ARGVMENTO, MINERVA, DICE. (continued 2)
Reading edition
Non t'haverei lassato, per huom vivo,
Che, è ben di marmo, chi per te non langue
Ben che Virido mio, lucido, e Divo,
Ha in sé tal modo, tal virtute, e gratia,
Che sopra ogn'altra più felice, vivo,
Di che sempre mia lingua il ciel, ringratia,
Che m'ha sortita, a sì honorato scanno
Che dil prim'huom dil mondo, i' son in gratia
O
Provida mia, s'io ti ascoltasse, un anno,
Non pareriami un punto, veramente
Tanto i bei detti tuoi, gaudio mi danno
Ben che sempre ti ho sculpta, ne la mente
Hor perché riccha, e sposa, fatta sei,
Smisurato piacer, l'alma mia sente
P
Non sian sol duo, congiunti, ma fian sei
Virido, e me, Belvico, e Scaltra, e ancora
Numio, e Livida, qual piaceno, ai Dei,
Che son tre sponsalitii: che in bon'hora
Son fatti: e sopra questi, alti aparati
Questa sera si fa, che presto, è l'hora
Suoni canti, i triomphi, feste, hornati
Balli pasti, piaceri, pompe, iochi
Scrime, salti, moresche, e momi usati
S
Madonna noi habiamo ire, in duo lochi,
O
Hai ben gran fretta Scaltra
S
mo li è tardi
O
Quel che già tu dicesti, hora rivochi
Io t'ho per schuso, che per belvico, ardi
Provida resta in pace, i' me ne vado
P
Orio vane, che 'l ciel sempre, ti guardi
Scaltra che 'l sia contento, i' mi persuado
Che a ciò sia giunta
S
ei più che te ne gode
Che tu ti trovi a sì eminente, grado
O
O a drito, o a torto, o col vero, o con frode
Costei s'è hal ciel levata, dal proffondo
Hor su sol che ha governo, merta lode
S
E cusì a tempo, e loco, manco, e abondo
V
Scaltra lassiamo andar, questo contrasto
A te, di cotal cosa, lasso, il pondo
Ma dimi un poco l'ordin, di 'sto pasto
In che maniera, e modo, il guiderai
S
Til dirò, perché cauto fu rimasto
Prima piffari, e trombe, se vorrai
Che a te sta questo: che agli spirti humani
Dan gran conforto: e tu, gran lode, harrai
Dapoi l'aqua, odoriffera, a le mani
E tutta via in argenti, aurati, e belli,
Per non parer, da rustici, e vilani
E una salata minuta, de occelli,
E dopo, vo', che 'l rosto, sia venuto
Prima, a guacetto, giotti figatelli,
Tordi, quaglie, occellin, conci a stranuto,
Lepre, cunigli, cercene, e pizoni,
Ranci, limon: rosto grosso, e minuto,
Il lesso poi, faggian, starne, e paoni,
Conci a l'inglese, & a la Catelana,
E il rosto de vitello, con caponi,
Zelatin diverse, a la Romana,
E torte bianche, e verdi, con cupata,
Da lecchar il taglier, o ver la piana
Poi pere guaste, zucha, e codognata,
Ranzato, rinci, e cedri, più perfetti
Marzapan, pignochado, e morselata
Poi l'ultima mestura, de confetti
Pignol, mandole, nice, e fulignati,
Anesi, curiandoli, e rancetti,
Son questi i cibbi, i' ti gli ho disegnati
Cusì di grosso, hor che ti par, sta bene
V
Sì per mia fé, che gli hai ben, ordinati
S
Vo' sia questa una di le prime, cene,
Ch'io mai facesse: per ch'io vaglio in strate
E poi tuto haggio, quel, che mi conviene
Virido, voglio un punto, a ricordarte
Che quel bel razzo di seta, a figure,
Tu lo vogli mutar, da l'altra, parti
V
I' l'ho mutato: e il tassello, e le mure,
Tutte, de ricchi panni, ho ricorperte
Et ornate, di quadri, e di scolture,
S
Hai fatto come, le persone, experte,
N
Patron tardi, è
O
su donque scalco andiamo
V
Non fischiar Numio, le porte, e non aperte
S
Pur ch'io satisfi quel, che sol, tanto amo
V
Non tardar
B
messer non: mi par millanni
Che 'l sia sera
S
ecco a punto quel ch'io bramo
El lui, o non a il s'ha mutà de panni
Cor mio, nol conoscea, come gallante
Camina: sol riposo de' mie' affanni
B
Ecco Scaltra, vo' ardito, andarle inante
S
Belvico o vai
B
vo qui per un servitio
S
Vai tu lontano
B
non troppo distante
S
Ben mio gentil, senza diffetto, e vitio
Basciami, sangue dolce, sempre i' voglio
Amarti fin il giorno, dil iuditio,
B
Tu m'hai contaminato, ond'io mi dolio
Che non sian per un'hora, nele piume
Ch'io metteria quella partita in foglio
S
O parlar pien d'ingegno, e di costume,
Me generi al cor riso, e agli ochi pianto
E a un tratto, son conversa in foco, e in fiume
Belvico questo anel, me, è stretto alquanto
B
Bagnat'il dito
S
me l'hai ben conclusa
Oh, oh, oh, oh, mi vien da rider tanto
Non sai quanto, è che più bagnar non si usa
B
Non per mia fé
S
mo 'sta recetta impara
Che tra gli homin da ben solo, è deffusa
B
Hor me diparto, vane Scaltra cara
Che presto anch'io verrò, star più non posso
Che l'hora come vedi, si prepara,
S
Belvico quel da tre hai tu lo adosso
B
Non, ch'io l'ho lassà dentro, e sol per questo
Da cha, per ir a torlo, mi son mosso
S
E non far nol voler cavar sì presto
Lassalo ben gozzar
B
egli ha ordinato
Che 'l si debba tor tutto, e por, in cesto
S
Belvico fa cusì, di' che sei stato,
E che 'l tutto fatto hai: che l'hora, è tarda
Non vedi già, che 'l sol, è tramontato
B
Son contento tornar, ma Scaltra, guarda
Non palesar che tu m'habbi veduto
S
Va, me conosci, per falsa, o bugiarda,
Odi, i suoni, esser de ciascun venuto
Va inanti presto, ch'io ti verrò drieto
O eterno dì, de eterno ben, compiuto
Qual cor, è più dil mio contento, e lieto
E, pur la gloria mia qui, manifesta,
Il frutto hor pur d'ogni mio seme mieto
Donque viver ansioso, adietro, resta
Che in te non sia poter più, che mi aterri
Viverò fino a morte, in gaudio, e in festa
Poi chi riman adietro, l'uscio, serri
Finis
Sonetto.
Amor, e il mio cor sieco, un giorno intenti
Ch'io non gli udisse, trovai ragionando
Dicceva il cor, dhe signor dolce, quando
Saren mai noi dil expettar contenti
Et ei, per mitigar, magior tormenti
Rispondea con dir dolce, & venerando
Andrai gran tempo pria, dubioso, errando
Che intrar possi sicuro, ove argumenti
E il cor, come dal corpo, mai distante
Dicea, viver potrò, sì lungamente
Maxime in doglie, e lagrime cotante
E, Amor, sian pur tue voglie, in ciò contente
Ch'io do per privilegio, ad ogni amante
Che viver possi, il cor, dal corpo, absente
Sonetto.
Vado piangendo miei passati tempi
Quai vanegiando nel fral secul persi
Piango le rime mie, piango miei versi
Sparsi fra calli, campi, theatri, e tempi
E se a me mai non valser gli atru exempi
Forsi che i miei ad altri non sian persi
Donque voi per amor che ite dispersi
In me spechiando vostro cor si adempi
Vano, è nostro signor, che è cieco, e muto
In pacito, bambin, nudo augelletto
Da ognuno omai, per miser conosciuto
E chi prova ne fa, vedrà lo effetto
Che ogni saper si trova, in pel canuto
Et in pueril età, poco intellecto
Sonetto
Veggendoti esser sola, al secul nata
Di beltà, di virtù, d'ingegno, & arte
Mi disposi un bel don, natural, farte
In exempio di tua fronte sacrata,
Dove ogni mio saper, e forza ho oprata,
In mandarti este rose, sol per darte
A conoscer sei da equiperarte,
A queste: a le quai tu se', apropriata,
Vedi da mane un fior, bianco, o vermiglio
Fresco e la sera poi languido e seccho
Tutto guasta dil Tempo il fero artiglio
Però pensa che sei Narciso, ad Ecco
E mentre se' in età, prendi consiglio,
Che spinto il tuo bel fior, riami un steccho
Sonetto.
Prima, lucer vedrassi phebo, il giorno
La luna, con le stelle, a meza notte
E, gli orsi e, i lupi, albergar, nelle grotte
E di maggio, il terren di fiori adorni
Iove sempre farà nel ciel soggiorno
Pluto, nel centro: e se speranze rotte
Harran gli desperati, e le più dotte
Genti, harran lode, e le più ignare scorno
Serà calda l'instate, e freddo, il verno
Fermi i monti, il mar salso, e dolci, i fiumi
Fragile il mondo, e il paradiso, eterno
Morigerati sian, tutti, e costumi
Et fia qui giuso il mondo unico, e terno
Ch'io mai resti d'amar, tuoi sacri lumi
Impresso in Milano per Magistro Gotardo
da Ponte ad instantia. Do. Io. Iacobo & fratelli
de Legnano Anno. D.M.ccccc.xyiii adi. xxiii.
de Setember.
Edizione del 1519

Impresso in Milano per Rocho & fratello da Valle che sta in corduxo apreso a la speciaria dal Moltone ad instantia d Miser Nicolo da Gorgonzola nel. M:ccccc:xviiij. adi. xx. de Zenaro.