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Racconti

XXII. LA SÇHIARNETE.[9] (continued 2)

Reading edition

— Oh Dio! ecco, ha abbandonato la trave. Signore, salvatelo! Angeli santi, ch'ei non s'infranga nei creti! — La fune per alcuni momenti oscillava.

— È sospeso sull'abisso. Gesù misericordia!...

— Coraggio, figliuole! si tratta della vita d'un uomo.... Oh se ci fosse dato riuscire! — E le giovani robuste raddoppiavano i loro sforzi.

— Viene! È a mezzo, trapassa i virgulti.... torna isolato nello spazio. Guai adesso se le sue mani perdessero vigore!... Tenetevi forte, galantuomo! Anche un momento e poi sarete in sicuro. Raccomandatevi al Signore!... Eccolo! è in salvo! è fuori d'ogni pericolo!... — E un giovane sfigurato dall'angoscia, coi capelli irti e gocciolanti di sudore compariva al parapetto, e varcatolo con un ultimo sforzo cadeva a guisa di cadavere in mezzo alla turba femminile che gli si stipava intorno tra curiosa e lieta dell'averlo ricuperato.[10] Tina, che, visto quel deliquio, s'era subito affrettata di correre in cerca di qualche essenza spiritosa che valesse a farlo rinvenire, tornava adesso con un fiaschetto di stravecchio, e nell'intenzione d'insinuargliene alcune gocce fra le labbra, mettevasi in ginocchio presso di lui che giaceva sull'erba colla testa posata al vaso d'un arancio, e tanto bianco che pareva di cera. La fanciulla nell'atto di guardarlo, si risovvenne in un subito, e gridava stupefatta:

— L'Armellino, buon Dio!! Sogno mio desiderato da tanti anni!... Signore pietoso che me lo rendete per miracolo.... oh! ch'ei non muoia, o Signore!... E fuori di sè stessa accoglieva sul suo seno quella povera testa abbandonata. Il giovane sentì sulla fronte il dolce tepore delle lacrime ch'ella versava, aperse gli occhi attoniti, e come se gli fosse passata dinanzi una visione celeste sorrise innamorato. Ma al ritornare della vita, la coscienza dell'antico dolore gli si risvegliò più cocente che mai, e assunta un'espressione d'infinita amarezza, respinse quell'affetto come se fosse stato una crudele ironia. Fra tante Vergini che severe in quel momento s'andavano tacitamente ritirando turbate dal contegno della fanciulla, una pietosa gli si fece dappresso, una immagine serena e gentile, l'angelo che veniva a dire la parola di Dio.

— Armellino! — e la sua voce soave aveva come dell'inspirato. — Questa poveretta ha raccolto gli ultimi sospiri della madre tua. Sul suo letto di morte tua madre ha perdonato e pregava per tutti due e ha dato la sua benedizione a tutti due. Interprete di lei che ora dal cielo vi guarda commossa, io stringo insieme le vostre mani. Figliuoli, dopo tante lagrime il Signore vi concede un'ora di gioia. Siate buoni ed operosi, e laggiù nel mondo dove dovete tornare ricordatevi della povera monacella che ancora qualche anno starà qui pregando, e poi anderà ad aspettarvi nel seno di Dio! — La Tina avvezza a venerare suor Maria Eletta come una santa accolse con piena fiducia una sì dolce speranza; ma il giovane stette silenzioso, la sua mano si ritirò mestamente e guardava contristato la terra. Per farsi un'idea di quel che passava nel suo cuore bisogna che torniamo un istante addietro e che diamo una rapida occhiata alla vita ch'egli aveva menato in questo frattempo. Era partito dal suo paese nella certezza di aver perduto per sempre l'amata fanciulla. Egli infelice, per non essere spettatore delle altrui gioie, s'era volontariamente inchiodato a una tremenda catena che lo aveva strascinato lontano in mezzo ai vortici di straordinari e crudeli avvenimenti che lo fecero troppo tardi riflettere alle conseguenze della sua disperata risoluzione. Nella Svizzera, dov'era fuggito, non potè giammai saper nulla de' suoi cari. Fu allora ch'ei sentì tutta l'amarezza di quell'ineffabile dei dolori ch'è la patria lontana. Desiderava l'aere e la terra dei luoghi dov'era nato; desiderava i cari suoni della sua lingua, i cogniti volti delle persone tra cui aveva vissuto, la povertà e perfino i patimenti dei tempi passati. Ma a fargli più cocente il cruccio dell'esilio, due immagini gli stavano del continuo fitte nella memoria: il dolce sorriso della fanciulla perduta; e adesso avrebbe tolto di tollerare anche l'aspetto della felicità del rivale pur di rivederla! e le lagrime della sua povera madre. Ahi! ella che lo aveva allattato e cresciuto con tanto amore; ella che sempre compativa a tutti i suoi dolori, ella era sola, invecchiava ogni giorno, ed ei non poteva volare a consolarla!... Vedeva quella cara testa canuta, ne sentiva i pietosi lamenti, e nel rimorso infinito di averla abbandonata gliene chiedeva ogni momento perdono coll'anima. Per uno dei tanti capricci di quell'epoca di trambusti, quando meno se lo aspettava, egli si trovò sciolto dal malagurato impegno e libero di potersene tornare a sua voglia in paese. Non è a dirsi come s'affrettasse a varcare le alpi e come consolato rivide l'ampia pianura italiana. Tornava col cuore esultante, avido di tutti gli antichi affetti, ansioso dei luoghi e delle note persone, e non vedeva l'ora di sentir finalmente nominare il suo amato villaggio. Dopo rientrato in Friuli, a Tricesimo dovette fermarsi a riprender lena. Sperava che fosse l'ultimo riposo necessario, e seduto sulla panca dell'osteria aspettava impaziente che le forze rintegrate gli permettessero di ripigliare il cammino. C'erano lì alla stessa tavola altri viandanti, tra cui un mugnaio di Cividale ch'era stato a Magnano a provvedere una macina, con un merciaiuolo e due rivenduglioli; questi ultimi di Medeuzza venuti a comperare asparagi per poscia portare a Trieste, avevano intavolato un discorso che lo faceva stare con tanto d'orecchi. Era quistione di non so che affare e avevano più volte nominato Giorgio.

— Mi bastava la garanzia della moglie, disse il mugnaio, ma così per le dita....

— Son gente però di polso e un giorno o l'altro sarà già tutta roba del nipote, osservò il merciaiuolo che pareva aver molta pratica delle persone di cui parlavano.

— Sapete cosa sarà veramente di lui? la dote della poveraccia che s'è lasciata corbellare dalle sue millanterie, chè i suoi be' ducati dicono che la glieli abbia dati in mano senza briciolo di carta: in quanto ai campi dello zio è un altro paio di maniche. — A queste parole il giovane capì che Giorgio non doveva avere sposato la Tina; e curioso di sapere come fosse, entrò anch'egli in dialogo con questa interrogazione proferita quasi a mezza voce, tanto lo faceva palpitare la speranza di chiarirsi di un fatto che intravedeva a seconda de' suoi desiderj:

— Giorgio, il nipote dell'oste di Oleis s'è dunque ammogliato?

— Pare, galantuomo, che voi manchiate da molto tempo; gli ha già due bambocci!

— Ed è tuttavia uno sventato come quando era scapolo, — soggiunse l'uno dei rivenduglioli.

— Figuratevi, continuò il mugnaio, la bella società che avrei stipulata con colui! A me torna meglio, capite, un povero diavolo che abbia soltanto le braccia....

— Ma, e sua moglie? replicò l'Armellino, non doveva egli sposare una certa Valentina?...

— Valentina di dove? chiese il merciaiuolo.

— Di Soleschiano. Abitava la casuccia che ha dinanzi quel bel moro....

— Volete scommettere ch'egli intende quella siffatta? Eh! figliuolo caro, delle amorose, Giorgio ne avrà avute Dio sa il numero. Ma voi tirate fuori delle istorie rancide....

— Gli è, insisteva il giovane, che m'interesserebbe assai di sapere che sia avvenuto di quella ragazza, e poichè avete conoscenza del paese....

— Adesso mi risovvengo! interruppe il più attempato, si tratta della Monaca di Soleschiano!! e si mise a ridere. All'osteria, dove in passando si si ferma talora a bere una mezzina, ce ne hanno raccontato. Faceva all'amore con un contadino del villaggio che si è dato cambio per disperazione di trovarsi tradito.

— E la madre, aggiunse l'altro rivendugliolo, quando avvennero i trambusti del quarantotto, non sapendo più nulla del suo povero figliuolo, è morta di crepacuore: ma quella fraschetta fu punita, perchè Giorgio, venuta fuori una buona dote, se n'è lavato le mani, e l'ha piantata. Dicono poi che un bel giorno è sparita e che sia ita a farsi monaca. In che razza di monistero ve lo lascio pensare! Il certo si è che mai più se n'è sentito novella....

VIII.

Que' sguaiati discorsi al cuore dell'infelice furono coltellate. A che tornare in un paese dove non avrebbe più trovato la sua povera madre? Tutto il desiderio che lo aveva fino allora infiammato gli si cangiò in ritrosia insuperabile. Meglio, pensava, non sentir più mai nominare nè la sua casa nè la sciagurata creatura che ne lo aveva cacciato, nè lei perduta per sempre, e che un amaro rimorso gli rappresentava come vittima ch'egli stesso aveva immolata. Nel dimani peraltro, benchè desolato e coll'anima piena di pianti, quasi per istinto e' si trovò avviato verso la patria. Per la stessa strada, accompagnando il carro con la macina comperata, veniva anche il mugnaio di Cividale. Fu di tal maniera che gli si offrì l'occasione di accettare servigio in quel molino. Così senza ch'ei lo sapesse, anzi quasi suo malgrado, il caso lo avvicinò alla fanciulla, come se l'amore dei loro cuori fosse stato una potente calamita la cui forza attraente non avevano potuto distruggere nè il tempo nè le tante sventure. Senza metterci tempo in mezzo, in luogo di tornare a casa, in compagnia del mugnaio egli era venuto in quella stessa sera a Cividale, ed aveva cominciato subito a disimpegnare le diverse faccende del suo nuovo mestiere. Lavorava indefesso procurando così di attutire le dolorose memorie del passato. A giorni peraltro esse tornavano, e allora il pensiero gli vagava lontano a figurargli la perduta fanciulla in mezzo allo strepito e alla folla di qualcuna delle tante città che aveva veduto. Non immaginava ch'ella potesse pregar nella solitudine in cima al dirupo che gli stava sospeso sul capo! Passarono così alcuni anni, nei quali, mercè la sua molta attività ed alcuni fortunati eventi ch'ei seppe volgere a proprio vantaggio, gli riuscì di stabilmente associarsi al proprietario dell'edifizio, di modo che la sua sorte poteva dirsi dal lato materiale onestamente fissata; quando avvenne la sciagura che abbiamo descritta. Avvezzo nelle piene del torrente a trovarsi nel molino, subito che l'acqua minacciava il pian terreno, era suo costume trasportare sui granai le farine e quanto credevano potesse andar soggetto a guasti; poi a misura che la fiumana s'alzava salivano a' piani superiori, e passata la burrasca tornavano tutti come prima al lavoro. Ma questa volta un macigno staccatosi dall'alto e venuto a percuotere nella cantonata dell'edifizio aveva aperto una breccia che produsse il disastro. I compagni s'erano tutti salvati a tempo; egli solo rimasto ultimo trovossi prigioniero delle acque; e se l'inopinato soccorso venutogli dal convento valse a scamparlo da una morte che oramai pareva indubitata, colla distruzione del molino perdeva ogni sua fortuna e tornava nella misera condizione di prima, cioè colle sole braccia, tanto più che gli scarsi mezzi del mugnaio con cui era entrato in società non avrebbero permesso la rifabbrica. Erano questi pensieri che gli facevano guerra, quando il meraviglioso ritrovo della fanciulla e quella per lui insperata manifestazione d'amore unita alle dolci parole di suor Maria Eletta tornarono a suscitargli nell'anima in tutta la sua forza il sogno di felicità de' suoi giovani anni.

La Tina nella beatitudine del rivederlo si lasciava andare a tanta ingenua espansione che il giovane alla perfine le aprì con confidenza tutte queste sue angustie; la monaca in mezzo ai due faceva carezze alla fanciulla e la guardava commossa come se si avesse trattato di affetto tutto suo, poi col fare mansueto e coi miti propositi si studiava di richiamare la speranza nell'animo travagliato di lui e di appianargli le tante difficoltà ch'egli andava mettendo innanzi; ma più spesso, sollevati gli occhi al cielo, ascoltava meditabonda i loro discorsi e pareva che aspettasse di lassù una inspirazione che valesse al vero bene di quelle due povere creature ch'ella già amava con viscere di madre. Ma nel mentre queste tre anime amorose s'andavano così tra loro confortando, nell'interno del convento succedeva una tutt'altra scena ed inspirata da ben diversi sentimenti. Le monache, che la Badessa aveva mandate in coro, dopo un'assai breve orazione fatta per obbedienza, posato uno dei loro lumicini sul sarcofago della principessa longobarda, si riunirono tutte tre sullo stesso banco e davano sfogo all'esuberanza del loro zelo con una miriade d'osservazioni intorno al caso accaduto. Ed avevano un non so che di sinistro quelle teste velate che confabulavano sotto voce lì in quell'angolo nell'ombra fantastica progettata dagli emblemi della morte, mentre al di fuori fremeva iracondo il Nadisone. Appena poi s'accorsero che cominciavano ad uscire dall'orticello, corsero curiose incontro per sapere della fine. Se avevano già prima ardito censurare la condotta della Badessa, ora che udirono narrare dello scandolo della Tina non ebbero più ritegno. Vi fu chi propose di convocare sull'istante il capitolo e obbligar la Badessa a render conto dell'infranta clausura. Suonarono infatti la campana, e le più autorevoli andate ad assidersi sui loro scanni aspettavano accigliate. Quella campana suonata così nel cuor della notte, finì di mettere in iscompiglio il convento. Dalle celle, dove alcune si erano ritirate, dall'orticello, dove altre erano rimaste, lungo i porticati, giù pei dormitòri, tutte accorsero obbedienti al segno convenuto, e nell'incontrarsi s'interrogavano a guisa di formiche quando s'ammusano. Così indettate, al comparire della Badessa una delle anziane a nome delle consorelle fece la mozione. La buona vecchia rispose poche precise parole: doversi ringraziare il Signore che loro aveva concesso di salvare la vita a quell'infelice: se rotta la clausura, ella sola come Badessa trovarsi responsabile: in quanto alla Tina, non aveva voti di sorte; peraltro avrebb'ella pensato a custodirla: andava intanto ad aprir la porta al giovane. — E senz'altri rispetti sciolse il capitolo, lieta in suo cuore che l'imbroglio fosse avvenuto a guerra finita. Ma nel mentre con passo concitato attraversava la corte per recarsi dal giovane e vedere se fosse in istato di finalmente andarsene, in fra sè stessa non poteva astenersi dal riflettere: Che faccenda vuol essere cotesta? Pare che la Eletta sia affatto cieca! E quest'altre poi vogliono vedere più di me che sono la Badessa. Eh! saprò metterci riparo senza dei loro capitoli. Pettegole! a mezzanotte convocare il capitolo... Pur troppo ci vedo anch'io; non l'hanno tutto il torto, perchè il contegno di quella ragazza è stato uno sproposito... Saranno conoscenti, saranno amici.... ma se anche fosse un fratello c'era proprio da scandolezzarsi. Modi riprovevoli, sentimenti profani; mondana fin nelle midolla.... e volevano farmi credere che desiderasse il velo? Bella vocazione! Basta, dimani parlerò col confessore, e se sarà correggibile.... Intanto sbrighiamoci del giovane e mandiamolo pe' fatti suoi. Questo giovane è proprio stato una tentazione del demonio.... Peraltro sono così contenta d'averlo salvato che tornerei sempre a fare lo stesso, oh sì! dovessero dimettermi di Badessa issofatto! Caspita, si trattava della vita d'un uomo! — Ma quando fu sulla porta della cucina, dove suor Maria Eletta aveva fatto entrare l'Armellino, e la Tina ad asciugargli le vesti fradice gli aveva acceso un buon fuoco, e li vide ch'erano tutti tre in dolci confabulazioni, e la monaca gestiva animata come se avesse esposto qualche progetto a cui i giovani prestavano la massima attenzione, e ora commossi fino alle lagrime ringraziavano, ora raggianti di gioia assumevano un'espressione di felicità ch'ella non aveva immaginato, se non sulla faccia dei beati che stanno in paradiso, sentì che tutti i suoi severi propositi le si sfumavano e veniva col cuore e colle braccia aperte — a mettersi anch'ella in compagnia. Suor Maria Eletta le corse incontro.

— Abbiamo combinato tutto, le disse; il molino si rifabbricherà, egli sposerà la Tina, lavoreranno insieme, in pochi anni potranno restituire ai poveri il capitale.... Oh Madre mia, come è buono il Signore! Un tale orribile disastro! e' c'era il dito della sua provvidenza che voleva ravvicinare queste creature! Poverini! e pensare ch'essi si amavano con tutta l'anima e nol sapevano.... ma ora ogni cosa è chiarita, nè ci sono più malintesi. — La Badessa fece una carezza alla Tina quasi per rappattumarsi dell'averla in cor suo così facilmente condannata, e guardando sottecchi il mugnaio mormorò a mezza voce:

— Ma colle monache come faremo? Si sono formalizzate, capite?

— Le non sapevano ch'era il suo fidanzato, rispose Maria Eletta. Ora, voi potete far aprire la porta e il giovane va via subito.

— Oh sì, galantuomo! Cotesto è il meglio. Perchè, alla fin dei conti siamo in convento, e certi contatti... Dio lo sa, se sono lieta d'aver potuto salvarvi! ma se questa fraschetta non vi rivedeva si sarebbe fatta monaca, e invece, ecco, in un attimo volta bandiera e addio che ci siamo visti! A rubarla al Signore ha bastato il vostro alito, giovinotto! —

— Ma ella sarà una buona cristiana allo stesso, e crescerà la sua prole nel santo timore di Dio. Oh, il mondo ha bisogno di brave donne, e nei giorni che rimarrà ancora qui con noi, vogliamo istruirci, pregare e prepararci a cotesto, non è vero, Tina?

— Ahi! sospirò la Badessa, preveggo persecuzioni, e come difenderla?

— La darete a me, la custodirò nella mia camera. È convenuto, Madre mia, la non può uscire, finchè il giovane non abbia fatto fare le gride e allestito ogni cosa per le nozze. Allora viene a levarla....

— Meglio, figliuolo, che mandiate una qualche buona comare del vostro villaggio, e noi intanto le prepareremo un po' di mobile.

— Io ti darò le carte, continuò Maria Eletta, e anderete insieme a Pordenone dalla persona che ti dicevo e che troverai indicata.

— Siamo dunque intesi, conchiuse la Badessa. E guardò con compiacenza l'affettuoso addio che i due giovani si davano; indi rimessa nella gravità del suo grado, stese loro la mano ch'essi baciarono colla più viva riconoscenza. Partito il mugnaio si ritirarono nelle loro celle, e la buona vecchia prima di coricarsi s'inginocchiò a' piedi del Crocifisso, e lo ringraziò della misericordia che le aveva usata, e pregò per la felicità di quelle due creature, e, così come aveva detto Maria Eletta, che fossero cristiani e che vivessero insieme nel santo timore di Dio.

IX.

L'Armellino nel dimani tornava al suo villaggio nativo, tornava dopo parecchi anni d'assenza e col cuore agitato da mille diversi sentimenti. Era una bella mattina affatto limpida, e nell'aria una certa fragranza, una specie di alito ravvivante che annunziava la presenza della già dispiegata primavera. I contadini ne avevano approfittato, e i campi si vedevano per ogni dove popolati di gente che lavorava. Oltrepassate le colline, attraversava la prateria che dicono Manzana, e i suoi occhi da un pezzo si fissavano sui buoi d'un aratro che andava e veniva aprendo i solchi della terra che sta per confine al di là dell'acquicella. Quando fu tanto vicino da distinguere le persone, il giovane che guidava gli animali si fermò a guardarlo con grande attenzione. Si ravvisarono entrambi nel punto istesso e si corsero incontro con la gioia di due fratelli che si rivedono dopo lunga lontananza.

— Viva Armellino per Dio! Gli è l'Armellino che ritorna! gridava l'uno gettando all'aria il cappello e precipitandosi fra le braccia dell'altro, che tutto commosso so lo strinse al cuore coll'identica amicizia di quella notte che si erano salutati per l'ultima volta sotto le finestre della Tina. Gli altri si fecero anch'essi avanti e gli si strinsero intorno avidi delle sue novelle, e poichè era l'ora della colazione, lasciarono che i buoi riposassero, e si misero a chiaccherare delle tante cose passate. Seppe allora come la sua famiglia aveva in quel frattempo cambiato domicilio e trovavasi sur una colonia al di là del Nadisone. Questa inaspettata notizia lo turbò; non aveva mezzi di sorte, nè vedeva sul momento come avrebbe potuto ripiegare. Se ne accorse Giacomino, e a tòrlo d'impaccio, con quella franca e cordiale amicizia ch'è propria dei poveretti, gli propose subito, perfin che avesse ultimate le sue faccende, di far casa insieme.

— Lassù dai tuoi, disse, saresti troppo lontano; correre su e giù non ti torna, sarebbe un continuo perditempo; ti offro la mia cameretta invece, e tu così puoi aiutarci nei lavori della stagione. Guarda mio padre come ne gongola al solo pensiero! — Diceva la verità perchè il buon vecchio gli si era appressato, e a convalidare la proposta del figliuolo, aveva cavato la scatola e tutto allegro gliene offriva una presa. In quella capitò sul campo a portar la colazione madonna Lucia. Non aveva appena deposto dalle spalle l'arconcello, che lo riconobbe, e subito nuovi evviva e mille benvenuto, che pareva proprio che il rivederlo fosse per tutti una festa domestica. Dovette assidersi con essi sul margine erboso dell'acquicella; e si disponevano a far colazione, quando madonna Lucia scoperchiando il cesto per cavarne la polenta e la frittata che aveva loro apparecchiato, cambiò fisonomia e colle mani nei capelli — Ah poveretta me! — disse, e rimase lì stecchita che pareva una statua.

— Che c'è? chiese il padre di Giacomino, che non capiva questo subitaneo costernarsi della moglie.

— Non vedete? Non si può far colazione!

— Sarebbe bella, perdinci! Dopo quattro buone ore che si lavora e dopo quel tantino di gambata che ha fatto questo poveretto. Non si può far colazione?... Perchè mo di grazia?

— Ah mio Dio! Perchè è venerdì, e io me l'ho dimenticato, e la frittata l'è di grasso; l'ho fatta proprio coi ciccioli! — Ammutolirono tutti, che la sentenza di madonna Lucia coll'appetito di quell'ora non garbava gran fatto. Ma il buon cappellone, dopo averci alquanto pensato sopra, in atto brusco pigliò il piatto della vivanda contrastata e si accinse con eroica pazienza ad estrarne uno per uno i ciccioli, e consegnandoli alla moglie,

— To', disse, porta a casa. — Indi sicuro del suo operato come un dottore di teologia che abbia deciso un caso di coscienza, imbandì la colazione che si misero tutti a mangiare, tornati al buon umore e ai discorsi di prima. — Per l'Armellino quell'incontro e quell'accoglienza furono una vera fortuna. Accettata la proferta e collocatosi nella casa di Giacomino lì a Soleschiano nel villaggio istesso della fanciulla, non solo trovavasi più a portata per le sue faccende, ma essi si prestavano per lui come se fosse stato un fratello, e la loro compagnia e la loro amicizia tolsero ch'ei si lasciasse sopraffare dalle tristi reminiscenze che certamente gli si sarebbero risvegliate in tutta la loro forza nel seno della propria famiglia, dove più non doveva rivedere la sua povera madre. Fu Giacomino che gli procurò una picciola somma ad imprestito necessaria pe' suoi presenti bisogni, e senza della quale sarebbe stato impicciatissimo; perchè quando andò a trovare i suoi, e s'accorse delle loro strettezze, capì che non avrebbe avuto coraggio neppur di accennare a quel po' di miseria che gli veniva come sua parte. Donna Lucia poi, ch'era parente della matrigna della Tina e ben accetta al fratello e alla cognata di lei, si accinse a parlar loro del ritorno della fanciulla, e colla sua valida mediazione seppe far dimenticare l'offesa della brusca partenza e disporli a riceverla di nuovo in casa perfin che fossero conchiuse le nozze. Stabilita così ogni cosa, in capo ad alcune settimane, il giovane potè recarsi di nuovo a Cividale, onde intendersi col mugnaio suo antico socio per la rifabbrica del molino, e levare dal monistero l'amata fanciulla. Suor Maria Eletta le aveva dato una lettera, la cui soprascritta indicava una persona che doveva trovarsi a Pordenone. Bisognava dunque recarsi colà. Dopo molto progettare partirono in quattro, i due fidanzati, Giacomino e una sorella di lui. Oltrechè donna Lucia aveva consigliato di cogliere quest'occasione per la compera degli anelli, dell'abito nuziale e di altri indispensabili oggetti, c'era che questo viaggetto in sì cara compagnia e alla vigilia della sua felicità, per la fanciulla che aveva vissuto tanto tempo nel dolore e nella reclusione, diveniva adesso un piacere dei più squisiti. Nel suo secreto la pungeva anche un vivo desiderio di vedere co' propri occhi il misterioso personaggio che aveva avuto tanta influenza sulla sorte della sua benefattrice. E quando seduta colla giovane amica sul di dietro della carretta che Giacomino si godeva a far volare tra il polverio degl'interminabili rettilinei della strada postale, ella assaporava in silenzio la voluttà d'esser finalmente in un vasto spazio e di attraversarlo a guisa di freccia, nell'estasi delle soavi emozioni che le faceva provare la presenza del giovine amato, le si mesceva del continuo con tutti i suoi particolari la trista istoria che le aveva raccontato la povera monacella. Le lagrime di lei, ch'ella rammemorava con pia amicizia, le erano come un freno per non abbandonarsi a tutta la foga della propria felicità; come una religiosa malinconia dell'anima che le faceva più quieto e più pensato l'amore. A Pordenone seppero che la persona che cercavano era un avvocato di molto grido, ma che da parecchi anni ridottosi infermo più non usciva di casa, nè riceveva visite di sorte; il suo studio però era frequentato quasi come per lo innanzi, e gli affari procedevano appoggiati alla straordinaria reputazione della sua firma e alla solerzia di uno dei giovani che ivi facevano la pratica. Compresa la difficoltà di consegnare direttamente la lettera di suor Maria Eletta, pensarono di rivolgersi a cotesto giovane. A tal uopo, lasciati all'osteria Giacomino e la sorella, i due fidanzati s'avviarono alla dimora dell'avvocato. Era una casa d'aspetto signorile; e mentre ascendevano le scale, all'aprirsi d'una porta situata dirimpetto allo studio furono colpiti dall'allegro frastuono di molte voci che ne uscivano e dalla rapida vista d'una stanza magnificamente addobbata, entro alla quale così in passando poterono raffigurare l'agitarsi di un numeroso crocchio di gente elegante. Entrati nello studio, il giovane a cui si erano indirizzati uscì un momento e tornò colla risposta: che, trattandosi di un affare di assai vecchia data, bisognava che ritornassero, non essendo possibile così su due piedi rinvenire il documento necessario; tanto più che il dottore era in quel giorno assai sofferente, e la signora occupata nel ricevimento di alcune visite non avrebbe potuto per allora parlargliene. Nel venir via più non trovarono la guida del cameriere che li aveva introdotti. Povera gente di campagna, nuovi del sito e confusi dalle cose vedute ed udite così al rovescio di quanto immaginavano, sbagliarono l'uscita, ed imboccata un'altra porta scesero per una scala secreta che metteva in cucina. Apparecchiavano un rinfresco, e a sbrigarsi di loro alla più breve, un servo accennò che attraversassero l'appartamento a piè piano e se ne andassero per quella parte. Nella seconda stanza videro un uomo sdraiato sur un vecchio sofà. Non s'accorse che passavano, e cogli occhi fitti nella parete sembrava come assorto in una lunga e dolorosa meditazione. Aveva affatto calva la testa, una lunga barba bianca ed incólta gli scendeva sul petto lasciato nudo dallo sparato della camicia senza abbottonare, unico velame di quel misero corpo ischeletrito, se ne togli una veste da camera per lungo uso smontata di colore che teneva gittata sulle gambe. Un'indefinibile espressione di amarezza traspariva dalla faccia macilente. Tutto ad un tratto si pestò la fronte con ambe le mani, e piangeva con istrida prolungate come bambino che hanno picchiato. Mentre turbati da quel triste spettacolo s'affrettavano in punta di piedi a guadagnare l'uscita, udirono dietro a loro l'altercare dei servi che bestemmiavano l'accidente che aveva così rivelato a due estranei la miseria del loro sciagurato padrone. Tornati all'osteria, non osarono dir verbo su quanto avevano veduto. La Tina era pallida, contraffatta, e il cuore le batteva in un modo così sinistro, come se le si fosse guastato il sangue. Ricusò di più rimetter piede in quella casa; ed ella, che nella sua femminile curiosità aveva tanto desiderato di conoscere davvicino quella persona, ora avrebbe voluto poterla dimenticare in eterno; ma invece non v'era cosa che valesse a cavargliela dal pensiero e vi faceva intorno incessanti congetture. Qual mai poteva essere la strana malattia che tormentava quell'uomo? Egli, che nella sua gioventù s'era fatto gioco delle lagrime degli altri, perchè piangeva adesso con un accento così toccante, così desolato? Sentiva forse gli affetti che aveva derisi? Quali immagini gli si dispiegavano su quella parete dove guardava così intento? Forse i volti pallidi, lagrimosi delle misere che aveva tradite? Una ce n'era che ad onta di tutti i dolori ch'egli le aveva versato nell'anima, pregava in pace e rassegnata. Ora, ch'ei si trovava nelle mani di gente senza cuore, desiderava forse la commiserazione di quella pia? — L'Armellino intanto a forza d'insistere per una risposta, era venuto a capo di farsi consegnare le carte appartenenti a suor Maria Eletta, e riscossa la somma anticamente depositata sul Monte di pietà, senza più oltre curarsi di un mistero che non lo riguardava, si dispose coi compagni a tornarsene a casa. Era il primo sabato di maggio, e quando, dopo aver corso tutta la notte, al rompere dell'alba entravano nel villaggio di Soleschiano, s'accorsero delle vie sparse di fiori. Smontati da Giacomino, i due giovani alquanto trepidanti accompagnarono a casa la Tina. Dall'oriente che incominciava a rischiarare spirava una leggera brezzolina che faceva gentilmente tremolare le foglie del moro, e colla sua pura freschezza ravvivava gli spiriti intorpiditi dal protratto vegliare e dalla stanchezza del viaggio. Veniva loro alle nari come un sentore di rose, a misura che si avvicinavano sempre più acuto. Dai rami dell'arbore ne pendevano diverse ghirlande, e una ve n'era intrecciata di erica e di ulivo mentre la terra lì dinanzi appariva seminata di foglioline d'isopo. Si ricordarono che nei pellegrinaggi che si fanno alla Madonna del Monte, i divoti quando discendono sogliono mettersi sul cappello o nella cintura mazzolini di erica fiorita che cresce ivi in grande abbondanza e che chiamano i fiori del perdono.

— Pace e perdono! — sclamò Giacomino. La Tina commossa staccò dalla corona che le aveva offerto un ramicello d'olivo e una ciocca di quei fiori, e li porse al suo fidanzato. L'Armellino li portò alle labbra, e per un impeto subitaneo gli si rinnovarono tutte le gioie dell'antico amore. Si contemplarono un istante desiosi. La luce incerta dell'albeggiare li faceva pallidi. La fanciulla sollecita entrò in casa; egli stringendo la mano all'amico si staccò da quella porta senza poter proferire una parola.

Pochi giorni dopo inginocchiati dinanzi all'altare, coll'anima purificata dalla preghiera e dalla penitenza, ricevevano insieme il mistico pane; e il bene che si avevano sempre voluto diventava Sacramento.

FINE.

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