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Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)

CAPITOLO XII. La sorella Maria. (continued 2)

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In questo medesimo punto tramontava il sole; sicchè cessarono insieme l'ultimo raggio del sole nel cielo, e l'ultimo fiato di Maria sopra la terra.

— È andata in pace, — susurrò il prete, e chinatosi un poco, le chiuse le palpebre e la baciò in fronte; poscia piegando alquanto la persona gli venne fatto vedere Tuda, la quale, bianca ed impietrita, si accostava al letto; nè egli si vergognò, perchè la stessa Innocenza avrebbe potuto contemplare cotesto bacio senza farsi velo delle mani agli occhi: cotesti baci valgono una preghiera, anzi sono la estrema manifestazione dell'anima, dopo esaurita la preghiera; solo non potendone più, il prete accennava barellare; la Tuda gli porse le braccia ed egli vi si lasciò cadere, per modo che l'uno appoggiando il capo sopra la spalla dell'altro piansero. Supremo artefice di uguaglianza e di fraternità, il dolore!

Avendo la Tuda fatto sapere al marchese Silla sua ferma volontà essere, che la Maria nei sepolcri di casa si riponesse, la famiglia si accolse a consulta, dove la Marchesa contrastando al pio desiderio della figliuola, come quello che avrebbe partorito pessimo esempio, e non mai più inteso, ebbe a sentirsi a rispondere dal marito, che quanto a questo egli non ci vedeva ostacolo, imperciocchè la madre della signora Marchesa sua consorte l'avesse sgarata a far seppellire nelle tombe della famiglia il cocchiere di casa, da lei tenuto caro quanto il marito e i figliuoli e più. La Marchesa gli avventò una occhiata da basilisco, ma egli la ricevè con tale beata tranquillità, con siffatta ingenua mansuetudine, che la Marchesa anco per quella prova convinta, che il marchese Silla non si poteva riscattare dallo influsso del montone, per non fare peggio cessò dalla perfidia.

La Tuda sovvenuta dalle donne di casa lavò diligentemente il corpo di Maria, con preziosi odori lo profumò; i capelli come meglio potè con la opera del calamistro le compose in ricci minuti (però che la povera figliuola per nascondere meglio il suo sesso, senza un rammarico, anzi senza pure avvertire che fosse sacrifizio, si era tosata le lunghe chiome) e poi le mise addosso la vesta bianca trapunta di oro, con la quale ella doveva andare a nozze; le acconciò il velo, tra le mani le pose il crocifisso di oro; e poi fiori da per tutto, e dei più belli e rari che la stagione porgesse: avrebbe voluto trasportarla nella sua stanza, e sul proprio letto adagiarla: non lo potendo ottenere senza scomporre lo assettamento, mise sovrapposte sul solaio parecchie materasse, e ricopertele di tappeto di velluto vermiglio, quivi la depose. Quanti trovaronsi candelieri in casa tanti ne furono portati in cotesta stanza trasformata in cappella ardente. Agguardando sottile ogni minutezza, parve a Tuda che le federe dei guanciali scomparissero, onde chiese e volle le più belle che fossero in casa guarnite di trina che costava un occhio; per ultimo, allorchè le parve non ci fosse altro da aggiungere, nè da correggere, si assettò sul pavimento recitando preghiere. Era pietà vedere la morta giovane, e pure non dava minore stretta al cuore la vista della viva: veruno ardiva frastornarla, perchè si danno dolori che sono più paurosi a toccarsi dell'arca del Signore. Declinando il dì vennero i falegnami per la cassa, e Tuda scosso alcune volte il capo sorse, e dopo esaminata la cassa, la foderò di un lenzuolo; forte e animosa prese la morta sotto le ascelle, intanto che due donne la tennero pei piedi, e la deposero dentro la cassa, tolto uno dei guanciali con la ricca fodera, glielo sottopose al capo; ciò fatto le ripiegò sopra i lembi del lenzuolo che sopravanzavano dai lati; e qui Tuda fu vista balenare, ma stesa una mano al muro si resse; quando poi i falegnami, colto il destro, soprammisero il coperchio alla cassa, e presero a conficcarla con picchi aspri ed assordanti, girò sopra sè stessa come paleo, e prima che si potesse sovvenire percosse in terra. Appena però sentì mettersi le mani su la persona rinvenne, e da sè si rimise in piedi puntando il braccio tremulo sul pavimento:

— Non è nulla.... è passato, aggiunse e si allestì per seguitare la bara nella Cappella di casa sua, fondata in certo monastero di Cappuccine ai giorni nostri soppresso. — Quantunque i Conventi esercitino la empia virtù d'inaridire il cuore, tuttavia talune femmine ne possiedono in tanta copia da avanzarne a qualunque prova: e le altre vergognando di sentirsi il seno vuoto, quanto più possono celano questa miseria: per la quale cosa la Priora con tutto il capitolo volle assistere al funerale. Alla Tuda fu concesso facilmente di entrare nel coro, dove stette genuflessa finchè durò l'uffizio, il quale finito si mise dietro alle Cappuccine, e siccome su la soglia della porta del Convento la Priora mitemente le disse:

— Figliuola, voi non siete delle nostre.

— Anzi sono, la Tuda rispose, e con voi ho deliberato vivere e morire, se pure non mi tenete indegna di avermi per figliuola. —

A questo modo la Tuda entrò in Convento, nè valsero disperazioni, nè pianti a quinci removerla: non parola amara le sfuggiva mai dalle labbra, non suono concitato, mite sempre, e tranquilla: una volta, incalzandola troppo la madre, ella tremante per tutte le membra favellò:

— Signora Marchesa, parmi avervi già detto come io mi consideri da lungo tempo orfana, epperò mancando io di padre e di madre sopra questa terra, non mi contrastate di pormi sotto il patrocinio del Padre di tutti, ch'è nel cielo. —

Colà come aveva statuito ella visse, e morì. A Roma la salutarono eroina, e nei sonetti che composero nella solennità della sua vestizione, la paragonarono a Sofonisba, ad Artemisia, e a non so quale altra, abborracciando cose da farne strabiliare i cani. La mia storia la lascia alla porta del Convento, e poi se mostrassi genio di volerci entrare mi caccerebbero via, ed a ragione, perchè nei Monasteri di donne si pratica la clausura: però credo, che ci traesse la vita in opere di pietà, ed irrimediabilmente mesta. Così ordinò la natura, e a cui non intende pare strano; i casi truci percotono assai più profondamente le anime liete, e tenere, che le lugubri, e le forti; in ogni dove comparisce il contrasto; e per ragione di forza, che io dirò dinamica e morale, le donne massimamente si mostrano vaghe di vedere feriti, spenti a ghiado, e supplizi, o udirne raccontare, od anco descriverli sia con lingua, sia con penna, mentre uomini truculentissimi si piacquero nelle immagini della vita pastorale da disgradarne il più gentile degli Arcadi. Robespierre educava tortorelle, e le metteva in dono alle fanciulle con lettere da vincere in tenerezza il sonetto della cara anima del Petrarca:

A piè dei colli ove la bella vesta,

con quello, che seguita.

Nè io porrò fine a questa storia se prima non vi abbia dato contezza del misero Marchese di Ayerba: costui da parecchio tempo sembrava caduto in demenza; susurra spesso parole senza costrutto; diventato infingardo la più parte del dì logora a letto; suo principale, o piuttosto unico studio quello di chiappare mosche a volo, e scapezzatele co' denti mirarle andar via senza testa. Quando la nuova del miserabile caso avvenuto alla Violante arrivò a Napoli, e ne rimase ragguagliato il popolo, i servi di casa Ayerba o perchè ne sentissero affanno, o piuttosto, come credo, per alleviare la noia, di frequente ne ragionavano fra loro. Adesso accadde, che alcuni di essi vigilando il Marchese, nè di lui prendendosi sospetto come quello, che riputavano affatto imbecille, cadessero a favellare della successa immanità. Se la sicurezza loro non era, e avessero posto mente al Marchese, si sarieno rimasti, imperciocchè udito ch'egli ebbe profferire il nome della sua figliuola si tramutò visibilmente in faccia, ed appuntò le orecchie per non perdere verbo. Raccolta la notizia dolorosa, la pazzia del Marchese, a guisa di fuoco sbraciato, di malinconica ridivenne furente, ignudo saltò fuori dal letto, ed, abbrancato un candeliere, ed agitandole come se fosse un coltello, fece le viste di precipitare giù dalle scale. Con urli salvatici gridava:

— Dove sei traditore? Rendimi la mia figliuola... Violante... Oh! la mia figliuola... nessuno mi tenga... io vo' cavargli il cuore. —

A stento lo ricondussero a letto senza perderlo di occhio un momento, e da quel dì in poi per vicenda singolarissima la pazzia tornata furiosa gli concedeva lucidi intervalli; sicchè ora con abbastanza discorso ragionava, e poi di punto in bianco da seduto si metteva bocconi sul letto; in cotesto atto aggrappa un guanciale come se fosse un uomo ed ei lo grancisse pel collo; seco lui si dibatte, finchè all'ultimo se lo caccia sotto, con le ginocchia lo pesta, lo straccia a morsi, e con la destra che ei si finge armata di stile lo ficca, e lo rificca tanto che rifinito si lascia ire in bagno di sudore. Durante certo lucido intervallo mandò per un maestro dei buoni, e gli commise una figura a mo' dei modelli di cui si servono i pittori e gli scultori, così vivo e preciso glielo descrisse, che dopo non poche mende, potè raffigurargli parlante la sembianza del Pelliccioni; nulla fu omesso perchè l'inganno paresse realtà, nè gli occhi di vetro, nè la pelle dipinta, nè i capelli naturali, ed i peli; il medesimo si dica per ogni altra parte dello abbigliamento; ordinò eziandio per quanto o temessero il suo sdegno, o stimassero la sua grazia gli procurassero un pugnale, ed anco questo egli potè avere, bensì spuntato, e senza taglio. A questa guisa venuto in possesso del simulacro e del coltello parve contento; quantunque durante il giorno si mostrasse torbido, tuttavia non ruppe in ismanie, e parve voler passare la notte tranquilla, perchè appena coricato prese sonno, ma non andò guari che un tremito fitto gli si mise per le membra, poi si agitò convulso dibattendosi co' nervi tesi, e sbadigliando forte da fendersi la bocca: di repente salta fuori dalle coltri, co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, in mano stringe il coltello, e traendo dolorosi guai si slancia sopra la immagine del Pelliccioni, l'acciuffa alla gola, l'atterra, e replicando l'usato costume con le ginocchia sul petto la pesta; col coltello la ferisce, co' morsi la straccia.

Allo improvviso fu visto, con paura dei famigli infinita rimanersi, con la mano armata di ferro in alto, immobili il capo, gli occhi, la bocca, tutta insomma la persona: gli furono attorno per levargli dalle mani il simulacro, e il pugnale, e riportarlo sul letto; e di ciò fu niente, imperciocchè provassero i suoi nervi rattratti più duri del ferro. Lo aveva percosso la trucissima delle infermità umane, la catalessia; non trovarono altro modo per istaccarlo di là che segare il modello sotto e sopra la mano manca con la quale ei lo teneva grancito, onde gli ebbe a rimanere un tronco di collo in mano; a quel modo aggranchiato lo misero su i materassi; dove, l'arte medica affaticandosi invano, dopo alcuni dì moriva d'inedia.

Questo è il fine della lamentevole storia di donna Violante d'Ayerba e del cavaliere Paolo Pelliccioni.

O voi, tra le mie care leggitrici, che non mi avete lasciato a mezzo del mio racconto doloroso,

e capriccio ed affanno, Non che compassïon avete inteso,

se a caso mai vi pigliasse vaghezza di chiedermi: cui bonum, qual costrutto ci è egli da cavare dal vostro libro, Messere? Io ve lo dirò, perchè voi lo sapete, io sono tutto vostro, e non iscrivo lettera, la quale (almanco secondo la estimativa mia) non deva ridondare in grandissimo vostro benefizio. Ora lasciando da parte le altre utilità richiamo il vostro giudizio principalmente sopra di tre.

In prima (mi astengo dallo adoperare innanzi tratto perchè questo avverbio me lo ha consumato il signor Sella a Torino nella sua relazione su le finanze del Regno, e così Dio volesse ch'egli avesse logorato l'avverbio innanzi tratto soltanto!) in prima dunque se questa mia storia valesse ad aggiungere un filo solo alla trama di odio che voi avete ordita contro le turpezze e le infamie della corte Romana, dove il prete si vanta cittadino del cielo per calpestare ogni affetto di famiglia e di patria sopra la terra, già sarebbe un bel guadagno, nè voi vorreste appuntarmi di avere sciupato inchiostro e tempo; ma vi ha di più.

Conciossiachè in secondo luogo qui si faccia manifesto come getti profonde le radici nel cuor del popolo amore, o sia che l'obietto di quello ne compaia degno, ovvero indegno. Il popolo certo preferisce palesare la passione, che lo scalda con atti laudabili di mano, o d'ingegno, ma non si tira indietro nè anco dai feroci. Guardimi Dio da commendare, anzi nè da scusare siffatti procedimenti; solo avverto, come nel cuore del popolo non trovi mai penuria di passione; ferro, e fuoco sempre, ora sta al fabbro buono o tristo cavarne un vomere per romperne la terra, od un coltello per romperne le viscere all'uomo. Ma nè Dio, nè uomo arriveranno mai a trarre cosa che valga da quei meschini, dai moderati, nel seno dei quali rovistando, i meno tristi arnesi che tu ci possa trovare sono un Abbaco, una Coda di volpe ed un Orecchio di coniglio.

In terzo luogo, e questo fie ciò che meglio importi a voi, io ho inteso avvertirvi, o fanciulle, che non vi lasciate inconsulto scapparvi di mano il vostro cuore: badate, ch'egli è maggiore tesoro, che voi per avventura non immaginate; in lui stanno riposti non pure la fama e la contentezza vostre, bensì ancora la dignità dei figli, la gloria della famiglia e la salute della patria; chè famiglia vera senza patria non ha luogo, nè viceversa. Buoni i consigli paterni, e buoni eziandio i materni, ma voi, non il padre nè la madre vostri, avete a vivere finchè vi basti la vita con l'uomo che sceglierete a marito. Però prima che la passione vi vinca, sottomettendo il talento al giudizio, cercate di qual lignaggio esca il garzone che incontrò grazia agli occhi vostri, e quali i suoi parenti, e poi del genio, della indole, degli studi e dei costumi di lui. Non ingannate e non vi lasciate ingannare, chè il matrimonio non dà campo a disdire la bestia in virtù dei vizi redibitori. Se avete qualche avvocato in casa... (— chi è sì gramo adesso che non abbia almeno un paio di avvocati e di cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro in casa —) fatevi spiegare vizi redibitori che sieno. Strappate la benda allo Amore, lasciatela alla Fortuna, la fiamma accesa dalla fiaccola di Amore bendato, il più delle volte mirai mantenuta all'ultimo da quella delle Furie. Se pertanto gli esempi di questa lamentevole storia valessero a ritenere dal nabissarsi, o meglio a fare felice una sola di voi, care e buone fanciulle, non istimerei il mio libro dettato invano.

Solo vi prego a perdonarmi se qualche volta vi ho fatto paura; in ammenda del fallo vi prometto giocondarvi, come meglio potrò, un'altra volta.

Ecco, voi potete conoscere, come spiacente di torre commiato da voi, io mi vada gingillando; orsù animo! Addio fanciulle, amate i vostri innamorati, ed anco un po' il vostro scrittore, che talora vi si mostrava acerbo soltanto per rendervi degne della Libertà e della Patria.

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.

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