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Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Note (87) — CAPITOLO XI.

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Il prototipo occasionale da cui emana il fondato motivo dell'osservanza del sabato non può essere per se stesso più edificante, nè l'alta idea che ne ha concepito il popolo d'Israel più solidamente radicata; ma gli accessorj enormi che si ebbe l'imbecillità di aumentarvi, sono quelli unicamente che oscurarono, al solito, la genuina intelligenza di simile precetto.

Quindi siccome questo dì è chiamato dalla scrittura giorno di riposo, e di ricreazione; così i fautori Talmudisti avvezzi a prendere tutto al letterale del senso, indagando quale ricompensa potere stabilire a chi tale dovere compisse, si fecero ad immaginare che Dio nell'ingresso del sabato accordasse ad ogni individuo ebreo un anima superflua נשמה יתרה (Nesciamah Jeterah), o come altri dicono, uno spirito ricreatore, affine di potere meglio riposare in quel giorno, e onde più agiatamente mangiare, bere, e sollazzarsi, e che al decremento del sabato Dio ritirasse tutte le anime, che avea esso distribuite la sera precedente: R. Abraham ragiona seriosamente di quest'anima superflua nel suo Commentario sul Pentateuco che esso chiama אגודת אזוב (Agudath ezob), cioè mazzetto di mirra. Essi rendono pure in quel giorno gli angeli commensali degli ebrei, ed i più fanatici fra questi persuasi intimamente dell'arrivo di tali nuovi ospiti serafici, si fanno loro incontro fino nelle scale con un certo complimento ad uso angelico. Nell'intonare di un certo inno espresso a tale riguardo la sera di venerdì, essi ritengono per sicuro che lo anime eschino dall'inferno, dove non rientrano che all'imbrunire del sabato, allorchè la preghiera è terminata, e alcuni Rabini sostengono che anche le sofferenze degli ebrei dannati cessano in quel giorno.

I Talmudisti prescrivono altresì come un precetto indispensabile di dovere fare tre splendidi pasti durante il giorno di sabato, affine di essere con tali mezzi garantiti, come essi dicono, da tre funesti mali, cioè dalle pene dal Messia, dalla micidiale guerra di Gog, e Magog, e dalle fiamme del Gheinam. (ved. Mas. Sciab. cap. IV.) Il rimedio in vero non può essere più grato, nè più idoneo ad attirare degli applicanti. E quante altre decisioni superstiziose non si sono parimente sostenute da' Rabini, relativamente alla proibizione di accender fuoco la sera, ed il giorno di sabato, un trattato intero di Misnah sopra questa materia contiene le regole molto austere per l'esatta osservanza di questo riposo corporale, di cui fu da noi già parlato (annot. 56) non meno che sul fuoco, ed altre cerimonie per ovviare che non vengano trasgredite, mentre che si ha tanto poco zelo per la vera pietà.

Ma essi, per altro non comprendono che il riposo macchinale ordinato agli ebrei da Mosè di non muoversi alcuno in questo giorno dalla sua posizione in cui ritrovavasi nel momento dell'ingresso della festa (ved. l'annot. citata) conveniva agli ebrei solo nel deserto, dure non doveano essi altro fare che rimuoversi per raccogliere la manna che in duplice dose cadeva loro prodigiosamente il giorno avanti; prescrizione che oggi eseguire non si potrebbe in verun modo; siccome non mi sembrerebbe inverosimile l'opinare che il divieto di accendere fuoco in simile giorno entro le abitazioni domiciliarie si riferisse a un doppio senso primo al fuoco sacro usato allora dal Pontefice sommo per servizio dell'altare, dove in quel giorno soleva ripetersi l'olocausto per tre volte, e ciò vuole implicare di non doversi servire nè accendere di quel fuoco per uso di famiglia, che ne sarebbe rimasto profanato, ed il trasgressore divenuto reo di esecrabile sacrilegio: secondo; essendo gli ebrei nutriti nel deserto colla prodigiosa caduta della manna, che ad ogni loro richiesta trasformava qualunque sapore, senza il soccorso dell'arte di cucina, e riscaldati da un ignea nube, che secondo la scrittura additava loro il cammino che doveano tenere durante il corso delle loro marcie notturne, inutile, come bene si scorge, rendevasi loro il fuoco, non meno per l'uno, che per l'altro oggetto.

A tempi nostri però che i sacrifizj sono cessati, e che si fattamente rari si rendono fra noi tali prodigi, parrebbe, che l'ebreo della nostra età dovrebbe esservi dispensato dall'osservanza di simile precetto il quale, nella guisa che testè accennato abbiamo, sarebbe ad esso lui presso che impossibile di mantenere oggi a rigore, sia che considerato venga alla lettere, come lo pensano i Caraiti, sia che prendasi in astratto nella guisa che praticare veggiamo a recenti Talmudisti.

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