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Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Note annot. 86 — CAPITOLO X.

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(86) Il primo scopo che si prefissero in ogni tempo i propalatori delle tradizioni sacre in generale, si fu quello di ammaliare la stupida curiosità di quegli uomini che stabilirono di sedurre; e di allontanare dall'occhio dell'esame qualunque dogma, di cui l'assurdità troppo evidente, avrebbe dovuto necessariamente a prima vista, in mille guise colpirgli. Non meno nell'uno, che nell'altro essi vi sono completamente riusciti. La pratica delle superstizioni è assai più agevolmente appresa di ciò che riesca facile conoscere l'esercizio commendevole di una pretta religione, della virtù, del disinganno. In fatti è molto meno arduo per l'uomo di genuflettersi a' piedi degli altari, e recitarvi le preghiere, immergersi nel Gange come i Bonzi, nutrirsi di magro le vigilie, confessare le proprie colpe all'orecchio di un'altro uomo, abbigliarsi di certi arnesi, o astenersi da certi cibi, di ciò che sia perdonare come Camillo agli snaturati concittadini, o calpestare con isdegno le ricchezze, come Papirio, o farsi il corifeo della virtù, come Aristide, ovvero instruire il mondo come Socrate. Sempre indifferenti a questi sublimi tratti di straordinarie virtù, essi non sono ad altro interessati che a sostituire a queste le offerte, i digiuni, le espiazioni, persuadendo scaltramente gli uomini che si può, senza ostacolo, col solo mezzo di certe cerimonie superstiziose, giugnere per sino ad imbianchire l'anima anerrita dai più atroci, ed esecrabili misfatti. Ciò che ha dato sorgente funesta in ogni tempo fra gli uomini, siccome io l'ho altrove rimarcata (annot. 100.) sul proposito della confessione auriculare, a tutti quei criminosi travviamenti a quali può essere soggetto lo spirito umano.

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