PARTE SECONDA Per le valli d'Ossola.
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I. La sentinella dell'Ossola — Un bagno da trent'anni — I romantici a Vogogna — Domodossola — Il mercato.
Fra i monti da cui l'Italia è vallata verso settentrione, non v'ha certamente paese più pittoresco e che porga sì largo tema d'ammirazione e di studi quanto il grandioso bacino a cui convengono tra i contrafforti declinanti dalle Alpi Leponzie sette valli variatissime. Pel poeta, pel pittore e per quelli che corrono le cento miglia per vedere un paese straniero, una natura assai volte meno curiosa, quanti spettacoli!
L'antica mitezza dei costumi pastorali, la vivezza dell'aere che frizza sui nervi, la serena pace che qui si respira, invitano a ritemprare il corpo e l'anima.
L'abitare fra le Alpi rivergina le menti. Come l'antico gladiatore di quando in quando soffregava con oleosi sughi le membra, l'uomo — possibilmente — dovrebbe alcuna volta rinfrancarsi all'eloquente parola della natura, poichè il pensiero umano sulle Alpi, come sul mare, ingagliardisce, inspirandosi a quanto di grande emana dalla loro contemplazione. Lassù fra cielo e terra, il cielo ne attira; le basse passioni si spengono poco a poco e le generose si accrescono di coraggio e di forza.
La sapiente antichità bene avvisò che il cielo si scala solo coi monti.
Io quando incontro su queste nostre Alpi tanti stranieri e nessun Italiano, quasi sto per dire:
— Che peccato che sì belle valli sieno in Italia!!
***
Prendendo le mosse da Feriolo, la natura poco prima sì rigogliosa e lussureggiante di fiori, di profumi e di verzura ad un tratto raggrinza la fronte e si mostra severa, trista.
Il monte Orfano nudo, solitario, minaccioso sul varco, è la tomba senza dubbio d'uno fra gli arditi che ruppero guerra agli Olimpici. Sentinella avanzata dell'Ossola, come il Pirchiriano è alla valle di Susa, la sua fronte crucciata vide le orde Cimbriche scendere dal Gries e dal Sempione ed atterrite coll'aspetto barbaro le legioni romane, correre vittoriose ai campi novaresi a disputarvi l'Italia, questo eterno sogno dello straniero. Anche sul Pirchiriano stanno scritti i fati dei Longobardi. Mezz'ora prima dappertutto ghirlande di rose e tralci d'ubertose viti festeggiano l'umana famiglia: qui dall'una e dall'altra parte massi granitici ti pendono sul capo!
I giardini incantati del Vergante e delle Isole Borromee furono una visione ariostesca?
***
Ornavasso e Vogogna coi loro neri castelli sono i villaggi principali su cui si passa.
Poco prima di Vogogna, a Migiandone, l'antico ponte della strada del Sempione in una calda giornata d'estate fu preso da vaghezza di bagnare le sue membra polverose sulle fresche bionde acque della Toce; ma, ahi! sventura! colpito da inazione nervosa, sentendosi affogare, invano invocò aita, nessuno il soccorse. Da trent'anni l'infelice attende una mano provvidentemente pietosa che lo sollevi dalla Toce: pensate, che angoscia sarà pel poveretto vedersi passare ogni istante due brutte barcaccie sul muso, alla musica del sacramentare dei vetturali e dei viaggiatori!
Vogogna, mi disse un cotale, fu fabbricata da un pittore paesagista della scuola romantica. I poggi rilevati su cui dondolano le vecchie mura di merlate torri, sopra il fondo verdastro della cortina alpestre, non potevano essere meglio disposti.
Mentre si cambiavano i cavalli, io dava un'occhiata al paesaggio e un'altra ad una graziosa figurina, che da una finestra dell'albergo della Posta minacciava di saettare i passanti collo sguardo acuto, affilato di due begli occhi neri. Veh vobis!
Il raggio di fuoco che dall'anima saetta col tuo sguardo accende in ogni cuore desiderii d'amore — a chi non arride il pensiero di cogliere un bacio su labbra non ancor schiuse all'amorose parole?
Ma bada, veh! Bada che da un dì fatale nessuno più legga la bella epigrafe che ora rifulge sul tuo frontispizio:
Onorate la vergine!
Tutte queste belle idee, or che ci penso, mi vennero in capo quando la vettura allontanandosi rapidamente, la visione s'era dileguata... S'io restava a Vogogna, sarei stato così moralista?
Mi ricordo che nelle storie corrono famosi, Giuseppe d'Israele e S. Antonio, per avere resistito al fascino della bellezza muliebre.
Ma se Giuseppe non portava un mantello slacciato? Quanto a S. Antonio, se la bellezza della tentatrice corrispondeva al ritratto lasciatoci dal De-Colonia, è presto spiegata l'astinenza dell'anacoreta.
La virtù è nella lotta.
Dopo Vogogna la valle si stende ampia, piana, verdeggiante sotto un vôlto ceruleo.
Il sole tramontava. Passando sopra un ponte di legno che cavalca la Toce, mi s'indicò il monte Rosa che faceva capolino sopra le altissime vette dell'Anzasca. Il suo capo ancora suffuso dai raggi solari, si confondeva quasi nelle aeree tinte del cielo, come quelle teste alate d'angeli degli antichi cartoni, i contorni delle quali sfumarono.
Nell'Ossola, il popolo al passare delle corriere postali, si ferma e si leva rispettosamente il cappello.
In breve le ferrate zampe dei cavalli risonarono strepitando sul lastrico d'una bella, pulita ed ampia via, che dritta corre come fra due linee di case modeste, allegre, colle persiane dal classico colore verde.
Domodossola è una curiosa cittadina. Da vedute fotografiche — invenzione che fra gli altri meriti risparmia la fatica del viaggiare — molti conoscono, senz'essersi mossi di casa, la piazza del mercato circondata da case di varia fisionomia, tutte a portici irregolari, con pilastri in pietra, colle gallerie dai piani superiori a traforo, coi balconi sporgenti e le grondaie protettrici e i camini a banderuola e le botteghe tutte diverse d'insegna, di porta, d'addobbo, di profumo.
Da questa piazza s'apre verso settentrione una via non meno bella di quella che vi scorge arrivando dal Lago Maggiore. Mi si disse che entrambe si devono alla strada del Sempione.
Appena disceso dalla vettura, entrai nell'albergo. Un garzone, tutto miele e sentimentalismo, avendo senza dubbio scorto sulla mia cera intenzioni ostili al pollame, m'indicò una porticina che dal cortile scorgeva nel salotto. Una tavola stava imbandita verso il fondo, attorno alla quale erano seduti quattro signori, a quella distanza legale uno dall'altro, che è solita fra persone che il solo caso riunisce. Se io fossi un Centofanti potrei dirvi a quante lingue appartenesse il gergo che vi si biasciava. Uno d'essi a capo del tavolo, alto secco e nodato a foggia d'una canna, con un naso adunco come il becco d'un avoltoio, sulla cui gibbosa groppa s'inforcava un occhialetto verdognolo, senza barba, colle labbra sottili, strizzate, dalle vesti che pizzicavano l'originalità, colla fronte e le guancie raggrinzate dall'eccesso del piacere o del dolore, era inglese.
La fisionomia giovialmente serena tra il meditabondo ed il michelaccio, la capigliatura biondocinerina, la ciera rotonda, un certo fare alla carlona e una bottiglia di birra spumante, tradivano nell'altro un figlio dell'Alemagna.
L'accento dimostrava chiaramente francese il terzo.
Ma chi avrebbe saputo dire all'ombra di quale campanile fosse nato il quarto? Egli in dieci minuti vestiva la sua ciera della melanconia degl'Italiani, dell'aggrottato spleen degli Inglesi, della seria bonomia tedesca, dell'alterigia spagnuola, della follia francese. Lo sguardo era dolce, insinuante, ammaliatore; ora fosco, imponente, terribile; la bocca rosea come quella di una bella figlia della Georgia, spesso dal sorriso contraevasi al sogghigno.
Se uno di quegli scultori che sanno dalla pietra ritrarre una forma evocatrice d'infiniti pensieri, avesse visto, guardato, studiato, analizzato tutti quei moti irrequieti, che male rappresentano passioni indecise e lo sconforto del dubbio, ne avrebbe tratto il tipo di questo secolo. Non un pelo di barba sulle labbra, sulle gote, ma le sopracciglia e la capigliatura stranamente folte; quest'ultima ad arricciate ciocche cadevagli nerissima sulle spalle. Era vestito come un signore di buon gusto. Il suo parlare era poliglotta, una vera olla podrida di motti italiani, greci, spagnuoli, tedeschi, francesi, russi, britanni e fors'anche chinesi. Chi avrebbe potuto snebbiare questo mistero vivente?
Quand'io entrai, il loro colloquio era animatissimo tanto che l'Inglese gesticolava come un telegrafo non elettrico.
Anzi mi parve che tutti e quattro parlassero ad una volta secondo la buona usanza parlamentare di quelli che vogliono far prevalere la propria opinione senza ascoltare quella degli altri.
Salutai: il Francese solo accennò.
Mi sedetti senz'altro, tracannai un bicchiere di vino ad onore e gloria della cortesia francese, e mentre il garzone recavami la vittima, che io doveva immolare al mio appetito, ascoltai.
III. L'Italia non è che un albergo — 17835 iscrizioni e mezza — Lezioni archeologiche — Varietà di gusti — Apologia del farniente — Terzo primato dell'Italia — Quattro duelli — Che hanno la coda.
Francese. Il bello è sempre lontano da casa: del resto anche la Francia non teme confronti. Io viaggio, cioè ho fatto un viaggio in Italia, perchè questo è l'uso d'ogni persona colta: ve lo dico senza velo. Credete voi che tutti vengano qui a sospirare le ore e le ore sotto un arco frantumato, un palazzo polveroso, un'iscrizione che non riescono a compitare, per amore delle antiche memorie? Tutta ipocrisia, miei signori. L'Italia è un grande albergo, a cui conviene il bel mondo europeo, e nulla più. Partii da Marsiglia per Napoli. Ho visto il cratere del Vesuvio, ho mangiato i maccheroni, ho danzato la tarantella e mi son fatto scorrazzare in corricolo. I lazzaroni mettono schifo ed il resto annoia... È un popolo lontano mille miglia da Parigi! A Roma ho veduto S. Pietro, il Colosseo, il Campidoglio ed il Papa. Grandi cose in mezzo a meschinissime. A Firenze, ho cercato nelle sale del bel mondo la tanto decantata favella toscana, ed ho udito biascicare la nostra gran lingua, la lingua del mondo intelligente. A Milano, a Genova, tolti i monumenti, trovai città da provincia; a Torino cera di capitale senza l'imponenza babelica d'una metropoli monumentale. La seria e disciplinata apparenza dei cittadini e della città spiega la loro storia e la loro gloria nella diplomazia e nelle armi. Tutto è ordine. Del resto per chi non è assai ricco ed ama la tranquillità, Torino sarebbe forse la città più confortevole di tutta l'Italia: pare un convento di agenti del governo. Tutte queste città, compresa la scenica Venezia e le cento altre minori, è forse meglio vederle nei diorami del Palais Royal.
In poche parole, appena lasciato il suolo francese, m'annoiai mortalmente!
Alemanno. Signore, voi avete un adagio, che se non mi sbaglio suona che ognuno ha i suoi gusti. Giacchè parliamo senza circonlocuzioni, vi dirò schiettamente che ho dimorato molti mesi in questo paese, e lo lascio con grande rincrescimento, quantunque la birra sia pessima.
L'Italia per noi Tedeschi è una immensa università, le cui mura son tutte tappezzate di lapidi e di monumenti, per chi sa leggerli.
Franc. (a mezza bocca) Grazie mille.
Alem. (facendo lo gnorri). Nessuna nazione porta sulla sua fronte così palesi le impronte della sua grandezza....
Franc. (da semplicione). Per chi sa leggerci.
Alem. (orecchio da mercante). Non tutti sono, grazie a Dio, letterati. Voi vedete là in quel canto quell'inviluppo mostruoso di carte? Sono 17835 1⁄2 iscrizioni trovate da me in Italia e commentate (mormorio di meraviglia).
Incognito. E, se non sono indiscreto, a che queste tante iscrizioni?
Franc. Io vi ammiro! Vi ammiro profondamente! — disse con ironico enfasi il Francese, ficcando il naso nel bicchiere e gli occhi in quelli dell'impassibile incognito per ispiare un zinzino di malignità nella sua domanda.
Alem. (fermo come torre che non crolla). Queste 17835 iscrizioni e mezza serviranno per note ad una mia opera futura, a cui preparo le basi.
Franc. E, se anch'io non sono troppo curioso, quale sarà il titolo di questo lavoro senza dubbio gigantesco? Anch'io sono baccelliere e non si sa mai... potrei anch'io associarmi alla sua pubblicazione (se pure vivrò tanto da vederne il fine!).
Alem. Scrivo la storia del pensiero umano comparato nelle razze latine e nordiche.
Incogn. L'idea di quest'opera deve avervi atterrito sulle prime. Essa non può essere concepita che da un figlio della Germania. Voi avete mente disquisitrice e rara, strana pazienza...
Alem. E lunghi inverni e buona birra.
Franc. (per tagliar corto). In Italia cattiva birra e buon vino.
Inglese. Sì, buon vino, eccellente. Vino che rallegrerebbe un Inglese corroso dall'umore nero. Lasciando a parte le altre qualità che fanno bella l'Italia, io credo che essa merita una visita per questa volta.
Franc. Se io vi ritorno, scriverò la storia comparata dei vini.
Alem. Anche quest'opera gioverebbe assai all'umanità, se si considerassero le parole ed i fatti, che sono la conseguenza diretta del vino tracannato da Noè a noi, o per meglio dire, a voi.
Inglese (al garzone). Portatemi del vino piemontese... (mescendo agli altri) Signori... questo vino è buono; e sarebbe incomparabilmente migliore ove non si fabbricasse tuttora come ai tempi di Noè. Ah! l'Italia! Marsala, Lacrima, Chieti, Vin Santo, Canonao, Malvasìa, Caluso, Barolo, e voi classici vini dell'Astigiano! Il vino è la più bella gloria dell'Italia. Le altre non conosco. Dappertutto vidi macchine inglesi.
Franc. E stoffe francesi...
Alem. Gl'Italiani dormono sugli antichi allori.
Inglese. Se pure quegli antichi eroi non furono tanti miti.
Franc. Gl'Italiani sono il popolo di cui si piantarono e si piantano maggiori carote. I poeti, più bugiardi dei cavadenti, ne hanno assuefatti di là dell'Alpi a pensare all'Italia come ad un paradiso terrestre. Essi magnificarono il clima, i monumenti e le donne. Sì — voglio concederlo — qualche cosa di bello e di grande v'ha qui... come poco più poco meno dappertutto.... Il clima, se ne eccettuate due o tre spiaggie marine della parte meridionale, è incostante e freddo nella stagione invernale come da noi. A Torino si soffre il freddo assai più che a San Pietroburgo. De' monumenti ho già detto quanto penso: non sono in grado di apprezzare se non quelli che hanno un'insegna... Restano le donne... Qui piego il capo, e confesso di aver scoperto nel loro sguardo una dolcezza che manca al clima, e la grandezza, che non trovai nel resto. Facciamo, o signori, un brindisi a questi avanzi dell'antica imperatrice del mondo, su cui pure (al Tedesco) il signore non avrà mancato di studiare, nelle ore di ozio, senza cercare iscrizioni...
Alem. Miscere utile dulci!...
Franc. (al cameriere). Porta del Bordeaux. Spero che dopo il vino piemontese apprezzeranno anche il mio Bordeaux.
Mentre il Francese mesce ai commensali, chiede all'incognito:
— Non sarebbe ella mai Italiano?
Incogn. No, non sono Europeo.....
Alem. Nelle linee caratteristiche del suo volto leggo.....
Franc. (scherzando) Un'iscrizione?
Alem. Una leggenda della Grecia..... del Levante.....
Incogn. Non sono nato sulla terra, o signori.
Tutti. Oh! oh! questa è graziosa! marchiana!
Franc. (a fior di labbra) Oh! mi casca adesso dalla luna.
Incogn. Sono nato sopra una nave americana.
Ingl. Siamo della stessa razza.
Alem. La vostra nazione verrà un giorno a mettere in sesto l'Europa.
Americ. Quanto a me dell'Europa non amo che l'Italia. Come nazione, noi non abbiamo avuto pietà delle sue lagrime, perchè non volle mai intensamente con tutte le forze l'indipendenza per conseguire la libertà! Quanto poi a ciò che l'Italia dà al mondo intero.....
Ingl. Eh! poverina; se mi eccettuate i cappelli di paglia.....
Franc. Non ha di suo che il far niente.
Amer. Ecco la sorgente del suo merito a' miei occhi.
Tutti. Oh! oh!
Amer. Signori, voi tutti veniste in Italia per divertirvi. (al garzone) Mesci Malaga.
Franc. Io vi venni, perchè la moda vuole così, ve l'ho già detto, e mi annoiai mortalmente.
Amer. Perchè non vi siete divertito?
Franc. Perchè? Strade ferrate poche: alberghi molti e cattivi. Mi dicono i ladri in quantità. Da pertutto si vede che Voltaire e Vatel non nacquero in Italia. Ecco l'Italia.
Alem. Io mi divertii molto studiando. Se ci avesse della buona birra di Baviera, io l'amerei anzitutto, benchè gl'Italiani non amino i Tedeschi col pretesto degli Austriaci.
Amer. Eh! mi sembra che abbiano imparato a far poca distinzione fra gli uni e gli altri.
Ingl. Io, a dirla francamente, viaggio per fare economia. In Italia un uomo solo con una ventina di lire al giorno, se la sciala allegramente. Amo gl'Italiani perchè amo Byron. Ammiro la loro potenza artistica antica, e se con poche sterline posso portare via qualche tela affumicata dai loro palagi deserti, e non sto a lesinare. Quanto alle loro arti odierne, poco su poco giù, se ne potessero fare mostra in un centro, credo uguali alle straniere. Non crediate che io ami le arti come quelle che disterrano al ciel la mente, a dirla cogli Italiani, amo le arti che mi danno piacere. Il piacere, ecco quanto cerco, ecco la mia divisa.
Franc. Chi non ama il piacere — anche sotto la forma di un'iscrizione?
(Smorfia eloquente del Tedesco — a cui l'Americano mesce un bicchierone di Malaga, il quale trovato nel ventricolo il Bordeaux ed il Barolo, accende con essi e la birra un incendio, per cui il fumo comincia a sortire dal naso del pacato Alemanno).
Amer. (all'Inglese) Bravo. Il piacere; ecco la molla d'ogni azione. Chi cerca il dolore? La vita non è che un circolo più o meno vasto, in cui l'uomo corre dietro al piacere, e fugge al dolore, che del resto ha le gambe molto lunghe e le braccia di ferro. Ora, viaggiando, qual è il paese in cui il circolo pare meno angusto? Se non l'.....Italia?
Ingl., Alem., Franc. ad un fiato: L'Inghilterra! La Germania! La Francia!
Amer. Nossignori..... L'Italia.
Tutti. Oh!
Amer. (mesce) A voi partito dalle sponde fumose del Tamigi non sarebbe stato dato il trovare un paese, che avesse cielo sorridente e dolci aure, ottimi vini, vita a buon mercato, e di che scialarla allegramente come in Italia, in tutto il mondo. Qui Shakespeare sognò i suoi drammi: senza vedere l'Italia egli comprese quanto colore dà questo sole alle minime cose. Ad ogni passo incontrate l'ombra di Byron. Come Inglese voi dovete essere appassionato delle scene naturali. Dove trovate maggior varietà? Qui presso eterne nevi e sulle rive mediterranee eterna primavera. Fate ora paragone coll'Inghilterra. Quanto v'appare triste e caliginoso quel suo aere pregno di Goddam e di catrame!
Ingl. (con una mezza tinta drammatica) Signore!
Amer. E voi, amante pure del piacere, rimproverate agli Italiani il lor far niente? Voi non lo comprendete il loro far niente.
Un giorno il sole amoreggiò colla fantasia: da essa nacquero gl'Italiani. La splendida natura del loro bel paese desta in loro non meraviglia, come in voi, ma una dolce melanconia che li invita a meditare, a fantasiare. Chi di essi riesce a plasmare la propria idea crea un capolavoro concepito fra l'aspetto di spettacoli grandiosi, fra le memorie d'una gloria immensa, ed in una meditazione continua, intensa.
Questo far niente è adunque un gran lavoro. È il far niente che produsse i loro artisti, Raffaello e Rossini.
Se tutti gl'Italiani dessero o potessero dare atto ai pensieri che concepisce il loro far niente, a quest'ora il mondo sarebbe una seconda volta di loro. Tutte le nazioni nutrono più o meno un certo rancore contro l'Italia. Perchè non contro la Curlandia, la Danimarca, la Turchia?
Tutti cercano di soffocare i suoi gemiti gridando che essa a nulla è atta. Le altre nazioni quando si trovarono nella sventura annoiarono il mondo stridendo: quando l'Italia piange, un'arcana melodìa ne soggioga.
O in una o in un'altra cosa l'Italia comanda sempre al mondo. Una volta coll'armi, ma i popoli battuti borbottavano male parole; ora colla musica, ed i soggiogati accettano l'impero battendo palma a palma. A mezzo l'Otello, il Guglielmo Tell, la Norma, la Lucia od il Rigoletto rimproverate agl'Italiani di non farvi le stringhe a buon mercato come in Francia. Io quando sento le note della
«Casta Diva, che inargenti»
chiudo gli occhi, ed assorto in una voluttà che non istanca comprendo tutti i misteri del cuore che nella solenne quiete della notte confida alle ombre i suoi palpiti. E mi terrei beato se io potessi rientrare nel nulla accompagnato dalla sinfonia della Semiramide. Tutte queste armonie emanano in parte dall'influsso delle donne italiane, le sole che mi toccano più che i sensi, la mente. Voi mi direte che l'Alemagna e la Francia hanno grandi maestri non inferiori in merito agli Italiani... Senza discutere rispondo che la melodìa di questi mi tocca di repente il cuore: le armonie di quelli mi meravigliano, ma m'impongono uno studio.
Intanto l'Italia riscuote da tutte le nazioni un tributo alle sue arti: noi lo paghiamo senza battere palpebra. Ora chiedete ai vostri telai, alle vostre macchine, il piacere!
Tutti i vostri più grandi artisti non divennero tali se non dopo una certa dimora in Italia, ove direi che l'armonie di cui è pregna l'aria, destarono in essi le potenze dinamiche. Rubens? Vandych? Poussin? Thorwaldsen? Meyerbeer? Reynolds?
La gretta gelosia delle nazioni verso l'Italia è giusta; se esse le avessero permesso di divenire politicamente una nazione, tutto il mondo sbadiglierebbe da lungo tempo alle malplagiate note dei nostri maestri, e allora addio, o piacere unico, divino! Perciò il risorgimento politico italiano, sotto quest'aspetto, non trova in me un fautore. Che volete? L'Italia oppressa piangeva così soavemente! Libera? la vedrete perdere lo scettro delle arti. Le nove vergini non amano il tamburo militare. Le vostre nazioni quando il gladio romano le affettò, che divennero? Scomparvero. L'Italia scompare nella politica e tosto rinasce nelle arti. Cos'è la Spagna divisa, sbattuta da mal certe passioni? Paragonatele l'Italia. E voi, Alemanno, troverete più facilmente qui la birra di Baviera, che 17835 iscrizioni in Germania.
Franc. 17835 e 1⁄2. Ah! ah!
Alem. Sì, 17835 e 1⁄2. Volete vederle?
Franc., Ingl., Amer. Misericordia!
Tutti s'alzarono per isfuggire alla terribile minaccia del buon Tedesco; questi offeso dalla dimostrazione eloquente credette lesa la patria nelle sue più profonde affezioni archeologiche, e per difendere la Germania non trovò mezzo più spiccio di quello di arrovellarsi contro l'Italia, dimenticando — o ingratitudine! — l'origine delle iscrizioni in appendice alla sua opera — postuma.
Io in quella gazzarra pensate se me ne stetti a bocca chiusa! Desiderare che l'Italia sia schiava per sentirne il pianto... Oh! dunque la è una istriona? Un usignuolo da tenersi in gabbia? Voi siete altrettanti egoisti, e per me vorrei che non una nota di Rossini avesse varcate le Alpi.
In pochi minuti i forestieri, obbliati i meriti musicali e viniferi ed il dolce far niente si unirono a' miei danni. Animato da un insolito calore, io sentiva ingagliardirsi in me tutte le potenze dell'amore, che fa della patria agl'Italiani una madre afflitta da consolare. Perciò rigettate le lodi ed il lascivo panegirico dell'Americano, intuonai, virgolato da più libazioni, un'eloquente difesa della povera nazione che getta finalmente la cetra, con cui ha saputo molcere i dì del dolore per impugnare il ferro della battaglia.
Le vicine pareti della sala erano scomparse, ed io vedeva attorno attorno sulle pendici dell'anfiteatro ossolano un'immensa moltitudine, che cogli occhi m'incoraggiava col gesto. Erano ombre di remoti e di vicini secoli. Io riconoscendo in molti d'essi carissime conoscenze di biblioteca, eruttava faville. Le cruciate figure di Dante, di Michelangelo e di Giusti, parevano protestare contro il detto dell'Americano esser necessaria la schiavità all'Italia per serbare il primato nelle arti.
Gli stranieri irritati a quella vista, crollando le spalle e facendo le boccacce, senza una riverenza al mondo per quei nostri illustrissimi, sacramentarono d'impiparsi di quelle anticaglie da ferravecchio, di miti, d'ombre chinesi.
Se non m'isbaglio, mi diedero per corollario dell'asino — ma per non essere la prima volta in vita mia — non ne sentii troppa ira. Virgilio m'era pur costato delle sonore sferzate; Dante mi fa presentire la bolgia degli scioperati fannulloni; eppure al sacrilego dileggio perdonai i cavalli al pedagogo, e, gettato lo scudo, colla baionetta in canna assalii di botto tutte le nazioni in una volta.
La faccenda diventava seria. Le ombre stesse malcontente parevano volermi suggerire, ma anch'esse tutte ad una volta. In due minuti il vino e l'amor di patria annebbiarono le idee; il colloquio diventò un turbine, una tempesta. L'ira alle fiamme accecanti del liquore s'accese. Gli era come cento suonatori disaccordi, un pandemonio di esclamazioni, di nomi proprii, un'enciclopedia a fascio, un vocabolario scucito, i cui fogli svolazzano confusi dall'uragano.
Povera Italia! Dopo mezz'ora i quattro campioni giacevano in una gora sanguigna, attorno al tavolo, non morti e non del tutto vivi.
***
Il garzone sentimentale mi condusse nella mia camera da letto: il quale sormontato da un alto baldacchino a cortine — il letto, non il cameriere — stava in mezzo alla stanza col capo al muro. Ampie cortine d'un rosso dubbioso lo coprivano intieramente. Mi posi tosto a letto e spensi il lume. Un raggio di luna, sottile, lungo, mi tremolava presso alla finestra: la discussione, il vino e le cortine mi soffocavano: le apersi.
In fondo alla camera stavano — non v'era dubbio — varie figure, dritte, minacciose, una presso all'altra stretta per le mani, come i congiurati del Grütli. Se non che quelli erano tre, questi quattro.
Lo spavento fece abbrividire il midollo delle mie ossa.
Erano proprio i commensali, forse ubbriachi, che venivano a farmi qualche brutto tiro. Volli scivolare dal letto, cercare nel sacco da viaggio una pistola; ma le gambe aggranchite mi negarono il loro ufficio. Volli chiudere gli occhi: non potei. S'avanzarono fin presso ai piedi del letto.
Il primo a parlare fu il Tedesco.
— Signore, egli borbottò, voi avete riso delle mie 17835 iscrizioni e mezza, e voi me ne renderete conto e tosto. Così vi sarà al mondo un nemico di Germania di meno.
— Caro fratello in Schiller, gli risposi ritirando gli artigli, voi parlate come suole il mondo, una verità ed una menzogna. Anzitutto gli Italiani non odiano gli Alemanni; odiano gli stranieri che vengono giù dalle Alpi a rapina di ogni cosa — eccettuate le iscrizioni. Anzi rimarginate le piaghe fatte dagli Austriaci, la tanto percossa Italia vi stenderà una mano, amichevole. Se corsero rivi di sangue fra voi e noi, la colpa a voi: v'abbiamo detto:
Ripassate le Alpi e tornerem fratelli...
voleste restare! — Quanto alle iscrizioni, è vero, risi. Battiamoci dunque da buoni amici. Ma prima che cessi per me questa dolce abitudine di pensare ed agire, come dice il vostro Goethe, chiaritemi perchè l'ultima vostra iscrizione sia soltanto mezza.
— Per la semplice ragione che io non la ritrovai intera.
Io assentii con un profondo inchino alla magniloquenza di quella risposta, e quando alzai il capo, l'Inglese corrucciato, cogli occhiali sul fronte, masticò fra i denti:
— Signore! voi avete sorriso all'Americano quando irrise la nostra povertà musicale. V'attendo.
L'Americano coi capelli pioventi lungo il muso, come un salice piangente ombreggia il tronco de' suoi pieghevoli rami, s'avanzò, squassò la criniera, armò le labbra del più infernale sogghigno, e proruppe nell'attitudine del Mefistofele d'Ary Scheffer:
— Uomo nato sulla terra, io compiango te come questi altri. Ognuno di voi crede che i cavoli maturino meglio all'ombra del patrio campanile. Vi disprezzo perchè egoisti; vi compiango perchè amate un pugno di terra invece d'amare il tutto. Perciò, a conto mio, ti dico: dormi! dormi! poichè non sei atto a spogliare quella veste nessea che tu chiami amor di patria, e che ti darà dolori, non mai gioie. Che Italia mi vai cantando? Vieni con me: t'insegnerà a dimenticarla il piacere.
Un brivido glaciale mi corse per le vene tutte: i denti battevano come le nacchere d'una ballerina nelle ridde della tarantella, e la fronte mi gocciava ad un tempo di freddo sudore; tuonai:
— Larva d'uomo, apprestati a lavare col tuo sangue l'insulto!
Egli crollò le spalle impassibile e s'assise sopra il cassettone aspettando la sua volta.
Il Francese con un fare tra lo sbadato e l'altero mi disse:
— Voi sapete abbastanza che uno di noi due deve morire... e sarete voi...
— Perchè non voi!
— Forse ambidue, susurrò l'Americano.
— Meglio ancora: ci batteremo al di là...
Allora gli stranieri, prima discordi, vedendomi facile vittima, si strinsero a' miei danni. Anche quell'Americano che aveva cantato l'Italia, o miserabile! derideva la mia nudità!
. . . . . . . Un velo sanguinoso passò dinanzi i miei occhi, saltai giù dal letto ed abbrancai furente la spada che m'offeriva il Tedesco. Pochi colpi ma di misura. Dopo cinque minuti egli cadeva nel proprio sangue. L'Americano, impassibile, mentre il Tedesco agonizzante gli raccomandava le sue 17835 iscrizioni e mezza, di un calcio lo rotolò sotto il letto.
Pareva che il mio braccio fosse guidato da una magica forza misteriosa: il Francese nella sua furia lasciò un istante il cuore allo scoperto; fu l'istante della sua morte. Ed eccolo in compagnia del Tedesco sotto al letto.
L'Americano, ad un tratto, mentre io, ebbro e sitibondo di sangue (e a dirla schietta, anche d'una chicchera di thè, a cacciar giù quell'imbroglio dallo stomaco), gli porgeva un ferro, trae di tasca una fiola, d'un sorso ne beve il contenuto, e borbottando un addio alla vita ed al piacere, s'abbandona mollemente a terra; quindi, oh meraviglia! per risparmiare a se stesso quel certo calcio surriferito, agonizzante, striscia, s'avvoltola, sdrucciola come un serpe ferito, sul pavimento, fin presso ai compagni sotto al letto.
L'Inglese, masticando il soliloquio d'Amleto, si disponeva, con eroico disprezzo della morte, ad infilzarmi nello spiedo. Solamente per amore di verità assicurò che una partita a pugni gli sarebbe stata più cara; ma, considerato il pregiudizio degli Italiani, che lasciano questo duellare ai facchini, si dispose a rendermi quel buon ufficio che desiderava. Oh come lunga, accanita, disperata fu la sua difesa! Assolutamente non voleva cedere alla sorte dei compagni. Eppure..... già mi capite. Il suo cadavere, cadendo a terra, urtò il cadavere del Francese; una viva scintilla di fuoco illuminò la scena.
Sfinito, mi coricai. Un lago di sangue innondava la stanza: le iscrizioni del Tedesco galleggiavano, come già i monumenti che le portavano in fronte soprastarono al deserto di ruine, che fecero le orde dei suoi connazionali. Il raggio di luna pareva si tuffasse con voluttà in quella gora, come una silfide nelle cilestri onde marine; dalla finestra socchiusa un venticello veniva a tergere colla sua fresca mano i sudori della battaglia, ed io me ne stava là sul letto come sopra un trono, o meglio sopra un carro di trionfo, allorchè la porta s'aperse, entrò una frotta d'uomini armati di rewolvers.
Erano Americani; ed il loro capo, sbottonatosi, cavò dal giustacuore una carta, la lesse: o Dio! era la mia sentenza!
Quella buona gente era partita di laggiù per accomodare per sempre la lite e disfare col ferro il nodo gordiano, cominciando la missione civilizzatrice col mandarmi le gambe in aria. Ed io, sentendomi ad un tratto più amante che mai della vita, e la morte già tirarmi pei piedi nelle sue gelide braccia, dato un rapido intensissimo addio a tante belle e care creature e cose, colla parola strozzata, balbettando, colle mani in aria ora in atto pietoso, ora irato, invano protestava aver io difeso l'onore della mia patria, invano invocava il nome del Licurgo americano, invano faceva appello agli scritti umanitarii della signora Beecher Stowe; già comprendeva che gl'italiani non debbono attendere soccorso che dalle proprie braccia, e un anello diacciato sulla fronte, la bocca d'una pistola, già stava per sbalzarmi addirittura al di là dello Stige, quando il garzone mi svegliò, come eravamo convenuti e mi presentò il conto dello scotto.
***
Se la sentenza dell'Americano mi faceva capire chiaramente come tutti i popoli non sono generosi se non finchè nella partita s'avvantaggia il loro interesse, — salvo a piantarvi dopo il primo acchito — quella dell'oste a prima vista m'apparve come l'arcobaleno dopo un diluvio; a seconda mi fece osservare che io era tenuto quale inglese — s'intende naturalmente di quelli del tempo in cui gli animali parlavano, ed i ricchi non venivano in Italia a rattoppare la fortuna compromessa dagli Sport...
Dopo le prove della notte, uno scambio di nazionalità mi era troppo sensibile; quella birba, che aveva difeso l'Italia, m'aveva a prezzo della sua eloquenza, accollato il proprio scotto. Discesi e raccontai la cosa a ser l'oste: mi rispose che, quanto al prezzo, egli era convinto che gli stranieri potevano senza ragione di broncio pagare un po' più la sua ospitalità, quando godevano gratis tanti spettacoli; e quanto all'incognito, avergli detto che io era suo intrinseco amico, ed essere convenuto fra di noi che io avrei soddisfatto ogni cosa..... Così per giunta era tenuto pel suo amico, o Dio sa che cosa! Tuttavia dopo poche mie osservazioni, d'un tratto di penna tagliò la coda al totale, coda che io in onore della nazionalità italiana donai al garzone.
Non vidi più alcuni de' miei commensali. Il Tedesco era partito a mezzanotte colla corriera del Sempione in compagnia del Francese e delle sue 17835 iscrizioni — e mezza — l'uno pel Grimsel, l'altro per Ginevra. L'incognito era certamente passato ad intuonare un inno all'ospitalità svizzera (a 8, 10 e 12 lire al giorno, compreso il letto).
IV. Una giovenca ed il più bel cuore del mondo — Avete buone gambe? — Re in Valvigezzo — Anche sull'Alpi si trovano traditori — Requiescant in pace.
Che bel mercato è il mercato del sabbato a Domodossola! Le svariate e strane foggie degli alpigiani di tutti i monti circondanti formano uno spettacolo veramente curioso. Le vie e la piazza del centro erano tutte assiepate di carri a cui stavano attelati buoi di piccola statura; di panche su cui cesti di pomi, pesche, uve e pere di non grande dimensione ma colorite e gustose; di ortaglia, di forme rotonde di cacio; stiacciate, bislunghe, ovali, di butirro fresco; di scansìe su cui bottoni, spilloni, pettini, collane e le altre minuterie di cui è sì golosa la nostra contadina nè più nè meno che la canadese; di tavolati a cui appesi il velo, il fazzoletto trinato, la veste di seta, di cotone e di lana, tutte a vivi colori e il rosso campeggia; ed intorno a tutte queste botteghe ad aria aperta uno sciame di montanine fresche rubizze, di ragazzacci, di contadini, di vecchierelle secche, olivastre e tuttora vegete; un vociare poi di venditori, che fanno a chi strilla più forte, ed un gridìo continuo di ooh! ooh! dei conducenti le carrettelle cariche di foresti e di merci che vengono o vanno alle valli ossolane o all'Intrasca.
Sulla piazzetta che sta dinnanzi all'albergo, al primo mettere piè fuori, mi ferì la vista una bionda ragazza sui sedici anni, accoccolata presso il muro, coi dolcissimi occhi pregni di lacrime. Il volto aveva leggermente coperto d'una finissima lanugine tal e quale la peluria di una bella pesca di Lesa. E come una pesca incarnata le gote erano erubescenti. Fattomi a domandarle della causa del suo dolore, dopo qualche peritanza mi rispose mostrandomi un canestro pieno di frutta fresca sconciamente battuta e pesta. Una giovenca infuriata datasi a scorazzare pel mercato, aveva urtato nel suo canestro quando appunto stava per venderlo, e ne aveva fatto quel scempio, e due grosse lagrime venivano terse col rozzo grembiale di tela azzurra. Forse la fanciulla aveva corso pericolo ella stessa; ma l'essere scampata non la consolava della perdita, a guisa di quella bimba che, sorpresa sopra le rotaie di una strada ferrata dall'imminente convoglio, mentre le attraversava portando un pentolino di latte, caduta a terra dallo spavento, si rialzava incolume ma piangente perchè aveva rotto il pentolino e versato il latte. Le profersi di comprare quella frutta. Ella mi guardò estatica, dubbiosa quasi non avesse compreso. Una vecchierella che dall'abito pareva sua convalligiana la persuase ad accettare quelle poche monete di rame di cui le era sì poco generoso. Ella non rispose che con una lunga occhiata, in cui io lessi cinque o sei ore di cammino, ed una buona tirata d'orecchi dal padre a lei risparmiata: poteva dimostrarsi più grata?
Girellando per le vie, giunsi in faccia al duomo, che, fra parentesi, non ha ancora faccia. Entratovi, ammirai begli affreschi e quadri, che mi si dissero opera di valenti pittori ossolani.
Poco lungi dalla cattedrale vidi pure un'antica magione in viottolo dimenticato, a porte e finestre ornate di pietra tagliata. Sopra ogni architrave un'iscrizione latina. Tutte le finestre chiuse: le invetriate polverose, le soglie e le porte intatte. Pare dorma da lungo tempo. Quella casa così abbandonata mi parve uno dei tanti palazzi di Venezia che, disabitati, lungo i canali dei quartieri meno popolosi, vanno morendo d'inedia e di noia.
Nessuno indovinerebbe ciò che io trovai di ritorno all'albergo: sovra un piatto tersissimo di maiolica rossa, coperti da foglie di vite due grappoli d'uva perlati di rugiada... Quella fanciulla invero aveva un bel cuore.
Giammai sì poca moneta fruttò allo zingaro tanto piacere. Il donare è veramente la più squisita di tutte le soddisfazioni... Non è vero, lettrici mie?
***
Lettore, hai tu buone gambe? Orsù, in moto; apparecchiati a salire e a scendere, ad arrampicarti e dirupinarti giù dei monti. Se poi non hai buone gambe, fermati a Domodossola, che io ti racconterò storie e ciarle millanta di apostoli e di soldati, di alpigiani e di monti, di foreste e di cascate.
Il sole spunta sulle creste dei monti che si adagiano tra la valle Vigezzo e l'Intrasca: e la più ridente delle valli ossolane svelata agli occhi del cielo e degli uomini intuona il suo inno alla natura.
Appaiatomi con uno di quegli onesti contadini dal saio meno ruvido, dalle grosse scarpe e dagli enormi solini della camicia, che, assiepando la testa — onde non perderla facendo cammino — gli segavano le orecchie, da Santa Maria Maggiore in due ore di cicalate giunsi al Santuario.
— Ha da sapere il mio signore che nell'anno Domini 1494 un certo Zuccone scagliava una pietra nell'immagine della Vergine e la colpiva nella fronte. Pensi quale fu il suo terrore quando vide quell'immagine grondare sangue, e le campane, agitate da mano ignota, suonare a festa! Sicuro, mio signore, che ciò dopo tanti anni potrebbe essere messo in dubbio: ma grazie al cielo i miscredenti qui non possono sogghignare, perchè teniamo negli archivi un atto giudiziale, firmato, bollato ed autenticato dal podestà della valle e da tutti i notai della giurisdizione; e lei, che dalla ciera parmi debba sapere di lettera, capirà che tutti questi scriba non sarebbero andati così d'accordo se il miracolo non fosse stato evidente.
— Tutti quei messeri erano convenuti in Re nell'istante di quel miracolo?
— No, vi convennero chè il miracolo durò diciotto giorni continui, e se la vuol convincersi, venga con me che le farò leggere lo strumento.
— Grazie, amico mio; io sono di quelli che amano meglio di credere che di accertarmi scrupolosamente del fatto.
— Ah! sclamò con voce dolente il buon vecchierello stringendomi la destra fra le incallite mani, perchè non la pensano tutti come lei?
***
All'indomani, procedendo poco oltre Olgia, godetti lo spettacolo delle sottoposte Cento valli, per cui in poche ore, a quanto mi si disse, si scende, passando ad Intragna, all'amena Locarno. La quasi deserta valle Cannobina, a cui si potrebbe discendere varcando da Malesco (prima di giungere a Re) il brutto passo di Finero non mi tentò affatto. A Craveggia, nota pel bello stabilimento di eccellenti acque minerali, ebbe i natali Pietro Ferino che, acquistata sui campi napoleonici fama di esperto condottiero, veniva tenuto caro da Napoleone e dallo stesso Luigi XVIII, che lo creava pari di Francia.
A S. Maria Maggiore, sul finire dello scorso secolo, accadeva una terribile scena. Una buona parte dei novatori che avevano occupato il forte di Domodossola, sentita la rotta dei compagni a Gravellona, si ritirava nella valle Vigezzo, donde nel giorno seguente, scendendo le Cento valli o la Cannobina, si sarebbe rifuggita nella repubblica cisalpina. A S. Maria i novatori stanchi dalla lunga marcia, abbattuti dalla fatica e dallo sconforto, sono ricevuti da certo Rassiga, il quale blatterando di politica in piazza era in voce di fautore dei Francesi. Egli corre incontro al drappello, e dopo di essersi rallegrato che il sole di S. Maria potesse vedere i redentori della patria, rincrescevole della troppo esigua capienza della sua casa, li guida in un albergo, li conforta di ciancie e di cibi, ed acconciatili alla meglio nelle stalle capaci, li lascia in preda ai sonno. Il loro capitano aveva colorito al Rassiga ed ai curiosi la precipitosa ritirata come una mossa strategica, tacendo dei disastri toccati. A mezzo la notte, buia come la gola del lupo, Rassiga è svegliato: che è che non è, un amico che giungeva allora allora dal piano, saputo dell'arrivo in S. Maria dei novatori e dell'accoglimento avuto, lo fa consapevole della loro rotta, e peggio, i soldati regi già stare alle porte del borgo, il pericolo imminente: fuggisse od in alcun modo provvedesse alla propria sicurezza. Rassiga era uno di quei tali che ignorano nulla essere più difficile che conservare un'opinione nel pericolo della vita. Che Dio non metta mai a questa prova la falange dei tanti!
Nella lotta, seppure vi fu lotta, prevalse l'egoismo: alle strette di dover perdere avere e vita, scelse il tradimento. Corse incontro ai regii; sè disse corpo ed anima pel trionfo dell'ordine: sapere che una mano di turbolenti si era rifuggita fra quei monti pacifici per commettere Dio sa quali abbominii su popolazioni devote al re: suo dovere di svelare il covo che ricettava le fiere, onde immolarle alla giustizia.
La paura dalle pallide sembianze condusse con mano tremante il tradimento attraverso le ombre della notte alla porta segnata; con passi di volpe varcano furtivi la soglia ospitale.
Fra la sicuranza del ricetto fratellevole e la stanchezza per la faticosa marcia, i fuggiaschi s'erano abbandonati al sonno, e già la fantasia pingeva loro d'attorno le scene famigliari delle madri, delle spose e delle amiche lontane, quando — un lampo — un tuono orrendo scoppiò, e s'udì per l'aere commosso un urlo... dal sonno fidente erano trabalzati nel nulla — tutti!
— Requiescant in pace, balbettò esterrefatto Rassiga.
— Viva il re! gridarono i soldati.
V. Trionfo delle castagne sulla fama di un'illustrazione dantesca.
M'aggirava nelle boscate colline di Trontano all'ombra dei castagneti. Stanco d'asolare entrai in una modesta capanna sull'orlo del villaggio, e vi trovai cortese ospitalità. Rifocillatomi in compagnia di quei buoni contadini, mi assisi al rezzo delle piante. L'esterno di quella casa campestre senza aver nulla di mirabile, mi colpiva; forse erano due finestre nel muro di pietra, basse, a sesto acuto, profonde, che mi guardavano fisso come se aspettassero una interrogazione per rivelarmi un segreto.
L'antichità di quel muro contrastava singolarmente colla verzura d'una giovine vite, che abbracciandolo co' tralci, correva attorno in ghirlande: pareva la giovinezza che conforta col suo sorriso la vecchiaia. Un zampillo d'acqua scorrente poco lungi tra le foglie ed i sassolini, empieva l'aria d'un misterioso cicaleccio. Le mie palpebre s'andavano abbassando; il mio capo s'appoggiò al tronco d'un castagno, sbadigliai e m'assopii.
Dopo poco d'ora, mentre io me ne stava tranquillamente dormendo, la porta della capanna si aprì, e ne uscì un frate che a passi furtivi venne presso di me.
La sua alta statura, maestosa ed imponente, pareva averlo destinato al comando, mentre dallo sguardo ammaliatore refluiva una dolcezza persuasiva. Il suo capo era interamente nudo: anche le sopraciglia erano prive di peli. A chi lo guardasse attento, la sua pelle appariva arsiccia, screpolata; sì che moveva ad un tempo pietà e terrore. Anzi, se ben mi ricorda, parmi emanasse dalla sua persona un odore di bruciaticcio insolito. Si avanzò, ed a me meravigliato non stendesse la mano, disse pacatamente dopo di essersi guardato attorno con occhio sospettoso:
— Perchè guardavate voi con tanto amore quell'avanzo d'una antica casa?
— Non lo so io stesso: forse qui abitò qualche immortale che anche dopo secoli riempie di sè i luoghi ove s'aggirò vivente.
— Voi sapete adunque di lui, dello sventurato fra Dolcino?
«Or di' a frà Dolcin dunque che s'armi, «Tu che forse vedrai il sole in breve, «Se egli non vuol qui tosto seguitarmi, «Sì di vivanda, che stretta di neve «Non rechi la vittoria al Noarese «Ch'altrimenti acquistar non saria lieve.»
Io cominciava a credere di sognare sentendo queste due terzine di Dante, da un frate, all'ombra di un castagno a Trontano.
— Dunque qui nacque?...
— Fra Dolcino. A voi che veniste a visitare questa mia contrada pel dolce amore della natura...
— E dell'aria fresca, pensai tra me.
— ... Voglio dire di sua vita, per appagare la vostra brama.
Io veramente non pensava più che tanto a frà Dolcino; ma poichè una sì bella occasione di favellare dei famosi immortalati da Dante non si presenta ad ogni passo con un frate, tutt'orecchi ascoltai lo sconosciuto.
— Verso il finire del secolo XIII, egli nacque in questa casa, figlio d'un prete. Suo padre decise di vestirlo della tonaca di frate. Ignorante d'ogni cosa di questo mondo, passava i suoi giorni fra le feste dell'età e della natura. Quando udì la volontà del padre gli parve tutto predicesse quanto sognava, virtù ed amore. Gli spiriti famigliari rallegravano la casa: i passeri sul tetto pareva gli dicessero colle loro note: va, tutto è amore! Condotto nel Trentino, indossò la tonaca degli Umiliati; ma in breve sendogli venuta a noia la solitaria quiete del claustro, in cui interrogava sè stesso, se chi serve Dio non deve tutto intraprendere per la salute degli uomini, pregava i priori con istanza di concedergli almeno la licenza della predicazione. L'indole irrequieta ed animosa lo tradiva ad imprese più clamorose. Fu cacciato da quel convento; in quella suo padre moriva. Soffrì come chi crede e spera, e non invano, chè la fortuna, rasserenato l'orizzonte, dopo tante traversìe gli serbava le ineffabili consolazioni dell'amore. Allogatosi quale procuratore di un convento di monache in Trento, conobbe allora una nobile e bella giovinetta che orfana come Dolcino s'era ritirata fra quelle mura, e l'anima sua caldissima se n'accese d'inestinguibile affetto corrisposto con quel tenero amore che riverbera sulla mente dell'uomo le aspirazioni d'una innocenza immacolata.
Oh! come rapidi quei giorni!
Intanto Segarello da Parma empieva l'Italia superiore delle sue ardite dottrine. Puri in mezzo a corrotti, generosi fino al sagrificio, fidenti nell'avvenire, entrambi s'interrogarono se essi pure non sarebbero discesi in Lombardia a propugnare la verità contro i profanatori del tempio. Abbandonato il Trentino coll'amica inspiratrice calò nella grande valle del Po, e predicando con tutto il calore e la forza della convinzione amore a Dio ed agli uomini, digiuni e mortificazioni, in breve tempo venne seguito da migliaia di proseliti, e sì alta ne echeggiava la fama, che lo stesso Dante colpitone scriveva di lui nelle immortali sue pagine. La favella piena di grazia e di carità, la soave bellezza di Margherita s'insinuava ad ammollire i cuori più duri, mentre fra Dolcino con ardire di apostolo assaliva i pregiudici più antichi senza temere d'incontrare la sorte di Segarello, arso vivo.
Ahi! che i trionfi davanti gli uomini sono brevi! Cominciarono le prove di Dio. Il vescovo di Vercelli leva con indulgenze una crociata contro il ribelle a Roma. Fra Dolcino, rifugiatosi nei monti del Biellese con poca parte di tanti seguaci, ad una duce e soldato, sostiene un lungo assedio. Fratello, che Dio non faccia mai soffrire a te quanto soffrirono Dolcino e Margherita! Le legna e le vettovaglie vennero a termine: la fame ed il freddo! — la fame che desta la ribellione, che stanca ogni più saldo proposito; il freddo che intirizzisce il braccio ed affievolisce il valore! I difensori sfiniti cadevano attorno alle bastite... alcuni disertavano... e la breccia dal nemico veniva compiuta quasi senza difesa..... Che più?
Il 23 marzo del 1307, dopo la più disperata difesa, stremati d'ogni forza, caddero nelle mani dei crociati, i quali, dopo ogni vituperio, a misura di tanaglie roventi e di carboni accesi fecero espiare ai due novatori il delitto d'aver sollevato migliaia di credenti contro i vizi del clero. Frà Dolcino sopra una catasta di legna nelle radure ghiaiose fra la Sesia ed il Cervio venne bruciato vivo. Per libidine di ferocia, Margherita dovette assistere all'estremo supplizio di chi dopo Dio l'aveva amata sopra ogni terrena cosa! Alla plebe Biellese era serbato lo spettacolo dell'animosa donna arsa sopra di un rogo. Di frà Dolcino non restarono neppure le ceneri: non resta che la memoria... non è vero?
— Sì, frate, a chi conosce quei tempi. Frà Dolcino, lasciata da parte ogni questione religiosa, è una bella figura del medio evo: guerriero ed apostolo in diverse condizioni di tempo, avrebbe operato grandi cose.
— Ma ora qual è la memoria di lui?
— A chi non ha sviscerato le idee di quel secolo, essa non è che la memoria d'uno che animava i fedeli ad armarsi contro l'Anticristo. Questi tempi aritmetici non possono di leggieri comprendere lo slancio dei nostri nonni per un'idea filosofica. Ora gli eretici seggono nelle Università e nei Parlamenti nel più buon accordo coi devoti; e se corre qualche saetta, svanisce in un fuoco fatuo di diario. Colle indulgenze non armereste quattro scaccini di sagrestia. Non v'ha che la patria che possa suscitare legioni con un grido.
— E Trontano... soggiunse dopo breve pausa il frate con voce scorata... e Trontano non s'onora di quel suo antico figlio?
— A dire la verità io ho sentito sempre a celebrare Trontano per...
— La patria di frà Dolcino?...
— No, per le più eccellenti castagne del mondo. Dalla qual cosa voi ed io potremmo dedurre copia di pensieri sulla vanità della gloria e sulla inutilità di farsi arrostire pel trionfo d'un'idea... Ma che? voi impallidite?
— Per le castagne! per le castagne!
E il povero frate accasciato sotto il peso della mia rivelazione stralunò gli occhi, barcollò e sarebbe caduto ruzzoloni se io non mi fossi affrettato a raccoglierlo nelle mie braccia.
Se non che in quel punto mi svegliai colle braccia conserte al castagno, contro il quale io aveva pure picchiato del naso nella furia di soccorrere il povero frà Dolcino.
I passeri sul tetto, sui rami, cinguettavano la loro antica canzone: tutto è amore, la sorgente sussurrava un idilio a note sommesse, ed il muro secolare continuava a guardarmi colle sue oscure occhiaie. Il castagno sotto il quale m'era apparso frà Dolcino, stendeva, agitandole con frenetica gioia, le sue braccia all'aria, ed i ricci dei suoi frutti mi parevano straordinariamente ingrossati a dispetto della gloria antica del conterraneo. Celebrava quel birbo il trionfo delle castagne sulla fama di una figura dantesca! La vite sola s'attaccava più salda, più stretta alle vecchie mura, festeggiandole colla frescura della sua ombra e colle ghirlande de' suoi tralci pampinosi; ed io, alzatomi e stirando le membra indolenzite, m'incamminai non so più dove, zufolando coi passeri:
— Tutto è amore!
VI. Il Sempione — Invenzione di un ponte per passarvi dissotto.
La valle più nota ai viaggiatori ed agli studiosi fra quante convengono nel bacino ossolano, è la valle percorsa da quella meravigliosa strada che sale al Sempione congiungendo Milano a Ginevra.
Valle Divedro diramasi da Crevola al valico del Sempione: il confine però tra gli Svizzeri e gl'Italiani sta a S. Marco, poco prima di giungere a Gondo. Nell'anno 1801 quella vastissima mente di Napoleone Bonaparte, ormai al colmo del potere, ideava una strada monumentale che valicando i gioghi alpini scorgesse dalla Svizzera all'Italia superiore: nel 1805 la grand'opera era già finita, a gloria principalmente degl'ingegneri italiani, i quali, quanto più ardua era la loro impresa in una valle selvaggia, ovunque dirupata ed asprissima, tanto più degna del nome romano seppero renderla, sì che gli stessi stranieri, troppo spesso ingiusti, dovettero rendere giustizia alla perizia loro.
Il tratto da Iselle a Crevola, anzi quasi tutta la valle, presenta una delle più orrende scene di distruzione: dappertutto frane di monti e sassi minacciosi pendono sul capo al viaggiatore; qua e là le volute della neve precipitano nella stagione invernale nell'oscuro fondo della valle, avvallando spesso quanto incontrano nell'irrompente rovinìo. Chiunque vide questo cammino tracciato con tanto ardire e tanta sapienza, consiglia al governo italiano a non risparmiare cure e danari per conservare una strada che, larga otto metri, con sei gallerie, attraversa tre provincie del regno, formando l'ammirazione pur anco dei volgari.
Ecco la tradizione storica che lo zingaro raccolse nel pulito e discreto albergo d'Iselle dalla bocca di un colto Ossolano.
Sul Sempione nel 1799 vi furono varie fazioni guerresche tra Francesi ed Austriaci. Nel 1800 il generale Béthencourt con mille soldati francesi e svizzeri, mentre Bonaparte, attraversava arditamente il gran S. Bernardo venne inviato ad occupare i posti di Iselle e di Domodossola. Ma in una procellosa notte un ponte di quell'antica stradicciuola era sprofondato in un abisso: nessun modo di passar oltre. Un coscritto, senza dubbio nativo delle Alpi, offre al generale il mezzo di scavalcare la forra, e senz'altro, leggiero come uno scoiattolo, striscia sulle rocciose pareti di quel burrone, aggrappandosi ad ogni masso, ad ogni cespuglio, e giunto in fondo, guada il torrente e s'arrampica sull'ertissima parete opposta, mentre i più tremano che un piede in fallo, un sasso malfermo o la vertigine lo precipitino frantumato nella sottoposta fiumana.
In questo la recluta è giunta, dopo infiniti sforzi, ad afferrare il ciglione dell'opposta parete — egli è giunto alla meta e tutti battono palma a palma. Il giovanetto s'era tratto con sè il cappio d'una grossa corda che egli aveva assicurato ad un pino dell'altra sponda, e tesala, l'annodò strettamente ad un macigno, sicchè venne così improvvisato un ponte sul quale, anzi sotto il quale sospesi alle proprie braccia, primo s'intende il Béthencourt, passarono i soldati armi e bagaglio ad armacollo. Di cinque cani che seguivano quella mano d'armati, due soli poterono giungere ai loro padroni: gli altri tre vennero trascinati dalla furia del torrente che non riuscirono a guadare.
È opinione dei più che il Sempione abbia avuto questo nome da Servilio Cepione nella guerra contro i Cimbri, della quale l'Ossola fu teatro per molte pugna, quantunque Cepione abbia combattuto non qui, ma nella Gallia. Dell'antico passaggio restano molte vestigia, particolarmente dal lato svizzero.
Presso Gondo, nella galleria più lunga della strada, havvi scolpita nel marmo quest'iscrizione, che meritava d'essere raccolta fra le 17385 e 1⁄2 dell'archeologo tedesco, a cui l'attica semplicità che la informa avrebbe risparmiato le fatiche del commento:
ÆRE ITALO 1805.
Delle cose naturali di questa valle sono fra le più notevoli le cascate di Frassinone presso la galleria di Gondo, e di Zwischbergen poco lungi. Se lord Byron avesse veduto — il che ignoro — la fantastica scena che in questi dintorni la natura dispiega, ho per fermo che il poeta ne avrebbe fatto teatro alle evocazioni del suo Manfredi. L'oscura profondità dell'abisso, il terribile disordine dei massi, le nembose vette alpine che si disterrano al cielo, le cupe tinte della luce empiono l'anima di una misteriosa temenza: l'abisso vi spaventa, salire su quelle piramidi è impossibile... Non vi movete: non un ah! di meraviglia o di terrore, non un respiro, che potreste svegliare quei massi penzoloni.... Vedete cosa vi sta scritto?
«È proibito di parlare sotto pena di morte!»
VII. Si parla di paesi non visti.
La valle Isorno stendesi dalla valle d'Ossola alle falde del pizzo del lago gelato tra la valle Antigorio e la valle Vigezzo, confinando nel fondo col Ticinese, a cui guida un sentiero passando sulle creste del pizzo suddetto. Questa valle lieta di pascoli è popolata nella bella stagione di armenti e di greggie. È quasi sconosciuta ai viaggiatori.
La val Bugnanco, a destra della Toce, sbocca presso Domo e si stende fino alla cima di monte Crescia, da cui precipita la Bogna, torrente minaccioso che portò molte volte gravi danni alla capitale dell'Ossola. Seguendo il letto della Bogna verso la sorgente, un sentiero scorge alla confine valle di Strumback nel Vallese: non è frequentato che rare volte da quei valligiani. Cisore, i due Bugnanco e Monte Ossolano sono i villaggi più notevoli.
La valle di Antrona da Villa, poco prima di giungere a Domodossola, corre sino al pizzo di Botarello, detto dagli Svizzeri, se non m'inganno, il Fletschorn; valicato il quale, un sentiero guida nel Vallese, nella valle già nominata di Strumback. La valle Antrona è ricca di miniere d'oro, di ferro e di amianto. L'Ovesca, tributario della Toce, vi sbocca presso Villa. La strada di questo villaggio, passando a Seppiana, Monteschieno e Viganella, guida ad Antrona in un altipiano che credesi fosse ne' remoti tempi il bacino del lago. Antrona-piana venne nel secolo XVII distrutta da un'immensa frana staccatasi dai monti imminenti. — Lo zingaro sentì da un confratello di ritorno da una peregrinazione nelle tre valli d'Isorno, Bugnanco ed Antrona quanto sta qui sopra, e per quanto lo solleticasse il desiderio di scoprire terreni vergini ed incontaminati dalle guide, non avendo inteso neppure a parlare di una fata con cui amoreggiando potesse compensarsi della prosaica uniformità delle cose, trascrisse sul taccuino la poco immaginosa descrizione, rinunciò alle trote del laghetto d'Antrona, e s'avviò difilato alla volta della vall'Anzasca.
VIII. L'Anzasca — Un nuovo Messia.
Più splendida giornata di questa non può darsi; tutto parla ai sensi, al cuore, la serena allegria della giovinezza. Dimentica il viatore ogni suo guaio per cantarellare coi passeri, che anche un pessimista non avrebbe potuto immaginare cosa più bella di questo mattino raffrescato da un venticello che vi fa più giovine di dieci anni, e suscita, con una voglia matta di correre, un appetito che non sarà l'ultimo premio ai tentatori delle Alpi.
Un'antica sbilenca e sonante carrettella tirata da un cavallo più spigliato che snello di forme ne porta rapidamente all'Anzasca per la bella strada che quei valligiani intesero di condurre sino alle falde del Rosa da Piedimulera.
Il cocchiere, che non aveva ancora aperto bocca da Domo, accennò in alto un villaggio, Cimamulera, e raccontò come un dodici o quindici anni fa un prete, che vi era curato, seppe con tali squisitissime arti abbindolare la gente semplice e credenzona, che in poco tempo venne idolatrato come novello Messia, e quando poi fu per altri misfatti carcerato in Novara, i montanari, in processione, a piedi nudi, scendevano al piano per andare a liberarlo dai Farisei o morirvi assieme! — Ma un drappello di carabinieri venne inopinatamente ad opporsi alla crociata per liberare dal sepolcro il sedicente Cristo. Fu ad un tempo risìbile e compassionevole il vedere quegli apostoli di una fede che offeriva martiri, dispersi caritatevolmente dai soldati, mentre la Vergine — madre di più figli — S. Giuseppe e S. Pietro erano condotti a Domodossola innanzi al capo della provincia, il quale credette fare cosa assennata, dopo d'avere loro dato una buona scardassata, senza lavarsene le mani come Pilato, rimandarli al loro nido.
Da questo racconto si può dedurre a quali eccessi potesse spingere il fanatismo religioso nei tempi remoti!
Da Cimamulera scorgesi la patria di Dolcino; forse arrisero alla mente del nuovo settario, se non il fine, i trionfi di quell'antico. In nessun modo però puossi far paragone fra i due.
A Ponte Grande salutai riverente un cucuzzolo del monte Rosa, l'Alpe più stupenda dell'Europa per la vastità degli aspetti, e che non la cede al Bianco in altezza se non di pochi metri.
Oh! come è bella la cascata di Valbianca! Poche gareggiano con essa nella catena alpina.
Da Bannio, uno de' più ameni paeselli della valle, costeggiando l'Anzino, l'auriga mi disse che si può, salito il Campello, scendere di là in Vallesesia.
In tre ore, da Vanzone attraversai, pedestre, l'oscura gola del Morghen, e giunsi a val Macugnaga. La quale è a vall'Anzasca quello che è la Formazza all'Antigorio, un altipiano senza alberi fruttiferi, abitato da un'antica colonia germanica, che parla tuttavia un corrotto tedesco. Da questi pascoli, in una giornata di penoso cammino, si varca il monte Moro, dalle cui vette godesi il mirabile aspetto di tutto il Rosa.
Da Pecceto alle pendici del Rosa, attraversando il monte Turlo, si scende in Alagna, donde, mi piace qui notare, partiva per ben quattro volte D. Giovanni Gnifetti per giungere l'ultima solamente sopra uno dei cinque pizzi più elevati di quel gigante. Non disanimato dalle bufere e dai pericoli d'un viaggio, ove ad ogni passo si apre una tomba all'ardito, pervenne, addì 9 agosto 1842, sul pizzo che giustizia vuole si chiami d'ora innanzi Gnifetti, come s'appellano Zumstein e Vincent i picchi su cui salirono gl'intrepidi di tal nome.
IX. Quanti disprezzino l'oro.
Auri sacra fames!
Ecco le miniere dell'oro. Indossata la sopraveste dei minieratori, salutai con animo trepidante la luce del sole, e discesi nella più profonda e più vasta e più antica delle miniere della valle, anzi dell'Italia. Duemila anni fa migliaia di schiavi dei Romani vi cercavano le vene del prezioso metallo, e non ancora esaurito è il tesoro. Il Rosa, siccome serba agli audaci che gli salgono sopra il più stupendo spettacolo del mondo, serba nel seno tant'oro da fare di voi, o mortali, altrettanti re Mida.
— Dove scendiamo? Nel cuore della terra? Da un'ora ormai il piede incerto discende per iscale senza numero, di antro in pozzo, di pozzo in caverne immense, dove la tremolante luce delle lampade non rischiarando le stillanti e nere pareti, ne lascia supporre d'essere penetrati nelle bolgie dantesche. — E sotto a' piedi un'altra oscura bocca ne ingoia, e discendiamo... Ahi! Dov'è l'aura vitale della valle? La luce onnicolore, il canto della natura?
— Discendi ancora, disse l'ospite, e vedrai quanto è grande la brama dell'oro. Ma il petto è ansante, le nari s'allargano invano per bere un sorso d'aria pura, e le ginocchia minacciano di lasciarmi ruzzolare nell'abisso..... Ah! ecco l'ultima caverna.
Dove sono gli immortali cattivi di Minosse? Ma laggiù la turba che si smaniava non v'era precipitata per l'ira del Ghibellino — laggiù non le pietose visioni delle Francesche, delle Pie, delle Piccarde — ma sì l'urlo dell'Ugolino: ho fame, fame — d'oro! Le cere pallide, gli occhi intenti che sovente si chiudevano per attendere quasi un prodigio dalla sorte, il prodigio d'un filone, le labbra, balbettanti misteriose parole, tremavano convulsivamente; i ferri, gli scalpelli sonavano dolorosamente con affrettata vicenda sul sasso, e le girelle cigolando con lungo e monotono gemito sotto il peso della terra da razzolare lassù si lagnavano della faticosa bisogna. Presto, trovate l'oro, e risalirete all'aria libera, dove v'attende il piacere. Presto — la mano ingranchita nega l'ufficio suo — non importa, avrai tempo a riposarti stazzonando la coppa dell'ebbrezza. Presto — l'occhio stanco di fissare s'inietta di sangue — che vale? ti guarirà la vista di quella donna che prediligerai. Non morderti le labbra per dispettosa impazienza — quelle della bella si macchierebbero di sangue.
Tutti hanno ragione. La sete degli agi, dell'ozio, del piacere cresce smisurata col ribrezzo per la povertà operosa ed onorata.
Date loro dell'oro, o roccie avare! Perchè non posseggo io la verga di Mosè? Vi sdoccerei da questa rupe insensibile un torrente di scintillanti verghe.
Resisterete voi al fascino di quanto vi si offre per la vostra ricchezza? Ecco a voi la coscienza dei sacerdoti e dei giudici; a voi pel pane e l'ozio del circo, le ovazioni della plebe; a voi l'arbitrio della fama; a voi chi per trenta nummi tradirà la patria; a voi, per i monili e le perle, la già pudica vergine non riluttante a vostra balìa — la madre, a cui procuraste mense lussuriose, tace ghignando — il marito già vendette la moglie; a voi geloso veleni e coltella; a voi ambizioso chi vi venderà l'ingegno e la fama — al massimo buon prezzo; — a voi vivo ancora monumenti; a voi artisti, che scambiato il vezzo dell'ozioso nell'amore splendido delle nove sorelle, inneggieranno e di mille fantasie abbelliranno la casa; a voi coll'oro la farsa orpellata delle frini o la tragedia a scelta, e, orribile a dirsi, il poeta che canta ed impreca a suono della moneta, della poca moneta, per cui tra secoli, oscurato Mecenate, rivivrete ancora nel sospiro del vate e della ballerina senza procolo!...
Resistete? La vertigine vi attira, la virtù e l'onore impallidiscono al bagliore del vizio seduttore che vi tende le molli braccia..... Un grido forsennato s'eleva dalla folla ubbriaca: la vita è pel piacere — Dio è una noiosa chimera; tutti sacrificano al vitello d'oro, senza che un Mosè spezzi dallo sdegno le tavole sacre sulle loro teste.
Ahi! dolorosa visione! Quanti vid'io nella turba affannata stendere la mano per sacrificare al Dio, che io aveva tenuti con religiosa riverenza come illibati! Attorno al tripudio, apparivano nelle fumose scene della bolgia monumenta e forche, feste e berline.....
O infamia, sclamai cadendo sulle ginocchia, tutto adunque s'immolerà sul tuo altare?
Quando, dalla parte opposta, come in ampia radura sconfinata, vidi raggiante la Carità in atto verecondo sovvenire con mano fratellevole al misero, e così trattenuto il braccio vendicatore dell'ira divina..... Attorno alla benedetta, in cerchio, chi cantò la verità e pugnò per la libertà per solo amore delle gemine sorelle.....
Erano pochi.
X. Stonazioni della fama. — Le Ossolane non sono più quelle d'una volta. — Cajo Mario ed i Cimbri. — Innocenzo IX di Cravegna. — Banchetti funebri. — La valle Diveria.
Di ritorno a Domodossola, senz'altra dimora, corriamo alla valle Antigorio, da cui, per l'altipiano di Formazza e la salita del Gries, discenderemo nella Svizzera.
Crevola trovasi appunto là dove sboccano le valli Divedro ed Antigorio. La maraviglia, l'illustrazione di Crevola — all'ombra di qual campanile non havvi un'illustrazione? — è il ponte della strada al Sempione, che varca per la prima volta l'arrabbiata Diveria; i periti vi dicono che esso è largo otto metri — come la strada — lungo cento e alto trenta. A mezzo un'enorme torre di granito si erge dal letto della fiumana a sostenerlo; scendete la scala che sta presso le casipole vicine e guardate insù — neh, che il ponte ha del pittoresco? Ma gli è pur vero che questo ponte è più celebrato di quanto l'architettura o le difficoltà superate meritino. L'Amoretti lo dice imponente; l'Ebel un capolavoro d'architettura; Boniforti lo chiama famoso se non altro per constatare l'opinione universale. Io mi stringo umilmente nelle spalle e senza detrarre al merito del ponte, faccio a me stesso la semplice domanda: se questo è un famoso capolavoro, quali parole potranno adoperarsi per favellare del ponte sulla Dora del Mosca, di quello sul Niagara in America e del viadotto da Marghera a Venezia?
Questa smania di celebrare, come sublimi, cose per nulla singolari, non è generalmente invalsa negli scrittori italiani, i quali debbono piuttosto accagionarsi (forse pel continuo spettacolo di cose grandi in arte ed in natura) di una certa indifferenza nel notare al viaggiatore ciò che per universale consentimento è veramente degno d'ammirazione.
Non parlo delle guide renane e svizzere: ogni rigagnolo d'acqua che fila da una rupe di dieci metri è una meraviglia. Intanto gl'Italiani, sì poco curanti della patria loro, sanno generalmente raccontare d'aver visto questo e quello al di là dei monti, e ignorano quanto sta a dieci passi dalla loro casa.... Credo di non ingannarmi asseverando che gli Italiani sentono la bellezza della loro patria senza curarsene punto, come un nato ricco non dà pregio a quegli agi, ad ottenere i quali i poveri si travagliano spesso invano tutta la loro vita. Ma senz'altre digressioni entriamo nella valle Antigorio ritornando a Crevola.
La lapide latina, che leggesi sopra un muro della Chiesa di S. Vitale, accenna ad una feroce pugna combattutasi presso Crevola nell'anno 1487 tra gl'Italiani e gli Svizzeri: Bernardino Corio parla di questa battaglia nelle sue storie, ed in questa narrazione è notevole che gl'Italiani non avessero che due morti, mentre gli Svizzeri ne contassero duemila, o secondo gli storici Alemanni soli ottocento, numero tuttavia troppo disparato per non eccitare al lettore alcun dubbio sulla veracità della storia. Ad ogni modo gli Svizzeri uccisi furono tanti che i loro cadaveri caduti nella Diveria avevano formato una chiusa di tale altezza da servire di ponte agli Italiani.
Narrasi pure che le donne ossolane, inferocite dalla barbarie del nemico, che prima di questa pugna aveva manomesso ogni cosa in quei dintorni, quanti Svizzeri fuggenti s'erano ricoverati nei boschi o nelle capanne scannassero, e strappato il cuore sanguinoso dai loro petti ne ammanissero pasto ai cani.
Ancora adesso le belle Ossolane vi rapiscono il cuore, ma non è provato che lo diano ai cani.
Fra i morti vi furono Renato Trivulzio, capitano degli Italiani, ed Albino Desilinon, capitano degli Svizzeri.
Sulle rupi di Crevola sorgeva nel medio evo un castello, che fu dei Silva, famiglia che diede prodi capitani. Di questo castello non rimangono se non macerie coperte di muschio e di obblìo.
***
Poco sopra Crevola, a destra, sopra un poggio lieto di vigne e di campi, scorgesi Montecrestese, al di là della Toce; il sole vi matura un vino schietto e rubino. Qui presso la Toce precipita fragorosa in un profondo gorgo, su cui, non sono molti anni, era gittato un ponte altissimo e senza parapetto, sul quale non si varcava quell'abisso senza pericolo.
Proseguendo la strada, poco oltre a sinistra troviamo Vira attorniato da vigneti, e poi a destra Ponte Manlio, così detto dal Console Manlio, che vi si era accampato colle proprie legioni nella spedizione contro i Cimbri, ed aveva quivi gettato un ponte sulla Toce. Si sa — da chi non l'ignora — che i consoli Manlio e Cepione vennero sconfitti da quei feroci abitatori delle foreste nordiche, già vincitori di Cassio Longino; sconfitte che dovevano far risplendere di più la sanguinosa vittoria di Caio Mario, colla quale questo capitano di gran mente e di forme atletiche atterrava, al dire di Tito Livio, duecento mila barbari, e menava in trionfo novanta mila prigioni. La fortuna, dando lo scacco al suo collega Catulo vinto dai Cimbri sulle rive di questa stessa Toce, gli apparecchiava nuovi allori.
Nei piani del Ticino, tra Novara e Vercelli, nei campi Raudj, si combattè l'estrema pugna tra Roma ed i Cimbri; Caio Mario, morti cento e quarantamila nemici, s'incamminava a Roma, traendo seco settantamila prigioni, a Roma che per la quinta volta lo eleggeva console.
Meravigliosa cosa! Non v'ha paese anche nascosto fra inospitali monti in cui i Romani non abbiano impresso il marchio dell'arrogante loro grandezza.
Ma lasciamo le glorie dei Romani ai pochi che le studiano, e marciamo su Crodo, capoluogo di mandamento di tutta la vallea, lasciato Campomanlio a destra e passando sotto una galleria tagliata a ferro e fuoco nella viva roccia. Presso Crodo credesi s'allagasse la Toce formando un bacino considerevole d'acqua; e monsignor Bescapè, vescovo di Novara, il quale nelle sue visite pastorali studiava e notava la natura e gli uomini, parla di un tempietto a S. Martino che allora chiamavasi Capolago, tempietto che tuttora esiste, a quanto mi si disse.
Crodo è forse nella più infelice posizione della valle: ad ogni infuriare del torrente Alfenza, ogni abitante paventa non si rinnovellino per lui l'estreme scene del diluvio universale, senza la speranza di una novella arca di Noè; chè l'Alfenza, diroccando piante, ciottoli e massi immani, forma a sè dinnanzi barriere che un istante dopo distrugge, sfogando con tremende urla il rabbioso impeto sulle mura di Crodo. Perchè dunque i nostri nonni presero stanza in un sito tanto minacciato? Ciò diranno pure i Domodossolani: ma quei babbi — senza ministeri d'agricoltura — rispettavano con religiosa temenza le foreste, sapendo — senza studi forestali — come le piante mentre abbelliscono le falde montane e purificano l'aere, colle radici sì tenacemente s'abbarbicano alle zolle, alle roccie, che nessuna forza di torrente o di voluta che rovini sopra di loro, varrà a sterparle ed a strascinare con sè il terreno su cui sorgono. Se la improvvida cupidità dell'oro non viene frenata, fra poco tempo una pianta sulle Alpi sarà una curiosità, come una cascata.
Pochi minuti sopra Crodo sta lo stabilimento idropatico con sorgente d'acqua minerale ed albergo: ve lo indico con piacere nel caso vi possa giovare; ed in ogni caso se non vi sarà utile la linfa colla doccia ed il bagno, vi gioverà senza dubbio l'albergo confortevole e più di tutto l'aria vivissima. La bella strada calessabile, la vicinanza a Domo, la freschezza del sito, invitano nella stagione estiva copia di visitatori.
Quantunque l'appetito m'eccitasse a giungere presto a Baceno, non volli tralasciare di fare una visita a Cravegna, terricciuola microscopica sulle ultime falde del Corno Cistella, per soddisfare la mia curiosità di conoscere almeno di vista il villaggio che gli Ossolani citano volentieri come patria del compaesano che ebbe più splendida sorte fra quanti emigrano dai loro monti.
Giovanni della Noce nasceva di padre cravegnese in Bologna sul principio del secolo XVI. I risparmi del padre, facchino, o la protezione di qualche mecenate strapparono il giovanotto all'oscura sorte della famiglia. Addottorato, egli seppe in breve schiudersi attraverso alla folla dei preti che assediano il Quirinale una via col proprio ingegno. Acciuffata così la fortuna colla stima dei pontefici, di grado in grado, canonico, vicario, referendario, vescovo, ambasciatore a quella Venezia che allora era ancora in grado di liberare l'Europa dai Turchi, fu poscia patriarca a Gerusalemme ed infine cardinale. Quando nel 1591 egli venne eletto pontefice assunse il triregno col nome d'Innocenzo IX. Scrisse varie opere che io non lessi e che voi non leggerete. Beneficò i compaesani. Uno dei tratti singolari della sua vita fu che egli cambiò il nome paterno con quello di Facchinetti per rammentarsi certamente nell'insperata prosperità la propria origine; come già gl'imperatori romani traevano dietro di loro nei trionfi campali uno schiavo, che di quando in quando rompeva le acclamazioni universali colla fatal voce: rammentati di essere mortale!
Due discendenti d'Innocenzo furono cardinali nel secolo XVII.
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Da Cravegna, seppure il curioso lasciata la strada vi si è portato, in mezz'ora di cammino si è a Baceno, la borgata più popolosa di tutta la valle, situata alle falde di Pizzo di Robbio contrafforte del monte della Gran Loccia, non lungi dalla foce della Diveria nella Toce.
Compagno mio, non t'incresca di digredere dal cammino per visitare la solitaria vallata di Croveo, che qui appunto schiude le sue porte e della quale nessuno fece mai parola.
Essa sta rinchiusa fra le Alpi culminanti che muniscono l'Italia verso il Vallese, la cortina dei contrafforti che digradano a destra dell'Antigorio dal Reti, e quella della sinistra della valle Divedro. Le tante pieghe delle Alpi Massime che si svolgono in questa conca formano una serie di valloncelli, che nella state verdeggiano per riaddormentarsi poi sotto la neve per sette mesi. Fra queste vallate la più nota è quella di Agaro, piccolo villaggio abitato tutto l'anno, alle sponde del torrente che sbocca poi sopra Croveo; torrente che nel secolo XVI distruggeva interamente il villaggio. Il cardinale Morozzo, considerate le pessime stradicciuole per buona pezza dell'anno coperte di ghiaccio, voleva accordare alla chiesa di Agaro il dritto di seppellire i morti in cimitero proprio senza recarli a Baceno; ma quei montanari ricusarono per non perdere i diritti antichi. Notevole è l'usanza degli Agaresi di convitarsi a funebre banchetto il giorno della tumulazione di un loro consanguineo, uso che dura tuttavia; ignoro poi se non avvenga qualche volta che il più addolorato, mercè a Bacco, non diventi il più brillo.
Giacchè toccai qui di questi usi, aggiungerò che in tutta la valle Antigorio e la Formazza ognuno morendo lascia una o più libbre di sale per ogni focolare del suo villaggio.
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Baceno è un grazioso, pulito, pittoresco villaggio. Nei tempi andati era il capoluogo di tutta la valle Antigorio, come ne è tuttora il borgo più popoloso. Esso siede sopra uno scaglione di monte sulle alte sponde della Diveria, poco lungi da Verampio, sito ove questa mesce le sue limpide onde colla Toce biancheggiante. In Baceno ebbero potenza i feudatari della valle Antigorio.
I più conosciuti per le loro tiranniche giunterie furono i Valvassori De Rodes, i quali tanto malmenarono questi onesti valligiani da eccitarli a sorgere per scuoterne l'iniquissimo giogo. I Valvassori tenevano castello e corte in Premia, ed avevano una certa giurisdizione feudale anche sulla valle Formazza e sulla maggior parte della vall'Antigorio, secondo il diploma di Ottone IV imperatore dato a Pavia il 25 aprile 1210.
Le terre di Baceno producono ancora vino, frumento, frutta ed erbaggi di ottima qualità. La strada costrutta recentemente dal ponte di Crevola e che fra breve — coll'aiuto di Dio e dello Stato — sarà condotta fino al confine svizzero, venne fornita a spese dei comuni della valle con considerevoli sacrifizi, avendo essi dovuto quasi dappertutto tracciarla nella viva roccia granitica, non senza costrurre una serie di ponti sopra i torrenti che ad ogni svolgere di pendice s'adimano nella Toce. Quello che cavalca la Diveria a Baceno, la quale mugge in un gorgo profondo, è dei più notevoli.
XI. Premia — Storia nuova di cose vecchie — La Cravairola.
Premia, mezz'ora sopra Baceno, è un villaggio con discreto albergo. La parrocchiale di Premia venne costrutta dai Valvassori e conserva ancora qualche antica pittura. Amoretti nella sua escursione su queste alture accenna ai granati che si rinvengono in questi dintorni aggiungendo esservene di quelli del diametro di un pollice. Premia è sopra il livello del mare 800 metri.
Entrai nell'albergo con eccellente appetito — che il cielo conservi sempre a me ed a voi, amabilissimi compagni. Nella sala due deschi erano occupati: presso una finestra stavano assisi ad una tavola imbandita di pochi piatti e di molte bottiglie tre uomini, di varia età e d'aspetto signorile, che facevano echeggiare il vôlto del frequente tintinnio dei bicchieri e dei motti che si cacciavano addosso a bruciapelo, il tutto frammezzato da qualche sonora apostrofe al cameriere ed al cuoco. Avevano intenzione di recarsi alla cascata della Frua in val Formazza.... ma dopo tre giorni d'esitazione, s'accorsero che le gambe non corrispondevano all'intenzione e ritornarono al piano. Ma di loro fra poco.
Il vostro zingaro sedette dirimpetto all'altro tavolo, attorno al quale stavano assise due persone venerande, una per l'età, l'altra per pudica ed ingenua bellezza.
Un vecchio prete egli era dei monti ossolani, che dalla Formazza faceva ritorno al presbiterio, conducendo con sè quella cara giovinetta, di sedici o diciott'anni, sua nipote. La ragazza, vestita alla montanina, aveva ad una un fare spigliato ed una confidenza rispettosa col vecchio prete, sì che ognuno, senza maliziare, la avrebbe detta sua parente.
Il vecchio, malgrado i settantacinque che gli pesavano sulle spalle, era tuttora, come tutti i montanari, vegeto, rubizzo. Due occhi vivissimi ne illuminavano la serena fisionomia, su cui pure gli anni e molte fatiche e molti pensieri avevano tracciato profondi solchi. Egli, naturalmente, mangiava adagio; e la nipote, che aveva quelle due saldissime fila di denti, dei quali avrei dovuto favellarvi, per non correre la posta, occupava gli intermezzi, trangugiando, per passatempo, del pane. Il vecchio, fra un boccone e l'altro, chiacchierava tranquillamente della stupenda cascata della Frua e di certi loro parenti di lassù.
Se non che — un guaio c'è dappertutto — la giovinetta si trovava proprio in faccia a quei signorini, che andavano a gara a darle certe occhiate, sul significato delle quali non v'era il menomo dubbio; per cui la poveretta arrossendo, una volta che fu anche l'ultima, stava col capo chino sul petto, sì che lo zio le serviva di schermo.
Oh! ecco una scoperta! Guardando attentamente i tre commensali, ravvisai in essi tre zingari da me visti in una città dell'alta Italia, ove erano noti lippis et tonsoribus.
Tre zingari; ma intendiamoci, non confratelli che s'accontentassero di guardare e di pensare come il vostro compagno di viaggio, che anzi la cronaca scandalosissima della repubblica artistica voleva che allungassero un tantino le mani sull'altrui, quando per far suo, quando per il bel vezzo di manomettere.
Una volta fecero un tiro solenne alla Fama... la poverina, stanca dal continuo strombettare, godeva il fresco della sera sulla porta del tempio... i birboni, mascherati da grand'uomini, tentano di penetrare nel sacrario senza le debite carte di sicurezza... Ma sì! da quell'altura ritornarono ruzzolando fino al melmoso piano della mediocrità!
Uno di questi, a vent'anni, scombiccherò un dramma. S'era tolto a maestro — s'intende alla prima — Shakespeare, e malgrado una quantità di falserighe, dopo aver violato la storia ed il senso comune, berteggiava la decenza sotto pretesto di romanticismo. Gli applausi di centocinquanta amici — l'infelice non aveva nemmeno un nemico! — gl'inocularono il tenia della vanità. Da quella notte memoranda, il cappello rovesciato sulla nuca o sul naso, la chioma svolazzante attorno al viso senza parola, gli occhi spiritati, l'incesso barcollante, — finse d'essere invaso dal demone ruggente dell'ispirazione. Dopo quella notte Alfieri era anche lui uno scrittore tragico.
Il poverino diluì il poco midollo che gli restava in produzioni d'occasione, in cui riduceva in versi gli articoli dei diarii.
Consumato quel foco che non riscaldava nessuno, un bel dì, fruga e rifruga, fa la terribile scoperta, che la fantasia non ha mai voluto covargli un pulcino nella zucca. Sacco vuoto, senza fede, roso dall'invidia e disperato di sè, un bel dì, o piuttosto, un brutto dì, volle finirla..... e si precipitò dalla soffitta della sua lirica senz'ali nel pozzo d'un giornale politico-letterario — sono tutti letterari i giornali! — e si fece critico.... Non c'è da meravigliarsi se di laggiù — guercio com'è — chiama sole una meteora passeggera. Gli scrittori che credono di potere prevenire le staffilate di quella severa ed acuta critica che ha illustrato i mondi delle arti, corrono ad ammansarlo.... È vecchia ed in gran parte giusta l'accusa, che gl'Italiani non s'occupano di studi critici. Ma, per Iddio, se vediamo uomini di solenne ingegno dopo d'avere declamato contro la vanità dei diarii, che benedicono e maledicono senza dare ragione, si fanno codazzo di scolaretti scribacchianti, e nonchè tollerare questi stupidi portachitarre, li incensano, li blandiscono! O vanitas!
Del resto, menandogli buono il vezzo di scorrere a rompicollo i campi delle arti, su cui non ha mai saputo seminare, è un buon diavolaccio, niente scrupoloso, e se lo invitate a pranzo, vi divertirà assai.
L'altro, dalla barba prolissa....
Diamine, dirà il lettore, che capigliature, che barbaccie! Ve n'ha da imborrarne un pagliericcio! Eppure, lettore, mio, conviene sappiate che la capigliatura lunga e maledettamente ingarbugliata, la barba da Mosè sono per un artista che conosce il rispettabile pubblico una vera necessità. Che diavolo di talento volete voi sia racchiuso in una zucca pelata?
La barba ed i capelli incolti danno chiaramente a conoscere:
1. Che l'artista è tanto sublimato alla sfera della poesia, che ei riguarda le cesoie ed il pettine del parrucchiere come cose perfettamente inutili....
2. Che è un originale, un capo scarico, un essere anfibologico che sa d'ora in ora farsi angelo o demonio, secondo il garbo che dà ai diversi peli coll'aiuto delle sole mani....
Un maestro di musica, con cui ho stretta conoscenza, un giorno, dopo d'avermi dato un saggio d'un suo melodramma, mi confidava, che preparavasi a comparire degnamente innanzi al pubblico lasciandosi crescere i pochi capelli.
3. La copia dei capelli è viva immagine della forza: la lunghezza esprime il disprezzo degli usi del bel mondo, e l'arruffatura la continua lotta delle idee: tre cose che hanno gli incontestabili effetti d'ingannare il pubblico e di economizzare alla barba dei parrucchieri.....
— Signor scrittore, vorreste dirne quale affinità hanno i parrucchieri colle arti?
— Più di quanto pensate. Vi faccio grazia di quanto potrei dirvi sull'influenza dei sarti e dei cappellai, ma vi domando:
Amabili lettrici, come vi figurate — nel caso ci pensiate — il vostro umilissimo compagno di viaggio? Io giurerei sui peli della barba avvenire, che se io mi presentassi a voi colla faccia e la nuca pelata, con una di quelle ciere che non differiscono in nulla da quelle d'ogni galantuomo, senza eccentricità d'abiti e di modi, a chi dicesse presentandomivi:
Ecco il tal dei tali, autore del tal libro e di molte opere future e postume — voi, con quel candore con cui solete ammazzare un uomo che vi è indifferente, rispondereste sbadigliando:
— Ah! Sì..... è proprio lui l'autore di quel libro?
Lettrici mie, se mai sarò tanto fortunato di potermivi inchinare, io verrò a voi dopo d'aver fatto uso di tutti gli specifici infallibili (compreso quello d'una parrucca), onde ravvisiate sotto la posticcia figura iperbolica quell'io, che, ecc., ecc.
O voi tutti genii perduti nella nebbia dell'indifferenza, consultate la quarta pagina dei giornali, se la natura non vi classificò fra gli animali pelosi! Colla composition créatrice des cheveux et moustaches du professeur Derk de Sandwich (anche laggiù vi sono professori), qui garantit la beauté, la multiplication et la création (sic) de la barbe et des cheveux... (tra parentesi, costa L. 10 al vasetto)... in poco volgere di tempo vi sarà dato entrare nel tempio della gloria per non uscirne per tutti i secoli dei secoli, in grazia del capilligeno. O progresso... della chimica!
Quel tale dalla barbaccia, per tornar a bomba, o alla barba se volete, si sognò d'essere Michelangelo, nientemeno. Dopo d'avere sonnecchiato per dieci anni nelle sale delle accademie, credette di svegliarsi caricaturista. Ignorava che non basta saper disegnare per mettere in ridicolo, che anzi il concetto è tutto.
..... L'arte affacciatasi un istante al cervellino, vi trovò la parodìa: pensate se la pudica avrebbe voluto dividere la stanza con quella mezzana. Che volete? Nessuno capì le sue caricature, come nessuno aveva capito le sue dipinture storiche; sicchè adesso, lasciati i lapis, fa progressi rapidissimi nel facile mestiere di genio incompreso. Tanto peggio per l'Italia!
Il terzo dall'occhialino, che inforca senza posa la groppa del naso bernoccoluto, mangia, beve, veste panni, fuma come un turco, e affetta articoli di politica nei diarii, frammezzando le serie disquisizioni sul riordinamento della carta mondiale con romanzi originali italiani tradotti dal francese... Intanto aspetta che un ministro scoprendo questo diamante nell'immondezzaio degli scribacchianti, lo incastoni in qualche ufficio. Da dodici anni egli è in attesa della propria scoperta: intanto qualche ciocca s'imbrina. Egli, ormai stanco d'aspettare, è deciso di gettarsi a capofitto nelle file dell'opposizione..... Guai alla vittima!
Il bello poi sta nel sentire come questa confraternita s'incensa nei giornali... l'egregio mio amico... il celebre autore... Sic itur ad astra!
Ma zitto, sentiamoli.
— Sì, vi ripeto, che anch'io voglio ritirarmi alla campagna...
— Per farti anacoreta? Hai ragione. Deciditi una volta a far penitenza de' tuoi peccati... il pelo si fa grigio, e Cristo ti guardi dal farla tardi!
— E solo?
— Oibò; aspetto solamente l'incontro d'una bella ragazza...
— A che?
— Per farne il bastone della mia vecchiaia.
— È forse necessaria una ragazza? Prenditi una vecchia.
— Puah! Io intendo sempre d'imitare chi fa professione di dare buon esempio.
— Non ti sarà tanto facile trovare un modellino sì aggraziato... (cara, cara!)
— Lo credo io. Tanto più che non porto in capo... mi capite... il salvacondotto.
— Beati quelli! Paradiso di qua e di là; mentre noi aspettiamo l'inferno nel purgatorio... Se rinasco, m'immaschero anch'io.
— E vedere come si conservano freschi, aitanti oltre il mezzo secolo... mentre io a quaranta...
— Essi non consultano mai la quarta pagina dei giornali!
— A proposito. Ieri all'ufficio postale ho letto l'Armonia: vi faccio sacramento che non vi ha diario che lo sopravanzi per spiritose concezioni, per purità di lingua e per strettissima logica...
In breve tutti gli strali si spuntavano sulla tranquillità apatica del prete, il quale tuttavia lasciava spuntare a fior di labbra un certo risolino indefinibile, forse allora che una favilla spiccava da tanto fumo. Bevi e ribevi, trinca e cionca, i tre finirono per ingolfarsi nel razionalismo, e manomettendo quel po' che ne avevano letto stampato su per le gazzette, diedero un furioso assalto a tutte le religioni positive.
Io che me ne stava fra tanta battaglia spettatore indifferente, pensai quanti pensieri dovevano frullare in capo al prete della montagna, certamente ignaro di ogni contesa filosofica, e che aveva forse creduto che non vi fossero al mondo religioni diverse dalla cristiana, turca ed ebrea. Ma egli sorbiva tranquillamente una fumante tazza di caffè.
Intanto nella via stessa dell'albergo una donna vecchia, scarna, giallognola e quasi cieca, appoggiandosi ad un bastoncino, si recava innanzi ad un'immagine della madonna di Revalvegezzo da qualche Raffaello del paese tratteggiata sul muro, e ginocchioni vi orava tutta raccolta.
Nella sala dell'albergo la discussione non cessava: discussione veramente non era poichè l'affare principale consisteva nel rincarire la dose a chi aveva parlato prima. Mentre s'arrovellavano sull'adorazione delle immagini, ad un tratto, vista la vecchierella che pregava, eccotela in ballo.
— La vedete quella donna? Credete voi che nell'atto suo entri un cicino l'adorazione dell'Ente?
— Impostura!
— Ostentazione, dico io.
— Nè l'uno, nè l'altro; ma idolatria, sempre idolatria, paganesimo, superstizione.
— Farebbe molto meglio a filare alla conocchia!
— Sarei curioso di sapere cosa n'avrà dopo di avere sonnecchiato un paio d'ore davanti quella crosta.
E alzandosi anche lui, s'avanzò verso la tavola del prete, e fatto un leggero cenno col capo, col sorriso sulle labbra, chiese al vecchio:
— Scusi, sor abbate, se le interrompo il chilo.....
— Parli, signore, sono qua a sentirlo.
— Dica un po' lei, che è della professione e che può parlarne in cattedra, se quella donna non farebbe molto meglio..... ma lei ha sentito certamente i nostri discorsi..... l'amico mio giornalista grida come un ossesso!... favorisca adunque dirne chi di noi gli pare abbia ragione.
Il prete gli ficcò, intus et in cute, uno sguardo acutissimo, che tradotto in volgare voleva forse dire:
— Voi vorreste divertirvi alle mie spalle, neh? Guardate che io vi faccio pagare lo scotto!
— Signori, tutto quanto hanno detto, mi torna meno nuovo di quel che si credono. Dimorai lunghi anni in Allemagna ed a Parigi..... Io, me lo permettano, risponderò loro con una domanda.
— Oh! pensi.
— Quella donna è miserabile, si vede; è quasi cieca... è forse priva di famiglia, o, Dio non voglia, maltrattata da' suoi come un fastidioso mobile. Dunque senza gioventù, senza salute, senza vista, senza il cinismo d'un cuore isterilito nei disordini, senza conforti materiali e domestici, e quel che è più orribile, senza speranza! Agirà per ostentazione? Per carpire alle paesane sue il titolo di devota od un tozzo di pane? Poca ambizione e dura condizione. Ad ogni modo soffre e senza speranza di meglio, non è vero? Andate ora, sulla supposizione più onesta, a scalzare la predilezione idolatra che può per avere un'immagine anzichè per un'altra! Che vogliono darle, o signori, per consolazione, in cambio d'una fede, che vendica colla vita avvenire i dolori della presente?
················
E corse dietro alla vecchia per recarle il frutto d'una parola, atto che la fanciulla abbelliva colle grazie della giovinezza e della carità... Non dico che fosse tutta carità spontanea, pura... ma a buon conto, senza sofisticare, la carità venne posta in atto.
***
Da Premia, a destra, oltre la Toce, si sale per un cattivo sentiero alla Cravairola, regione al di là della catena dal Pizzo del Forno alla Corona del Groppo, la quale trovasi oltre al confine naturale e versasi nella valle Ticinese.
Le dissensioni sorte anticamente fra gli Ossolani ed i Valmaggesi finirono per accendere quelle scaramuccie, le quali per essere guerreggiate fra contadini non sono meno micidiali; di qui rapinarsi il bestiame, spesso diruparlo, incendiare le capanne; finchè, stanchi di queste reciproche rappresaglie a cui avrebbe tenuto dietro la comune miseria, ricorsero ai proprii governi verso la metà del secolo XVII. Senatori della Camera di Milano ed inviati della Repubblica Elvetica convennero sul Lago Maggiore e là stabilirono i confini. È inutile il dire che avevano tutti ragione. Dopo la sentenza, infierirono più atroci le rappresaglie. Finalmente in una sanguinosa rissa essendo stato ammazzato l'istigatore principale, un bandito della Valmaggia, di cui si portò in giro la testa sopra una picca, placata col sangue l'ira comune, la luttuosa lite ebbe fine.
Da Premia per Piedilago, detto dai valligiani Piedilatte, i due Cadarese e S. Rocco, si perviene in due ore sotto quel Salecchio già accennato da noi. Questo villaggio, il più alto della valle Antigorio, è situato sopra un breve gradino del monte della Punta di Campo. Da lassù godesi bella vista sopra una parte della sottostante valle, mentre tutt'attorno al villaggio rallegrano estesi pascoli smaltati di odorosissimi fiorellini. Chi da Salecchio volesse recarsi in valle Formazza, di cui di lassù scorgesi la bocca, senza discendere la via al basso malagevole assai, vi può pervenire con un sentiero che guida al santuario di Puneigen, in due ore.
Questo sentiero corre sull'orlo del pendìo montano qua e là rapidissimo, e dopo la neve diventa pericoloso, non però come l'asprissimo che vi conduce da S. Rocco stagliato nell'immenso muro granitico, che s'aderge al N. O. Sicchè Salecchio è quasi segregato — nell'inverno — dal resto del mondo. Pochi inverni or sono il sindaco ed il vice-sindaco di Salecchio vollero discendere per quest'ultimo calle a S. Rocco; gli sciagurati sdrucciolarono sul vivo diaccio che lo copriva, e rimbalzarono — orribile a dirsi! — di roccia in roccia sino a valle.....
Il santuario di Puneigen od Autilone non ha nulla di rimarchevole per architettura, ma il sito è assai pittoresco. Sorge sopra una balza del Martello tutta lieta di piante e di erbe, attorniata da rupi scoscese che si specchiano in un laghetto. Dall'estremo labbro verso levante, la vista sulle nudi rupi del Rizoberg, sull'abisso che si sprofonda nella sottostante Antigorio, e verso mezzodì sui pascoli che allegrano le falde dei due Salecchio, compensa la poca fatica di farvi una digressione dalle porte della Formazza.
Da S. Rocco che ha una bella chiesuola ed una fisonomia ancora aperta, sorridente, italiana, in poco d'ora giunsi per Balmalarice, Passo, ad Arivasco.
Bella cascata è quella del Vuova, qui presso.
Io solo so quante volte incespicai sulla malagevole stradicciola per guardare le gigantesche rupi di granito venato a strati orizzontali che assiepano la valle. Gli obelischi egiziani appetto a quelli che se ne potrebbero trarre parrebbero birilli.
Perchè non ho io la potenza della fede che rimove i monti ed il genio di Michelangelo? Vorrei innalzare sulla vetta suprema delle Alpi tale un monumento alla verità, che toccasse le stelle. Il granito non è ciò che manca per ora.
Il gruppo di casupole, che è Arivasco, non ha nulla che possa trattenerci, se non fosse questa nidiata di vispi fanciullini, la folleggiante gaiezza dei quali contrasta non poco colla severità del paese. La valle sì spaziosa va chiudendosi: ecco Unterwald. Siamo finalmente in Formazza?
Fra mezz'ora, rispose una donna.
Perchè, dissi poi tra me, le mezz'ore di piacere non sono tutte lunghe quanto codesta per salire alla Formazza?
XII. L'orrida forra di Unterwald.
Appena oltrepassato il malinconioso casolare di Unterwald (Foppiano), ci addentriamo in una stretta gola, oscura, sinistra. La scena che ti colpisce dal ponte d'Untergeschen è stranamente terribile. A destra, crollante sopra una rupe, una torre inghirlandata d'ellera e di muschio, sta per sfasciarsi. Forse è l'ultimo monumento della guerra contro i Cimbri — forse l'innalzarono i Cimbri nella loro discesa.
Guardati dal favellare contro i Romani ed i Cimbri — essa potrebbe vendicare su te gli uni e gli altri.
Lo Sternehorn, gigantesco monolite insofferente di neve; che inabissa quaggiù i fianchi repenti, soffoca la forra. Le pinete dalle funebri ombre incutono sacro terrore. Immani macigni rimbalzati qua e là sotto e sopra, s'arrestarono colpiti da spavento. Fra le poche zolle, nei loro crepacci, sugli scaglioni inferiori, lacrimano minutissimi zampilli. In mezzo si rivolta, s'arrabbia di masso in gorgo con orrendo muggito la Toce tutta spumeggiante d'ira. È l'acqua che si ribella contro la terra. Intanto il sentiero, incerto, s'innoltra serpeggiando fra i sassi e sale faticosamente verso il lembo dell'orizzonte che s'affaccia lassù.
Dove sbocca questa fossa?
Le membra si diacciano sotto la vampa settentrionale che dal cigliare del pozzo si sferra quaggiù in un turbine di nevischio e di spruzzi del fiume; il petto ansante chiede riposo e mite temperie — ma su! su! qui non consentono sosta nè le spinose selci della strada, nè le ombre assideranti. Su! anche i pini, i larici si slanciano con forza da quest'umida caligine all'insù per giungere ad ottenere un raggio di sole. I loro rami tremolando ne invocano la caldura onde gli uccelli migranti vi si posino in ciarle d'amore. Ma invano! Non un raggio scende di là ed i merli d'acqua stessi (Wasseramsel) non osano soffermarsi alle loro radici. I corvi soli, gl'incresciosi corvi spiccano il volo dalle bozze soprastanti e scendono nel burrone sopra gli alberi infelici a funestarli col loro rauco gracidare.
Se qui la natura sembra spirare soffocata dalle moli gigantesche e sfinire di languore, oh! come trista dev'essere la valle di Formazza!
Un grazioso fanciullino incontrato ad una risvolta ne assicura che fra pochi istanti toccheremo l'altipiano desiderato.
Rincorato, dando uno sguardo ancora allo spettacolo sottostante, invidiai — e non per la prima volta — il pennello del Gonin per ritrarre questa terribile scena, in cui per rafforzare il colore locale non sarebbe punto necessario d'innestare episodii drammatici — sì alto qui parla la natura!