IL CAFFÈ GRECO (continued 2)
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Erano arrivati al punto di volersi sposare; ma questa volta Brabanzio giunse in tempo per impedire alla natura di cadere in tanto errore. Non valsero nè pianti, nè preghiere. Se la disgraziata osava di nominargli il suo Natale, la risposta del birbaccione era sempre una: — Nun vojo turchi a casa mia. — E se la poveretta, pur avendo di lui un terrore indicibile, gli faceva osservare che Natale era un cristiano, egli ribatteva prontamente: — Io a li cristiani neri nun ce credo. — Viveva alle spalle della sua figliuola e non voleva che gliela portassero via: ecco la verità. Non si sposarono dunque; ma seguitarono sempre a volersi bene, e si può dire che l'africano la sua Rosina non la lasciò se non quando, vinto da una tisi galoppante, fu obbligato di ritornarsene nel grembo del nostro Dio o forse in quello del suo Allah. La poveretta lo pianse con molte lacrime e poi passò ad altri amori meno neri, ma non meno disgraziati e, perduto il padre, cadde sotto le ugne di un brutto tipo: un formatore, il quale impadronitosi dell'organetto a manovella prese a suonarlo per le strade e più spesso sotto gli olmi, i ligustri e le acacie delle varie osterie suburbane; ma poi, annoiato dal dover sempre sentire la stessa musica, vi incollò sopra un foglio di carta con questa iscrizione: — Da vendersi o da affittare. Per le trattative diriggersi a me. — E quando in seguito a trattative laboriosissime gli riescì di disfarsene, dopo di essersi mangiato, giocato, e bevuto quel poco che ne aveva ritratto, ritornò a sporcarsi le mani col gesso, e, cavate le impronte di quasi tutte le parti del corpo della misera Rosina, che egli soleva chiamare ghignando «la mia signora» le andava offrendo per pochi baiocchi ai signori pittori di via Margutta.
Tutti e due finirono male. Lui, dopo di averne fatte tante, una meno legale dell'altra, non sapendo che cosa fare di peggio, essendosi messo a riempire con un metallo bianco di sua invenzione, molto simile all'argento, le forme cave di certe monetine da due lire, un giorno fu visto in mezzo a due guardie di pubblica sicurezza e non se ne sentì più parlare; lei, povera figlia!, una sera uscendo da una bettola si trovò trascinata, senza volerlo, in una rissa e fu raccolta morente per una grave ferita di coltello. La portarono in un ospedale e colà, dopo qualche ora di tormenti atroci, quella pace che ella aveva cercato tante e tante volte invano nella vita la trovò nella morte.
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Ed ora, giacchè è necessario di concludere, permettimi, o amico lettore, che io chiuda questo mio «Caffè» più o meno «Greco», il quale conclude questo volume, rivolgendoti una domanda.
Dimmi la verità, ti ho annoiato?
Senti: una sera io mi trovavo nella vecchia bottega fra le cui storiche pareti ho cercato di intrattenerti come meglio ho potuto, quando un signore venne a sedersi a un tavolino accanto a me; chiese un caffè e se lo bevve in fretta; poi torcendo le labbra in segno di disgusto, chiamò con voce alterata il cameriere, e, dopo di avergli accennato con un'occhiata bieca il vassojo, gli disse: — Non vi vergognate di avvelenare il prossimo con questi intrugli?... Non vi vergognate?...
Il cameriere lo lasciò sfogare; guardò la tazza ove di caffè non ce n'era rimasta neppure una goccia, e gli rispose: — Caro signore, che cosa vuol farci? Oramai l'ha bevuto!