ATTO QUARTO
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SCENA PRIMA
Poppea, Seneca.
Poppea Da me che vuoi? Seneca Scusa, importuno io vengo: ma forse, io vengo in tuo vantaggio... Poppea Or, donde tal cura in te dell'util mio? Mi fosti amico mai, né il sei? Cagion qual altra, che di volermi nuocere?... Seneca Giovarti mai non vorrei, per certo, ove non fosse misto per or di Ottavia il minor danno all'util tuo. Pietá della innocente illustre donna, amor del giusto, e lungo tedio d'ingrata vergognosa vita, parlar mi fanno: ad ascoltar ti muova tuo interesse, e null'altro. Poppea Udiam: che dirmi puoi tu? Seneca Che molto increscerai tu tosto a Neron, s'ei pur vede il popol fermo tenacemente in odiarti. Il vero ti dico in ciò: sai ch'io Neron conosco, Roma, i tempi, e Poppea. Poppea Tutto conosci, fuorché te stesso. Seneca Al mio morir vedrassi, s'io me pure conobbi. Odimi intanto, odimi, prego. — A tua rovina or corri col bramar troppo tu d'Ottavia i danni. Roma te sola e del ripudio incolpa, e dell'esiglio suo: se infamia, o pena maggior le tocca, ascritta a te fia sempre. Quindi l'odio di te, giá grave, in mille doppj or si accresce, e il susurrare. Ancora spersa non è l'ammutinata plebe: ma pur, poniam che il sia: non riede il giorno ch'ella temer vie piú si fa? Poppea, trema per te; che il tuo Nerone è tale da immolar tutto, per salvar se stesso. Esca è forse ad amore ostacol lieve; ma invincibile ostacolo, ben presto lo spegne in cor che non sublime sia. Or, non farti lusinga: assai piú in conto (e di gran lunga) tien Nerone il trono, ch'ei non ti tiene. E guai, se a tale eletta lo sforza Roma. Poppea Ed io Neron piú assai tengo in conto, che il trono. Ov'io credessi porlo per me in periglio... Ma, che narri? Assoluto signor non è di Roma Nerone? e fia ch'ei curi un popol vile, pien di temenza, che a Tiberio, a Cajo muto obbedia?... Seneca Temerlo assai tu dei, se non fai che Neron per se ne tremi. Osa pur, osa; il freno sol che avanza, togli a Neron; ne proverai tu prima i tristi effetti. Inutil tutto è il sangue, che alle fatali nozze tue fu sparso, se aggiunger v'osi oggi d'Ottavia il sangue. Mira Agrippina: ella il feroce figlio amava sí, ma il conoscea; né il volle mai dall'angoscia del rival fratello liberar, mai. Sua feritade accorta prevalse poscia; e il rio velen piombava all'infelice giovinetto in seno. Vana fu l'arte della madre; e il fio tosto ella stessa ne pagava. Allora di sangue in sangue errar vieppiú feroce Neron vedemmo. Ottavia or sola resta, freno a tal mostro; Ottavia, idol di Roma, e di Neron terrore. Ottavia togli; fa, ch'ei di te sia possessor tranquillo, sazio tosto il vedrai. Cara ei ti tiene, perché a lui tante uccisíon costasti; ma se un periglio, anco leggier, gli costi, spento è l'amore. Allor mercede aspetta, quella, onde avaro mai Neron non fia; a chi piú l'ama piú crudel la morte. Poppea Ecco Neron; prosiegui. Seneca Altro non bramo.
SCENA SECONDA
Nerone, Poppea, Seneca.
Ner. Perfido; ed osi al mio divieto?... Poppea Ah! vieni; vieni, ed udrai... Ner. Che udir? fra poco anch'egli la ragion stessa, che alla plebe appresto, udrá da me. — Ma, oh rabbia! ancor non cessa il popolar tumulto: i preghi chiusa trovan la via: verrá tra breve il ferro, e sgombrerassi ampio sentiero. Acqueta l'alma, o Poppea: domani al ciel risorte tue immagini vedrai: nel fango stesso, ma d'atro sangue intriso, strascinate vedrai le altrui. Poppea Che che ne avvenga, Roma sappia or da te, ch'io non ti ho chiesto sangue ad espiare il ricevuto oltraggio; benché a soffrir grave mi fosse. Ardisce pur crude mire la ria plebe appormi: e costui pure, il precettor tuo, m'osa ciò appor, bench'ei nol creda. Io te, mio primo Nume, ne attesta: il sai, s'altro ti chiesi, che l'esiglio d'Ottavia. Erami duro vedermi innanzi ognor colei, che s'ebbe, non lo mertando, il mio Neron primiera: ma, del suo esiglio paga, a' suoi delitti stimai che pena ella ben ampia avesse, nel perder te: pena, qual io... Ner. Deh! lascia parlar Seneca, e il volgo. A Roma or ora chiaro farò, qual sia quest'idol suo. Seneca Bada, Neron; piú che ingannar, t'è lieve Roma atterrir: l'uno assai volte festi; l'altro non mai. Ner. Ma, di te pur mi valsi ad ingannarla io spesso; e a ciò pur eri arrendevole tu... Seneca Colpevol spesso anch'io: ma in corte di Nerone io stava. Ner. Vil servo... Seneca Il fui, finch'io mi tacqui; or sorge il dí, ch'io sciolgo a non piú intesi detti libera lingua. Al mio fallire ammenda fian lieve i detti, è ver; ma in fama forse tornar potrammi alto morire. Ner. In fama io ti porrò, qual merti... Seneca Infin che grida di plebe ascolto, che il furor tuo crudo col tuo timor rattemprano, t'è forza soffrirmi ancora: e l'irritarti intanto giova a me molto; e il farti udir sí il vero, che al ritornar del tuo coraggio io cada vittima prima: e, se me pria non sveni, Ottavia mai svenar non puoi, tel giuro. Io trar di nuovo, e a piú furore, io posso la giá commossa plebe; appien svelarle io posso i nostri empj maneggi: io, trarti, piú che nol credi, ad ultimo periglio. — Io di Neron fui consigliero; e m'ebbi vestito il core dell'acciar suo stesso. Io, vil, credei per compiacerti, o finsi creder, (pur troppo!) del perduto trono reo Britannico pria; quindi Agrippina d'avertel dato; e Plauto e Silla rei d'esserne degni reputati; e reo di piú volte serbato avertel, Burro: ma, reo stimai me piú di tutti, e stimo; e apertamente, a ogni uom che udire il voglia, in vita, e in morte, io 'l griderò. Tua rabbia, sbramala in me; securo il puoi: ma trema, se Ottavia uccidi: io te l'annunzio; tutto sovra il tuo capo tornerá il suo sangue. — Dissi; e dir m'importava. — A me in risposta manderai poscia, a tuo grand'agio, morte.
SCENA TERZA
Nerone, Poppea.
Poppea Signor, deh! frena il furor tuo... Ner. Tai detti scontar farotti in breve. — Oh rabbia!... Oh ardire! Finché non giungon l'armi, io son quí dunque minor d'ogni uomo? Or da ogni parte ho stretta di diversi rispetti: ad uno ad uno, costor che a un tratto io svenerei, m'è forza, con lunghi indugj, ad uno ad un svenarli. Poppea Oh quai punture al cor mi sento! oh quanto meco mi adiro! Io son la ria cagione d'ogni tuo affanno, io sola. Ner. A me piú cara sei, quanto piú mi costi. Poppea È tempo al fine, tempo è, Neron, ch'alto rimedio in opra da me si ponga, poiché sola io 'l tengo. Queta mai non sperar l'audace plebe, finch'io son teco. Ah! generosa prole, qual darle io pur di Cesari son presta, Roma or la sdegna. Alla prosapia infame di egizio schiavo un dí pervenga, è meglio, la imperial possanza. — Animo forte, qual non m'avrò fors'io, sveller può solo or da radice il male. — Ancor ch'io presti velo, e non altro, al popolar tumulto che altronde vien, pure in mio core ho fermo,... ahi, sí, pur troppo!... e il deggio, e il voglio... Ner. Ah! cessa. Tempo acquistar m'era mestier col tempo; e giá ne ottenni alquanto. Omai, che temi? Trionferemo, accertati... Poppea Deh! soffri, che, s'io pure a' tuoi piedi ora non spiro,... l'ultimo addio ti doni... Ner. Oh! che favelli? Deh! sorgi. Io mai lasciarti?... Poppea A te che giova meco infingerti? Appien fors'io non veggo, signor, che tu, sol per calmar miei spirti, or di celarmi il tuo timor ti sforzi? Non leggo io tutti i tuoi piú interni affetti nel volto amato? occhio di donna amante, sagace vede. — Attonito, da prima, dalle insolenti popolari grida fosti, al tornar di Ottavia; or, crescer odi l'ardire; onde atterrito... Ner. Atterrito io?... Poppea So, che il forte tuo core ognor persiste nella vendetta: ma, son dubbj i mezzi: e intanto esposto a replicati oltraggi rimani tu. Le irriverenti fole per anco udir di un Seneca t'è forza: ben vedi... Ner. Atterrito io? Poppea Sí; per me il sei: — né in te potrebbe altro timor; tu tremi, che il popolar furore in me non cada. — Amar potresti, e non tremare? Il tuo stato mi è lieve argomentar dal mio. Del tuo periglio, e di tua immago io piena, e di me stessa immemore, ad un lampo di passeggiera pace, or non mi acqueto. Ai terror nostri io vo' dar fine, e trarre te d'ogni rischio, a costo mio. Per sempre perder ti vo', per conservarti il core del popol tuo. Ner. Ma che? mi credi?... Poppea Ah! lascia: farti in tuo pro forza vogl'io: son ferma di abbandonare il trono tuo; sbandirmi di Roma; e, s'uopo fia, dal vasto impero. Quella che il volgo in seggio or vuole, in seggio donna rimanga, poiché il volgo è fatto l'arbitro del tuo core: abbiasi il trono, (ma questo è il men) del mio Nerone ell'abbia, e il talamo, e l'amore... Ahi me infelice!... Cosí tu pace, e sicurezza avrai. — Sollievo a me, s'io pur merto sollievo, e s'io posso non tua restare in vita, bastante a me sollievo fia, l'averti, col mio partir, tolto ogni danno... Ner. Ai preghi del tuo consorte arrenditi; o i comandi del tuo signor rispetta. A me non puoi, neppur tu stessa, toglierti; né il puote umana forza, se il mio impero pria non m'è tolto, e la vita. All'ira immensa ch'entro in petto mi bolle, alla vendetta ch'esser de' tanta, (anch'io lo veggio) i mezzi son lenti; e il pajon piú: ma il venir tarda nocque a vendetta mai? Poppea Credi, a salvarti, o a piú tempo acquistar, giovar può solo il mio partir: vuoi che sforzata io parta, mentre il posso buon grado? Il popol s'ode ciò minacciare; e la minor fia questa di sue minacce: a Ottavia altro marito sceglier pretende, e che con essa ei regni. Sta il trono in lei; tu il vedi. Or, ch'io ti lasci scambiar Poppea pel trono? Ah! Neron, prendi l'ultimo addio... Ner. Non piú: troppo m'irrita... Poppea E s'anco il dí pur giunge, ove tu palma abbi d'Ottavia, e della plebe a un tempo, odio pur sempre ne trarrai, non poco. E allor; chi sa? ne incolperesti forse la misera Poppea. Quel ch'or mi porti verace amor, chi sa se in odio allora nol volgeresti, ripentito? Oh cielo!... A un tal pensier di tema agghiaccio. Ah lungi io da te morrò pria;... ma intero almeno cosí il tuo amor ne porto io meco in tomba... Ner. Basta omai, basta; in me giá l'ira è troppa... d'abbandonarmi ogni pensier deponi. E Roma, e il mondo, e il ciel nol voglian, mia sarai tu sempre: a te Neron lo giura.
SCENA QUARTA
Tigellino, Nerone, Poppea.
Tigel. Viva Neron. Ner. Gli hai tu dispersi? spenti? Signor son io di Roma? — E che? tu torni senza sangue sul brando? Tigel. Ancor di sangue tempo non è; ma ben si appressa, io spero. Pur, grand'arte esser vuole: io fei piú grida sparger fra 'l volgo: or, che ti appresti forse a ripigliare Ottavia; ov'ella possa d'alcune taccie di maligne lingue purgar sua fama: or, che gli oltraggi insani fatti a Poppea, destato a nobil ira aveano il cor d'Ottavia stessa; e ch'ella di pace in Roma apportatrice riede, non di scompiglio... Poppea E crede il popol stolto, ch'io la di lei pietá?... Ner. Sempre arte, sempre? Non ferro mai? Tigel. La men probabil cosa, vera talvolta al popol pare. O stanco fosse, o convinto, a queste varie voci, ei rattemprò di sua ribelle gioja il gran bollore in parte. Il dí frattanto si muore; e fian segnal funesto l'ombre di ragioni ben altre. Giá giá taciti i pretoriani schieransi; proscritte giá son piú teste. Il nuovo sol vedrassi sorger nel sangue; e nel silenzio, quindi. Ma, se pur spento ogni tumulto affatto doman tu vuoi; se a breve gaudio falso, lungo terribil lagrimar verace vuoi che sottentri; ad evidenza piena or t'è mestiero trar le accuse gravi giá intentate ad Ottavia: in altra guisa mai non verresti del tuo intento a fine. Tutti uccider non puoi... Ner. Men duol. Tigel. Ma tutti convincer puoi. L'ultima strage è questa, ove adoprar l'arte omai debbi. Ner. Vanne, poich'è pur forza; e le intentate accuse caldamente prosiegui. Andiam, Poppea; vendetta avrem di quest'iniqua. Intanto il di verrá, che compier mie vendette, piú mestier non mi fia l'altrui soccorso.