ADELLO.
Reading edition
I.
Quando oltre l'Alpi il giovinetto Adello Dal povero movea tetto paterno, Pria di varcarle, un guardo all'orizzonte Natìo rivolse e pianse: e rammentando De' genitori la virtù e l'affetto Ripetè il pronunciato innanzi a loro Fervido giuramento.— «Ah, no, al tuo nome, Patria degli avi miei, nè al vostro, o santi Parenti alcun disdor l'opre d'Adello Non recheranno mai! Verrà in Italia Il cortese straniero, e dirà—Pace, O terra, di gentili alme nutrice! Poi la via proseguì.—Scudiero al vecchio Suo consanguineo ei già che, di possanza Ricco e di fama, appo Lïon, sui colli Della Sonna fioriti e sulla Rocca Incisa dominava. Al giovinetto Accoglienza amorevole il canuto Giorgio far si degnò. Molto gli parla De' cari genitori, e si compiace, Perocchè del garzon commossa uscìa Dal cor la voce, e gli soggiunge—«Il cielo Non prosperò del padre tuo i destini, Ma un ospite leal diegli, un amico Che a lui la destra, e a chi da lui ne venga A stender pronto è ognor.» Quell'onorata Destra baciava Adello, e umile e fida Servitù prometteva al suo signore. Degli antichi scudieri e famigliari Già l'ossequio acquistossi il verecondo Italo garzoncello: e i cavalieri Col sir congratulavansi e le dame Per l'onestà del nuovo alunno: e lieto Questi fra sè dicea: «Giungervi possa Autori de' miei dì, quanto il lontano Vostro figliuol dagli stranieri è amato!» Ma di Giorgio crescea la bionda figlia E di beltà un miracolo e d'amore E di grazia era, e di virtù, Eloisa: Ambìan la mano sua molti di Francia Illustri cavalieri, e al prode Arnaldo Il padre la destina. Era negli occhi Della fanciulla e sulle labbra un pronto Di cortesìa e candor nobil sorriso, Ch'ove volgeasi consolava: e quando Ella uscìa del castel, gl'infimi servi E il passeggiar mendico avidamente A mirarla si feano, e ognun tornava Più sereno al suo ufficio e a' suoi dolori. Ma quel tenue sorriso era qual pio Raggio di luna che ricrea il ramingo, Eppur misterioso un sentimento Move che non è gioja—e più soave— Della gioja fors'è, ma dolce ispira Di meditar vaghezza e di silenzio: Tal la sera in un tempio è melodia Di giocondo ma augusto organo—ascolta Delizïando l'anima pensosa. Quella tinta lievissima, quell'aura Che alla beltà del timido sembiante Beltà diresti aggiunga, e par sia nube— Non nube di dolor, ma di gentile Malinconia, e pietosa indole un cenno— Quell'è l'incanto irresistibil donde Sì affettuosi a lei volgonsi i guardi. Nel tetto suo, dalle verginee stanze Fuori di rado appar: ma dagli aerei Passi se il fievol suon per le echeggianti Sale s'annunzia—o al genitor si rechi, O a visitar famiglio infermo—e Adello Sulla sua via si trovi, oppur da lungi Trasvolar l'abbia vista, ei di sè ignaro Palpita, e quasi un angiolo trascorso Ivi fosse e beato abbia quell'aere, Ei le sale ricalca ove Eloisa Passò e santificar sentesi il core. Ai conviti paterni, infra le antiche Sue dame e il padre assisa—o accanto ad essi Passeggiando tra i fiori—o nella barca Che a' giorni estivi a tarda ora per l'onde Va qua e là gli zefiri cercando, Della donzella i saggi detti ammira Il giovine scudier: ma pochi sempre S'udian, nè quel silenzio era quel velo O infecondo o superbo; era quel velo Onde beltà pudica asconder crede I suoi tesori, e più pregiati e certi L'altrui commossa fantasia li adora. No, all'intelletto uman, o esterno mondo, Non sei bastante; esprimer tutto, indarno Agogneresti, i sensi percotendo Co' tuoi colori e suoni: egli in su porta Più grande un mondo—l'ineffabil regno Di quel principio che in noi pensa e scerne L'alta armonia delle create cose. In quel regno mental l'uomo adorando Contempla il bello, e più e più il vagheggia Qui, perchè in tutto il suo fulgor qui splende! Perciò di caste immagini è silenzio Quell'arcana vaghezza, onde men cara È talor la parola.—Oh, che mai sono Le scritte bende, onde il pennel presunse Della madre di Dio dirti l'amore? Non le ingegnose bende, il sacro volto Dica al Figliuolo «Io t'amo:» ivi un indizio L'immaginante spettatore, e tutta Troverà in sè di quell'amor la istoria. Ma quella possa, ohimè! ch'hanno le menti Di penetrarsi una nell'altra, ad onta Che di mister si cingano, scoverto A Eloisa e Adello ha la vicenda Del lor misero affetto. Ambi più volte Guardandosi arrossiro: e—inosservato— Talora Adel della fanciulla il volto Atteggiarsi a mestizia ed a profonda Estasi vide, e impallidir se udìa Reduce dalla caccia il giovin prence Ch'esser le dee consorte, e più se udìa Di costui rammentarsi i genitori Che dal Reno s'aspettano, e allorquando Giunti essi fien, si compieran le nozze. Nè lieto ad Eloisa è più il festivo Giorno del padre suo? l'inclito giorno Sacro al santo de' prodi, al generoso Di Cappadocia cavaliere?[2] Ah! tutto L'affettuoso adopra onde il sereno Ritrovar de' passati anni, e compiuta Far l'allegrezza del buon sir.—Gioiva Questi alle danze e al canto de' vassalli, Ma più d'ogni altro è a lui grato l'omaggio Della tenera figlia e dell'amato Italo suo scudiero. Essa dell'armi Le glorie ignora, e sol del padre canta I pacifici giorni, e la clemenza Verso i nemici, e il benedir concorde De' felici suoi servi, e il dolce ospizio Che appo il suo focolar trova l'illustre Pellegrino e l'oscuro, ed il credente E l'infedel—ed ogni strofa chiude Intercalando un giubilo d'amore: «Ah sì, tal d'Eloisa è il genitore!» Ond'è che men degli altri anni gioconda Comparia la donzella, e più diletto Pur la sua voce trasfondea ne' cuori? Ah, dovunque la tua fiamma s'apprende, Ivi, o Amor, è una vita, ivi un incanto Che tutte le gentili arti sublima! Universal lode era, e d'Adello Non pur motto s'udìa: ma il guardo a caso Sovra lui pon la giovin dama, e il guardo Innamorato incontra—e, oh, d'ogni lode Ben più le parve! Il mutuo turbamento Perocchè romoroso era l'applauso, Null'uom vide o capì.—Si ricompone Adel: sulla infiorata arpa coll'agili Dita preludo, e l'armonia celeste Gli versa in cor de' mali suoi l'obblio. Son guerrieri i suoi carmi. Ei di san Giorgio Dice l'eroico spirto—E della figlia Di quel re dice il pianto e le sciagure Che divorata esser dovea dal drago, Quando il cappadocèo redentor venne Della beltà e dell'innocenza. Ignuda La vergine regale al drago esposta Pinger non osa Adel: cinta d'un velo, Il sembiante ei le dona d'Eloisa, E il biondo crine ed il ceruleo sguardo E sì amabil ne trae quadro pietoso Che a tutti molce gli ascoltanti il petto. L'arrivo ei dice del campione e l'ira Contro a' codardi cavalier che il brando Non consacrano a' deboli, e a quel sesso In che onorar dobbiam Maria: e descrive La terribil battaglia; e la sconfitta Del mostro immane; e il giubbilo e il trionfo Che la turba apparecchia; e la modestia Del vincitor che involasi, e a novelle Per la terra trascorre inclite imprese. Oh, allor d'Adel, nell'inno suo di fuoco, Tutto il cavalleresco animo splende! I bei fatti lo esaltano; una viva Sete di gloria lo divora: in vago Disordin, nella mente i grandi esempi Gli si confondon del guerrier ch'è in cielo E quelli del suo sir, e a entrambi aita Chiede e virtù perchè lor orme ei prema. Quell'affanno, quel nobile desìo, Più che le lodi avutene commove Il magnanimo vecchio: «Eccoti, o figlio, L'onorato mio ferro; i dì verranno Ch'io giacerò cogli avi, e questo ferro Mieterà ancor per mano tua gli allori!» Al valente cantor doni gentili Porgean le dame, e il sir dicea: «Tu sola, Figlia, sconosci la virtù e le nieghi L'amabil guiderdone?»—Alla paterna Dolce rampogna ella sorride, e tosto, Vergognando, discignesi dal petto Candida sottil zona, e sovra l'arpa Leggiadramente del cantor la posa. Oh che son gli altri fregi? Il tempo forse Potrà la rimembranza o scancellarne O almen scemar; ma questa zona!— «Il seno D'Eloisa cingevi! e tu sentito Hai di quel seno i palpiti! e sentito Forse li hai raddoppiarsi (ahimè, pur troppo Ell'è certezza!) allor che o la mia voce Udia da lunge o i guardi miei trovava E mie pene leggeavi!» Ah, da quell'ora Così delira Adel! Spesso un tintinno D'arpa s'ode la notte entro il castello: Egli è il misero amante che riposo Sul letto non rinvenne, e con dimesso Suon quelle melodie va ricordando Che più son care ad Eloisa—e il bianco Lin che dal musical legno discende. Sopra il volto li ondeggia e sopra il core, E reverenti baci egli v'imprime, E gli parla e il ribacia, e talor forse D'una lagrima il bagna. Il destin move Un dì la giovin dama a errar solinga Tra le rose dell'orto, ed ivi il caro De' suoi pensier segreti idolo incontra. Ambi treman, ritrarsi ambi vorriano: Ma, perch'egli era mesto, una soave Parola essa gli volse—«Adello, udiste Favellar d'uno spirto che ogni notte Già da alcun tempo bea il castel di queti Armonici sospir?» «A quello spirto, O cortese mia donna, era speranza Che i suoi sommessi asconditi sospiri Ignorati sarien: s'alcun li udiva, Uopo è ben che nemico abbiasi il sonno—E a quello spirto assai dorria se il sonno Mancasse ad altri come a lui.» Nullo era In se quel dir; d'eluderlo v'avea Pur mill'arti o troncarlo: ahimè, quell'arti Ad Eloisa non sovvengon! Pochi Confusi detti replicò, e que' detti Molta pietà spiravano. Ah, d'ossequio Sol parlò Adel, ma questa voce uscìa Sì tenera e tremante, che simile Era alla voce «amore!» Ed ei soggiunse Sì meste cose di quei dì in che privi Saranno questi fiori e quel castello Di chi li fea sinor giocondi—e, spesso Interrotto, pur dice anco di fiori A cui del sol manca la luce, e a terra Allor chinan la testa... e più non sorge! «Oh Adel, t'intesi! il tuo proposto è orrendo: Tu vagheggi la morte!» «Oh donna! Il giorno Che tanto audace io fui d'innalzar gli occhi Sovra cosa divina, era decreta La morte mia dal ciel quel giorno.» Il pianto Sgorga a forza dagli occhi d'Eloisa; Ma dignitosa ell'è tutt'ora, e gravi I modi e le parole. Un lampo d'ira Le balenò piangendo e dir parca: Così m'astringi ad avvilirmi?—Ei muto Angosciato abbassava le pupille Più che mai reverenti onde la donna, Lagrimando non vista, il duro peso Della vergogna non sentisse. E il pio Riguardo ella scerneva, e in petto quindi Pietà maggior la inteneria.— —Tal'era Di que' semplici eventi la catena Che (impreveduta) avea le due inesperte Alme condotto alla fidente e vana Compassïon del vicendevol duolo. Ma oh come quelle bell'alme, incapaci Pur d'un pensier che da virtù non tragga, Accusansi ciascuna in sè medesma Del biasmevol colloquio! È questa adunque, Pensava Adel, la mercè ingrata è questa Ch'io rendo al mio signore? a lui che tanti Su me profuse beneficii e pegni D'amistà nobilissima ed esempi Alti d'onor? Così rammento i cenni De' genitori miei, la veneranda Storia de' lor martirii e come in venti Ben più gravi sciagure immolàr tutto Fuor che lor fede a' cari prenci e al dritto? In chi di giusti nacque, è onnipossente La rimembranza de' dettami austeri Nell'infanzia bevuti e il sacro accento Con che amando addolcianli e padre e madre. Disonorar con vili atti egli teme L'immacolata lor canizie, e questo Gentil timor, ne' gran cimenti—allora Che virtù langue—di virtù lien loco. «Ahi, che feci, Eloisa? Ove trascorse L'incauto labbro! Oh, un infelice obblia Che ardì il tuo sdegno provocar! L'insania Onde vittima gemo, ancor la voce Del dover mio non soffocava appieno. Che insano fui—non vil—tel dirà il pronto Mio abbandonar questo adorato albergo Onde più mai non rivederti. Un alto Delitto le contrade itale afflisse E vendetta domanda: io la grand'ombra Di Berengario a vendicar mi reco. Cadrò nel campo dell'onore: udrai Forse in breve il mio nome e dirai «Basso Fu il viver suo, ma egli moria da forte.» Ma non men che in Adel s'avviva in petto Ad Eloisa di virtù il bel raggio: E ipocrisia sdegnando e vano orgoglio, Qual sorella gli parla e con decoro Quasi di madre e di regina—eppure Sol favellar così potea un'amante. Un celeste idïoma era, onde i pochi Predestinati cuori han conoscenza Che amaron come Adello, e un'Eloisa Sulla terra trovarono, e una volta Piansero insieme, e da quel dì migliori Si sentir—benchè forse, ahi, più infelici! Ella accenna infrangibil l'imeneo Che del suo padre la saggezza ha fermo, E dice sacro quel dover che legge A entrambi lor fa il separarsi e pace Ricercar nell'assenza: e poi soggiunge Con enfasi gentil quanto l'uom possa Sublime farsi nel dolor, se invitto Ai colpi di fortuna animo opponga, E più, se nel dolore ei sempre aneli A far sì, che ad un lito (ond'esul mosse) Spesso la fama sua giunga e tai fatti Narri di lui, che ognun qui dire ambisca: Io lo vidi, io 'l conobbi, ei mi fu caro! Con più tenera voce indi Eloisa Il rampogna che morte ei nelle prime Pugne minacci d'incontrar; gl'intima Di viver— «Donna, ah da te lunge?— «Vivi Alla patria, a' parenti... ed al conforto Pur d'Eloisa!» Questo detto ha fisso Del futur campion l'alto destino!
II.
«Ben t'avvenga, o stranier, che non disdegni Del proscritto la stanza! Oh, il curïoso Mio desir non t'offenda: avresti il suolo Di Verona toccato? o nulla almeno Dell'infelice mia patria t'è noto?» «Verona tua, gran Valafrido, ancora Non visitai, ma qui di Francia io movo Per quella volta.» Adel così dicendo, Una scritta porgeva: e con ossequio (Mentre quei legge) osserva le sembianze Dell'eroe cui per molte cicatrici Beltà non scema: è in Valafrido un misto Tal di guerriera cortesìa e fierezza Che affetto ispira e in un tema e stupore. «Che? Tu del sir di Rocca Incisa alunno, Di lui ch'a Eligi mio chiuse le ciglia?— E dal felice tetto del vegliardo L'ardente febbre involati de' prodi, Il bisogno di gloria? Oh, dritto ei parla, Con paterna amarezza lamentando Giorgio il tuo dipartir! Ne' generosi V'è un impulso di Dio che li sospinge: Uopo è onorarlo, anche se il cor ne pianga.» Adel s'inteneria rammemorando Del suo signor l'affettuoso sdegno, Quando i suoi preghi a forza il combattuto Congedo ottenner. Poi dalle ospitali Accoglienze animato—«O Valafrido, Guida mi sieno i tuoi consigli: acceso Dall'alta istoria di tua eroica fede Pel trucidato nostro italo Augusto, Al sitibondo mio ferro ho la morte Del traditor giurata.» «O giovinetto, il cor mi brilla udendoti. Perduta Tutta de' giusti ancor dunque la stirpe Non è in Italia? I giusti—oh, ma son rare Stille che pure cadono dal cielo In torbido ocean, che inosservate Nelle giganti sue schiume le ingoja! T'arrida un giorno la fortuna: or tempo È di sostar: te perderesti indarno E del trafitto Cesare quel sacro Unico avanzo su cui pende il brando Dell'assassin.» «Ciò che a salvar la figlia Di Berengario lungamente opravi Noto m'è o Valafrido...» «E non t'è noto Che al novo italo sire Ugo negando Chinar l'insegna mia, se dalle mani Dell'assassin Rasperto ei non togliea La donzella regal, meco possente Esercito ebbi che d'onore al sacro Nome parea tutto avvampar? L'infido Ugo mi trae ne' lacci suoi chiedendo A me di pace il parlamento: i dritti Son vïolati delle genti: in ferri Tratto mi veggio. Ov'eran le promesse Dell'esercito mio? dove la sete Di giustizia e vendetta? Oh vitupero! I creduti leoni eran conigli Che un fischio sperde. Alla prigion m'involo, A mie castella mi ricovro, ai servi Do franchigia e virtù: la fede e il grato Animo in prodi trasmutò gli abbietti: Pugnar, morirò al fianco mio. Ma invano Sperai che gara in petti altri e gentile Pudor si ridestasse. Il soverchiante Numero mi sconfigge: Ugo e Rasperto Al suoi adeguan le mie rocche, e a stento— Ramingo, insidiato, egro—l'afflitta Testa posar m'è in questi monti dato.» «Signor, tu il sai, soccombe il retto, e vana Però non è la sua caduta: è crollo Che desta le sopite alme e del retto A compir le sublimi opre le incalza.» «Adel, m'ascolta: speme una accarezzo, Sol una.» «Qual?» «La grande alma d'Ottone. Io in Lamagna trarrò, moverò l'ira Del generoso: il vindice d'Italia E del tradito imperador fia Ottone.» Al quarto dì si separar gli eroi: Valafrido oltre l'Alpi, e Adello mosse Alla città infelice ove vassallo Del re malvagio domina nel sangue Il feroce Rasperto. Avea costui Folto stuol di satelliti, raccolti Tutti d'infra le truci orde venute Di stranie terre alla rapina.—Adello, Onde vie meglio ascondere che in petto Lombarde cure ci prema, avventuriere Natìo di Francia fingesi, cui sorte, O errori giovanili, o irrequïeta Brama d'eventi fuor di patria spinse. Tacitamente a lungo ogni suo passo Esplorato venìa. Seco si stringe Un burgundo guerrier: cieca fidanza Mostragli Adel, sognati casi narra, Forte invaghito del mestier dell'armi Dicesi, e a poco a poco ode gli offerti Patti, e ingaggiarsi appo Rasperto assente. L'avvenenza d'Adel, la signorile Sua destrezza nell'armi attirò in breve Del tiranno gli sguardi, e di sua corte Agli ufficii l'assunse. Adel fremea Nell'incurvar l'altera alma alle bieche Non imparate ancor del debole arti: Ma incurvarla era forza, o prorompendo Mal augurata far l'impresa. È lieve, Di Berengario sulla tomba il mostro Strascinar per le chiome e trucidarlo; Ma di Rasperto riman poscia il crudo Nipote Euger, che in sua balia rinchiusa Tien nella torre Sigismonda e il sangue Versar della infelice orfana puote. Pria che vendetta dell'estinto or vuolsi Dell'oppressa innocenza oprar lo scampo. Cauto osservar gli spiriti, una tela, Se arride il tempo, ir preparando, e il cenno Di Valafrido attendere—tal era Lo spettante ad Adello inteso incarco. Ma più lune trascorsero, e l'eroe Di Lamagna non torna, e orrende nozze (Onde gli ambiziosi emuli tronche Sien le speranze) intimansi alla figlia Di Berengario coll'infame Eugero. Repente sulle piazze alla sommossa Chiamar la turba? Ed a qual pro? Non altri Tentaron questa via? Tosto immolati. Dalla viltà del volgo,—od a ritrarsi Costretti si vedeano, onde il tiranno Non estinguesse del lor re la figlia. Dar l'assalto alla torre? e con quai brandi? Ah, in molti petti è l'ira, il desio in tutti Della vendetta, la virtù—in nessuno! O almeno Adel non la scoverse.—Un fido Servo, che collattaneo era del vecchio Padre d'Adello, e indivisibil sempre, Fin dal natal del giovin sir gli stette, De' suoi segreti è il sol custode: oh, gli anni La destra aggravan d'Almadeo; compagno Fora mal certo nel ferir! «Buon padre, Urge il tempo, ho deciso: ad ogni rischio Sol rimango io, ma Sigismonda è salva.» «Che dici o mio signor?» «Sotto l'ammanto D'altra grave cagion, rapido cocchio E destrieri apparecchiansi: al tramonto Portator de' messaggi io di Rasperlo Al re m'invio—ciò crederassi—il cocchio Tu guiderai; più prezïoso un pegno In mio loco ivi fia. Non della corte D'Ugo il cammin, ma di Vinegia prendi: Sino al mar non ristarti: un agil legno Senza indugio v'accolga, ed al suo illustre Proscritto zio la vergine conduci.» «Deh, l'arcano mi spiega! «Odi: tu sai Che alla prigion della regal donzella, Fuorch'a entrambi i tiranni e alle lor guardie, Ad uom recarsi non è dato. Appena Due antiche ancelle—e l'una a Sigismonda Nutrice fu—ponno ogni dì all'afflitta Di compianto e amistà porger ristoro. Ad esse favellai. Della nutrice Le spoglie io vesto, all'altra m'accompagno, In carcer resto, e assuntesi le spoglie Della nutrice, Sigismonda fugge. Ir non può in fallo il colpo: occhio severo Su queste donne non s'estende. Inferma Da lungo è quella onde la voce io tolgo: Muta sol ivi penetrar, ravvolta In ampio velo: al scender della torre Al lor umile tetto uom non le segue. Buje or sono le notti: al destro lato Del vicin tempio le fuggiasche trovi. Salgano il carro immantinente: sferza Senza posa i cavalli.» «O signor mio, Che fai? tua vita perdi: a' genitori Pensa.» «Agli esempii lor penso: la vita Posposer sempre al maggior ben—l'onore!» «Del tinto personaggio a me la cura Dona, all'illustre zio tu stesso adduci La salvata donzella.» «Oh, ben da tanto M'estimo io sì! nè a tue virtù, la gloria Di morir per sì giusto atto, minore Certo sarìa! Ma di soverchia mole È, Almadeo, tua presenza: in guisa niuna Dal travestir s'illuderian gli sgherri: Me affida inoltre il valor mio: l'acciaro Del padre d'Eloisa io sotto ai lini Donneschi porto, e allor che s'avvedranno (Dopo molte ore, deh, ciò sia!) le guardie Dell'inganno sofferto, io d'atterrarle E scampar non dispero; e piena l'opra Forse eseguir che il morto re domanda.» Resistenza e preghiere e ammonimenti Ripetè invan l'antico.—I fatti egregi Pensa anche il vil talvolta: il sol gagliardo Li pensa e compie—e tra il pensiero e il fatto È una ferrea catena, e niuna scossa Quella catena fa ondeggiar. Le donne Alla torre presentansi. Il guardiano— «Dio ti ridoni la salute o inferma!» E la sana risponde: «Oggi l'affanno Più dell'usato la meschina opprime, Nè a veglia quindi appo la dama a lungo Starci forse potremo.» E ciò dicendo, Al saluto venal porgea cortese Qualche mercede. Inesplorate i neri Avvolgimenti della torre ascendono, E lor la trista cella si disserra Di Sigismonda; indi il guardian sen parte. Tutto in breve ode la fanciulla. Invasa Da sorpresa e rossor, confusi, incerti Detti favella. Il giovin cavaliero E la vecchia fedel con premurose Istanze le fan forza. Ah, d'involarsi Dall'infame imeneo trattasi, i dubbi Stolti, funesta ogni esitanza fora! Della nutrice a Sigismonda i veli S'appongono.—L'inferma appo la dama Lunga dimora far non può: al suo letto Già si ritira. In fondo era alla cella Adel quando il guardian chiuse, e le donne Fuor della torre addusse; ed osservato Perciò non venne. Poich'è sol, del manto Che il cingea si discioglie, e il suo guerriero Aspetto ripigliando, avido tende E inquïeto l'orecchio. Ei di sventura Trema—non già per sè: sull'elsa ha il pugno: I perigli ricorda in cui quel brando Conquistò a Giorgio la vittoria: stretta Si tien sul cor la zona d'Eloisa— E sovrumana forza alla sua destra Tal s'infonde, che intrepido i suoi giorni Venderia e cari a folta schiera innanzi, Ma alla fuggiasca pensa e per lei trema. «Che direbbero Italia e Valafrido, E i miei parenti e un dì Eloisa, ov'io Con improvvida audacia a morte spinta Avessi Sigismonda? Eppur la scelta Di più partiti io non avea, e il peggiore Era l'indugio. Strepito non odo: Oh cielo, arriso avresti? Ale ai corsieri Presta, lor tracce agli inseguenti ascondi! Propizii sovra il mar spira i tuoi venti! In porto adduci l'innocente afflitta, E ch'io pera, se il vuoi, ma inglorioso Non sia il mio fato!» Secoli son l'ore, Ma pur segue una l'altra, ed ogni istante Reca in Adel nova speranza e gioja. Verso il mattin—prostratto era ei davanti A un crocefisso, e per la patria orava, E per tutti i mortali, e più pei cuori Che sono al suo più strettamente avvinti— Quando un suono di passi e di parole Pei rimbombanti angusti anditi giunge Al prigioniero. Stridono le chiavi E gli orrendi cancelli. In piedi ei balza: Ascolta—e i ghigni scellerati scerne Dell'impudente Euger. Venìa il malvagio Ad annunciar, che irrevocabil cenno Dell'empio sir, ferme ha in quel dì le nozze. Ma la porta dischiudesi—oh sorpresa Spaventevole al reo, d'imbelle donna In loco all'affacciarglisi improvviso Incalzante guerrier! Pongon la mano Alle spade i satelliti e il lor duce, Urla mettono orrende, orrendi colpi Metton, ma invan: già steso è al suolo Eugero, Già spiccia il sangue da più petti: in cerca D'aita e in fuga altri si volge: umana Opra questa non credon, ma prodigio Invincibil del cielo. Adel si slancia Con volo irrefrenabile atterrando Tutti gl'inciampi, e della torre è uscito. Al popol corre, con possente voce Incita a compier l'alta impresa: ei narra Dell'involata all'esecrande nozze Figlia di Berengario. «Avventuriero, Qual credeste, io non son, d'estrania terra! De' Saluzzesi monti, italo io sono, Figlio del sire Adel, che antico servo Fu dell'ucciso imperador! Vendetta L'adirata onoranda ombra a me chiese, A voi tutti la chiede. Oggi la taccia Si lavi che (già omai volge il terz'anno) Vi disonora e dican la fraterne Ed emule città—Giacea nel fango Per rio destin, non per viltà, Verona!» Il suo apparir maraviglioso, i caldi Accenti del guerrier, la reverenza E la pietà che spiran le ferite Onde il volto gronda—e par ch'ei solo Conscio non siane—un inatteso effetto Producon nella turba. Al denso stuolo Delle feroci mercenarie lance, Che con Rasperto irrompono, non cede Come altre volte il volgo: aspra battaglia Le vie e le piazze insanguina: le opposte Ire in eroi trasmuta anco i più vili. Adel s'azzuffa col tiranno. Ivi era, Ivi a mirarsi spaventevol cosa Il furor de' gagliardi, il mortal odio, E di disperazion l'ultima prova! Lunga è la lotta, dubbia è la vittoria: Si soffermano il popolo e i guerrieri, E alterno è il plauso ed il terror. Ma alfine Precipita il tiranno: a quella vista Sgomentati si sperdono gli sgherri: Grida di gioja il popolo manda—e Adello Trionfator, ma semivivo, cade De' suoi compagni d'arme infra le braccia. Dio quella vita ad altre angosce ed altre Glorie serbava: ma all'esauste vene Del campion di Verona a grave stento Riedè salute. Un dì, al suo letto ei vede Inoltrarsi due duci. Uno ei ravvisa: È Valafrido. Di Lamagna i prenci Questi trovato avea sì nelle interne Discordie avvolti, che niun d'essi cura Prender potea dell'itale fortune. Oh come Valafrido i dolci amplessi Rende al ferito eroe! come gentile Dal labbro suo suona la lode al forte Fatto d'Adel! Nè men commosso e onesto Favellando applaudìa l'altro guerriero. Il magnanimo zio di Sigismonda Quegli è che ad onorar venne l'ignoto Della nipote redentor:—Più giorni Con delicata indagine il vegliardo Spiò se in cor d'Adel fiamma d'amore, Eccitatrice d'alte gesta, ardesse Per l'augusta donzella, e dagli accorti E amici detti un raggio tralucea, Qual di desio che Adello osi a tai nozze Elevar sue speranze. Il perspicace Garzon di quel linguaggio i sensi intende: Ma cortesìa vuol che li ignori, e aperto Scansi rifiuto. Quindi uopo tingendo D'amichevol conforto e di fidanza A sollevar del mesto animo il pondo, Con fil e candor narra al buon vecchio L'umile istoria de' suoi giovani anni, E il foco inestinguibile che inceso Le virtù d'Eloisa e la bellezza Han nel suo petto, e tutto dice—tranne Che riamato ei sia.—Ben gli era nota La sfolgorante venustà e la dolce Alma di Sigismonda, e come i prenci Si contendan sua destra e quella destra Porti forse venture alte di regno; Ma più che ogni tesoro e più che i troni È a lui la sua Eloisa—oh doloroso Sovvenir d'un bel sogno! inutil culto! Inutil no, giacchè sublima il core!
III.
Nell'arduo calle della gloria i primi Cantai passi d'Adello: or trasvolando Sull'ali rapidissime del tempo, Additerò sol come lampi i lunghi Patimenti e le gesta onde l'eroe Gli anni suoi segnalava. Ugo, insultando Delle città, de' vescovi e de' forti Itali castellani a' privilegi E schernendo i trattati ed impunita La libidin lasciando e la rapacia De' suoi baroni, acceso avea nel regno Di civil guerra la esecranda face. Dal furor della plebe i regii messi Lacerati venian: le inesorate Lance del sire offeso alla vendetta Trucemente scagliavansi. Ammucchiati I cadaveri ingombrano le strade, Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrino Riede al natio villaggio, e indizio appena Del loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsi Rottami delle pietre e pochi teschi—Forse del padre e dei fratelli i teschi! Tal de' Lombardi era lo stato. Adello De' depredati borghi e monasteri In difesa accorrea: di lui, nemico Più formidabil non avea il tiranno. Ma in breve queste guerre han tratto all'imo D'ogni miseria la contrada: il mese Della messe venia, ma il sol versata La sua virtù feconda avea ne' semi Dell'ortica e del cardo; e da lontano Il fuggiasco villan piangea sul brando Che a' dì più lieti gli falciava i campi. Ride Burgundia. «Or tempo è di riporre I nostri ferri agl'Itali divisi!» E già possente esercito calava A sicura vittoria. Allora Adello Vede la gran rovina: ad impedirla Non v'è che la concordia, e alla concordia Città rivali stringer sol può un scettro. Del nome suo l'autorità sopisce Gli odii: ei radduce le cosparse insegne Appo la regia insegna. Or la salute Dell'itala corona oprisi, e il guardo Sulle colpe ond'è tinta uom non sollevi. L'impulso dell'eroe quasi un novello Spirto ne' pria diversi animi ha infuso. Ugo, con maraviglia, in sua difesa Color vede morir cui dianzi ha raso Le castella o i tugurii: il crudo petto A forza inteneriasi: ambir la gloria Parve di scancellar co' benefizii E con la giusta signoria le cieche Ire sue prime. Adello, e altri guerrieri D'onesta fama, sedi ebbero somme Nel consiglio del re—ma quando piena Fu de' Burgundi la sconfitta e saldo Novellamente il trono, ecco, al tiranno Ombra fa il nome del suo prode, e al dritto Favellar suo magnanimo la taccia Dassi ben tosto di ribelle orgoglio. Dicon vetuste cantiche il giudizio Scellerato ch'espulso ha dalla patria Chi la patria avea salva. Andò il ramingo Del veneto leone agli stendardi E lor sacrò la spada sua.—I superbi Isolani, già tempo, avean le spiagge Di Dalmazia predate e con la frode Tolto di là tal venerando oggetto Che da secoli e secoli a fraterno Pellegrinaggio i Dalmati adunava E fea d'un ricco monister la gloria: Era la lancia d'un antico eroe Che dal giogo pagano in molte pugne Sottratto avea le natie valli. Il grido Degli eccelsi miracoli, operati Dalla reliquia di quel santo, al furto I mal devoti veneti sospinse. Ma intanto rotte più fiate, e sempre Rinascenti nell'ira e più tremende, Di padre in figlio le tribù selvagge Con giuramento avvinconsi al racquisto Dell'onorata lancia o a eterna guerra. Un feroce lor capo, Adeoniro, Col manto di pio zelo, infesta il mare D'incessanti, audacissime, inaudite Piraterie. Sui piccioli sui legni, Di ladroni invincibili una turba Ei radunò che d'uom, fuorchè l'aspetto Null'altro serban; fama appo i lontani Sparse ch'uomin non erano, ma mostri Prodotti dai nefandi abbracciamenti Delle dalmate streghe e de' demoni. Niuna legge li stringe altra che un voto— Pronunciato col rito abbominando Di libare in un calice una stilla Di caldo ancor veneto sangue—e il voto È d'assalir qualsiasi veleggiante Pin di San Marco, o scompagnato corra O a torme, o debol sembri o poderoso, E dalla pugna non ristar ch'o estinti O vincitori. A queste anime atroci Ogni pietà verso i nemici è ignota, Ma tra loro mirabile è una gara D'assistenza e giustizia e comunanza Di beni e mali. Adeonir divide Il bottin, nè maggior parte a sè dona Che al più abbietto compagno. In gozzoviglie E in limosine sprecan, non curanti Tutti del pari, ogni tesor soverchio, Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figli E alle donne e a' feriti han provveduto. Tal delle imprese loro è la ventura, E con tali atti di barbarie han tinto Di stragi l'onde, che il nocchier più ardito Nell'adriaca laguna inoperose Tien le sue sarte, e unanime la voce Dell'atterrito popolo s'innalza Perchè il furto s'espii ch'a furor tratto Ha de' Dalmati il santo, e a' loro altari Con doni la fatale asta si renda. Il senato assentì: ma col ritorno Della reliquia, pur mutar natura Non potè l'indomato avido spirto De' bugiardi pirati: e con più angoscia Pianse Vinegia le nuove onte, e mosse Con alte navi e prodi capitani Ad estirpar di que' malnati il seme. Ahimè, che de' suoi prodi il morir forte Non giovò alla repubblica! In tai giorni Di lutto universale, uno straniero Sorge e il linguaggio degli eroi parlando, Radduce nelle curve alme il coraggio. Quello stranier pugnato avea sui pini Della sconfitta armata, e al valor suo De' pochi avanzi si dovea lo scampo. Era Adello! Il magnanimo senato Plaude all'ardir del cavaliero; un novo Armamento decreta: Adel le prore Capitanando, alla vittoria corre, E sepolcro i pirati ebber nell'onde. Favorita canzon del marinaro Divenne questa istoria, e tutti i liti D'Italia l'impararono, e ne' gioghi Più segregati d'Apennino—allora Che un sir bandisce all'ospite il festino— Dice al suo vate: cantaci il bel nome Del vincitor de' dalmati pirati. Memoria non restò delle sciagure O degli affronti perchè Adel partissi Dalle bandiere del leone. Amalfi Diede ospizio e onoranza al capitano, E per lui prosperò; la terra e l'acque, Più d'una volta, del suo sangue intrise, Ma invitto il vider sempre e più tremendo. Tacerò quelle pugne e dirò il giorno Che—tempo era di pace e vincolato D'Amalfi all'armi il brando ei non tenea— Adel coll'oro suo recossi ai Mori Che in Tunisi avean sede, e quanti schiavi Potè redense. Il sacrificio ei compie D'ogni suo aver, perocchè morti entrambi Son gli adorati genitori, e il pio Figlio all'anime lor schiudere il cielo Spera con opre che al Signor sien grate. Un dì, secondi egli aspettava i venti Per la reddìta, ed ecco entra nel porto Con festive urla un predator; parecchie Sbarca gementi vittime, e fra quelle—Oh sorpresa! oh sciagura! Adel ravvisa Un cavalier troppo a lui noto, è desso, D'Eloisa lo sposo! Ai primi amplessi (Ed oh quanti dolori in quegli amplessi Squarcian d'Adello il nobil cor! qual misto D'antica gelosia, di riverenza Per le virtù del sir, di generosa Compassïon, d'affanno immaginando Le pene d'Eloisa in udir preda Ai scellerati masnadier lo sposo!) Ai primi sfoghi di pietà, succede L'interrogar sollecito dell'uno E il racconto dell'altro. «Oh Adel compiuta È la sventura mia! Tu vedi il figlio Del felice Usignan, già di castella Sì ricco e d'armi, cui possenti trame Di perfidi congiunti han da sei lune Rapito ogni dominio. I figli miei E lor misera madre (ah, poich'al duolo Il tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!) In salvo a Nizza appo mia suora addussi. Ivi una notte una masnada irrompe Di Saracini. Io d'Eloisa, e quanti Dolci pegni m'avanzano, la fuga Combattendo proteggo: oh, almen per loro M'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato, Carco di ferri io vengo. Anzi il mattino Salpan le collegate arabe navi: Quai di Spagna eran, quai del Sardo e quali Di quest'africo lito; a me la somma Lontananza toccò!» Frenava Arnaldo Con viril forza il pianto: Adel, compreso Da tanta folla d'infelici e cari Pensieri, il volto si copria e lasciava Alle lagrime sue libero sfogo. «E anche il mio antico sire è nel sepolcro! Sì lunghi anni di gloria, e poi nel lutto Morir miseramente! ecco, empia terra, Il guiderdon che alla virtù largisci!— Ma no, delle onorate opre la meta Non è il sorrider di mortal fortuna: Amaro a' giusti è il vivere, e beato Solo quel dì che al mondo vil ti toglie!» Così esclamava Adel, sazio de' giorni Glorïosi, ma sterili di gioja Ch'ei tratto avea, da quando allontanato Erasi da Eloisa. E or par che tutta Da mal estinte ceneri risorga La giovenil sua fiamma: i detti, il volto D'Arnaldo lo riportano ai remoti Tempi del suo delirio. Ei vede i colli Della Sonna fioriti—il santuario Ove la pia fanciulla iva sovente A lagrimar sulla materna tomba— L'inghirlandata barca ove ella, assisa Sulle ginocchia di suo padre, al canto Talor sciogliea la voce; e talor l'inno Era d'Adello; e allor della donzella Più timido era il canto e più pietoso! Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campi E le rocche d'Arnaldo andrai col brando A racquistar pe' figli suoi? ma in ceppi Ei qui rimansi: squallido, languente È il suo sembiante: il duol forse e la dura Servitù in breve troncheranno il filo Di quella vita... Libera Eloisa? Oh pensiero infernal! Ma nella mente Anche de' giusti sfolgora i suoi foschi Lampi l'inferno—e più son giusti appunto Perchè talvolta eguali a' rei son quasi, Ed allor non soccombono, e con arduo Sforzo sopra il mortal fango s'innalzano. D'altri schiavi al riscatto ogni tesoro Già avea consunto Adello: al predatore D'Arnaldo in cambio, egli offresi. Accettato Venne il partito, perocch'egro il primo Schiavo parea, e salute e forza spira Del novel la persona. Il sir francese Queste mosse ignorava, e i suoi voraci Crucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppo Degli affetti d'Adello. Alta è la stima Che la virtù dell'Italo gli desta; Ma pur già scorge nel futuro, accanto Alla donna (e ancor bella era Eloisa) Il rival cavaliere, e quella stessa Virtù che in esso ammira è il suo spavento. Ma oh come in sè medesmo ei si vergogna Di sì bassi concetti, allor che tolte Vede a sè le catene, ed alle braccia Poste d'Adel! «Che fia? Non mai! Sublime Insania, Adel, ma insania è questa! infermi Giorni redimer di chi tutte ha tronche Le vie di rimertarti e così all'imo Cadde che d'ogni grande atto la speme Da fortuna gli è tolta—e invece i giorni Preziosi immolar di chi seconde Tutte ha le sorti e per la gloria vive!» «Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommo Ti fer sempre a' miei guardi; or sol rammento Quanta importanza i giorni han di chi i sacri Titoli vesta di marito e padre: Appo tal, nulla è la deserta vita Di chi solingo passeggia la terra (E tal son io), di chi, s'allegri o gema, Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.» Volea soggiunger l'altro. Adel temendo D'aver con triste voci intenerito Il suo rivale e forse appalesato Della stanca dolente alma il segreto, Apre un gentil sorriso—Va', gli dice, A consolar la tua dolce famiglia; Cura nostra primiera esser de' questa: Indi per me non t'affannar: lontane Non son l'itale sponde, e ivi sì egregi Cuori mi fean di loro amistà dono, Che in me certezza è la lor gara al pronto Riscatto mio. «So, generoso Adello, Che in sue nuove tempeste Ugo invocava Il braccio tuo; so che anelò Vinegia Di ritorti ad Amalfi, e che in ciascuna Itala signoria ferve la brama Di possederti a suo campion: ma esporti Di fortuna a' capricci, ah no, non posso! Sol crederei, se in mia balìa fosse indi Il tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissi La mia piena miseria!» Uopo ad Arnaldo Il ceder fu. Partì sulla primiera Cristiana prora: agl'Itali l'annunzio Esso, con altri dall'eroe redenti, Portar di questo fatto. Onor parea Stringer più d'una terra alla salvezza Del guerriero in catene: il sir francese Non osò dubitarne; Adello stesso, Benchè scevro d'orgoglio, aver sul grato Animo altrui credea qualche dritto— Tutti obbliaro il misero! quattr'anni Le afriche solitudini l'han visto, Con abbietti compagni ad opre abbiette Sotto varii tiranni i suoi sudori Spargere oscuramente—ed eroe ancora Esser per gl'infelici, o alleviando, Con gravarne sè stesso, i lor dolori, O al rassegnato suo religïoso Senso le svigorite alme estollendo. Chi ai Saracini il tardo inaspettato Prezzo portò del cavaliero? Un messo Che dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sire Fedeli colleganze e alto valore Ricondotto hanno a' suoi dominii e a tutta La paterna sua gloria. Adello è asceso Sull'ospital naviglio: al marsigliese Porto ei veleggia. Oh come dir la gioja, La gratitudin che il bel cuore inonda? Come i diversi palpiti, approdando? Poi, sul corsier veloce alle castella Del suo benefattore e d'Eloisa Senza posa traendo? «Ei giunge: incontro Moveangli il sire ed Eloisa e i figli (Figli di quell'imen; pur cari all'alma Gentil d'Adello!) Mutui i commoventi Detti suonano e i teneri singhiozzi E la sincera nobil lode. Un riso Del ciel parea per que' mortali eletti Aver portato sulla terra il gaudio Che dal suo trono Iddìo raggia ai beati! Ma quel foco di vita che nel ciglio Brillava ad Eloisa, insolito era. Da lungo tempo in essa è illanguidito Il fior della salute. Adel s'accorse Ch'ella reggeasi con fatica; e intende Che nella notte in che da Nizza a fuga Ella errava co' figli, un dardo colse Leggermente un di questi: ahi, velenato Fors'era il dardo! Il bambinel da orrenda Crescente piaga si struggea: la madre Quella piaga lambendo al figliuol suo Crede render la vita e, ohimè, s'illuse! Sotterra è il pargoletto, e da quel tempo A stento l'arte di Salerno e i voti Appesi sugli altari e i benedetti Maravigliosi farmachi al dolente Sen dell'eroica madre addur novello Sembran vigor. Ben tosto Adel conobbe Che sol gli affetti subitanei un breve Ponean rossor su quelle guance. Il dolce Soggiorno alcuni mesi ei protraèa Appo gli ospiti amati, e con Arnaldo Il timore alternava e la speranza Per l'egra donna—Ahi lasso! inferocisce Rapidamente il morbo!—Adel sul letto Di morte la mirò. Tutta obblïava Ei sua virtù: chiedea ragione al cielo Dei mali onde a gran fiotti il mondo inonda Ch'egli ha creato, e in quegli orrendi fiotti Indistinto sobbissa e il buono e il reo. «Oh Adel (rispose la morente—e furo Questi gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggi La insensata parola! È il duol cimento Ove Dio prova degli umani il core. Te a egregi fatti i lunghi sacrifici Portaron: nè t'incresca! e parver lunghi; Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombra Ch'uom vita appella e salda cosa estima! Nè infelice è chi muor, ma chi morendo Guarda gli anni volati ed alcun'orma Da lui lasciata di virtù non trova!» Voce a Eloisa allor mancò: sorrise, Strinse al seno i figliuoli, all'onorato Sposo si volse—e dir parea «Co' figli, Adel ti raccomando»—e più non era. Così passò la santa. Incerte storie Narrano d'un Adel ch'appo i Toscani, Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse: Fors'era il nostro eroe; forse in più gesta Ancor brillò la gloria sua. Ma il vate Che del sepolcro suo cantò, non dice Se non che vecchio Adel morì e mendico, Perdonando agl'ingrati, e ripetendo Que' detti d'Eloisa: «È il duol cimento Ove Dio prova degli umani il core; Nè infelice è chi muor, ma chi morendo Guarda gli anni volati ed alcun'orma Da lui lasciata di virtù non trova!»