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Prima di partire

PRIMA DI PARTIRE (Diario di Elena). (continued 2)

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Del resto, se pur Verdani non viene, è impossibile ch’egli non scriva. Non è soltanto un debito di cortesia, è un debito di lealtà. Mi scriverà per mandarmi un saluto, per chiedermi scusa.... e questa lettera fredda, cerimoniosa dovrà essere il mio conforto nelle amarezze dell’esilio!... Sciocca, sciocca, che questa mattina credevo possibile la felicità nella passione solitaria, ignorata da chi ne è l’oggetto.... Sarà il tarlo nelle viscere, sarà l’inferno nell’anima, sarà l’amore che si tramuta in odio....

La Giulia seguita a non comparire. Sembra che le amiche (tenere amiche) se la disputino per averla a pranzo con loro.... Oh, ma ricomparirà alla nostra tavola, ricomparirà certo appena torni Verdani.... Ella non deve mica essersi data per vinta.... E forse ha ragione a persistere, forse le sue grazie trionferanno delle ritrosie del professore, forse, nel Caucaso, mi giungerà l’annunzio di quelle auspicatissime nozze....

Che desinare allegro fu quello d’oggi! La signora Celeste voleva discorrere, ma io la scongiurai d’aver pietà della mia emicrania. Allora ella divenne grave, misteriosa, e disse con piglio solenne:

— L’emicrania.... Uhm!... Domani sarà passata.

Domenica, 4 luglio.

Riprendo la penna dopo quindici giorni per compiacere ad un’altra persona. Io avrei preferito attendere fin che avessi l’animo più calmo, più riposato, ma quella persona mi sollecita a romper gl’indugi, e i desideri di lei sono ormai legge per me.

Quando penso alle disposizioni d’animo con le quali cominciai questo diario e alle disposizioni con cui lo finisco, non posso non domandare a me stessa se io, io che ne scrivo l’ultime pagine, sono l’identica Elena Giralda che ne scrisse le prime e se la vita serba realmente di queste sorprese, onde chi ieri ne invocò il termine come beneficio supremo possa oggi augurarsela eterna.

Ma non voglio perdermi in divagazioni inutili.

— Sa, il professore è venuto — mi disse la Gegia, entrando in camera col caffè la mattina di lunedì, il lunedì 21 giugno.... oh non c’è dubbio che mi scappi di mente la data. — È venuto con la prima corsa....

Avevo le palpebre gravi, l’ossa peste dalla notte insonne. Mi posi a sedere sul letto e dissimulando la mia agitazione quanto meglio potevo: — Ah! — replicai macchinalmente — è venuto?... E sta bene?

— Bene.... bene.... E non pareva punto stanco.... Avrà riposato un’ora al più.... poi, quando meno si credeva, si affacciò alla soglia della cucina e chiamò la padrona con la quale ebbe un colloquio lunghetto, e adesso è lì in salottino che aspetta....

— Aspetta?... Che cosa?...

La Gegia prese la chicchera del caffè dalle mie mani che tremavano, e rispose: — Ma!... sembra che aspetti lei....

— Perchè dovrebbe aspettarmi? — soggiunsi, sforzandomi di far l’indifferente.

— Questo poi non lo so.... Non ho inteso ciò che si dicessero con la signora; ho inteso soltanto le ultime parole del professore: La vedrò appena alzata.... Di chi altri poteva parlare?

Licenziai la Gegia e saltai giù dal letto. Avrei voluto esser vestita in un attimo, e invece la mia toilette mi occupò una mezza oretta abbondante, sia che istintivamente vi ponessi più cura, sia che la smania di far presto riuscisse, come suole, all’effetto contrario. Rammento un nodo dovuto rinnovare tre volte, un bottone passato e ripassato in un occhiello che non era il suo, un riccio che s’ostinava a cadermi sulla fronte e mi tenne davanti allo specchio per un paio di minuti.

Quando fui pronta, esitai ad uscir dalla stanza; perchè, sebbene avessi una gran voglia di salutare Verdani, non volevo aver l’aria di cercarlo. D’altra parte però non era giusto ch’io rimanessi, contro le mie abitudini, chiusa in camera fino al momento della colazione. Uscii quindi in cappellino e mantiglia, deliberata ad andar fuori di casa per alcune spese dopo aver dato il solito buon giorno alla signora Celeste. Chi sa, del resto, che confusione s’era fatta la Gegia nella sua zucca vuota? Chi sa se Verdani si sognava neanche di attendermi?

Ma la Gegia aveva colto nel segno, e il professore mi attendeva davvero. Anzi egli doveva essere alle vedette, perchè appena sentì i miei passi mi venne incontro tendendomi tutt’e due le mani.

— Desideravo — egli principiò alquanto impacciato, e guardando il mio cappellino — desideravo dirle qualche cosa.... Ha urgenza di uscire? — E poichè io tardavo a rispondere, egli insistè: — Avrei urgenza io.

— Quand’è così — susurrai con un filo di voce.

Egli m’introdusse nel salottino ove la signora Celeste stava una parte del giorno a lavorar di calze o a leggere l’Adriatico e il Pettegolo, e ove io venivo di tratto in tratto a farle compagnia con un ricamo o con un libro. Adesso la signora Celeste non c’era; eravamo soli, il professore ed io.

Verdani mi pregò di sedere. Egli si mise a camminare in su e in giù, come aveva camminato nella propria stanza quelle sere in cui io vedevo la sua ombra sul muro della casa dirimpetto. Dopo un paio di giri si fermò, s’appoggiò alla spalliera d’una seggiola e mi chiese senza preamboli: — Quando parte, signorina Elena?

— Quando parto?... Ma.... lo sa bene.... Non più tardi di giovedì mattina.... Se devo imbarcarmi venerdì....

— Ed è necessario, assolutamente necessario che s’imbarchi questa settimana?

— Mio fratello mi scrisse di prendere il vapore del 18 o del 25.... Quello del 18 non l’ho preso; dunque....

— E se domandasse una proroga?...

— Al punto in cui siamo?... Dopo aver fatto tutti i preparativi, dopo essermi accommiatata da quasi tutti i miei conoscenti?... No, no, nemmen per sogno....

— Se poi ha tanta premura di lasciarci! — egli interruppe con amarezza.

— O professore — esclamai, e sentivo un nodo alla gola — non sia ingiusto.... Crede che me ne vada fino al Caucaso per un capriccio?... Avrò avuto torto ad accettar con tanta precipitazione l’offerta di mio fratello, ma si metta al mio posto.... al posto d’una ragazza che non è coraggiosa, che non è forte, che non ha spirito d’iniziativa.... Vedevo non lontana la miseria, l’umiliazione di ricorrere alla carità degli estranei, e afferrai la prima tavola di salute che mi fu gettata.... Ormai....

— E non c’è nulla, nulla che potrebbe trattenerla? — seguitò Verdani con calore.

Mi sforzai a dissimulare con una facezia la mia crescente emozione. — Vuol che speri in una lotteria guadagnata senza biglietti, in un impiego ottenuto senza le cognizioni occorrenti per esercitarlo?

La fisonomia di Verdani ebbe una contrazione dolorosa. — Non c’è altro, non c’è proprio altro?

Dio mio! Che cos’è questo riserbo che c’impone di reprimere i nostri slanci, di nascondere i nostri sentimenti? È una virtù o è un vizio? Io lo vedevo soffrire; potevo forse con una parola dissipar le sue sofferenze, infranger l’ultima tenue barriera che si ergeva fra noi e la felicità, e non osavo dir quella parola, non osavo neanche guardarlo in viso.

— Ebbene — ripigliò Verdani mutando posizione e venendo a sedermisi accanto — scriverò a mia madre che m’ero ingannato.

— Sua madre? Come c’entra la sua mamma?

— Oh se c’entra!... Avevo affrettato la mia gita a Bologna per questo. Volevo consultarla, lei che è tanto savia e buona; volevo comunicarle un mio disegno.... S’ella lo disapprovava avrei chinato il capo in silenzio, perchè non oserei far cosa di cui mia madre avesse a dolersi.... Ma ell’approvò tutto; ella mi disse con la sua solita, cieca fede in me: Ciò che tu fai è ben fatto; le persone che tu ami io le amo; c’è sempre posto per esse nel mio cuore e nella mia casa....

Io tremavo come una foglia.

— Professore.... — balbettai confusa.

— Non mi chiami così — egli proruppe con impeto abbandonando la mano ch’io avevo lasciata nella sua. E seguitò con voce raddolcita: — I miei amici mi chiamano Verdani, mi chiamano Gustavo. — Egli scosse tristamente il capo e soggiunse: — È vero ch’ella mi conosce appena. Le son vissuto accanto parecchie settimane senza occuparmi di lei, sfuggendola quasi.... Però, quando il caso ci avvicinò, quando ci scambiammo le prime confidenze, quando la seppi sul punto di prendere la via dell’esilio, provai dentro di me qualche cosa che non avevo provato mai.... La mia scuola, i miei studi aridi e gelati non mi bastavano più; sospiravo il momento d’incontrarla, sospiravo l’ora del pranzo.... Mi pareva che ci fosse una certa analogia fra i nostri caratteri; anch’ella era timida, era riservata come sono timido e riservato io, e la semplicità de’ suoi modi spiccava maggiormente per l’affettazione di altri.... sa bene a chi alludo.... di altri che s’era pur fitto in capo di piacermi.... O signorina, se fossi stato ricco, avrei ben vinto prima la mia ritrosia.... Ma come non esitare se non potevo offrirle, per ora almeno, che un nome oscuro, una vita modesta, fatta di privazioni e di sacrifizio? Ciò non ostante, lo vede, il coraggio lo avevo trovato; ma capisco ch’era un sogno.... un bel sogno....

Ah, in quell’istante trovai io pure il coraggio di dire a Verdani che il suo sogno era stato il mio sogno, che quello ch’egli mi offriva superava di molto ciò ch’io avessi osato chiedere alla fortuna, che lo amavo....

Egli mi strinse sul petto bisbigliando con accento ineffabile: — Elena, anima mia....

Allorchè mi sciolsi dalle sue braccia, mi sovvenne di Odoardo. — E mio fratello che m’aspetta, che mi ha mandato il denaro pel viaggio?

— Tuo fratello? — disse Gustavo. — Gli telegraferai che non puoi partire. Il resto glielo spiegheremo per lettera.... Ha vissuto tanti anni senza di te; si adatterà a vivere ancora.... In quanto al danaro, se non vorrà lasciarlo alla sorella come regalo di nozze, ho qualche risparmio, glielo restituirò io.... Sarà il dono che farò alla mia fidanzata.

Gustavo mi presentò come tale alla signora Celeste, la quale mi abbracciò con trasporto, vantandosi d’aver contribuito a questo lieto avvenimento.... Mai, mai le passò pel capo di far sposare ad un uomo come il professore quella caricatura della Giulia.... Sarà....

Quel giorno stesso, dopo pranzo, mi parve che una nuvola oscurasse la fronte di Gustavo, e gliene chiesi la ragione.

Egli mi rispose con un’altra domanda: — Sei ben sicura di non pentirti?

— O Gustavo....

— Fosti colta così di sorpresa!... Talvolta il cuore umano inganna sè medesimo.... Amandomi oggi, t’è parso d’avermi amato anche prima.... Se fosse un’illusione?

Non gli risposi; gli feci segno d’attendere, entrai nella mia camera e ne presi questo libro, che deposi sul tavolino davanti a lui.

Egli m’interrogò con lo sguardo.

— È un libro — io spiegai — da leggere questa notte.... in quiete.... Non subito.... no.

A malgrado del mio divieto. Gustavo aveva sollevato la coperta dell’album, e ne andava sfogliando le pagine.

— Una specie di diario?

— Appunto.

— Di tuo pugno?

— Di mio pugno.... Ma leggerai dopo... te ne prego.

Gustavo ubbidì a malincuore.

La mattina seguente lo vidi raggiante di contentezza. — O cara, cara — egli mi disse. — Ora non dubito più.... Non puoi immaginarti che gioia sia il sapere d’essere stati amati quando non s’era detto ancora che si amava.

Io sorrisi. — Sì che me l’immagino, poichè è quello che è toccato a me.

— Hai ragione — egli soggiunse abbracciandomi teneramente. — Adesso però convien scrivere l’epilogo.

Mi strinsi nelle spalle.

— Che importa? Questi sfoghi dell’anima s’addicono più ai giorni tristi che ai lieti.

— No, no — insistè Gustavo. — È una storia intima che non può rimanere incompiuta. Devi promettermi di finirla.

Glielo promisi. Ma non trovavo mai il verso di accingermi all’opera. Ieri egli me ne rimproverò con dolcezza. — Se tardi troppo scriverai di maniera. Scommetto che a quest’ora hai dimenticato molti particolari del colloquio che decise della nostra sorte.

— Non scommettere — replicai. — Perderesti.

Fra poco darò da leggere queste pagine a Gustavo, ed egli, leale com’è, sarà costretto a riconoscere che avrebbe perduto. Sono certa di non aver nulla dimenticato e nulla inventato; dalla prima all’ultima pagina la mia semplice cronaca non ha che un pregio, la sincerità.

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