II.
Reading edition
Tale è l’albero che crebbe dal piccolo seme gettato su questa terra — così vuole la tradizione — in questo giorno, duemila seicento sessantatrè anni sono. L’albero è da molti secoli precipitato: ma per quale ragione gli uomini ritornano ancora, da ogni parte del mondo civile, a frugare con così ardente curiosità, là dove furono le sue radici? Perchè in nessuno degli Stati che a volta a volta predominarono sulla età loro, tutte le forze di dissoluzione e di ricomposizione, che fanno e disfanno di continuo le civiltà, poterono mai agire per tanti secoli così liberamente come in Roma, senza essere nè frenate nè accelerate dai pericoli e dagli urti esterni, che tanto possono di solito sulle vicende di tutti gli Stati. In questo e per questo Roma è veramente un fenomeno unico nella storia del mondo. Dalla distruzione di Cartagine sin molto innanzi nei tempi più calamitosi della ultima decadenza, Roma ebbe alcuni grossi ma passeggeri spaventi; non conobbe invece nè l’oppressione nè lo stimolo dei pericoli esterni gravi e continui; potè quindi abbandonarsi interamente alle forze interne che di secolo in secolo la venivano alterando; e perciò la sua storia è, come dicevo, storia completa, in cui si ritrovano tutti i fili che fanno e disfanno continuamente la infinita tela di Penelope della storia e che, se si intrecciano tra loro in svariatissimi modi, non sono però senza numero e sono sempre gli stessi, in tutti i tempi. Si vede, per esempio, in quella storia, come un impero si formi e come si dissolva; come un’aristocrazia storica si sfasci e una democrazia possa morire per esaurimento; per quali interni processi una repubblica si converta in monarchia, uno stato militare e nazionale si snaturi in uno stato di alta cultura, allentandosi, allargandosi e a poco a poco sfaldandosi interamente nell’individualismo, nell’intellettualismo, nell’esotismo, nell’umanitarismo, nel cosmopolitismo; si vede in quella storia un regime autoritario che a poco a poco si incatena da sè in un complicato sistema giuridico; si osservano parecchie grandi rivoluzioni e reazioni, innumerevoli ripercussioni della politica interna sull’estera e viceversa; si può studiar mirabilmente quello che è forse il più arcano e inquietante tra i fenomeni della storia, la violenta repulsione morale che, sopratutto ai loro inizi, suscitano le civiltà che poi, maturate od estinte, sono ammirate come i capolavori dei popoli cui si attribuisce la lode di grandi; ci si vede infine una religione politica distrutta dall’alta cultura letteraria e filosofica, una nuova religione mistica che si forma dai detriti di quella stessa coltura, e innumerevoli contatti, mescolanze, attrazioni, urti e conflitti tra popoli vecchi e nuovi, tra civiltà antiche e i barbari, tra stati, religioni, diritti diversi. Non finirei così presto se dovessi enumerare tutti gli elementi della storia universale che si trovano raccolti, come in una sintesi, nella storia di Roma, e per maggior comodo intorno ad un centro, Roma stessa, che difetta nella sparpagliatissima storia greca e da cui l’immenso panorama può essere osservato ad agio; onde la storia di Roma è completa e sintetica; e in quella ogni età può ritrovare un po’ di sè stessa, rimirandocisi come in uno specchio.
È cosa nota infatti che, specialmente negli ultimi tre secoli, dopochè nuovi e forti stati incominciarono a rifarsi nella polverizzazione politica del medio evo, Roma, la sua storia, la sua letteratura, il suo diritto furono come un modello, uno schema, se si vuole un miraggio storico, proiettato dal passato innanzi alle generazioni che cercavano la via dell’avvenire, e movendo verso il quale quelle generazioni trovarono davvero la via per tanto tempo cercata invano. Roma è, nel secolo XVII e XVIII, il modello a cui guardano le grandi monarchie che si fondano in Europa; Roma, nel secolo XVIII e XIX, fomenta con la storia della repubblica, con il culto fervoroso di Bruto e il romanzo scandaloso dei Giulio-Claudii, tramandatoci da Svetonio e da Tacito, l’opposizione alla monarchia assoluta; Roma ancora, dopo la Rivoluzione francese, presta alla monarchia come argomento e mezzo di persuasione, le apologie Cesariane del Drumann, del Duruy e del Mommsen, e le lodi dell’amministrazione imperiale. Si può anzi dire che parecchie tra le più celebri storie di Roma del secolo XIX sono state scritte in considerazione del conflitto tra la repubblica e la monarchia. Senonchè questa è appunto la ragione per cui, affievolitasi nell’ultimo quarto del secolo XIX la guerra tra i due principî politici, non solo quelle storie di Roma così concepite invecchiarono, ma molti sono venuti nell’opinione che l’antico interesse per gli studi romani debba spegnersi. “Viviamo — si dice — nel secolo dell’elettrico e del vapore: còmpito dei nostri tempi è appagare le classi medie e popolari che non guerre o rivoluzioni vogliono, ma una vita più sicura e più comoda; lavorare infaticatamente per creare le prodigiose ricchezze necessarie a soddisfare i nuovi desideri di moltitudini così numerose. Una antica storia, tutta piena di guerre e di imprese politiche, deve divenire straniera ad un secolo che abbisogna di macchine più che di leggi, di chimici e di fisici più che di guerrieri e di letterati„. Si aggiunge poi che il latino, il quale sino ad un secolo fa era una lingua semiviva, si è spento interamente nel secolo XIX, stretto e soffocato entro il rigoglioso sviluppo delle lingue e delle culture nazionali, sepolto sotto le rovine della potenza politica della Chiesa, che nell’idioma come in tante cose aveva continuato l’impero di Roma; e morta la sua lingua, una nuova, ultima e definitiva decadenza doveva incominciare per Roma.
E difatti, allorchè fu praticamente provato che era cosa facile risvegliare anche nel secolo del vapore e dell’elettrico l’antico interesse per la storia di Roma, tutti si diedero ragione del singolare fenomeno, attribuendolo al rammodernamento alquanto violento — lodevole, secondo gli uni, riprovevolissimo, a giudizio di altri — che io ne avrei fatto. Ma è questa una curiosa illusione che non ha potuto divulgarsi, anche tra gli storici, se non perchè rarissime sono ormai le persone che leggono a fondo gli antichi scrittori. Quanti conoscono la letteratura latina sanno che io non ho per nulla rammodernata la storia romana; anzi sono ritornato all’antico, ripigliando il punto di vista da cui Tito Livio aveva prese le mosse e che non gli appartiene in proprio, perchè è comune a tanti altri antichi scrittori; ripigliandolo e depurandolo dalle preoccupazioni morali e politiche contemporanee e sforzandomi di corroborarlo con l’esperienza più matura di una civiltà più vecchia di venti secoli. Quella mia storia di Roma, che fu giudicata così rivoluzionaria, è già tutta in seme nella breve prefazione che Tito Livio premise alla sua grande opera, per lamentare la semplicità e purezza degli antichi costumi guasti dalla corruzione che a poco a poco invase Roma. A chi studi a fondo quella dottrina della “corruzione„ che occupò — e inquietò — per così lungo tempo lo spirito Romano, è facile riconoscere nei tre vizi suoi capitali, l’avaritia, l’ambitio, la luxuria, quel crescere dei bisogni e delle ambizioni, universale e progressivo di generazione in generazione, che obbliga noi tutti al principio del ventesimo secolo a lavorar così affannosamente. L’avaritia è la smania del guadagno continuo, peccato universale, oggi, di tutti gli uomini in tutti gli ordini sociali; l’ambitio è ciò che noi chiamiamo l’arrivismo, la irrefrenabile spinta di tutti a salire in luogo più alto di quello in cui ciascuno è nato; la luxuria, quel desiderio di accrescere comodi lussi e piaceri, di cui l’Europa e l’America sono oggi addirittura frenetiche. Ma intesa così la dottrina della corruzione, tutta la storia di Roma, anche i suoi secoli più pieni di rivoluzioni, di guerre, di conquiste, quella immensa storia che da tanti secoli sta innanzi alla civiltà nostra come un prodigio, si riconduce facilmente, come ad una delle sue più profonde e possenti forze motrici, ad un fenomeno che ciascuno di noi può intendere facilmente, perchè tutti ci viviamo in mezzo, in questo stesso momento: onde non solo poteva il secolo dell’elettricità e del vapore, ponendo l’occhio alla specola preparata venti secoli addietro e non per osservatori così moderni, da Sallustio e da Livio, ficcar lo sguardo attraverso questa confusa e terribile storia vedendone il fondo; ma anche specchiarsi in quella e ritrovarcisi. Ritrovò il nostro secolo in quella storia, qua e là, sparsi a caso, dei piccoli frammenti di sè: come alcune delle lotte in cui contendono oggi i partiti della Francia; come certi oroscopi che in Inghilterra si vanno traendo sull’avvenire dell’impero o sulle sorti della infiacchita aristocrazia; come il conflitto tra la tradizione puritana e la torbida civiltà del denaro che ferve in America; come pure perfino certi personaggi, almeno se non abbia troppo abusato del suo sottile ingegno quell’anonimo scrittore che, traducendo in spagnolo tanti brani della storia di Augusto e mettendo il nome del generale Roca nel luogo di quello del primo princeps dell’impero, compose a guisa di mosaico romano un curioso ritratto dell’antico presidente argentino. Ma ritrovò anche e sopratutto il nostro secolo in quella antica storia, la legge suprema del destino che gli sta sopra, quella implacabile e misteriosa ironia della vita che annulla nel loro supremo trionfo tutti i grandi moti dell’umanità; la tragica delusione di tutte le generazioni che hanno la fortuna o la disgrazia di avvicinarsi al culmine di una storia, nel momento in cui presentono che meglio lo sforzo riesce e più inutile diventa. Come Roma si annientò nella conquista, perdendo le sue virtù militari e politiche e quasi l’essenza di sè medesima, così la civiltà nostra, fatta potente a produrre prodigiose ricchezze da una secolare ed elaborata cultura, distrugge ora a poco a poco questa cultura, seppellendone le parti più nobili — arte, letteratura, filosofia, religione e politica — sotto l’alluvione delle nuove ricchezze frettolosamente prodotte, altrettanto copiose quanto scadenti e caduche; deliberatamente sciupando o minando sordamente in tutte le cose a vantaggio della quantità, conoscibile con la grossolana ragione del numero, la qualità, che è sempre misura di eccellenza indefinibile, eternamente disputabile e perciò eterna cagione di guerra nel tempo stesso che sola fonte di vera grandezza. Ritrovò infine il secolo nostro, in quella antica storia, il sottile tormento, che questa contradizione fondamentale mette in tutti i periodi storici che ascendono rapidi verso il culmine. Come Roma soffrì di snaturarsi nella vittoria e si credè rovinata alla vigilia dell’apogeo, impotente e disfatta nei tempi della maggiore potenza, così noi ci sentiamo in bisogno a mano a mano che le ricchezze crescono intorno a noi; e a furia di voler farci comoda, facile ed agiata la vita, la graviamo di intollerabili complicazioni, responsabilità e doveri; a furia di voler risparmiare tempo e lavoro, ci riduciamo, tra le infinite faccende che ci ingombrano la mente, a non aver più il tempo di ricordarci di noi medesimi e di essere uomini....