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Romanticismo

ATTO SECONDO.

Reading edition

Alla villa Lamberta, presso Milano. — Ricca e spaziosa sala terrena: a destra un canapè, poltrone sedie e un tavolino grande. — A sinistra, una libreria e una scrivania. — In fondo, nel mezzo, un uscio a due battenti: quando è aperto si vedrà il giardino. Finestre e usci laterali.

SCENA PRIMA.

La contessa Teresa, il conte di Rienz, la contessa Anna, il Cézky e Francesco. La contessa Teresa, in piedi, davanti al tavolino, leva i fiori da un cesto di vimini e ne riempie due ricchi vasi. Il conte di Rienz passeggia su e giù, per la sala. Dimostra un'eleganza ed una disinvoltura giovanile. Francesco, in piedi, serio, rigido, si tiene un po' discosto aspettando gli ordini della contessa Teresa. Anna, in piedi sopra uno sgabello, davanti alla libreria, prende dei libri e ne legge il frontespizio al Cézky, seduto alla scrivania.

Rienz fermandosi vicino a Teresa.

Quante cure e quanto amore per i vostri fiori.

Teresa sorridendo.

Non vedono le rughe e non hanno odî politici! Sono i soli amici rimasti fedeli; che non mi voltano le spalle!

Rienz sottovoce, con amabile rimprovero.

I soli, Teresa?

Teresa.

Voi siete... molto più di un amico! Quando non c'erano le rughe, l'amore... e adesso... tutto ciò che rimane di questa mia povera vita!

Rienz scherzando.

E Giacomino?

Teresa con un sospiro.

Il figlio della mia povera figliuola?

ridendo con viva compiacenza.

Ah! Ah! Giacomino, è la mia vanità! Come nonna, e nonna di un rompicollo già famoso, posso vantarmi di essere ancora una nonnina giovine e bella!

a Francesco indicando il vaso di fiori che ha finito di adornare, ed il posto dove metterlo.

Lì; sul caminetto!

Anna leggendo il frontespizio di un libro e dettando al Cézky.

«George Sand. — François Le Champi — Editore Cadot — Parigi.»

Cézky scrivendo.

«... Cadot — Parigi.»

Teresa che sta riempiendo un secondo vaso di fiori, al Rienz.

Vi vedrò qualche volta anche quest'inverno?

Rienz.

Volete proprio rimanere a villa Lamberta?

Teresa.

Ve l'ho detto; sono gli odî politici! A Milano, adesso, mi detestano!

Rienz.

Commettete la colpa di ricevermi!

Teresa.

Quella Maffei!... Col pretesto dell'arte e della letteratura!... Non so come si possa tollerare un simile covo di rivoluzionari! E tutti sottomessi a quel Carlo Tenca! Al figlio di una portinaia!

Rienz sorridendo con un'alzata di spalle.

Chiacchiere, lasciateli chiacchierare. Quando c'entrano le donne non c'è mai serio pericolo! e chi altro si è mostrato con voi poco gentile?

Teresa.

Cioè... molto scortese. Tutti! Adesso anche la Marianna Trivulzio, anche la Carolina Crivelli! L'una ha finto quasi di non vedermi, l'altra mi ha appena salutata.

Rienz.

Quando?

Teresa.

Sabato; a Milano. Le ho incontrate faccia a faccia al coperto dei Figini: io salivo, loro scendevano. È di moda, è una montatura!

Rienz.

Passerà.

Anna leggendo il frontespizio di un altro libro: vivamente.

«La capanna dello zio Tom!...»

buttando il libro sulla scrivania.

Voglio rileggerlo!

Cézky legge il frontespizio e scrive.

Rienz a Teresa.

E... vostro figlio?

Teresa per farlo tacere.

Stefano, per amor del cielo!

odorando il mazzo.

No, no! I figli, non sono i fiori della vita!

Rienz.

Dite la verità: lo credereste capace di... qualche seria buffonata?

Teresa.

Capace di tutto per il suo spirito di contradizione contro sua madre! Anche di fare il repubblicano o l'albertista.

Rienz.

Va sempre a caccia con quel Fratti... Con quel vostro dottore?

Teresa stizzita.

Mio dottore? che dottore!... Veterinario! Non gli ho mai fatto curare altro che la servitù! Francesco!

indicandogli l'altro vaso che ha empito di fiori.

Sotto lo specchio!

Mette i fiori che sono rimasti nel cesto, in una coppa d'argento, in mezzo al tavolino.

Anna legge il titolo di un altro volume.

«I dolori del giovine Werther... Firenze — Le Monnier.»

Cézky scrivendo: con evidente allusione.

Questo libro invece lo rileggerò io! Werther e Jacopo Ortis! Nella mia anima, quanto della loro anima... Nel loro dolore quanto del mio dolore.

Anna con vivacità.

Signor Cézky! Siamo forse da capo?

Cézky fingendo di scrivere, mormora alcune parole delle lettere dell'Ortis.

«Ho amato! Tu stesso, tu mi hai presentata la felicità; tu l'hai abbellita de' raggi dell'infinita tua luce! ma dopo mille speranze ho perduto tutto!»

Teresa rovesciando sul tavolino i pochi fiori che sono rimasti nel piccolo cesto e dando il cesto vuoto a Francesco.

Prendete, andate pure.

Anna prende un libro lo apre e legge:

Luna, romito, aereo Tranquillo astro d'argento, Come una vela candida Navighi il firmamento, Come una dolce amica In tua carriera antica Segui la terra in ciel!

A voi!

scendendo dallo sgabello.

Leggete, invece, questi bei versi, per rasserenarvi.

Rienz sempre passeggiando, si avvicina ad Anna.

Si può sapere, contessa, qual lavoro avete immaginato per impiegare il vostro tempo e per farlo perdere al segretario di vostro marito?

Anna con freddezza.

Il catalogo de' miei libri!

Si volta subito e prende un altro volume: dettando a Cézky.

Alessandro Dumas: «Antony.»

Rienz dopo aver scambiato un'occhiatina ed un sorriso d'intelligenza con Teresa.

Avete detto bene, duchessa, è una moda, una montatura; idrofobia romantica, ma passerà, passerà! I Conti di Lara, i Don Paez, i Profughi, i Corsari da una parte; — le Parisine, le Ermengarde, le Carlotte dall'altra, hanno fatto più male ai giovani cervelli del Lombardo-Veneto, di tutti libri incendiari e proibiti «sotto pena di morte» — Lo spirito rivoluzionario è entrato nel sangue «al chiaro di luna» e anche a suon di musica coi Lombardi e col Rigoletto! Il cattivo umore e le cattive digestioni!... Ecco il nemico insidioso al quale un buon Governo deve tagliare la strada, e noi, invece, abbiano lasciato prender voga all'etisia! Tisiche le... demi-mondaines, come la Margherita del Dumas, tisici i lions, tisiche le signore! Chi ormai ha la disgrazia di essere florido, beve l'aceto per diventar magro e verde.

Teresa ridendo.

Non c'è che dire! Avete quasi ragione!

Rienz.

Quasi? Proprio così. — I discepoli di quel maestro... capo bandito, mezzo Fra Diavolo e mezzo Savonarola, che ordisce da Londra le pugnalate del 6 febbraio dell'anno scorso?... I fratelli? I cospiratori?... Tutti stomachi deboli! Dopo teatro, non potendo cenare, passano la notte cospirando, preparando la rivoluzione!... pallidi Antony, di un'illusione politica... che vanno a finire sulla forca! Preparare la rivoluzione!

siede vicino a Teresa.

Teresa sceglie un fiore dalla coppa d'argento e glielo offre.

Rienz.

Grazie!

odorando il fiore.

Intanto... le rivoluzioni che riescono non sono quelle che si preparano, e poi...

sorridendo.

In questo momento? Noi armati fino ai denti, la Francia in piena reazione monarchica e il Piemonte costretto, pare, a metter giudizio!

Teresa.

Quel... Cavour, veramente, che roba è?

Rienz alzandosi vivamente, e facendo con la mano il gesto stizzoso, particolare ai tedeschi.

Un piccolo Metternich frondeur, che se vorrà ostinarsi a fare l'Italia, finirà col disfare il Piemonte!

a Teresa: più sottovoce.

Volete scommettere, Teresa? Fra un anno sarete a Milano, festeggiatissima!

Teresa.

Credete? Davvero?

Rienz.

Leggete il loro giornale! I poeti, i critici del crepuscolo, dopo il fiasco tragico del 6 febbraio cominciano ad averne abbastanza dell'«utopista» di Londra o di Lugano!... del cospiratore banchiere che col «prestito nazionale» ha vuotate loro anche le tasche!

ridendo e sedendo di nuovo.

Ah! Ah! È scoppiata la discordia fra i due «Carlett... Carlucc...» come dite?

Teresa.

Carlöè.

Rienz.

Fra i due Carlöe, il Cattaneo federalista e il Tenca unitario! Ah! Ah! Il Crepuscolo! Benissimo! Soltanto, il loro, non è il crepuscolo che si vede prima del levar del sole... è il crepuscolo del tramonto: l'ultimo barlume del romanticismo!

alzandosi.

Ma qui, e a Vienna devono darmi ascolto. Basta con le forche e proibire «la bianca luna». Rimettere in voga l'allegria e rinforzare l'amore!

Teresa.

Lo manderemo a Venezia ai bagni di mare!

Rienz.

Sapete, Teresa, che cosa mi ha detto lo stesso conte di Metternich? — «Quei poveri Lombardoveneti, noi li abbiamo troppo annoiati!» — Filosofia, profonda! — I popoli, sono come le donne e le donne si vincono divertendole, e vi tradiscono... sopratutto quando le annoiate!

Francesco si presenta sull'uscio di mezzo.

La carrozza di sua Eccellenza!

Teresa.

Così presto?

Rienz.

Sono a pranzo dall'Arciduca. Devo essere alla «Villa del Pizzo» prima delle sette!

Teresa a Francesco.

Dite al cocchiere di andare avanti al passo e di fermarsi alla «casa rossa».

Francesco s'inchina ed esce.

Ho la prescrizione del medico — il mio! — di fare un'ora di passeggiata, tutti i giorni! Suvvia datemi il braccio, uomo...

guardandolo con affettuosa e con tenera galanteria.

molto divertente!

rivolgendosi ad Anna.

Vieni anche tu, Anna?

Cézky sottovoce alla contessa, sempre fingendo di scrivere.

No!... Rispondete di no!

Anna fa un atto di collera contro Cézky: poi fermandosi, a Teresa.

Devo salire un momento...

Stringe la mano al Conte di Rienz con molta sostenutezza. Il Cézky, alzatosi in piedi, s'inchina profondamente, poi corre innanzi, spalanca i due battenti dell'uscio, e s'inchina una seconda volta.

Teresa mentre aiutata da Rienz si accomoda lo scialle.

Mia nuora è proprio come me!... Io non ho mai sentito vivamente gli affetti di famiglia!

Rienz.

E... Giacomino?

Teresa ridendo.

Quello posso dire che mi è caro come le mie pupille!... Mi costa un occhio della testa!

Cézky chiude l'uscio e rimane vicino alla soglia.

SCENA II.

Cézky ed Anna.

Anna fissa il Cézky corrugando le ciglia: questi tenta un istante di sostenere lo sguardo di Anna, poi abbassa il capo intimidito.

Un tono così imperativo, certi modi io non li tollero!

Cézky si lascia cadere sopra una sedia; si nasconde il viso fra le mani.

Oh, le mie illusioni! Il mio sogno!

scoppia in lacrime.

Anna. nervosissima: guardando inquieta verso l'uscio.

Badate! Possono sentire! Può tornare mia suocera!

Cézky si alza, asciugandosi gli occhi: si avvicina alla scrivania riordinando macchinalmente alcune carte.

Anna rabbonita.

Sogno, illusioni!... L'illusione, forse, che io potessi mancare a me stessa alla mia onestà, alla mia dignità!

Cézky.

E al vostro cuore? Adesso non parlate più del vostro cuore!

Anna.

Abbassate la voce!

Cézky.

Perdono, vi domando perdono!... Non badate a ciò che dico, pensate soltanto a tutto ciò che soffro! — Sono giorni e giorni che io cerco di vincere la vostra freddezza! Che aspetto questo momento...

Anna con alterezza.

Parlate dunque! Presto!

Cézky.

Ricordate contessa Anna.......

Anna con atto di insofferenza.

Signor Cézky!

Cézky malinconico, sentimentale.

Bisogna ricordare, lasciatemi ricordare! — Quando sono arrivato qui, il primo giorno, la vostra bellezza mi ha dato l'impressione subitanea di un barbaglio di luce; ma era solo l'entusiasmo di tutto ciò che c'era nel mio spirito, di arte e di poesia. Fossi stato un pittore, avrei dato il vostro volto alle mie madonne; ero un poeta e vedevo le grazie coi vostri occhi e col vostro sorriso! Ma il cuore, poteva ancora tacere, — forse, — la testa, poteva ancora ragionare. — Vedevo voi, in cielo: io, in terra. — Che cosa poteva valere per me — povero profugo, l'oscura nobiltà di mio padre?

con un sorriso di sdegnosa amarezza.

Ero stato beneficato, protetto dal... signor conte! La mia dignitosa fierezza mi teneva sempre davanti agli occhi il mio passato e il mio presente, come una barriera insormontabile, contro ogni speranza, contro ogni desiderio. La vostra bellezza illuminava la mia vita, la mia anima la mia mente... la piccola stanzetta del poeta ignoto e solitario, ma non era che luce! Non era ancora ardore, non era ancora spasimo! Siete stata voi, la prima...

Anna.

No!

Cézky.

La prima a venire di là in biblioteca. — Io leggevo i «Sogni d'amore» del Prati, le «Lettere a Maria» dell'Aleardi... Balbettavo, impallidivo! Ve ne siete accorta e tornavate più spesso...

Anna con sincerità.

Sì, è vero! Questo è vero! E per ciò? Vi vedevo soffrire, vi vedevo infelice — per questo, — ma soltanto per questo, sentivo per voi amicizia e simpatia!

Cézky.

Sapevate che io passavo le intere notti in giardino, sul terrazzo, contemplando le vostre finestre...

Anna.

No! questo no!

Cézky.

Lo sapevate, perchè le vostre finestre s'illuminavano e la vostra ombra appariva dietro i vetri.

Anna.

Io non vi ho veduto!... Io non pensavo a voi! Lo giuro!

Cézky.

Insistendo, insistendo sempre, avete voluto sapere perchè fossi così triste, perchè sospiravo, e quando finalmente, si sono spalancate le porte della mia anima con uno scoppio di pianto, voi, per compassione, s'intende, soltanto per compassione, avete pianto con me!

Anna.

E anche questo è vero! Mostrandomi con voi gentile, affettuosa, speravo di calmare la vostra passione, di consolare il vostro dolore, di poter essere per voi... una sorella.

Cézky con dolorosa ironia.

«... Simile alla rosa Nella mistica val di Casimira!...»

Aleardi! Aleardi!

Anna.

Ho sperato nella sincerità, nella lealtà della mia stima, della mia simpatia per voi, e nella mia onestà, che tutto potesse risolversi nel conforto di una tenera, di una sicura amicizia.

Cézky.

Amicizia?...

Anna.

Amicizia, ispirata dalla... pietà. Dalla pietà per il vostro dolore che credevo sincero, per il vostro amore che credevo diverso!

Cézky fa una risata ironica.

Anna rivoltandosi.

Infine... Sarò stata leggera, imprudente! Ma qualunque possa essere il mio torto, — anche se agli occhi vostri io oggi posso sembrarvi diversa, mutata, io però, vi ho sempre fatto l'onore di fidarmi di voi, — e non è bello, non è generoso, da parte vostra, il farmene pentire!

Cézky.

E lo spingere un uomo alla disperazione? Il farlo diventare pazzo e credere poi... di potersene sbarazzare comodamente, quando

con gelosia.

il cuore s'inebria di nuove speranze, di nuove gioie? — Questo, sarà forse bello e generoso, ma... non è prudente.

Anna con fierezza.

Sarebbe... una minaccia?

Cézky.

Forse!

lentamente, fissando Anna che corruga la fronte, sdegnata.

Nelle lunghe giornate squallide, tristi, quando sola qui, dimenticata, sentivate il freddo intorno a voi e il cuore intirizzito, allora avete pur voluto riscaldarvi alle fiamme della mia passione! Adesso l'incendio divampa! Fuggire, è troppo tardi!

Anna con collera sprezzante.

Vorreste punirmi per essere stata buona, troppo buona con voi?

Cézky.

Buona con me?

con una risata ironica.

Ah! Ah! Ah! Eravate... gelosa e volevate vendicarvi!

Anna.

Vendicarmi?

Cézky.

Vendicarvi! I miei occhi, il mio pallore, che vi dicevano bella, che vi dicevano cara, vi vendicavano della freddezza, dei lunghi abbandoni di vostro marito. — Non negate! Non sorridete così! E non sfidate la mia gelosia! Abbiate, invece, paura della mia gelosia! Oh, è ben diversa dalla vostra!... Con tanto amore, con tanto desiderio, io, ho appena sfiorata la vostra mano, con le labbra, una volta! Sono geloso, geloso di tutto! Dell'aria, di chi vi guarda, di una carezza al vostro cane! — Oggi, lui, è tornato — è qui — forse per farsi perdonare... E voi lo sperate! Lo leggo nei vostri occhi raggianti!

sottovoce.

È grande il mio amore per voi, ma è ancora più grande il mio odio per quell'uomo.

Anna.

Quell'uomo, signore, è il vostro benefattore! il vostro protettore!

Cézky.

Ma che protettore, ma che benefattore! Quell'uomo mi ha offerto un... un posto, ed io gli ho dato in cambio molto di più: il mio lavoro e la mia intelligenza!

Anna.

Basta! Non vi posso più ascoltare! Sappiate che oggi, come ieri, come sempre, io non ho amato, non ho adorato altri che mio marito!

Cézky diventando pallidissimo.

Voi, sì... Ma lui... lui no!

con ironia.

Non più gite a Como! Non più caccia! Sfido io la bella farmacista... è morta!

Anna.

È falso! Ed è la seconda volta che voi mentite! La signora Ansperti è morta di amore e di dolore un mese dopo che Tito Ansperti fu condannato a morte e giustiziato!

Cézky.

Chi ve l'ha detto?... Lui? il signor conte?

Anna.

Un prete, un degno sacerdote, Don Carlo Morelli. E me lo avesse pur detto mio...

interrompendosi e fissando Cézky.

il signor conte, gli avrei ugualmente creduto. Egli non ha mai mentito.

Cézky con odio e con ira repressa.

Nemmeno io, non ho mai mentito. Lo dicevan tutti a Como! Era la voce che correva...

prorompendo.

Sì, sì, ho mentito! Ho mentito! Perchè... Per questo devo farvi paura

si lascia cadere sopra una sedia, pallidissimo, stravolto.

come faccio paura... a me stesso.

Anna è ancora accigliata, ma poi, mal suo grado, rimane vinta da un nuovo senso di pietà.

Non vediamoci più per ora. Tornate a Milano. Dimenticatemi. Anch'io cercherò di dimenticare... questo brutto giorno, e starà in voi, col tempo il risuscitare in me quel sentimento buono che mi avete ispirato.

si ode di lontano la bubboliera di una carrozza.

Cézky alzandosi.

Vostro marito ritorna!

Anna.

Andate! Partite, senza farvi vedere! Penserò io a giustificarvi!

Il suono della bubboliera si avvicina sempre, a mano, a mano.

Cézky risoluto.

No.

Anna con calma, sicura di sè:

Allora ricordate questo: alla vostra prima parola, alla vostra prima minaccia, sarò io che dirò tutto, io stessa che parlerò al signor conte.

Cessa il suono della bubboliera. Anna si volta vivamente per andare incontro al Lamberti, invece è Giacomino che arriva.

SCENA III.

Giacomino e detti.

Giacomino entra chiamando.

Anna! Anna!... Benissimo! Eccoti qui!

Anna.

Non hai incontrata la nonna?

Giacomino risponde appena con un cenno al profondo inchino del Cézky.

Appunto perchè l'ho vista da lontano, ho potuto schivarla!

vorrebbe parlare ma è trattenuto dalla presenza del Cézky.

Per il momento le ho mandato una... letterina!

Anna.

Ancora il Faraone?

Giacomino.

Già! Il Faraone!

sottovoce indicando ad Anna il Cézky.

Mandalo via!

forte.

Vitaliano è qui?

Anna.

Stamattina è andato a Milano, ma deve tornar presto; se non è già tornato.

Giacomino.

Gli devo parlare per... Te lo dirò poi.

Cézky.

La signora contessa non ha altro da comandarmi?

Anna.

No, grazie!

Cézky inchina Anna: inchina Giacomino.

Giacomino.

Buon giorno.

Anna vedendo uscire il Cézky respira con un senso di gioia.

SCENA IV.

Anna e Giacomino.

Giacomino tirando il fiato senza aver badato ad Anna.

Ah... Che peso quel tuo polacco!

Anna con un'alzata di spalle: ancora irata.

È odioso!

Giacomino.

Non fidartene non accettare nè versi nè sospiri.

Anna.

Che ti salta in mente?

Giacomino.

In campagna! In mancanza di meglio! Sembra l'eroe di una ballata notturna, ma sembra, anche uno scappato di prigione! — Galoppa, Ruello! Galoppa! Alla larga!

chiamando Anna.

Pst!

con grande mistero.

Giura il segreto.

Anna.

Che c'è?

Giacomino osservandola.

Sei pallida? Hai la ciera stravolta?

Anna.

Il tempo: un po' di dolor di capo. Che cosa devo giurare?

Giacomino.

Il massimo segreto!

Anna.

Giuro.

Giacomino.

Corro io, il rischio di essere chiuso in prigione e chiuso aritmeticamente, come direbbe il Gargantini! — Ho provocato un ufficiale austriaco alto così e grosso così!

Anna vivamente.

Scherzi!

Giacomino.

Pensa, la nonna, quando lo saprà!

facendo l'atto di infilzare uno, con una spaccata.

Zzaff... Parte a parte, io lui, o lui me; s'intende.

Anna.

Dici per scherzo?

Giacomino all'orecchio di Anna.

Viva la Repubblica! E viva il re di Sardegna!

Anna sussultando.

Diventi matto?

Giacomino.

Naturalmente l'arte nasconde la politica. Io sono del partito della Pochini e ho fischiato il ballo «Miranda» e la prima ballerina la Priora, perchè sono stati imposti dagli ufficiali austriaci. Il principe Varzis...

Anna interrompendolo.

Ti batti col principe Varzis?

Giacomino accenna di sì, continuando.

... Si sfogava ad applaudire dalle poltrone degli ufficiali, ed io a fischiare dal mio palco in prima fila. È corsa qualche occhiata, ma gli ufficiali hanno ricevuto l'ordine severissimo di usare la massima prudenza... Io, allora, finito il teatro, mi sono appostato all'uscita, e quando passa il mio barilotto di birra, gli grido forte, guardandolo in faccia: — Come cenerei volentieri stasera con...

esitando.

L'ho detta troppo grossa! A te non posso ripeterla!

Anna.

Avanti! Avanti! di su!

Giacomino.

Chiudi prima le orecchie... Chiudi almeno gli occhi! Mi fai soggezione!

Anna.

Presto! Ragazzo che sei! Cos'hai detto?

Giacomino.

Come cenerei volentieri con una costoletta... di porco.

ridendo.

E nota: nel dirlo me n'è venuta anche la voglia! Sono andato al Cova e ne ho subito divorata una, enorme!

Anna.

Non ti credo niente! Però bada: non si dicono nemmeno per ridere certe cose!

Giacomino.

Per ridere! — Alle undici sono venuti da me i rappresentanti del principe Varzis, — a mezzogiorno si sono trovati co' miei e domattina... Zzaff!

Anna.

Allora... Dio! Dio! Ma che cosa hai fatto?... Ma Giacomino?!... Se non sai nemmeno batterti!

Giacomino.

Stasera mi daranno lezione, in tre.

Anna.

Ci vuol altro!... Il principe Varzis?... Uno spadaccino!

Giacomino.

Mi vuoi proprio bene?

Anna.

Sicuro che ti voglio bene!

Giacomino.

E anch'io, sai? — Oh, se tu non fossi stata troppo vecchia, come ti avrei sposata volentieri! Del resto, è stata la nonna a trovarti troppo vecchia; non io! Per me saresti andata benissimo! Figurati, io volevo cominciare a sposarti fino da quando avevo cinque anni! — Te ne ricordi? E saresti stata molto più felice con me, che con mio zio! — L'uomo delle selve!

Anna.

Non scherzare! Non è il momento!

Giacomino.

Sul serio! Come ti avrei amata! Più della Cesira, più dell'Ernestina, più di donna Eugenia... — Ma che di più! Messe tutte insieme, non riuscirebbero a dare nemmeno un terzo, nemmeno un quarto, un quinto, un decimo del grande, dell'immenso amore che ti ho sempre voluto... e che ti voglio!

Anna.

Via! Finiscila! E in questo momento!

Giacomino.

Appunto: posso confessarti il mio amore perchè sono quasi un morituro. E se invece sarà morituro quell'altro, io forse dovrò scappare e non ci vedremo più ugualmente!

Anna.

E la nonna? La tua povera nonna?

Giacomino.

Ti disperi anche per la nonna? Se andate così d'accordo nel non potervi soffrire?

Anna.

Ma quando saprà... Pensa di tutta la famiglia non ama che te! E poi, anche per la cosa in se stessa! Tu, proprio tu, batterti, e batterti con un ufficiale austriaco!

Giacomino.

Sicuro! — È stata per me la mamma, il papà... tutto!

commovendosi.

Ti dico la verità: io non ho la più piccola esitazione, mi sento fatalista! Soltanto quando penso alla nonna, mi viene un po' la... malinconia!

Anna.

Non c'è una via di scampo?... Non si può accomodare?...

Giacomino vivamente.

Accomodare?... Diventi matta, Anna? Del resto io mi batto appunto anche per la nonna! Sfido io! Con quel... conte di Rienz!... E nota che lui, come lui, personalmente, mi è poi simpaticissimo!... Mah! Come si fa? È un austriaco e...

con forza.

non c'è cristi!

movimento di Anna.

È di moda! È un verso del Giusti! — Quelli, invece, che non sono proprio più di moda, sono gli austriaci! Sono andati giù, giù, giù, tremendamente!

Anna.

E scegliere proprio il principe Varzis.

Giacomino continuando.

Giacchè ero dietro, ho scelto addirittura il più grosso!

ritornando serio.

Ho la nonna, una nonna più che codinona da farmi perdonare!... Povera nonna!...

cambiando, tornando a ridere e a scherzare.

Non senti qui...

odorando ironicamente.

Anna.

Che cosa?

Giacomino.

Che puzzo d'aquila arrosto?... — Bisogna cambiar aria!

leva di tasca un fazzoletto bianco rosso e verde: sventolandolo, sbattendolo.

Cambiar aria! Cambiar aria!

Anna spaventata, glielo strappa di mano per nasconderlo.

Imprudente. Se te lo trovano?

Giacomino.

Dammelo!

Anna.

No!

Giacomino.

Dammelo!

Anna.

No! Corro io stessa ad abbruciarlo, sul momento!

fa per correre via.

Giacomino cantando.

«La bandiera dei tre colori — Sempre è stata la più bella...»

Anna dandogli il fazzoletto e mettendogli una mano sulla bocca.

Prendi! Ragazzo!

Giacomino sottovoce.

«Noi vogliamo sempre quella — Noi vogliam la libertà!»

mostrandole le cifre del fazzoletto.

L. M. «Libertà o Morte» — Libertà, s'intende, per il popolo che è in schiavitù: non per me! Io la libertà, con la nonna, figurati, ne ho quanta ne voglio!

Anna.

Ma... e... poi?

con gli occhi pieni di lacrime.

Ti andrà bene!... Sì!... Sì... Lo spero! Ne sono certa! Ma... e dopo? Se quell'altro rimanesse...

Giacomino.

Infilato?

Anna.

O anche solo ferito gravemente?

Giacomino.

In tal caso: galoppa Ruello! Galoppa fino a Torino! Adesso, appena torna Vitaliano gli racconto la storiella che ho già scritto alla nonna: ho perduto al giuoco. Si tratta dell'onore, bisogna battere alla grande cassa della nonna.

commovendosi a mano a mano.

Batterla io stesso... — Sciocchezze... ma sai? Ho paura di commuovermi... di farle capire qualche cosa... — Invece così, mi darà la solita strapazzata, io resterò a testa bassa... e poi... Psst! Partenza!

cambiando, scherzando di nuovo.

A Torino!... Ad arruolarmi!... In cavalleria!... Ohp là là! Ohp là là! Torino, sai, è una città divertentissima! Un piccolo Parigi!... Ci sono i famosi veglioni dello Scribe dove le donne si mostrano in perfetto costume di...

correggendosi.

— Cose straordinarie!

Anna.

E per scappare?

Giacomino.

Questa notte dopo il fatto della costoletta di por... d'agnello, sono diventato di moda, in un attimo!... Avessi visto al Cova! Poi di sopra, al Club. — Mi hanno presentato a Emilio Dandolo! — che bel giovine! E come parla!... Ti dice certe parole, crist...

correggendosi.

E che lion! È il Re dei lions! L'idolo delle signore! Pensa che è tisico! Ma tisico proprio davvero!

Anna.

Rispondimi, invece. E per scappare?

Giacomino più sottovoce.

Appunto stavo per dirtelo. Emilio Dandolo ci pensa lui.

Anna.

In che modo?

Giacomino.

Lo saprò... un'ora prima del duello!

battendosi sulla fronte.

Ah, saper Diana! — Ho fatto giuramento di tacere e te l'ho detto! Non parlerai con nessuno?

Anna.

No!... Te lo prometto!

Giacomino.

Sul tuo onore?

Anna.

Te lo prometto!

Giacomino.

Specialmente con quel Cézky. Quel profugo... ereditario! Perchè il vero profugo, capostipite, era suo padre!

Teresa di dentro.

Basta così...

Giacomino spaventato.

La nonna!... Ha già ricevuto la mia lettera!

Teresa sempre di dentro.

Ti proibisco di difenderlo! Anche la mia pazienza, la mia bontà, hanno un limite!

presentandosi sulla soglia dell'uscio.

Dov'è questo signore?

SCENA V.

La contessa Teresa, il Lamberti e detti.

Teresa vedendo Giacomino.

Si vergogni!

Giacomino rimane sempre a testa bassa.

Vergognatevi! Dieci mila svanziche! Altre dieci mila svanziche?... Non pago più niente! Sempre l'«ultima volta» e sempre da capo! Adesso basta e peggio per voi! Il giuoco, la disperazione di tante madri! E sapendo di darmi un grande dispiacere, un grande dolore! Siete cattivo e siete testardo. Tes-tardo! — Sì o no?

Giacomino accenna di sì col capo.

Teresa.

Come sì? — Difenditi rispondi! Che c'è di nuovo? — Su con quella testa!

vivamente.

Ti senti forse poco bene?

vede gli occhi di Giacomino gonfi di lacrime.

Sopratutto, lo sai, non voglio scene. L'uomo dev'essere sempre un uomo e quando ha perduto paga.

al Lamberti.

Gli darai le diecimila svanziche e gli dirai tu, tutto quello che gli volevo dir io, e che si merita! Tu Anna, vieni con me.

al Lamberti.

Gli farai ben considerare la sua e la nostra condizione. Non siamo banchieri e oggi, di ricchi, non ci sono che i banchieri! — E che sia l'ultima volta!

Giacomino.

Lo giuro!

Teresa.

Non giurare, mai!

Giacomino abbracciandola.

Sei buona! Sei un angelo!

Teresa.

Sta fermo!... Dissipatore, giuocatore e adesso anche seduttore!

ridendo.

Angelo!

gli dà uno schiaffettino.

A quest'ora, sai anche tu, come sono fatti gli angeli! Coi capelli biondi... o neri, non importa, ma hanno le guance di rosa, le labbra di corallo e gli occhi languidi!

Giacomino.

Il mio buon angelo sarai sempre tu!

Teresa fingendo di arrabbiarsi.

Finiscila!... Hai capito?... Andiamo, Anna!... Mi prende anche in giro!... Vero stupid... Vero stupidone!

esce ridendo seguita da Anna.

SCENA VI.

Giacomino e il Lamberti. — In fine Anna.

Lamberti sottovoce; ma serio, senza nessuna commozione.

Le dieci mila svanziche, prevedo, le finirai presto, se dovrai andare a Torino.

Giacomino trasalendo, ma poi fingendosi meravigliato.

A Torino?... Io?...

Lamberti.

... E siccome, prevedo pure, che non sarebbe sempre facile il poter scrivere e forse, ancora meno, il poter rispondere, così ti ho preparato, al caso, anche una mia credenziale per il banco Mazza e Sacerdoti.

Giacomino.

A Torino?... Io?...

Lamberti.

Sì, tu! — Domani ti batti col principe Varzis!

Giacomino.

Chi te l'ha detto?

Lamberti.

Emilio Dandolo.

Giacomino.

Emilio Dandolo?

Lamberti.

Adesso, a Milano.

fissandolo.

Libertà o Morte.

Giacomino.

Anche tu?... Anche tu sei dei nostri?

Lamberti.

Dei vostri? Non so. Tu, intanto, di chi sei?

Giacomino.

Io? Di chi sono? Bellissima domanda! Di chi sono? Sono... del partito degli Italiani.

Lamberti.

Del partito della Pochini? Della prima ballerina della Scala?

Giacomino.

Contro la Priora che ci vogliono imporre gli ufficiali austriaci! Ma la Scala è nostra!

dà una grande fischiata.

Fischi! Abbasso! Basta! — Dovevi sentire ieri sera, che baccano!

Lamberti vivamente.

Ebbene no! Io non sono dei vostri, dei tuoi! Noi non apparteniamo al partito degli Italiani: apparteniamo all'Italia e siamo italiani!

Giacomino, maravigliato.

Non è poi la stessa cosa?

Lamberti.

Io, «il figlio delle selve», fischio di notte, al confine, per chiamare, o avvisare i contrabbandieri...

Giacomino risentito.

Anch'io non fischio soltanto le ballerine! Domattina — lo sai già — mi sentirà fischiare qualcun altro!

Lamberti.

Dinanzi a tutta Milano che ti osserva e ti applaude, con le più belle signore che ti incitano e ti ammirano? Non arrischieresti forse di romperti il collo anche alle corse per ottenere i battimani delle dee dell'Ippodromo? Il duello col Varzis ti fa onore: ma ti giova anche. Il fare l'Italiano, il fare il coraggioso è indispensabile oggi, per il perfetto gentiluomo di società, come... il saper suonare il pianoforte! Ben altro dev'essere il sentimento che ci anima! Ben altro il coraggio del quale dobbiamo dar prova!

Giacomino con alterezza.

Qual'è, dunque?

Lamberti.

È il coraggio dell'abnegazione, del sacrificio, il coraggio del perseverare... tanto più grande, quanto più è oscuro e ignorato! — È il coraggio del Pezzotti, che sentendosi sfinito dalla lunga prigionia e dalle torture dell'interrogatorio, per paura che gli sfugga un nome, per paura di tradire i compagni, solo, al buio, con la cravatta si appicca all'inferriata del carcere! È il coraggio di Tito Speri, che esce dal confortatorio ornato nella giovine elegante persona, azzimato nell'abito, ben composta la chioma bionda e che così, come per recarsi ad un ballo, infilandosi i guanti bianchi, si avvia al capestro, alla forca! — E non ha lì, intorno, in quell'alba piovosa, altro che quattro croati per ammirarlo! E al boia che gli chiede il perdono regolamentare risponde: — Niente paura, caro mio!... Trattami soltanto da buon amico! — Sei diventato pallido? — Anch'io guardami! E non sono questi, i soli. — Sono cento, sono mille gli esempî, gli eroi: sono uomini e donne, patrizî e popolo; sono spiriti eletti nella nobiltà del pensiero, sono anime semplici e rudi! E tutti insieme, i nostri, dal sepolcro dei morti, dal sepolcro più tremendo dei vivi, erompono in un sol grido, in una sola parola d'incitamento, di evocazione di speranza: — Patria!

Giacomino.

Patria! La nostra Patria! — Ho capito!

si preme sul cuore una mano del Lamberti.

Senti. — Sono con te.

Lamberti.

Sei commosso?... No! No! Non nascondere, non vergognarti delle tue lacrime!

Giacomino.

Non sono più un ragazzo! Sono un uomo!

Lamberti.

Ed è appunto questo tuo pallore, questo tuo fremito, sono queste tue lacrime che ti rendono uomo! Ascoltami bene.

Giacomino.

Sì! Sì!

Lamberti.

Tu, adesso, sai ciò che fai! Il tuo, dunque, non è più un duello, è la nostra guerra disperata e continua. Non è possibile unirci in battaglioni? Scendiamo in campo faccia a faccia...

Giacomino.

Uno per uno!

Lamberti.

E se mai ti tremasse la mano, ricordati. Oggi bisogna ricordare, ricordare e odiare.

più sottovoce.

In un anno solo, — dal quarantotto al quarantanove, — più di 960 tra impiccati e fucilati. In questi ultimi tre anni, più di 432. — E «la verga di ferro», — ricordati, — che valse la condanna a morte ad un povero maestro, e non era altro che un piccolo bastoncino da passeggio! — E ricordati le irrisioni feroci!... E le nostre giovani, trascinate ignude alle nerbate sulle reni in Castello, presenti gli ufficiali, — come il tuo, di domani, che sghignazzavano! Ricordati! Ricordati! Oggi bisogna ricordare, ricordare e odiare! Verrà dopo il perdono, — il perdono e fors'anche l'oblìo, — ma soltanto, quando la patria, l'avremo.

Giacomino.

Domani! Domani! Sono dei tuoi, sono con te! — Domani sarò degno di te!

Lamberti.

Degno di me? Io? Non sono niente, non sono nessuno, io! Sai, tu, a chi dobbiamo, noi tutti, questo fuoco, questa fede, questo fervore, questo spirito di sacrificio? — A lui, ad un uomo, ad un grande, che abbiamo intravveduto appena, col quale abbiamo scambiato appena qualche parola, ma che sentiamo essere vicino a noi, con noi, vigile, austero, forte come il destino!

Giacomino sottovoce.

Mazzini?... Mazzini?...

Lamberti.

Votato alla causa degli oppressi, i nemici d'Italia lo odiano, i potenti lo avversano e lo temono, ma tutti i cuori generosi battono sul suo, si esaltano alla sua parola ardente, e le donne lo amano, e la giovane Italia lo idolatra!

Giacomino.

Mazzini! Mazzini! È Giuseppe Mazzini!

Lamberti.

Egli è cospiratore ed artista: formidabile, inflessibile, gentile e mite insieme. Adora i fanciulli, i fiori e definisce la musica «il tramite più puro fra l'uomo e la divinità». — Egli è, per noi la stessa Provvidenza, nella quale fermamente crede, e noi siamo con lui, per lui! La sua invocazione, — Dio e Popolo, — è la nostra; e il suo motto «pensiero ed azione» — è ormai, per noi tutti, il dovere, la gioia, il perchè della vita...

Giacomino.

E il coraggio di saper morire!

Lamberti.

A Milano, subito, a Milano! Ho già consegnato a Emilio Dandolo, denaro e credenziali. Ma sarò anch'io questa notte, a Milano. — E se non partirai...

Il Lamberti pensa per un istante che Giacomino possa rimanere ferito, ucciso: ma poi, subito, si rassicura.

— Non temere! Dio è con noi! — Se il Varzis se la caverà con poco, torneremo qui. Ci sarà da fare.

Giacomino gli afferra la mano, interrogandolo con gli occhi, ansiosamente.

Lamberti.

Forse. — Aspetto adesso un amico... — Tu, va; adesso va; e non veder la nonna, nessuno!

Giacomino.

No!

Lamberti.

Pensa che da una tua parola, da una tua imprudenza, può dipendere la vita di Dandolo, di cento altri... — che hai?...

scotendolo con ira.

Con chi?... Con chi?

Giacomino.

Con Anna. Ho detto tutto ad Anna!

Lamberti.

Soltanto con lei?

Giacomino.

Soltanto con Anna. Ma adesso la vedrò: certo mi aspetta... per salutarmi.

verso la finestra.

Eccola!

fa per andarle incontro.

Lamberti.

No. Le parlerò io stesso; subito! Adesso la chiamo qui! Tu va. Scendi per la scala di servizio, passa dietro la casa. All'osteria della Stella, troverai un calessino già pronto. In meno di un'ora sei a Milano. Addio!

Giacomino lo fissa, mostrando il desiderio di abbracciarlo: il Lamberti e Giacomino si gettano fra le braccia l'uno dell'altro, poi Giacomino fugge via quasi di corsa.

SCENA VII.

Lamberti solo — poi Anna.

Lamberti alla finestra: saluta ancora Giacomino con la mano. Si ricompone, va sull'uscio di mezzo e chiama:

Anna! Anna!

Anna si presenta all'uscio.

Lamberti.

Vieni qui, un momento.

Anna entra.

Lamberti chiude l'uscio.

SCENA VIII.

Lamberti ed Anna. Il Cézky in fine.

Lamberti.

Giacomino è partito.

Anna si volta vivamente e lo fissa.

Lamberti.

In questo momento; e mi ha lasciato i suoi saluti per te. È ardito quel ragazzo; pieno di coraggio. Non temere, Varzis le piglierà!

Anna.

Ti ha detto?

Lamberti sorridendo.

Sapevo già...

Anna.

Da chi?

Lamberti.

Non temere! Hai paura della mia imprudenza?

guardandola e scrollando il capo.

Anna! Anna! Da molto tempo ho imparato a tacere! E anch'io?... Sono certo, sicuro del tuo silenzio?

Anna lo fissa sempre: esitante.

... Tu?

Lamberti.

Sì. Una parola imprudente potrebbe mandare anche me in Castello... poi a Mantova. Hai sentito del vecchio Ansperti? Della sua fuga quasi miracolosa in Isvizzera, a settant'anni? Infermo?

Anna.

Sì...

Lamberti.

Sono stato io.

Anna.

Tu?

Lamberti.

Coi nostri contrabbandieri: cuori di leone e garretti di camoscio!

ridendo.

Per un lungo tratto di cresta l'ho portato io sulle spalle! Che notte! Le nubi, anche le nubi correvano brontolando! E a lampi, si vedeva giù il precipizio, a mille piedi! Ci fu uno scontro con i gendarmi. Il solo, per altro che mi aveva riconosciuto, — il sergente Baraffini, — l'ho ammazzato!

Anna.

Tu?... Tu?

Lamberti.

Sì, io. Ti fa tanto stupore? Perchè? — Non mi credevi capace di arrischiare anch'io la vita per la mia patria? Tutti ormai: i nostri stessi servitori, i contadini... tutti. Ed io solo, no? Oh, Anna, anche se non mi ami, almeno un po' di stima!

Anna gli stringe la mano con passione.

Lamberti con dolcezza e insieme con molta gravità.

Presto verrà il giorno decisivo. Riusciremo, questa volta! Ma oggi, al punto in cui siamo, ho acquistato il diritto di parlare. Ho acquistato il diritto, finalmente di averti con me, unita nel pensiero, nelle ansie, nelle aspirazioni! Voglio sentirmi riscaldata l'anima, raddoppiato il coraggio dal calore del tuo affetto! Voglio avere la certezza nel rischio, che se anche perdo la vita...

Anna buttandogli le braccia al collo con un grido di spavento.

No!

ripetendo sottovoce e stringendosi a Vitaliano affettuosamente.

No, no, no!

Lamberti.

... Tu, ormai, non avrai più sdegno, non avrai più collera contro il mio nome, che è il nome di mia madre, ma lo porterai fiera, con orgoglio!

Anna fa per rispondere: le lacrime le stringono la gola. Scoppia in pianto abbracciando ancora Vitaliano strettamente e nascondendosi il viso contro il suo petto.

Lamberti.

Per me! le tue lacrime!... Piangi per me!

baciandola sui capelli.

Non temere tu mi porti fortuna! Tutto andrà bene, se mi vuoi bene!... Bella! Come sei bella! Bella, bella, cara!... Che smania avevo di dirti bella, di dirti cara... e non osavo, non osavo mai!

Anna.

Dimmi Anna, tante volte! Anna, Anna, Anna. Mi piace tanto il mio nome detto da te.

Lamberti.

Anna!... Anna!... Pensa Anna, è questo il primo giorno il primo momento nostro...

Anna.

Anna... ancora Anna, Anna....

Lamberti.

Fra me e te, Anna, c'era come una nebbia fredda, un muro di ghiaccio. Io non sapevo parlare, tu non mi sapevi capire; ci chiudevamo in noi stessi e ci allontanavamo l'uno dall'altra. E la causa di ciò? Mia madre! È così? Rispondi. Mia madre?

Anna.

Ma...

risoluta.

Adesso no; più!

Lamberti.

Questo spirito nuovo che freme nell'aria, che ci accende il sangue e le idee, che ci ripete echeggiante nell'anima, con ogni alito di vento, con ogni stormir di fronda, la canzone della patria, è penetrato pure nel tuo cuore, nel tuo spirito, co' suoi entusiasmi, con la sua poesia! Io capivo, vedevo tuttociò, a mano a mano che io stesso ne rimanevo sconvolto, preso, affascinato! Dal mio amore per te venne la prima luce, la prima fiamma. Tu, senza saperlo, mi hai fatto vincere avversioni, esitazioni, pregiudizi, ripugnanze! Mi hai rischiarata dinanzi, come illuminata dal sole, la strada giusta e diritta, la vera!

Anna.

Anch'io, voglio dirti tutto, anch'io. No! Lasciami parlare qui; — ho più coraggio qui, — così — Tu dici di avermi amata fin dal primo giorno?... Io... no. E come avrei potuto, subito, volerti bene? Non è stato il nostro cuore, non siamo stati noi ad unirci... Sono stati gli altri. Mi sentivo straniera qui, in casa tua, mi sentivo sola. La mia vita cominciava appena e mi pareva finita, e sentivo, con un grande bisogno di piangere, un così vivo, un così grande bisogno di amare! — Seguivo qualche fantasma che mi destava pietà, simpatia... ma poi, non trovavo nessuno! — Sono stata tanto cattiva, tanto leggera e vana! — Perdonami! Poi un giorno, finalmente, ti sei fermato di più con me... Mi hai guardata fissandomi... I tuoi occhi erano diversi! — Allora... — Sì, mi faceva dispetto tua madre, perchè essa gettava come un'ombra sopra di te, ed io volevo vederti circondato dell'approvazione, dell'ammirazione di tutti! Sì, è vero, sentivo un fremito accendermi il sangue, le idee, ma quella che mi ripeteva nell'animo ogni alito di vento, ogni stordir di fronda, era... la canzone dell'amore!

Lamberti.

Cara, cara, cara!

Anna.

Anna! La tua Anna! Dimmi che ti piacciono i miei capelli! Dimmi tu, che sono bella!...

Lamberti.

Bella!... Bella...

Anna.

Che sono tua!... Tutta tua!

Vitaliano ed Anna restano un istante abbracciati. — Poi Vitaliano ascolta verso l'uscio di mezzo. — Ascolta anche Anna.

Anna scostandosi.

Forse... tua madre?

Lamberti.

Sarà il dottor Fratti! Lo aspetto!

l'uscio si apre.

Anna trasalisce con un motto di spavento.

Cézky si presenta pallidissimo.

Lamberti.

Il Fratti?... È arrivato?

Cézky con voce alterata.

Il signor Fratti e il signor Strassèr.

Lamberti pensando.

Qui no!... Non è prudente...

al Cézky.

Su! In camera vostra!

Anna sottovoce a Vitaliano.

No! No!

Lamberti con grande tenerezza.

Anna, Anna, Anna cara!... Non inquietarti così!... È dei nostri!

Anna con un grido.

Cézky?!

Lamberti rimane colpito; fissa il Cézky, — poi Anna, — poi ordina al Cézky di andare avanti e lo segue.

Fine del secondo atto.

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