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Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. I

Volume 1 — Appendici al Capitolo XI.

Reading edition

APPENDICE A.

Nota sulle versioni e redazioni che della leggenda della Vendetta di Cristo si hanno nelle varie letterature d'Europa.

Non è, nè può essere intendimento mio di parlare in questa nota di tutte le numerosissime versioni e redazioni che, manoscritte e a stampa, si hanno nelle letterature del medio evo; ma solo di ordinare alcuni appunti, accompagnandoli di qualche breve considerazione, come corredo non inutile alla trattazione che precede.

Redazioni latine. — Le redazioni latine sono quelle di cui si è già discorso, la Cura sanitatis Tiberii, la Vindicta Salvatoris, la Mors Pilati, il poema De vita Pilati, ecc. Il racconto passa, com'è naturale, nei Leggendarii latini. Giacomo da Voragine lo riporta due volte, nel c. LIII(51) De passione Domini, e nel c. LXVII(63) De sancto Jacopo apostolo. Nel primo egli attinge da una storia di Pilato che potrebb'essere il poema latino già ricordato; nel secondo da un racconto forse andato perduto, nel quale il principio era tolto dalla Vindicta Salvatoris, ma era soppressa poi tutta quella parte che riguarda Tiberio e la Veronica, aggiunte invece molte altre cose, tolte dalle Storie di Giuseppe Flavio e d'altronde. La leggenda passa anche nelle Cronache latine, delle quali mi basterà ricordare il Liber de temporibus et aetatibus ad perpetuam rei memoriam di Sicardo, dove la narrazione, derivata dalla Vindicta, occupa quasi dieci colonne del manoscritto in folio dell'Estense VI, H, 5. Sotto varii nomi si trovano qua e là per le Biblioteche non pochi racconti latini che forse sono tutt'uno coi precedenti, forse, in parte, sono da quelli diversi. La Bodlejana possiede una Punitio Pilati et revelatio imaginis Christi. Tra i manoscritti della Biblioteca di Sant'Albino Audegavense erano due narrazioni, De morte Herodis sub quo Christus natus est, De morte Pilati sub quo Christus passus est. Tra i codici della regina di Svezia era un Liber de partibus mundi et de destructione Jerusalem, passato probabilmente nella Vaticana.

Redazioni francesi. — Redazioni francesi, in verso e in prosa, si trovano in gran numero in molte biblioteche di Europa. Nel Joseph d'Arimathie, altrimenti Petit Saint Graal, di Giuseppe di Boron, composto verso il 1160 o 1170 (pubblicato dal Michel, Bordeaux, 1841), di Tiberio non si parla; l'imperatore infermo è Vespasiano, la posseditrice della santa immagine si chiama Verrine. Gerusalemme non è assediata; gli Ebrei sono fatti prigioni con uno stratagemma e tutti trucidati, ad eccezione di un solo, che messo insieme colla sua famiglia in una nave è abbandonato in balia delle onde. Chi converte Vespasiano è Giuseppe d'Arimatea (v. 1000-2300). Roberto di Boron avrebbe attinto in parte dalla Vindicta; ma la sua fonte più diretta sarebbe il poema latino di Pilato. (V. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, Lipsia 1877, p. 217). La liberazione di Giuseppe di Arimatea per fatto di Vespasiano sembra immaginata dal poeta, ma suggerita certamente da quanto dello stesso Giuseppe di Arimatea si narra nel c. 12 degli Atti di Pilato; essa passa poi in alcune delle narrazioni posteriori. Nel primo capitolo del Grand Saint Graal si narra del pari la storia della vendetta; ma il Grand Saint Graal deriva in parte dal Joseph d'Arimathie. In un manoscritto della Bibl. Nat. di Parigi segnato Fr. 413, f. 26 v. a 30 r., si contiene un racconto in prosa che deriva dalla Cura sanitatis. Tiberio è afflitto da una grave malattia per cui gli marciscono gl'intestini. Tornate vane tutte le cure dei medici, egli chiama i senatori e li prega di eleggere un degno e saggio uomo che vada a Gerusalemme e riconduca Cristo con sè. I senatori lodano il desiderio dell'imperatore e scelgono Volusiano, qui prestre estoit du temple et avoit este queux de l'empire. Volusiano giunge a Gerusalemme dopo sette anni e tre mesi di viaggio. La storia seguita come nella Cura sanitatis. Ma per la più gran parte i racconti francesi lasciano in disparte Tiberio, e non parlano che di Vespasiano e di Tito, traendo moltissimi fatti dalle istorie di Giuseppe Flavio. Essi aggiungono spesso agli altri personaggi San Clemente discepolo di Cristo. San Clemente viene a Roma e converte il siniscalco di Vespasiano. Questa forma della leggenda si trova già in un poema del XII secolo che ha tutti gli andamenti e i caratteri di una chanson de geste. (V. Histoire littéraire de la France, t. XXII, pag. 412 segg.). Nel cod. L, II, 14 della Nazionale di Torino un poema della Vendetta in circa 3400 alessandrini, è preceduto da una specie di prologo (f. 79 r., col. 2ª a f. 83 r., col. 1ª), che, come alcuni altri componimenti di quello stesso codice, intesi a dare una introduzione a taluni poemi, o a collegarne insieme parecchi, non credo si abbia altrove. Davide, re di Grecia, sposa Elena, figlia dell'imperatore Vespasiano, e la porta a Troja. Fra i loro discendenti è anche Carlomagno. Un sogno fatto da Elena muove il re a fare una spedizione contro gli Ebrei per conquistare la croce. In una città per nome Aussit, presa a viva forza dal re, si trova chiuso in un carcere Giuseppe di Arimatea con un Josaphus, un Cosma ed altri due, tutti fratelli. Essi vi stavano da trent'anni senza prender cibo. In una battaglia contro gli Ebrei Elena si mesce alla pugna, e, ferita, uccide Asillans, uno dei figliuoli di Erode, e gli toglie un bariletto pieno del famoso balsamo che servì ad ungere il corpo di Cristo, e di cui si parla nel Fierabras. Nicodemo figura anch'egli tra i personaggi. Sul Monte Oliveto si ritrova la croce, la cui autenticità è provata da miracoli. Qui il poeta caccia in mezzo la narrazione di un miracolo avvenuto a Lucca, che non ha nulla che fare col resto. Tutta la paganità si converte alla fede cristiana; ma allora Maometto va a Roma e con un falso miracolo induce Vespasiano e Tito a rovesciare gli altari appena eretti. Dio punisce Vespasiano mandandogli la lebbra. In mezzo alla confusione di questo pazzo racconto si possono riconoscere gl'influssi della nota leggenda di Sant'Elena, di cui esistono versioni in tutte le lingue, del Fierabras o della Destruction de Rome per quella novella del balsamo, del Romans de Mahomet, e della stessa Vengeance, o del Joseph d'Arimathie per la storia di Giuseppe d'Arimatea. Il poema che segue si scosta qua e là dalla tradizione comune. La storia di Pilato, per esempio, mostra qui alcune particolarità nuove. Battuto con le verghe in Gerusalemme, condotto a Roma, chiuso a Vienna in un pozzo, finisce per muovere a compassione Vespasiano che gli fa grazia, e lo chiama a sè; ma in Roma la terra s'apre sotto i suoi piedi e l'inghiotte (f. 96 r., col. 2ª). Nel codice L, IV, 10, pure della Nazionale di Torino, scritto da un Jean Orry de Chaumont nel 1426, un racconto in prosa, dove l'imperatore infermo è Vespasiano e di Tiberio non si parla, tien dietro a una storia della Passione di Cristo. Comincia: Apres quarente ans que Jhesucrist fut mis en croix en Jherusalem, Vaspasien, filz d'August Cesar, estoit empereur de Romme et d'Alemaigne et de toute Lombardie. Finisce: Puis apres les chevaliers s'en retournerent et deirent a l'empereur les nouvelles et a toutes les gens, et Jaffet du consentement de Jacob et de Joseph d'Arimatie escript la destruccion de Jherusalem, car ilz la savoient, et la justice et la mort de Pylate par le dit des chevaliers qui leur avoient dit, car ilz l'avoient vehue. Questo racconto, abbastanza lungo, si scosta in modo notabile dalle redazioni in verso. Qualche particolarità presenta anche il racconto che Giovanni d'Outremeuse introduce nel t. I, p. 424 segg. del Myreur des histors, sebbene derivi in sostanza dalla Vindicta. Per altri Mss. v. Stengel, Mittheilungen, ecc., p. 23-4. Per le stampe v. il Brunet, Vª ed., t. II, col. 654-6.

Redazioni italiane.[836] — La leggenda della vendetta di Cristo ebbe molta diffusione in Italia, e diede argomento a racconti in verso e in prosa. Parlando di essa leggenda dice Paolo Meyer nel Bulletin de la Société des anciens textes, n. 3 e 4 (1875), p. 52: La forme la plus ancienne de ce récit paraît se rencontrer dans un apocryphe, dont on a deux rédactions: la Vindicta Salvatoris publiée par Tischendorf, et la Cura sanitatis Tiberii, publiée par Mansi. Dans cette légende c'est Tibère, qui est malade puis guéri. Une autre forme infiniment plus répandue au moyen âge, est celle où Vespasien et non plus Tibère, est atteint de la lèpre et miraculeusement guéri entreprend la vengeance de Jésus mis à mort par les Juifs. Cette forme de la légende a eu un succès énorme, attesté par des rédactions en toutes les langues romanes. Veramente, considerare la Vindicta Salvatoris e la Cura sanitatis Tiberii quali due redazioni dello stesso apocrifo, è un assimilarle troppo, nè, assimilatele a quel modo, si sarebbe dovuto poi dire che l'infermo nella leggenda è Tiberio, mentre nella Vindicta comparisce infermo anche Tito; ma sorpassando su ciò, quanto qui si dice della maggior diffusione della seconda forma della leggenda è più propriamente vero delle redazioni francesi, mentre le redazioni italiane, per lo più, derivano dalla Vindicta. Così la Leggenda della vendetta della morte di Cristo, racconto in prosa composto probabilmente nel XIV secolo, e pubblicato insieme con l'Etica di Aristotile compendiata da Brunetto Latino, per cura e a spese della Società dei Bibliofili in Venezia, nel 1844. Tuttavia ciò che vi si narra di Giuseppe di Arimatea trovato vivo nelle fondamenta di una gran torre, ed altre particolarità, accennano a fonti francesi. Una versione veneziana di questo racconto si trova nel Cod. Marciano It., cl. I, XXX, f. 69 r. a 75 v. Dalla Vindicta derivano pure, un poemetto in ottava rima, più volte stampato, che comincia:

O degli eterni lumi e chiara lampa,

il quale conta 174 ottave distribuite in quattro cantari, nel già citato cod. dell'Universitaria di Bologna N. 157 (Aula II, A), e 182 ottave distribuite in tre cantari, nel cod. Marciano It. cl. IX, CCCXXIV; e un altro poemetto, similmente in ottava rima in dialetto veneziano, contenuto nel cod. Marciano It. cl. I, XXXVI. Questo rozzo poema che, per quanto mi fu possibile di accertarmene, è diverso da tutti gli altri, principia così:

Io prego el padre eterno dio con amore che me dia gracia de saper ben dire e doname inzegno dentro dal mio core la bella istoria io possa seguire de la vendeta de Xº salvadore la quale fo fata con grevi martire sopra gerusaleme aspra e forte Gran quantità de zudei receveno la morte. E la cita fo desfata tuta e mesa a terra non de romase nesuna habitanzia tito e vespasian fe lor guera do imperadori che aveano gran posanza costoro meseno li zudey a stretura serra non valeria de loro nula amistanza e como cani loro fermavano e dano facevano e como schiavi li vendeno a l'altra zente. In lo tempo de tiberio imperadore che fo signore de roma la grande iera iuda disipulo e fatore de iesu cristo como el dir spande e tradilo ali zudei con falso cuore pillato ed ana li dieno tormento grande e in quel tempo fo un altro imperadore de l'india grande lui iera signore.

Chi manda Natan è, non Pilato, ma Erode. Giunti appena davanti a Gerusalemme Tito e Vespasiano impegnano la battaglia:

tito dise a onor de santo piero e la so lanza si ave arestato chi me vole bene me debia seguire broco el destriero e si trase a ferire.

Pilato è crocifisso in Gerusalemme stessa. Deriva similmente dalla Vindicta un altro poema in ottava rima che nel cod. Riccardiano 1705, si trova insieme coi poemi della Passione e della Risurrezione attribuiti a varii. Comincia:

O padre nostro del cielo sommo etterno in tre persone unito vivo e vero o padre di quel choro sempiterno visto co lustro mangnio e altero o chareia o salvatore o inpero ch'en sull'altare li consagri pane o carne per nostra fe chattolica salvarne.

I codd. Riccardiani 1388, 1661, 1680, 1717, 2622 contengono varii racconti in prosa, l'uno diverso dall'altro, ma che tutti fanno capo alla Vindicta; e lo stesso dicasi di una narrazione contenuta in un cod. della Corsiniana, fra i mss. di Nicola Rossi segnato col n. CCXII, e di un'altra contenuta nel cod. Magliabacchiano P, II, 83. Il Farsetti registra nella sua Biblioteca manoscritta, v. II, p. 91-2: Leggenda del Battesimo di Tiberio, la quale dal titolo parrebbe essere stata piuttosto una versione della Cura sanitatis che non della Vindicta. Nel cod. E, 5, 1, 31, della Nazionale di Firenze è un frammento di narrazione in prosa dove il racconto della Vindicta si fonde con una Vita di Pilato. Assai diverso da tutti i precedenti è un altro poemetto in ottava rima che incomincia (cod. Bodlejano Canoniciano 58):

O glorioso in ciel padre e signore Principio de l'angielica fatura Che tanto crebbe in te l'ardente amore Che te formanti simil creattura La qual mangio po il pan del suo sudore E dannosse l'umana nattura Onde per lui mandasti il tuo figliolo A redemerci con gravoso duolo;

ancor esso più volte stampato e d'incerto autore (V. Gamba, Serie dei testi di lingua, p. 347; Brunet, Manuel du libraire, Vª ed., t. IV, col. 963-4; Graesse, Trésor, t. V, p. 506). Ma anch'esso, come gli altri, si lega alla Vindicta. Vespasiano re di Siviglia (Sibilia), aveva fatto un voto

Di non mangiar o bere insino a tanto che qualche cosa nova non sentisse.

Un giorno si vede arrivare nel porto di Siviglia una nave. L'imperatore co' suoi baroni va a bordo, e trova una donna piangente e un uomo ignudo e sanguinoso; quella è Maria, questi è Cristo, quale apparve in croce. Interrogata da Vespasiano Maria non risponde;

La Vergine niente rispondia di lacrime e sospir gli occhi bagna, Vespasian alla Donna dicia le lagrime, el dolor omai ristagna, e dà quiete alla pena ria, che se io dovessi metterci la Spagna contenta ti farò viso giocondo, alhor tremò la Nave e tutto il mondo.

Il racconto, seguitando, si raccosta alla Vindicta. Vespasiano guarito e battezzato, manda un messo a Tiberio, chiedendo licenza di fare la vendetta di Cristo. Tiberio consente, e intanto manda per Pilato, che si presenta a lui con la veste di Gesù indosso, ma senza che questa produca l'effetto, del quale altrove si narra, di rabbonire Tiberio. Spogliatone, e gettato in un carcere, Pilato si uccide. Vespasiano parte da Siviglia con trecento navi e più di centomila cavalieri, che tutti recano sul petto una croce vermiglia in campo bianco. La spedizione diventa una vera crociata. Segue una grande strage degli Ebrei, alla quale prendono parte, come alleati dei Romani, o cristiani che si vogliano dire, aquile, astori, griffoni, serpenti, draghi. Un ebreo negromante, di cui si tace il nome (Giuseppe Flavio), annunzia a Vespasiano l'impero. L'episodio della madre che mangia il figliuolo non manca. Espugnata la città, Vespasiano va, come Goffredo di Buglione, a pregare sul sepolcro di Cristo. Giuseppe d'Arimatea è tratto fuor della torre, gli Ebrei prigioni sono venduti trenta a denaro, la città è distrutta dalle fondamenta. (La Vendetta di Christo che fecero Vespasiano, e Tito contro a Gierusalemme. In Firenze, et in Pistoia, per Pier Antonio Fortunati s. a.). Non so se questo poemetto sia mutato, come spesso incontra, l'esordio, tutt'uno con quello che registra il Zambrini, Le Opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, IVª ed., col. 1043, anch'esso di 96 ottave, e che in una stampa senza nessuna nota tipografica incomincia:

O eterno dio che el mondo sostene Che fo preso el nostro Salvatore.

Un poemetto di 96 ottave stampato nel quattrocento registra anche il Molini, Operette bibliografiche, p. 193. Del resto la distruzione di Gerusalemme inspirò molti poeti in Italia, e sino a tempi molto prossimi ai nostri. Ricorderò il poema latino De eversione Urbis Hierusalem di Pietro Appollonio Collazio o Collatino, stampato in Milano nel 1491, e in Parigi nel 1540; la Gerusalemme distrutta dell'Arici, la Gerusalemme desolata del Lalli, il Tito, o la Gerusalemme distrutta di Daniele Florio. In tutti questi componimenti della leggenda non si ha più traccia, e non si ha nemmeno in un poemetto latino di Alessandro Donato, che pure s'intitola Mortem Christi Domini sequuta Hierosolimae ruina. Finalmente ricorderò ancora un curioso libretto che, pel soggetto trattato in esso, non è estraneo al nostro tema. Il titolo suona in una ristampa così: Nuovo Libretto | Portato da un Giovane, che viene da | Gerusalemme, | Che vi dà Ragguaglio di quello, che diede la Guanciata | al Nostro Signor | Gesù Cristo | Ove si trova, e che penitenzia faccia, Cosa molto curiosa, e divota, | Data in luce dal M. Rev. Sig. D. Gio: Francesco Alcarotti | Canonico nella Catteerale (sic) Città Novara. — Parma, Milano, & In Bologna, per Carlo Alessio, e Clemente | M. Fratelli Saffi 1723 Con lic. de' Sup. e Privilegio. È un opuscoletto di quattro carte in tutto: al verso dell'ultima carta una rozza incisione rappresenta il soldato che diede lo schiaffo. La storia si suppone narrata dal Conte Penalio Bianzo, Gentiluomo Vicentino, a un banchetto in Venezia, dov'erano presenti molti nobili signori e prelati. L'uomo che diede lo schiaffo a Cristo è condannato a passeggiare su e giù con tutte l'arme indosso, senza posar mai, nè mangiare, nè bere, in una sala sotterranea dimenando sempre la mano scelerata. Questo racconto altro non è che un pallido riflesso della leggenda dell'Ebreo Errante, quale si trova narrata da Matteo Paris. Nello stesso libretto si aggiunge narrare Francesco Alcarotti nel suo Libro del viaggio di Terra Santa, stampato in Novara nel 1590, che nella casa di Pilato si ode sempre grande rumore di flagelli, onde sono puniti, e saranno sino al dì del Giudizio, gl'iniqui flagellatori di Cristo in essa rinchiusi.

Redazioni provenzale, catalana, spagnuola, portoghese. — Una redazione provenzale in prosa contiene un codice della Bibl. Nat. di Parigi (fonds Gaignières 41) scritto nel XIV secolo, e tuttora inedita. (V. Bartsch, Grundriss zur Geschichte der provenzalischen Literatur, Elberfeld, 1872, p. 57). Di una redazione catalana, derivata probabilmente da originale provenzale, fa cenno il Milà y Fantanals, De los trovadores en España, Barcellona, 1861, p. 482, in nota. Un racconto che si lega alla Vindicta trovasi nella già citata cronaca catalana della Bibl. Nat. di Parigi (Esp. 46). Una redazione spagnuola, col titolo Historia del rey Vespasiano, fu stampata in Siviglia nel 1498. In fine vi si dice: Esta istoria hordenaron yacop et josep abarimatia que á todas estas cosas fueron presentes, e jafet que de su mano la escribio. Mostra d'avere stretta attinenza col racconto francese in prosa ricordato di sopra. Una redazione portoghese col titolo Estoria do muy nobre Vespasiano emperador de Roma, fu stampata in Lisbona nel 1496.

Redazioni tedesche. — Anche delle redazioni tedesche, le quali sono abbastanza numerose, parecchie si legano alla Vindicta. Citerò i racconti contenuti nei codd. germ. 299, 640, 4865 della Biblioteca Regia di Monaco, e quello che si trova nel Marienleben in versi di Fra Filippo Certosino. Anche un racconto del Regenbogen deriva dalla Vindicta, ma con alcune variazioni degne di nota (Cod. germ. 4997 della Biblioteca Regia di Monaco, f. 255 r. a 266 v.). La prima notizia dei miracoli di Cristo è recata in Roma da una schiava pagana. Fanno testimonianza per Cristo, Giuseppe di Arimatea, Nicodemo, Luca, Cleofas, Longino, la Veronica. Tiberio guarisce e si fa battezzare, e di una sua infermità guarisce anche Vespasiano, che trovasi alla corte di Tiberio. Della vendetta si parla assai brevemente. Di Tiberio è detto:

Der selbe keiser waz so gar ein frümmer mann daz sit noch vor gein ny waiser keyser kam.

Il poemetto del Regenbogen fu stampato due volte, prima senza note tipografiche, poi a Norimberga nel 1497. In un seguito che si trova nella prima stampa si narra più diffusamente di Vespasiano, di Tito, e della distruzione di Gerusalemme. Il lungo racconto della Kaiserchronik (v. 693-1134) può dividersi in due parti, delle quali la prima (v. 693-888) corrisponde alla Cura sanitatis, mentre la seconda, che narra la distruzione di Gerusalemme accenna a fonti francesi, o al Voragine. Il racconto dell'Alte Passional è quello stesso della Legenda aurea. I due poemetti di Wernher vom Niederrhein, intitolati: l'uno, Veronica, l'altro Vespasianus (V. W. Grimm, Wernher vom Niederrhein, Gottinga, 1839), si scostano in modo notabile dalla tradizione comune. Nel primo la Veronica prega San Luca di dipingerle sopra una tela l'immagine del Salvatore. San Luca si pone all'opera, e dipinge una immagine, a suo credere, somigliantissima, ma quando vanno per farne il confronto trovano Cristo trasfigurato. Questi permette a Veronica di tenersi la immagine. Qui si può riconoscere l'influsso dei Gesta de vultu Lucano. Il resto del poema contiene un racconto della passione e della risurrezione. Nel Vespasianus non si fa parola di Tiberio. Un Ebreo narra di Cristo a Vespasiano, che è divorato vivo dalle vespe. Questi manda Tito a Gerusalemme a cercare di Cristo; ma Cristo è già morto. Tito riconduce con sè la Veronica. Vespasiano guarito compie la vendetta. La storia della vendetta porge inoltre argomento a tredici canzoni del Meistersänger Sebastiano Wild. A un poema della distruzione di Gerusalemme, contenuto in un Leggendario del XII secolo porge il fondamento della narrazione Gioseffo; ma si scopre facilmente che il poeta non conobbe direttamente lo storico (V. Busch, Ein Legender aus dem Anfange des zwölften Jahrhunderts, Zeitschrift für deutsche Philologie, v. I, p. 17-20). Anche qui probabilmente la fonte diretta è francese. Frammenti della leggenda della Veronica, narrata separatamente dal resto, pubblicarono il Roth nei Denkmäler der deutschen Sprache, Monaco, 1840, e lo Schade Fragmenta carminis theodisci veteris, Königsberg, 1866. Un'assai curiosa versione della leggenda indica il Massmann, Kaiserch., v. III, p. 589-90.

Redazioni neerlandesi. — Un racconto della distruzione di Gerusalemme registra il Mone, Uebersicht der niederlaendische Volks-Literatur aelterer Zeit, Tubinga, 1838, p. 94. Esso deriva da alcuna delle redazioni francesi dove di Tiberio non si fa più parola. Jacob van Maerlant nella Rymbybel, composta fra il 1270 e il 1280, narra la distruzione di Gerusalemme, molto attingendo da Giuseppe Flavio. (Ed. di Bruxelles, 1858-9, parte III, c. XVIII-CXIV).

Redazioni anglosassoni e inglesi. — La leggenda anglosassone di santa Veronica pubblicata dal Goodwin (Publications of the Cambridge Antiquarian Society. Octavo Series. No I. Anglo-Saxon Legends of St. Andrew and St. Veronica. Cambridge, 1851, p. 26-46) deriva, con qualche variazione, dalla Vindicta, e lo stesso dicasi della Nathanis legatio ad Tiberium, pubblicata da L. C. Mueller nei Collectanea anglosaxonica, Kopenaghen, 1834, p. 5-18. Dalla Vindicta similmente deriva un frammento di poema inglese in versi allitterativi, contenuto nel cod. Cottoniano Vespasiano E, XVI. f. 70 r. a 75 v. Il cod. 2021 della Bodlejana contiene: The legend of Nicodemus, Christi descent into Hell, Pilatus exile.

Misteri. — La leggenda della Vendetta diede argomento a misteri in varie lingue. Parecchi se ne hanno francesi, alcuni inediti, altri stampati, fra cui uno impresso da Antonio Vérard in Parigi, nel 1491. Il cod. 625 della Biblioteca di Arras contiene La vengeance Jhesu Christ di Eustachio Marcadé. Per altri che si hanno a stampa v. il Brunet, Vª ed. s. v. Vengeance, anche nel Supplemento. Un mistero gallico della Presa di Gerusalemme ricorda il Du Méril, Origines latines du théâtre moderne, p. 34, n. 3.

APPENDICE B.

La leggenda di Pilato, quale si ha nei racconti latini e nelle numerose versioni volgari, può tornare d'illustrazione alla leggenda della Vendetta di Cristo. Traggo il racconto che segue dal cod. L, II, 14 della Nazionale di Torino (a. 1311).

Ch'est ensi que Pylates fu engenrez.

N'est pas huiseus, ains fait bone oeure Li troueres qui sa bouche oeuure De bonne trouuere dire dire[837]; Chis qui bien trueue est plains d'ire Quant il n'a de materre point. 5 Ma volente semont et point Mon cuer a dire et de conter, S'il est qui me vuelle escouter, Vne mout meruillouse istoire, Qui plaisans est et bele et voire. 10 Bien doit on oir et reprendre Biaus mos, car on i puet aprendre Sens et courtoisie en l'oir; Du bien se doit on estoir Li bon, car c'est drois et coustume, 15 Et li maluais en sont enfrume. Vne estoire en roumans mis ai Dont la materre moult prisai Quant g'euc la verite veu: Bien est raisons que soit seu, 20 Et dite[838] par rime et retraite, Sans faussete et sans retraite, Car faite est de droit essanplaire, Cose est qui puet valoir et plaire, Ains mais roumans en ceste terre 25 Ne fu ois de tel materre. Tolens m'est pris que is tranlate La vie de Bonce Pylate, Dont on fait souuent mention En quaresme en la passion. 30 Se dieus le me veut consentir Ie vous cuic bien faire sentir Le voir de se natiuithe, Son pooir et sa dignithe; En non qualoir ne lairai mie 35 Que maintenant ne vous en die. Beneois soit qui m'escoutera, Et qui va poi de pais fera. Se vous me voles escouter Aprendre i porres, sans douter, 40 Tel cose que ne seustes onques. Or entende chascuns bien donques. Tout estoient cha en arriere Li roi sage et de grant maniere, Et autre sergant terrien, 45 Et viel et ione et anchien Volentiers metoient lors cures A sauoir logique et natures, Et par nature qu'il sauoient Autres sciences conqueroient: 50 Li vns set de geometrie, Et li autres d'astrenomie; Plus goulousoient a sauoir Asses que amasser auoir. Venir voel a m'entention. 55 Peu deuant l'incarnation Jhesucrist, si con lisant truis, Fu en Ione vns rois instruis En la science de clergie Que on apele astrenomie; 60 Mout sot du cours du firmament, Et des estoiles ensement; A painnes ietoit onques sort Que ne trouast de son acort. Cis qui eut tant de sapience 65 Eut non Tirus rois de Maience; En vn castel nouris et nee Fu qui Berleis fu noumes; Li pelerin de cest pais Noument le castel Berleis. 70 Auint que vaust aler cacier Pour soi deduire et souslacier: Sen cheual commande a enseller, Se maisnie fist apeller, Ses leuriers, sa braquerie 75 En oubli ne vaust metre mie. A la roine a pris congiet, En l'estrier a boute le piet, Sor le coursier maintenant monte; Que vous feroie plus lonc conte? 80 Ie ne sai pourquoi ne coument Tant cheuaucha il et sa gent Que en le terre vint de Braibant, Ou il voit vne forest grant, Mais il n'i pot aler quachier 85 Pour lo solail qu'il voit coucier; Trop tart estoit, pas ne cacha Pour la nuit qui aprocha, Maisement eust fait son preu, Ia estoit entre kien et leu. 90 Bele nuit conmencha a faire, Mout ot v ciel grant luminaire, Bien estoit esteles li chius; Cele part a iete ses ieus, Entour resgarde et enuiron 95 Toute le constelation, Pense que si ne trouuera Qui grant mestire portera: De l'estoile qu'il vit mesure Prent et souspoise la nature, 100 Toute le disposition Resgarde de la region, Et l'escallette considere De l'art du ciel et de la terre. Quant ch'a fait si a esprouue, 105 Et par esperiment trouue, Quiconques a feme gerroit A celle eure vn enfant aroit Qui aroit et deuroit aquerre Mout grant signorie de terre, 110 Et aroit pooir de donner Gens qui sont en isle de mer; Cis qui dont engenres seroit Sires de grant terre seroit. Dont vausist sa femme tenir; 115 Mais n'i porroit a tans venir, Trop s'estoit de li eslongies. Quant voit chou si s'est herbergies. Si tost com il fu osteles Dont a ses serians apelles; 120 Asses amast mix q'il geust A tel femme c'auoir peust Qu'il perdist la grant signorie Que peust auoir sa lignie. Li sergant viennent maintenant: 125 «Ales», fait il, «ie vous conmant, Vne femme si me querres, Se che non mal venut seres, Qui de biaute soit amiable, Et qui a moi soit couuoitable, 130 Et s'elle n'est telle trouuee, Vne autre m'en soit amenee». Li seriant firrent maintenant De lor signour tout son conmant Au plus tost que il onques peurent, 135 Pres d'iaus par cha et par la keurent, Tant tournerent et tant alerent Que la pres vn manoir trouuerent. Cis hom dont ie fas mention Auoit Atus, ce truis, a non, 140 Et une fille auoit mout belle, Pyle ot a non la damoiselle. Li seriant, qui el ne queroient, Sont esioi quant il le voient; Celle fu amenee et prise, 145 Et ou lit auoec le roi mise. La pucelle le roi rechut, Et tant fist qu'elle conchut, Et quant il ot fait a plente De li toute sa vollente, 150 Se li pria que s'ensi fust Que se de lui enfant eust, Coique fust, marle v fumelle, Qu'ele enuoiast au roi nouelle, Qe pour riens nule ne laisast 155 Qe ele lui li enuoiast, Et elle li ot en couuenent Qu'elle feroit a son tollent. Atant li rois a pris congiet, S'a la damoiselle laissiet, 160 Rales s'en est en sa contree, Et celle est grosse demouree; Tant le porta que raisons porte Qe vne femme vn enfant porte; Li tans vint qu'enfanter deut, 165 Elle enfanta, vn enfant eut, Qui fu biaus de si grant biaute Con il a afiert a roiauthe. [Py]le, qui fu de l'enfant mere, Ot oublie le non son pere; 170 [E]ncor deust bien par raison [L]i fius du pere auoir a non; [M]ais pour che que ne le sot pas [S]e li donna isnelle pas Son non et le son pere Atus; 175 Pour ce ot non Pylatus. Mout fu biaus enfes et plaisans: Sa mere le garda .III. ans: Que vous feroie lonc destint? Adonques primes li souuint 180 De ce que li rois li ot dit Quant de li ot fait son delit, Que s'il aueuoit qu'elle eust De lui aucun oir quesqu'il fust Que pour riens nule ne laisast 185 Que ne li enuoiast. Elle pensa que bon seroit, Et qu'ele li enuoieroit. Ensi pensa, ensi le fist, Pylate a son pere tramist, 190 Dont fu Pylates enuoyes A son pere qui en fu lies. Quant il le voit son non enqiert, Et on li dist que nomes iert Pyla(l)te, ensi ot a non 195 De par sa mere et son taion. Li rois auoit .I. fil mout cier Qui fu de sa france moullier, O lui mist Pylate d'enfenche, Pour norir furent mis ensenble; 200 Anques estoient d'vn eage, Mais n'estoient pas d'un linage. Li tans passa de lor enfanche, Et quant vinrent a connissance, Et qu'il eurent discresion, 205 Peu ot en aus d'afection, Ne se finoient de conbatre, L'uns se penoit de l'autre abatre; Quant a la luite se prendoient Mout durement se conbatoient; 210 Ne quedent aussi comme frere Qui estoient de par le pere. Tous tans ensanble s'en aloient; A quelconques iu qu'il iouoient, A le fonde ou a le platine[839], 215 Ades ot entr'iaus aatine. Mais de la roine li fieus De Pylate fu plus soutieus, De tous ius passa gentillece, Car il auoit double nobleche. 220 Quant il venoient au palestre, C'est vns lieus v luit seut estre, Plus legiers estoit et plus aates Et plus fors que n'estoit Pylates; A quelconqes iu qu'il venist 225 Pylate a lui ne se tenist. Or ne pleut a Pylate mie, Ancois en eut au cuer enuie, Tous fu de mautalent espris, Son frere a coiement souspris, 230 Com maluais pour ceste ocoison Ocist son frere en traison. Au roi en vinrent les nouuelles; Sacies ne les tint pas a belles: Quant ot oi conter l'afaire 235 De mautalent enprist a dire, Son fil fist deuant lui venir, Et comme maufaiteur tenir: «Ton iugement,» fist il, «sarons». Adont fist mander les barons 240 Et si lor conta le mesfait Qe Pylates ses fieus ot fait, Et cil mout s'en esmeruillerent, Et ensanble se consillerent, Et quant il furent consillie 245 Arriere au roi sont repairie, Et furent tout de tel acort Pylates ait deserui mort. Quant li rois vit qu'il fu iugies S'en fu encore plus iries: 250 Pensa que se chis est pendus Que ses .II. fieus aroit perdus; Apres vaurroit pis qu'enant, Dont s'end ala ia repentant, Son cuer au plus que pot maira, 255 A soi meismes repaira, Ne vaust encontre son fil mie Moutepliier sa felonnie; Pensa que bien s'en vengeroit; A Rome dist l'enuoieroit, 260 Et ne le traiteroit a mort, Ne li feroit ne droit ne tort. A Roume deuoit[840] tous les ans Li rois Titus treuages grans, Dont enuoia son fil en gages 265 Et en pleges pour les treuages; Pylate a mort pas ne liura Et del treu se deliura. Quant Pylate paruint a Rome Compagna soi a vn noble homme, 270 Qui Paginus auoit a non, De son pere auoit le non, Et ert chis fieus au roi de France, Enuoiet l'ot pour l'aquintance Li rois aussi de son treuage 275 Son fil en pleges et en gages. A celui conpaignon tint Pylates, oies qu'en auint. Quant il vit que chis Paginus Estoit mioldres de lui tenus, 280 Pour ce que plains ert de bonnes meurs, Et plus dines d'auoir honneurs Qu'il n'ert, et que ert en verite Plus grans de lui en dinite, S'en eut ausi comme viltance; 285 Mes comme il fist grant enfance Coiement pour ceste raison Ocist celui en traison. Or fu seu par tout a Rome Que Pylate ot mort itel homme; 290 Es Roumains n'ot que couroucier Quant il oirent chou noncier; De Pylate furent en doute S'il aroit se deserte toute Tele comme il ot deseruie, 295 V s'on li sauueroit sa vie, V s'on porroit nule raison Que on le tenist en prison, V trouer c'on le laisast aler. Dont conmencerent a parler 300 Aucun Roumain et li plus sage, Et dient: «S'il vit lonc eage Cis qui a son frere a mort mis Et noblece nous a maumis, Et il auoit par auenture 305 D'aucune gent iugier la cure Qui fisent fier et enuieus, Il est si fel et si crueus Que contre aus se conbateroit Et petit les deporteroit, 310 Et ensi porroit porfiter En ses anemis deporter. Dont bon seroit que il fust mis Entre grant[841] plente d'anemis. Tant a fait que ne deueroit viure; 315 S'en poiesmes estre deliure Cascuns en deuroit estre lies. En Pons ille soit enuoies: On ne leur puet signor offrir Qu'il vuellent deseur aus soufrir; 320 Nus juges n'i va ne arriue Qui se il point sor aus estriue Qu'il ne l'ameccent a le mort: D'aus n'ara il autre deport. S'il a en lui tant de vigeur 325 Qu'il les puist metre a sa dueur, Et se tel maniere les maire C'a sa cordelle les puist traire Par si qu'il ait sor aus pooir, Nous le poons moult bien voloir, 330 Et s'il ne puet, s'ait sa deserte, Siens soit li gaains et la perte.» Cil qui furent illuec venu Le consel ont a bon tenu, A ce consel chascuns s'acorde, 335 N'i a celui qui s'en descorde, Lor afaire ont aparilliet, Pylate ont a Pons enuoiet. Or voit Pylate c'on l'emmaine, Et que chou est cose certaine 340 Que sires doit estre et jugeres De ces gens crueuses et fieres, Et qu'il va droit en Pons en ille; Grant paour a c'on ne l'escille, Dont fu il en moult grant doute 345 De sa vie qui est courte; Pensa que bien se garira, Car humlement auant ira. Il se teut, n'eut tolent de braire, Et soufri chou c'on li veut faire, 350 N'ot tolent de trop estriuer, A Pons le conuient ariuer, Et quant il fu a Pons venus Fu con lor sires receus. Tant fist par dons et par promesses 355 C'apaisa ces gens felenesses, Par flater et par losengier Fist que furent en son dangier; Ensi les prist au premerain, Et quant ce vint au daarain, 360 Si les mena mout malement Par manaces et par tourment; En le fin lor fist moult de maus Que chascuns estoit lies et baus Qe peust qe seust deseruir 365 Par coi il peust seruir: Et pour ichou qe par son sens Mist a point ces desperses gens, Et les mist en subiection, Ot il de Pons Ponces a non: 370 Puis que iuges fu de Pons isle, Et que se mere ot a non Pyle, Et ses taions fu nomes Ates, Pour ce ot non Ponces Pylates; Pour ce que les gens a point mist, 375 De Pons ille le sornon prist. Dont en corut la renomee En le terre de Galilee, En Iherusalem et en Iude Con Pylate les ot mene; 380 Auoit Pylate bien tenu Icele gent que illa fu; Par sons sens et par sa boisdie Auoit mainte gent cunciie. Con Pylates sages hom fu 385 Par le pais reuelle fu, Herodes la nouelle en oi, Cis qui fu fiex Archelei. Li grans Herodes, ce sauons, Fu a cel Herode taions 390 Duquel nous faisons mention. Con princes, domination Ot en cel tans en la contree De Iherusalem de Iudee. Quant la nouuelle dire oi 395 Mout durement s'en esioi, Pour ce que fu de sens si grans Fu de traire a lui mout engrans, Se feste fait do son parler, Dist qu'il veut veir le baceler. 400 Le trekeur aimme li trekieres, Et le flateur li losengeres; Chascuns hom aimme, ce me sanble, Celui qui mieus a lui resanble. Herodes vaust a son conseil 405 Pylate traire a son pareil, Et pour che qu'i[l] le vaust auoir, Mout li tramist de son auoir, Son mes aler a lui commande Et qu'il vingne a lui, et li mande, 410 S'a lui vient s'ara grant partie Du sien et de sa signourie, Pooir ara sor la contree De Iherusalem et de Iudee. Pylates vint, Herode fist 415 Chou que a Pylate pourmist. Quant il fu sires du pais Ne fu mie trop esbahis De querre deniers a plente; Il en ot a sa uolente; 420 Et quant ases en ot aquis, En Rome en ala, s'a requis Son signor Cesare et Tybere, Qui a cel tans fu emperere, Qu'il ait, si li vient a tolent, 425 Le cite de Iherusalent, Et de Iudee ausi li prie Qu'il li doinst la signourie: Pour ce vaust il illuec venir Qui le voloit de lui tenir. 430 L'empereres pour les deniers Qu'il en eut le fist volentiers, Tant en fist Pylate donner Qu'il eurent asses a nonbrer. Adont ne sot Herodes mie 435 De Pylate la trequerie, Et que tenist mie d'autrui Telle dinite que de lui, Dusques adont qu'a Roume vint, Et quant il le sot il se tint 440 Acunchiies trop durement Quant ne l'ot de son tenement. Sitost con vit qu'i[l] l'ot trai Con son anemi le hai: Ce fu li cause de l'orine 445 Dont entr'aus .II. fu li haine De coi on fait le ramenbrance, Si con saues, en la souffrance. Entr'iaus .II. ot tous iors estris Dusques adont que Ihesucris 450 Fu de par Pylate enuoiies A Herode qui fu lies. Menes i fu vilainnement, Et ot de poupre un vestement. A Herode le fist liurer 455 Pylate pour lui deliurer, Pour ce qu'il voloit soi purgier De son sanc li fist enuoiier. Herodes pensoit tout autrement, Car il cuidoit tout vraiement 460 Qu'i[l] li eust enuoiie celui Pour la reuerence de lui, Et qu'i[l] li vausist honneur faire, Et pour ce qu'i[l] le deust faire. Ensi Herodes l'entendi, 465 Et pour ce s'amour li rendi, A lui se reconchilia, Et Ihesucris li enuoia, Dont li souffrance nous recorde Que pour Ihesucrist vint acorde. 470 Mout fu Ihesucris demenes, A Pilate fu ramenes, Qui sati[s]fation vaust faire, Pour ce qu'il vaust as Iuis plaire, Et Ihesus gabes et batus, 475 Et puis lor rendi Pylatus, As mauuais Iuis fu baillies Pour ce qu'il fust crucefiies. De se mort, de se passion, Ne ferai mie mention; 480 Conment il morut cesques Asses de fois oit l'aues.

APPENDICE C.

Cod. L, IV, 5 della Nazionale di Torino (XV sec.). Meno pochissime correzioni volute dal senso, lascio al testo le molte sue mende.

Chi apries s'enssieult la vengance mesire Ihesucrist faitte par Vespasien.

Signeurs, or faittes paix pour dieu le tout puissant, Cheualiers, bourgois, femmes et enfans; Che n'est mie d'Ogier, d'Aimont ne d'Agoulant, Ains est de la venganche le pere royamant, Que luis tourmenterent, li felons mescreant. 5 Quarante ans en apries, ce trouuons nous lisant, Em prist Titus vengance a l'espee trenchant, Et Vaspasien son pere au coraige vaillant. Chils esmurent la guerre merueilleuse et pesant, Se destruisirent Pilatte le cuyers soudoyant. 10 Dedens Iherusalem fu famine si grant Que de faim y menga la mere son enfant. Dedens Constantinoble la chite souffisant, En la lebrarie de l'eglise plaisant Que on dist Sainte Souffie la li voit on trouuant 15 La certain cronicque, i'en ay veu l'apparant. Chils rois Vaspasien, don ie voy chi parlant, Fu preudons en sa loy, moult fu sage e sachant; S'il veusist croire en dieu le pere tout puissant N'euist milleur de ly en ce siecle viuant. 20 Mais puis le volt Ihesus par son digne commant Atourner a no loy par vng malage grant Ainsy que vous orez recorder ou romant. Seigneurs, or faittes paix, pour dieu le droiturier. Chelui Vaspaeien dont vous m'oez plaidier 25 Fut empereur de Rome, se l'eut a gouuerner. Moult lonc temps fut payens, mais dieu le volt amer Tant qu'a sa loy le fist atraire et atourner; Mais anchois le conuint moult grant paine endurer Par vne maladye que voua m'orez nommer, 30 Le liopro l'appellent sergant et baceller, Ce est meselerie, au iustement parler. Ainsi volt Ihesucrist qui tous nos volt sauuer. Tant li fist le visage et le corps tempester, Et la barbe cheoir et la liepre aleprer, 35 Qui li menga la leure iusqu' au dent maisseller. Dangais[842] li seneschal le prist a regarder; Quant en ce point le vit se commence a plourer; Ains ne veistes hommes si grant doel demener, Ne detordre ses mains et ses cheueulx tirer. 40 S'il demaine grant doel n'en fait mie a blasmer, Car qui bon seigneur pert il en doit bien plourer. A l'empereur vint, se li dist sans cesser: «Par Mahommet, biau sire, pour vous cui foursener: N'est nuls hoins qui iamais sancte vous puist donner: 45 Non pourquant ie me suis pris a pourpenser. Ie ne scay s'enuers moy vous en vauries yrer, Mais ie le vous diray, se vollez escoutter. Vng prophette soloit en Surie regner, Lequel vot en son temps maintes viertus moustrer, 50 Mais en Iherusalem le firent lappider Iuis, en vne croix atachier et leuer. Se creyez ou prophette dont chi m'oez parler, Par le mien essiant bien vous polroit sanner De telle maladie dont ie vous voy porter». 55 Quant Vaspasien l'oit si commence a plourer, Et lui a dit: «Amis, ie te doy moult amer; Mais se tant poryes faire par terre ou par mer Que pussies medechine par decha rapporter Dont veisse mon corps de la liepre monder 60 Iamais iour, par Mahon que ie doy honnourer, N'aray honneur sans vous, ie le vous voel iurer». «Amis», dist l'empereur, «me ses tu conseillier? S'il estoit homme au monde qui me puist aidier Iamais sans luy n'aroye le monte d'un denier. 65 Qui fut dont ce prophette que t'ay oit nonchier?» «Sire», c'a dit Dangais, «ne le vous quier noyer. Ce fut vng bon preudon que Iuis firent crucefiier, Qui faisoit les contrais par droit radrechier, Les mors ressusciter, les awlles renclairier; 70 Mais Iuis par enuie, qui ne l'orent pas chier, A Iudas l'achetterent, li traittres lanier, Sy en furent pour ly donne trente deniers; Dedens Iherusalem le firent traueillier, Et par despit le firent en vne croix drechier. 75 Longis ne veoit goutte, qui estoit cheuallier, Ou coste le fery d'une lanche d'achier, Dont li sanc li alla iusques es mains raiier, Le coer li en fendy, dont le conuint deniier, Et quant senti le sanc ses yeulx alla touchier, 80 Dont il en vit cler, si l'ala merchiier. Puis fist on ce prophette ou sepulcre couchier; Au tierch iour ressuscita, si comme oyc nonchier. Or vous dich que anuit ie vos vng songe songier, Qu'en Iherusalem, ou i'aloye cherquier 85 Medechine pour vous, mais i'oich retraitier Tel chose, ce m'est vis, qui me fist relaichier, Dont bien ie loeroye, sel volies ottriier, Que demain y alaisse sans point d'atargier, Et se chose y trouuoye qui vous puist aydier, 90 Vous feries grant aulmosne, selonc le mien cuidier, De ce digne prophette sur les Iuis vengier». «Dangais», dist l'empereur, «vous estes bien parlant; Vous yres le matin, ie vous en priie tant; Et dittes a Pilatte il a passe lonc tamps 95 Qu'il ne me vint seruir, dont ie suy moult dollant. Dittes luy qu'il m'enuoye querquiet vng aufferant De fin or et d'argent et de perles autant, Et si le deffyez se ce est reffusant». «Sir», c'a dit Dangais, «ie feray vo commant». 100 Ne scay que vous yroye la canchon alongant: Au matin s'apareille li seneschal plaisant, A l'empereur commande sa femme et ses enfant, Puis monte ou pallefroy qui suef va amblant. Aueuc lui en mena quattre de ses sergant, 105 Assez en fist porter or et argent luisant; Au riuage trouua, ce croi ge, cent marchant, Aueuc eulx est entrez, par la mer vont nagant, Tout iusques au port d'Acre ne furent arestant. Dangais yst de la nef quant furent arriuant, 110 Adont prist il congiet as nageurs et marchant, Iusques a Iherusalem ne se fut arestant. Or oiies comment dieu si le fut arinant Lez le temple David la se fut arestant, Sur vng riche bourgois qui bien estoit creant 115 En celui qui pour nous fut la mort endurant, Mais n'osoit pour Pilatte en faire nuis semblant. Dieux a le seneschal richement ostele, Mieulx estre ne pooit en toute la chite; Celle nuit fut seruit par grande noblete, 120 Et apries le soupper ont grant reuiel mene. Ly hostes apella le seneschal loe, Et dist: «Dont yeste vous? point ne nous soit cele». «Sire», ce dit Dangais, «de Rome la chite; Homme suy l'empereur, c'est fine verite. 125 Or l'a prins maladiie et l'a si agreue Le corps a tout deffais et le vis tempeste Et la barbe keuwe et le vis alieupre. Medechine voy querre dont puist estre sanne; Qui conseil m'en douroit il aroit bien ouure. 130 Venus suy demander dedens ceste cite Se de ce saint homme, dont on a tant parle, Qui fu mis en la croix a doel et a viete, Seroit chose remesse dont on l'euist sanne. Qui trouuer le seroit, sachies en verite, 135 I'en douroy d'or fin vng [se]stier mesure». «Amis», c'a dit Iacob, «ayes dont retourne, Car pour noyent ariens de ce fait chi parle, Mais s'il y volloit croire ie pense en verite Tel conseil lui douroye dont il seroit sanne». 140 Quant li seneschal l'ot si ploura de pite, Et lui a dit: «Biau sire, or m'ayes escoutte, Et ie diray comment polrons auoir use». Dist Dangais li seneschal, qui moult preudons estoit: «Biau sire, par ma foy, qui tel chose feroit 145 Enuers le mien seigneur, et gharir le polroit, Ie scay certainement qu'assez tost y creroit, Car il a du grant mal forment le coer estroit, Et s'il estoit gharis bien scay qu'il vengeroit La mort du saint prophette dont parlez chi endroit». 150 «Amis», ch'a dit Iacob, «par le dieu ou on croit, Que se li vostre sire ens ou prophette croit Il en sera sannez, bien scay en quel esploit. Car il a vne femme en celle ville endroit, S'elle y volloit aller tres bien le ghariroit 155 Et par vne touaille qu'elle y porteroit». «Certes», c'a dist Dangais, «se venir li plaisoit, Assez arra argent et or comme il lui plairoit, N'a l'aller ne venir ia faulte n'y aroit, Et menaist vne femme qui bien le gharderoit». 160 «Amis», c'a dit Iacob, «parlez dont en requoit; Trop redoubte Pilatte le felon maleoit; Car nous seriens honnis se li glous le sauoit. Non pourquant se pour bien faire a mort me metoit Ie tiens que la dessus dieu le me rendroit, 165 Car qui bon maistre sert bon loiier en rechoit». «Amis», c'a dit Iacob «c'est verite prouuee: La char du saint prophette en la croix fu penee, Dalez lui fu sa mere dolente et esgharee, Qui tenrement plouroit, souuent quey pasmee: 170 Par le men essiant ia fuisse foursenee Se ce ne fuist saint Iehan qui l'a reconfortee. Illeucq vint vne femme malade et agreuee Qui fut toute liepreuse de l'eure qu'elle fu nee; Elle eult a nom Veronne, ainsi fu apellee; 175 Quant de Ihesus oit courir la renommee, Des viertus qu'il faisoit par toute la contree, Iusqu'au mont[843] de Caluaire s'en vint sans demoree; Quant Ihesus vit en croix s'a sa coulpe clamee[844]: La mere au sauueur si l'a reconfortee, 180 A son doy l'achena, les elle l'a posee, Si a prinse la ghimpe, du chief li a hostee, Son chier filz en toucha dont l'ame fut seuree, Par deuant le viaire a la ghimpe tournee; Lors y fu sa figure et sa fache fourmee, 185 La femme le rendi qui bien l'a reghardee, Aussitost qu'elle l'ot l'a a son vif frottee, Puis fut de son grant mal toutte par assouagie; A homme plus qu'a moy ne fu depuis moustree. Sannez en yert vo sire, se lui auies donnee, 190 Mais qu'elle y aist sa touaille portee». «Sire», c'a dit Dangais, «faitte que soit mandee». Dont le manda Iacob sans nulle demoree, Et elle y est venue, que point ne li desuee, Sy salua Iacob et toutte l'assamblee, 195 Et Iacob la saisy et lez lui l'a posee, Et lui a dit: «Veronne, ie vous ay chi mandee Car il vous fault aller a Romme la loee, Et porter vo tuaille, si qu'estre puist sannee La char de l'empereur, qui tant est agreuee. 200 Bien scay que par ce point aueront grief saudee Pilatte et tous les siens par qui fu lappidee La char de Ihesucrist et en la croix nauree. Vechi le seneschal par qui serez menee, Du vos ne despendres nes vne chose nee». 205 «Par ma loy», dist Dangais, «c'est verite prouuee, Et s'en sera toudis de riquesse peuplee». «Sire», c'a dit Veronne, «bien me plaist et agree». «Biaulx hostes», dist Dangais, «ie le vous certefiee, De retourner ariere ai ge grant desiree, 210 Mais il fault qu'ainchois soit ma parolle contee A[845] Pilatte ensement c'on le m'a commandee». Ainsi se deuiserent ensamble la nuitiie, Et puis vont reposer, iusqu'a l'ab[r]e esclarchie Que solaus fut leuet qui par tout reff[l]ambie. 215 Lors se leua Dangais et toutte sa maisnie, Et monta sur la mulle qui fu belle et polie, Vng rainsiel d'oliuier porta par seignourie, Vers le temple David a sa voye aquellie, Pilatte y a trouuet aueuc sa maisnie, 220 A moult grant assamblee des Iuis plain d'enuie, Deuant Pilatte vint, haultement li escriie: «Pilatte, entens a moi, et ne le laisse mye, S'ascoutte la parolle que je t'aray jehie. De par l'empereour de toutte Rommenie, 225 Chelui de qui tu tiens icelle seignourie, Et la grant prouuoste de la chite hantie, Bien sces que l'empereour t'en donna la maistriie, Sept ans a que par toy ne fu sa char seruie: Or te mande que d'or fin vne mulle querquie 230 Ly envoyes a Romme sans ce que le desdiie, Car dedens Romme gist d'une grant maladye Dont moult a despendut, grant mestier a d'aye, Et s'il na sa demande de par moy te deffye; Moult chier le comparas se sa char est gharye». 235 Quant Pilatte l'entent tous li sanc li fourmie; Lors a dit a ses hommes: «Chils vassaulx me deffie: Ie quide vrayement que ce soit vne espiie; Or le faisons destruire, ce est dont ie vous priie». «Sire», c'a dit Archilant, «ce seroit grant folie; 240 Mais laissies l'ent raller par dedens Rommenie A l'empereur de Romme, oussy de Lombardiie, Et s'il passe oultre decha a baniere desploye, Tost y perdra la tieste, ad ce ne faura mye». «C'est bien dit», dist Pilatte, «et ie le vous ottrye». 245 Iacob l'aisa moult bien en icelle nuitiie, Et s'a ossy Veronne vne femme bailliie, Et puis s'en sont partis droit a l'abe esclarchye, Aueucq Dangais s'en va Veronne l'adrechie, S'en porte le touaille qui est digne et saintie, 250 Dont Vaspasien ara la char toutte haitye, Sy que par yceste oeuure que vous auez oye Vint on sur le Iuis faire telle envaye Que toutte Iherusalem fu tellement assigie Qu'il y ot tel famine et si tresresongnie 255 Que la mere en menga, si fort fut curiie, La char de son enfant dessus le feu rostie, Ainsy que ie diray se ma vois est oye. Le seneschal s'en va qui le coer ot ioyant, O ly maine Veronne qui moult a biel samblant, 260 A Accre en[846] sont entret dedens .I. grant callant, Tant nagerent qu'a Barlette[847] si se vont ariuant Et tout iusques a Romme ne s'y vont arestant, La fu ly empereur la sancte desirant, Et Dampgais va Veronne a son hostel menant, 265 Au deuant lui ly vinrent sa femme et si enfant, Douchement le baiserent, puis le vont acollant, Et Dampgay leur ala Veronne commandant, Et puis vers son seigneur s'en alla retournant, En son lit le trouua moult malade couchant, 270 Deuant lui s'agenouille et le va saluant. «Bien vignies, seneschal», dist l'empereur vaillant: «Auez vous riens pour moy trouue faire gharant»? «Sy», ce dist Dangais, «mais que fuissies creant En celui saint prophette c'on alla traueillant 275 En croix, dont fu ferut d'une lanche trenchant». «Oyl», dist l'empereur, «s'aloye gharissant». «Sire», dit li vassauls», congiet ie vous demand Iusques a lendemain que g'iray retournant». «Amis», dist l'empereur, «bien m'y voy acordant; 280 Reuenez le matin, le peuple y sera grant, Car on yra Titus le mien fils couronnant; Tous y seront my hommes et my prinches vaillant». Et dist le seneschal: «Tout a vostre command». Vers son hostel s'en va, plus n'y est arestant, 285 Veronne le fiestiie et le va honnourant, Celle nuit vont, sachies, moult grant ioye menant; Et quant l'empereur vit l'endemain apparant Tantost se fist porter en la salle deuant Pour y veoir Titus c'on aloit couronnant. 290 Le matin se leua Veronne au corps sachant, Lors vit vng saint preudhomme qui passoit la deuant, Qui du vray dieu l'ala doucement saluant, Quant Veronne l'oyt se lui dit en oyant: «Queles homs este vous sire? ne le m'allez celant, 295 Ne comment avez nom, pour dieu le vous demand «Sire», c'a dit Veronne, qui le viaire ot cler, «En quel loy crees vous? ne le veullies celer; Et quels homs este vous? ditte lez sans doubter» «Belle, ie croy en dieu qui se laissa pener, 300 En croix d'une lanche laissa son corps entamer. Saint Pierre et saint Pol, que Noiron fit finer, Me firent es sains fons baptisier et leuer, Sy euch a nom Climen, ainsi me fach nommer». Quant Veronne l'entent si commence a plourer 305 Pour l'amour des appostles qu'elle oit nommer, Dont l'a fait dallez ly seoir et reposer Et dist: «Sire, pour dieu, veuilles mes escoutter: Ne savez qui ie suy, si le vous voel conter. Quant dieu fu mis en croix cascun s'ent vot aller 310 Des benois aposteles pour la mort euiter. Toutte lepreuse estoye, sachielle sans doubter; Les lui me volt la mere du sauueur apeller, Et puis m'ala tantost du chief la guimpe honter, Encontre son visage l'ala tantos frotter, 315 Et dieux y fist tantost sa fache figurer, Bouche et yeulx y ot sans changier ne muer, Elle le me rendy, se l'alay regharder, Et dieux y fist miracle dont m'alay conforter, Car il fist mon corps gharir et repasser. 320 Oncques puis ne le voch a personne moustrer, Fors a vng saint preudon que ie doy moult amer; En Iherusalem main, Iacob se fait nommer. Or vous dich pour certain, chi me vot amener. Le senescal de Romme pour son seigneur sanner. 325 Or suy lie qu'a vous m'a fait dieu assener, Par vo conseil volray d'orez en auant user.» A ces mos vint Dangais, qui l'ala amener Iusques ens ou palais, la l'ala presenter Par deuant son seigneur que moult deuoit amer. 330 Moult fu grande la court s'i furent mains barons: L'empereur se gisoit ou grant palais de non, Et si hommes s'asamblent entour et enuiron: La fu Titus viestu d'un vermeil singlaton. E vous le seneschal, en sa main vng baston, 335 Troix cop fiert sur vng bancq, adont se teusit on; Saint Climent commencha haultement .I. sermon Du saintisme prophette qui souffry passion, Comment resuscita la char saint Lazaron, Comment le mirent en croix li Iuif felon, 340 Comme Longhi le fery d'une lanche abandon, Puis li pria merchi et dieu li fist pardon, De Veronne leur conte doucement la raison, Si comme dieu li gharist la bouche et le menton. Volentiers escouterent li pluisieurs son sermon, 345 Et Climent apella Veronne sans tenchon, La ghimpe lui bailla sans nulle arestison, Lors l'estent Climent par grant affection Par deuant l'empereur qui mal sent a foison, Mais quant vit le viaire et la belle fachon 350 Celle part tent ses mains par grant deuotion, Et sa bouche et ses yeulx y toucha habandon; Adont deuint haities comme en yauwe poisson, Les esquailles queurent entour et enuiron, La rouffle se desceuvre, dont il y ot foison, 355 Nouuelle char li vint, ne senty se bien non, Et quant gharit se sent s'en ot ioye a foison Et acolle Dangay et Veronne de non, Qui lui ont pourvey sante et gharison. Lors a dit a ses hommes: «Bon seneschal auon, 360 Bon loyer doit auoir car present m'a fait bon De celui saint prophette qui m'a fait gharison: Ly Iuis l'achetterent a Iudas le felon, Trente deniers cousta, tout de fis le scet on; Mal dehait aye iou se n'en prench vengison, 365 Tant que pour .I. denier .XXX. Iuis douron.» L'empereur est gharit, ne sent mal ne dollour, Titus porta couronne a loy d'emperour; Onques mais a Romme n'ot ioye ne telle honnour. Vaspasien apelle son fils par grant amour: 370 «Biau fils, ie suis gharis, merchi au creatour: Se vengier ne le puis iamais n'aray honnour.» «Pere,» dist li vassaulx, «n'y mettez loncq seiour, Faittes vos gens semonre enuiron et enthour, Quant ensamble seront li grant et li menour 375 Tout droit par haulte mer les menrons sans seiour Deuant Jherusalem mettre le siege entour: Se Pilatte y est prins il morra a dollour.» «Vous ditez bien, biau fils,» ch'a dit l'empereour. Adont en appella Veronne par amour, 380 Et dist: «Venez auant, ie vous ayme par amour, Car aportez m'auez d'oultre la mer grignour Medechine qui m'a tolue ma langhour; S'en arez guerredon a vo volloir ce iour; Choisissies en ma terre enuiron et entour, 385 Ie n'ay castiau ne ville, plache ne haulte tour, Fors Romme seullement qui est de ma tenour, Que ie ne vous ottroye a ioiie et a baudour, Et tant de l'autre auoir que prenderez sauour.» «Sire,» c'a dit Veronne, «par le dieu que i'aour, 390 Vechy vng moult saint homme et plain de grant vallour, Trestout ce que voilez li donnez par amour, Car a luy ie le rens ou noin du creatour.» Dont apella Climent l'empereur de vallour Et lui a dit: «Saint homme, tout par le vostre amour, 395 Vous serez appostole de Romme le maiour, Car il me plaiat ainsy.» Dont ot Climent baudour, Et lui a dit: «Chier sire, ie vous prye par douchour Que tous ceulx qui voiront croire ou creatour Qu'il n'ayent ia par vous honte ne deshonnour, 400 Et sy prendez baptesme ou nom du creatour, Car certes fait vous a moult tresgrande douchour.» «Climent,» dist l'empereur, «or oyes ma raison: Quant j'aueray vengiet le prophette Jheson, Et destruit mains Iuif et ochis mains felon, 405 De ce qu'il m'a ghary lui renderay guerdon.» «Sire,» c'a dit Climent, «a vostre deuison.» Saint Climent puis ce iour dont parlet vous auon Faisoit trestous les iours as paiiens .I. sermon A vng moult riche autel qui est de saint Simon, 410 Droit la est la tuaille, que de fit le scet on. Et rois Vaspasien manda ceulx d'enuiron, De touttes pars y vinrent a sa commandison, Plus de cent mille y furent a sa deliurison; Mains calains apointerent et ossy mains dromons, 415 Et Titus li dansiaux s'apointa habandon; Pour le saint sepulcre aidier ot grant deuotion. Dont s'en vont les grans osts vers la mer de randon; L'empereur conuoya saint Climent le preudon; Sur li auwe de la mer a fait le benichon, 420 N'osa benir le peuple pour ce que crut Mahon. Et ceulx sont esquippe en la mer habandon, Et tant y ont nagiet au vent qu'il orent bon Qu'a Accres ariuerent par dessus le sablon; Deux iours y seiournerent li nobilles baron, 425 Au tierch iour vont a Iaffe .I. chastiel biel et bon; La ville et le castiel assegerent enutron; A iusticier adont l'auoiont Iuis felon, Et Roumains deuant ont tendus mains pauillon, Sonner font leur buisines et mains corps de laiton, 430 Se font pour establir moult belle garnison. Deuant le castiel furent .V. iours ou enuiron Qu'ains puis n'en yasirent ne firent capplison; Mais Titus prist la ville, ou lui mains dansillon, Abattre fist les murs, bruler mainte maison; 435 Ou chastiel en auoit chinquante ou enuiron; Ardoir virent la ville, ne leur vint mie a bon. Lors dirent l'un a l'autre: «Se chils paiien felon Nous tiennent en leur mains tous pendre nous feron». Dont bouttent leur coutiaux en leur bouche habandon. 440 Ensy se sont ochis a leur maleichon, Et Titus prist la ville et chastiel et dongon, Dont fist criier vng bancq l'empereur de renon Que on alaist par tout de maison en maison, En cheliers et en boue que riene n'y laissast on; 445 Et li Roumains le font a sa deuision, Tous les Iuis qui tiennent enthour et enuiron Il tuent et ochient a grant destruction; Mais ens vne vosure estoit vng gentils hon, Et m'est vist que Iaffet il s'appelloit par non, 450 A Titus se rendi d'umble condition, Et a Vaspasien l'empereur de renon, Et leur iura sa foy de vraye oppinion Qu'il leur vaura aidier de bonne intention A Iherusalem prendre la chite de renon. 455 L'empereur le retint d'umble condition, Et puis s'espandy l'ost parmy la region. Or fu li os payenne par toutte la contree, Plus furent de cent mille toute gent redoubtee, Se les conduit Titus a la chiere membree 460 Aueucq Vaspasien qui bien fiert de l'espee. Le chastiel orent pris grant ioiie en ont menee. Ceulx de Iherusalem sceurent la destinee, Que ly Roumains venoyent a baniere leuee; Adont de touttes pars on fait leur assemblee, 465 Par brief et par escript ont il leur gens mandee, Par vne riche fieste qu'il orent celebree, Car ly rois Archillans ot couronne portee. Pour le grant effroy ont leur porte bien fremee. Et Sarazins ceuauchent a baniere leuee, 470 Titus fiat l'auangarde sans nulle demoree Droit vers Iherusalem, la chite grande et lee; Tant ont il esploitiet et la ville suisee. Et Iuis en la ville ont leur fieste leuee, Pour eulx esbattre as camps est la fieste criee, 475 Mais quant l'ost des Roumains virent si a vuee N'oserent yssir hors, la porte ont bien fremee, Pour esmouuoir la ville ont la cloque sonnee, Et sont alle as murs a toutte gente armee; Et Roumains se logerent deuant enmy la pree, 480 La tente l'empereur fu haultement leuee, Et la tente Titus a la fiere pensee, Et Roumains vont fourant par toutte la contree. La proye que il treuuent en l'ost ont amenee; Mais grant besoing ont d'iauwe, car point n'en ont trouuee 485 Plus pries qu'an fleuue Iourdain, dont la chier ont yree; De quoy li empereur a la barbe meslee En appella Iaffet sans nulle demoree: «Conseillies moy Iaffet, s'il vous plaist et agree. Nous vous auons pour bien la vis respitee, 490 Et pour ce nous deuez par raison ordonnee Conseillier au besoing sans faussete prouuee. Point n'auons d'iauwe douche dont pas bien ne m'agree, Et nous dittes comment nous eu arons trouuee». Quant Iaffet entendi l'empereur au vif cler 495 Il lui a dit: «Biau sire, pour vous bien conseiller Faittes touttes vos profies tuer et escorcher, Et puis faites les cuirs tresbien appareillier, A poie et a chiment aioindre et atachier; Il teuront moult bien yauwe tant que seront enthier, 500 Le val de Iosspha faitte bien nettoyer, Puis voyant iusques au fleuue iusqu'a mille soumier, Et quant il sont venus faitte lez desquerquier, Et puis il auwe ens ou val si faittez trebuchier; En moult petit de temps y ara grant viuier, 505 Les keux y aront yauwe pour faire le meugier, Et bien y polront boire pallefrois et destrier». Quant l'empereur l'oit ensement desraignier Grant ioye en a menet, se le vot ottroiier, Et lui a dit: «Amis, bien sauez conseillier; 510 Ainsi sera il fait sans point de l'atargier». Dont va li empereur sa gent enbesongnier, Et fist tout ainsy faire qu'auez oit nonchier; Tant que le val fut plain ne le voirent laissier. Cheulx de Iherusalem, qui pensent a ghaitier, 515 Desoubz les murs le virent, soy prirent a merueillier; Et li frans empereur fist ainsy besongnier, Et puis si est monte sur .I. courant destrier, Aveucq lui alerent iusque a cent cheualier, S'i fu Titus son fils qui le corps ot leghier, 520 Dangais le seneschal qui tant fait a prisier, Et fut cascun arme de bon habier doublier, Iusqu'a la maistre porte ne volrent detriier; Sur les murs fu Pilatte qui coer ot de lanier, Pierres et caillaux fait moult forment apointier, 525 Et les aloit gharnir pour ruer et lanchier. Quant Dangais le vit bien l'ala reghaitier, A l'empereur le va moustrer et enseignier, Lors l'appelle ly rois et le va hault criier: «Pilatte, rendes moy la chite sans targier». 530 Vaspasien huqua par merueilleux air Pilatte son prouuost que moult pooit hair, Et lui a dit: «Prouuost, or me faittes oir, Ie vous ay trop laissiet si grant honneur tenir: Iherusalem avez de moy a manburnir, 535 Piecha ne m'en dagnastez amer ne chierir; Mais par le saint prophette qui me a fait gharir, Se ie vous puis tenir ie vous feray morir». Quant Pilatte l'entent si gitta vng souspir. Ensy comme parloyent Dangais ala venir, 540 Et vit son hoste Iacob que moult pooit chierir, Mais n'ose a ly parler ne nulle rime tenir, Asses lui fait des signes que bien pooit choisir. Et ly rois a Pilatte si a dit sans mentir: «Or me dis dont, vassal, comment te voels cheuir. 545 Iherusalem as tu de par moy a tenir, Or m'y laisses entrer, fay les portez ouurir, Et les Iuis feray essilier et bruyr Pourtant que au prophette firent la mort souffrir. Trop fustes outrageux de telle oeuure bastir; 550 S'on le veusist a droit on deust venir Le certain iugement a Romme requerir; Mais par celui seigneur qu'en croix fistez morir, Se ie vous puis auoir ie vous feray fenir». Quant Pilatte l'entent de paour va fremir. 555 Pilatte en appella les Iuis sans demour: «Que ferai ge,» dist il, «de cest empereour? Bien scay que s'il me tient ie moray a dollour». «Sire,» dist Barabam, «n'ayes nulle paour, Soiies lies et ioyans nous vous tenrons a seignour; 560 Iamais l'empereur ne l'ara a nul iour; Iherusalem est forte, bon murs y a et tours.» Quant Pilatte l'entent si a repris vighour, A terre s'abaissa si a pris vne flour, Son seigneur deffya a loy de traytour. 565 Lors s'en part l'empereur quant aprocha le tour, Il iura le prophette qui fait li ot amour Que mais ne rentera a Romme le maiour Si ara prins Pilatte et mis a deshonnour Et la chite destruitte et mise en tenebrour. 570 A tente reposerent e mainent grant uigour, La nuit ont reposet desy iusques au iour C'on fist criier vng banc de par l'empereour Que trestous s'adoubaissent li grans et ly menour, Et on le fist ainsy sans faire lonc seiour. 575 Vers la chite s'en vont menant grande freour, Sonner y oissies mains corps et mains tambours, L'assault se commencha a force et a vighour, Ceulx dedens se deffendent qui sont en grand paour, Et d'une part et d'aultre y maynent grant labour. 580 Layens auoit .I. sot demoret par mains iours, Trente ans y ot este, ne fist aultre clamour Que Va, Va, mais ce mot va il criant teusiours: En ce iour fu ochis d'un quairiel d'une tour; Quant les Iuis le virent s'en orent grant paour: 585 «C'est une prophesie,» ce diient li pluisours; Che fols disoit Va, Va, or est mors a dollour: Ceste chite yest destruitte et mise a dollour». Ensement fu le fol ochis et affines. Iacob a douchement les Iuis appelles: 590 «Seigneurs,» dist li preudons, «enuers moy entendes. Plus y a de trente ans acomplis et passez Que chils sos crioit, Va, Va; oyt souuent l'auez: La chite yert destruitte, adeuenir le verres, No chite est assise enuiron des tous les, 595 Cha dedens ne venra pain, vin, chars ne bleds, S'y a peu de vitaille et de Iuis asses, Bien sommes quarante [mil][848] qui nous aroit nombres, De femmes ne d'enfans n'en y a nuls contes. Crees conseil, biau sire, et si vous aduises 600 Anchois que no barnage soit cheens affames». Quant Pilatte l'entent si fu comme derues, A ses hommes escrye: «Ce viellart me prendes: Par lui nous est chils maulx acrut et abosnes, Car par lui a estet tout ce fait atournes 605 En ceste medechine que vous oy aues Dont roy Vaspasien est gharis et sanes». Adoncques fu saisy Iacop li renommes, Se l'ont mis en prison et formant enkaisnes, A dieu de sainte gloire s'est souuent commandes. 610 Lors fina li assaulx si se sont desseures, L'empereur repaira as loghes et as tres, La endroit se desarme et son riche barnes, Et Titus li sien fils s'est ossi dessarmes; On a cornet a li auwe, souper s'en sont alles; 615 A ce soupper y ot grande solempnites, Et en Iherusalem sont Iuis arres. Iacob est en prison qui moult s'est dementes; Se Ihesucrist n'en pense a mort sera liures. «Biau sire dieu» dist il, «car me secoures, 620 Ia fuy au fleu Iourdain baptisies et leues Pour augmenter vo loy ou ie me suy donnes». Ensi disoit Iacob qui de coer fu tourbles, Du roy de sainte gloire fu moult bien escoutes, Son angle li tramist dont fu reconfortes, 625 De prison le gitta, les huis a deffremes, Parmy la porte d'or l'en a l'angle menes. Quant il se vit as camps de li fu dieu loes, Trestout iusques as tentes ne s'i est arrestes, Du seneschal Dangais fu bien tost aduises, 630 Moult grant fieste li fist et moult l'a acolles, Et deuant l'empereur fu de ly presentes. «Sire», c'a dit Dangais, «cestui amer deues, Veronne me bailla dont vous fustes sanes». Quant l'empereur l'oit vers ly s'en est alles, 635 Doucement l'en appelle, puis si l'a acolle. L'empereour de Romme, qui fu de grant renon, Honnoura bien Iacob car il y ot raison. Iacob crut hien en dieu, sans male ocquison, Entre lui et Iaffet furent deux compagnon. 640 Adont conta Iacob comment fu en prison, Et comment fu deliures par le volloir Iheson, Et puis dist: «Empereur, entendes ma raison. Chy deuant poes estre assez et a foison, Assault ne vous y vault le monte d'un bouton. 645 Mais petit ont vitaille et sont gens a foison, C'est ce qui les menra en grant confusion. Faittes faire fossez entour et enuiron Que n'en puissent yssir le anemis felon. Se le faittes ensi comme dit uous auon 650 Affamer les verres en bien briefue saison». «Par foy», dist l'empereur, «ensement le feron». Dont s'alerent couchier tant que le iour vit on Que l'empereur fist tout aprester habandon Pour faire les fossez dont parlet vous auon; 655 Plus de .XX.m ouvries fosser y veist on; A Iacob et Iaffet a fait commandison De deuiser l'ouurage comme il leur samble bon; Puis fist armer sa gent entour et enuiron Pour gharder les fosseurs que n'ayent se bien non; 660 Et les ouuriers se painent par tel deuision Qu'en mains de .IIII. iours les fossez fait il ont Quattreuins pies de let et .LX. de parfon. Les Iuis en perchurent des murs la fachon; Quy qui en fuist ioyans Pilatte ot marison, 665 Oussy eult Archilant le iosne roy felon, Mais Iosep les conforte et dist en sa raison: «Seigneurs, ne vous doubtez, par amour vous prion, Se li fossez sont fais n'en ayez marison, A vne matinee tantos deffais seron, 670 Et s'en yrons as tentes esmouuoir la tenchon; Se vne fois Roumains reculler nous poon Iamais iour de si pries ne nous approcheron». Arcillant le Iuis qui le coer ot dollant, Et Pilatte qui fu vng cuyer soudoyant, 675 Au matin se leuerent anchois l'abe esclairant, Et uestent les haubers, les healme uont lacant, Chascun monte un cheual, au coste le bon brant, Et pendent leurs escus, leurs lances vont portant; Bien furent trente mille, par le mien ensiant; 680 Tous iusques as fossez ne se vont arrestant; Roumains sont a leurs trefs qui les uont regardant, Adoncques keurent as armes si se vont adoubant, Ly empereur s'arma et Titus son enfant, Dangais et Iacob et Iaffet enssieuwant. 685 Des grans fosses remplir Iuis se vont hastant, As pelles et as hoes bien les vont remplissant, Puis montent es chevaulx et vont oultre passant; Mieulx leur venist assez que fuissent retournant, Car les Roumains en viennent qui les vont encontrant. 690 La peuist on veoir vng estour fort et grant, Tant bons escus trauwer et tant bons iaserant, Li vns mors dessus l'autre a la terre gisant, Et derompre ces lances sur ces escus luisant: Tel cliquetich i font et tel noise vons menant 695 Que d'une lieuwe on l'oist qui y fuist escoutant. Ly noble empereur vint a l'estour courant, D'une espee qu'il tint va Iuis decoppant, Deuant ses cops ne dure armure tant ne quant; Mais quant Pilatte vit qu'il n'y aroit gharant, 700 Vers la chite s'en fuit, aueuc lui Archillant. Quant l'empereur le vit sa gent va escriant: «Or tosts, seigneurs, apries, car ie le vous commant; Pilatte voy fuir, allez apries courant, Iamais n'iert mes amis qui ne l'ira sieuwant». 705 Dont vont Roumains apries moult radement courant, A celle cache y eult vng estour moult pesant, L'empereur de Romme y va grant cop donnant, Mais riens ne le leur valli, leur paine vont perdant, Car Pilatte escappa et se mist a gharant, 710 Par dedens la grant porte se boutte tout errant, Et Archilant oussy, dont moult furent dollant, Mais Ioseph fu naure, pries ne l'ala'n tuant; C'euist este damaige, car bien estoit creant Au tresdouls Ihesuchrist qui se fu baptisant. 715 Ly Iuis sont retrais dedens la chite grant, Puis fremerent la porte et le pont vont haucant, Mais bien furent .XII.m sur les camps demorant Qui iamais ne verront ne femme ne enfant. Vers le temple s'en vont, Pilatte ot coer dollant, 720 Et l'empereur s'en va es tentes repairant Qui moult auoit le coer baulx, liet et ioyant De ce que li Iuis estoiient ensi roecrant. Seigneurs or escoutes canchon de verite, Ains plus vraye n'oistes en iour de vos ae. 725 Ly empereur se fu par .I. matin leue, Les fosses fist reffaire qui estoient estouppe, Layens ne peult venir pain, vin, char ne bled, La furent poure gens moult forment esgharez, Pilatte fu moult dollant et s'ot le coer yre, 730 Car vitaille failly qui n'en auoit plente; Laiiens ot tel hasquie et telle pourete Oultre mer veusist estre qui plus auoit barne: Layens furent forains li premiers affame Qui estoiient venus par dedens la chite 735 Pour la feste Archilant c'on auoit couronne, Car il n'eurent nul viure a leur volloir trouue: Ceulx qui orent vitaille si l'ont tresbien garde; Des chars de leurs chevaulx ont il mengiet asse. Il n'a homme en ce monde tant eust coer adure, 740 S'il encontraist ces femmes qu'il n'en euist pite, Qui veist ces enfans comment il ont ploure, Et comment il auoient a mengier demande, C'estoit grande pite de voir la cruaulte. Si grant famine fu par dedens la chite 745 Que vne seulle castaigne euist on acette Volentiers vng besant de fin or esmere. La furent poure gent forment desbarete, Qui vont par ceste rue morant en grant viete, La maudissent Pilatte sonnent et a plente 750 Quant oncques deffya l'empereur redoubte. Dedens Iherusalem ot vng doel moult plenier, Pa[r] touttes les maisons n'auoient que mengier, Du fosset se complaindent et deuant et derier, Qui la menue gent fist forment esmayer, 755 Car volentiers s'en fuissent se peuissent widier. L'un a l'autre se combat pour la char crue mengier, Pour cheuaulx et pour bestes pries sont de l'esragier, Le fort le tault au foible, la fu grant l'encombrier Des dammes qui n'auoiient que boire ne mengier, 760 Les herbes vont adont querant par le vregier, Qui trouuer puelt l'ortye il le prent sans dangier. La vieille gent y fu affamee premier, Quant vitaille ont apris il n'en ont recouurier, Sy se laissent cheoir comme pourchiaulx en fumier, 765 La endroit les conuient de famine baillier, La les vist on morir de fain et deuyer, Et ceulx qui sont en vie les gittent es carnier. Les portes furent cuiries, les cuirs en vont mengier Et par petittes pieces cuire et despechier; 770 Ly enfanchon des biers seuffrent grant dangier, De fain et de mesaise commencent a schier, Les meres ne les seuent de quoy rappaisier, Il tirent et saquent, ne treuuent que suchier Fors que des tettes font sans plus le sanc widier; 775 Pasmer y veissies maintes iosnes moullier, Et par terre morir a doel et encombrier. Pilatte le prouuost a fait vng banc criier Ne remaine cheual, pallefroy, ne destrier Que tantost on ne fache tuer et eschorchier 780 Et par meuues pieches les faire despechier, Et en mengeront ceulx qui en aront mestier, Et on fist son command c'on ne volt detriier. Layens ot vne damme qui moult fist a prisier, Roynne fu d'Aufricque, grant terre ot a baillier; 785 Quant mors fu son mary qui le viair ot fier Pour l'amour damme dieu voit sa terre laissier, En Iherusalem vint le sepulcre baisier, Tous les iours y alloit son offrande baillier. La damme ot nom Marie dont vous m'oez nonchier, 790 Sy auoit vue fille qu'elle ama et tint chier, Mais il convint par lui la parolle adrechier Que dieux dist ains que se laissast crucefiier. Cele damme d'Aufricque, dont ie vous senefye, Ot en Iherusalem prinse sa herbe[r]g[e]rie 795 En l'ostel d'une damme qui moult estoit s'amie; Clarisse fu nommee et fu de grant lignie, Assez auoit vitaille et bien en fut garnie, Mais Iuis li tollirent la putte gent haye, Ne l'en volrent laissier denree ne demye; 800 Dont la roynne fu durement mal baillie, L'enfant n'ot que donner soir ne matinye; Moult l'en pesoit au coer car souef l'a nourie, De fain le vit morir a vne abe esclairie. Quant la damme le voit forment pleur et larmie, 805 Quattre fois a la terre s'est pasmee[849] flastrie, «Aye, my dieu,» dist elle, «que ie suy ahontie! Pour vostre loy tenir ay ma terre laissie: Or voi ge mon enfant mort a doel et a hasquie. Pensons de l'enfouuir, Clarisse, douce amie». 810 «Douce damme,» dist elle, «ce ne ferons nous mie; Mieulx vault que le mengons que nous perdons la vie; Se ie n'ay a mengier, par la vierge Marie, Ie mengeray mes mains pour le fain qui m'aisgrie, Ne me puis soustenir tant sui ge mesaisie, 815 De cestui viuerions se la char fuist rostye, Tant que le mien ara ossy perdu la vye, Et puis le mengerons, ie le vous certefye». «Clarisse,» dist la damme, «de ce ne parlez mye, Car anchois mengeroy de caroigne rostie 820 Que mengier mon enfant pour fain qui me maistrye, Qu'en mes costes portay; bien seroy esragie». «Si ferez,» dist Clarisse, «douche soer et amye. Ie me desesperay se de vous n'ay aye, Mieulx vault que le mengons que nous perdons la vye». 825 «Par ma foy non feray,» ce respondi Marye; «I'ay trop plus chier morir et a perdre la vye». Atant es vous vng angle qui luist et reflanbie, Qui deuant elle descent en leur hostelerie, 830 Pries de Marie vint a douce vois serie, 830 Qui lui dist en l'oreille: «Dieu si te mande, amie, Que de l'enfant mengier ne t'esbahy mie, Pardonne te sera du digne fruit de vie; Dieu voelt que par toy soit la parolle auerie». Quant la damme oit l'angle qui tels mos a contes 835 Moult tenrement ploura, le sanc li est mues; Dont fut l'enffant saisis et auant aportes, L'un des bras en ont pris et trestout decoppez, Sur le charbon fu mis rostir et puis tournes, Et la damme plouroit, piteulx mos a gittes, 840 Et dist: «Enffes beaulx, de moy fustes portes; Quant ie vous mengeray ce sera grant grietes, Mais puis qu'il plaist a dieu faire conuient son gres». Adont chey li corps de la damme pasmes, Et de Clarisse fu forment le feu hastes, 845 Et quant la char fu cuitte et bien rostie asses A la damme en presente dont li coer est tourbles: Troix morsiaux en menga, puis key l'autre les, Quinte fois se pasma, puis key l'autre les, Et dist: «Lasse meschante, de quelle heure fu nes 850 Le corps de moy qui tant sy est maleures! Iusques en fin du monde est chils fais reprouues Quant i'ay mengiet l'enfant qu'en mes flans ay portes. He mors, qu'atendes vous que tosts ne m'estrangles? Enssi disoit la damme qui grans cris a gittes; 855 Et le flair de la char est par les rues alles; Pilatte yert au temple ainsi que foursenes, Dont appella sa gent et leur dist: «Cha venes; Tosts et ysnellement la quizine me queres Dont chi endroit le flair si m'est venu au nes, 860 Faittes comment que soit que chi m'en aportes; Se donner on n'en voelt trestoutte leur tolles». Et ceulx ont respondu: «Si comme vous commandes». Ly sergans s'en tournerent qui de fain sont lasses, Par le flair de la char sont tantos assenes, 865 Il busquent a l'ostel, si leur fu deffremes, «Damme,» ch'a dit li vns, «enuers nous entendes. Pilatte le preuost, nostre droit aduoes, Voelt que de vo cuisine li ayes presentes». «Par ma foy,» dist Clarisse, «il en ara asses: 870 Nous mengons nos enfans, venez, si en prenes». Le remanant aporte dont li brach fu hostes: Quant ly sergans ce virent tous furent effrees, De hide et de paour sont en fuyant tournes. Ariere retournes si s'en sont li sergant, 875 Au temple Salemon s'en sont venu courant, Quant Pilatte les vit s'a dit: «Venez auant: Aye de la vitaille que ie desiroy tant?» «Nenil,» ch'a dit li vngs: «au diable le commant. Il n'a femme ne homme en ce siecle viuant 880 Qui veist oncques mais tel dolleur apparant, Car de fain y menga la mere son enfant; Elle m'en volt donner mais ie fus acourant». Quant Pilatte l'entent grant doel va demenant, Bien voit seront destruis et n'y aront gharant, 885 Iusques a lendemain va le chose delaissant Qu'il alla deuant lui le grant conseil mandant, Et leurs a dit: «Seigneurs, allez moy conseillant; Oncques mais en ma vie n'euch de destourbier tant, Car plus ne trouuerons de vitaille noyant, 890 Et se veons no gens qui de fain vont morant. Rendons nous la dehors a l'empereur vaillant, I'ayme mieulx que li voye celle chite rendant C'on me voist par famine sur .I. fumier getant». Quant Iuis l'entendirent leur poins vont detordant, 895 Et dames et pucelles vont grant dolleur menant, As portes vont les hommes leur palmes detordant, Et mandent l'emperenr qu'a eulx il soit parlant, Et il y est venus montez sur l'afferant. Quant li Iuis le virent si leur vont escriant: 900 «Sire, drois empereres, entendes no samblant; Laissies nous ent yssir par ytel couuenant Que ne reuenrons mais en iour de no viuant». Et dist l'empereour: «N'en ales plus parlant, Car par chelui phrophette que fustes crucefiant 905 Ains feray de vos corps du tout a mon command». Et quant Archilant va la[850] parolle escoutant, C'est que a l'empereur n'iront merchi trouuant, Adont s'est desarmes tost et incointinant, Et puis si a parlet haultement en oyant, 910 Et dist a l'empereur: «Alez moy escoutant. Herode fu mon pere, ce sceuent li auquant, Ie portay la couronne quant il fu defiuant. Mal dehait aye iou se tout fin maintenant Ens ou despit de vous ne me voy ochiant; 915 De ma mort ne seront ia Sarazin vantant». Puis a saquiet l'espee qui clere yert et luisant, Par desoubz la mamelle se fiert .I. cop si grant Que on peuist veoir la pointe oultre passant; Es fosses quey mort dont Roumains sont dollant; 920 Et le Iuis retournent courouchies et dollant. Mais Pilatte s'escrye a l'empereur puissant: «Sire, a moult grant tort m'alez vous destruisant; Mais prendez nostre auoir si nous laissies a tant». «Pilatte,» dist l'empereur, «ie vous ay en couuant, 925 Quant de chi partires vous n'y ares gharant. A malle heure feiste le prophette dollant Qui mon corps a ghary, si le seray vengant». A ces mos dont ie dis ont laissiet le plaidier. L'empereur retourna a ses tentes arier, 930 Et Pilatte au temple si s'en va repairier, Et puis fist les Iuis mander pour conseillier, Et leurs a dit: «Seigneurs, or oyes mon plaidier. Nous auons chi dedens et argent et or mier, Grant honte ce sera se Sarazins lanier, 935 Qui de cha sont venus pour nous a essilier[851], Mais ie scay tel enghien, sel volies ottriier, Que ia n'en aueront qui vaille .I. seul denier. Et vous aues oy l'empereur prononchier Qu'il nous fera tout vendre, c'est tout son desirier. 940 Ceulx qui seront vendus, c'est a prouuer legier, Polront bien escapper, espoir, de ce dangier, Sans recepuoir la mort ne leurs corps empirier; Sy vous loe trestous vostre auoir a mengier, Car encore en polrons bien auoir grant mestier 945 Ceulx qui escapperont de ce peril enthier. S'ensy le voles faire bien vous say conseillier Comment le mengeres tout a vo desirier. A bons chisiaulx le faitte rompre et detaillier, El pesteller menut cascun en vng mortier, 950 Ensy le polres bien user et essillier, Et qui trop en ara s'en donne sa moullier, Son frere, son cousin, et ceulx qu'il ara chier». Quant Iuis l'entendirent commenchent a criier: «Moult bien a dit Pilatte, ce fait a ottriier». 955 Ly Iuis s'en tournerent, n'y volrent atargier. Qui veist ces auoirs hors des coffrez saquier, Hanapz et escuelles, argent et or mier, En ces mortiers de keuure estamper et froissier, Cascun a son pooir se penoit d'enforchier, 960 Oncques ne s'aresterent bien trois iours enthiers, Ne les nuis ensement iusques a l'esclairier, Et Pilatte ensement, qui dieu doint encombrier, A fait tout son auoir donner et exsillier. Il cuiderent bien faire a leur auoir mengier, 965 Mais pour ce en morurent bien .XL. millier Qui fuissent escappez sains sauf et haities, Se ce ne fuist leur ors que il volrent mengier. Lendemain au matin, si qu'a prime sonnant, Se sont tous assamblez li vies hommes sachant, 970 Et Pilatte meysme y est venu plourant. «Seigneurs,» ch'a dit Pilatte, «entendez mon samblant. Ie vous ay iusque a chy este vostre gharant, Mais ores vous gherpis puis ce iour en aduant, Ne vous puis mais aidier ne valloir tant ne quant, 975 Se riens vous ay meffait le pardon vous demand». Quant Iuis l'entendent forment vont soupirant, Vers la porte se tournent, Pilatte va deuant, Tout iusques au fosset ne se vont arestant, Titus venoit sus son destrier courant, 980 Enuiron le fosset s'aloit esbanoyant, S'avoit aueuc lui mains cheualiers puissant. Quant virent les Iuis moult se vont merueillant; Pilatte les perchut, si les va assignant, Et Titus vint a luy as esperons brochant; 985 Tantos l'ala Pilatte par le sien nom nommant, Bien le congneult as armes et a l'escut luisant. «Sire,» c'a dit Pilatte, «entendez mon samblant. A vous et a vo pere nous alons tous rendant, Chite, corps et auoir, faittes ent vo command. 990 Ayes pite de nous, pour dieu le vous demand. Bien scay que par follour ay este mesprenant, Mais se me volles rendre la chite souffisant Cent ostoirs vous douray et cent pail d'oriant, Et cent meutes de chiens qui bien seront cachant, 995 Aueuc cent hotois et deux mille auferant, Et .X. soumiers d'argent et de fin or otant». Quant Titus l'entendy si en va souriant, Par vng message alla le sien pere mandant, Et quant li empereur en seult le couuenant 1000 Il iura le prophette qui fait li eult gharant Que iamais vers Pilatte ne s'iroit acordant. Erraument s'adouba, puis monte en l'aferant, Vng graisle fist ruuer, de l'ost s'en va partant, Et li Roumains le sieuwent cheualiers et sergant, 1005 Tout iusques as fosses ne se vont arrestant, Sy tost qu'il vit Pilatte se lui dist en oyant: «Pilatte, mon prouuost, moult ay ie courouch grant Que vous aues este encontre moy tenant Ceste belle chite; or le m'alez rendant». 1010 «Sire,» ch'a dit Pilatte, «i'ay este ygnorant; A vous nous nous alons corps et avoir rendant, A vo plaisir en faittes desormais en aduant». L'empereour de Romme qui tant fist a doubter Fist les fosses remplir et la terre raser, 1015 Tant que on y pooit et venir et aller, Diix mille cheualiers a fait oultre passer Qui firent les Iuis hors de la ville aller, Puis allerent vistement les portes reffremer, Sy que nuls ne peuist ariere retourner. 1020 Titus a pris Pilatte, le commande a gharder, Et Iacob prist Ioseph, car moult le volt amer, Bien crut en damme dieu qui se laissa pener, Volentiers se fera baptisier et leuer. Puis dist Vaspasien tout haultement et cler: 1025 «Seigneurs, ie ne voel pas mon serement fausser: Or viengne auant qui voelt des Iuis achetter, Et trente l'en feray pour .I. denier donner». Vng Roumain sault auant qui oit ce parler, Vng denier il bailla, .XXX. en a fait seurer, 1030 D'une part les mena, dont commence a iurer La mort du saint prophette leur fera comparer. A ycelle parolle ne volt plus arrester, Le destrier espouronne quan qu'il peult randonner, Et fiert vng des Iuis deuant a l'encontrer, 1035 Trestout parmy le corps a fait le fier passer, Au saquier hors sa lanche en wida li or cler. Quant li Roumain le vit si n'en seult que penser; Vng aultre en va ferir de son brancq qui fu cler, Et le tiers et le quart va tous ius crauenter, 1040 A cascun veoit on l'or des pances couller. A vng des Iuis va vistement demander Quelle chose puelt estre qu'il voit luire si cler: «Se le voir tu m'en dis ie te volray sauuer». «Sire», dist li Iuis, «ne le vous quier celler: 1045 Pilatte nous rouua nostre auoir a vzer, Tout ce que en auiesmes la dedens a gharder; Ia mar y enteres pour auoir conquester, D'or ne d'argent n'y a vaillant .I. bouqueler». La furent li Roumains qui le volrent escoutter; 1050 Quant il orent oy tel raison deuiser A l'empereur viennent, puis prendent a crier: «Sire, i'en voel denree pour vo dit auerer». Et il leur respondi: «Ie le voel agreer. Qui vng denier doura .XXX. en polra mener». 1055 En plus de mille part les veist on capler, Et le roy leur faisoit les Iuis deliurer; N'en veult que troix denrees detenir ne gharder, Trestous ionnes Iuis femmes et bacellers; Vous orez qu'il en fist, mais ains volray conter 1060 Comment fist la chite essillier at gaster. Seigneurs, ceste canchon doit bien estre oye. Ly nouueaux Titus a le chiere hardye Entra en la chite o sa cheualerie, Assez y ont trouuet riquesse et manandye, 1065 Pourpres et singlatons et draps de Damarie; Mais or fin ne argent n'en trouuerent mie. Ly rois fist tout tourser par sa bonne maisnye, Et fist les murs abattre et maintes tours antie, N'y remest que le temple, c'est bien chose auerie, 1070 Et[852] la tour de David qui fu d'ancisserie. Et quant fu la chite ensement essillie Il s'en est repairies a ses tentes iolye, Venus est a son pere et doucement li prye De repairier ariere et le roy lui ottrye. 1075 Adont a commande que l'ost soit deslogie; Quant li payens l'oirent s'en mainent chiere lie. Le roy fist apointier en la mer ressongnie Troix nef et en cascune fist mettre sans detrye Vne denree sans plus de la iuyserye; 1080 Oncques denree n'y eult de vitaille baillie, Ensement les esquippent en la mer qui ondie; Au tier iour ariuerent oes en quel partie, Ly vne en Antioche[853] come l'istoire crie, Et l'autre en Engleterre ala ne doubtez mie, 1085 Et en Flandres la tierch a qui le fain curie. Or en lairons ester, si dirons ceste fie De l'empereur de Romme qui o sa baronnie Qui en la mer s'esquippe o sa cheualerie: En .VIII. iour ariuerent a Ba[r]lette l'antie; 1090 Lors yssirent des nef leur voye ont quellie, Et s'en vont deuers Romme a belle ceuauchie, Aueuc eulx en menerent par moult fiere maistrie Pilatte le prouuost qui la chiere ot marie. A l'entrer dedens Romme fu la ioye essauchie, 1095 Cascun a son pooir l'enpereres fiestie. A Romme droit si est l'empereur repairies, Saint Climent vint encontre qui ne s'est atargies, Et dist: «Drois empereur ie vous priie et requieis, Vous estes reuenus sains sauf et haities, 1100 Et Titus vostre fils, dieux en soit graties, Or me tenes couuent que soiies baptisies». Respont l'empereour: «I'en suy appareillies. Alez isnellement, les fons saintefiies». Et saint Climent ne s'est de riens atargies, 1105 Les cuues fist emplir, puis l'a saintefiies, Et eus ou non de dieu le pere droituriers, Puis a fait l'empereur trestou nuds despoulliers, Tout et incontinent fu premier baptisies, Et Titus apries ly qui en fu forment lies, 1110 Dangais et Iacob et Iaffet le prisies. Quant ceulx de Romme virent leur seigneurs baptisies En plus de mille lieux fu saint Climent huquies: «Sire, baptisies nous et si nous enseignies». Quant saint Climent l'entent si en fu forment lies: 1115 En .VIII. iours ne fina saint Climent le prisies; Cuues a fait emplir, se les fait dediier Et benir et sacrer, et puis leur a pries Qu'il entraissent dedens; ceulx y vons volentiers; Ensy se sont Roumains tous a dieux ottries. 1120 Et li frans empereur ne s'i est atargies, Ses barons appella, donne leur a congies Qu'il iugassent Pilatte qui tant est renoiies. Dont s'asamblent si hommes et se sont conseillies, Et puis fu li consaulx a l'empereur nonchies 1125 Que Pilatte si soit en Vianne enuoyes, Car la coustume estoit en ce temps, ce sachies, Que nuls homs ne moroit, mais il estoit iugies, En la fosse en Vianne estoit mis et muchies; Ensi le tenoit on a Romme et ens es fies, 1130 Et l'empereur s'i est volentiers ottriies. Par trente cheualiers y fu tost enuoyes, De karkans et de fiers fu il tresbien lyes; La ne veoit clarte, de nului n'est aidies; En ycelle maniere, ce tesmoigne li bries, 1135 Vesqui plus de .IIII. ans et puis fu deuiies, Et traine par la ville et as camps conuoyes. Quant la gent l'ont veu cascun est escriies: «Vela le fau Pilatte qui tant fu renoiies, Par qui Ihesu no pere fu en croix traueillies». 1140 Ainsy fu par la ville Pilatte trayenes, Dedens vne gisquiere la fu il enteres; Il y gut bien .VII. ans acomplis et passes, Mais en ce pays aduint si grande cruaultes, Car ou pays ne crut auaine, vins ne bleds 1145 L'espasse de .VII. ans qu'il y fu enterres, Dont le pays en fu tellement affames Oncques n'y eult si riche qui n'en fuist effrees; A l'euesque s'en est trestout le peuple alles: «Sire», font il, «pour dieu, quel conseil nous doures, 1150 Par quoy chils pays puist estre reconfortes? Si grant famine y a que c'est grande pites». «Seigneurs», c'a dit l'euesque, «vng petit m'escoutez. A ioeudy du matin trestous chi reuenres, La fieste saint Marcq sera et sa solempnites, 1155 Pourcession ferons». Ceulx se seront acordes. A ce iour si se sont tous vers lui retournes; Mais a l'euesque fut vng briefuet aportes Par vng angle du chiel et li fu presentes Que c'estoit pour Pilatte qui la fu enterres; 1160 Dont commanda l'euesque que de terre soit ostes, Et ceulx y sont courut de bonne vollentes, A pilles et a howes si fu tantost trouues Par desoubs une pierre, de la l'ont desterres, Et tout oussy enthier que quant y fu boutes. 1165 Quant Pilatte trouuerent moult se vont merueillant: L'euesque commanda c'on aportast erant Vng tonniel bon et fort pour mettre le tirant, Et que hors du pays on le voist troudelant. Tantos et sans demeure il on fait son ymant 1170 Dedens le tonniel mirent le cuyers soudoiant, Gitte l'ont en la mer, au diauble le commant. L'euesque retourna moult haultement chantant, Et le peuple apries lui les orisons disant, Au moustier sont venus li petis et li grant, 1175 Et gratierent dieu le pere royamant. Apries vint ou pays vne plente si grant, Ly fourmens et li vins furent si habondant Que tout par tout s'ala le pays repeuplant. Et Pilatte s'en va parmy la mer flotant, 1180 A vng mont s'est hurte c'on apelle Baucant, La roche s'est esprise quant senti le tirant, Et encores art elle si que l'en va disant. Mais ie vous en lairay, se m'en seray taisant. Ly ame Pilatte est en enfer le puant; 1185 Dieux nous en gharde tous par son digne commant, Lequel si vit et regne ou trosne triumphant; Estre y puissons nous tous en la parfin manant, Ceulx qui sont trespasses et ceulx qui sont viuant. In secula seculorum. Dittes amen.

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