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Rime di Argia Sbolenfi

LIBRO SECONDO

Reading edition

LE DECADENTI

Pornografia? Sta bene: Ma siete voi sicuri Che il fine ognun misuri Dalle apparenze oscene?

E appunto a voi conviene D'esser sprezzanti e duri Quando lo sanno i muri Che fondo vi mantiene?

Tartufi rugiadosi, Quanto prendete al mese Per esser virtuosi?

O di virtù modello, Chi vi rifà le spese Del gioco e del bordello?

ANACREONTICA

Chi pel selvoso monte Lascia la nuda valle E del roccioso calle L'erta salendo va, Sente grondar la fronte E vacillare il fianco, Sente che il piè già stanco Forza d'andar non ha.

Ma giunto in su la vetta, Con l'occhio erra lontano Sul verdeggiante piano Che gli si stende al piè. Allor trionfa e getta Un grido alto e giocondo; Vede soggetto il mondo E se ne sente il re.

Anch'io così, sudando Su la ribelle rima, Potei toccar la cima Lieta del sacro allor. E, sotto a me guardando Con la pupilla altera, Maggiore e assai più vera D'altri sentirmi in cor.

Perciò sappia chi viene, Folle, a contender meco Od a negarmi, bieco, La seggiola curùl, Che tre scodelle piene Di tagliatelle asciutte Io me le mangio tutte E vado….. ad Irminsùl.[1]

[1] Località ignota, forse dell'altro emisfero

L'ALBA

Vegliai! Dice la fiamma omai languente Che il petrolio calò nella lucerna. Vegliai piangendo ed ecco lentamente Destarsi al novo dì la Città Eterna.

Le carrette dei broccoli e la gente Ripassan sotto alla magion paterna, Il padre russa e un campanil si sente Laudar da lungi la Bontà Superna.

Lieto un chicchirichì vien da lontano Da' cortil suburbani e da' pollai Destati dal chiarore antelucano;

Ed io, infelice, di dolenti lai L'aria, l'acqua, la terra assordo invano, Perchè un gallo per me non canta mai!

IN MARE

Eccoti o mar, solenne ed infinito, Del divino poter simbolo e stampa: Eccoti, e in faccia a te cade atterrito L'occhio che di febea fiamma divampa.

Sei tremendo nell'ira e al tuo ruggito Non regge prora e poppa mai non scampa, Ma nella calma tua, liscio e pulito, Sembri la ciccia di Minghino Svampa.

Ecco un'aura d'amor scende dal cielo E va dell'onda che pur or posava Soavemente accarezzando il pelo.

E la persona mia che lorda stava, Ora la porgo aperta e senza velo Al mar che me la bacia e me la lava.

LA CAPRETTA

Florentem cytisum sequitur lasciva capella. VIRG. Ecl. II, 64.

Quando trovo qualcun che me la mena, La mia capretta, a pascolar sul monte, Tutta la sento di dolcezza piena Guizzar pel gusto che le brilla in fronte:

E se poi qualchedun me la rimena, Corro tosto a lavarla ad una fonte, Indi l'asciugo e non è asciutta appena Che a trastullarsi ancor le voglie ha pronte.

Sempre sana e piacente, al caldo e al gelo Va intorno e cogli scherzi altrui diletta, Tanto la tenni e l'educai con zelo.

Eccola quì che una carezza aspetta, Fresca, pulita e non le pute il pelo….. Dite, chi vuol baciar la mia capretta?

IN BICICLETTA

Giammai, scoccata da una man feroce Dall'arco teso non fuggì saetta Come sul suo sentier corre veloce La bicicletta.

Volan le rote e mentre sulla via Nessun rumor presso di lei si sente, Qualche imbecille al corridore invia Un accidente.

A me che importa se della canaglia M'insegue il riso o il mormorar d'alcuni, Se l'iniqua parola altri mi scaglia O il molla Buni?

Io corro, io volo sulla bicicletta Questo ideal delle cavalcature: Chi soffre d'emorroidi o di bolletta M'insulti pure,

Ch'io son beata e un fremito m'assale, Mi avvolge un'onda di piacer sovrano Quando vengo stringendo il trionfale Manubrio in mano.

Io son beata allor che fra le gambe Sento il rigido ordigno e in quegli istanti Tendo le coscie e l'agitar d'entrambe Lo spinge avanti.

AD UN OROLOGIO GUASTO

Poi che il pendolo tuo giù penzoloni Non ha più moto ed impotente stà E gl'inutili pesi ha testimoni Della perduta sua vitalità,

Vecchio strumento, m'affatico invano A ridestar l'antica tua virtù; Inutilmente con l'industre mano Tento la molla che non tira più.

Questa tua chiave, che ficcai si spesso Nel suo pertugio, inoperosa è già; Rotto è il coperchio e libero l'ingresso Ad ogni più riposta cavità.

Deh, come baldanzoso un dì solevi L'ora dolce del gaudio a me segnar E petulante l'ago tuo movevi Non mai spossato dal costante andar!

Quante volte su lui lo sguardo fiso Or tengo e penso al buon tempo che fu. Se almen segnasse mezzodì preciso….. Ma sei e mezza!… e non si move più!

A LUI

Perchè, Mio Bene, se vicin mi siedi Taci e rivolgi gli occhi ai travicelli, Oppur ti osservi attentamente i piedi Quasi credendo di trovarli belli?

Guardami invece gli occhi e leggi e vedi Di quante fiamme il nuovo amor li abbellì; Guardali, non temer, fissali e credi Che prometton ben più ch'io non favelli.

Parla e fa che il timor non vinca e prema Del tuo vergine cor l'immenso affetto: Chi vuol gli amplessi miei, tenti e non tema.

Parla, poichè il mio gaudio, il mio diletto, La mia felicità sola e suprema, Dalla tua lingua, amico mio, l'aspetto.

È VERO

Io dissi: «Ah, come pendo! Mi sembra di cascar!» Ma tosto sorridendo Rispose il marinar:

«Pieno di scene orrende Sarebbe il mondo intier Se tutto quel che pende Dovesse, oh Dio, cader!»

AFFETTI DI UNA PELLEGRINA ALL'AUGUSTO VEGLIARDO

DOPO LA VISITA

Agl'immensi Tuoi piè, Padre, chinata Stetti trepida in volto e reverente; A Te levai le palme e Tu clemente Mi facesti partir racconsolata,

Ond'io terrò nella memoria grata La benedetta imagin Tua presente In fin ch'io viva, e spesso con la mente A questa tornerò santa giornata.

Tutto ricordo: i detti Tuoi soavi, Le Angeliche Sembianze, il carcer tetro E l'angolo preciso in cui parlavi.

Ricordo fin la guglia di San Pietro Che, guardando dal luogo ove tu stavi, Io l'avevo davanti e Tu didietro.

LA BALLATA DEL CAVALIER DISCORTESE

I

Poi che il sol tramontò, poi che lontana piange la mesta squilla il dì che muor, da 'l solingo veron la castellana canta così alle stelle il suo dolor:

«Qui presso, tra due monti, è rimpiattato un castello che il sol mai non scaldò. Il vento che vi spira è avvelenato, Buco è il suo nome e se lo meritò.

»Invece in faccia a 'l sol ride scoperto questo palagio mio cinto di fior. Ride tra i boschi, ospitalmente aperto ad ogni dolce peregrin d'amor.

»L'altra notte vegliai su 'l mio balcone e vidi ne la valle un cavalier, oh, come bello! e con l'aurato sprone il cavallo spingea lungo il sentier.

Il cor mi palpitò quando lo scorsi, l'aspetto suo mi vinse e mi rapì. Tutta tremante da 'l balcon mi sporsi, tesi le braccia e gli parlai così:

—Fermati cavalieri Deh, tante cose vorrei dirti!…. Ove vai? Fermati quì!—» Ma galoppando il cavalier rispose: Signora, io vado a Buco…—«e poi sparì».

II

Vittima di se stesso e del destino Ecco torna da Buco il cavalier; Carogna tentennante, a capo chino, Tra le gambe gli zoppica il destrier.

L'errore dell'andar, tornando, espia, Poichè la strada pessima trovò Ed il pantan della fetente via Da capo a piedi lo contaminò.

Passa così sotto al veron fiorito Dove la voce dell'amor sentì; Passa e si duol d'avergli preferito Il laido Buco dove imputridì.

«Deh, colline ridenti, ombroso bosco Lieto d'acque perenni e di piacer E voi, labbra di rosa, ora conosco In che guai mi travolse un reo pensier!

Deh, affacciati al veron, tu che m'hai detto —Cavalier, dove vai? Fermati qui!— Ecco torno pentito, ecco nel petto Col rimorso, l'amor mi rifiorì!»

Uscì la bionda castellana e china Del memore balcone al davanzal, Non vide un cavalier, ma una latrina, Un lurido fantasma intestinal

E disse:—«Alfin la collera celeste, Mossa dal mio pregar, ti castigò! Scortese cavalier, quella è la peste….. Lo spedale è più avanti!… «—E se ne andò.

SONETTI MITOLOGICI

I

ATTEONE

(Dipinto ad olio)

Guardate! Atteone Osserva il prospetto Ignudo e perfetto Che Trivia gli espone.

La Dea, che suppone Gli perda il rispetto, Le corna e l'aspetto Di cervo gl'impone.

Fuggita è lontana Dal tempo presente La bella Diana,

Ma sono cresciuti In modo indecente Le corna e i cornuti.

II

LEDA

Giove, padre degli Dei, Vide Leda e innamorato Ebbe il gusto depravato Di volerne gl'imenei

E l'aggiunse ai suoi trofei Con l'astuzia e con l'agguato, Poi che in cigno tramutato Si calò nel grembo a lei.

Donna Leda gli diè il covo, Ma con questo bel lavoro Fu gallata e fece l'ovo.

Già l'effetto è sempre quello Quando ruzzano fra loro Una donna ed un uccello.

III

DANAE

Acceso il Tonante Per Danae d'affetto Ottenne l'effetto Mutando sembiante

E, splendido amante, Le cadde nel letto Prendendo l'aspetto Dell'oro sonante.

Da noi, siamo schietti, Ne andava in possesso Cambiato in biglietti;

Che in oro o in argento Ci avrebbe rimesso Il 5 p. %.

IV

ATALANTA

Atalanta giovinetta Alla corsa ognun sfidava E sì forte galoppava Che pareva in bicicletta.

Per passarla, una burletta Ippomène imaginava E, correndo, le gettava D'oro in palle una cassetta.

Adocchiandole sì gialle, Per volerle raccattare Ella uscìa dal ritto calle;

Il che serve per provare Che le donne per le palle Si farebbero pelare.

V

PAN

Pane, cornuto Iddio Benchè non abbia moglie, Sul margine d'un rio S'appiatta in fra le foglie.

Assalta di scancìo Le Ninfe e poi le coglie, Facendone sciupìo Secondo le sue voglie.

Però fissa e solinga Ebbe una fiamma in core Per la gentil Siringa:

Dal che dedur conviene Che il povero signore Non orinasse bene.

VI

IO

Io, diventata vacca Per volontà di Giove, Fessa, dolente e stracca, Così diceva al bove:

«Come mi sento fiacca E rotta in ogni dove! Non valgo una patacca In queste forme nuove:

»Il fieno m'è indigesto E i visceri m'annoda In modo disonesto.

»L'utile sol ch'io goda Nel mutamento, è questo: Che guadagnai la coda.»

LA ROVINA DEL SASSO[*]

(Per un numero unico)

Fu la scena soltanto, Fu il drammaccio cruento, Che vi commosse al pianto.

Se il monte non cascava, Morivano di stento Ma nessun ci badava.

[*] Per intendere questo epigramma bisogna sapere che nel comune di Sasso erano alcune grotte nel monte e alcune catapecchie dove parecchie famiglie disgraziate tenevano coi denti la vita. Tutti lo sapevano, lo vedevano è passavano. Rovinò il monte e fece quel che non aveva fatto la fame: uccise i disgraziati. Subito si fecero sottoscrizioni, conferenze e numeri unici e in uno di questi la Poetessa, sott'altro nome che il suo, inserì i versi qui sopra.

SONETTO[*]

Usci la «Romanina» E il labaro spiegò, Ma l'orda libertina Lo prese e lo stracciò,

E tale una rovina Di calci si levò Che rotto per la china Qualche osso sacro andò.

La barca di San Pietro Che a prora è fessa già, Si rompe anche di dietro!

Non vede Santità? Gli han detto «__vade retro__» E Satana ci va.

[*] La Società cattolica detta la Romanina volle celebrare in Roma non so che festività a Cristoforo Colombo e andò al Pincio con làbari, trombette, oratori e simili strumenti. Alcuni giovani liberali presero a pedate i dimostranti che scappano ancora.

AL MIO DESTRIERO

ODE

Non la criniera lucida, poi che non la possiedi, ma il ventre di maiolica e i quattro eburnei piedi concedimi, o corsier; fammi inforcar la candida tua groppa e su gli arcioni starò, superba amazzone, senz'armi e senza sproni o ausilio di scudier,

chè tu, gentil quadrupede, non scalpiti con l'ugna quando la groppa docile porgi a l'usata spugna e a 'l salubre sapon, ma su le zampe, immobile e mansueto, aspetti d'acque lustrali il tepido lavacro e i larghi getti de l'industre sifon.

Te cavalcando, visito tutto de' sogni il regno, ed un polledro rapido, non un caval di legno, allor tu sei per me, e ne'l sognar mio bellico, un capitan mi sento: le schiere mie galloppano con le bandiere a 'l vento ne 'l cospetto del Re,

Savoia! e i prodi, memori de la fortezza antica, freno non danno a l'impeto e già l'oste nimica le terga a noi voltò.

Che val se, a 'l campo reduce, scendo di sella esangue, se da uno squarcio orribile veggo fuggirmi il sangue?… La palma a noi restò!

Le schiere avverse fuggono, ma tu fuggir non sai e sovra i piè di mogano solennemente stai fermo, senza fiatar….. Ma i sogni, ahimè, svaniscono. Cessata è la battaglia!… L'ora de 'l pranzo è prossima: datemi la tovaglia chè mi voglio asciugar.

ODE FARMACEUTICA

Ho sognato un mar di laudano Denso, nero e sterminato, Come un piano formidabile Di sciroppo concentrato. Sovra l'onde immote e brune, Tra i vapor del zafferano, Svolazzavano importune Molte mosche di Milano,

Io, per far con meno incomodo Di quel mar la traversata, Mi recai sul porto prossimo E vi presi una fregata. Il suo nome si leggea Scritto a lettere d'un metro, Vale a dir FARMACOPEA, E l'aveva per dietro.

Grossi e ritti erano gli alberi Con le vele di cerotto, Con le sartie e con le gomene Verniciate di decotto; E la nave fabbricata Di campeggio e legno quassio, Era tutta incatramata Di ioduro di potassio.

Drappeggiati in negre tonache Molti giovani assistenti Impastavano le pillole Lassative od astringenti, Le supposte, i vescicanti E gli empiastri da enfiagione Da servire ai naviganti A merenda e colazione.

Un po' il fuoco che facevano, Un po' il caldo naturale, In quel tanfo farmaceutico Mi sentivo venir male; Per cui, visto un recipiente, Ci sedei sopra di botto E, vedendo un assistente, Chiamai forte—Ehi, giovinotto!—

—Che comanda?—chiese il giovane— Vuol di malva una infusione? Vuol copaive in mucilaggine? Preferisce una iniezione?— Adirata lo ribattei: —Non son quella che credete! Non ho il male che avrà lei; Ho soltanto un po' di sete.—

—Sete?—disse—Il male è piccolo E guarir con l'acqua suole; Ma se l'acqua ella desidera, Mi dirà come la vuole. Forestiera o del paese? Vuol Tettuccio o Castrocaro? Vuol un po' d'acqua ungherese O un bicchier di sale amaro?—

—Voglio solo acqua purissima!— Furibonda allor gli osservo. Mi rispose:—Va benissimo, Ma in che modo gliela servo? Perchè buono è da sapersi Che da noi s'usa di bere In due modi assai diversi; O per bocca o per clistere.—

Detto fatto e dalla tonaca Con un gesto pittoresco Tirò fuori una gran cannula, Un affare gigantesco, E mentr'io gridava:—Ehi, sente… Lei m'ha preso per isbaglio!— Quel birbone d'assistente Lo puntava nel bersaglio.

Se non era che voltandomi Torsi il fianco un poco a destra, Quell'infame di flebotomo Scaricava la balestra; Ma, insistendo l'animale, Ne successe un serra serra E, com'era naturale, Tutto il brodo andò per terra.

Io credeva d'esser libera, Ma mi accadde un altro guaio Ch'egli prese dietro a corrermi Col pestello del mortaio. Un orrore, uno spavento, Un battaglio da museo, Una razza di strumento Da sfondare un mausoleo!

Io già stavo per soccombere Alla orribile balista, Ma gridai—Galeno salvami, Da quest'empio farmacista!— E ad un tratto, e fu un enigma, Spirò un'aria purgativa Che pareva un borborigma…. E sbarcai sull'altra riva.

ALLA SOCIETÀ EMILIANA DELLE LAVATRICI COME SEGNO DI OMAGGIO CORDIALE QUESTA ODE OSTETRICA È DEDICATA

Multiplicabo aerumnas tuas et conceptus tuos: in dolore paries filios. GEN. III 16.

Nell'interno del bacino, Semprechè non sia deforme, Vedi un corpo piriforme Appoggiato all'intestino, Appo cui fisso rimane Con diversi ligamenti E coi rami divergenti Delle trombe falloppiane.

Ivi, quando è cominciata L'ordinaria emorragia E una certa ipertrofia S'è per ciò manifestata, Dal follicolo maturo Esce l'ovulo vagante Che il processo fecondante Mette subito al sicuro;

Chè lo impiglia, anzi lo imbuca Nella tunica villosa Che presenta la mucosa, La qual mutasi in caduca E nel crescere diventa L'amnio e il corion, traversati Da quei vasi complicati Che nutriscon la placenta.

Ivi il germe ha forma e cresce In un sacco membranoso Pien di liquido sieroso Dove nuota come un pesce E la sua vita fetale Svolge senza sentimento, Ritraendo l'alimento Dal cordone ombelicale.

In quel tempo la gestante Non si sente molto bene E per solito le viene Qualche voglia stravagante. Ha lo stomaco disfatto, L'energia molto depressa E cammina un po' sconnessa Causa il ventre tumefatto.

Finalmente la sorprende Un disturbo del sensorio E un dolor premonitorio Lungo il rachis le discende. Il marito al suo lamento Corre, interroga e le dice: «Vo a chiamar la levatrice E ritorno in un momento!»

A intervalli lunghi e rari Incomincian le pressioni E le forti contrazioni Delle fibre muscolari. Sono sistoli speciali Cui la diastole consente E interessan totalmente Le pareti addominali.

Ecco intanto alla degente Si rinnovano i dolori Sempre più provocatori E di ritmo più frequente, Finchè, sotto alla pressione, Il liquor che l'amnio serra Rompe il sacco e va per terra, Precursor dell'epulsione.

La faccenda allor va lesta E non c'è d'aver paura Se però la creatura Si presenta con la testa. Ma nel caso che al contrario Si presenti con un braccio, Può accadere un affaraccio, E il chirurgo è necessario.

Non son fatti sì frequenti, Ma se mai caso si desse Che l'ostetrico dovesse Operar rivolgimenti, O usar ferri, allor conviene Star tranquilla, ilare, ardita, Che la scienza è progredita E le cose andranno bene.

Dopo un grido indebolito, In un premito finale, Nasce un maschio ed è vitale Come annuncia il suo vagito. Sente allor di gioia un'onda La puerpera nel core E con l'ultimo dolore Viene espulsa la seconda.

Gentilissima lettrice, Ti narrai chiara e sincera In che modo e in che maniera Nasce al mondo un infelice: Non gittar strilli d'orrore Da lussarti le ganasce; Meglio dir come si nasce Che narrar come si muore.

KLYSO

Su'l reo lito che Pasife contaminò con l'esecrando fallo forse l'industre Dedalo torse in cavo cilindro il tuo metallo,

Ei lavorò ne l'ebano la mobil elsa e, con la man divina, su la sudata incudine per consiglio d'Igea temprò la spina.

I suoi possenti farmachi Esculapio di poi t'ascose in seno ed a i dolenti podici consolator t'offrì turgido e pieno.

Oh, qual grido di giubilo il tuo primo apparir ne 'l mondo accolse! Come le terga subito la constipata umanità ti volse!

e tu, buono, e sollecito più de l'altrui che de la tua fortuna, a le ribelli viscere pronto volasti ad esplorar la cruna;

nè ti commosse il torbido occhio che a l'opra tua natura oppose, nè d'atre bocche l'alito cui tolse il fato d'emular le rose;

ma la compressa canula un tepido zampillo alto sospinse che, su l'esempio d'Ercole, Caco ne l'antro suo sorprese e vinse.

Corsero allor le lubriche linfe la cieca via che a l'Orco immette e strani indi scoppiarono, da l'opposto emisfer, venti e saette.

Indi a i redenti visceri un po' di pepe e sal non parve ostile ed i mal sani fegati riser, purgati da la densa bile…..

A voi, ventri purissimi, che di mal digerirmi avete il vanto, a voi consacro e dedico l'opportuno rimedio e questo canto.

HUNYADI JÀNOS

Al Signore ANDREA SAXLEHNER Buda-Pesth

Non più anelanti a i pascoli latini le barbare cavalle Attila caccia; rivisse il fior de gl'itali giardini su la sua traccia.

Tacque indarno il deserto e crebbe l'erba dove l'alta Aquilea fumando giacque; da le fecondi ceneri superba Venezia nacque.

Il Danubio lavò le curve spade grondanti di gentil sangue romano, ma di quel sangue mai goccia non cade versata invano,

e con le stille che tingevan l'onde de 'l pescoso Tibisco e de la Drava di Roma il fato a fecondar le sponde barbare andava,

e di messi la steppa e di vitigni rise, ed a 'l sol che civiltà conduce i biechi de i mongoli occhi sanguigni vider la luce;

nè più l'Europa giudicò minaccia ma baluardo de' magiari il petto, quando il Corvino alzò la spada in faccia a Maometto;

nè più imprecò il latino in val di Pado a i varchi onde calò di Dio il flagello, ma l'unno che morì sotto Belgrado disse fratello.

Oh, benedetto il suol che trepidava sotto il galoppo de la santa schiera se l'unnìade Giovanni alto levava la sua bandiera!

Oh, benedetto il suol che de la buona ausonia civiltà reca le impronte se de l'unnìade in nome a noi sprigiona salubre un fonte

a 'l cui salso licor cedon le avare viscere umane il faticoso pondo, cantando inni sonanti a 'l salutare flusso giocondo.

E poi che il fato reo l'opera vieta de le viscere tarde invan spremute, a l'ungarica possa anch'io, poeta, chieggo salute.

Non il regal Tokay, ma l'acqua umile che Buda ci mandò mi fia sollievo. Tendimi il nappo Igea. Buda civile, a te lo bevo!

NEL BAGNO

ODE

Pel fiammante de l' ciel tramite sacro gli agitati corsier disfrena il sole e d'onde fresche a 'l salutar lavacro luglio ci vuole.

O fortunata se veder potessi tremolar la marina a l'orizzonte, o tra selve d'abeti e di cipressi fredda una fonte!

Ma il iato mi negò, come ha costume, il bacio di salubri acque cadenti e de 'l sonante mar le bianche spume rotte da i venti.

Pur, qual lo scrigno famigliar concede, me ancor d'umili terme allieta l'onda che in brevi cerchi accarezzar si vede la ferrea sponda.

E se zefiro alcun non va temprando de l' sol le vampe con la sua carezza, il serico flabel l'aure agitando copia la brezza.

Ivi, gettando allor la tenue vesta pudicamente ignuda, io volgo il passo. Disciolto il crin da l'apollinea testa fluisce a 'l basso;

fluisce e lambe il tergo mio che mostra callipigie beltà che il sole ignora… Onde, apritemi il seno! ecco la vostra dolce signora!

Io non t'invidio il fior de 'l corpo bianco, o de le ciprie spume eterna figlia, se a l'concavo sedil concedo il fianco come a conchiglia.

Onde apritemi il seno! ecco, m'assido su 'l metallico trono … ecco m'affondo, e la parte di me che lascia il lido, cala ne'l fondo,

ove, strisciando con l'esperta mano, detergo il lezzo a le inquinate membra. Mormora l'onda ed il suo picciol piano il mar mi sembra,

e le tempeste sogno e veggo e sento l'imperversar de l'aquilon crudele e le triremi trionfali a 'l vento scioglier le vele

e una nave puntar, negra su l'onda, la bocca d'un cannon fetente e cupo… Numi, che scoppio!… Ne vibrò la sponda de 'l semicupo!

A UN VASO NUOVO DI PORCELLANA GINORI

ODE

Andovvi poi lo Vas d'elezione. DANTE, Inferno, II.

Te non Pandora da l'abisso a gli uomini recò, nefasto dono onde il perenne ancor pianto de' miseri sale di Giove a'l trono,

ma l'arte ti plasmò tra i colli floridi che a Doccia son ghirlanda, e l'Arno industre che ti vide nascere vergine a noi ti manda;

vergine qual su l'alpe inaccessibile candor di nevi intatte, qual ne' chiusi presepi in larghe ciotole de le giovenche il latte.

Il labbro immacolato ecco sorridere veggio, curvato in arco e, ingordo, ne 'l candor concavo, accogliere de' lombi miei l'incarco.

Ecco il tuo ventre d'un sonoro crepito ripete il rauco invito e de le fauci spalancate a 'l fornice tardar sembra il convito.

Ahi, ma 'l candor de l'ermellino perdere omai dovrà 'l tuo smalto! Triste a tutti è la vita e cose orribili vedrai da 'l basso a l'alto.

Udrai ne l'ampia oscurità le raffiche de l'uragan possente e sovra te discatenato d'Eolo il soffio pestilente,

e piover caldo e grandinar meteore precipitate a l' basso e rimbombar di male olenti fulmini lo scoppio ed il fracasso.

Pender biechi vedrai, ne l'aura torbida, lo Scorpio ed i Gemelli e incomber sovra te, negri e monoculi, Polifemi novelli.

Quanti atroci dolor le umane viscere celino, allor saprai e sotto breve foglio in forme ignobili deposti in te li avrai.

Così tra breve, maculato il lucido onor de 'l ventre bianco, ti sentirai, da crepe immonde infrangere l'affaticato fianco,

ed un vil sterquilinio avrà le briciole de le tue membra rotte!…. Crudo è 'l fato e noi donne a te siam simili, o chicchera da notte!

AI COLLEGHI

Tangheri di poeti Che, se andate in amore, Raccontate i segreti Di tutte le signore,

Siate meno indiscreti Negli affari di cuore E imparate dai preti Che non fanno rumore.

Chi spiffera in tribuna Quello che il cor gli detta, Non farà mai fortuna.

Noi non abbiamo mica Scrupoli a darvi retta: Temiamo che si dica.

"NASCITVRO"[*]

Exultavit in gaudio infans in utero meo. LUC. I, 44.

No, che su zolla sterile Non fu gittato il seme Se, lacerato il solido Guscio che invan lo preme, Esce il rampollo e germina Pei campi o per le aiuole, Schiuso al tepor del sole Sotto al clemente ciel.

No, la bollente gocciola, Plasma del germe umano, Nel sitibondo fornice Non fu scagliata invano Se nel mio fianco turgido, Come in risposta cella, Un'anima novella Veste il corporeo vel.

Oh, alfin potrò conoscerti Amor santo e sereno Di madre e roseo stringermi Un pargoletto al seno…. Addormentarti, crescerti, Potrò sul grembo anch'io, Sangue del sangue mio, Frutto d'immenso amor!

T'insegnerò a disciogliere I passi e le parole, Ti narrerò, baciandoti, Gl'incanti delle fole, Indi trarremo in giubilo Lungo un campestre calle Seguendo le farfalle E raccogliendo i fior.

Ti guiderò per l'ardue Strade dell'arti prime L'alto volume aprendoti Delle materne rime; Io sulle illustri pagine Ti condurrò la mano, Io t'aprirò l'arcano Del mondo e del saper.

E allor che il sangue giovane Ti pulserà nel petto E sentirai le trepide Ansie del primo affetto, Sarò al tuo fianco assidua E virilmente fida Consigliatrice e guida Nei dubbi del sentier.

Al focolar domestico Io sarò presso ancora Quando velata e timida Mi condurrai la nuora Che me, benigna pronuba, Dirà perversa e cruda Se nel tuo letto, ignuda Vergin, la spingerò.

E quando i fior del talamo Matureranno i frutti, Ava prudente e provvida Io veglierò per tutti; Poi con le palme tremule Carezzerò i nepoti E a Dio la prece e i voti Per loro innalzerò.

E già mi veggio, debile Vecchia, tra lor seduta Narrar, senza rimpiangerla, La gioventù caduta E i versi miei ripetere A un coro d'innocenti, I versi miei fulgenti Di virtuoso zel.

Ava, così, amorevole E santa educatrice. In mezzo ai biondi pargoli Vivrò lieta e felice E quando giunga al termine La vita mia modesta, Reclinerò la testa Per ridestarmi in ciel.

Forse ch'io sogno?… Ah, palpita Pur nel mio grembo un vivo E freme e balza e s'agita Or che a lui penso e scrivo…. Deh, perchè tardi o nobile Della mia gloria erede? Non sai che la mia fede E l'amor mio sei tu?

Ma intanto?… Ah, un dubbio orribile Mi sta confitto in core. Sento un mister nell'anima Pensando al genitore…. Parla, se puoi rispondermi, Tu che doman vivrai; Dimmi, se pur lo sai, Il padre tuo chi fu?

[*] Credeva di avere concepito un figlio. Invece aveva preso freddo e tutto finì con una fuga d'aria compressa.

A SUA ECCELLENZA REVERENDISSIMA MONSIGNOR VESCOVO TITOLARE DELLA CHIESA CATTEDRALE DI SEBOIM NELLE PARTI DEGLI INFEDELI QUESTO NUOVO LAVORO DI MANO AMICA SE NON ESPERTA ACCRESCA IL PIACERE DELLA ESALTAZIONE

Ut ambules in via bona. PROV. II, 20.

Signor, poi che una Diocesi Dall'Augusto Vegliardo hai conseguito E l'anello di Vescovo Come novello sposo hai messo in dito,

Tra il fumo dei turiboli, Tra il plauso della folla intorno accolta, Mite Pastor di Seboim, Porgi l'orecchio e la mia voce ascolta.

Deh, quando sul tuo popolo Benedicendo stenderai la mano E la lieta Pentapoli A piè del trono avrai come un Sovrano,

Serbati buono e i miseri Intorno a te raccogli e li consola; Ricorda Cristo e predica Più con l'esempio e men con la parola.

Non insegnare ai chierici Che il Pontefice solo aprir può il cielo; Non insegnare il Sillabo, Ma lo scordato ormai vecchio Vangelo.

Trafficator non renderti Di Giubilei, Congressi e pellegrini, Ma proibisci l'Obolo E l'altre furberie per far quattrini.

Nell'ira tua scomunica Chi va col collo torto e il viso basso; Lascia che di Quaresima I Diocesani tuoi mangin di grasso;

Non annoiare i pargoli Col Catechismo, i Salmi e la Scrittura; Dà lor le chicche e mandali A scuola od a saltar lungo le mura,

Lascia ballare i giovani, Lasciali far l'amor quando han ballato E se poi si confessano Ridi e dichiara: «quel ch'è stato è stato!»

Non ributtar la femina Che degli affetti suoi non fu padrona; Pensa a Maria di Magdalo: I peccati d'amor Dio li perdona.

Non tormentare i parroci Per le chiacchere intorno alla servetta; Dì lor che i Sacri Canoni Non vietano d'andare in bicicletta.

Così facendo, i popoli Tutti t'obbediran come d'incanto E nei venturi secoli Avrai solenne culto e sarai santo.

O benedetta, o nobile Alma, sottratta alla terrestre lue, Allor vedrai le monache Baciar devote le reliquie tue.

Sotto quel bacio fervido Si rizzeranno alla virtù natìa, Rinnovando i miracoli Che, vivo, hai fatto per la dolce Argia.

«EN REV'NANT D'LA REVUE»

_J'aime le doux parfum qui vient de la cuisine, Le parfum de la soupe et l'encens du roti, Le Champagne mousseux et la Chartreuse fine, Et les petits fours chauds qu'on vend chez Maiani.

J'aime un bas bien tiré qu'on voit sur la bottine Paraître avec malice comme un secret trahi; J'aime guetter le soir le lit de ma voisine Qui ne se doute guere du binocle ennemi.

J'aime tous les plaisirs dont la terre est feconde Et le cancan tout comme le noble cotillon; J'aime la brune—hélas—mais j'aime aussi la blonde.

Et pourtant il n'y a qu'un seul plaisir de bon, Qui enfonce, croyez moi, tous les plaisirs du monde, Et c'est rire d'un âne qui se pretend lion._

LE ELEZIONI DI MILANO—1895

I

Lode a te sia, Milano, Poichè Papa Leone Ti manda di lontano La sua benedizione!

Vieni a baciar la mano Del Vicerè padrone E torna piano piano Ai giorni del bastone.

Il tempo è già maturo Pel giudizio statario Ed il carcere duro.

Intanto, Segretario Del Sindaco futuro, Sarà Don Albertario.

II

Per grazia del Signore Un regime paterno Studiato dal Questore Diventerà governo

E il vigile censore Ricaccerà all'inferno I libri e quest'orrore Di spirito moderno.

Chi avesse poi prurito Di fare il liberale, Sarà preso e punito

E il Regno Temporale Sarà ristabilito Per decreto reale.

DEO CREPITVI SACRVM

O spirito santo De' visceri umani Che tutti del canto Conosci gli arcani, Che onori e letifichi D'armonici fiati Gli sforzi dei vati,

Dal buio profondo Dell'antro nativo Prorompi nel mondo Sonoro e giulivo; Di tepidi balsami Circonda ed allieta Lettori e poeta.

Tu, soffio eloquente Del verbo divino Concesso ugualmente Al ricco e al tapino, Tu sei come l'anima Per leggi fatali Comune ai mortali.

Conforti il villano Che pasce gli armenti, Alberghi sovrano Ne' chiusi conventi, De' gravi canonici Compagno canoro Solfeggi nel coro.

Nel casto segreto Dell'intima cella Rallegri discreto La pia monacella; Nel ballo, da timide Fanciulle compresso, Sospiri sommesso.

Tu visiti e curi Con equa fortuna Palazzi e tuguri, Altare e tribuna E avvolto di porpora De' plausi tra il suono, Favelli sul trono.

Ma guai se vapori Dal patrio forame Recandone fuori Il glutine infame! Purissimo spirito Che l'alvo ricrei Allor più non sei;

Ma pregno diventi D'essenze funeste Che ammorban le genti Col tanfo di peste E guasti e contamini I lini più ascosi Di segni schifosi.

Così colorito Per nostra sciagura, Di soffio gradito Diventi sozzura; Degnissima imagine, Ritratto vivente Del tempo presente.

Lentato ogni freno Ti getti sul mondo Spargendo il veleno Dell'alito immondo E appesti ed infracidi Le menti ed i cuori Di turpi vapori.

Maestro nell'arte Di nuovi delitti Tu lordi le carte Del plico Giolitti, Tu puzzi nel carcere Sul labbro bugiardo Del vecchio Bernardo.

Aiuti i sensali Dei voti comprati, Avalli cambiali Pe' tuoi deplorati, Trionfi, pontifichi De' ladri nel coro, Men porco di loro.

FANTASIA EGIZIANA

Al Nilo, al Nilo! Nasconderemo Laggiù mia bella l'amor deriso, Là sconosciuti noi ci faremo Non una casa ma un paradiso, Sul chiaro margine dell'acque calme Dove si specchiano verdi le palme.

Il chiosco vedi ch'io t'ho fiorito Di cento rose come un giardino! Dentro ai bracieri d'oro brunito Fuman le lagrime del benzoino E dal marmoreo balcone aperto Vampe d'amore manda il deserto.

Nera nel cielo color di rosa Che nel tramonto caldo risplende, Come una lupa libidinosa Accoccolata la sfinge attende, E grave un alito di strani amori L'acre vivifica nozze dei fiori.

Alle carezze molli del vento Data la lunga cesarie d'oro, Nell'onda tenue del vel d'argento, Nudo del bianco seno il tesoro, Sarai mia sempre, mia tutt'intera, Se non ti viene prima il colera.

QVANDO IL PREFETTO DEL RE E IL SINDACO DEL COMVNE RENDEVANO OMAGGIO A SVA EMINENZA REVERENDISSIMA

DOMENICO SVAMPA

PRETE CARDINALE DEL TITOLO DI SANT'ONOFRIO ED ARCIVESCOVO DI BOLOGNA QVESTO CARME BENE AVGVRANTE AL SVO FORMOSO PASTORE ARGIA SBOLENFI DEDICAVA

Signor, poi che ti sta supplice ai piedi Questa Felsina tua che un dì sdegnosa Bacio di prete sofferir non volle, Costei che, infranto il trono in cui tu siedi, Cercando libertà tinse gioiosa Del suo sangue miglior l'itale zolle, Absolvi or la pentita e le concedi L'amplesso del perdono Dimenticando dell'error l'audacia. Sii generoso e buono Con chi, come a Signor, la man ti bacia E poi che piango ravveduta anch'io, Misericorde ascolta il canto mio.

Un tempo, e ben lo sai, morta di fame, Schiava del tuo stranier temprò la plebe Ceppi a se stessa su la propria incude: Pe' sacerdoti tuoi le turbe grame Reser feconde le sudate glebe E sul solco natio caddero ignude Ai campi della Chiesa util letame; Ma un Dio consolatore Da' sacri templi a lor dicea: «Soffrite, Turbe nate al dolore E che felici nel dolor morite, Poi che v'aspetta in ciel di Dio il sorriso E sol de' tribolati è il paradiso».

Dolci tempi, o Signor, ma triste il giorno In cui la libertà disse il suo nome La prima volta nella rea Parigi, Poi che le turbe allor volsero intorno Torbido l'occhio e scossero le some Brandendo l'armi ad operar prodigi Di che all'anime pie duro è il ritorno. Germogli del mal seme Crebbe il tristo terren le idee novelle; Compresso indarno, freme Tra i nuovi ceppi il popolo ribelle E poi che in cor gli agonizzò la fede Non più la libertà, ma il pan ci chiede.

E grida: «Senza gioia e senza luce, Martiri del lavoro e degli stenti Moriamo e il pane ancor ci si rifiuta. Aprimmo il solco e non per noi produce, Altri ha le lane e noi guardiam gli armenti Altri ha la messe e noi l'abbiam mietuta. Nuovo un tiranno i servi suoi riduce A maledir la vita E, come bruti a litigar le ghiande; Ci calca inferocita La gente nuova che facemmo grande, Ma lieto il dì della riscossa arriva: Corriamo all'armi e la giustizia viva!»

Deh! soccorri, o Signor! Più non ci giova Rinnovar le catene ed i tormenti O sfrenar birri alle cercate stragi. Troncata l'idra i capi suoi rinnova E i pubblicani ed i giudei dolenti Tremano su gli scrigni e nei palagi Dove il tripudio del goder si prova. La turba macilente Accorre e di morir non ha paura Poi che, soffrendo, sente Che a lei la vita e non la morte è dura…. Deh, Signor, ci soccorri e se al desio Mancan le Guardie, ci difenda Iddio!

E se il tuo Dio ci costa, a noi che importa Quando i ribelli al timor suo riduce E delle turbe ci ridà il governo; Quando agli eletti suoi l'ausilio porta, Quando tra i volghi creduli conduce L'util minaccia ed il terror d'inferno Ed ha il demonio pauroso a scorta? Ben venga Iddio se reca Fede agli umili, securtà ai possenti, L'obbedienza cieca, Il catechismo, i preti, i sacramenti, De' frati tuoi la sacrosanta loia, Il Sant'Ufficio, la mordacchia e il boia.

Ben vedi che timor, non cortesia, I magistrati nostri a' piè ti caccia Inginocchiati a far debita ammenda. Ieri nemici ognun di lor fuggìa Fino il pretesto di guardarti in faccia, Ma la tema del poi gli animi emenda Ed eccoli a gridar Gesù e Maria. Reca dunque, o Levita, Benedetti dal ciel giorni soavi Alla città pentita, Al Senator che te ne dà le chiavi; Stringi la briglia nella man paterna E questo popol tuo reggi e governa.

Canzon vanne alla sede Del Pastor cui fu porto Omaggio di paura e non di fede. Egli è saggio ed accorto E se ben tu lo guardi Gli leggerai nel viso: «È troppo tardi!»

SAMBVCI[*]

A voi fecondi clivi Sabini, a voi vestiti Di frondeggianti viti E di feraci ulivi, Tra cui muggendo viene Il turbolento Aniene,

A voi, nel roseo incanto Del moribondo sole, Sante d'amor parole Disse d'Orazio il canto, Ma del tripudio il giorno Passò senza ritorno.

Rade, ai pendii fiorenti Dove ridean le vigne, Germoglian le gramigne Agli sparuti armenti: Nega al villan la vita La terra insterilita.

Che se, vincendo l'arsa Rabbia del sol rovente, Sudata lungamente Cresce la messe scarsa, Lo scarno agricoltore La miete al suo signore;

E a lui la terra magra Matura il reo frumento Che gli distilla il lento Velen della pellagra, Quando clemente il cielo Non l'arde in sullo stelo…. …………………….

[*] Frammento. Tutti ricordano ancora la fame sofferta dagli infelici abitatori di Sambuci (Roma) nell'inverno del 1895.

A VENERE GENITRICE

INNO

In lectulo meo per noctes quaesivi quem diligit anima mea: quaesivi illum et non inveni, CANT. CANTICOR. III. I.

—«Guarda, mortal, le fiamme De' larghi occhi lucenti E le chiome fluenti Sulle superbe mamme. Guarda! L'estremo lembo Gittai che ti copriva La pubertà giuliva Che mi fiorisce in grembo.

Vieni e sui fior ti giaci E me sui fior ricevi; Tra le mie labbra bevi Il dolce miel de' baci, I lombi miei circonda Con le possenti braccia, Stringimi al sen la faccia E l'amor mio feconda.»—

Così parlò e sorrise La Dea porgendo il fianco Soavemente bianco Al giovinetto Anchise Poi volse le parole In gemiti sommessi E dei divini amplessi Fu testimonio il sole.

Vittima anch'io d'Amore Omai dispero aita Poi che la sua ferita Mi sanguina nel core, Nè lacrimar mi vale Nè maledir, costretta A spasimar soletta Sul vergine guanciale.

Che se fugaci istanti Di pace al sonno chiedo, Mille fantasmi vedo Pel glauco ciel vaganti. Passa sul campo arato Caldo di nozze il vento E in se recar lo sento La febbre del peccato.

Desta così all'ebbrezza Del germinar, la terra Le viscere disserra Del sole alla carezza E con le carni e il core Arsi da fiamme arcane, Urlan le genti umane «Amore, amore, amore!»

Tra l'ombre e gli spaventi Delle materne selve Si stringono le belve In ciechi accoppiamenti E dalle fulve arene Che il mar commosso esclude Perfidamente ignude Mi chiaman le sirene,

Mentre di Bromio stanche, Roche per gli ebbri canti, Le lubriche Baccanti Gittan le vesti bianche E sui compressi fiori Curvan le rosee forme Sotto l'impulso enorme Dei Fauni assalitori.

E allor mi desto sola Sul letto immacolato Coll'urlo disperato Del mio martirio in gola…. Deh, morrei pur gioiosa Se fossi in quel momento Segnata dal cruento Stigma di nuova sposa,

Se nella gonfia mole Dell'utero fecondo Balzar sentissi il pondo Della concetta prole, Se alfin delle mie pene Lieta chiudessi il ciglio Addormentando un figlio Tra le mammelle piene!

O Dea, Madre, Signora Dei vivi e della vita, Dal mar di Cipro uscita Al bacio dell'aurora, Che il premio a noi concedi Nella tenzon gentile Ed al vigor maschile Il fior del sangue chiedi,

Se di perenni rose T'ornino ancor l'altare Le verginelle ignare E le conscienti spose, Se l'atra onda Letea Il biondo Adon ti renda, Pietà di me ti prenda Madre, Signora, Dea!

IL PRIMO CAPELLO BIANCO

Si levan sospinti dal vento I bianchi vapori dei monti; Nel cielo di piombo le nubi d'argento Cacciate, travolte, nascondono il sol.

Recando la mota dei letti Traboccan le torbide fonti; La piova scrosciando rovina dai tetti E un largo pantano contamina il suoi.

Languisce la terra sopita Nel soffio del freddo aquilone; Ai rami gelati non torna la vita, Le gemme aspettanti non s'aprono ancor.

O fosche giornate d'orrore, Dov'è la novella stagione? Dov'è primavera fragrante d'amore Che scalda e feconda le nozze dei fior?

Deh, riedi e coi giorni più miti, O maggio, conduci il sereno: I canti dei nidi sui peschi fioriti, L'odor delle rose risveglia con te.

Infondi coi baci del sole La vita nel freddo terreno, Fiorisci le zolle di fresche viole, Ravviva i ligustri degli alberi al piè.

O maggio, e doman tornerai Dai fior salutato e dal canto; A tutti doman la gioia darai, Io sola piangendo tornar ti vedrò.

Io sola son morta all'affetto, Io sola mi struggo nel pianto; Letizia di vita non sento nel petto, Germoglio d'amore nel sangue non ho.

Il verno da me più non toglie L'orror delle bianche pruine; Al sole di maggio il gel non si scioglie, Il gelo di morte che il cor mi coprì.

Il primo capello canuto Quest'oggi mi svelsi dal crine…. Ah, giovane tempo, sì presto caduto, Con te la speranza quest'oggi morì!

SONETTI DECADENTI

DIES

Il sole brucia implacabile, uguale, Le stoppie gialle del pian vaporoso, L'azzurra volta del ciel luminoso Riflette in terra la fiamma estivale.

Non move foglia. La vita animale Langue in un grave sopor neghittoso Turba la pace al meriggio affannoso Solo un molesto frinir di cicala.

Sull'erba verde, nel bosco frondoso, Fresco t'ho fatto di fiori un guanciale E tu vi adagi le membra al riposo.

Dormi discinta nell'ombra ospitale Ed io contemplo con l'occhio bramoso L'onda del petto che scende e che sale.

NOX

Dell'alta notte la negra magia M'empie il cervello, mi filtra nel core. Un soffio passa sull'anima mia, Un freddo soffio che m'empie d'orrore.

Sente di fuori, l'orecchio che spia, Strani bisbigli che metton terrore, Ma nelle case la vita s'oblia Come annegata in un denso stupore.

Solo nel buio, laggiù, della via, Dietro una tenda, l'immobil candore Un lume fioco da lungi m'invia.

Rischiara forse il discreto bagliore Lo spasimar d'un atroce agonia Od il gioir d'una notte d'amore?

APENNINO

O monti, albergo di pace infinita, Ancor nel vivo ricordo rimane Il susurrar delle chiare fontane Tra la fragranza dell'erba fiorita

E il tremolar della luce salita Coll'alba fresca alle cime lontane Nel rado vel delle nebbie montane Su i boschi pieni di canti e di vita

E nel tepor della rorida mane Fioco il belar dell'agnella smarrita Od il rintocco di meste campane.

Oh, nel mister della selva romita Fuggir con lei dalle cure mondane E tra i capelli sentir le sue dita!

ADRIATICO

Il mar lambendo instancabile e lento La sabbia fina dell'umida sponda, Con ritmo uguale mandava un lamento, Quasi un singhiozzo, alla notte profonda.

Occhi benigni, le stelle d'argento Guardavan fisse la terra feconda. Amor vagava nel ciel sonnolento Ed io sperai la fortuna seconda.

Il cor t'apersi con timido accento, Sfiorai col labbro la chioma tua bionda Ed al trionfo credetti un momento….

Addio, fantasmi d'un'ora gioconda, Sogni d'amore dispersi dal vento, Care speranze cadute nell'onda!

MILLE

Al suo balcone s'affaccia beata La dama, tratta dal maggio fiorente. Il sol carezza la treccia dorata, La rosea gota ed il labbro ridente.

Il giovin paggio da lunge la guata E tutto caldo d'amore si sente Nè gli par cosa terrena e creata, Ma ben di cielo angioletta vivente.

Correr vorrebbe a battaglie cruente, Soffrir pugnando una morte spietata Sol per averne uno sguardo clemente;

E pur la dama dagli occhi di fata, E pur la bianca angioletta piacente Dal dì che nacque non s'è più lavata!

SETTECENTO

Mormora l'arpa toccata in sordina Lento un motivo che par minuetto. Lenta la dama danzando s'inchina, Tutta eleganza, sussiego e belletto.

Di nei segnata, la pelle argentina Manda un profumo sottil di zibetto: Sotto una nebbia di candida trina Ansano i bianchi segreti del petto.

Danza e sul molle tappeto trascina La ricca vesta ed il piè piccioletto Col portamento d'altera regina.

Tutti scoraggia col rigido aspetto, Con l'occhio pieno di calma divina, E lo staffiere l'attende nel letto.

PAROLE

Dolci parole d'amor, susurrate Presso i cespugli fioriti di rose, Parole dolci, parole gioiose, Appena dette che mai diventate?

Salite al cielo col vento e volate Degli angioletti alle labbra amorose, O, come accade dell'ottime cose, Parole dolci, nel nulla tornate!

Ahi, che piuttosto all'inferno dannate Sì come streghe mendaci e schifose, Forma e veleno di biscie pigliate

E, tra i cespugli nativi nascose, Mordete al core gli amanti e li fate Vittime e strazio di cure gelose!

MUSICA

L'ultime note languenti, velate, Muoiono come sospiri sonori In un tripudio di mazzi di fiori In un profumo di donne scollate.

E il sangue tende le arterie gonfiate, Passan su gli occhi fugaci bagliori; Tutta la vita prorompe di fuori Sotto l'impulso di forze ignorate.

Allor le forme ci sembran mutate E ridipinte di strani colori, Quasi fantasmi di cose sognate.

Poi tutto passa; ma resta nei cuori Come un rimpianto di gioie passate, Come un presagio di nuovi dolori.

MORBUS

Chi, quando il giorno muore, Ode, seguendo il Gange, La tortora che piange Sotto i roseti in fiore E, lungo l'acque stanche Specchio alle palme nere, Vede passar le schiere Delle pagode bianche,

Lento discerne ancora Fumar dal tardo fiume Il denso putridume Che in faccia al sol vapora, E galleggiar sull'onde Carogne omai disfatte Che l'acqua gialla sbatte Sulle fangose sponde.

Lungo i giuncheti pigri, Nido di serpi immani, Piangono i caimani E ruggono le tigri, Mentre nell'aria bassa Del crepuscolo torvo Gracchia sinistro il corvo Sazio di carne grassa.

Allor nel plumbeo cielo S'erge dall'acqua oscura D'un angiol la figura Chiusa da un fosco velo, E sale a poco a poco Sul livido orizzonte, Gocciando dalla fronte Sangue, veleno e fuoco.

Sale gigante e solo Dell'universo in faccia, Tende le negre braccia, Apre l'immenso volo…. Ah, invan chiudi le porte, Trista progenie d'Eva; Ecco, su te si leva L'angelo della morte!

E passa infaticato Sulle città fastose, Sovra le ville ascose, Sovra il castel merlato, Sul casolar che ride Di sue virtù contento…. Passa solenne e lento E dove passa, uccide.

Sul suo cammin, segnato Dai morti e dai morenti, Alto le umane genti Mandano un ululato. L'orror dell'ecatombe Fin la speranza scaccia E mancano le braccia Per iscavar le tombe…

Del cor premendo i moti, Sbarrando gli occhi tardi, Inchiodano i vegliardi Le bare dei nipoti; Col pianto sulle gote Le madri moribonde Piegan le teste bionde Sopra le culle vote.

Dubita l'uom che venga Il mondo all'ore estreme E guata in alto e teme Che il sole in ciel si spenga, Mentre gli grida il prete: «Guai nel gran giorno all'empio! »Portate l'oro al tempio, »Poichè doman morrete!»

Sul sacro limitare Cadono allor gli oranti, Lordan gli agonizzanti Le pietre dell'altare E pur la turba stolta Che ciecamente adora, Inginocchiata implora Iddio, che non l'ascolta.

Turba, che il vacuo gelo Della tua fede or tocchi, Muori, volgendo gli occhi Inutilmente al cielo. Alle pupille offese Il vero or si disserra: Non ti mentì la terra Quando per lei ti chiese,

Non ti giurò promesse D'un avvenir mal certo, Ma dal suo fianco aperto Ti germogliò la messe. Giovin, dell'odio invece, L'amor ti accese in seno, E per un giorno almeno Miglior di Dio ti fece.

ELEZIONI

Musa mia dolce, che le alterigie De' carmi arcigni non hai sul viso, Tu che rallegri l'ore mie grigie Di stravaganti scoppi di riso E volentieri mostri la pelle Dai larghi strappi de le gonnelle,

Musa mia dolce, vieni, discendi A la solinga mia cameretta; Avide ai baci le labbra tendi, Libera i lacci de la fascetta, Sciogli la chioma bruna e ricciuta E chiudi l'uscio. L'ora è venuta,

L'ora in cui l'odio fermenta e invade, Lurida peste, le menti e i cuori; In cui la gente giù per le strade Rutta bestemmie, rece rancori E, masticando laide querele, Inghiotte o sputa veleno e fiele.

Ognuno in queste turpi giornate Morde o calunnia, froda o minaccia. Lo sterco e il fango colto a manate All'avversario si scaglia in faccia. Riddano in piazza, lerci e impudichi, Spie, deplorati, ruffiani e plichi:

E i giornalisti, tinta di loia La meretrice penna d'acciaio, Pur che sia piena la mangiatoia Vendon la feccia del calamaio Per imbrattarne l'onore altrui, Quasi superbo che paghi Lui.

Indi, nell'ora concessa al voto, Cupi, nervosi, van gli elettori, Parlando basso col viso immoto,— Guatando come cospiratori E in ogni canto dice un cartello: Votate questo!…. Votate quello!….

Entro la sala buia e fetente, Sozza la gromma vernicia i muri E intorno a un desco men che decente Seduti in cerchio cinque figuri Veglian con l'occhio cogitabondo L'urna di vetro dal doppio fondo.

S'apre la chiama. Nel pigia pigia Vota ciascuna pecora sciocca. Ardono alcuni di cupidigia, Ad altri l'ira torce la bocca, Ma quasi tutti, dopo votato, Palpano il prezzo del lor mercato;

E tutti, uscendo, da un reo contagio Attossicato sentono il cuore. Chi entrò dabbene n'uscì malvagio, Chi entrò ribaldo n'uscì peggiore. Chi vinse, il turpe bottino aspetta, Chi perse, spera nella vendetta.

Ecco i comizi! Di quando in quando, Se non accade qualche sinistro, Dall'urna falsa sbuca onorando Un frodolento caro al ministro, O un imbecille pien di commende; E l'un si compra, l'altro si vende.

Or perchè debbo far da mezzano All'ingordigia di Calandrino? Perchè mi debbo lordar la mano Scrivendo il nome d'uno strozzino? Perchè gettarmi nella battaglia Sotto gli sputi della canaglia?

Musa mia dolce, sulla tua faccia Ride un giocondo color di rosa. Passerò lieto fra le tue braccia Il giorno laido, l'ora schifosa. Sciogli la chioma bruna e ricciuta E chiudi l'uscio. L'ora è venuta.

DOPO IL PLICO

Meglio, Trento, per te se dalle mura Sante aspettasti invano Il vessillo che i patti e la paura Respinsero lontano.

Meglio, Trieste, indarno a queste sponde Tener l'anima fissa; Meglio indarno aspettar che lavin l'onde La vergogna di Lissa.

Deh, non cercate della madre il petto, Figlie aspettanti ancora, Poichè il fracido cancro ond'egli è infetto O uccide o disonora.

La madre, del vessillo a tre colori S'è fatta un origliere Per fornicar co' suoi commendatori Scappati alle galere.

Vende l'onore de' suoi figli morti, Gioca le glorie avite E fa copia di se negli angiporti Delle banche fallite.

Questa, questa è colei per cui sperate Cessar le vostre pene Ed essa per paura ha patteggiate Fin le vostre catene;

Ed essa, in Roma, penitente adora La fraude vaticana Baciando la rea man che gronda ancora Del sangue di Mentana….

Ah, no, questo di vizi ampio carcame Che al bacio vil si prostra, Ah, no per Dio, questa bagascia infame Non è la madre nostra.

Mentì chi l' disse! O voi, dai fortunati Sepolcri ove dormite, Martiri nostri ormai dimenticati, Levatevi e venite!

Voi che gridaste Italia e il piombo intanto Vi rompea la parola, Voi che ne confessaste il nome santo Col capestro alla gola,

Smascheratela voi la svergognata Che adultera col prete; Dite a questa carogna incoronata Che non la conoscete.

Altra è la sacra Italia, amor dei forti Che un dì fu vostra cura. Oh, destatela voi, poveri morti, Se i vivi hanno paura!

Fate che torni e nella destra rechi Una spada infocata Contro questi ladroni obliqui e biechi Che l'han vituperata.

Arda col foco suo fin che bisogna Questa stalla d'Augìa, Tagli col ferro la civil vergogna E la giustizia sia!

DA CAPO

Consurgite et ascendamus in meridie, JEREM VI, 4.

Se nella mesta sera, Cinto di luce strana, Lo scoglio di Caprera All'occidente levasi Superbo sulla nera onda lontana,

Il marinar che passa Sull'agile naviglio Tien la bandiera bassa E tra le palme ruvide Il duro capo abbassa e china il ciglio.

Là, nella calma enorme Della morente luce, Sotto il granito informe, Presso le acacie memori L'ultimo sonno dorme il nostro duce.

Dorme il Messia invocato Nel giorno del dolore, Dorme il gentil soldato Che amò come una vergine E col suo s'è fermato il nostro core.

Quando il leon scoteva L'ampia cesarie d'oro, Un popolo sorgeva Bello, gagliardo e giovane Che la pugna chiedeva e non l'alloro;

Sorgean gli eroi sublimi Che il duce taciturno Primo davanti ai primi Guidava all'ardua carica Contro Calatafimi e sul Volturno;

Poi, rotta nel cimento La schiera e pur non doma, Cadea senza un lamento, Mal vendicata vittima Sul colle di Nomento in faccia a Roma.

Nè alcun tendea la mano A mendicar mercede, Nè per voler sovrano, Nè per clamor di popolo Mentiva il capitano alla sua fede,

Chè il duce ed il soldato Chiudevan ne' petti ardenti Il cor di Cincinnato E ai solchi ritornavano Del plauso non cercato assai contenti.

Ed or che resta? O santo Sangue versato invano, O fior d'Italia, pianto Un dì con tante lagrime, Or ti mette all'incanto il pubblicano!

O gloria unica al sole, Pura in tante vicende, Alla crescente prole Pura dovevi scendere E ti compra chi vuole e ti rivende!

Tutto governa l'oro, Tutto è sottil garrito Di legulei nel foro E de' comizi il traffico Frutta come tesoro al più scaltrito.

Il suo veleno occulto Ci mesce la menzogna E gli ebri, nel tumulto Dell'ira, si barattano La calunnia, l'insulto e la vergogna.

Ahi, della prima schiera Non resta alcuno in vita? Dunque laggiù a Caprera Col biondo Cristo italico L'incolpevol bandiera è seppellita?

Ah no! Sacra coorte, Per l'ultima battaglia Ti risparmiò la morte: Inerme e pur terribile Di Roma su le porte ancor ti scaglia.

Non sangue essa ti chiede, Ma invoca i difensori. Schieratevi al suo piede, Voi forti, e proteggetela Con l'incorrotta fede e gli alti cuori.

Trombe dal sonno scosse Sonate alla raccolta! Correte alle riscosse, Salvate voi la patria, Vecchie camicie rosse, un'altra volta!

Alto il vessillo alzate De' traditori a fronte….. Ma voi, deh, riposate Nelle giberne lacere Cartucce non sparate all'Aspromonte!

PRIMO MAGGIO MDCCCXCV

Passano lenti. Un lampeggiar febbrile arde a ciascuno il ciglio. Passan solenni e da le dense file non si leva un bisbiglio.

Toccandosi le mani ognun di loro cerca il vicin chi sia. Se i calli suoi non vi segnò il lavoro, quella è una man di spia.

Sotto l'aspra fatica e il reo destino molti già son caduti, molti il carcer ne tiene od il confino, e pur sono cresciuti.

Striscia il gran serpe de la folla oscura dei ricchi su le porte. Dentro, nello stupor de la paura, si ragiona di morte.

Intanto il passo de la muta schiera allontanar si sente e nel silenzio de la fosca sera spegnersi lentamente.

Ecco allora Epulon, vinto il terrore socchiude l'uscio e guata e dice: «lode a Crispi ed al Signore, anche questa è passata!»

* * *

È passata, ma invan te ne compiaci ne l'allegre parole. Son gli antichi rancor troppo tenaci per tramontar col sole.

Nel ferreo pugno non hai più la plebe che serva un dì schernivi: germina l'odio da le pingui glebe che mieti e non coltivi.

Ne le officine fumiganti e nere contro te si cospira: sotto la casa tua, ne le miniere, pronta allo scoppio è l'ira

e mal ti gioverà crescer guardiani a le porte sbarrate; l'armi custodi del tuo aver, domani da chi saran portate?

Chi ti difenderà domani, quando le turbe mal nudrite assedieranno le tue case, urlando: «è il primo maggio: aprite?»

Oh, ben gli sguardi noi tendiam levati a l'avvenir fecondo e tu chini la fronte! I tuoi peccati hanno stancato il mondo.

NOVEMBRE

Addio sorrisi dell'albe rosate, Addio tramonti che d'oro parete! Novembre porta le tristi giornate E delle nebbie la bigia quïete!

Gli uccelli migran in file serrate Cercando a volo contrade più liete, Ma noi restiamo, calcando immutate, Sul fango vecchio, le vie consuete.

Restiamo e sempre le stesse infinite Noie e le stesse speranze remote C'infliggeranno le stesse ferite.

Finchè abbassando le teste canute, Chinando al suolo le pallide gote, Qui marcirem come foglie cadute.

MENTRE PARTONO

Tu che aprendo il mercato alla menzogna Alto salir potesti E che senza pietà, senza vergogna, Vivo, di noi ridesti,

Or nella tomba dormirai contento Buon vecchio di Stradella, Che accompagnar solevi al tradimento L'arte di Pulcinella.

Dormi, buon vecchio, ormai dimenticato Dai servi e dai rivali E sogghigna se 'l puoi. T'han perdonato I morti di Dogali.

A ben più grave e più feroce guerra L'Italia è condannata; Nuovo sangue latin beve la terra Dell'Eritrea bruciata.

Nuove vittime ancor di rei consigli Cadran sull'arse arene E nuove madri cresceranno i figli Per ingrassar le iene!

Lascia, scarno villan, lascia il sudato Solco a te non diviso. Tu non devi morir dove sei nato, Dove amor t'ha sorriso.

La gentil civiltà de' tuoi signori Ti spinge alla battaglia. Va, povero villano, uccidi e muori. Dopo, avrai la medaglia.

E mentre i legulei ti lauderanno Con sonanti parole, Oh, come l'ossa tue biancheggieranno Gloriosamente al sole!

Sulla sabbia deserta e funerale Rotoleranno al vento, Ma in qualche trivio della Capitale Sorgerà un monumento.

Su cui tra i bronzi falsi e le sculture Dell'arte a buon mercato Sarà il tuo nome, o buon villan, se pure Non l'han dimenticato.

Piange intanto colei che la tua culla Vegliò amorosa e forte; Piange le tristi nozze una fanciulla, Le nozze con la morte.

Ma il padre invece, al ciel rivolto il ciglio, Giunte le palme grame, Dice:—beato te povero figlio, Che non avrai più fame.—

ALPINI

Quando l'ora verrà, l'ora che deve Esser l'estrema che vedrete al mondo, Voi cercherete invan col moribondo Occhio l'alpe natìa, bianca di neve.

E indarno de' ghiacciai la brezza lieve Ricercherete nell'ansar profondo. Oh, quanto lungi al labbro sitibondo Saran le fonti ove il camoscio beve!

Ahimè, madri dolenti e fidanzate Dolenti, dite voi se questo è il santo Il giocondo avvenir che sognavate?

Vanno all'inutil sacrificio e intanto Noi veneriam le vanità sfacciate Cui piacque il sangue loro e il vostro pianto!

ULTIME NOTIZIE

Le madri, nel tormento Crudel d'un dubbio arcano, Cercan con l'occhio intento Qualche speranza invano.

Non sale un noto accento Dall'aspettante piano, Non una vela al vento Sul freddo mar lontano!

Ed ecco, il messaggero Nunzio della fortuna Passa sul lor sentiero,

E a lui chiede ciascuna, Bianca d'angoscia, il vero: «Che novità?»—«Nessuna!!»

PISCICOLTURA

Se un pesce grosso sparpagliò cambiali E non le ha mai pagate, O le pagò col voto, i suoi giornali Dicon: «cose private!»

Se vende un gran cordon, poscia negato, E lo vende a un briccone, Son cose che riguardan l'avvocato, Cose di professione.

Se il Codice Penal soffre gli sfregi De' suoi superbi sprezzi, Se fa comprare o vendere i Collegi, Sono pettegolezzi.

Ma se un pesce piccin, stando digiuno Sente un po' d'appetito, Peggio poi se lo dice a qualcheduno, È subito ammonito.

Se gli sembra che il secolo egoista Viva delle sue spoglie, Se incappa in qualche idea da socialista, San Stefano lo coglie.

Se vede Bosco o De Felice in sogno, Se soffre e non dispera, Se ha visto il Lega fare il suo bisogno, In galera! in galera!

SERMONE DI NATALE

O Messia profetato ai sofferenti, Pietoso un dì consolator del mondo, Inutilmente ormai torni alle genti, Bambino biondo!

Non è più il tempo in cui l'amor potea Illuminar le menti e incender l'alme, In cui per te Gerusalemme avea Osanna e palme.

O dilettose al cor notti stellate De' colli galilei sui dolci clivi, Tra il canto delle donne innamorate, Sotto gli ulivi;

O susurranti al sol gaie fontane, Di solinghi riposi allettatrici, Cui sale la canzon delle lontane Spigolatrici;

O vigne d'Israel che i dolci frutti Maturaste all'umil schiera seguace, Voi non l'udrete più chieder per tutti Giustizia e pace!

E tu, benigno, che a cercar scendevi L'agnel che si smarrì nella campagna E l'Evangelo dell'amor dicevi Sulla montagna,

Guarda! Un'idolatria cauta e discreta Agli Apostoli tuoi cresce l'entrate. Pietro che ti negò, batte moneta; Tommaso è frate.

Il sangue che grondò dalla tua croce Oggi feconda l'odio e non l'amore. Presso al complice altar veglia feroce L'inquisitore.

L'astuta ipocrisia dell'egoismo Che la ragione all'util suo sommette, Distilla le bugie del catechismo Nelle scolette

E nella Chiesa che chiamar non sdegna Santo l'inganno e la menzogna pia, Angelico Dottor, Barabba insegna Teologia.

Perchè tornar se alla novella pena Oggi trarresti inutilmente il fianco? Più balsami non ha la Maddalena Pel rabbi stanco.

Non si ricorda più d'averti amato, Ma, isterica romea, col bacio scende Al laido piè che, del tuo nome ornato, Caifa le stende:

E colei che chiamar madre ti piacque E nel sepolcro il corpo tuo compose, Or vezzeggia i clienti e vende l'acque Miracolose.

Fuggì, foggi da noi, bambino biondo: Torna piangendo dal presépe al cielo. Il Sillabo di Pio cacciò dal mondo Il tuo Vangelo.

Dall'avarizia vinta e dal peccato La tua fede morì povera e nuda. Oggi nel nome tuo regna Pilato, Governa Giuda.

ALLE MADRI

Dedicato ad Anna E…….

Madri, lo ricordate il dì sereno In cui d'amore il pegno La prima volta nel fecondo seno Vi diè di vita un segno?

Con che orgoglio gentil del grembo incinto Allor vi compiaceste! Come la culla col materno istinto Morbida gli faceste!

E poi che al suo vagir tacque il dolore Del fianco insanguinato, Con che speranze, o madri, e con che cuore Benediceste il nato

E nutrito di voi lo riscaldaste Stringendolo sul petto, E se morte il ghermìa, glielo strappaste Col prepotente affetto!

Lo cresceste così, biondo fanciullo, Sovra i fidi ginocchi, Vegliando il primo passo e il suo trastullo Con l'anima negli occhi

E speraste veder l'ore supreme In braccio a lui più liete…. Quanto amor, quanti baci e quanta speme, O madri che piangete!

Ed ora? I vostri figli a mille a mille Cadder lungi da voi Perchè un ladro impazzito e un imbecille Si son creduti eroi.

E vi tentano ancor, gli scellerati, Con le astute parole, Ma i cadaveri nudi e mutilati Si putrefanno al sole,

Ma già dai loro immondi antri, le iene Calando irsute e scarne, Leccano il sangue de le vostre vene, Straccian la vostra carne!

E il delitto cadrà nel grave oblio In che omai tutto langue? No, levatevi voi, donne, perdio, Raccogliete quel sangue,

Gettatelo ululanti e scapigliate Dei colpevoli in faccia; Quando il giorno verrà, non dubitate, Ne troverem la traccia;

E dite agli altri, o neghittosi, o incerti, «Pietà di noi vi prenda! La nostra patria è qui, non nei deserti Dell'Abissinia orrenda!

Pietà, chiediam pietà, madri dolenti, Figlie, sorelle, spose; Pietà, per gl'insepolti e pei morenti Su l'ambe sanguinose!

Non tolga vite ai campi, a le officine, La conquista rapace. La nostra patria è qui. Datele alfine La giustizia e la pace!»

Dite così. Ma se domani ancora Tripudieranno i ladri E moriranno gl'innocenti, allora, O dolorose madri,

Non porgete più latte al mite Abele Che s'acconcia al destino, Ma raccogliete ne le poppe il fiele Per allevar Caino.

AGLI EROISSIMI

Giusti della fallita Apocalissi, Marci Porci Catoni, in questo errai Che delle birberie forse ne scrissi, Ma non ne feci mai.

Oh se n'avessi fatto, e lo potevo, Di che frasche m'avreste incoronata! Un'abiura e tra i grandi anch'io sedevo, Illustre deplorata!

Ma l'arte di lustrar le scarpe ai ladri Curvando il dorso, mi negò natura; Perciò gridate che incitai le madri A strillar di paura.

Chi parla di viltà? Chi con gagliarde Frasi, dopo il caffè, facil tribuno, Povere donne, vi chiamò codarde Perchè vestite a bruno?

Chi fumando in poltrona, empie i giornali Di vendette, di stragi e di rovine, Da la ciambella moderando l'ali Dell'aquile latine?

Chi dei debiti nuovi alla conquista Le apostrofi all'onor guida in falange E soggioga lo Scioa dal liquorista, Insultando chi piange?

Ah, siete voi? Salute o ben pensanti, In cui l'onor s'imbotta e si travasa; Ma dite un po', perchè gridate «avanti!» E poi restate a casa?

Perchè, lungi dai colpi e dai conflitti, Comodamente d'ingrassar soffrite, Baritonando ai poveri coscritti «Armiamoci e partite?»

Partite voi, se generoso il core Sotto al pingue torace il ciel vi diede. O Baiardi, è laggiù dove si muore Che il coraggio si vede,

Non quì, tra le balorde zitellone, Madri spartane di robuste prose, Che chieggon morti per compor corone D'alloro, ahi, non di rose!

Ma no, non partirete! A questi tempi, Se dovesse mancar «la parte sana,» Chi resterebbe a predicar gli'esempi Della virtù romana?

Chi resterebbe a consolar coi detti Le vedove beltà che il bruno adorna? Chi li farebbe i brindisi ai banchetti Per chi parte o chi torna?

Ah, forti Aiaci della guerra a fondo, Ussari della morte, ah, non tentate D'uscir di qui per conquistare il mondo, Perchè, se ve ne andate,

Forse la vigna che godeste voi Fruttar potrebbe ad operai più scaltri… No, restate, restate a far gli eroi Con la pelle degli altri!

QUANDO IL MUNICIPIO DI BOLOGNA FESTEGGIÒ LA B.V. DI S. LUCA ESPONENDO I CENCI ANTICHI PER INVITO DEI CLERICALI MASCHI E FEMINE

Dicono—Gesù mio, quanto schiamazzo Per due vecchi tappeti! Nemmen se ritornassero in Palazzo Gli Svizzeri ed i preti!

I contadini a non vederli esporre Ci credevan birbanti; Sono elettori anch'essi e quando occorre Votan pei ben pensanti.

Che v'importan quei cenci o i Credi fatti Recitar nelle scuole? Siam liberali. Non badate agli atti, Badate alle parole.

Rispondono—I tappeti alla ringhiera Non son stracci e cimosa; Cencio di pochi palmi è una bandiera, Ma vuol dir qualche cosa.

O le liste da chi furono empiute E da chi consigliate? Voi ci diceste; non le abbiam vedute: E pur lo sapevate!

Confessatelo, via, siate leali, Poichè non siete scaltri: Voi pascete di fumo i liberali E d'arrosto…. quegli altri.

Ma v'è chi dice—Ecco, Bisanzio ancora Con le ciarle si regge Dei cento legulei della malora Che gli falsan la legge.

Lasciamoli cianciar del più e del meno, Lasciamoli garrire; Noi guardiamo più in alto, ad un sereno, Ad un santo avvenire.

Noi guardiamo più in alto e questa bassa Miseria non ci tange. Con ben altra eloquenza il cor ci passa La voce di chi piange!

Ma quando il pianto cesserà e verranno Ben altre feste, allora Quelle coltri lassù, riscalderanno Il letto a chi lavora.

L'IDILLIO DI ORLANDO

Che non può far d'un cor ch'abbia soggetto Questo crudele e traditore Amore, Poichè ad Orlando può levar dal petto La tanta fè che debbe al suo Signore! ARIOSTO, Orl. Fur. C. IX, I.

Apparia tremolando all'orizzonte La tenue luce della nuova aurora E la vaghezza delle rosee impronte Crescea più viva coll'andar dell'ora, Quando, sul fido Brigliadoro, il Conte Uscì pensoso di Baldacco fuora E d'ignoti sentier sull'erba molle Lentamente discese il verde colle.

Come giovine sposa, allor che il sole Fra le cortine del balcon s'affaccia Lascia lenta le coltri e volger suole Al conscio letto con desìo la faccia, Ma, rivestita poi, non più si duole Rimemorando i baci e il sonno scaccia, Indi lieta intrecciando il crin disciolto Canta allo specchio e amor le ride in volto.

La natura così malvolentieri Dai notturni riposi uscir parea Semivelata dai vapor leggeri Che lenta l'aura del mattiti movea, Ma poi ridesta e de' color primieri Rifiorendo col dì, tutta fremea In un gaudio fecondo, in una ebbrezza Di gioventù, d'amore e di bellezza.

Non sgomentati del cavallo ai passi L'inno di gioia ripetean gli augelli, Pareano susurrar tra l'erbe e i sassi Giocondi epitalami anche i ruscelli. E i caprifogli penduti dai massi, Scotendo i rami a guisa di capelli, Gocciavan perle di sottil rugiada Sulle nozze de' fior lungo la strada.

Nel tripudio d'amor ringiovanita La pianura parea tutta un giardino Che vaporasse tepida e squisita La fragranza de' fiori al ciel turchino, Sì che pien di desìo, gonfio di vita, S'apriva il chiuso cor del Paladino E conquisa cedea l'anima fiera Alle lusinghe della primavera.

Dimenticò Re Carlo e i suoi baroni E il santo gonfalon del fiordaliso, I giganti, le fate e gli stregoni, Gano schernito ed Agramante ucciso. Dimenticò gli assalti e le tenzoni Tra lo stuol battezzato e il circonciso E vide col pensier mille rosate Imagini di donne innamorate.

Rivide Olimpia, offerta all'esecrando Mostro, chieder mercè nuda e tremante E passar sorridendo e sospirando Fiordispina, Isabella e Bradamante. Vide Marfisa non curar pugnando Le salde nudità del petto ansante E d'Angelica sua gli occhi procaci Languir di gaudio di Medoro ai baci.

Allor si sentì solo e in cor gli scese Gelida un'onda di malinconia, Tal che a se stesso dubitando chiese Se la gloria non fosse una pazzia; Ed una voce in fondo al core intese Dirgli: «che val la tua cavalleria »Che valgon le tue gesta e il tuo valore »Senza un bacio di donna e senza amore?»

Discendeva così fantasticando Intorno a questa sua doglia novella, E sospirava fieramente, quando Vide dal bosco uscire una donzella Che raccogliendo fior venìa cantando Soavemente e la persona bella Di tal vivo desìo lo prese e punse Che spronò Brigliadoro e la raggiunse.

Si trasse l'elmo, dall'arcion si sporse E con voce tremante amor le chiese. Lentamente a mirarlo il viso torse La giovinetta ed a sorrider prese. L'occhio le scintillò, ma quando scorse La croce sull'usbergo e sul palvese, La scintilla si spense ed il sorriso Subitamente le sparì dal viso.

E disse: «Cavalier, tu porti in petto Del Dio che adori il segno e la dottrina Tu segui Gesù Cristo, io Maometto; Tu sei di stirpe Franca, io Saracina; Io cingo fiori al capo e tu l'elmetto, Tu sei nato possente ed io tapina; Vanne e ti basti sol ch'io ti confessi Che t'amerei se tu a Macon credessi.»

Eh, come lieti tra le verdi fronde Cantavano gli augelli i novi amori, Come all'aura d'april le rubiconde Corolle aprivan tripudiando i fiori, Come splendeano al sol le chiome bionde, Come ridevan gli occhi incantatori, Allor che il Paladin vinto si diede E per un bacio rinnegò la fede!

AI REDUCI DALLO SCIOA

Quando spuntar vedrete a l'orizzonte Questo suol benedetto e sospirato E la brezza natia su l'arsa fronte Il bacio vi darà del ben tornato;

Quando in folla calar vedrete al lido I cari vostri a salutar le prore E il dolce vento de la patria, il grido Vi porterà de l'aspettante amore;

Quando nel cor di rimembranze pieno L'impeto cesserà de la tempesta E, consolati, sul materno seno Riposerete alfin la stanca testa;

Se vi parrà d'udir fioco un lamento Che seco il pianto e la tristezza porti Ascoltatelo pur senza sgomento; «Quella è la voce dei compagni morti

Che dice:—«All'avvenir sorridevamo Quando il destino ci portò con lui Ed ecco che con voi non ritorniamo, Noi mal sepolti ne la terra altrui.

Ma, dite, la giustizia alzò il flagello Su gli eroi da poltrona e i paladini? Chi come bestie ci cacciò al macello, Il supplizio subì degli assassini?—»

Voi rispondete:—«Ahimè, dormite in pace Del triste campo nel silenzio enorme! Qui dei delitti la memoria tace, Qui stipendiata la giustizia dorme.

Sovra i tumuli vostri erra feroce La iena e ne la notte urla il leone, Ma gli eroi da poltrona hanno la croce E gli assassini vostri han la pensione».

NOTTE D'AUTUNNO

Infuria il vento e nella bieca notte Fredda la piova incalza. L'acqua che stroscia dalle gronde rotte Sui ciottoli rimbalza.

Entro l'oscurità profonda e vuota Delle vie taciturne Guizzan, specchiate nell'immonda mota, Le fiammelle notturne

E nel sordido fango e nel pattume Putrefatto del suolo, Miserabile spettro, agita il lume E fruga il ciccaiolo.

Quand'ecco dal silenzio esce lontano Scalpito d'una rozza E tra la pioggia, il vento ed il pantano, Appare una carrozza

Che in un dirugginìo di chiavistelli Trabalza oscenamente, Col profilo dei birri agli sportelli E le lanterne spente.

E il ciccaiol che vive razzolando Nel brago e nel fetore, Sente lo schifo e brontola sputando: «Passa un commendatore!»

IL MIO CUORE

Il mio cuore è uno scrigno di velluto Che con sette sigilli è sigillato, Molti voller saperne il contenuto, Ma nessuno finor l'ha indovinato.

Lungamente il segreto ho mantenuto E, il labbro come il cor tenni serrato, Ma più a lungo tacer non ho potuto Ed i sette sigilli ho lacerato.

Sappiate dunque che nel cor segreto Chiudo i ricordi del tempo remoto, I fiori secchi dell'april mio lieto,

Fra cui quest'oggi, per gentile invito, Scesi a frugar con l'animo devoto Per cavarne un sonetto impallidito;

Un povero sonetto impallidito, Fior dell'anima mia morto e seccato, Che tra le foglie sue reca smarrito Come un lontano odor del mio passato,

Come un ricordo vago e scolorito, Un'eco lieve del tempo beato, Un rimpianto profondo ed infinito Di tutto quel che in giovinezza ho amato.

Ed ecco che il sonetto esce discreto Da la prigion dove dormiva ignoto E rivede tremando il mondo lieto.

Va dunque, o mesto fior da me cresciuto, Porta a chi m'ama del mio core il voto, Ed a chi m'odia porta il mio saluto.

PARLA IL LIBRO

Son la fontana che nasce sui monti Limpida e gaia tra i sassi sonanti, Fresco ristoro di greggi vaganti, Vergine ancora di mura e di ponti

E che, ingrossata da torbide fonti, Bagna e feconda le valli aspettanti, Poi, ferma in larghe paludi stagnanti, Vapora febbri nei grigi tramonti;

Indi travolta a città pestilenti, Livida inghiotte le salme dei vinti E scalza e scuote le reggie possenti,

Finchè, gli spazi del mare raggiunti, Tra i flutti eterni dal vento sospinti Si perde e gode l'oblio dei defunti.

COMMIATO

Secoletto borghese, Ecco il libro finì. Chiudilo in pace, Degno di te lo rese Quell'arte che ti meriti e ti piace.

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