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Novelle brianzuole

LA MADONNA D'IMBEVERA (continued 2)

Reading edition

Da tutto questo ajutati, i bravi si rannodarono, e, rotto il folto della calca, guadagnarono la portella del palazzo, liberarono i mastini di guardia, raccolsero altro servidorame, abbarrarono l'ingresso, e ripigliato il sopravvento, tornarono a scaraventare maledizioni e bestemmie, ad inarcar gli archibusi, a minacciare di mandar tutto a fuoco e sangue. Valse l'opera di don Alessandro, sicchè la gente tanto o quanto si ritrasse; il sindaco situò intorno alla porta una dozzina di suoi fidati, e allora il guardacaccia, tanto più coraggio mostrando (usanza di molti) quanto peggio la vedeva parata, e dell'ansietà del Sirtori valendosi per trovare e scampo e denaro, cominciò, quasi fosse lui il buono e il bello, a lamentarsi della promessa fallitagli, e alzar le pretensioni. — Ora che la va di picca, (gridava, battendo per terra il calcio del fucile) qui dentro non ci entrerà nè lei nè altro muso, finchè io sappia sparare una palla contro un temerario. Alle corte, per fare una parola sola, dia a me cotesta chiave. Io ho pratica della casa; andrò a vedere, a ricercare. Se no, la si tenga la sua curiosità, finchè glielo dico io.

Il guardacaccia poneva tutta l'importanza del fatto nell'aversi in mano quella chiave: perchè (discorreva col pensiero) o sotto di essa vi è il marsupio, e avrò fatto una buona giornata: o v'è la donna, e son a cavallo; essa mi servirà di statico per ottenere quel che voglio.

La raccomandazione però fatta da don Alfonso al Sirtori d'aprire egli stesso, tratteneva questo dal cederla, quantunque non potesse indovinarne il motivo. Si fece innanzi il sindaco, esibendosi, quale rappresentante del comune, di entrare egli stesso alla ricerca; ma l'altro aveva messo i piedi al muro: onde, non volendo far sangue, dal che, oltre il male del prossimo, poteva venirgli anche una persecuzione dalla giustizia, don Alessandro s'indusse a ceder la chiave al guardacaccia, che, sognando mucchi d'oro, s'avviò con essa.

Non v'è entrato mai il capriccio, o lettori (poichè un uomo di mondo dee veder tutto, anche i delirii, anche le sciocchezze) di trovarvi là dove si cavano i numeri del lotto? Un ampio cortile pieno fitto di gente (plebe, s'intende, perchè questa è il predestinato zimbello degl'inganni) rimbomba dello schiamazzo di mille voci, che suonano ognuna diversamente, ma tutte sul motivo stesso, cioè i numeri giocati. Uno li ebbe dal tale, ammesso ai segreti della fortuna, l'altro li tirò da un sogno, chiaro come il sole; un terzo li almanaccò addosso al poverino che fu impiccato sta settimana; quella comare ha messo la polizzina nelle occhiaje d'un teschio, e la notte sognò fuoco: narrano, ascoltano, consultano: in volto a tutti leggi l'ansietà. Nè a torto. Si tratta che alcuni non hanno fatto colazione per serbar i cinquanta centesimi da mettervi su; si tratta che quest'altro picchiò sua moglie perchè, invece di dargli i quattrini, voleva con essi comprare una libbra di pan cruschetto da sfamare i puttini; si tratta che quella donnina è venuta ad una parziale transazione colla severità di sua virtù. E forse di lì ad un momento sentiranno gridare due, tre numeri, di quelli appunto scritti nel loro polizzino; e per trenta o quaranta scudi che di giovedì in giovedì buttarono a minuto nel bugiardo botteghino, andranno contenti come pasque, a riscuoterne tre, quattro, fors'anche venticinque, uno sopra l'altro, gridandosi fortunati e pagando da bere a tutti gli amici: già impromettono, già fanno i più begli assegnamenti su quei denari. Ma allorchè compajono sul palco quei signori, a far con tanta serietà un giuoco, con tanta onestà uno scrocco; quando l'innocenza mette la destra nel bossolo dell'illusione; più non s'intende uno zitto: cheti come pesci, tengono il respiro: le bocche, gli occhi stanno incantati verso il palco, verso l'urna, verso l'orfanello.

Questa similitudine, che senza sconcio si sarebbe potuta ommettere o almeno scorciare, vaglia a farvi intendere quel che succedeva nel cortile del castello di Barzago. Al frastuono di prima era succeduto il curioso silenzio dell'aspettazione: fissi gli occhi, proteso il mento, levati sulle punte dei piedi, stavano i villici attenti alla porta per cui era entrato il guardacaccia, figurandosi ad ora ad ora vederlo ricomparire... con lui una donna; e qui la fantasia di ciascun sbizzarriva, immaginandola o pallida, estenuata come Lazzaro quatriduano, ovvero ancor bella, fresca, raggiante, per uno dei tanti miracoli, sparsi intorno dall'ignoranza, dai cantastorie e dai frati.

Quando improvviso rompe quel silenzio un fragore, come di fulmine: tremò il castello: cento teste fecer civetta fra le spalle, cento bocche si spalancarono ad un ah di meraviglia, di sgomento: poi al grave odore di solfo, ai densi volumi di fumo che sbucavano da una finestra, le donne e i più timidi cominciarono ad esclamare: — Il diavolo, il diavolo! è venuto a portar via il padrone ed i suoi bravi.

Tanto abituali e radicate erano queste ubbie, che non solo cacciarono il più de' circostanti in dirotta fuga, ma fecero impallidire gli stessi più sicuri: e quei bravi che le tante volte aveano sfidata a viso a viso la morte, ora dinanzi ad un potere invisibile presi da panico terrore, gettarono le armi gridando: — Perdono! misericordia! Nè meno sbalorditi rimasero il vicario, il sindaco, e, a malgrado del sangue generoso, anche don Alessandro. Questi però fu il primo a ripigliarsi, e tolta omai ogni resistenza, si mosse diviato per riconoscere l'accaduto. Il vulgo non dubitate che più varcasse la soglia, da che la idea del diavolo la custodiva. Il vicario, per poca volontà che se ne sentisse, non potè rifiutarsi all'invito fattogli di entrare scongiurando: e fioco siccome avesse veduto il lupo, trinciando benedizioni che l'una non aspettava l'altra, ripeteva esorcismi e oremus cui donna Emilia rispondeva. Seguitavano i servitori, girando gli occhi pieni di sospetto, e colle armi inarcate quasi avessero intenzione d'ammazzare lo spirito maligno: dietro a tutti veniva il sindaco, con tremula voce dicendo come un giornalista: — Coraggio, innanzi.

Così s'avviano alla camera di don Alfonso. Ogni cosa era ingombra di fumo: ma l'usciuolo dietro alla tappezzeria era aperto: passano nel gabinetto... che spettacolo! Il guardacaccia sfracellato giaceva in un lago di sangue, attraverso alla portella, il cui soliare era stato spezzato e scagliatogli incontro da una specie di macchina infernale sott'esso coperta, e a cui l'ingordo avea dato inavvedutamente lo scatto. Il giovane signore lanciossi dentro la portellina, e al lume delle fiaccole portategli dietro da due uomini, si calò per uno scaletto angusto, erto, disuguale, scalpellato nel macigno; mentre il sindaco distando in cima, veniva dicendo: — Non la abbia paura ad ogni modo siamo qui noi. È giù?

Il Sirtori, disceso molti scaglioni, trovato alfine il pavimento, ecco vi scorge disteso qualche cosa di nero: — Dio, Dio! che palpiti al cuore d'un figlio! — Accosta il lume: è una donna. Non la conosce: ma le parole del moribondo, ma una voce interna non gli lasciano dubitare chi ella sia. Ma ohimè! non si muove, non sente, non risponde alle parole di lui, che va gridandole: — Madre, madre. Se la leva in dosso, e su.

Pallido, sudato, coi capelli irti sulla fronte, rischiarato dietro dalle fiaccole, adombrato avanti dalla fumea non ben dissipata, quando ricomparve nel gabinetto recandosi sulle spalle quella infelice, che spenzolava come cosa morta, il sindaco diede indietro: il curato raddoppiò gli scongiuri: la sposa se gli gettò incontro, e sollevando il capo cascante della meschina, lo bagnava di lagrime dirotte. La posero a letto, la scaldarono, la soccorsero; non era morta. In quel corpo già estenuato da lunghi patimenti, il colpo rimbombato più fortemente nel sotterraneo, aveva sospesa non troncata la vita. L'impressione dell'aria e della luce, il calore, le assidue cure del figliuolo e della nuora, richiamarono i sensi smarriti: il cuore tornò a battere, il sangue a rifluire per le vene: tutta alfine si risentì, guardò intorno... Più non era la fetente oscurità, la desolata solitudine della sua tomba: rivedeva il sole, rivedeva visi umani, ed un giovane, che premendo il volto contro il volto di lei, andava ripetendo: — O madre, madre! sono Alessandro; sono il vostro figliuolo.

Lettor mio, non fosti tu mai in prigione? Dunque non hai gustato qual gioja sia il tornare da quelle angustie alla libertà, all'aria aperta, all'uso del proprio volere; dagli ozii penosi all'opere; dall'incompassione, dalle beffe, dal sospetto, all'abbraccio de' suoi fidati, al colloquio sincero e spensierato, alla pietà, all'onore, al credere, all'esser creduto, al riconoscere ancora l'uomo e la sua dignità. Pure a questa consolazione generalmente non si arriva che dopo gustati, giorno per giorno, minuto per minuto, gli ineffabili spasimi della speranza.

Ma per la signora Perego il balzare dall'eccesso delle angosce all'eccesso della gioja, era istantaneo. Addormentatasi in un terribile sogno, si svegliava al colmo della letizia. Da sì lungo tempo non vedeva altra luce che la fioca di un altissimo pertugio: da sì lungo tempo non udiva che qualche insulto scagliatole dall'Orso, insieme col pane: da sì lungo tempo non diceva altre parole, se non la preghiera che innalzava con fede a quel Dio, che sa tramutare in esultanza il dolore quando sembra più disperato.

Ripreso quindi il vigore, essa potè narrare come dal bosco d'Imbevera fosse stata rapita a quel castello: i primi giorni fu tenuta in cortesia; ma perchè costantemente resistette a minacce e lusinghe dell'osceno che le aveva trucidato lo sposo, egli, convertito l'amore in odio mortale, ingiuriatala di mille scorni, l'aveva sepolta in quel sotterraneo, dove non sapea dir quanto tempo, giacchè nulla numerava la monotonia de' suoi giorni, ma certo anni ed anni era vissuta, desiderando, invocando la morte, nè da alcuna consolazione confortata, se non dall'avere, tra gli impeti della collera del feudatario, compreso come di mano gli fosse scampato almeno il diletto suo Alessandro. All'intenderla, il vicario impietosito, diceva: — Affè, vossignoria può cantare col redivivo Giona: De ventre inferi clamavi, et exaudisti, Domine, vocem meam[5]. Il figliuolo piangeva dirotto, ad ora ad ora esclamando, — O madre mia, mia cara madre, quanto patire!

— Sì, rispondeva ella: sì, ho patito e quanto! Ma l'innocente che geme sotto la prepotenza ha un conforto inesauribile ove si volga al Signore. Io lo pregava di cuore; io pregava la beata Vergine dei dolori, che fu madre anch'essa, che essa pure ha perduto un figlio per l'iniquità degli uomini; pregavo non perchè finissero i miei tormenti, che nè tampoco lo speravo, ma per ottenere pazienza, ed allora sentivo mitigarmisi gli affanni.

Più minuto osservando, si conobbe come il sotterraneo rispondesse appunto sotto al letto del feudatario, che conservando viva la sua vittima, avea voluto sorsi a sorsi assaporare la voluttà della vendetta. Tenere in catena il suo nemico; sapere quel che ad ogni istante egli patisce: contarne, sto per dire, i gemiti ad uno ad uno, e questo nemico non avere altra cagione d'abborrirlo se non le ingiurie recategli, è squisitezza di piacere che voi non conoscete, non conoscerete mai, anime umane, e che solo alle sue privilegiate riserba il demonio[6].

Sull'usciuolo di quel sepolcro era delineato il teschio racchiuso nella gabbia, affinchè l'aspetto di quello condisse la vendetta, che là entro se ne stillava. Il Sirtori, esaminando la soglia, fece notare gl'ingegni, disposti in modo che dovesse dare il volo alla polvere sott'essa adunata chi vi entrava senza le precauzioni, note forse soltanto a colui che l'avea preparata. Il sindaco, che, per fare il dover suo, osservava ogni cosa finamente, non sapeva intendervi, e diceva: — Questa, non si può dubitare, è una mina. Ma come qui? e perchè?

— Era un colpo di riserva, rispose don Alessandro.

— E per chi preparato?... addimandò la sposa, e impallidì. — Il Sirtori impallidì anch'esso, e guardandola tacque.

Era quella, disposta pel caso d'una disgrazia, affine di trucidare chi tentasse di liberare la rinchiusa? o col disegno di condurre là il figliuolo, e quando la madre corresse nelle braccia di lui, spalancare una voragine di fuoco di mezzo ai loro amplessi?

Chi può asserirlo? Molte, sottili, avviluppate sono le strade della perversità, più che l'uomo onesto non sappia indovinarle. Troppo però manifesto appariva il perchè tanto stesse a cuore a don Alfonso che il giovane aprisse egli medesimo, confidando così, almeno dopo morte, coronare la vendetta che aveva meditato per tutta la vita. L'ingordigia dell'oro aveva strascinato invece quel miserabile ad attirare sopra sè stesso il colpo che dall'innocenza sviava Colui, la cui mano, anche in questa vita, fa talvolta piegare a favore della giustizia la bilancia degli eventi, preponderante per l'ordinario a favore degli scellerati.

Il curato pensò a seppellire i due morti, coi riti che non rifiuta la Chiesa, la quale, confidata nella misericordia di un Dio che per un sospiro condona una vita intera di scelleraggine, rimuove l'insulto dall'uomo che sta dinanzi al giudice vero. Il fatto andò tra il popolo, rimpastato in cento guise diverse, tutte qual più qual meno lontane dal vero: ma dove gran parte aveva il diavolo, che, dicevano, non avendo potuto ghermire il padrone perchè morto in luogo sacro, erasi portato in carne ed ossa il ribaldo servitore. Che se ne domandavano il vero al sindaco, egli raccontava di buona voglia, ma quando si veniva a quello scoppio, sul quale le sue congetture non si potevano chiarire abbastanza, rispondeva come un professore: — Cosa volete mai sapere voi altri ignoranti?

Poichè non è a dire quanto il buon uomo andasse in gloria, sì per quella poca autorità che trovavasi avere ricuperato, sì perchè l'amor suo proprio era lusingato dal vedere come non fossero stati vani i suoi sospetti al tempo che avvenne l'aggressione della contessa madre, sospetti che lo avrebbero condotto alla scoperta del vero se non fosse stata quella bastonatura, di cui, ricordandosi, crollava ancora le spalle. — Già (diceva) a questo mondo chi pensa male pensa bene, e al figlio di mio padre non è così facile il mostrar bianco per nero. Basta! ha finito colui di rubarci, di farci battere ed ammazzare come fosse lui il re. Ora staremo da papi, e baronate di questa stampa non ne succederanno più, più. Così diceva colla sicurezza con cui la gente, al cadere d'un cattivo padrone, allo scapolare da un grosso fastidio, si promette mari e monti, e non s'accorge come l'unico bene che ne trarrà, sarà la breve gioja del tempo che corre fra il sorgere della speranza e il vederla delusa. Così il fantolino tripudia e si ringalluzza nel mentre che la balia sta allestendo le fasce da imprigionarlo di nuovo e più bene.

Ma perchè turbare con sinistri presagi una di quelle consolazioni che arrivavano sì di rado? Lasciamoli dunque fare, e come avessero toccato il cielo col dito, scialarsi, dar nelle campane, coi falò annunziare il fausto evento a tutto il vicinato. Al domani i signori vollero tornare a vedere il luogo di antichi pericoli e di recenti.

Cadeva il giorno sacro alla natività di Maria: un lietissimo sole, irradiando l'azzurra volta senza nubi e penetrando quasi furtivo tra le dense chiome dei castani, temperava nel bosco il più amabile rezzo, al mite soffio de' venticelli onde respira la stagione facendo passaggio dal polveroso agosto al mese della vendemmia, — bello da per tutto, più bello sul poggio della mia Brianza. Una folla di paesani trasse dietro alla lettiga ed ai cavalli da cui erano portati don Alessandro e le signore. V'accorsero molti che prima stavano riposti per isgomenti di quegli spauracchi; ragazze che non poteano salvarsi dai colui bracconi se non tenendosi rimpiattate, giovinotti bizzarri, che non sapendo chinarsi e mandar giù, erano dovuti rifuggirsi ne' paesi vicini: corsero quelli che jeri avevano mostrato coraggio: quei che s'eran schivati del pericolo corsero del pari ed anche meglio al trionfo. Non occorre dirvi che il sindaco, tutto raffusolato, si trovò là per conservare il buon ordine.

Come la comitiva passò dalla bettola, Cipriano, la Brigita, padre e madre furono incontro ai signori con un mondo d'inchini e un tripudio di ringraziamenti. — Buon dì, signorie! (esclamava Cipriano) entrino e s'accomodino. Non gli aspettavo che loro. La merenda che jeri aveva ordinata quell'altro è bell'e pronta, ed io la servirò oggi di miglior cuore a loro, e insieme un balsamo d'un vinettino che salta agli occhi, e che il simile non bevono nemmeno a casa loro... Cioè... volevo dire...

— Capisco, capisco, l'interruppe sorridendo don Alessandro. Ma la merenda e quanto può somministrarci la tua dispensa, portalo colà davanti alla cappelletta d'Imbevera, e dopo che avremo ringraziato la Madonna, la distribuirai a questa buona gente.

Alla Madonna di fatto si condussero: il signor curato ribenedisse il terreno, disacrato dal sangue, e tutto il popolo vi si prostrò, rispondendo alle preghiere che con edificante pietà recitava donn'Emilia al cui fianco stavano inginocchiate la Brigita e la madre rediviva. Sorti poi, si sparsero a gruppi pel pianerottolo e nel bosco, a contare, a domandare a designare i luoghi. Di Cipriano non vi dico altro. Era divenuto due dita più alto; e mentre cocessero le vivande, sbracciavasi come un telegrafo, narrando il primo atto in cui era stato tanto personaggio: poi nell'udire il successo della storia, trasecolava; batteva l'anca, esclamando: — Oh!... se ci fossi stato io!... ma chi poteva indovinarlo? Come poi intese la fine del guardacaccia: — Che? (disse) anche lui? fanne e fanne, s'è dato la zappa sui piedi. Credeva lui che fosse arrivato il sabato mio: ma il sabato non arriva soltanto per noi poveretti.

Il sindaco andava cercando sottilmente la verità del caso, per estendere esatta informazione a chi di dovere. Il signor vicario diceva: — Ecco: io come io, ho perduto un desinarello tutte le feste e de' bei straordinari, ma tanto tanto ne sono contento, perchè vedo contenti voi altri, che siete le mie pecorelle. E diciamola, che tanto è morto: avete cento sacchi di ragione. Peccato però che io non sia giunto in tempo, che, oltre il resto, gli avrei, pulcriter, cum bonis modis, rammentato quel che tante volte m'aveva promesso, di voler qui fabbricare una chiesa e mettervi un cappellano. Oh! un cappellano ad nutum del parroco pro tempore di Barzago, sarebbe un ajuto di costa.

— Ma la chiesa (soggiungeva il sindaco) non si potrebbe farla ugualmente?

— Cum quibus? domandava il curato, fregando tra loro i polpastrelli dell'indice e del pollice.

E Isidoro, accarezzandosi colle dita stesse il labbro inferiore, guardando la terra e dimenando un pocolino il capo siccome un poeta che cerca la rima, replicava:

— Vedo quel che vuol dire. Ma ecco, in paese siamo novecentocinquantatrè anime: se dessimo, puta caso, una lira per testa...

— Ah, miserie, interrompeva il parroco. Non bastano manco per la sacrestia.

— Oh, se consiste solamente in questo, io ne do quattro e patiscano gli eredi. Così, facendo saltare sulla palma della mano quattro berlinghe, parlava Cipriano, il quale calcolava sul maggior concorso che la devozione trarrebbe alla sua osteria.

— Ed io (ripigliava il reverendo) raccomanderò le cosa caldamente dal pulpito.

— No, no, interruppe la contessa madre, la quale era sopraggiunta in mezzo a tali discorsi. La grazia l'ho ricevuta specialmente io, ed io è ben giusto ne ringrazii la Madonna. La chiesa si farà, e voi, sindaco, poichè vi dimostrate così ben disposto, v'impegno per soprantendere al lavoro.

Il sindaco che, al sentirsi diretta la parola da una dama, erasi allungato d'un palmo, faceva scappellate e inchini da settanta gradi, esclamando: — Troppo onore; tutta bontà dell'eccellenza sua.

Qui il curato soggiungeva: — Anche il cappellano, illustrissima? Ma l'illustrissima non udì, credo, in grazia del baccano che faceva l'ostino, annunziando alla gente una tale risoluzione. Poi, secondo gli ordini, cominciò questi a servire vino e mangiari, e, tutto brio e ilarità, contava e ricontava fitto fitto la ventura, la quale (come pur troppo facilmente i lettori nostri ne converranno) nulla avea d'interessante se non l'esser vera. Anche suo padre davasi attorno tutto traffico, snocciolando sentenze, e dando ragione all'ultimo che avea parlato. La madre pure, la quale, vistone gli effetti, non sapeva disapprovare il coraggio di suo figliuolo, se dapprima credeva che la legge di Dio vietasse fino di conoscere i torti recati dai padroni, ora, adattando la sua morale all'esito delle cose, colla solita cera quaresimale veniva ripetendo: — Domenedio non distingue il raso dal frustagno: tardi o tosto egli arriva i cattivi, comunque abbiano nome.

Tutto insomma era lieto di così schietta allegria, che fino i signori, ma sovratutto la vivace sposina, pareva si struggessero di mescolarsi alla turba festiva: se non ne fossero stati rattenuti dalle imprescindibili leggi del decoro. Sopra un rialto protetto da un noce annoso, che il vicario assomigliava al fico di Mambre, tenevansi dunque in disparte i due sposi e la madre, che, come succede nei rapidi passaggi dal male al bene, sentivasi impedito il cuore e la lingua, e don Amadio, al quale vi so dir io che tal compagnia serviva (per usare un modo suo) di manovella a montargli la macchina dell'ingegno e fargliene pronunziare delle squisite ed allambiccate. Stava con essi la Brigita, e tratto tratto anche Cipriano, poichè la gratitudine onde questi erano avvinti non lasciava temere che, abusando dell'affabilità, scemassero quella distinzione dei ceti che anche dai buoni credevasi la più importante molla del vivere sociale. Quivi godeano insieme riandando il passato, a quel modo che la mattina si rincorre un sogno pauroso della notte colla consolazione di sapere che non fu che un sogno.

Così speso quel mezzodì e fattosi sera, tornarono i terrieri al paese, i signori al loro palazzo. Subito il contorno fu pieno di quell'impresa; alla città formò parecchi giorni il trattenimento de' crocchi e delle veglie.

Erano allora moltissimi in Milano i gentiluomini, che, avendo per le politiche vicende perduta l'occasione d'uccidere i nemici della nazione, esercitavano i rimasugli del valore italiano con quelle vendette che la religione proibisce e l'onore comanda, mettendosi al caso d'accoppare o di farsi accoppare secondo le ragioni di un'arte, la quale (o m'inganno) non è la migliore che gl'Italiani insegnassero agli stranieri. Costoro dunque, contentissimi di trovare un caso sul quale sfoggiare le teoriche loro, si divertirono di rimbobolare il fatto del bosco d'Imbevera colle circostanze che meglio tornavano al proposito per farlo credere un vero e formale duello, contando per filo e per segno tutti i mandritti, i riversi, le parate, e via via come fossero stati presenti, sebben ognuno li narrasse diversamente; accordandosi poi tutti (e l'esito lo faceva chiarissimo) a renderne onore a don Alessandro. Il quale per tal guisa andò, così giovane, colmo di gloria, giacchè è gloria, come s'è avvisato di sopra, ammazzare uno secondo le forme. E Cesare Trombone, quel famigerato maestro d'armi che ognun sa, e che ancora aspetta una statua dai moderni spadaccini milanesi, predissegli che diverrebbe uno dei più famosi matadori. Ma come altre profezie di benevoli e di malevoli, così questa non tolse che il Sirtori conservasse cuor sincero e benevolo, rettitudine di anima, ingenuità di carattere.

Quando si vide che e' non riusciva nulla meglio che un galantuomo, a malgrado di quella prima impresa rientrò nell'oscurità, e più non andò per le bocche degli uomini giacchè i virtuosi (salvo quei da teatro) pochi si curano di conoscerli, e quei pochi si astengono dal parlarne e più dal lodarli; credo per quel dogma di prudenza che insegna a non propalare i tesori che si possedono.

L'autorità, se non fosse altro, per la relazione del sindaco Isidoro, venne in cognizione del caso, ma avrebbe avuto un bel da fare se ella avesse preteso impacciarsi di tutti gli ammazzamenti che succedevano. Era anche troppo che adoperasse la sua politica a conservare quella bellezza di pace al popolo contento, la sua giustizia a sterminare le streghe e gli eretici, che il Sant'Uffizio, raccomandando clemenza e misericordia, rimetteva al braccio laico da bruciare. Ond'è che di questo fatto, non essendovi chi ne sollecitasse l'esame, non si ricercò se fosse un caso d'onore od un assassinio; e morì sul tavolino d'un assessore, e fu sepolto in un archivio dove i sorci prevennero le ricerche degli eruditi.

Ma il luogo ove s'è patita una sventura, corso un pericolo, è pur giocondo a rimirarsi a chi ne campò! Ho veduto più d'un navigante starsi delle mezz'ore fisso al mare, contemplando con certa quale compiacenza le onde, che per due o tre giorni di seguente, gli erano ruggite d'intorno. So di chi, uscito da un tristo luogo, dove gli toccò fare lunga e non ispontanea dimora, molte volte ritorna a guardare e considerare con un fremito involontario quelle mura, ove passò tanti giorni ansiosi, tante notti palpitanti, e tirare il flato, ed esclamare: — L'ho scampata bella.

Anche la famiglia de' Sirtori trovandosi alla villeggiatura l'anno seguente, volle nel giorno stesso ritornare al bosco. I paesani, che n'avevano avuto sentore, trassero colà in folla, ricordevoli di quell'avvenimento e di quel rinfresco. Come discesero laggiù, la Brigita comparve innanzi ai signori tutta rimpulizzita: un fitto giro d'agoni d'argento attorno alla nuca, due grandi orecchini d'oro, una pettorina rossa impuntita di turchino, il vistoso bustino di broccato a fiori, tutto trinato a gale di nastri, due candide lattughe ove al gomito finivano le maniche, un grembiule di mussola bianca nuovo di bottega sopra una gonnella color di cielo, terminata in balza a gonfietti. Nel vederla così in fiocchi: — Oh, oh! che novità c'è, Brigita (chiese donn'Emilia). Tu sembri uscita da uno scatolino.

La fanciulla fece ancor più vivo l'incarnato delle guance, e con garbo contadinesco presentandole una manciata di confetti: — Illustrissima, son di nozze.

— Oggi (entrava a dire il curato) oggi l'ho detta in chiesa la seconda volta, e questo qua è il suo fidanzato.

E additava un pezzo di giovinotto, vestito anche egli tutto nuovo d'impianto, con una cintura rossa in vita, e che, traendosi di capo la reticella, da cui spenzolava una gran nappa bianca e rossa, fece una strisciata di piedi, e non sapeva rispondere se non — Grazie, ai mi rallegro di quei signori.

Gli era quel tal giardiniere del padrone della filanda, che, se vi ricorda, aveva anni fa, regalato alla Brigita, quel magliuolo di vite, pel cui guasto era avvenuto il lepricidio. — E anch'io (soggiungeva Cipriano) ci ho anch'io un poco di merito alle fortune di mia sorella, per avere tenuto in guardia quella vite; non è vero, Brigita? Basta: la vite ha portato frutto, e il bel primo grappolo mi prendo la libertà di presentarlo a loro illustrissimi.

Qui, levandone i pampani sovrapposti, discoperse un paniere di pesche fragranti, sormontate da dorata moscadella.

— Abbiam tutto per ricevuto, risposero i signori: poi donn'Emilia si trasse di capo uno spillone d'oro, che le dame portavano infisso nel volume delle trecce come d'argento l'usano tuttora le contadine; la contessa madre si sciolse uno smaniglio d'oro a filagrana; don Alessandro spiccò dalla giubba una dozzina di massicci bottoni d'argento (allora giudicavasi più decoroso il regalare così che non con denaro), e diedero ogni cosa alla Brigita, che fu un bel presente. Don Alessandro poi, voltosi a Cipriano e battendogli sulle spalle con quel fare d'amichevole protezione che i signori, senza derogare alla dignità, possono concedere ad esseri tanto a loro inferiori: — E tu (gli disse) possa tu non aver mai occasioni che giuste di metter fuori il tuo coltellaccio.

— O per questo (replicava Cipriano, che non toccava coi piedi in terra al vedersi, là in faccia a tutto un mondo, trattato con tanta bontà da un nobile), oh per questo, illustrissimo, la stia sicuro. Perchè, non c'è risposta, noi Brianzuoli siamo fatti così: somigliamo ai cani da pastore; fedeli, sempre quieti, da bene finchè si lasciano stare; ma vien l'occasione? arruffano il pelo, cacciano fuori tanto d'occhi, e non temono affrontarsi, fosse bene coll'orso.

I primi passi, com'era naturale, furono alla nuova chiesa.

Se don Alfonso avesse potuto sciogliere lo scellerato suo voto, avrebbe forse eretto ed ornato uno splendido tempio, perchè laute sono le rimunerazioni onde il delitto mercanteggia la complicità che al Cielo domanda. La gratitudine, più modesta, non aveva edificato se non una angusta e disadorna chiesuola, che il sindaco mostrò parte a parte con una compiacenza da artista. Il signor vicario poi montò in una botte sfondata della cànova di Cipriano, che per quell'occasione erasi rinfronzita in modo da scusar di pulpito, e sopra il versetto Sicut fluit cera a facie ignis, dispereant peccatores a facie Dei, et justi epulentur et delectentur in lætitia[7] sfoderò un bravo panegirico; un panegirico sulle molle. Gli è ben vero che, quando i signori gliene presentavano le loro congratulazioni, egli asseriva che unicamente la cortesia di essi era la cifra che dava valore allo zero de' meriti di quello, e volse lasciare intendere d'averlo fatto a braccio; ma non è facile il persuadersene chi badi all'erudizione e all'ingegno che v'erano a pale. Accennò di fatto tutti i templi antichi, da quel di Serapido fino alla rotonda di Agrippa; recitò una sequenza di architetti i più famosi; con una delicatezza da stordire, encomiò i Sirtori e la signora Perego sotto al velo di Salomone e di Zorobabelle; conchiuse esortando i contadini ad elevare un mistico tempio, dove gli affetti fossero i muratori, che, colla calce della carità fraterna e la cazzuola della limosina, sopra il fondamento della fede ergessero le mura della speranza, tra cui le colonne della memoria coi capitelli della gratitudine sostenessero la cupola della devozione, sotto alla quale dalle campane della tradizione venissero congregati i popoli ad una festa, in cui fossero arazzi le preghiere, altari i cuori, lampade l'allegrezza comune, organi le gole cantanti, incensi... non mi ricordo più che cosa, giacchè il panegirico non fece mai gemere i torchi; ed è un peccato, perchè potea far testo.

I paesani, più trasecolati da quel tòcco d'eloquenza quanto meno ne avevano compreso, sbucarono di chiesa non appena fu finito, e don Alessandro ordinò a Cipriano che mescesse ancora a tutti; il che non domandatemi se accrebbe l'allegria ed il frutto del sermone.

Mi s'era dimenticato di dire come la medaglia d'oro che era stata pegno di vendetta, venne di fatto appesa in voto alla Madonna, e là rimase fin quando, trentasett'anni fa, i Francesi ci fecero, cogli ori della chiesa, pagare quella bellezza di libertà che ci venivano a regalare. Allora uno di questi contorni, spirito forte che s'era fin lasciato intendere a dire che i frati non erano se non tanti oziosi, d'ordine del Governo la levò via per cambiarla in tanti zecchini, e ve ne sostituì un'altra di similoro. E la medaglia e la libertà, come succede delle cose false, presero il verderame: quella passò tra le ciarpe di un ferravecchi, l'altra tornò in paradiso ad aspettare il Dies iræ.

Tanto andò a genio quella sagra campestre, che i signori istituirono di tornarvi ogni anno. Cominciarono a menare alcun amico, e amici n'han sempre di molti i signori, massime d'autunno: qualche ricco che là intorno villeggiava, per curiosità, per passatempo volle vederla. I contadini rimangono in quel tempo disposti all'allegria dalle miti sere e dai ventilati mattini succedenti alle eterne giornate, sudate sotto la sferza della canicola, dal vedere indorato il granoturco e colorita la vendemmia. Se vi aggiungete le memorie della libertà ricuperata e, cosa non meno importante, della merenda goduta, facilmente intenderete perchè vi traevano volentieri, quando anche non vi dicessi che don Alessandro continuò a pagare a Cipriano due zecchini, perchè distribuisse quattro brente del buono. Con così poco i ricchi possono farsi voler bene! Morto poi quel signore, per non ismettere la buona usanza, gli accorrenti portarono con sè da merendare e da bere una volta, ovvero dei bravi quattrini, coi quali, mentre pagavano il fiasco a Cipriano, questi, già grave d'anni e padre di figli che avevano figli, coll'aria d'importanza propria dei suoi confratelli, diceva loro: — Ecco; finchè visse quel buon signore, si bagnava il becco con meglio che dell'acqua, e gratis et amore Dei, e questi erano tanti risparmiati. Ma dei signori buoni non se ne trova uno ad ogni uscio. Eh tu, Matteo, non puoi aver idea di quel diavolo a quattro; tu eri ancora a balia. Ma voi, Cosmo, che, poco su poco giù, siete del mio tempo, dovete serbarne memoria, eh? E trovava tutto il suo pascolo, quando, messo in mezzo da una ventina di villani, non meno vogliosi d'udire che esso di narrare, poteva ripetere punto per punto l'istoria, mostrar la vite, che ormai rinfronziva tutta la fronte della casetta, e di bei festoni attorniava le finestruole, e descrivere gli atti e le parole dell'Orso di Barzago che Dio gli abbia perdonato, e don Alessandro Sirtori che spendeva come un Cesare, e che aveva il cuore compassionevole quanto se fosse stato un pover'uomo. — E la cagione di questo sconquasso (aggiungeva con una stropicciatina di mani) chi è stato? Io, io persona prima. L'ho vista brutta, ma la paura non sapevo dove stesse di casa io. Eh! adesso sono da mettere fra gli scarti: ma allora ero un acciarino bresciano: poi un buon Brianzuolo, quando fa bisogno, non c'è a dire, muora Sansone e tutti i Filistei.

Mancò poi anche Cipriano; mancarono quel Cosmo che se ne ricordava, e quel Matteo che non se ne ricordava: col valicar dei tempi, nuove disgrazie fecero perdere la memoria di quelle: e però, non fo per dire, ma bisogna chiamarsi obbligati a chi riempie queste importanti lacune della storia col tornare in luce fatti così istruttivi ed esemplari come veri.

La concorrenza però non è mai venuta meno: anzi in un secolo che non crede nulla e si fa beffa di tutto, fin delle intenzioni, quando il Gioja si congratulava di vedere scemata l'affluenza al santuario di Caravaggio e ad altre sagre, chi lo crederebbe? alla Madonna d'Imbevera aumentò straordinariamente. Se domandaste il perchè, vi risponderemmo: — È la moda; ragione la sola che molti possano rendere delle loro azioni, e fin della loro guisa di pensare. Nè crediate vi si faccia una musica, una fiera, qualche cosa di fracasso; no: unico spettacolo è quello degli spettatori. La romita solitudine, onde sono per tutto l'anno circondati la povera chiesuola d'Imbevera e un casamento eretto là d'accosto, ogni otto di settembre si popola così rapidamente, così variamente, come si legge che un giorno solevano le selve al cenno delle fate.

Chi drizza a quella volta, già da assai lontano ode una romba, simile al romoreggiare della marina. Ed ecco le strade, che d'ogni parte vi capitano, brulicare di gente, contadini, artigiani, mestieranti, soli, a coppie, a gruppi, a frotte. Giovinetti con cappelli di paglia artificiosamente trecciati a trafori, adorni con piume, specchietti, galanterie quali contenti del frustagno e del taglio all'antica, mentre gli altri vestono giubbe più moderne, colla cocca del fazzoletto affacciata alla tasca e con larghi pantaloni, invano e dal curato e dal fattore rinfacciati loro siccome indizio evidente d'insubordinatezza e d'irreligione; pigliansi al collo gli uni degli altri, a spintoni rompono la calca, od in ischiere arditamente festanti colla zampogna fanno risonare concerti, che sentono il sole e il vento della montagna. Le caute madri, tutte occhi a vigilare le ingenue fanciulle, quel giorno permettono che, per devozione, esse vadano a Imbevera. Tu scerni la Brianzuola alla snella corporatura, ai baldanzosi fianchi che davano per la fantasia al mio Parini, ad un'aureola d'argento al capo: distingui la briosa Bergamasca al bustino cortissimo di vita, ai vezzini d'oro, ai cincinni della fronte, ad un agone a trafori infisso nelle trecce cascanti bizzarramente da una banda, a certi sguardi bricconi. E tutti ne' vari loro dialetti chiedono, cianciano, gridano, fanno fiera. Il garzone, che per la prima volta vi trae, interroga curioso un vecchio, che ci veniva prima del 96, quando vi comparivano indemoniati strillando, e buli che deponevano alla soglia della chiesa la omicida loro carabina; che si ricorda quando i Giacobini in nome della libertà proibirono quella sagra, e quando Russi e Cosacchi, tornandoci cattolici, l'ebbero ristabilita; c'è venuto coi Francesi repubblicani, coi Francesi imperiali, ed ora seguita da vent'anni a venirci con cotesti, sperando venire coi loro successori.

Nel bosco e sul piazzuolo s'innalzano assiti e baracche, si spiegano tende, curvansi e intrecciansi i rami a pergole, a capricciosi frascati, si dispongono tavole, trespoli, sediuoli; è un mondo di gente, è un tremoto di faccende. Qui fierajuoli a sfoggiar mercanzia: là bettolieri a rosolare braciuole e friggere galletti: il buzzurro allessa e brucia le castagne primaticce: un gruppo di villani già mezzo brilli urlano a chi più i punti della mora, altri straziano costolette così guascotte, e le irrorano di acquavite, di vino, di mosto appena spremuto dall'uva non ben matura. La fanciulla compra un santino per la nonna devota: la nonna gingilli per ispassar il bambino quando il portano a mimmi; il becerume, bocca ed occhi spalancati, attende alle forze, o al bagattelliero che ha rimedii per tutti i mali e per altri ancora, o al cantambanco che sul cartellone dimostra vita e morte del famoso Pacino, l'incendio di Mosca e l'inondazione del Danubio; o a qualche Orfeo che, strimpellando la ribeca o raschiando un violino, attira le pietre. La chiesa, che fu già occasione della festa, è la meno che si visiti: in quella vece fitti, serrati, vanno come un'onda di su, di giù, per la spianata e pel bosco vicino.

Così la pedonaglia. Ma quelli di maggior bussola non compajono se non nel basso del giorno, tanto più tardi quanto ciascuno è, o si crede da più. Monza, Milano, Como, Bergamo (e si v'è due passi) risentono ai corsi loro la mancanza della crema o della schiuma dei cittadini e dove sono? al bosco d'Imbevera. Zerbinotti che sbraveggiano su sbuffanti puledri, o trionfano in tilbury eleganti: gran signori rimpettiti in comodi cocchi, con ambiziose mute, condotte a centinaja di zecchini dai pascoli dell'Holstein e dell'Olanda: fittajuoli che staccarono dalla benna e dall'aratro i robusti ronzinanti svizzeri, e rivestirono di nuova livrea il carrettiere: nobili scadenti, o sorgenti plebei, i quali noleggiarono ad alto prezzo un calesse, due rôzze e un vetturale, il quale cornando e schioccando fa rumore per quattro: particolaretti che coll'industria sperano quando che sia mutar in carrozza la timonella di cui ora mal s'accontentano: il granajuolo nella sedia o nel baroccio che lo porta il sabato ai mercati di Lecco o alle calende a Bergamo; tutti insomma qui piovono a darsi aria, a vedere, a farsi vedere. Gli alberghi più capaci della città appena basterebbero a tanto concorso, non che le meschine bettole del contorno, poco migliori di quella ove, ducencinquanta anni fa, vendeva vino il nostro Cipriano. Quindi vedi i cavalli affidati a ragazzi su pei prati; e da tutte le bande disposti in fila cocchi a centinaja, che dico? a migliaja: e tra quelli sparsi i pitocchi, che sporgono la mano o il bossolo, ostentando al passeggero piaghe, moncherini, una nidiata di puttelli, e strillando Pietà, limosina. — Concordanze sociali!

Chi credesse che una sagra campestre dovesse far luogo a quella semplicità, che aggiunge tanto più allegria, quanto più la scioglie dagl'impacci, sarebbe troppo in inganno. Il lusso più ricercato, le più sontuose gale di vesti, di fronzoli, di gioje, sono di balzo trasportate dal corso delle città al bosco d'Imbevera. La signorina, venuta, già è un mese, a villeggiare qui poco lungi, fra il grosso bagaglio non si dimenticò di qualche bel capo o di un vestitino a posta per questo bel giorno: la fidanzata vi fa la prima comparsa coi vezzi donatile dallo sposo: quella sciarpa, quella cappottina furono rinnovate per farne spocchia alla Madonna di Imbevera. Belle dall'arguto pallore e dal fuoco raccolto degli occhi pensosi, meraviglia dei teatri e dei ridotti cittadini; forosette dalle gote rubiconde e piene come melerose, che nelle solenni processioni del villaggio sentonsi dire Ve' com'è bella, qui compajono insieme: le prime appoggiate ad uno sposo fedele, beando di lusinghiero ritenuto sorriso il fedele milordino, che con membra e con andar femmineo sbircisce colla lente e susurra meditate cortesie; l'altre colle compagne, dando ascolto e risposta ai vivaci scherzi ed alle espressioni più clamorose quanto più cordiali, del bifolco e del bottegajo; finchè vanno queste a tracannare l'acquavite e la spumosa birra, l'altre a gustar la gramolata, il sorbetto e le paste sfoglie sotto ai padiglioni dell'effimero acquacedrajo.

Chi di là gira lo sguardo, vede brulicare una folla di teste; cappelli da villano, da signore, da prete, da cittadino; brillanti colori e delicati; il sedan ed il velo crespo alternati colla stamina e col bambagello; fogge testè arrivate da Parigi presso a quelle da un anno abbandonate alle provinciali, all'altre che già discesero al contado, alle arcaiche, custodite dalle matrone in commemorazione de' tempi migliori. Qui le piume d'uccello di paradiso ondeggiano a canto al pennacchio del gendarme, la cui vista fa sguisciar via il tagliaborse, frena l'allegria d'un ubbriaco e le ominazioni di due baffuti, che battendo i tacchi, ragionavano della buona causa. Qui gli uomini creati dalla natura a consumare e godere, misti con quelli da essa destinati a sbracciarsi e stentare per la soddisfazione dei primi: contadini imbruniti e ingagliarditi dal sole e dalle fatiche sono riurtati sdegnosamente dal prediletto dalla fortuna, gonfio per dieci generazioni di antenati, al par di lui oziosi, il colore e le membra dilicate del quale fanno prova del sangue più gentile, cioè degli squisiti bocconi e del non far nulla. Qui un veterano della legion d'onore e dai mustacchi bruciacchiati dalla polvere d'Ulma e d'Austerlitz, e che sarebbe colonnello se le cose, dic'egli, fossero ite come dovevano, trovasi a fianco del coscritto che una sola notte passò in caserma fra gli stravizzi, il fumo e le facili beltà. Qui la schifiltosa mantenuta pavoneggiandosi raccomanda al suo ganzo che le sontuose trine da lui donatele non lasci mantrugiare dal contatto del ruvido guarnellino che la setajuola guadagnò di sacrosante fatiche.

Quando poi, veduto ed ascoltato intorno il linguaggio de' ventagli, de' fazzoletti, delle lenti, lo sguardo ansioso di chi cerca, il dolente di chi troppo ha trovato, il confidente susurrio delle recenti spose, e l'inesorabile cicaleccio delle terribili madri che hanno tre fanciulle da maritare, tu volgi dall'altra parte ove sale il bosco, ecco per tutta la pendice una mobile decorazione di gruppi che disposti nel più pittoresco modo tra le fratte e i castani e sul molle tappeto del muschio, godono la merenda e lo spettacolo che l'onda della folla scendendo e poggiando cangia ad ogni batter d'occhi al loro piè.

Deliziata a tale scena, la vispa zitella esclama, — Deh! com'è bello! nel mentre stesso che un'altra, coll'ingrata maestà del quarantesimo anno, ripete contraendo il labbro, — Al confronto d'anni fa: non c'è la metà gente, la metà lusso, la metà allegria.

Così il giovane, cui l'età del primo amore dipinge tutto a color di rosa, trova qualcosa di gajo tale mescolanza del boschereccio collo scialoso, della naturalezza coll'eleganza, della franca giovialità campestre colla contegnosa della città; intanto che un altro, cui l'esperienza rese itterico lo sguardo, raggrinza il naso esclamando: — Pazzie! venirsi a pompeggiare in un bosco!

V'è intanto chi si perde per la selva a cercare una pianta remota, dove, anni sono, in questo giorno istesso incise un nome, — il nome d'una fanciulla, con cui si erano giurati eterno inseparabile amore. La pianta crebbe, crebbe il nome con essa, ma l'amore svanì; ed egli appena ricordò l'amica perchè la rintoppò laggiù, contenta madre dei figliuoli d'un altro.

Ancora v'ha chi, non logoro dai diletti cittadini a segno da non sentire l'incanto delle semplici bellezze naturali, guadagna le vette, e di là vagheggia il cielo che s'inazzurra sui poggi e sulle valli della Brianza: quel cielo che gli stranieri credono un'esagerazione quando lo vedono dipinto nelle tele dei gran maestri: e che in quell'ora, imporporandosi ai tremuli raggi del sole che declina, fa spiccare all'occhio ammirato la sommità dei colli e dei monti che formano cornice ad uno de' più graziosi paesaggi; mentre gli augelletti...

Ma che ha qui a fare quest'arcadica descrizione?

Che ha a fare?

Ah! lo sa il mio cuore, che alla sconsolante realtà del presente procura sottrarsi col figurare come sa più al vivo quei luoghi di care memorie ed incolpate. O miei monti, o miei colli! Deh quando il sereno spirare del vostro orezzo pioverà ancora la pace sul mio solingo cammino? Quando l'alba mi troverà sulle vostre vette ad aspettarne il primo biancheggiare? Quando la sera accoglierà il saluto che manderò al patetico astro di Venere? Quando il sole mi vedrà, in gara col capriuolo, libero come l'aria che vi si respira, balzar di pendice in pendice, aspirare l'aroma del cisto e dello spigo selvatico e l'autunnale fragranza delle eriche fiorite; tuffarmi nei torrenti della luce ond'esso v'ammanta; esultare sentendomi al disopra dei tumulti dell'umanità e più vicino al tempio del Creatore? Quando, quando? — Ah forse mai più!

Perdonate, lettori, se da voi mi son dilungato, come perdonereste al vetturino che vi guida in viaggio, e che s'arrestasse per abbracciare un bambino che gli ricorda il suo fanciulletto, ahimè! rapitogli dagli assassini. Sono con voi, se volete che tornando alla campestre festa, scrutando i cuori, cerchiamo tra quel nugolo di gente alcuni successori di don Alfonso, ma che, grazie alla crescente civiltà, sostituirono al ratto la seduzione, alla violenza il raggiro, alla legge sfidata la legge illusa, alla vendetta scoperta la denigrazione e il bacio di Giuda: od anche qualche imitatore di don Alessandro, col proposito, più generoso che prudente, di assumere la difesa del debole contro il soverchiatore, massimamente se questo non sia troppo grosso, nè l'affare importi pericolo.

Potremmo anche o maligni rivelare alcune fortunette che la boscaglia e la folla mal coprì; o morali compiangere tante che vennero a perder l'innocenza per festeggiare un giorno in cui l'innocenza fu salvata; e i molti che gozzovigliano un dì per digiunare una settimana coll'affamata famigliuola, e che non abbandonano il tumultuoso stravizzo se non dopo che la ragione è sfumata a rinforzi di bicchieri, e che il vino o la gelosia fece cacciar a mano i coltelli; — solite appendici delle sagre, solite conseguenze delle devozioni clamorose, qui ed altrove, ai nostri tempi e a quelli dei nostri buoni vecchi.

A tutto mette fine la sera. Al domani ecco il luogo spopolato; pochi operai intenti a riporre le trabacche, a sgomberare il lieto apparecchio; poi tutto ritorna nel silenzio. Fronde intrecciate, rami aggruppati o schiantati, l'erba calpesta, qualche tronco abbronzato dal fuoco, reliquie di cibi, sono tutto quello che rimane del tumulto di jeri, che si rinnoverà da qui ad un anno per terminare ancora nel modo istesso.

Così nell'anno dei secoli passano le generazioni. Quella che oggi a calca si affanna su quest'ajuola del mondo, dimani sarà scomparsa; agli splendidi clamori che oggi ne rintronano, succeduto il silenzio; al tumulto delle futili importanze, la solitudine, il disinganno del sepolcro; gli edifizii che noi ci architettiamo, verranno levati come il padiglione d'una notte: altre generazioni succederanno poi a tripudiare e gemere, a compiangere ed esser compiante, a soffrire e far soffrire, sintantochè, giunta a sera la loro giornata, daranno luogo alle successive; — nulla più ne indicherà l'esistenza, nulla se non le ruine.

1834.

Notes in this chapter

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