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Pensieri, Discorsi, Illustrazioni

DISCORSI. (continued 2)

Reading edition

Certo non forma argomento di questo breve discorso la esposizione delle cause per cui Roma, dalla più sublime magnificenza alla quale Dio concedesse mai ad una generazione di uomini pervenire, decadesse in fatali rovine. Gibbon e Montesquieu lo hanno già fatto. Ma in pochissimo stringendo il molto, basti allo scopo nostro affermare, che la ingiustizia, la ipocrisia, la rapina, le fedi rotte, i codardi abbandoni, il patteggiare co' barbari, la viltà, i vizi, e le infamie pubbliche e domestiche, condussero l'impero Romano a condizione sì estrema, che supera qualunque lutto.

Corrotti i costumi, a nulla valsero le leggi, che senza quelli possono assomigliarsi a flauti senza sonatore; splendide di saviezza furono le costituzioni di Nerone, di Domiziano, di Comodo, di Eliogabalo, di Caracalla e degli altri bruti, piuttosto che imperatori, come scrive Giuliano nei Cesari,[38] e la giustizia agonizzante periva. E in quella guisa, secondo la sentenza di un filosofo antico, che la copia delle medicine e la frequenza dei medici danno manifesto indizio di molte e gravi malattie, così la moltiplicità delle leggi indica gli ordini civili guasti profondamente.[39] — E mancata la prestanza militare, alla quale compartivano i Romani per antonomasia il titolo di virtù, a nulla valsero le fortezze. Le fortificazioni del Reno con tanto studio innalzate dall'imperatore Valentiniano non contennero gli Alamanni irrompenti, nè i Quadi quelle del Danubio. Disprezzate o prostrate le muraglie costruite nell'Armenia, Cosroe potò minacciare Costantinopoli. Il passo delle Termopili, difeso dal codardo Geronzio, non trattiene un momento Alarico e i suoi Goti: meglio era lasciarlo vuoto, chè la memoria dell'estinto Leonida sarebbe stata più temuta assai che la presenza del capitano di Arcadio. Le fortezze senza coraggio si assomigliano alle spade poste per decorazione sopra i catafalchi dei soldati nel giorno dell'esequie. Non fosse, non muro, non bastita mai gioveranno tanto alla salute del popolo, come il sentimento che pose in bocca degli Spartani (ai quali per istatuto di Licurgo era vietato circondarsi di mura) queste parole, allorchè Pirro assaltò l'aperta patria loro con 25,000 fanti, 2000 cavalli, e 24 elefanti: «Se tu sei un Dio, non angustierai quelli che non ti offesero: uomo, avanzati, troverai uomini pari a te stesso.»[40]

E nessuno dei popoli che vissero, o vivranno nei secoli, sia tanto, non dirò superbo, ma stupido, che voglia paragonarsi ai Romani. La mano romana non irrigidiva nella Scizia per gelo, nè per calore si prostrava nell'Affrica. A noi una frazione dell'antica Numidia arde i guanti, e scotta le mani; poniamola giù via, lasciamo andare una provincia che Cesare avrebbe donato maggiore a qualche suo famigliare! Ma che dico io maggiore? Cesare si offriva pronto a donare a M. Ofrio raccomandato di Cicerone tutto quel paese che oggi si nomina Francia, protestando, che se altri amici aveva a raccomandargli, a lui non sarebbero venuti meno i regni da elargire[41]I Romani, quasi in sollievo dei brevi ozi, gittano ponti sopra il Danubio, che tuttora rimangono; tra il Clyde e la Twede fabbricano muraglie in Brettagna, nelle sabbie infocate dell'Affrica costruiscono strade, per le quali noi pure oggi passiamo, intorno alle quali noi spenderemo dieci anni a rassettarle, per vederle tornate guaste tra cinque. I giuochi stessi di cui occupiamo l'efemeridi nostre, le splendidezze e le magnificenze sono trastulli da infanti a paragone delle romane. Un giullare americano ci empie di maraviglia scherzando co' lioni, e Marc'Antonio percorreva Roma sopra un carro tirato da questi medesimi animali, Eliogabalo da tigri. — Lucio Metello 142 elefanti, M. Scauro 150 tigri, Silla 100 lioni, Pompeo 410 tigri, 500 lioni, elefanti, ed altre assai belve, Augusto 36 coccodrilli, Tito nella dedicazione del Colosseo 500, o, come Dione Cassio assicura, 9000 fiere gittavano a straziarsi nei circhi per diletto del popolo. Cesare lastricò il gran circo di argento, Eliogabalo lo sparse di polvere di oro. I teatri erano capaci di 150,000, e perfino di 485,000 persone.[42] Eh via! lasciamo degli antichi Romani; noi altre squallide anime dei popoli moderni, loquaci, presuntuose, infingarde, buone insomma a nulla, assomigliamo a quei magnanimi trapassati come una lumaca a un cavallo di battaglia.

Ma quando la virtù non fece perdonare altramente la potenza, e il diritto dei Quiriti, esteso da Giustiniano alle Provincie, non fu ampiezza di onore, ma comunione odiosa di viltà e di tributo; quando i popoli soggetti videro le mani romane spiegate sempre alle rapine, e non più strette al brando, e come gregge si trovarono venduti in prezzo di paci infami; quando finalmente, dimenticati i magnifici concetti della repubblica, prevalse la turpitudine dell'impero, allora quel così tanto stimato nome romano, a caro prezzo perfino una volta comprato, non pure si repudiava e fuggiva, ma con orrore si abbominava.[43]

Venite, e vedete se mai fu pena eguale a quella dell'impero romano. Dalle più remote regioni si mossero popoli, quasi ad un convegno di vendetta, per istraziare le membra d'Italia, ed erano di quei popoli che Mario atterriva con solo uno sguardo. Qui si riunirono genti nate fra i geli della Scizia e gli ardori dell'Arabia per depositarci sul capo un tributo di obbrobrio, nella guisa che costumavano di fare gli antichi Greci sopra la vittima espiatoria destinata ad essere lanciata negli abissi del mare.[44] Da ora in poi gli sfregi sopra la faccia compongono gli annali di Roma. Di lei non avanza neppure la rovina: naturali e stranieri congiunsero le mani per seppellirne perfino la tomba; imperciocchè la tomba medesima era argomento di troppa vergogna pei primi, di troppo terrore ai secondi.[45] Per grado estremo di decadenza, il nome romano stette a denotare pei barbari quanto di più abietto è mai dato d'immaginare: «Noi altri Longobardi, scrive Liutprando, vescovo di Cremona, legato dell'imperatore Ottone, allora quando presi da sdegno vogliamo offendere un nostro nemico con qualche grandissima ingiuria, non sappiamo immaginarne altra maggiore di quella, che chiamarlo Romano.»[46]

La caduta delle foglie d'autunno, l'arena travolta dal turbine, la nebbia dileguata dal sole, la spuma del mare dietro nave che passa, il fumo nell'aria, lo strascinare del serpe sopra il granito, formano materia malinconica ad altrettanti paragoni per denotare la traccia dei popoli nel seno del tempo, come lo potrebbero del pari per accennare la traccia del tempo nel seno della eternità. E nonostante, una rovina così profonda duole al nemico stesso; imperciocchè l'odio non vorrebbe togliere il sentimento della vergogna e del dolore. Queste sono le piaghe Che Annibale, non che altri, farian pio.[47]

E la misura della vendetta non sembra anche colma. Popoli civili non ci hanno calpestato meno duramente dei barbari. Filosofi e poeti di alto intelletto ci oltraggiarono di contumelie non meno acerbe di quelle che Longobardi o Goti profferissero. Se essi abbassarono lo sguardo nel calice che la Provvidenza ci destinava a trangugiare, già non lo fecero mossi dal pietoso pensiero di vedere se approssimavasi al fine, e dirci poi: «Fa cuore, fratello, egli è finito!» nemmeno per temperarne l'amaro con qualche dolcezza di affetto; all'opposto per riempircelo sempre di aceto e di fiele, per aggiungervi assenzio. — Se hanno steso la mano alla corona del dolore, è stato per conficcarci le spine più addentro nel cranio. Se posero il dito nelle nostre ferite, non fu per lenirle di olio e di vino, come il Samaritano, sibbene per invelenarle coll'arsenico. — Se ci tennero dietro in questa lunga giornata di secoli a vederci portare la croce, nol fecero per soccorrerci a modo del Cireneo, ma per respingerci dall'ombra se vi cercavamo un refrigerio al capo che ardeva, per contendere una stilla di acqua alle labbra febbrili, siccome corre fama che facesse a Cristo Aasvero il giudeo errante. Fra gli aneliti della nostra agonia mescolarono truci sarcasmi: i nostri occhi gravi di morte mal potendosi sollevare al cielo, il quale pure si mostrava crucciato, furono costretti a vedere l'ammiccare schernitore delle loro bocche: i nostri orecchi, percossi da tintinnii funesti, se mai tornarono ad acquistare la facoltà dell'udito, non ascoltarono altro che rampogne e scede e motteggi obbrobriosi. — Noi miseri, e voi non felici!

Che se pensaste come per tutti venga il dies iræ, — e, come giunta l'ora, neanche al Figliuolo di Dio fosse dato rimuovere dalle sue labbra la bevanda, — assumereste spirito di carità, e deporreste la protervia insolente. — Insultava egli Mario a Cartagine? Vedetelo rovina di un uomo non inferiore alla rovina della emula di Roma: Mario sta seduto sopra un altare rovesciato, e pensa, con ispirito dimesso, come provincie e popoli e tempi e Numi si disfacciano sotto la forza prepotente del Fato.

E nonostante io domando perchè l'impero romano caduto commuove tanto perenne tesoro di vendetta, ed ingiuria? Perchè non si perseguitano con odio pari gl'imperii dei Faraoni, de' Tolomei, dei Califfi, e degli altri potenti della terra?

E mi sembra potermi rispondere con verità: Perchè l'Eterno non commetteva a verun popolo del mondo così magnifica opera come al romano, e a verun popolo mai egli affidava così gran parte d'intelligenza e di forza per bene eseguirla. Il popolo romano fu il mandatario più infedele della Provvidenza, quello che calpestò più ingrato maggiori doni di Dio. Il popolo romano aveva avuto missione di felicitare la terra, ed ei la fece una cloaca e un sepolcro. Discite juistitiam moniti, con quello che segue.

Ora chi ha letto, veda se possa trarne argomento per giudicare il presente, e presagire il futuro. La immagine di Giano bifronte non è simbolo bastevole per la storia, imperciocchè ella abbia tre faccie. Serbarono i cieli a questi tempi nostri, che superano in durezza ogni più duro metallo, udire dalla tribuna di un popolo cristiano scendere a modo di maladizione sopra i martiri le parole: l'ordine regna in Varsavia. — Coteste parole parvero e furono, pel mondo spaventato, somiglievoli al suono di un coperchio che cada a chiudere la bara di una nazione! Tutti i cuori commentarono col ribrezzo della paura la sentenza lugubre di Tacito: ubi solitudinem faciunt pacem appellant! Certo non io pretendo che un popolo lasci gli esercizi della sua vita, e patria e famiglia, ed ogni altra cosa più caramente diletta, e versandosi fuori dei confini della sua terra provveda alla fortuna di un altro popolo cimentando la sua. E poi, rompere una catena non significa ristaurare la libertà. La potenza non si acquista per via di procuratore: bisogna saperla prendere da sè, e da sè mantenerla; ma, e neanco consento che una nazione grande si ponga a guisa della meretrice della Scrittura su i canti a tendere lacci di morte con iniqua blandizie.[48] — E cotesta meretrice, ai derelitti scampati dallo eccidio, qual dava ristoro per la strage dei parenti, le sostanze perdute, la patria abbandonata? Un pane composto con farina di obbrobrio, con lievito di disprezzo, con acqua di lagrime, riarso dall'ardore di rinfacci continui, e pesato dalla mano dell'avarizia: pane dato con la balestra. Viene per tutti il dies iræ e se Dio talvolta non solleva immediatamente la mano al castigo, non torce mai i suoi occhi altrove; e questo popolo dovrebbe sapere che non possono le nazioni mantenersi grandi senza essere generose, e per lei venne più volte il dì della ira, perchè più volte mancò di fede. E dovrebbe però pensare che se adesso non si trova ridotto a servaggio infelicissimo, era fortuna non senno. Fortuna, perchè la gente mossa da settentrione ormai possedeva terre coltivate e industrie e città, e aveva lasciato a casa beni e famiglia; — fortuna, perchè i conquistatori troppi non si trovarono d'accordo sopra le parti della preda. I barbari che invasero lo impero romano, comunque formati di popoli diversi, componevano un corpo obbediente a un capo, e si traevano dietro in tende o in carri quanto governa con amore l'anima umana. Che cosa faceva in cotesta agonia il popolo ingannatore? Quello che fanno le vittime apparecchiate al sagrifizio.... lambiva il coltello che gli stava pendente sopra la gola. Se cotesto giorno tornasse, chi chiamerà costui? Dove troverà egli alleati? Quali adunerà nella ora del pericolo nemici? I tuoi amici per colpa tua giacciono nel sepolcro. Guai a lui se chiamasse! Gli spettri dei popoli scoperchierebbero le sepolture per dirgli come al malvagio Riccardo: — Disperati e muori! — Poichè hai fatto piangere tanto, o farfalla insanguinata, sarebbe anche giusto che nell'ora della tribolazione tu sentissi il ridebo e il subsannabo delle Sacre Carte. Il bel fiore della libertà, nudrito dei divini pensieri della sapienza, educato dall'amore dei principi e dei popoli, castamente cresceva, e tu due volte lo hai colto per inghirlandarne la fronte svergognata di una cortigiana e la coppa della ubbriachezza. La prima volta tu lo contaminasti di sangue, sicchè divenne spaventevole ai principi, sospetto ai popoli; la seconda tu lo contaminasti di vili pensieri, sicchè tutti volsero gli sguardi altrove, come da cosa piena di schifezza. Se questo spirito di vita potesse mai aborrirsi, tu non ti sei astenuto da fatto o da detto che lo rendesse odioso per sempre. Stattene all'ombra dei gran gigli d'oro; statti contento al fiordaliso: egli solo è degno di te.

Tu vanti: che per non perdere tempo a imparare le lingue altrui, con la forza delle armi insegnasti al mondo la tua.[49] — Avresti dovuto dire con i tuoi cuochi, di cui popoli le cucine del mondo; avresti dovuto dire co' tuoi ballerini; e più ancora co' tuoi parrucchieri. Il gran capitano, giovandosi delle braccia nostre, ti condusse tuo malgrado a correre l'universo; ma che potevi tu farti di tanta gloria? Tu vi gemevi sotto come se fosse stata una croce, e non rifinivi mai da chiamare il Cireneo che te la sollevasse; e un bel giorno tu la gittasti a terra, come peso troppo grave alle tue spalle. Minacciatrice superba con Buonaparte, egli scomparso tu diventasti a un tratto e serva e mima e danzatrice dei tuoi vincitori. Per Dio! Eglino stessi non avrebbero voluto vederti precipitata in tanta bassezza, imperciocchè i vincitori amino potere rispettare il vinto: non fosse altro per fare comparire più bella la propria vittoria. L'aquila gloriosa lo seguì nella sua rupe traverso l'Oceano, e si posò con lui dentro al sepolcro; e tu vi sostituivi il gallo, simbolo anche troppo magnanimo alla tua condizione. Veramente il tuo genio ti conduce come un vento a scorrere la terra, e mescerti importuna in ogni vicenda, e tutto involare per recartelo a casa, e guastarlo imitandolo, a guisa di scimmia che imiti l'uomo. Una splendida azione tu converti in miniatura da ventaglio, la effigie di un grande uomo in boccetta di acqua odorosa o in iscatola da sapone. Ma il maggiore tradimento che mai abbia sofferto la virtù, tu lo commettevi ai dì nostri. Ahimè! per te l'onore non ha più entusiasmo, la fede convinzione, la patria affetto, lo ingegno scopo di gloria. Per te il Dio milione regna e governa; per te si rese manifesto come anima umana a diuturna, pertinace e continua corruzione, non regga; tu hai pubblicato la tariffa del prezzo che si vuole per imporre silenzio a taluni, per indurre a favellare tali altri, per comprarli tutti. Il collegio dei tuoi rappresentanti è quasi una orchestra, ove ognuno ha scelto la sua parte: chi dà fiato ai tromboni, chi tempra le corde dei violini per suonare, a fine di conto insieme uniti, la solenne sinfonia della pubblica imposta. Nè mi si dica: fatali essere gli sconvolgimenti politici, averci i popoli a guardare bene due volte; imperciocchè a me pure paia così, ma non vi sarebbe punto mestieri di partiti estremi, e le leggi pongono facoltà di rimediare al male, e se nol fai, segno è che non vuoi, epperò meriti il manto che ti se' gittata sopra le spalle. Dio ti avea posta come il cuore nella Europa, perchè tu palpitassi per tutti, ma tu hai impietrito il cuore, e ti sta morto in seno più che Napoleone dentro la cappella degl'Invalidi. — Ma forse non è senza consiglio supremo che ciò succeda, volendo la Provvidenza mostrare nuovamente in te come le nazioni quanto più furono beneficate da lei, tanto più saranno punite del tradito mandato. Se te avessero divisa, e ad ogni brano preposto un duca o marchese, e riempitolo di armi straniere, or che faresti?... Dunque non insultare alla miseria altrui:

Tutti siam rei: le lacrime Son la miglior preghiera.[50]

Ma in te vivono molti nobili figli che non oltraggiano, e stanno pensosi dei propri destini, e conoscono le sventure dei popoli presentare qualche cosa di divino, come le querce tocche dal fulmine: essi meditano il modo per rendere più miti le condizioni umane, ed invocato aiuto dall'alto, quanto sanno meglio si adoperano nella magnanima impresa. E noi ci chiamiamo amici di chiunque abbia viscere di umanità, non dei rigattieri di carità e dei rivenduglioli dell'amore del prossimo. Un giorno, tardo ma certo, saranno mutate le sorti mortali, non per virtù nostra, ma per lo spirito che agita le nuove generazioni. Questo spirito, versato dall'alto di un patibolo sopra la terra, tornerà al cielo coll'ultimo uomo. Nelle procelle del mondo, traverso il turbine delle passioni, Cristo splende, faro divino, per ricondurre i traviati a salvezza. Cristo strinse nei fianchi Attila, e le mani mansuete valsero a rompere i reni del feroce. I barbari trucidarono i Santi, e rimasero atterriti dalla pace ed alle parole di perdono che profferirono i labbri dei morenti, finchè caddero genuflessi adorando i martiri santi che eglino stessi avevano fatto. Cristo tolse all'uomo lo istinto del tigre; rimane adesso a vincere più acerbo istinto, quello della volpe. Gl'ipocriti mal si convertono; dal granito puoi ricavarne architrave o colonna, dal fango non ricavi altro che sozzura; e i Farisei crocifissero Cristo, non però lo spensero. Vive la sua legge che insegna: — voi li conoscerete dalle opere: coloro che si pongono a orare in mezzo ai tempii, ipocriti; quelli che portano la carità a modo di gonfalone, ipocriti; che ogni istituto di benevolenza infeudano in proprio nome, che su pei canti appiccano i cedoloni del poco bene che fanno, che mostrano sempre il cuore senza mai darlo a nessuno, — ipocriti! ipocriti! Poichè specularono sopra la carità, ebbero la loro mercede: adesso sgombrino il mondo. Se i filosofi di Francia non procedevano avversi a Cristo, noi avremmo ora percorso gran tratto di cammino della vita migliore. Posti in disparte i vizi di cotesti uomini, io per me credo che volessero il bene e che si affaticassero a conseguirlo; onde io non posso persuadermi come mai contrariassero tanto le discipline cristiane, le quali pur mirano maravigliosamente a quello che eglino desiderarono. Amore degli uomini vero, indole aperta, aborrimento della tirannide, libertà onesta, dignitosa uguaglianza, fratelli tutti, e di patria comune cittadini, e modestia nei modi, verecondia negli atti, pudore nei costumi, persecuzione dei pubblicani, guerra implacabile agl'ipocriti, carità segreta, esercizio di pratiche benevole con la mano destra ignorato dalla sinistra; preci brevi e di cuore, e soprattutto sagrifizio di sè in benefizio altrui: — tutto questo essi desideravano, e Cristo insegnò diciotto secoli prima. L'odio contro ai sacerdoti traviava i filosofi; ma dovevano i filosofi disprezzare la perla a cagione del guscio che la chiude? — lo ignoro, e dubito forte che gli uomini sieno per giungere a tal grado di perfezione da superare il confine segnato da Cristo; quello che so di certo si è che il Cristianesimo dirittamente inteso contiene la morte del verme che rode le presenti generazioni, l'amore storto ed esclusivo di sè, e presenta una formula larghissima entro la quale gli uomini possono svolgersi per lungo spazio di tempo verso il loro miglioramento.... — Ma intendiamoci bene: il Cristianesimo.......

DISCORSO QUARTO. DELLE SEPOLTURE DI SANTO IACOPO.

Il grido Che dal tumulo a noi manda Natura. I Sepolcri.

Chiunque non tiene per disagiata una via che la troppa frequenza di uomini e di animali rende un po' sozza; chiunque può sostenere un alquanto lungo cammino, lasci Livorno uscendo dalla porta Colonnella, e s'indirizzi lunga la costa meridionale del mare. Bello afferma taluno l'aspetto del cielo e delle acque sereno quando una brezza lieve lieve le spiana, e vi produce un moto, che il poeta in sua mente paragona al brivido della donna innamorata; — dico in sua mente, però che la scienza delle relazioni sia cosa segreta, e l'orbo può giurare non esservi luce, — almeno per lui. Bello dice tale altro il mare in iscompiglio, e le nuvole imperversanti, lo scoppio del fulmine, e il grido disperato del naufrago sublime! — Gli uomini chiamano l'ente che si compiace di aspetti siffatti o scellerato o stolto, ed egli loro: — e la ragione a cui? I più hanno forza su i meno, — e questa forza sarà ultima ratio rerum, finchè non la sotterrino coll'ultimo dei viventi. Gli dieno pertanto la caccia, e lo distruggano, ma non lo insultino: — non fu già per lui grave insulto la vita? Non gli pongano memoria, perchè desiderava la fossa, come lo esiliato la patria, ma non esecrino il luogo dove posa la testa. Rammentati, o uomo, che non conviene alla terra maledire la terra! — Chi poi, per natura inchinato a melanconia, desidera le dolenti sensazioni, si faccia lungo la riva nell'ora che volge il desìo ai naviganti, e vedrà il sole spoglio della superbia dei raggi accostarsi al mare come un grande oppressore alla morte. Se però circoscritto è il corso del sole, tutte le vite mortali lo compongono. Chi è che lo vide nascere? Qual è colui che potrà vantarsi di vederlo morire? Cade nel mare come finse la favola che Anteo cadesse sopra la terra; quivi deriva il vigore per apparire alla dimane glorioso di potenza e di luce. A noi una volta caduti insulta il verme comune: ognuno di noi porta la sentenza di morte su la fronte, il carnefice nel seno. Scoperchiate le fosse, e guardiamo cosa rimanga di coloro che piansero e fecero piangere. — La morte non ha ministri, nè consiglieri, nè governatori di Provincie: indistinti le offriamo tutti un trono di putrefazione. Forse il cervello di colui che lasciava altissima fama tra i suoi confratelli di polvere non seppe nudrire che un tossico amaro, mentre il cervello di chi visse e moriva negletto, alimentò la rosa che si mostra sopra i capelli della vergine, — quasi in satira di sua fugace bellezza. — E pure con questo v'ha tale che sdegna toccare la mano del compagno, dove la sua non sia riparata da guanto; e tale altro saluta ora col cappello levato, ora con un tenue curvare della persona, ed ora finalmente con un semplice addio. — Tutti gli scrittori su l'arte drammatica, lo Schlegel inclusive, non hanno saputo peranche definire se questo mondo sia una tragedia bernesca, ossivvero una farsa lagrimevole; — che però valga a far piangere e ridere, io che scrivo, e voi tutti che mi leggete, senza eccezione nessuna, possiamo prestarne giurata testimonianza.

E fin qui per parentesi. Adesso ritornando al soggetto, vedrà il sole vermiglio accostarsi al tramonto (direbbe un secentista) — rosso per la vergogna di ritirarsi davanti la tenebra sua nemica, — e lungo la riva i vetri di alcune case lontane riverberarne il raggio, e parere tutte in fiamma: a mano a mano digrada il colore, e si alza, e si restringe su le croci dei campanili, o su l'estreme banderuole delle case, come la vita al cuore, e quivi vien meno. In quel punto udrà la squilla che piange il giorno che spira, udrà il canto del marinaro che saluta la luna sorgente dai monti opposti della valle Benedetta, e dell'artefice che cessa dall'opere per riposarsi e tornare alle fatiche domani, finchè non giunga il riposo dal quale nol desteranno il bisogno di nudrire la vita, nè gli stridi della famiglia desolata. — Giunto che sia il passeggiero davanti la chiesa di Santo Iacopo in Acquaviva, declini a diritta, e percorra fino al termine il braccio che si addentra nel mare; qui posi, e contempli la vasta pianura. — Il peso della umanità fia che gli gravi più leggiero su l'anima. In questo luogo vissero santi Anacoreti, che se le sorti mortali avessero potuto migliorare con la preghiera, le avrebbero certamente migliorate; qui insolentirono Conti, Marchesi, ed altri fieri Baroni che ci vennero dalle isole.[51] Quali sono le vicende che la storia racconta di coteste creature? La storia è muta della loro fama, com'è ignoto il sepolcro che ne rinchiude le ceneri: solo una fama lontana ci referisce che il vescovo Sant'Agostino su questi lidi al mistero della Trinità meditasse, e che il Redentore in forma di fanciullo qui gli apparisse.[52] Ora se il passeggiero ricalcando le orme già impresse ritorni al mio Livorno, vedrà le prossime colline festose di vigne e di oliveti; un po' più lungi altri monti non tanto cari alla natura, ma pur verdi; finalmente in fondo alla scena le Alpi genovesi, quasi sempre coperte di neve; e questi oggetti considerando paragonerà i più vicini colli alla giovanezza baldanzosa di liete speranze, e i medii alle cure sterili della virilità, gli estremi poi alla deserta decrepitezza. Nondimeno di là da quelle Alpi crescono altri olivi, altri aranci diffondono soavi profumi, altri uomini alzano inni di grazie al Creatore; Genova si specchia per entro il mare tirreno, le ossa di Andrea Doria fremono amore di patria. — Di là dalla decrepitezza chi è che sappia dirmi cosa rimane?

Sponde fortunate, v'amai quanto si può amare cosa terrena; spesso mi compiacqui affidare su questi abissi di acque il mio corpo, e fui vago di quello che altri chiama pericolo, ed io saluto di morte. Qui rinvenni conforto allo stanco pensiero, qui meditai su le colpe della schiatta che parla. — Or donde avviene che non vedete più il vostro quotidiano visitatore? Saremmo noi forse mutati? — No, siamo gli stessi; ma io seppi sagrificare un piacere per odiare meno i miei simili.

Correva nelle mie patrie campagne antico un costume, che le fanciulline del vicinato accompagnassero alla fossa i pargoletti defunti, i quali noi chiamiamo angioli; e finchè durava nella sua primitiva purezza io non so quale altro instituto al mondo si sarebbe potuto immaginare più commovente o più tenero. Vedevi coteste bambinelle vestite di una veste bianca, immagine della loro innocenza, procedere pensose su l'ente arcano e terribile che non può essere veduto, ma deve essere sofferto, che non ha forma, ma deve sformare tutte le creature della terra,[53] e portare chi la bara, chi i lembi del tappeto rosso: sorreggeva questa l'origliere su cui il morto capo si riposava, stringeva quella il crocifisso di argento, e sovente lo baciava; altre finalmente con le fanciullesche lingue tentavano ripetere le preci del sacerdote, e non vi riuscivano, e in chiunque le udiva muovevano il riso, — se non che con tanta compunzione pregavano, con tanto proposito di fare opera meritoria, che in fondo a quel riso sgorgavano le lacrime, e ti sentivi suscitare in mente un desiderio immenso di baciarle tutte, di farle tutte felici. I padri più facoltosi ponevano alla memoria di que' cari una tavoletta di marmo; ed io ne osservai una nel Camposanto di Santo Iacopo che rappresenta in basso rilievo una mano che, scarna, armata di falce, sbuca da un mucchio di scogli e sta per recidere una rosa. Sotto il basso rilievo si legge che la lapide copre una vergine colta da immaturo destino. Per quanto ne abbia mossa domanda, non mi è venuto fatto conoscere a cui la bella immagine appartenga. Chiunque ella si fosse, giuro che era un'anima bennata.

Il bel costume, di tanto oggi apparisce pervertito, ch'è un dolore vederlo, una vergogna raccontarlo. Certa caterva di donne accompagna le povere creature al sepolcro, immemori dell'affanno amarissimo della madre che pur testè contemplavano nell'abbandonare la carne della sua carne, impassibili alle tracce del pianto che bagnano tuttavia le guance del defunto, con la testa levata, percotendo del piè la terra come le figlie di Sion, camminano senza por mente alle sacre preghiere, e si proverbiano con tali parole che io non le voglio dire. Di ritorno dall'ufficio solenne le udii prorompere in turpi canzoni, ed una volta le vidi mescersi tra la folla di una vicina taverna, e con la bara, col tappeto, il Cristo in mano... tripudiare in tresche, non so s'io debba dirmi o più nefande o più empie. A prezzo, è vero, accompagnarono le Prefiche antiche i defunti alla tomba; ma almeno fingevano il pianto: — chi mai vorrebbe comprare un oltraggio ai suoi morti? — Certo giorno, preso da vaghezza di seguitare una di queste associazioni, vidi deporre su la terra la bara, e mentre il sacerdote recitava la orazione per benedire il cadavere, venire le proterve a contesa pe' fiori che lo circondavano. Interrotte il buon sacerdote le preci, paternamente le ammoniva, badassero alla carità del prossimo, al timore di Dio. Non per ciò si rimanevano punto; chè anzi di lì a poco rompendo in lite manifesta, si gittavano sul petto del trapassato, e strappandone il mazzo dei fiori se lo toglievano poi con iscambievoli percosse inferocite di mano. Il sacerdote mutò di sembiante, e stette come avvilito da così profonda infamia: — io mi fuggii maledicendo.

Nè mai per tempo mi verrà meno la memoria di quel grido che mi lacerò l'anima in simile occasione; — volsi la testa, e vidi una vecchia zoppicando affrettarsi dalla estremità del campo, e far cenno con la mano che sospendessero di comporre il corpo nella sepoltura: — mezza la testa lo copriva uno straccio di seta nera, e quindi scaturivano certi capelli irti da accomodarne una Furia: aveva la fisonomia truce, lo sguardo lustro e maligno. Giunse affannosa, si precipitò sul cadavere, e con una furia di rabbia si dette a tagliargli la veste, gli sfiorò anche le carni, ed io ne vidi gocciare alcune stille di morto sangue. — Domandava alla donna che mi stava vicina: — «A che quell'atto?» Mi rispondeva senza punto turbarsi: «Eh! non è nulla, signore; Io fa perchè il becchino non gli rubi il camice...» — Dio eterno!!!

In questo Camposanto riposa Antonio Benci, scrittore forbitissimo della patria favella. Nacque in Livorno, e per quanto gli concesse lo ingegno, che sortì pronto e vivace, onorò la patria sua con opere assai fregiate. Il Benci avrebbe provveduto molto meglio alla sua fama, se invece di ostinarsi dietro alla composizione di commedie e di romanzi ed altre cosiffatte opere d'immaginativa, per le quali mi parve sempre poco per natura disposto, avesse atteso a dettare scritti di morale, di storia e di critica, in cui fu reputato eccellente.

Questa sua ostinazione, come a lui, nocque a moltissimi, e troppo spesso ci tolse opere egregie. Una volta eravamo doviziosi d'ingegno, e con dolore sempre, ma con danno non grave di questo nostro paese, vedevamo sprecarlo. Ora poi cominciamo a patirne penuria, e ragion vuole che attendiamo a farne risparmio. La vita dissipata, la vertigine dei casi, il desiderio soverchio di provvedere ai beni terreni, il poco rimerito di fama, o qualunque altra causa più vera, ci hanno dissuaso dall'educare nel povero tetto un alloro con lungo studio, il quale ornava a un punto le tempie dell'uomo e della patria. Come colui che ha poco lume, a noi bisogna ripararlo col cavo della mano onde venti maligni non ce lo spengano e rimanghiamo desolati da tenebre insolite. Giova pertanto non logorarci in vani conati; poniamo diligente cura a conoscere noi stessi, dacchè insieme col difetto di volontà noi ci accorgiamo essere questi i vermi che rodono la gloria delle lettere italiane.

Ma per tornare al Benci, la sua morte accadde inosservata, mancarono pompe, e memorie; non gli mancarono affetti, perchè egli seppe amare, ma furono di pochi amici che non fuggono mai il capezzale dell'uomo dabbene. Or come avvenne questo? E sì ch'egli ebbe pratiche molte, che io mi guarderò bene profanare col nome di amicizie; ma per sua somma sventura ei l'ebbe principalmente tra i professori di umanità, tra i rigattieri di filantropia, e simile geldra d'ipocriti vecchi e nuovi, che putono un miglio lontano di mozzicone di lumen christii e di pappe di asili infantili. Il Benci per certe sue fantasie si allontanava dal mondo, e il mondo, siccome avviene, lo dimenticava; allora i professori di amore del prossimo, considerando che nell'onorario avrebbero rimesso le spese delle lacrime e del moccolo, non se ne dettero per intesi, e lo lasciarono cadere nel regno delle ombre senza sonetti, e senza necrologie co' Genii in fondo, i quali con una mano tengono la face rivolta a terra, e con l'altra facendosi velo agli occhi figurano piangere un pianto uguale a quello di coloro che ne ordinarono la stampa. Ma via, meglio così; imperciocchè mi paia meno tristo andare sconsolato di pianto, che sentirsi schernito col pianto bugiardo. — Egli scomparve quieto e indistinto, come una gocciola di pioggia nel mare. — Povero Benci!

Difficilmente io per me penso che sia dato all'uomo morire in modo più tranquillo, ed anche più lieto, di quello col quale moriva il Benci; e questa sua pacatezza in parte mosse da costanza; ma in parte ancora (e mi è pur forza dirlo) da una cotale condizione del suo spirito che lo conduceva, io non saprei ben dire, se a raziocinare con rigore di logica sopra principii falsi, o a raziocinare stortamente con principii veri; — non sempre però, nè spesso, ma, per sua disgrazia, nei casi più solenni della vita.

Pochi giorni (credo due) prima ch'ei ci lasciasse, io andai a visitarlo. I medici lo avevano fatto spacciato, ed anche a me pareva che per questa volta avessero dello bene pur troppo, imperciocchè al male consueto di per se letalissimo, erasi aggiunto non so quale ascesso di umori nel capo. Tampoco vedeva lume, e l'affanno che lo travagliava grandissimo alzava con frequenza coperte e lenzuola: nonostante mi riconobbe alla voce, e subito vispo e lieto mi fece festa, come se non fosse stato mai infermo; mi stese la mano, e quantunque apparisse giallastra come cera vieta, serpeggiata da vene sporgenti colore di piombo e violetta verso la radice delle unghie — io gliela strinsi di cuore.... Però il madore freddo che n'emanava mi corse su doloroso pei nervi del braccio fino al gomito; — nelle viscere penetrò con prestezza elettrica: — era sudore di morte.

«Ti vedo volentieri» — cominciò egli con voce alta dominando l'affanno e lo spasimo — «prima di andarmene: perchè adesso me ne vado davvero, e tu non puoi immaginarti con quanto inestimabile gusto.»

Ed io, stringendogli un tal poco la mano, con suono più dolce che poteva ripresi: — «Ma come, Tonino mio, ci hai gusto lasciando vedova la moglie e orfano il fanciullo? Tu ora non pensavi a questo, Tonino mio?»

«Anzi io ci pensavo ahora y siempre, oh poverini! E appunto perchè ci pensavo, io mi persuado morire opportunamente. Morire opportunamente! Francesco dopo la disgrazia che l'uomo ebbe di nascere, questo è il beneficio più grande che sortisse dai cieli. Mia moglie non ha bisogno di me, ed io troppo più che non conviene ho bisogno di lei: ella è capacissima a governare la casa, massaia ottima, adattata ad amministrare il patrimonio, ed io nulla. La età mia che sopravanza di molto la sua, e la infermità, e la indole strana sempre, adesso poi stranissima, mi hanno reso un vero impedimentum, come Giulio Cesare diceva dei carriaggi. La pazienza di questa donna a sopportarmi è stata angelica, ma alla fine pazienza non è contentezza di spirito. Il bimbo, o mi perda adesso o mi conosca quando inoltrato negli anni io non potrò educarlo e soccorrerlo, parmi tornare il medesimo; — al che aggiungi il guadagno di non affliggersi per difetto di conoscenza. — E poi,» soggiunse in aria di mistero «io sono innamorato....»

Ed io, piegando verso lui l'orecchio per sospetto di avere frainteso, interrogava: «Tu sei...?»

«Innamorato — del più veemente amore che io mi provassi nella vita, — per la mia fossa. Un mese fa io me ne andai al Camposanto di Santo Iacopo e me la ordinai da me stesso.... — Oh come ella è riuscita bellina! precisa nei lati e negli angoli, sicchè mi tornerà attillata alla vita come un vestito da sposo. Per questa volta mi sono mostrato incontentabile; perchè, capisci bene, Francesco, non si può dire al becchino come al sarto: — portala via, e fammene un'altra; — questa veste deve durarti un pezzo, fino a quando? — Fino al giorno del giudizio. Prima di mettermi a letto, per non levarmi più, Dio mi concesse di rivederla: la terra scavata a canto a lei formava un arginello tutto coperto di una erbetta verde ch'era un incanto a vederla. Oh bellina la mia fossa! Oh come me ne innamorai cento e più doppii! Come vi riposerò io bene dentro, e come io farò onorevole figura tutto fasciato di verde! — Una cosa sola m'incresce, e se la morte, cortese creditrice, mi concedesse un mese di grazia a pagarle la cambiale che trasse sopra la mia vita, e che io accettai cinquantotto o sessanta anni sono, mi accomoderebbe assai....»

Commosso profondamente, m'ingegnai insinuare in lui la speranza che mi mancava, e con un filo di voce che mi usciva a stento dalla gola stretta, gli dissi: «Ella sarà cortese, e ti prorogherà il pagamento anche a molti anni.»

«Basta un mese per finire il mio romanzo côrso. Io lo composi con amore, vi meditai lungamente sopra, fu il consolatore delle mie notti d'insonnia, il compagno del mio esilio, ma di giorno in giorno io differiva a scriverlo, ed ora la morte mi sta sopra e il tempo si fa corto. Adesso io lo dètto notte e giorno, e quella mia povera moglie scrive a distesa; — mi pare correre un palio con la morte, ma la morte vincerà.... vincerà di certo. Onde tu, Francesco, amico mio, fa senno, e giovati delle mie estreme parole: non rimettere mai a domani quello che tu puoi fare oggi. Il pigro si volta ora da un canto ora dall'altro, come l'uscio sopra gli arpioni, finchè la morte arriva a dargli la spinta e a chiuderlo, a cagione della saracinesca che si apre per di fuori del tempo da chi ha in mano la chiave dell'eternità. Vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....»

Qui gli mancarono a un punto la conoscenza e la voce: muoveva le labbra, ma non articolava le parole. Io svincolai la mia dalla sua mano, nè lo rividi più. Seppi poi che morì contento come un Santo, non pure per la persuasione di andarsene nella dimora dei giusti, quanto, e molto più, per la contentezza di riposare nella sua fossa bellina!...

Di niente altro al termine del suo terreno viaggio egli ebbe cura, tranne delle sue commedie e del suo romanzo: e questo non fu stampato mai, e quelle non si rappresentano più. All'opposto si ristampano meritamente la sua bella traduzione della Guerra dei Trent'Anni di Schiller, e le sue scritture filologiche, critiche, storiche e morali.

Ebbe natali illustri e larghezza di censo. La Fortuna con lo scemargli il secondo, offuscava alquanto lo splendore dei primi; ma poichè in lui furono copiosamente ingegno e virtù da bastargli sole per qualsivoglia stirpe o retaggio, e', finchè visse, fece onorato tesoro di amore di patria vero e di affetti pei congiunti e per gli amici. Così come fu dolce essergli amico in vita, torna cara e gradita la sua memoria, dopo la sua morte, a noi che lo riverimmo e lo amammo.

DISCORSO QUINTO. DELLA INTRODUZIONE DEI MERINI IN TOSCANA.

Il pellegrino ariete, che tutti Abbandonando della patria terra I ritrosi costumi, a miglior culto Si arrese obbediente, e nuovo assunse Abito e tempra, e di Merino ha nome. Arici.

Se, come i più dei filosofi concedono, la condizione pastorale costituisce il secondo periodo che l'uomo percorre onde ridursi a vivere vita civile, antichissimo è certo il commercio della Lana. Numa, per sentenza di Plinio, o piuttosto Servio, secondo quello che ne lasciava scritto Macrobio, faceva imprimere su le monete la immagine di bove o di pecora, o di qualche altro domestico animale, per promuovere la cura del bestiame, di cui parte principalissima compongono le pecore: e il denaro appunto presso i Romani fu chiamato pecunia, perchè portava impressa l'effigie di alcuni tra i rammentati quadrupedi, che si comprendevano sotto il vocabolo generale di pecus, come narra Varrone. Le donne latine dai tempi ultimi del regno, dove tanto furono severi i costumi, fino ai primi dell'impero, in che tanto apparvero corrotti, intesero allo studio della lana. Ci riferisce la storia come il figlio di Tarquinio rinvenisse Lucrezia occupata a' distribuire il compito della lana alle ancelle, e come Augusto imperatore non cingesse mai altre vesti che le tessute dalle mani di Livia sua moglie. I Censori, che furono magistrati preposti ai costumi, ebbero eziandio l'incumbenza di badare alla cultura delle pecore; e ciò non già perchè i Romani, considerando molti tra gli uomini in nulla differenziare dal bestiame, tranne nel numero dei piedi, li riputassero degni di custode comune, — ma perchè meglio si vigilasse questo ramo di pubblica economia. Instituirono premii, i quali narra la storia che si chiamassero ovini, pe' padri di famiglia che vi poneano pensiero, e ammende pe' trascurati. L'Italia nostra produceva in cotesta epoca lane siffatte che non cedevano alle affricane, nè alle asiatiche, e spesso occorrono versi in Virgilio che celebrano le lane pugliesi e le tarantine, come le migliori del mondo. I Barbari, che tutto (meno il cielo) distrussero tra noi, rovinarono anche questo ramo d'industria umana, e l'Italiano avvilito, non che pensasse a migliorare il suo stato, trovò brevi i giorni della vita — per piangere.

Imperando Claudio, Marco Columella, zio di quel tanto celebrato Columella che scrisse libri intorno le faccende rurali, introdusse primo nelle vicinanze di Cadice la pecora affricana, e la congiunse col montone spagnuolo. Tornarono invano le diligenze di quest'ottimo cittadino, imperciocchè simili imprese, dove non sieno protette da liberali Governi, o poco sussistono, o lentamente si allargano. I Mori, che parte della Spagna conquistarono, la industria della lana non neglessero affatto, ma il principio vero di questo commercio, che poi salì a tanta altezza presso gli Spagnuoli, vuolsi attribuire a Don Pedro IV. — I maligni che studiano del continuo un pretesto per essere ingrati ai benefattori dell'umanità, lasciarono detto, non essere derivato da animo benigno quanto operava Don Pedro, sibbene dalla necessità di affezionarsi i Castigliani, onde contro i fratelli bastardi di Eleonora loro madre lo difendessero. Noi però che lasciamo a Dio quello ch'è di Dio, la conoscenza del cuore, — e ci restringiamo a lodare gli effetti senza porre mente alla causa, collochiamo il nome di Don Pedro nello scarso numero di quelli che onorano la nostra specie. Il cardinale Ximenes, prevalendosi di alcune vittorie riportate dal re Ferdinando contro i Mori, trasse dall'Affrica quantità grande di Merini, ed ampliò nella sua patria il commercio della lana. Di lì in poi, il lanificio in Ispagna di male in peggio precipitava; sia che dobbiamo incolparne la vicenda consueta delle cose del mondo, o piuttosto l'accidia degli Spagnuoli, fuori di modo accresciuta dalle piastre che annualmente mandava loro Acapulco; nè in oggi sapremmo riportare in quale condizione vi si trovi, perchè nulla c'invita a ricercare le cose di quella infelice contrada. Buone e belle pecore, da tempi che non conservano memoria, ebbero certo gl'Inglesi; ma come quelli che per essere divisi dall'Europa assai lentamente progredirono nella civiltà, per molti secoli si ridussero a mangiarne le carni, ed a vestirne le pelli. I Fiamminghi li ammaestravano nella tosatura, e cotesti isolani, in meno che non fa mezzo secolo, di 10,000,000 di sterlini le finanze loro avvantaggiarono, Giovanni Kemp instruiva primo i suoi concittadini nel lanificio, ed Eduardo IV, per promuovere le patrie manifatture, proibì la introduzione dei panni stranieri. I successivi sovrani, intenti sempre alla maggiore prosperità del lanificio, vietarono l'estrazione delle lane. Giuliano e Lorenzo dei Medici è fama che da Enrico VII ottenessero estrarne quante loro ne abbisognassero, e i Veneziani 600 sacca soltanto. Enrico VIII, dai nostri storici tanto a cagione del suo scisma vituperato, richiese Carlo V di 3000 merini, e questi che cercava ogni via per farselo amico nella contesa contro Francesco I, di leggieri lo soddisfece. Ottenute le 3000 pecore, Enrico due per parrocchia con un montone distribuiva, alla custodia del principal possidente della contrada le commetteva, e così i fondamenti del regno glorioso di Elisabetta apprestava. Questa regina ogni privilegio dei Fiorentini e dei Veneziani soppresse, e l'estrazione della lana con la confisca dei beni e il taglio della mano, per la prima volta, difese; per la seconda con la pena di morte.

Venendo ora a parlare della patria nostra, troviamo scritto come gli Umiliati, Ordine utile di Frati, introducessero o perfezionassero il lanificio in Firenze. In breve que' sottili cervelli dei Fiorentini, superati i maestri, tanti miglioramenti seppero rinvenire, che furono i panni loro a tutti gli altri preposti; nè potendo co' propri soddisfare alle infinite richieste, presero ad incettarli greggi in Inghilterra, in Olanda, in Ispagna ec. ec., e poi cardandoli — cioè cavando fuori il pelo col cardo, — cimandoli — recidendo il pelo soverchio con forbici, e tingendoli, li facevano comparire maravigliosi. La tintura in ispecie occupava ogni loro diligenza, ed ognuno, per quanto leggermente versato nella storia del suo paese, conosce come dovessero i tintori sodare, ossivero prestare all'Arte della Lana malleveria per 300 fiorini d'oro; come ufficiali detti delle magagne giudicassero della bontà delle tinte; finalmente come ogni giuoco, meno quello degli scacchi, fosse nelle botteghe appartenenti all'Arte della Lana proibito. Immensi tesori derivarono ai Fiorentini da siffatto commercio, dei quali perchè abbia idea il lettore, riferirò uno squarcio delle Storie fiorentine di Benedetto Varchi, che dice così:[54] «E perchè niuno non si maravigli come ciò sia possibile, che il Comune di Firenze con meno di 25,000 fiorini di entrata il mese abbia fatte e sostenute tante e tali guerre contra tanti e tali principi e repubbliche, sappia che l'entrate straordinarie, cioè i balzelli e gli accatti posti a cittadini così sopportanti, come non sopportanti, sono state sempre, si può dire, molto maggiori che l'ordinarie; e che questo sia vero, racconta meser Cristofano Landini, uomo dotto ed eloquente, ed a cui deve non poco la fiorentina repubblica, nel principio del suo comento sopra la grande opera di Dante, che dal 1377 infino all'anno 1406 si spesero soltanto nelle guerre 115 centinaia di migliaia, per usare le sue proprie parole, cioè 11,000,000 e 500,000 fiorini d'oro; e perchè ogni 100 fiorini pesano una libbra giusta, 1,000 fiorini sono 10 libbre; dunque 40,000 fiorini fanno una soma di mulo, la quale pesi 400 libbre; onde saranno fra tutti 287 some di fiorini, e ne avanzano 20,000 che sono una mezza soma; e perchè 200,000 fiorini fanno una carrata di 2000 libbre, moltiplicano in tutto 57 carrate e mezzo appunto; e tanti ne spesero in meno di 50 anni in 4 guerre i Fiorentini.[55] Racconta il soprannominato Cristofano, che 77 case di Firenze (e racconta quali) pagarono di straordinari dall'anno 1430 infino al 1453, 4,875,000 fiorini, che sono in detto tempo più che 100 some d'oro, che fanno meglio che 20 carrate; ed io trovo che lo stato popolare dal 27 al 30 cavò di straordinari in 3 anni 1,419,500 fiorini d'oro. Nè sarà alcuno il quale prenda ammirazione onde tante e così gran somme di danaro si cavassero, solo che sappia che oltre l'Arte della Seta, secondo membro di Firenze, ed oltre le altre industrie, l'Arte della Lana sola, lavora ogni anno da 20 a 23,000 pezze di panni, come si può vedere a' libri dell'Arte dove dette pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» —

Esposta adesso sommariamente la storia del lanificio in Firenze, ci si presentano due quesiti da sciogliere: 1º Per quali cause cessasse in Toscana; — 2º Se si potesse, e come, ridurlo in parte alla primiera prosperità.

Agevole cosa è rispondere al primo. Fidenti troppo i Fiorentini nel mistero della propria manifattura, trascurarono i mezzi di raccogliere in patria la materia greggia. Svelato il segreto, per le leggi di Elisabetta proibito cavar lane dall'Inghilterra, ebbe il lanificio in Toscana terribile scossa; cadde poi in completa rovina, quando gli Spagnuoli e gli Olandesi, rifiutando le lane allo straniero, giunsero a saperle lavorare perfettamente quanto altri.

Riguardo al secondo quesito, affermiamo potersi ravvivare con l'introduzione del Merino nelle nostre campagne.

Il Merino, ovis hispanica, ha comune la patria col Merino inglese: ambidue sono figli dell'Affrica. Non sia grave al lettore leggerne la descrizione che fa di questo animale l'Arici nella sua Pastorizia:

Guarda che un misto di selvaggio ancora Dell'inospite suolo, onde a noi venne, Ti palesa Merin! se non che il grave Contegnoso andamento, e l'alterezza, Dell'ispanica terra esser ti dice Abitatore. Or chi n'acquista, al vello Badi, agli atti, alle forme, onde non erri Nella scelta il giudicio, e di non vera Ignobil razza adempia indi l'ovile. Tra le iberiche madri alto si estolle Il maschio, e nell'andar libero e pronto Par che ad arte misuri e studii il passo. Scuro e vivace ha l'occhio, oltre misura Largo il capo e compresso, irte le orecchie, E giù ravvolte a spira ambe le corna: Denso ha il ciuffo elevato, e sime nari, Grossa cervice, e breve il collo e largo; Tra i rilevati muscoli si spande Lanoso il petto, in molto adipe avvolto, Tonda è la groppa, e molle si riposa Sovra l'anca piegata agile e piena.

La coltura di questa razza di pecore nobili, ove fu promossa con intelligenza e in proporzione del terreno, partecipò nuovo impulso alla rurale economia. Afferma Lorenzo Pignotti non essere gran fatto acconcia la Toscana nostra a questa coltura, perchè piena di colline, dove l'olio, il vino, il grano e le biade sono ottimamente coltivate; non offre pascoli necessari per nudrire il bestiame, e perchè le nostre migliori pecore producono 3 4 libbre di lana ordinaria, mentre le spagnuole e le inglesi producono 8 o 9 libbre di lana eccellente.[56] La seconda di queste ragioni vien meno con la introduzione del Merino; la prima, comecchè in parte non vera, diverrà in breve falsa pei miglioramenti delle Maremme. Che se la coltura del Merino tanto è prosperata in Sassonia dove con travaglio e dispendio infiniti si conserva questo prodotto di regioni meridionali, quanto meglio potrebbe riuscire in Toscana, dove quasi sempre tepido è l'aere, e i giorni sereni! Qui poco è bisogno di stalle, e dì e notte può vagare il bestiame a suo bell'agio pei prati. Edgardo re, dopo tre anni di caccia ostinata, narrasi che estirpasse i lupi dalla Inghilterra: qui, sia benignità di clima, che favorevole ad ogni cosa gentile torni infesto alle dannose, o che altro, questi feroci animali di rado o mai si fanno vedere. Affermano i geografi lo Xenil e il Douro, riviere della Spagna, capaci di guarire alcune malattie a cui vanno sottoposte le pecore, la qual cosa non ardisco approvare, e negare nemmeno, ma anche le nostre pianure sono liete di lavacri, che dai suoi gioghi a noi versa Appennino, e qui puranche si bevono chiare, fresche e dolci acque. Sono le coste propizie agli armenti, però che i vapori salini di cui si impregnano l'aria e le piante producono nei visceri degli animali un acido salutifero, e le Maremme, come ognun sa, per bene 50 miglia si sprolungano lungo la riva del mare. Nè in Maremma soltanto occorrono luoghi acconci alla coltura del Merino. Le parti montuose della Toscana, dove crescono gli alberi destinati alla costruzione, offrono eccellente pascolo alla coltura delle pecore, buona è la terra magra ed asciutta; l'umida e bassa buonissima, come quella che può fornire fieni onde nudrirli nei pochi giorni che non possono pascolare pe' prati. Lieve sarebbe tra noi la spesa di fabbricare una stalla per ricovrarle nel tempo in che punge rigido il vento, o in quello affannoso della canicola, dacchè abbastanza ci provvide il cielo di conveniente legname. La maggiore spesa consisterebbe nella compra di un gregge: ma a tanto può giungere il guadagno che deriva dalla vendita della lana e degli agnelli, che noi non dubitiamo punto ad accertare che in 4 o 5 anni sarebbe ricuperato il capitale. —

Ed ecco quanto ci è parso bene favellare intorno questo soggetto. Sieno le nostre parole di eccitamento altrui a più profonde meditazioni, sieno eccitamento a tentare. Sentenza degl'infingardi, che amano gittare lo sconforto nell'anima dei generosi, si è quella che l'esperienza tentata e non riuscita, abbia a menare seco il ridicolo. Se la natura non fosse stata mai interrogata, mai avrebbe risposto. Lo studio di osservare manifesta non pure il buono ingegno, ma anche il buon cuore, imperocchè l'uomo accidioso sia uomo maligno. Rammentino i popoli che sono gli artefici della propria prosperità, e che Dio, secondo il bel pensiero di un moderno scrittore, ha detto all'uomo: «Debole opera delle mie mani, io non ti sono in nulla obbligato. Abbi in dono la vita: tu troverai il mondo, nel quale ti pongo, ingombro di beni e di mali: tua sia la cura per distinguerli, tuo il pensiero di schivare le spine, e incamminarti pel sentiero dei fiori. Sii l'arbitro della tua ventura: in te commetto i tuoi successivi destini.»

Vedete alla pagina seguente la Tavola fondata su L'esperienza del come possano moltiplicarsi i greggi, salvo inaspettati avvenimenti.

OSSERVAZIONI.

Ponghiamo che 5 a 6 per ogni 100 femmine rimangano sterili, — che la metà dei nati sia maschi, metà femmine, — che il numero degli agnelli morti sotto un anno sia maggiore di quello degli adulti e delle madri. — Chiamiamo sottanni gli agnelli di un anno, adulti que' di due, che sono in istato di produrre. — Alla fine dell'anno gli agnelli sono portati nella colonna dei sottanni, questi nella colonna degli adulti, e gli adulti in quella delle madri. In questo modo è calcolato il progressivo incremento.

LEGENDA:

M = Madri; A = Adulti; S = Sottanni; P = Pecorini; Mon = Montoni; P1 = Pecorini d'un anno

EPOCHE. PECORE. MONTONI.

M A S P Mon P1

1828. Gennaio 300 — — — 10 —

Si defalca 6 — — — — —

1829. Gennaio 294 — — — 10 —

Aumento — — — 135 — 135

294 — — 135 10 135

Si defalca 4 — — 8 — 8

1830. Gennaio 290 — — — 10 127

Aumento — — — 130 — 130

290 — 127 130 10 257

Si defalca 4 — 7 8 — 15

1831. Gennaio 286 120 122 — 10 242

Aumento — — — 130 — —

detto — — — 50 — —

286 120 122 180 10 242

Si defalca 6 3 5 10 — 18

1832. Gennaio 280 117 117 170 10 224

Trasporto 397 117 170 — 10 224

Aumento — — — 240 — 240

397 117 170 240 10 464

Si defalca 11 3 8 18 — 29

1833. Gennaio 386 114 162 222 10 435

Trasporto 500 162 222 — 10 435

Aumento — — — 310 — 310

500 162 222 310 10 745

Si defalca 20 6 14 25 2 35

1834. Gennaio 480 156 208 285 8 710

Totale — 18 47 —

DISCORSO SESTO. DEL FALLIMENTO.

Stamane, o vogliam dire stamani, rendendomi secondo il solito al tranquillo mio studio, la memoria mi attraversava al pensiero quel verso di Dante: — le leggi son, ma chi pon mano ad esse? — Ed io bandiva questo verso, ed egli, a guisa di un mendicante importuno, tornava ad assediarmi più fastidioso che mai, sicchè scelsi pel meglio di meditarvi un po' sopra; e la materia doveva essere ben disposta in mente, perocchè subito l'intelletto sbalzasse con un salto omerico[57] sul commercio, e dal commercio sul credito, e dal credito sul fallimento ec. ec, come per chi ne ha voglia potrà leggersi qui oltre. Le mie idee si aggiravano entro un luogo vuoto, quale senza corda confesso essere l'interno della testa accomodatami su le spalle dai cieli benigni, o maligni onde non le prendeva paura d'incontrarne altre che le facessero arrossire per l'umile veste di cui andavano abbigliate, ossivvero retrocedere perchè non sufficienti a correre una giostra di sillogismi: ed ora che io le spingo fuori presso a poco col garbo di un geloso che accompagna alla porta un ospite malgradito, dichiaro invano sarebbe loro gettato il guanto della sfida: — abborrono ogni contesa. — Se v'è del buono sel prendano, il tristo lo lascino stare; — se tutto tristo, le abbiano per non nate, o le si gettino tra le rovine del niente, come diceva l'altro anno un poeta romantico.[58] — È egli un bene il commercio? — Secondo: i punti di vista di uno oggetto sono varii; — dal basso in alto cresce, dall'alto in basso diminuisce, e via discorrendo. Io per me penso che senza commercio non avremmo goduto i prodotti dei paesi le mille miglia lontani dai nostri; ed allora lo suppongo un bene, — biasimando per indole la rigida setta degli Stoici, e coloro che la suprema ventura ripongono nello spogliarsi di ogni piacere della vita... felicissimo allora tra le cose create il macigno! felicissima delle umane condizioni la morte! — e confacendomi meglio con quell'antico Sapiente che volle statuito un premio a colui che avesse trovato un piacer nuovo. — Gloria dunque al commercio, però che accresca il novero dogli umani godimenti. — Taluno anche esclama: Gloria al commercio, che le utili cognizioni diffonde per tutta la terra, che stringe in vincolo di fraternità i remoti popoli ec. ec. ec: ma questo non dico già io, che rammento l'amor fraterno che portarono gli Spagnuoli in America, e parmi vedere Tipoo-Saib mostrarmi la tempia rotta in segno dell'amore fraterno portato dagli Inglesi nell'India ec. ec. ec. Ora se il commercio è un bene, o parte almeno di bene, principalissimo sostegno gli è il credito. — E qui nota, lettore, un altro sbalzo omerico, perchè tengo per fermo che tu sappi avere il commercio cominciato da prima per via di baratti, poi in questa maniera mal potendo durare, mediante compra e vendita a pronti contanti, come quello che camminava ristretto, provvedendo ai bisogni esclusivi di un popolo; finalmente provvedendo anche agli altrui con promesse o verbali o scritte che rappresentassero il prezzo della merce da ritirarsi dopo alcuno spazio di tempo, onde dare agio al rimborso dei rivenditori, e così di seguito. — Nelle attuali condizioni del commercio pertanto, mancando il credito, cessa il vento, e la nave sta. — Si legge in un libro, stampato con licenza dei Superiori, come mediante questo credito meglio di 15 milioni al giorno nella banca di Amsterdam circolassero; come in cotesto paese fossero mercanti che per ben 60 milioni all'anno trafficassero. — Di fibra sottilissima è il credito, e dilicato quanto l'erba sensitiva, di cui le proprietà il lettore può riscontrare a bell'agio in Linneo, p.... vol.... ediz. in.... rilegato in marrocchino verde. Se dunque un semplice tocco l'offende, pensate un po' voi che sarà mai quando si tratti di colpi di scure; e colpi di scure e peggio sono pel commercio i fallimenti.

Di questa parola fallimento domandai l'altro ieri la etimologia ad una parrucca grecista in erudizione grandissima; e come delle dieci, le nove volte avviene con siffatte creature, dopo un lungo meditarvi sopra mi disse con sussiego da Idalgo: non saperne nulla. — Ridotto dunque ai miei mezzi, io vi faccio sapere fallimento in latino chiamarsi decotio, decozione, da cottura, o scottatura, e poichè se scotti, voi meglio di me vel sapete, così ancora meglio di me comprenderete se l'etimologia sia giusta. — In italiano non mi riuscirebbe di tanto agevole spiegazione, dove non mi soccorresse la voce pubblica, che decomponendo il verbo fallire lascia un l per via, e lo deriva da fa — lire, monete toscane di 20 soldi precisi; — cosa che quantunque in apparenza diversa potrebbe pure accordarsi colla scottatura. Dell'inglese failing, o bankrupty, non dico nulla; della faillite francese nè meno: ognun dal canto suo cura si prenda. — L'evento pur troppo dimostra vera la burlevole origine della parola, e malgrado le declamazioni dei filosofi, «il negoziante non cessò di considerare il fallimento come un mezzo di migliorare fortuna, e di farsi ricco davvero dopo il terzo fallimento.»[59] Furonvi uomini che comprarono fattorie con le perdite fatte in commercio, e si additò persona che per avere perduta la nave in mare si fabbricava un casamento in terra ec. ec. ec. Fin da quei tempi si notarono gli errori, si proposero rimedii; — non mancarono leggi ed ordini per provvedervi; ma non sortirono l'effetto; — perchè non sortirono?

Prima sputò tre volte, e poi tossì, Quindi a parlare incominciò così: La novella di Fra Pasquale.

Nol sortirono: 1º Per difetto dei Negozianti; 2º Per difetto di ordine.

1º Per difetto dei commercianti: — perchè la più parte di questi hanno maggiore vergogna (e ciò in loro onore) a perseguitare il ladro, che il ladro a rubare; — perchè con l'arrendevolezza propria (e ciò in loro torto) si preparano l'altrui in simili casi; — perchè l'uomo naturalmente infingardo si spaventa a dovere prestare l'opera sua come Agente, Sindaco provvisorio, o definitivo. — Su la importanza di accettare questi uffici, nell'Indicatore Livornese Nº 8 comparve uno scritto, del quale non dico parola, rammentandomi certo statuto di Carlo Magno per l'Accademia francese, che proibiva agli Accademici scambievolmente lodarsi; e nei casi presenti lo raccomando alla pubblica attenzione. — Ora per tornare alla lista dei perchè, — dicono le male lingue, ed io consiglio tutti a non badarle, bastare che un qualcheduno di oltre mare o di oltre monti piova tra noi, e racconti ai nostri non troppo destri in geografia esser venuti da Bengodi, terra dei Baschi, ove si trova la montagna del formaggio parmigiano; oppure dai paesi del Soldano, in cui si fanno di smeraldi le macine da mulino;[60] e noi tutti gli facciamo di berretta, e a mani giunte lo scongiuriamo a degnarsi di vuotarci i magazzini; — perchè molti dei creditori ricevendo in manica dal fallito una somma di danaro, volgarmente detto contentino, firmano la concordia, e costringono gli altri, ridotti in piccolo numero, a seguitarli di santa ragione; — perchè fuggendo (come acqua l'idrofobo) dai Tribunali, non fanno dichiarare il fallimento, e impediscono i magistrati a prenderne contezza; con altri assai perchè, che tengo belli e registrati in uno scartafaccio, il quale un giorno o l'altro darò ai miei tipografi, affinchè lo stampino — (per concorrere alla nobil gara di promuovere con ogni più utile mezzo la pubblica instruzione, e solo per lo affetto sperticato che nudrono pei loro patriotti,[61] ec. ec. ec.) a L. 10 il volume ec. ec. ec.

2º Per difetto di ordini: — perchè se a molto provvidero, non fu provvisto a tutto, e se la catena difetta di un anello, non istringe persona; — le spese enormi che occorrono, — la lentezza del procedere, dissuadono dal cimentare giudizi; — ai definitivi reparti non possiamo dare luogo se prima il processo criminale non è risoluto; — il processo si prolunga anni, — e dove il danaro irregolarmente accettato poteva impiegarsi con utile, chiesto nelle regole sta morto, e non frutta. — Ordina il Codice di Commercio si trasferisca il fallito in carcere, anche prima di conoscere se doloso o infelice sia il fallimento (Art. 455): in pratica, quantunque promossa la domanda di arresto, quantunque manifesta la bancarotta, passeggia, commercia, e proteo redivivo s'incappa da contrabbandiere, o s'immaschera da mezzano. — L'uomo sospetto di aver commesso un furto cum fustibus et gladiis è rinchiuso immediatamente in carcere: il fallito doloso che prese merci e danari nei 40 giorni antecedenti il fallimento (445), che non giustifica perdite (593), che non pure non tenne i libri in regola, ma nè anche presenta libri (594), non è tocco. — Forse perchè il fallimento doloso è meno grave del furto semplice? Filangeri, amico degli uomini, non dubitò consigliare che al bancarottiere si dovesse con un ferro rovente segnare in fronte la nota dell'infamia, e condannarlo a carcere perpetuo.[62] La riforma Leopoldina, § 79, parifica il fallimento doloso al furto qualificato, epperò gli applica la pena dai 3 ai 20 anni di lavori pubblici; la legge del 1º agosto 1827 dai 7 ai 20 anni.

Una volta, una legge d'iniquità puniva il misero oppresso dalla fortuna, e il vile speculatore del delitto: qualunque fallito, negli antichi tempi della repubblica fiorentina, nudata la parte del corpo che l'uomo cela per verecondia, doveva pubblicamente e tre volte batterla su la pietra dove si legava il carroccio. — In tempi più recenti le leggi di Europa condannavano il fallito in buona fede al carcere perpetuo. Questo stolto rigore faceva a ragione sollecita la gente a fuggire i temuti giudizi, a celare nei suoi principii la cosa, a sottrarla dall'ingiusto ordinamento. — «La energia del negoziante non deve essere indebolita o spaventata dalla pena: è bastante quella che dipende dalla cosa stessa. Il legislatore deve punire nel negoziante la negligenza e la frode,»[63] scrisse il nostro Filangeri; e le odierne leggi non solo vollero rimandato libero l'onesto fallito, ma ristorando l'offesa della sorte, disposero che potesse a titolo di soccorso domandare una somma sopra i suoi beni (538); imperciocchè il Codice di Commercio fosse compilato da una gente che sapeva e voleva leggere la Filippica 2ª di Cicerone al punto in che divide in tre classi i falliti: — fortunæ vitio, vel suo, vel partim fortunæ, partim suo vitio. —

Tolto così il timore d'involvere il reo coll'innocente, non v'è motivo di sfuggire per questa parte il Tribunale.

Deplora il nostro Filangeri la facoltà concessa ai negozianti di stipulare col fallito doloso: e a ragione si lagna; perchè non deve appartenere all'individuo il far sì che un'azione sia o non sia delitto. Pei delitti pubblici non basta la quietanza dell'offeso, e la legge del 1786 e l'altra del 1827 parificano, come vedemmo, il fallimento doloso al furto qualificato. — Il Codice di Commercio provvide anche a questo, ordinando all'art. 440 che ogni fallito dovesse dentro tre giorni dalla cessazione dei pagamenti farne la dichiarazione al tribunale. La legge del 1º agosto 1827 richiamò in vigore questo articolo; ma non sottoponendone l'ammissione alla pena determinata all'art. 587 nel citato Codice, non impedì l'evento di quanto esposi qui sopra.

Adesso io me ne stava sul pensare ai modi di meglio far camminare le cose in hac lacrimarum valle, perchè ogni uomo, per quanto incapace di reggere la sua testa, non renunzia alla dolce illusione di potere ordinare le altrui; quando ad un tratto mi rinvenni a piè della scala, onde mi convenne dare agli scalini di pietra l'attenzione che divisava impiegare con le teste di carne e d'ossa dei miei fratelli in umanità, premendomi assai più i termini della mia persona, che il principio della loro. Salito allo Studio, trovai un uomo ridente, pieno di arguzie, proverbi ed altri motti leggiadri, il quale mi dichiarava, come avendo ricevuto un 100 voleva restituire un 25, per la gran ragione che poteva volendo non dar nulla. Chiamai i datori del 100, e dissi loro: doversi nei casi attuali decretare una corona civica all'uomo che volendo può esser 4⁄4 ladro, e consente di rimanersi 3⁄4 soltanto; in ispecie poi che il minimo moto per la parte loro lo avrebbe fatto diventare i consueti 4⁄4. — Gl'intelligenti intesero, si strinsero nelle spalle, e firmarono: uno, ispirato dall'ombra di colui che condusse la impresa dei molini a vento,[64] proruppe voler purgar la terra dai mostri, e so di certo che lo farà quando abbia trovata la clava di Ercole, la quale, per quello che racconta Ovidio, arse sul monte Oeta col suo proprietario, — di cui l'anima, come tuttogiorno avviene anche tra noi, Seneca nelle tragedie manda in cielo, e Omero nell'Odissea pone nell'inferno.

DISCORSO SETTIMO. LO INCENDIO DI UN PAGLIAIO.

E se il mondo sapesse il cor ch'egli ebbe, . . . . . . . . . . . . . . . Assai lo loda, e più lo loderebbe. Dante.

Qualunque ornamento, sia pur quanto pensi leggiadro, tu ponga attorno alle Grazie ed alla Verità, non puoi far sì che in parte non le adombri; e poichè la principale loro bellezza consista appunto nel manifestarsi da ogni lato scoperte, l'antica sapienza ordinò che nude del tutto fossero rappresentate. Innamorati pertanto degli antichi concetti, nel referire un'azione generosa, che è la vaghissima delle Grazie dell'anime, noi lasceremo ogni importuna amplificazione alla vanità dei retori, tenendoci stretti alla ingenua esposizione del fatto.

In questi ultimi mesi con inaudita frequenza sgomentarono gl'incendii rustici, non solo nel contado nostro di Livorno, ma ed anche per l'universa Toscana. I mobili cervelli del popolo, desiderosi d'investigarne la cagione, immaginavano da prima derivassero dalle ultime leggi proibitive intorno la caccia; se non che poi, osservando meglio, conobbero come gl'incendii accadessero più sovente nelle scarse facoltà della povera gente, la quale non aveva nè volere, nè mezzi d'impedire la mania di lanciare piombo alle nuvole, che nei vasti dominii dei signori potenti: onde costretti di farsi in traccia di un nuovo motivo, pensarono alle compagnie instituite per l'assicurazione del fuoco, e supposero che avessero promosso cotesti piccoli incendii, e per conseguire col timore un cumulo di premii che forse non avrebbero ottenuto colla ragione. Sospetto destituto di ogni buon fondamento, non sembrando possibile che uomini integerrimi, per guadagno volessero senza assicurazione correre il pericolo del sinistro dei lavori pubblici a tempo o a vita destinati per pena agli incendiari con la legge dei 30 novembre 1786. — Ma di ciò sia che vuolsi: noi tornando alla storia, dobbiamo raccontare come in una notte del trascorso mese fosse nel circondario della pieve di Salviano appreso il fuoco al pagliaio d'un certo chiamato Canaccini. Alla vista delle fiamme accorsero i più prossimi, e con ogni argomento loro s'ingegnavano d'estinguerle; per mala sorte gli sforzi della buona gente riuscirono indarno, chè la violenza del fuoco prevalse, ed in poca ora distrusse gran parte dogli averi della povera famiglia. Dolenti tutti, circondavano il dolentissimo contadino, e gli profferivano parole di conforto, quando Giovan Batista Pannocchia, con certi suoi nuovi modi, fece osservare doversi a parole consolare l'uomo di cui il danno è inevitabile, ma quando vi ha luogo di ripararlo coi fatti, questi, e non i discorsi, giovare agl'infelici: però voltosi al Canaccini, soggiunse: «Sicchè, compare, prendi animo, e se domani vuoi fieno per le tue bestie, vieni o manda a' miei pagliai, e togline quel tanto che te ne farà di bisogno.» — L'offerta del Pannocchia mosse la generosità de' circostanti, che il giorno dipoi su quell'aia medesima un nuovo palo inalzarono, e il Canaccini ebbe un pagliaio più grosso di prima.

Il nostro Pannocchia (e ciò sia detto per tornare un passo addietro) è uno di quei tutori, che convertirono in benestanti i pupilli miseri alla fede loro commessi.

Adesso la sciagura allontanata dal Canaccini soprastava più grave al buon Pannocchia; e poche notti dopo l'incendio rammentato, arsero senza riparo i suoi quattro pagliai. — I contadini affollati per sopprimere il fuoco si partirono senza dirgli parola; ma all'alba del giorno successivo, qual con barrocci, qual con carra cariche di fieno, di paglia e di strame, furono a casa dell'uomo onesto, e con grida festose lo destarono da un sonno tranquillo. Il sole che sorse salutò un monumento di amore, là dove avrebbe illuminato una traccia di cupidigia colpevole o di rabbia feroce senza la pietà di quegli ottimi contadini. — Ci affida il Vangelo che le opere buone saranno nove volte più rimeritate nella vita futura, ed è questo grandissimo motivo al bene per l'uomo, composto in maniera che di rado si muove se timore di danno o desiderio di premio non lo dirige. Veramente non essendo qui la patria nostra, dobbiamo intendere a guiderdoni meno caduchi di quelli che ci possono offrire le creature che muoiono; ma tengo per fermo che Dio stesso esulti della sua fattura quando vede un uomo riconoscente. — Intanto giunga questa lode, che è figlia del cielo quando si parte da labbri incontaminati, alle orecchie dei buoni che la promossero, e li rallegri.

Nell'imprendere lo Indicatore Livornese promettemmo registrarvi gli annali della civiltà di questa terra, e non c'inganna il desiderio se crediamo che le cose referite vagliano sopra ogni altra a dimostrarla. Forse rigido giudizio ci aspetta dal postero che ricercherà severo la storia dei nostri tempi; pure da questi pochi e radissimi fatti comprenderà non tutti essere stati iniqui i suoi padri, ed essere vissute anime capaci di operare il bene, ed altri non adontarsi di farlo palese, perchè si partisse da gente di umile condizione. — Forse la nostra memoria sarà benedetta: — noi allora morti non udremo la voce dei figli; ma cos'altro ci giova nella vita presente quanto la speranza di questo compianto?

RICCARDO COBDEN.

Adelante, Pedro, con juicio.

Gli economisti inglesi vanno predicando adesso la libertà di commercio. Tennero dapprima un sistema opposto; se per errore o per buono accorgimento, poco importa che per noi ora sia ricercato. In questo punto giova considerare le nuove dottrine che essi s'ingegnano far prevalere.

Libertà suona parola d'incanto, sembra prodigio la teoria d'introdurre lo Evangelo nel commercio, e le menti deboli ed eccessive poco si curano investigare se questo Evangelo vi si troverà seduto come sopra un letto di rose, o come sopra un pettine da lino.

Quello che merita considerazione gravissima innanzi tratto, egli è come in Inghilterra la teoria della libertà del commercio non deva ricevere colà la sua applicazione sopra tutti i prodotti, ma sopra alcuni, nè subito adesso, ma dopo interposto spazio convenevole di tempo.

Gli economisti inglesi predicando la libertà del commercio, e nello attendere a volerla applicata prudentemente e tempestivamente, mirano a vari scopi di egregia sapienza.

La più parte degli economisti, e potremmo dire tutti, appartengono al partito democratico, sicchè con la introduzione libera delle sostanze alimentarie confidano conseguire i fini seguenti:

1º Copia di sostanza pel popolo.

2º Eccellenza di nutrimento.

3º Certezza del medesimo.

4º Prezzi discreti.

5º Scadimento della aristocrazia; perchè gli aristocratici possidenti principalissimi rimangono privati della facoltà del monopolio; costretti a vendere le proprie raccolte ai prezzi della concorrenza, si vedranno menomate le rendite enormissime, fonte così di potenza soverchiante negli ordini politici dello stato come di miseria pubblica. Questo forma un argomento tardo, ma infallibile di rivoluzione in senso democratico; e i cittadini inglesi operano da quei solenni uomini che sono, ingegnandosi pervenire, in virtù di riforme e provvedimenti parlamentari, senza scosse dello stato, là dove gli stati manchevoli di siffatti mezzi civili non possono mai giungere se non con violenza. Dura necessità! la quale fece troppo spesso calunniare il principio dond'ella mosse, e, diciamolo pure, fece troppo spesso dimenticarlo anche agli operatori medesimi del bene.

6º Se non scadimento, modificazione almeno di aristocrazia, la quale cosa a fine di conto torna tutt'uno; imperciocchè, ove i grandi proprietari sopportino con animo repugnante simile diminuzione di rendita, converrà favoriscano con ogni potere le industrie agricole, togliendo largo spazio di terra allo esercizio dei piaceri per ricavarne maggiore costrutto. — In simile intento, che noi dobbiamo desiderare e sperare che sia per essere il meglio accolto dai Signori, ecco dal porre studio indefesso alla cultura dei campi, e dal mescersi frequentemente con gli agricoltori, nascere tra essi e gli uomini di villa tutti quei beni che Lambruschini e Capponi, ed altri buoni avvertirono derivare fra noi dal sistema di colonia; e che consistono nella remissione dei modi superbi, nella conoscenza dei patimenti del popolo, e compassione di quelli; chè sovente la durezza nasce dalla ignoranza, o dalla incredulità: ozii diminuiti, e impiego utile del tempo: e per altra parte, le invidie scemate, mansuefatti i costumi, la selvatichezza ammollita, e placati i rancori delle classi povere. — Nè qui si arrestano i beni: poveri in Inghilterra sono molti, e troppi quelli che si applicano alle industrie manufatturiere, mentre la perfezione delle macchine e i miglioramenti quotidiani rendono ogni giorno più inutile la opera loro. Però le miserie di cotesti infelici contristano il cuore; e mal pagati da un lato, oppressi soverchiamente dall'altro, non curano prolungare la vita, ma con lo abuso dei liquori distruggerla, siccome apparisce dalle investigazioni ordinate in proposito dal Governo, referite dal Bulwer: così grandissima parte di quelli che sono volti alle industrie manufatturiere e non trovano pane, attenderanno alle agricole con vita serena, e cesserà nei miseri il delirio dell'odio e della disperazione. E come plebe affamata e bestiale è verme di qualunque stato, e argomento perpetuo di perturbazione, così popolo civile e contento somministra base durevole a bene disciplinata democrazia.

7º Accrescimento d'industrie manufatturiere e facile smercio di quelle presso gli esteri, perchè diminuito il prezzo del genere greggio, diminuito il prezzo della mano di opera pel minore costo delle sostanze di cui si ciba, diminuito il prezzo di acquisto per la libera introduzione delle manufatture nelle contrade straniere.

Non può sfuggire a chi osserva attentamente le cose del mondo, come gl'Inglesi non isbaglino mai nell'amministrazione della fortuna pubblica, o almeno non commettano mai errori che non possano con facilità emendare: e ciò perchè la necessità sia maestra suprema di sapienza. I Francesi sbagliano più frequentemente, perchè hanno minore bisogno di essere savi; e, come Machiavelli osserva, che i loro male orditi politici riparano con la forza, così gli errori economici ristaurano con la fecondità prodigiosa del suolo, ricchezza d'industrie agricole e copia di danaro.

La Inghilterra ci ha superato e ci supera con la perfezione delle sue macchine e con la bontà delle sue instituzioni. Ella non può, e potendo non dovrebbe, mettersi a sedere in mezzo della via aspettando gli altri popoli che hanno le gambe inferme per camminare, o non le sanno adoperare: procede franca e spedita, e fa bene. Però considerando ella come in onta della ignavia dei governati e della inettezza dei governanti, gli altri popoli, mercè la pace diuturna, si affatichino quanto più possono provvedere a se stessi, come ogni giorno più s'ingegnino sottrarsi al disonesto tributo, e come le industrie, a modo delle preghiere di Omero, quantunque zoppe arrivino più presto o più tardi al punto per dove si erano mosse, con lo stupendo spirito di previdenza che anima la Inghilterra, ha procurato nuovo sbocco alle sue manufatture nella China, nelle isole remotissime dell'Oceano ove andò a fare vergognare cotesti isolani della loro nudità, provvedendoli di Bibbie e di acquavite, di santi missionari e di cotoni filati; insomma afferrandoli per tutti i manichi che presentano dalla parte dell'anima e da quella del corpo. Attendendo a nuove scoperte, non trascurano il vecchio continente, e agli argomenti materiali di superiorità aggiungono gli spirituali: prima vinsero con le macchine, vinceranno adesso con le macchine e con la economia politica.

Io ammiro grandemente gl'Inglesi, e nessuno si trova meglio di me disposto a onorarli; ma quando m'imbatto in qualcheduno di quel popolo sparvierato contemplare il mio bel sole, temo sempre che mulini il modo di portarselo a Londra per rimandarmelo a comprare convertito in candele.

La Inghilterra non ha tolto del tutto il dazio alle sostanze alimentarie, quantunque la necessità le stringa la gola con mano di acciaio. Tra due anni cesserà per queste ogni dazio, e a parere mio saviamente, perchè durante questo termine potrà, chi ha senno, mettere a coltura tutte le sue terre, e bilanciare con la copia del prodotto la perdita sul prezzo; non ha tolto i dazi sopra gli olii, molto meno sopra i vini,[65] e meno ancora sopra le sete lavorate: intanto si affatica indefessa intorno questa industria, e già, se le statistiche non ingannano, v'impiegano meglio di 40 mila persone. Insomma io porto opinione che la libertà di commercio, come di tutte le teorie buone astrattamente, desideri opportuna e discreta applicazione. Quando dentro al mio paese, mercè savi ordinamenti, i generi greggi che produce riceveranno l'accessione della industria da non temere concorrenza straniera, sta bene che se ne faccia libero cambio con i prodotti manufatturati degli altri paesi, ma prima mi sembra poco savio partito. Io non pretendo ricavare dalla Inghilterra cotoni sodi per rimandarli ai suoi mercati manufatti, ma neppure ella ha da prendere le mie sete gregge per farmele ricomprare lavorate: di grandissimo cuore io approvo questa società di commercio libero, ma perchè la società non riesca a taluno dei Soci leonina, è forza che ognuno depositi la messa proporzionatamente uguale di capitale. Ora nel caso nostro, la messa si compone di bisogni: noi abbiamo per ora troppi bisogni e gl'Inglesi troppo pochi. Ed anche sopra la libera introduzione dei cereali a me sembra che non siamo in condizioni pari a quelle della Inghilterra. La Toscana ogni anno patisce una mancanza di molte centinaia di migliaia di sacca di grano, dicono sopra un milione e mezzo, e la Toscana possiede terreni da riparare in tutto o in parte al difetto: però queste terre funestate dalla malaria desiderano spese transitorie, ma gravi. Ora che il possidente voglia scapitare metà del costo del prodotto per farle lavorare, non è ragionevole sperare: si contenterà del poco, si contenterà eziandio ritornare su i suoi nel presagio di futuri guadagni, ma non consentirà mai a rovinarsi a un tratto per arricchirsi a bell'agio. Meglio è fringuello in man, che in frasca tordo, — diranno i possidenti, e si rimarranno al sistema delle fide. La introduzione libera dei cereali per ora, perpetuerà la provvista all'estero del milione e mezzo delle sacca mancanti. Onde non accadesse carestia, io vorrei che nel porto-franco di Livorno, grani senza dazi se ne ricevessero quanti ne venissero; ma non senza un qualche dazio s'introducessero nel territorio riunito, il quale dazio ad ogni rumore di diffalta si sospendesse, e ottenuto che avesse la coltura nostra il suo maggiore incremento, cessasse affatto. — Qui però vedo il Fisco volgermi lieto la faccia, farmi bocca da ridere, e soprattutto stendere ambe le mani per raccogliere questo dazio. Abbassa le mani, o Fisco, che io non mi sento troppo amorevole per te, nè cotesto dazio intendo abbia ad essere tuo; il danaro che gittasse questa tassa, dovrebbe impiegarsi nel modo che fosse reputato più savio a promuovere la coltura delle terre maremmane, dando dei soccorsi direttamente agli agricoltori. — Pertanto intendiamoci bene, libertà di commercio intera, ma quando non offenda la industria e l'agricoltura nazionali; e intanto che ci adoperiamo a renderci degni e capaci di praticare la bellissima teoria in tutta l'ampiezza della sua formula, intorno alla sua applicazione ricordiamoci delle parole che fa volgere Alessandro Manzoni da Antonio Ferrer al suo cocchiere: Adelante, Pedro, con juicio.

Notes in this chapter

Note 1 · Pag. 230. — Julianus, in Domit.Note 2 · Pag. 231. — Narrasi che i Locresi avessero nella repubblica loro un ordinamento singolarissimo, ed era che qualunque proponeva una legge nuoNote 3 · Pag. ivi. — Plutarco, Vita di Pirro.Note 4 · Pag. 232. — ... liberæ mihi dantur a te quibus scriptum est. M. Ofrium quem mihi commendas vel regem Gallia faciam vel Lepitiæ legatum. Si vNote 5 · Pag. ivi. — Per questi diversi fatti, senza imporre al lettori di crederli come articoli di fede, vedi Plin. Hist., l. II, 8. — Aell. LampriNote 6 · Pag. 233. — Nomen civium Romanorum aliquando non solum magnum æstimatum. sed magno emptum, nunc ultra repudiatur, ac fugitur, nec vile tantuNote 7 · Pag. ivi. — Omero, Iliad.Note 8 · Pag. ivi. — Questa idea, come fu detto nella Introduzione a Roma, la quale comunque ardita è pur vera, appartiene al Montaigne, Voyage en ItNote 9 · Pag. ivi. — Eos nos Longobardi tanto dedignamur, ut inimicos nostros commoti nihil aliud contumeliarum nisi Romane appellamur. In Legat.Note 10 · Pag. 234. — Petrarca, Canzone Spirto gentil ec.Note 11 · Pag. 236. — Salomone, Proverbi.Note 12 · Pag. 237. — Di questa burlevole iattanza è autore lo Chateaubriand, uomo, a vero dire, di bellissimo ingegno, ma spesso scorrente la isconveNote 13 · Pag. 239. — Niccolini, Ode Il Pianto.Note 14 · Pag. 247. — Si dice quel luoghi appartenessero ai Marchesi di Corsica.Note 15 · Pag. ivi. — Il leggendario del Santi narra che il miracolo accadesse sopra le rive di Civitavecchia. Il padre Magri però, che ci dice sapereNote 16 · Pag. 248. — Byron's Cain.Note 17 · Pag. 260. — Varchi, Storie, lib. IX.Note 18 · Pag. 261. — Questi 11,000,000 e 500,000 fior., attesa la scarsezza dei metalli preziosi nei tempi in che non era scoperta l'America, devono,Note 19 · Pag. 263. — Pignotti, Saggio, ec.Note 20 · Pag. 269. — Considerando ec. che molti del miei lettori non sapranno che significhi sbalzo omerico, così credo bene avvertirli come nel lib.Note 21 · Pag. 270. — Vedi Tazia, tragedia del conte Severino de' Giorgi Bertola da Rimino. Livorno 1827.Note 22 · Pag. 271. — Filangeri, t. 2.Note 23 · Pag. 272. — Boccaccio, Novella di Calandrino.Note 24 · Pag. 273. — Vedi gli avvisi sulle cantonate: citazione nuova.Note 25 · Pag. 274. — Filangeri, T. 2 e 3.Note 26 · Pag. ivi. — ivi, t. 2.Note 27 · Pag. 275. — Vedi Don Chisciotte.Note 28 · Pag. 285. — Nel 14 maggio corrente, Bowring propose la soppressione dei dazi sopra i vini esteri alla Camera dei Comuni, e tale incontrò opp
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