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Racconti per giovinetti

XIII. Il primo viaggio d'un Giovinetto. (continued 2)

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Ripensando io a ciò che mi era intravvenuto di sapere e vedere in quel mio viaggetto, ne trassi questa semplice riflessione: che cioè il male è mescolato col bene; che bisogna saper sostenere quello e approfittarsi di questo e andar sempre innanzi col coraggio della speranza. Non mi spaventarono dunque i sinistri prognostici del ciarlone di Pontedera, e mi proposi di aver fiducia nel procuratore al quale il signor Damiano mi aveva raccomandato. Perchè poi non mi accadesse d'esser punito, come a Pisa, della smania di veder subito la famosa cattedrale di Firenze, almeno di fuori e al lume di luna, mi feci accompagnare dal vetturino a una locanda, ma non di quelle ove concorrono i viaggiatori facoltosi. E appena fui solo nella mia camera, volli, innanzi d'andare a letto, scrivere di me a mia madre; a questo mi consigliava l'amor filiale che aveva bisogno di sfogo da tanto tempo, e anche il proverbio: Chi ha tempo non aspetti tempo; del quale, miei cari nipoti, vi raccomando aver sempre memoria. La lettera fu lunga; e soltanto dopo averla scritta, potei fare una bella dormita.

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