in più luridi. E non s'arrivava mai alla fine, e io dicevo ai miei compagni: “Mi fanno la finezza di dirmi se Granata ha dei confini, e dove li ha? Si può sapere dove andiamo, e come si farà per tornare a casa?” e i miei compagni ridevano e tiravano innanzi.

“O che c'è da vedere ancora qualcosa di più strano?” dimandai a un certo punto.

“Di più strano?” mi rispose un dei due: “Ma questa seconda parte del borgo che lei ha veduta appartiene ancora alla civiltà; è il quartiere se non parigino almeno madrileno dell'Albaicin; e c'è ben altro; andiamo oltre.”

Si percorse una lunghissima strada sparsa di donne appena vestite che ci guardavano come gente piovuta dalla luna; si attraversò una piazzetta piena di bambini e maiali amichevolmente confusi; si passò per altre due o tre stradicciuole, ora salendo, ora scendendo, ora in mezzo alle case, ora in mezzo alle macerie, ora tra gli alberi, ora tra le roccie, e si arrivò finalmente in un luogo solitario, sul fianco d'una collina, di dove si vedeva, in faccia il Generalife; a destra l'Alhambra; sotto, una valle profonda coperta d'un foltissimo bosco.

Cominciava a imbrunire, non si vedeva nessuno, non si sentiva una voce.

“Qui finisce il borgo?” domandai.

I due compagni risero e mi dissero: “Guardi da quella parte.”

Mi voltai e vidi lungo una strada che si perdeva nel bosco lontano, una sterminata fila di case.... di case? di tane scavate nella terra, con un po' di muro dinanzi, con buchi per finestre e screpolature per porte, e piante selvatiche d'ogni specie di sopra e dai lati; veri covi di belve, nei quali, al chiarore di lumicini appena visibili, formicolavano i gitani a centinaia; un popolo brulicante nelle viscere del monte, più povero, più nero, più selvaggio di quello visto fino allora; un'altra città, sconosciuta alla maggior parte dei Granatini, inaccessibile agli agenti della polizia, chiusa agli impiegati del censimento, ignara d'ogni legge e d'ogni governo, vivente non si sa come, numerosa non si sa quanto, straniera alla città, alla Spagna, alla civiltà moderna, con linguaggio e statuti ed usi proprii, superstiziosa, falsa, ladra, accattona, feroce.

“S'abbottoni il soprabito e badi all'orologio,” mi disse il Gongora; “e andiamo avanti.”

Non avevamo fatto cento passi quando un ragazzo seminudo, nero come le pareti del suo tugurio, ci scorse, gettò un grido, e facendo cenno ad altri ragazzi che lo seguissero, si slanciò verso di noi; dietro i ragazzi accorsero le donne; dietro le donne, gli uomini; e poi vecchie e vecchi e altri bambini; e in men che non si dice fummo circondati da una folla. I miei due amici, riconosciuti come Granatini, riuscirono a mettersi in salvo; rimasi io solo nelle péste. Mi pare di vedere ancora quei ceffi, di udire ancora quelle voci, di sentirmi ancora addosso quelle mani. Gesticolando, gridando, dicendo mille cose che io non capivo, tirandomi per le falde, pel panciotto, per le maniche, mi si stringevano addosso come un branco d'affamati, mi alitavan nel viso, mi mozzavano il respiro. Eran la più parte seminudi, macilenti, colle camicie che cadevano a brani, coi capelli scarmigliati e polverosi, orribili a vedersi; mi pareva d'esser Don Rodrigo in mezzo alla folla degli appestati in quel famoso sogno della notte d'agosto. Che vuole questa gente? mi domandavo; dove mi son lasciato condurre? Come uscirò di qui? Provavo quasi un senso di paura e guardavo intorno con inquietudine. A poco a poco cominciai a capir qualcosa.

—Io ho una piaga in una spalla,—mi diceva uno;—non posso lavorare; mi dia qualche soldo.

—Io ho una gamba rotta,—diceva un altro.

—Io ho un braccio paralitico.

—Io ho fatto una lunga malattia.

—Un cuarto, señorito!

—Un real, caballero!

—Una peceta para todos!

Quest'ultima voce fu accolta con un grido generale d'approvazione:—Una peceta para todos! (Una lira per tutti).

Tirai fuori, con un po' di trepidazione, il portamonete; tutti si alzarono sulla punta dei piedi; i più vicini ci misero il mento dentro; quei di dietro misero il mento sulla testa dei primi; i più lontani stesero le braccia.

“Un momento,” gridai; “chi è fra tutti voi altri colui che ha più autorità?”

Tutti ad una voce, tendendo le braccia verso una sola persona, mi risposero: “Esta!”

Era una spaventevole vecchia tutta naso e tutta mento, con un gran ciuffo di capelli bianchi ritto sul capo a modo di pennacchio, con una bocca che pareva la buca delle lettere, con poco più d'una camicia addosso, nera, incartapecorita, mummificata; la quale mi si avvicinò inchinandosi e sorridendo, e tendendo le mani per afferrare le mie.

“Che volete?” domandai facendo un passo indietro.

“La ventura!” gridarono tutti.

“Ditemi dunque la ventura,” risposi tendendo la mano.

La vecchia strinse fra le sue dieci, non dico dita, ma ossi informi, la mia povera mano, vi posò su il suo naso aguzzo, rialzò il capo, mi guardò fisso, appuntò il dito verso di me, e dondolandosi e fermandosi ad ogni frase, come se recitasse delle strofette, mi disse con accento ispirato:

—Tu has nacido en un dia señalado.—(Tu sei nato in un giorno segnalato.)

—Y el dia que morirás será un dia señalado tambien.—(E il giorno che morirai sarà pure un giorno segnalato.)

—Tu tienes un caudal asombroso.—(Possiedi ricchezze spaventose.)

Qui borbottò non so che d'amanti, di matrimonio, di felicità, onde capii che supponeva ch'io fossi ammogliato, e poi soggiunse:

—El dia que te casaste hubo en tu casa muchos dares y tomares.—(Il giorno che ti ammogliasti si fecero grandi feste in casa tua: vi furono molti dare e pigliare.)

—Y otra se quedó llorando.—(E un'altra donna ne pianse.)

—Y cuando tu la vees te se abren las alas del corazon.—(E quando tu la vedi ti si aprono le ali del cuore.)

E avanti su questo tenore, dicendo che avevo amanti e amici e tesori e gioie che m'aspettavano tutti i giorni dell'anno in tutti i paesi del mondo. Mentre la vecchia parlava, tutti tacevano, come se credessero che profetasse davvero. Chiuse finalmente la profezia con una formola di commiato, e chiuse la formola allargando le braccia e spiccando un salto in un atteggiamento di danza. Io diedi la peceta, e la folla proruppe in grida, in applausi, in canti, facendomi intorno mille strani gesti e salti, e salutandomi a spintoni e a colpi di mano sulla spalla come un vecchio amico, finchè, a forza di divincolarmi e di urtare ora l'uno ora l'altro, riuscii ad aprirmi un varco e a raggiungere gli amici. Ma un nuovo pericolo ci minacciava. La notizia dell'arrivo d'uno straniero s'era sparsa, le tribù s'erano mosse, la città dei gitani era tutta in rumore; dalle case vicine, dai tugurii lontani, dall'alto della collina, dal fondo della valle, accorrevano ragazzi, donne coi bimbi in collo, vecchi col bastone, storpi e malati impostori, profetesse settuagenarie che volevano dir la ventura; un esercito di pezzenti ci veniva addosso da ogni parte. Era notte; non c'era da esitare; pigliammo la corsa, come scolaretti, alla volta della città. Allora ci scoppiò alle spalle un gridío di casa del diavolo e i più lesti si misero ad inseguirci. Grazie al cielo, dopo una breve galoppata, ci trovammo al sicuro, stanchi, ansanti, coperti di polvere; ma salvi.

“A qualunque costo,” mi disse ridendo il signor Melchiorre, “bisognava scappare; se no si sarebbe tornati a casa senza camicia.”

“E noti,” soggiunse il Gongora, “che non abbiamo veduto che le porte del borgo dei gitani; la parte civile; non si può dire il Parigi, nè il Madrid; ma almeno la Granata dell'Albaicin; se fossimo andati oltre! se lei avesse veduto il resto!”

“Ma quante migliaia sono questa gente?” domandai.

“Non si sa.”

“In che modo vivono?”

“Non si capisce.”

“Che autorità riconoscono?”

“Una sola: los reyes (i re), capi delle famiglie o delle case, quelli che hanno più danari e più anni. Essi non escon mai dal loro borgo, non sanno nulla, vivono al buio di tutto ciò che accade fuor della cerchia delle loro case. Le dinastie cadono, i governi si trasformano, gli eserciti si battono, ed è un miracolo se ne giunge la notizia fino al loro orecchio. Domandi loro se Isabella è ancora sul trono o no: non lo sanno. Domandi loro chi è Don Amedeo: non ne hanno mai inteso il nome. Nascono e muoiono come le mosche, e vivono come secoli fa, moltiplicandosi senza uscire dai propri confini; ignoranti e ignorati, non vedendo altro in tutta la loro vita fuor che la valle che s'apre sotto i loro piedi e l'Alhambra che torreggia sul loro capo.”

Ripassammo per tutte le strade percorse prima, ora deserte ed oscure, e mi pareva che non finissero mai; e sali e scendi e svolta e gira e rigira; finalmente s'arrivò nella piazza dell'Audiencia, in mezzo alla città di Granata, nel mondo civile. Alla vista dei caffè e delle botteghe illuminate, provai un senso di piacere, come se fossi tornato alla vita cittadina dopo un anno di soggiorno in una landa disabitata.

La sera del dì dopo partii per Valenza. Mi ricordo che pochi momenti prima di partire, dovendo pagare il conto dell'albergo, osservai al padrone che nella nota c'era segnata una candela di più, e gli domandai ridendo: “Me la toglie?” Il padrone afferrò la penna, e togliendo venti centesimi dal totale della somma, rispose con voce che voleva parer commossa:

“Diavolo! fra Italiani!....”

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