Volume 2 — VERSI ALLA BUONA
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«IL CAVALIERE»
Mio carissimo Pipetto!..... Già lo sai, mio gran difetto Sta nel fare il beccafico Sulle cose della gente, Schiettamente te la dico, Sono alquanto impertinente, Ma che vuoi? tacer non posso In veder certi asinoni Animali fino all’osso Che la fanno da padroni! Dimmi tu come ho da fare La mia tempra a raffrenare, Tu m’insegna a darvi passo Ed a starmene sul duro, Se m’incontro ad ogni passo Con quei ceffi da figuro. — Uno poi mi dà sui piedi, Cavalier de’ miei... stivali, E tu amico deh concedi Che con te la stizza esali. Se lo vedi andare a spasso Con quell’aria da gradasso, Tu lo pigli in buona fede Per un uomo d’importanza; Tutto serio e grave incede Pien di boria e tracotanza; Per costume veste in nero Porta guanti ed occhialino, E a vederlo sembra invero Alcunchè di sopraffino. Affettando negligenza Della croce ei ne fa senza, E portar si degna appena All’occhiello un picciol nastro. Tiene al collo gran catena. Un baston da borgomastro, Con sussiego guarda attorno, E si gonfia dal piacere, Se si sente dire intorno «Riverito, Cavaliere!» D’una bestia al paragone Nulla vale quel bestione, Ed andando a vero onore, S’egli è stato decorato, Si può far commendatore Anche un asino calzato. Consiglier municipale Ei fu eletto da diec’anni, Ma sua cura principale È dormire sugli scanni. Quando schiude quella bocca La sciocchezza vi trabocca, Dà consigli, dà sentenze Quello stolto babbuino, Dice tante incongruenze Da sgradarne Bertoldino. Sa poi leggere, ma come Nel latin di sacristia, E per scrivere il suo nome Fa un error d’ortografia. Ignorante consigliere, Petulante cavaliere Pien di fumo, pien di boria, Asinone in quintessenza, Star coi nobili si fa gloria Giacchè, a dirla in confidenza, Questo stolido baggeo Vero tipo dei COLOMBI Sdegna il sangue di plebeo Che gli scorre dentro ai lombi. Ei passeggia lungo i viali Pien di carte e di giornali, Sbircia attorno colle lenti, E se degna d’un saluto Crede far tutti contenti; Se poi sa d’esser veduto Atteggiandosi a sussiego, Tira fuori di scarsella Qualche carta qualche piego, Qualche lettera o parcella. Entra in casa gravemente, E ’l portiere immantinente; — Ben tornato Cavaliere! Batte all’uscio e il servo lesto: — Riverisco Cavaliere, Di ritorno così presto? Forse l’aria è troppo fresca? Ei si stempra pel piacere, Ed il servo alla fantesca; — Colazione al Cavaliere! Cavalier dovunque suona E per l’aria ognor risuona, Te lo abbaja la cagnina, E lo canta in grotta il gallo; Nelle sale ed in cucina Lo ripete il pappagallo, Ed ovunque ti rivolga Di scappar non hai potere, Non c’è santo che ti tolga, Suona sempre — Cavaliere. — Ha una faccia che dà ai nervi, Guarda tutti come servi Dir che è un asino, un villano Dir che è sciocco, è poco o niente; Egli è un fior di ciarlatano Ignorante impertinente. — S’è la polvere inventata Che distrugge insetti e bruchi, Oh perchè non fu trovata Polve tal per questi ciuchi? E di simil raffataglia Tanto è zeppa quest’Italia Che ne incontri ad ogni istante In ogni angolo di via, E in tal modo andando avante, Stammi a udir la profezia, Si faranno cavalieri Truffatori e burattini Gabbamondi, barattieri Stenterelli ed Arlecchini.
LA MORALE
Sei fior del secolo Santa morale Sei fatta l’idolo Universale, Ed il tuo fascino Trascorre a volo Come l’elettrico Di polo in polo; Are t’innalzano Tutte le genti, E ti strombazzano Ai quattro venti. Tu sei l’immagine D’una speranza Bella ed eterea Nella sembianza, Tutti ti guardano Siccome un punto Inaccessibile Non mai raggiunto, Tutti t’ammirano, Ognun ti ha in bocca, Ma infin dell’opera Nessun ti tocca. Il prete in pergamo Ti canta lodi, E di te predica In mille modi; Ma spesso ipocrita Mentre si piega, In fondo all’anima Poi ti rinnega, E lodi e prediche Che a josa insacca, Non son che il trespolo Della baracca. Dall’alte cattedre Gravi retori D’austere regole Son banditori; Coll’arma facile Della parola Fan d’arzigogoli Confusa scuola, Ma infin gonfiandosi Con ciance vane, Fan nulla e gracchiano Come le rane. Tutti t’inneggiano MORALE Santa, Ognun discepolo Di te si vanta, Delle tue massime Si fa gran smercio Come d’articoli Messi in commercio; E ti conservano Nella vetrina La dama rigida E la sgualdrina. Severi giudici E magistrati Sempre si vantano Da te guidati; Di te si dicono Spezzata lancia, Ma moralissimi Son per la pancia; Di Temi cingono L’alma corona, E tengon moccolo Al Dio Mammona. T’han messa in musica In prosa e in rima, Ma il mondo sdrucciola Peggio di prima; All’ombra placida Di tua grandezza, Si cela un’intima Spudoratezza, Tutti ti espongono Con nobil gara Siccome il balsamo Di Dulcamara. Passi qual zeffiro Che lieve spiri, E ’l mondo visiti Per mille giri; Ascendi al culmine Di reggia aurata, E là rimani Mistificata; Trascorri rapida. Discendi all’are, Ma ti tradiscono Trono ed altare. Servi di maschera A una genìa Grama per cinica Ipocrisia; Se badi a chiacchiere, Sei vocazione D’ogni ridicolo D’ogni buffone; Tutti ti spacciano A piene mani, Pseudo-filosofi E ciarlatani. Gente da trógolo Sinistra e scura, Coscienze livide D’ogni lordura Di te s’adornano E vanno attorno, Alto acclamandoti E notte e giorno; Ma sotto all’egida Della tua maglia Il marchio celano Della canaglia. Quei contafrottole Leccastivali Che ti strascinano Su pei giornali, Son gente equivoca Che fa negozio Di buone massime Per stare in ozio; Anime tenere Fior di candore Che ai loro comodi Hanno il pudore. Codesti arcangeli Della grand’era Diventan nottole In sulla sera; Deposto l’abito Dell’apparenza, Si fanno lecita Ogni impudenza, E poi risalgono Sulla bigoncia E ti contrattano Un tanto all’oncia. Nuovi proseliti De’ tuoi dettati Lenoni e protei Son diventati; Di fede in pubblico Fan l’impresario, Trecconi ignobili Dietro il sipario, E da neofiti Di simil razza Povera vittima Sei tratta in piazza. Oh! dalle nuvole Sublime Dea Scendi terribile Nuova Adrastea, E la tua collera Più non si stanchi, Sulla combricola Dei saltimbanchi Che del tuo nome Fan triste scempio, E ti profanano Altare e Tempio!
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME