LA SECONDA GIORNATA (continued 2)
Reading edition
Forse qualche naufrago, gettato morente sul lido, nel riaprire gli occhi alla vita la sentì così fra l'ultima furia della tempesta, mentre il mare è confuso col cielo e nell'ombra il rombo dura monotono.
Alcuni passi echeggiarono nella chiesa, voci e parole si avvicinavano: istintivamente, per non essere riconosciuta si piegò sull'inginocchiatoio, nascondendo il volto fra le mani.
Erano tre donne e due uomini, che venivano appunto sotto quella navata verso di lei.
La sua sensibilità si acuì istantaneamente come se un soffio violento le dissipasse dall'anima ogni ombra, ma non potè resistere in tale atteggiamento ai dolori che la riprendevano dentro i ginocchi e sotto le reni.
Quello stesso sagrestano, in sottana azzurra a bottoni rossi, accompagnava i visitatori. Allora Tina sbirciando fra le dita provò un'altra volta l'impressione del suo sguardo e capì che le bisognava uscire: fortunatamente essi si erano fermati dinanzi alla seconda cappella.
La fanciulla si rialzò, guardò l'Addolorata senza che dal cuore nessuna parola le salisse verso quella immagine di tutti i dolori femminili, poi girò dietro il pilastro. Attraversando la chiesa ebbe ancora la sensazione vaga di essere in un luogo straniero, che non poteva appartenere ad alcuno: il suo silenzio, la sua luce erano come quella di una strada vuota in una notte lunare: si è soli, ma se vi fermate, sentite che è impossibile di restarvi.
* * *
Due ore dopo la mamma e la signora Veronica stavano silenziose intorno al suo letto: la fanciulla teneva gli occhi chiusi nella faccia di un pallore marmoreo.
Aveva le vesti in disordine; dal corsetto sbottonato le traspariva il seno, e di sotto alle gonne le usciva una gamba con la calza bianca increspata, perchè il legaccio era caduto.
La signora Veronica si chinò ad accarezzarle i capelli.
—Tina, sono le cinque: bisogna mettere qualche cosa nello stomaco, bambina mia: alzatevi, non vi farà bene stare così, il letto indebolisce.
La fanciulla si mosse appena.
—Ho fatto il brodo, ne volete una tazza?
—Come ti senti?—arrischiò timidamente la mamma, che avrebbe voluto prenderle una mano.
Tina indovinò l'intenzione, ma il suo volto rimase muto, mentre i suoi occhi diventati più grandi la guardavano pieni di una luce triste, simile a quella di certi tramonti, quando un giorno senza sole sta per cadere in una notte senza stelle.
—Levatevi, levatevi,—insistè l'altra.
Allora la mamma si accostò, e siccome la fanciulla fece uno sforzo per sollevarsi dal cuscino ella le tese ambo le mani.
—Tina mia!
—Ecco una cosa che non va bene!—seguitò la signora Veronica, scontenta della piega che stava per prendere la scena:—Come fate dunque voi altre a piangere sempre, anche quando ve n'è meno bisogno?
Ma si erano già abbracciate: la mamma si stringeva sul petto la figlia ritta presso la sponda del letto, coi piedi solamente nelle calze e la testa abbandonata singhiozzando.
—Come stai? Come stai?—le ripeteva sommessamente la mamma, mentre la signora Veronica cercava cogli occhi per la stanza le ciabatte della fanciulla.
Finalmente esclamò:
—Vedete: dovevate spogliarvi, l'abito adesso si è tutto spiegazzato; bisognerà stirarlo se avrete da uscire domani.
—Mamma!
—Lo so, lo so.
—Sto male.
—È cosa che passa.
—No, no.
L'altra non ardì insistere.
Poi la signora Veronica mise ella stessa le ciabatte nei piedi della fanciulla, e la condussero nell'altra stanza ognuna per un braccio come una ammalata. Volevano confortarla senza chiedere della scena avvenuta in quella camera e come ne fosse fuggita perdendo quasi quattro ore, ma la curiosità le sospingeva attraverso un imbarazzo non mai provato.
La fanciulla invece guardava con un senso di nuovo amaro stupore la miseria della stanza, come se la visione di quell'altra con le grandi tende doppie abbassate e i bianchi mobili, sorridenti in un silenzio di sogno, che gli specchi sembravano prolungare in altre camere, le fosse rimasta negli occhi.
E si accorgeva come per la prima volta di quello squallore.
Il suo cuore si strinse.
Ma nuovamente un impeto doloroso la sollevò, una negazione disperata di quanto le era accaduto sotto le mani pesanti di quell'uomo, che se n'era andato sorridente. Ella vedeva ancora il suo sorriso muto, più crudele di qualunque parola, più lungo di uno sguardo.
—Ah!—esclamò, coprendosi gli occhi con le mani e scuotendovi dentro il capo con ira tremante.
—Che cosa hai?
—Lasciatemi, siete voi che l'avete voluto.
—Di chi parli?
—Di quell'uomo; mai più, mai più!
—Vi ha forse trattato male?—chiese con accento di viva curiosità la signora Veronica.
La fanciulla si volse come punta da uno spillo, ma la faccia grassa e sorridente dell'altra le arrestò il grido della risposta.
Nondimeno la signora Veronica capì di dover uscire.
* * *
Entrambe avevano bisogno di parlare.
Benchè si sentissero divise per sempre, non avrebbero saputo resistere a quel silenzio della loro nuova solitudine; Tina sospirò abbandonandosi sulla sedia con una stanchezza di ammalata.
—Che cosa hai? Dimmelo.
Fra mamma e figlia l'intimità era sempre stata come fra due donne diverse di età più che di grado, le quali si potevano dir tutto.
La signora Adelaide aspettò qualche momento.
—Dimmelo, Tina mia, che cosa hai? È una cosa che passa.
—No, no.
—Credimi, accade così a tutte.
—No,—ripetè ostinatamente la fanciulla.
L'altra si fece umile come dinanzi ad un rimprovero, sottomettendovisi anticipatamente; attese che la fanciulla si sfogasse, ma invece le vide gli occhi gonfiarsi nuovamente.
—Ho male, ho male,—disse finalmente Tina con accento smanioso:—Non ne posso più. Dovevate dirmelo; perchè siete stata anche voi così ammalata, lo siete anche adesso.
—Ma…
—Lo sapevate: ora non valgo più nulla, me ne sono accorta al modo che mi ha trattata. Bisogna essere ben cattivi, anche tu sei stata cattiva come lui. Lascia pure che tu mi abbia venduta,—seguitò con accento stridulo e una fiamma negli occhi, che a volte a volte pareva quella di un lucignolo presso a spegnersi, mentre una smorfia dolorosa le storceva la bocca:—lascia che io non fossi niente nè per la signora Cesarina, nè per lui; questo lo so anch'io, in simili casi è come quando si domanda l'elemosina, peggio anzi, perchè allora vi è sempre qualcuno che ve la fa senza offendervi. No, ma così era troppo. Egli rideva: io ho dovuto fare… vedi, in quel momento mi parve di non capire più, ma adesso, se fosse qui, gli sputerei in faccia.
La mamma abbassò la testa.
—Ti hanno pagata, non è vero? Adesso puoi essere contenta; vedi, se mi avesse parlato prima, se mi avesse detto qualche cosa come quell'altro, non so come avrei risposto, ma non doveva fare così, non fanno così nemmeno i chirurghi all'ospedale con la povera gente, che ha paura. Anch'io avevo paura. Non avrei potuto muovermi. Appena, sai, mi sono sentita guardare così, ho capito che non potevo far niente; mi sembrava in quella camera così grande di essere lontana cento miglia anche da te, che eri nell'altra. Che cosa pensavi allora?
A questa inattesa domanda l'altra trasalì; ma Tina si alzò per fare due o tre passi nella cucina. Un orgasmo le si riaccendeva dentro, un bisogno di rimproverare, di minacciare colei che l'aveva condotta in quella casa, a quell'uomo, davanti al quale non aveva potuto trovare nè una parola, nè un atto di resistenza.
Invece le si voltò bruscamente:
—Perchè piangi?
—Che cosa vuoi che ti faccia? Stai male, dimmi che cosa vuoi.
—Non lo so.
—Torna a letto.
—No, no, non posso.
—Vedi, io certe volte…
Tina non la lasciò finire:
—Dammi un bicchier d'acqua, brucio; ma la signora Cesarina, bada, non voglio vederla più. La sua faccia mi fa male come quell'uomo: scommetto che ti ha di già fatto pagare l'abito e le scarpe; non ti sarà rimasto quasi nulla, ecco come va a finire.
—La prima volta, ma dopo…
—Ah! tu credi che ci tornerò!—stridè quasi minacciosamente la fanciulla.
—Farai come ti piace, Tina mia; io non ti dico più nulla. Avevo creduto così per il tuo bene, per farti diventare una signora: tu lo sai, io ti voglio bene, se avessi potuto mantenerti, io l'avrei fatto con tutto il cuore, ma vedi come sono ridotta:—aggiunse con un sorriso d'ironia dolorosa:—quando non si può, non si può.
Si era seduta accanto a lei.
—Quanto ti ha dato la signora Cesarina?
—Ho rimasto quindici lire.
—Quindici lire!
—Perchè ho dovuto darne quattro alla signora Veronica: pranzeremo da lei.
—Vedi: questi cenci e queste scarpe, ecco tutto il guadagno! Che cosa sono io adesso? Tu ti sei ridotta così dopo aver fatto tutto, e mi hai voluto cacciare per la medesima strada; ma ti sei ingannata, io non sono come te, non posso sopportare: io non ci vado più in quella casa, o mi butto piuttosto a fiume.
—No, Tina, no, Tina!—proruppe levandosi in piedi per abbracciarla:—come vorrai. Io cercherò un mezzo servizio, tu sarai presto rimessa, e capiterà anche a te qualche cosa, un modo di vivere. Nessuno ha saputo niente.
—Lo credi? E la signora Veronica?
—Dubiteresti?
—Tu, povera mamma, sei più bambina di me: colei ci mangia addosso, ecco tutto. È stata lei a spingermi, assai più di te.
—È vero, sono mesi che me lo diceva. Che cosa vuoi? Quando si è tanto poveri, non si sa più a chi rivolgersi. Adesso rimettiti un po', bisogna mangiare, ne devi a quest'ora sentire necessità. Stamane sei quasi rimasta digiuna: sei stanca?
L'altra non rispose.
—Hai girato molto?
—Non lo so, mi sono trovata in una chiesa.
—Vedi, se me lo ero immaginato! La signora Veronica non voleva crederlo: io capisco.
—Non so quanto vi sia rimasta: ero così sfinita, mezza morta, che non capivo più nulla. Ne sono uscita quando ho visto entrar gente: allora ho pensato che dovevi aver paura per me, che non mi fossi buttata in Arno. Me n'era venuta l'idea sul ponte, ma era giorno.
—Che cosa dici?
—Niente: ci vuole la notte per buttarsi giù, che non ci veggano almeno.
—Non devi fare certi discorsi.
—E tu che pensavi aspettandomi?
—Piangevo.
—Povera mamma!
—La tua mamma! non hai altri, ma che ti vuole tanto bene; pel resto speriamo, non è vero? Quello solamente che tu vorrai, ma io ti voglio bene come nessuno potrà mai volertene tanto, bambina mia. Vieni di qua con me, io ti calmerò il male, poi ti metteremo a letto.
—No, andiamo dalla signora Veronica, voglio vedere Betta.
L'uscio era aperto sul pianerottolo.
—Tina!—gridò la fanciulla e corse a buttarsele con la testa contro il ventre.
Tina represse a stento un urlo di dolore chinandosi a baciarla sui capelli.
—Hai tardato, hai tardato,—diceva la piccina tirandola per la gonnella:—La mamma mi ha fatto il riso col latte, vieni a vedere. Tu che cosa mi hai portato?
—Niente.
—Cattiva!