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Reliquie - Le masse cristiane

RELIQUIE (continued 2)

Reading edition

Aveva trovato sulla spalla un lungo filo lucente, un capello nerissimo, lo avevo avvolto al dito, e vi posavo con frenesia le labbra.

In faccia, fuori della finestra aperta, i rami d’un pero poveri di foglie, staccavano sul cielo come zampe d’un ragno fantastico, colossale.

All’improvviso là, di mezzo a quei rami uscì uno strido vicino, acuto, malaugurato, che mi scosse, mi ruppe brutalmente il filo delle idee, mi gettò un freddo nelle ossa.

M’alzai, venni alla finestra e battei con forza le palme, credendo così di cacciar l’uccello di sinistro augurio.

Illustration from Reliquie - Le masse cristiane

Vidi la civetta scuoter l’ali, camminar di fianco lungo il ramo, perdersi tra le foglie, e ripetere subito il grido maledetto.

Allora andai all’angolo fra il muro ed il canterano e presi il fucile: toccando l’acciarino m’avvidi che era scarico, stesi nell’ombra la mano al chiodo ove solevo appendere il carniere, nel quale avevo polvere, piombo, tutto l’occorrente.

Il carniere non v’era.

Guardai sul letto, cercai sul canterano, sul tavolo, per le sedie, volli raccapezzarmi se l’avessi consegnato all’ostiere entrando con selvaggina uccisa nel giorno.

No, quel giorno non avevo sparato...

Scesi la scala per entrare a pianterreno.

Sulla soglia una luce terribile mi abbagliò, mi rischiarò la mente.

Lo vidi, Dio Eterno! in quel momento il mio carniere,... lo vidi a Murello, nella sala a pian terreno, nella casa del Miniuti!

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Mi parve che il cervello dovesse scoppiare sotto l’urto del sangue che vi affluì.

Ebbi subito la visione chiara, netta, terribile della scena che doveva succedere in quel punto. Miniuti al suo ritorno aveva trovato il carniere... vi aveva frugato, letto il mio nome, i miei connotati sulla permissione di porto d’armi,... indovinava sull’atto, scopriva tutto, si avventava contro Elena ruggendo, e lei si smarriva, non poteva negare, schermirsi, non sapeva fuggire.

Li vedevo, li sentivo, la visione diventava realtà fino all’allucinazione, alla pazzia.

Saltai nel cortile, sfondai d’un urto l’uscio della scuderia, senza pensare ad aprirlo, gettai in fretta, in furia gli arnesi sul cavallo, e balzato in sella, lo lanciai di carriera sul viale che mette alla strada di Murello.

Volavo come nel sogno, nell’incubo; non potevo ragionare, nè formar progetti.

Arrivare... portarla via, salvarla...

Mi pareva di sentir una voce lontana che mi chiamava là nell’oscurità, dalla parte di Murello, e allora volevo cacciar come un grido altissimo perchè si difendesse, fuggisse, mi aspettasse. Poi mi vedevo Elena davanti, pallida, straziata, morente, che mi tendeva le braccia perchè la prendessi, la salvassi, e stringevo rabbiosamente le ginocchia e mi curvavo in sella, scosso dal capo alle piante da un gran tremito, col sudore che mi gocciolava sulla fronte, mi rigava le gote, mi offuscava la vista.

Ad un punto mi fermai di scatto, sentivo gorgogliar l’acqua a sinistra, discernevo a destra un piccolo edificio chiaro.

Avevo sbagliato strada! Al santuario di Polonghera invece di torre a destra verso Murello, avevo svoltato a sinistra, mi trovavo tra la capella di San Giacomo ed il ponte sulla Macra, ad un trar di schioppo da Racconigi.

Mi serrai coi pugni le tempia, mi parve di impazzire.

La strada da Racconigi a Murello mi si apriva davanti: erano tre nuove miglia; serrai tra le gambe il cavallo, come se avessi voluto soffocarlo, gli urlai all’orecchio le più strane e insensate parole, le più violenti imprecazioni, e ricominciai ad andar come il vento all’impazzata...

Ad uno svolto fui per dar di cozzo in una vettura che arrivava, essa pure, precipitosa e senza lanterne.

Il mio cavallo schivò da sè, e la oltrepassai.

Sull’istante il scivolar rapidissimo di quel legno, a quell’ora, nell’oscurità, nel mistero, mi insospettì: Lei forse... trascinata lontano! bisognava saper chi vi era... Voltai bruscamente il cavallo, la luna liberandosi in quel punto dalle nubi che la velavano, batteva in pieno sulla strada: la vettura volava, diminuiva nella distanza.

In un baleno le fui di fianco, mi curvai, cacciai il capo sotto il mantice...

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E non ricordo più; mi par d’aver udito in un ringhio di rabbia, pronunziato il mio nome, intravvisto un viso d’uomo sconvolto, un braccio agitarsi, stendersi furiosamente contro il mio petto, un tuono, un lampo poi più nulla.

Seppi di poi che un carrettiere, alla luce livida dell’alba, mi vide steso in traverso alla strada. Costui mi portò ad una cascina, e corse in tutta fretta a cercar un vecchio chirurgo militare ritirato a Racconigi, molto abile nel curare le ferite prodotte dal piombo. Egli estrasse la palla che m’era scivolata sotto le carni del petto senza penetrar nella cavità, e dopo due mesi entrato in convalescenza, camminavo, parlavo, ma ero come un uomo che si sveglia da un lungo sonno, e stenta credere alla realtà degli oggetti che gli cadono sott’occhio.

Poco si parlò a quei giorni dell’avvenimento, nessuno lo conobbe nei suoi particolari veri ed esatti; — il Journal de Turin et de la 27me Division de l’Empire français, gazzetta ufficiale del Piemonte, non ne fece pur parola, — altri giornali parlarono d’un attacco di briganti, nel circondario di Savigliano, e aggiunsero che, sebbene il famoso Mayno, sedicente imperatore delle Alpi e re di Marengo, fosse stato ucciso fin dal 12 aprile 1806, e la sua banda distrutta, certi dipartimenti erano tuttavia infestati; insistevano perciò sulla necessità delle ricerche, l’aumento delle taglie, ecc.

Ma in breve più nessuno s’occupò di quel fatto, le emozioni politiche ed avvenimenti di terribile e capitale importanza assorbivano in quei giorni l’attenzione del publico.

Il sangue altrove scorreva a flutti.

Tornai a Torino, ma l’animo non mi resse di restarvi; vagai nelle città vicine senza scopo, finchè un giorno trovandomi ad Ivrea, presi d’un tratto una vettura di posta per Aosta, traversai il San Bernardo, discesi a Martigny, e per Ginevra e Bourg andai a Parigi.

Un mese dopo il mio arrivo presi servizio; speravo trovar potente distrazione nel terribile avvicendarsi degli avvenimenti, o eterno riposo nello spaventevole spreco di umane esistenze di quegli anni.

Fui ferito in Ispagna e guarii: in Russia ove andai sottotenente in un reggimento di cacciatori a cavallo del corpo di Oudinot, lasciai due dita sulle nevi, e ritornai in Piemonte coi capelli che ne avevano preso il candore.

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Un giorno questa casa, la cui soglia avevo già varcata una volta,... divenne la mia.

Vi abitai sempre ed ho disposto di chiudervi gli occhi.

Nelle sue mura ancora per molti anni rapide apparizioni mi turbarono l’animo, gettandomi agli occhi una forma, alle labbra un nome, nel cuore un bisogno sconfinato, una smania terribile di riveder Elena, di amarla ancora.

Per molto tempo cercai la notte, l’ombra, il silenzio, i sentieri, i luoghi solitarii, serrandomi ai muri, alle siepi, come un ladro, un mendicante.

Poi la calma della campagna cangiò i rimpianti in una melanconia dolce e tranquilla, gli anni si aggiunsero agli anni; contrassi un debito di riconoscenza verso un’angelica creatura che mi curò in una malattia che doveva uccidermi, debito che mi fu dolce soddisfare, consacrai la mia vita a chi l’aveva salvata, e ringrazio Iddio della felicità che mi accordò in seguito.

Ora non ho più nulla a domandare alla vita; essa non è più davanti, ma dietro di me; nessuna illusione mi nasconde la realtà, lasciandomi apparire ancora orizzonti lontani... il termine è vicino, posso contare i giorni che mi rimangono, un po’ di terra sul capo, et en voila pour jamais.

Miniuti non l’ho rivisto più mai, d’Elena non ho forza scriver più.

Avrei potuto bruciar quei fogli e sperdere fino l’ultimo atomo delle loro ceneri, ma non avrei potuto annientare che struggendo il cervello, il rimpianto angoscioso, il rimorso d’essere stato la causa diretta della fine atrocissima di una persona per la quale avrei data la vita senza esitare.

Poichè tutto è lontano, tutto sparisce nel passato irrevocabile, sparirà con me anche quest’ultimo spaventoso ricordo...

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Il sole si alzò splendido il domani; Mario, Rocco ed io, entrammo in caccia senza contrattempi.

I cani lavorarono a dovere, i colpi si succedettero fruttuosi.

Alle otto si fece colazione appiè d’un gelso; pane, cacio, rhum nell’acqua. Poi si ricominciò sotto il sole in tutta la sua forza, un sole tremendo, che cadeva a piombo sul capo, e si nuotò così tutta la mattina, colle guancie aggrinzite e gli occhi serrati, in un mare di delizia.

Bisognava pure divertirsi fino a sera.

Infine quando i cani ebbero penzolante fuor delle fauci tutta la lingua di cui potevano disporre, quando si sdraiarono all’ombra, si allungarono nei fossi col ventre nel fango, ci accordammo anche noi, esseri ragionevoli ed indipendenti, la facoltà di stenderci al riparo dai raggi.

Il calore ci assopì, il sole girando, penetrò tra le fronde, ornò i nostri abiti di cerchielli dorati, venne a bruciarci il viso, a colorarci sgradevolmente di rosso le palpebre chiuse.

Le formiche, sagaci ed industriose, s’introdussero nei praticabili, si dispersero sulle nostre persone alla scoperta di nuovi mondi a loro sconosciuti.

Infine a sera lontani da casa parecchie miglia, ci incamminammo per tornare, l’uno dietro all’altro nel sentiero fra le canape altissime ed i grani turchi rigogliosi.

Io camminavo primo, poi Mario, poi il vecchio Rocco che cantava la sua vecchia Complainte sulla diminuzione della selvaggina.

— Quando c’era il distretto, cari signori, quando i boschi venivano fino al Rifreddo, Cr...o! che tempi! Lepri grosse come asinelli, con certe testaccie quadre, e orecchie di due palmi, frotte di fagiani grassi come capponi che passeggiavano nei sentieri, come tante confraternite di frati.

Si veniva all’agguato tutte le sere, sul limite del distretto. Eravamo sei o sette, tutti lestofanti che non dico altro, ogni tanto pan... pan..., ed al chiudere dei conti erano, sei, sette, otto lepri di meno nei boschi di Sua Maestà.

Ma non si dormiva. Allora i dragoni non scherzavano, c’era un rigore d’inferno, un lepre ferito al di qua, saltava il fosso a dar i tratti al di là e non si poteva pigliarlo.

— Così, disse Mario, il confine non lo hai passato mai Rocco?

— Cioè, ecco... io qualche volta... ma c’erano altri che passavano, anche tutte le sere. Pietro l’Ollaro, che è vivo ancora, sordo come le pentole che fabbrica, era già tal quale... Tutte le sere così, stava un po’ al di qua, gironzava, s’impazientava, poi, vlan... eccolo dall’altra e si perdeva nel folto.

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Passavano dieci minuti, pan...: si vedeva curvo, curvo, piccolo la metà, arrivar come il vento col fagiano od il lepre nel dorso della giubba. A correre non c’era chi lo cogliesse, neppure Beppo Gallo, che pure correva bene anche lui... Tutto detto, fu colto presso Racconigi, in pien distretto, sfuggì sotto al naso delle guardie che lo videro come vedo lor signori. Volò quei tre miglia, giunse in paese, si fece veder nella via maestra così presto che potè provar... Come si dice?...

— Provar l’alibi.

— Ecco precisamente, potè provar quello che dice lei. L’anticristo era Filipotto; le brache come due sacchi,..... vi nascondeva i fagiani uccisi, uno schioppo rugginoso, colla canna legata da due giri di spago; lo lasciava nei cespugli la notte..... Pigliava poi fuoco quando si ricordava. Ma tant’è, a casa senza aver fatto il suo colpo non tornava mai.

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Del resto lui il difetto dell’arma lo conosceva; tanto è vero che quando attaccata briga al gioco col Paschetta, volle freddarlo; andò a farsi prestare un altro fucile..... trovò quel cane che glielo imprestò, e così uccise in quella notte, buia come l’inferno, il suo miglior amico in cambio del Paschetta. Se avesse adoperato il suo fucile, chissà, forse non avrebbe sparato...

— Mi ricordo, disse Mario, di quell’omicidio, io era piccino assai..... rammento di aver veduta la pozza di sangue davanti al caffè.

— E Filipotto, non l’hanno arrestato?

— Potevano arrestare il vento i carabinieri! era più facile... Egli passò in Francia nei zuavi o nei turcos... restò in Crimea alla presa di Malakoff.

E si andava ascoltando quel vecchio tutto abbandonato ai ricordi, che accorgendosi della nostra attenzione, cercava nelle sue memorie quello che potesse, secondo lui, interessarci.

La sera era scura, il cielo tutto coperto di nubi, la luna ne illuminava di tanto in tanto un lembo vivamente, poi appariva annebbiata, nuotante in un bagno di luce gialla, gettava un raggio pallido sulla terra e tornava a celarsi lungamente.

Ad un punto il terreno dinanzi a noi sprofondava improvvisamente; il sentiero girava sul margine di una fossa, irregolarmente scavata. Vi giungemmo in un momento di fitta oscurità, io, che camminavo pel primo nel sentiero, non vidi il precipizio e rotolai con gran fracasso fino in fondo, trascinando meco una valanga di ghiaia e di terra smossa che m’entrò nelle tasche, nelle scarpe, nel collo. I miei compagni si precipitarono a rialzarmi, si accesero fiammiferi, si constatarono i danni. Il fucile era intatto, io leggermente contuso e graffiato. Più paura che male.

Quando fummo di nuovo in cammino sulla buona via, domandai al vecchio qual fosse l’utilità di quel precipizio, e perchè si lasciasse sussistere.

— La vede, quei del paese lo sanno che c’è; forestieri non ne passano mai... Ma è vero quello che dice lei, poichè non serve a nulla dovrebbe essere spianata da anni.

Un tempo,... eh! ma andiamo indietro molto, era lo scavo d’una fornace.

Si fermò, rinnovò il tabacco nella pipa, cangiò di spalla il fucile, si raccolse un momento e ripigliò:

— Mi fa sempre un certo effetto a raccontarlo, eppure giacchè vedo che s’interessano alle cose vecchie, là successe un fatto da far rizzar i capelli.

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Mio padre, buon’anima, teneva questa fornace, molti, ma molti anni or sono, la bagatella forse di settantaquattro o settantacinque anni fa. Una sera che era solo sentì sul tardi fermarsi una carrozza sulla strada di Racconigi. (È là a duecento passi e vi saremo a momenti). Egli non ci pose mente, aveva la fornace che divampava come l’inferno, Dio ce ne scampi, e badava ai mattoni che cuocevano. Quand’ecco comparir sul sentiero un signore alto alto, vestito come un marchese, ma con un viso che metteva paura. Aveva con sè una donna, una signora che pareva, come si dice, una tortora negli artigli di un nibbio. Era giovane, la signora, giovane e bella, pallida che non pareva più di questo mondo, aveva gli occhi fissi ed andava, diceva mio padre, come una persona che dorma e vada in volta bell’e dormendo.

Il signore disse brusco brusco a mio padre che portasse del vino, che alla signora era venuto male in carrozza.

Mio padre entrò a cercar il vino, nella sua capanna, tutto rimescolato, chè quella poverina gli faceva pietà. Era al buio, non ci vedeva, badava a battere la pietra, che allora non c’erano i fiammiferi come adesso.

Dalla porta aperta, sentiva che parlavano; lui ringhiava come un mastino, poi udì due parole di lei... una voce fioca come morisse.

Non capiva quel che dicessero.

Ad un tratto uno strillo... che gli fe’ cader di mano tutto l’ordigno.

Saltò fuori.

L’uomo spariva nell’ombra... solo; mio padre corse alla bocca infuocata...

I capelli, cari signori, si rizzavano così quando raccontava... come se avesse ancor negli occhi quello che aveva veduto.

Per terra c’era uno scialle da dama di alto rango. Mio padre lo portò a Racconigi, lo vendette e coi denari fece dir tante messe per l’anima di quella poveretta...

Mario mi strinse fortemente il braccio, guardandomi fisso, io accennai di sì col capo, ero come lui convinto che Elena aveva finito così.

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