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Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Note (46) — CAPITOLO VI.

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Tutti i popoli della terra hanno le loro particolari tradizioni che tutti credono costanti, uniformi alla più esatta verità, ed al superiore grado portentose; esse sono appoggiate, come le nostre, sull'antichità, e sulla superstizione religiosa, come l'osserva un dotto scrittore de' nostri tempi (Philosoph. du B. Sens T. 1 Refl. 1 p. 102.)

Gli ebrei Talmudisti non fanno alcuna difficoltà di rendere le loro tradizioni a livello della Legge di Mosè; essi appoggiano questa opinione sopra quella che sostengono i Rabbini, cioè che la תורה שבכתב (Torah Scebihtau) legge scritta non sarebbe che un corpo senz'anima, ed una lampada senza luce, se fosse quelle separata dalla תורה שבעל פה (Torah Scebenghal Peh) legge tradizionale. Quindi è che dessi si fanno un pressante dovere di credere, sotto pena di Scomunica contro chi opinasse altrimenti, che Dio ha dettato a Mosè non solo tutto ciò che è racchiuso nel Pentateuco, fino alle minime sillabe che vi si contengono; ma ch'egli ha parimente comunicato allo stesso Mosè sul monte Sinaj (durante la sua dimora colà di quaranta giorni) l'intera spiegazione mentale di questa legge medesima, che pretendono essersi conservata intatta fra di essi, anche dopo la morte di questo Legislatore, fino che un giorno si riconobbe la necessità di metterla per iscritto affine di conservarne le traccie fino alla più tarda posterità. Ma di ciò mi riserbo a ragionare più diffusamente, allorchè in breve mi emergerà di parlare delle Parafrasi Rabiniche, e dell'origine della Misnah, e del Talmud ossia della Ghemarah (ved. il Cap. IX. di questo Vol. con tutte le annot. che vi si contengono).

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