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Mastr'Impicca

AVVERTENZA (continued 2)

Reading edition

— «Fata benedetta mia, se, come ogni fata d'un certo grado, possedete anche voi un carro alato o tirato da draghi e da ippogrifi, ve ne scongiuro, riconducete voi, al più presto, la Principessa nella Reggia di Scaricabarilopoli dal padre. Frattanto io corro a sbrigare ed aggiustare un certo conto coi rapitori; e bramerei non aver impicci di donne qua presenti».

— «Non temere; la ragazza rimane nella mia custodia. Bravo Sennacheribbo, corri pure a far quel che occorre. Penserò io a rintegrar la Rosmunda nel dominio paterno. Vai, vai pure,» — disse la Scarabocchiona, ed alzando la verga criselefantina mormorò certi versetti:

O rosei draghialigeri Che il plaustro mio traete; Da' vostri eterei pascoli Qui qui presto accorrete!

Ed ecco un elegantissimo plaustro di madreperla apparire e ristare innanzi alla finestra come un cocchio innanzi all'incarrozzatoio, come un treno innanzi al marciapiedi della stazione: lo trascinavano per aria otto be' draghetti alati, dal mantello roseo, picchiettato di violetto e con le creste e le crinier rosse, scarlatte. La riportò dentro sulle sue braccia la Rosmunda il cui svenimento aveva mutato in benefico sopore. Incarrozzata o meglio implaustrata che fu, mormorò questo scongiuro:

Là, dove afflitto un popolo Piange la sua signora; Là dove un padre (misero!) La sua diletta plora: Dove Reggia e tugurio Sol per costei s'accora: Volate, o draghi aligeri, In men d'un quarto d'ora!

E salutò con la mano l'ufficiale; e gli disse: — «Arrivederci», — e sparve.

Sennacheribbo seguì con lo sguardo quel plaustro che segnava come una striscia luminosa per lo ciel sereno, e si riscosse al suono d'un sospirone che gli sfuggiva dal petto. Corse con la mano agli occhi e li trovò molli di lacrime, che rasciugò col dorso di quella, sgridandosi, riprendendosi, increpandosi, biasimandosi di tanta fiacchezza in quel momento: — «Su, su! Non c'è tempo da perdere! Altro che sospiretti e lacrimette. Occorre sbrigar qui un'opera di sangue, che serva per esempio memorando ai popoli ed ai Re. Il sole che sta per sorgere deve vedere quanto nessun sole ha mai visto».

Scese al pianterreno, chiamò il luogotenente e gli commise di comandare un distaccamento, di requisire le scale a piuoli, le corde dei pozzi e sapone e travi e zappe e badili, e di recarsi sopra quell'altura là, poco discosta, onde si scorgeva il Reame di Scaricabarili ed il corso del fiume regale che passava poi per Iscaricabarilopoli, e di rizzarvi prontamente tre forche. Il luogotenente salutò senza fiatare, e s'avviottolò subito con un picchetto. Quindi il capitano si fece condurre dinanzi le tre Maestà di Baldassarre V, Melchiorre XVII e Gasparre I, tutt'e tre saldamente affunate. L'autocrate d'Antibo, che non era facile a smarrirsi, lo sbirciò guerciamente e gli chiese con che ardire, con quale autorità osasse por le mani sacrileghe sugli unti del Signore? sconfinare e perpetrare scorrerie e ricatti in paese amico, in piena pace? violare i trattati? calpestare il diritto delle genti? Ma Sennacheribbo, che lo squadrava con un cotal riso di sdegno, non lo lasciò perorare.

— «Zitto là! Mi meraviglierei della impudenza vostra, se non conoscessi per prova la vostra sfacciataggine dalla discolpa dell'assassinio di Coppa di oro. Non vi considero come Re, anzi come rei: ed avete rotta la pace voi, senza dichiarazion precedente di guerra. Siete briganti, banditi, masnadieri, grassatori, ricattatori, plagiari, i quali accolti e trattati come ospiti cari da noi, con tradimento inaudito, senza un pretesto al mondo, avete osato rapire una fanciulla minorenne, una principessa reale, la figliuola unica dell'ospite, rapirla inconsenziente e trascinarla fuori Regno per poi sforzarla a nozze aborrite, anzi per farne crudelissimo scempio. Avete trasgredito ogni legge umana e divina: come invocarne alcuna in difesa o scampo vostro? Da lunga pezza siete esosi a' soggetti, aduggiate il mondo. Quest'ultima enormità colma la misura e trabocca la bilancia».

— «Ho Dio solo per giudice delle azioni mie, io» — rispose il guercio. — «Sono Re sovrano ed indipendente. Un vassallo, uno stipendiato di altro Re non può sindacarmi, ned offendermi. Subisco le violenze di un matto da catena... ma il primo assennato in cui m'imbatterò nel Regno del vostro padrone...»

— «Risbagliate i calcoli. Riconducendovi prigionieri a Scaricabarilopoli, metterei in imbarazzo grandissimo il Governo e finireste per iscapolarla impuniti e per muoverci una guerra di sterminio. Lasciarvi liberi, dopo avervi offesi, sarebbe ragazzata.... e mi crederei colpevole di quanto male fareste in avvenire. Ho pensato meglio. Stanno rizzando tre forche su quel poggio appunto onde si scorge il Regno, ch'è dote della nostra Principessa ed il fiume regale che passa per la città natìa di donna Rosmunda, la quale tu, autocrate d'Antibo, volevi appender lì per la capigliatura lunghissima, acciò vi morisse di fame e di strazio. E lì, sarete appiccati per la gola e strangolati tutti e tre prima che passi un'altr'ora. Così l'uman genere, sarà libero da questa pestilenza che lo ammorba».

— «Capitano,» — disse tremando il despota d'Exibo, — «signor capitano mio! Ella scherza! Badi a quel che fa! Un attentato simile, inaudito, non più visto, troppo caro le costerebbe».

— «Caro? Mi costerà solo la vita. Mel so. Vivo certissimo di morir dopo ignominiosamente. Mi sacrificheranno. Mi consegneranno a' vostri successori, perchè mi strazino e tormentino e torturino e supplizino. Sia. Mi piace. Non mi duole pagare con un tal prezzo la soddisfazione che mi procaccio. E se le mie carni verranno attanagliate, abbrustolate, sforacchiate, dilacerate, dilaniate; la fama mia rimarrà fra gli uomini eterna come il ricordo degli eroi che hanno sgombrata dai mostri la terra. E sufficit. Più non vi dico e più non vi rispondo. Tromba, suona a raccolta; tenente fate prender costoro in mezzo: se rifiutano di camminare, piattonate! Si va su quella montagnuola, lì dirimpetto, dove s'è recato il luogotenente col distaccamento».

Chi potrebbe esser da tanto di descrivere, benchè approssimativamente, benchè in parte, lo sbigottimento, lo spavento, il terrore, la sordida pauraccia di Don Melchiorre, con tutti i fenomeni che produce, con tutte le sue manifestazioni? Non v'ha preghiere umili, anzi abiette ch'egli non profferisse; non vi ha scongiuri codardi ch'egli non pronunziasse; non vi ha promesse ricche, delle quali non largheggiasse; supplicazioni, lagrime, esortazioni, dalle quali si astenesse per tentar d'impietosire o il signor capitano o uno de' signori luogotenenti o il sottotenente o il foriere, o un sergente o un caporale o un soldato. Sennacheribbo era irremovibile, i subalterni e la bassaforza incorruttibili e devoti al capitano per modo che lo avrebber seguìto contro il Re loro stesso, contro Domineddio medesimo. E poi la fedeltà loro e la ferocia erano ventiquattruplicati dal tocco della verga di fata Scarabocchiona. Il povero zoppo, stanco dalla cavalcata, si sarebbe buttato per terra, nella polvere, nel fango; ma le piattonate dei cavalieri lo stimolavano e lo sospingevano innanzi.

Il monarca d'Introibo, lui, rideva e camminava allegramente. Rideva dalla gran paura del collega e camminava allegramente, perchè tutto questo non gli pareva cosa seria, anzi uno scherzo, una facezia, troppo spinta, se volete, di pessimo gusto, sì, ma fecezia di quel cervello balzano del capitano. Afforcar tre re? Ma vi par'egli? Chi sarebbe tanto gonzo da credersela? Tre Re, tutti insieme, in una volta, come se nulla fosse? Non se n'è mai appiccato uno, neppure Re di contrabbando ed usurpatore, nonchè dagli altri Principi, ma da' popoli in rivoluzione. Ed un capitanucolo de' dragoni oserebbe mandarne in Piccardia una triade, improvvisamente? — «Chêh! chêh! Può darsi che voglia fare un ricatto, che tanto sia capitano dei dragoni scaricabarilesi lui, quanto io imperator della China. E parla così di patibolo, per ammorbidirci e cavarci una taglia maggiore. Bisogna dunque stare sul tirato, s'è un capobanda. Ma vedrete, appiè del gibetto si scappellerà, ci farà degli inchini profondissimi, ci domanderà umilissimamente perdono della licenza poetica; si metterà a' nostri ordini; anzi probabilmente troveremo imbandito uno splendido digiunè, che serviranno egli e gli uffiziali!». — Così pensava quel gobbetto o diceva ai compagni di delitto.

Ma l'autocrate d'Antibo aveva capito, lui, che i propositi di Sennacheribbo eran di quelli che non possono scollarsi comechessia: nunquam dimoveas. Interrogava, con inquietitudine dissimulata l'orizzonte, tendeva l'orecchio e rallentava il passo e cercava di guadagnar tempo, sperando che sopraggiungessero finalmente i tre Reggimenti mandati a chiamare; quei tre Reggimenti che potevano arrivare, liberarlo e sopraffare ed impiegar tutto lo quadrone scaricabarile. — «Oh giungessero, giungessero! Oh ne comparisse l'avanguardia!». — Oh qual terribile vendetta prenderebbe delle parole di rimprovero che aveva dovuto soffrire, delle angosce spaventose che stava provando. Morire? ed in qual modo? Muoion tanti, ma lui! Muoion tanti, anche giovani se volete e ricchi, ma infermi, ma in battaglia. Ed anche sul letto a tre colonne, sì: ma non sono autocrati, con tutti i mezzi per soddisfar le passioni! Lui era nato per mandar gli altri ad impiccare, era contro natura che il caso suo nella fine fosse un dondolo! Oh se avesse avuto modo di far conoscere ai suoi lo sue distrette? di stimolarne il passo! Bestie di colonnelli che non sanno comprendere, indovinare il bisogno urgente che si ha di loro! Ma Gasparre non aveva un legaccio incantato per chiamare in aiuto alcuna fata! e qual fata buona avrebbe voluto adoperarsi per salvar quei mostri? Demogorgone l'avrebbe poi flagellata con mazzafrusti di colubri e l'avrebbe incantata chi sa in qual barbaro modo per un secolo almeno.

Il corteo si fermò sul monticello, dove il luogotenente avea fatto acciabbattamente piantar le forche; che non eran certo costruite secondo tutte le regole dell'arte impiccatoria, ma via, per una volta tanto potevano servire. Già, il luogotenente non era un carnefice, ned i soldati tirapiedi; facevano alla meglio. Tre belle corde co' cappi insaponati si dondolavano alla brezza mattutina, che l'aurora cominciava ad inaranciar l'oriente. Accorse un dragone al galoppo e riferì al capitano che si vedevano in lontananza avanzare delle forze nemiche considerevoli. Un lampo brillò negli occhi guerci dell'autocrate antiboino; mentre il monarca d'Introibo continuava a ridere scioccamente ed il despota d'Exibo a frignare, a piagnucolare, a singhiozzare. Sennacheribbo senza scomporsi o titubare disse a' suoi: — «Sbrigatevi». — Fu appoggiata una scala a ciascun colonnino; un soldato si appollaiò su ciascuna traversa; due altri preso di peso ciascun Re, lo tirarono di piuolo in piuolo, finchè il primo potesse assicurargli il capestro al collo: poi attaccarono loro delle pietre pesantissime ai piedi legati e scesero. Sennacheribbo, che stava fumando a cavallo, tranquillamente, come estraneo alla cosa e noncurante, si cavò la spagnoletta di bocca, sputò e disse: — «Giù!». — Le scale furono sottratte ai tre meschini, i quali travolsero stranamente il volto per la rottura delle vertebre cervicali nelle estreme convulsioni dell'agonia. In quell'istante comparve il sole sull'orizzonte e percosse coi primi raggi le facce livide dei tre regnatori, i quali traevan calci al rovaio.

— «Suonate a raccolta;» — vociò il capitano, quando fu tutto compìto, rompendo il silenzio prodotto dall'orrore che ingombrava gli animi de' soldati non assueti ad assistere a tali giustizie e molto meno ad aver parte in esse. E certo se non ci fosse stato quel ventiquattruplicamento di ferocia, di ardimento e di disciplina cagionato dalla vergata della fata Scarabocchiona, non avrebbero avuto animo di obbedire al capo loro, per quanto caro l'avessero. Lo squadrone si riformò in ordine di marcia, discese dalla montagnuola e ripassò felicemente la frontiera mezz'ora prima che i tre Reggimenti antiboini giungessero sul luogo del supplizio, ed esterrefatti e raccapricciando riconoscessero e disimpiccassero i tre cadaveri regi che facevano il penzolo. Non sapevano spiegarsi la cosa; cominciarono a capirla dopo interrogati i cortigiani legati ed asserragliati nella bettola del Gallo d'oro: ma capacitarsene proprio, non sapevano! Intanto i dragoni scaricabarilesi corsero a spron battuto fino alla prima piazza forte della patria loro. Lì giunto, il capitano Sennacheribbo si presentò al comandante e si costituì prigioniero dopo avergli narrato minutamente e particolareggiatamente l'impresa condotta a termine. Il povero comandante strabiliò, spaventato delle conseguenze che il triplice regicidio porterebbe e pel capitano e pel paese; suggerì dapprima a questo di fuggire. — «Fingerò di non averla visto! si salvi dove e come può». — Ma, rifiutando Sennacheribbo di sottrarsi alla responsabilità degli atti suoi, lo fece tradurre in castello e spedì subito per istaffetta un rapporto al Ministero domandando istruzioni.

In que' due giorni Scaricabarilopoli era stata sottosopra. Ogni ora si divulgava qualche notizia strana e terribile, e con una progressione, un crescendo rapidissimo si giunse all'inverosimile, all'assurdo. Prima la disparizione della Principessa! poi la notizia del ratto. Un deputato interpellò il Ministero sulle voci che correvano intorno alla reda del trono, voci che giustamente turbavano ogni cittadino devoto alla sua patria ed alla dinastia. Il Presidente del Consiglio sciorinò una lunga pappolata, in cui dovette confessare che la Principessa era stata furata da' tre Re proci, con procedere indegno, violando l'ospitalità concessa loro, violando il giuramento d'ammissione al concorso, violando ogni regola d'onestà. Chi non si sarebbe fidato? Quindi il Ministero non era da incolparsi d'imprevidenza. Annunziò nel contempo di aver mandato ordine agli incaricati d'affari di Sua Maestà presso le Corti d'Antibo, d'Exibo e d'Introibo di protestare contro l'eccesso inaudito e di reclamare l'immediata riconsegna della Principessa. Aspettare risposte: dopo le quali proporrebbe importanti risoluzioni alla Camera. Ma la quistione stare pel momento nel periodo delle trattative diplomatiche e quindi non doverglisi chiedere altro. Fu proposto un voto biasimo, e di mettere in istato di accusa il Ministero, perchè aveva fatto mancare alla Principessa una scorta sufficiente e tale da poterla salvare da un colpo di mano e tutelarla; perchè aveva lasciato sfuggire i rapitori, i quali pure avevano da fare un lungo viaggio per toccar la frontiera; e perchè conveniva di non aver saputo prendere alcun provvedimento adatto a ricuperar la rapita. Bisognò fare evacuar le tribune pubbliche, sospender più volte la seduta. Ma finalmente l'ordine del giorno di censura fu votato alla unanimità dei Deputati presenti e votanti: e la messa in accusa dei Consiglieri della Corona ad una maggioranza imponente. Ed al povero Re Zuccone, che straziato dal dolore aveva quasi perduto l'appetito, convenne ancora occuparsi della composizione di un Ministero nuovo, vedere uomini politici, mercanteggiar con essi. I primi atti del nuovo Gabinetto furono un proclama al popolo, un discorso programma alla Camera, una Nota a tutte le Potenze amiche, un ultimatum all'autocrate d'Antibo, al monarca d'Introibo ed al despota d'Exibo; ed il fare imprigionar (a richiesta loro) i Ministri precedenti per sottrarli al furor popolare. Giacchè il popolo, il quale, come sappiamo, travedeva per la Rosmunda, ingombrava minacciosamente le strade della città ed aspettava che i Ministri uscissero dalla sala del Parlamento per istrascinarli a coda di cavallo, impeciarli e appiccar loro il fuoco. Nè, sebbene fosse tarda notte, alcuno pensava a rincasarsi. Quanto ad adoperar l'esercito contro un popolo che tumultuava per devozione alla dinastia, non era da pensarci, ecco!

Poche ore dopo, allo spuntar del sole, si diffonde la nuova del ritorno della Principessa, ricondotta nella Reggia della fata Scarabocchiona sua santola in un plaustro di madreperla, tirato da quattro mute di draghetti volucri, color di rosa, picchiettati di violaceo, con cresta, bargigli, giubbe, e coda del più acceso scarlatto! Tutta Scaricabarilopoli si radunò sotto le finestre del palazzo reale. E quando finalmente la Principessa pallida, convulsa, ma sorridente, comparve col padre sulla balconata per salutar la folla, fu un plaudire, un acclamare, un tripudiare da frenetici; fu un piangere universale; fu un ruggito che domandava vendetta contro gli offensori della bella creatura. La Principessa fè cenno con la mano di chieder silenzio e di voler parlare. Tutti tacquero. Con voce timida e tremante ringraziò di tanto affetto, pregò i buoni Scaricabarilopolitani di calmarsi, di aver fiducia nel Governo e.... di lasciarla riposare. La folla rispose con un'ultimo evviva e quindi sgombrò dal piazzale silenziosamente.

Poi si seppe che era stato il capitano dei dragoni Sennacheribbo, trovatello educato per carità da una povera vecchia dimorante nel vicolo Scassacocchi, arrolato volontario undici anni prima e promosso uffiziale e decorato della medaglia d'oro al valor militare per aver presa una bandiera in battaglia al nemico, quello che alla testa del suo squadrone aveva miracolosamente raggiunti i rapitori varcando la frontiera e riacquistata la Rosmunda. De' fogli volanti davano una biografia fantastica e cerebrina del capitano. Le mure furono ben presto imbrattate dovunque di Viva Sennacheribbo! Viva il salvatore della Principessa! I fotografi cavaron fuori tutte le negative che rappresentavano ufficiali dei dragoni, e spacciarono a prezzi esorbitanti de' ritratti apocrifi del prode. Il popolo si recò al vicolo Scassacocchi e s'impossessò della madre adottiva del capitano e la portò in trionfo, processionalmente. Venne aperta una sottoscrizione per offrirgli un dono nazionale. La sera tutta la città era illuminata spontaneamente: non c'era povera finestruccola, misero abbaino dove non si scorgesse un lucernino, un tegame con grasso e lucignolo acceso, una candela circondata di carta almeno.

La dimane si riseppero finalmente molti particolari della spedizione; e che Sennacheribbo aveva pensato bene di far giustizia sommaria e che Guasparre I, Melchiorre XVII e Baldassare V avevan fatto un ballo in campo azzurro, e che il capitano si era costituito prigioniero in una delle fortezze dello Stato. Era di venerdì e tutta Scaricabarilopoli giocò il terno uno, cinque e diciassette, i numeri del capitano, come dicevano. Bisognò mettere questurini e sentinelle alle prenditorie, tanta era la calca di popolo che si affollava per giocare; i botteghini rimasero aperti tutta la notte, senza svacantarsi mai: uno usciva e dieci entravano. Il sabato poi convenne ritardare l'estrazione fino alle cinque per cansare disturbi. Veramente, per fortuna delle Finanze scaricabarilesi, l'uno, il cinque e il diciassette non uscirono: anzi i cinque numeri estratti furono: il tre, il trentanove, il ventuno, il sessantadue ed il cinquanta.

Tre, cioè i tre Re; trentanove, cioè impiccati; e ventuno vuol dir Baldassarre, sessantadue Guasparre e sessanta Melchiorre, come insegna la Smorfia o Libro dei sogni: quindi nessuno osò mormorare contro Sennacheribbo, ed il popolo sovrano confessò di aver mancato d'acume e di senno e di non aver saputo interpretare i fatti e cavarne i numeri buoni.

Frattanto il Governo teneva sicura la guerra co' tre Reami circostanti e finitimi; immancabile. Si spingevano gli armamenti con alacrità somma. Al Ministero della Guerra, ne' magazzini militari, ne' polverifici, negli arsenali si lavorava giorno e notte. Si allestiva l'armata, si richiamavano i contingenti sotto le bandiere; si mettevano in assetto le fortezze; si chiedevano denari alla Camera, che votò un credito illimitato al nuovo Ministero e con un ordine del giorno gli commise di mantenere intatto il decoro del paese. Un secondo proclama del Re Zuccone al popolo espone gli avvenimenti e la situazione. La violazione d'ogni fede perpetrata da' tre Re veniva stigmatizzata. Il Governo ed il Capo dello Stato ripudiavano ogni partecipazione, ogni responsabilità nella terribile rappresaglia eseguita motu proprio dal capitano Sennacheribbo, il quale, incaricato soltanto d'imprendere minute indagini sulla sorte della principessa Rosmunda, aveva preso poi su di sè d'inseguirne i rapitori, di sconfinare inseguendoli e di vendicare l'oltraggio fatto al paese ed alla dinastia in un modo che e quello e questa dovevano disconfessare. Il capitano sarebbe giudicato dal Senato costituito in Alta Corte di giustizia per attentato alla sicurezza dello Stato, a norma dell'articolo trigesimosesto dello Statuto, come quegli che esponeva la nazione al pericolo di guerra. La quale quando scoppiasse, sebbene non voluta dal Governo scaricabarilese, non provocata, non desiderata, il popolo avrebbe pure incontrata sicuramente e sostenuta vigorosamente. Così diceva press'a poco il manifesto di Re Zuccone.

Ben presto giunsero ambasciatori straordinari da' nuovi Governi de' tre Reami finitimi. In Antibo, non essendovi eredi al trono, s'era costituito un Triumvirato militare; due generali di esercito ed un ammiraglio avevano ridotto nelle loro mani la cosa pubblica, s'erano costituiti in Governo provvisorio e convocato una Costituente eletta con le urne custodite dai pretoriani. In Exibo era succeduto a Don Melchiorre un cugino in quarto grado, uomo giusto ed integro, sano di corpo e di mente. In Introibo l'erede presuntivo era stato ucciso a furor di popolo, tutti i principi erano fuggiti e s'era proclamata una Repubblica posticcia. Cotesti ambasciatori non venivano nè per dichiarar guerra, nè per chieder soddisfazioni tanto inaccettabili che il richiederle equivalesse ad una dichiarazione di guerra. Anzi, ognun d'essi aveva istruzioni secrete conciliativissime. Nessuno dei tre nuovi Governi pretendeva che il Reame di Scaricabarili fosse responsabile delle gesta del capitano Sennacheribbo; tutti deploravano e qualificavano severamente il tentato ratto della Rosmunda, e domandavan solo una riparazione d'onore alle rispettive bandiere ed il castigo del capitano. Secretamente il Triumvirato Antiboino ed il governo provvisorio Introiboino significavano d'esser disposti anche a transigere su questi due punti, pur che venissero riconosciuti dal Governo di Re Zuccone: ed il nuovo despota d'Exibo aveva incaricato specialmente il suo messo di un autografo di scusa e di rimpianto particolare per l'accaduto, da rimettersi all'Infanta. Il vero è che nessuno de' tre afforcati era rimpianto; che ne' loro paesi ognuno diceva: — Ci abbiamo gusto! Grazie sien rese al capitan Sennacheribbo. — Sarebbe difficilissimo di muover guerra al Re di Scaricabarili, quando l'opinione pubblica di Antibo, Exibo, ed Introibo v'era assolutamente, recisamente contraria. Inoltre e gli erarii e gli eserciti di quegli Stati erano disorganizzati per modo dallo sgoverno e dalle dilapidazioni e dalla inettezza di Guasparre, Melchiorre e Baldassarre, che la guerra non avrebbe potuta esser mossa con alcuna probabilità di vittoria. Quindi i tre ambasciatori si mostrarono arrendevolissimi; l'Infanta rispose anch'ella con un chirografo alla lettera del successor di Melchiorre XVII; Re Zuccone riconobbe il Triumvirato militare Antiboino ed il Governo provvisorio Introiboino; le bandiere de' tre Stati finitimi furono issate solennemente innanzi alla Reggia di Scaricabarili e salutate ciascuna da centun colpo di cannone; la Corte prese il lutto e fece celebrar delle messe pel riposo delle anime e del monarca e del despota e dell'autocrate. Quanto al capitano, gli ambasciatori presero atto delle dichiarazioni contenute nel manifesto e nelle note di Re Zuccone, si dichiararono pieni di fiducia nella imparzialità del Senato scaricabarilese e protestarono di aspettarne il verdetto, nel quale anticipatamente si acquetavano.

Ed il Senato del Regno venne convocato in Alta Corte di giustizia per giudicare il capitano dei dragoni di seconda classe cavalier Sennacheribbo Esposito, imputato di attentato alla sicurezza dello Stato e di indisciplina, per aver senza alcun ordine sconfinato ed impiccati tre Re, esponendo il paese al pericolo di una guerra esterna. L'imputato poi venne tradotto dalla fortezza, in cui veniva custodito, nelle carceri giudiziarie della Capitale. Vi era appena da un paio d'ore, quando lo invitarono a scendere in parlatorio. C'era l'azafatta della Principessa, accompagnata da un ufficiale d'ordinanza di Sua Maestà, il quale stava discretamente in disparte nel vano di una finestra, guardando nel cortile. L'azafatta, approssimativamente a Sennacheribbo, gli disse a bassa voce: — «Signor capitano, io vengo incaricato dall'Altezza della principessa Rosmunda di ripetere da Lei un oggetto di pertinenza della prefata e sullodata Altezza che Ella presentemente ha in custodia. La esorto dunque a consegnarmi l'oggetto stesso in un plico suggellato, acciò ch'io possa recarlo nelle mani dell'augusta Infanta, sua, mia padrona (Dio guardi!) senza nè vederlo nè conoscerlo. Faccia dunque il plico su quel tavolino e lo suggelli e mel consegni, acciò ciascuno di noi per parte sua adempia scrupolosamente i voleri della riverita nostra Principessa!».

Ed indugiando Sennacheribbo, senza rispondere ad obbedire, l'azafatta cavò dalla taschetta di velluto che le pendeva allato una busta, la baciò devotamente e ne trasse un foglio che mostrò al capitano; il quale vi lesse: — «La latrice del presente sarà creduta ed obbedita da chiunque m'ama. Rosmunda; manu propria». — Il giovane nulla disse: s'accostò allo scrittoio si tolse dal seno la giarrettiera che vi occultava: e gli parve di strapparsi il cuore dal petto. La chiuse in una scatolettina di cartone che involse in un gran foglio bianco e legò con lo spago e suggellò più volte con l'anello che portava in dito; e consegnò l'involtino all'azafatta. La quale con un lieve inchino soggiunse: — «Riferirò all'Altezza Sua la prontezza, con la quale Ella ha ha obbediti gli ordini». — E si allontanò con l'ufficiale di ordinanza. Sennacheribbo, che non aveva aperte le labbra, venne ricondotto nella sua cella.

Appena vi fu rinchiuso e si vide solo, andò a buttarsi col capo in giù sul letto, e, premendo la bocca sul guanciale e mordendolo per soffocare e smorzare almeno i singhiozzi, cominciò a piangere disperatamente, proruppe in un pianto dirottissimo. Gli pareva d'aver tutto perduto, perdendo quell'arnese della donna amata, che apprezzava non per l'incanto, anzi perchè portato da quella: difatti, non gli era mai venuto in mente di adoprarlo, d'evocar la fata Scarabocchiona, di domandare aiuto a costei: nè gli sarebbe mai venuto un tal pensiero, che avrebbe preferito di morir di morte ignominiosa sul patibolo al dovere la propria salvezza ad una femmina, ancorchè fata, ancorchè dea. — «Gratitudine principesca!» — pensava egli. — «Ho servito. Mi buttan via come un limone spremuto! L'ho salvata, l'ho vendicata, sapendo che potrebbe costarmi la vita; e neppure un mezzo ringraziamento. Se questo cencio d'un legaccio, ch'io serbavo più gelosamente che il credulo devoto non custodisca una reliquia di Santo, mi vien ritolto senza una parola amica, benigna! Ed il Re! lui mi aveva promesso!... Ma non mi meraviglio di quello lì, forse costretto a tiranneggiarmi da riguardi e considerazioni politiche... Lei però, lei che senza di me a questa ora sarebbe morta vituperata fra gli strazî, lei che sa quel che ho sofferto, mostrarmi un po' di benevolenza poteva, un di riconoscenza, un po' di memoria! Nossignore! E questo popolaccio che comincia dal celebrarmi e dall'applaudirmi e poi, mutato il vento!... Basta! l'ho amata! ho potuto documentare questo amore col più ardito fatto e feroce che registrino le nostre istorie; ho potuto camparla: l'ho sorretta un istante svenuta con queste braccia... o non sono premiato abbastanza? E, checchè faccian di me, gli uomini non potranno dimenticarmi: ho cambiato l'indirizzo della storia di più popoli; sono comparso come deus ex machina ed ho fatto prendere un altro corso agli eventi; ho fatto impallidire le fame de' classici liberatori di popoli, de' Bruti e degli Armodî. Eppure.... Ah! pensiamo piuttosto alla povera mamma mia, che deve soffrir tanto adesso che morrà di certo nel vedermi tradurre al patibolo od al luogo della fucilazione e che ho tanto mal ricompensata delle cure dell'amor suo gentile».

Venne il giorno del giudizio. Non un membro del Senato chi mancasse. Le tribune pubbliche erano stivate: giornalisti e corrispondenti d'ogni paese eran venuti ad assistere al memorando processo, ad estenderne il resoconto, a notare impressioni. Una folla sterminata si accalcava intorno al palazzo senatoriale. La truppa era stata consegnata.

Il Commissario del Governo lesse l'atto d'accusa: sarà inutile il riferirlo, perchè ognuno può figurarsi cosa deve essere quel monumento dell'eloquenza scaricabarilese. I colori erano caricati, Sennacheribbo, uomo profondamente crudele, avventuriero sorto dal nulla, non aveva operato per zelo dell'onor dinastico e nazionale, anzi per isfogare odii e rancori personali verso i tre Re, e per manomettere in loro la dignità regia. Tutti i Principi esser solidali; una monarchia non dover mai permettere che de' monarchi vengano manomessi. — «L'accusato asserisce di essere stato coadiuvato da una fata, che sarebbe santola della nostra augusta Principessa. Signori Senatori, i registri battesimali, i registri dello Stato Civile della dinastia tenuti dal Presidente appunto di questo augusto Consesso, non mentovano in modo alcuno questo intervento soprannaturale. Chi è che ignori lo fate essere una finzione, con la quale si trastullano i ragazzi e che la pedagogia condanna? Fate non ce n'è; non c'è alcuno Scaricabarilese vivente che possa affermare con sacramento di averne vista una, e la ragione dimostra che non possono esserci. Certo vi è qualcosa di straordinario negli avvenimenti onde ci occupiamo, che non può spiegarsi con l'andamento solito degli eventi umani. Ma, Signori, tutte le facoltà di teologia delle nostre Università v'insegnano che se fate non ce ne sono, c'è però il diavolo. E col grande arcidiavolo dello 'nferno mi giova credere che il capitano Sennacheribbo Esposito, vergogna eterna della uniforme de' dragoni scaricabarilesi, abbia stretto un patto sacrilego. Balzebù gli ha fatto fornire in poche ore di notte quella corsa prodigiosa dalla macchia di Valquerciame alla osteria del Gallo d'oro. A Satanasso egli ha affidato l'augusta erede del trono, perchè dall'osteria del Gallo d'oro venisse restituita nella Reggia paterna! Ad Astarotte e Belfegor sicuro, qualunque sia la forma che hanno assunta. E da Calcabrina e Draghignazzo aspetta per fermo aiuto, che vengano a liberarlo dalle mani della giustizia. Ma voi farete stare a dovere lui e tutti i trentamila diavoli infernali».

Dopo l'orazione stupenda del Commissario regio, si procedette allo interrogatorio dell'imputato. Sennacheribbo raccontò le cose molto semplicemente, tacendo solo del modo in cui gli era apparsa la fata, non parendogli opportuno divulgare il secreto del legacciolo, ch'egli immaginava la Rosmunda desiderare che rimanesse occulto. Richiesto perchè avesse mandato a Fuligno i tre Re, o per ordine o per suggerimento di chi, rispose: — «Da me, per ordine e suggerimento della coscienza mia. Feci giustizia di tre persone eslegi, che sarebbero andate impunite senza l'ardimento mio, per vendicar l'onore del nostro paese, offeso nella principessa, e per liberare l'uman genere da tre mostri».

Richiesto se avesse avuto piena coscienza del fatto e ne avesse prevedute le conseguenze: — «Tutte,» — rispose. — «Sapeva che sconterei col capo quell'opera meritoria. E ho persino annunziato a que' tre, presenti buon numero dei miei soldati, che potranno testimoniarne».

Interrogato se avesse motivi di rancore personale contro una o tutte le sue vittime ed invitato a dare spiegazioni intorno alle parole profferite nel giorno del tumulto popolare contro l'autocrate d'Antibo, parole che per l'indulgenza eccessiva del colonnello gli avevan fruttato un solo mese di arresti di rigore, rispose: — «Pronunziai quelle parole perchè indegnato dall'assassinio del povero Coppa di oro. Non poteva certo premeditare allora la impiccazione de' tre Re, come non poteva prevedere in alcuna guisa che rapirebbero la Principessa e ch'io avrei la fortuna di raggiungerli e il modo di castigarli. Un sol motivo di odio aveva contro di loro, e questo è comune a tutti gli Scaricabarilesi: tutti, credo, erano sdegnati che tre deformi d'animo e di corpo osassero pretendere alle nozze della figliuola del Re nostro ed alla signoria del nostro paese».

Interrogato sulla partecipazione dei subordinati negli impiccamenti, rispose, assumendone tutta la responsabilità: — «I miei soldati non discutono, obbediscono. Al comando mio avrebbero fatto qualunque cosa, appunto come domani, ne giuro e ne scommetto, saranno pronti a fucilarmi sull'ordine del nuovo capitano loro».

Venne quindi proceduto all'audizione dei testimoni, che raccontarono particolareggiatamente tutti i fatti da noi narrati e confermarono in ogni punto la narrazione di Sennacheribbo. Della fata potevano dir nulla, nessuno avendola vista: ma affermarono d'essersi sentito raddoppiare a mille doppi il vigore del corpo e dell'animo, e di aver avuto per guida nella portentosa galoppata il fuoco fatuo. Quando interrogarono il luogotenente, che comandava interinalmente la compagnia, Sennacheribbo chiese di potergli rivolgere una domanda: — «Tenente, se domani Ella fosse comandato con un pelottone per fucilarmi, disubbidirebb'Ella? Cred'Ella che alcun uomo dello squadrone rifiuterebbe l'obbedienza?».

— «Capitano,» — rispose il luogotenente, — «Ella è stato per me padre e fratello; e non per me solo, anzi per tutti noi. Ella ci ha educati e rotti alla disciplina, all'obbedienza passiva. Noi seguimmo sempre le sue norme i suoi dettami: persevereremo nelle abitudini ch'Ella ci ha imposte e che son per noi una seconda natura. Se domani fossimo comandati, La fucileremmo senza mormorare. Ma, se toccasse a me d'esser comandato, mi farei saltar lo cervella appena tornato in caserma; e così, metto pegno, farebbe ogni altro ufficiale, graduato o milite dello squadrone». — Era esaurita la lista dei testimoni, quando il Presidente dell'Alta Corte di giustizia, ricevuto un piego da un usciere, e, lettolo, alzandosi in piedi disse ai colleghi: — «Osservandissimi ed onorandissimi colleghi; La Altezza reale della principessa Rosmunda chiede con la presente lettera del suo primo gentiluomo di camera, di essere ammessa a dare degli schiarimenti, che assicura importantissimi per la causa sottoposta al profondo vostro senno ed allo imparzial giudizio; e mi fa annunziare di essere nelle sale di aspetto del Senato. In virtù dei poteri discrezionali del Presidente, io penso opportuno di udire le dichiarazioni dell'Altezza Sua, e nominerò una deputazione che vada ad incontrarla e la introduca nell'aula».

Sennacheribbo divenne pallido come un cadavere, e corse con la mano al petto per frenare alquanto i battiti del cuore. Tutti i Senatori, tutti gli astanti si alzarono in piedi e la principessa Rosmunda, pallida anch'essa, fece ingresso nell'aula accompagnata dall'azafatta e dalla deputazione del Senato, e appoggiata al braccio d'uno de' vice-presidenti. Pallida sì, co' grandi occhi bruni un po' smorti, ma onestamente baldanzosa. Il Presidente le fece un'arringa complimentosa, discretamente sgrammaticata, e le disse che l'Alta Corte era pronta ad ascoltare con attenzione religiosa le importanti comunicazioni che Sua Altezza aveva annunciate. La Principessa ringraziò cortesemente, senza sgrammaticare: pregò tutti di sedere, e poi narrò per disteso la sua avventura e quanto avea sofferto; e la violenza e gl'insulti e il ratto e l'affannamento e la corsa sfrenata e la partita a dadi e le minacce dell'autocrate d'Antibo, alla imbavagliata e la mano alzata per ricaderle sulla guancia... Tutti fremevano. Narrò il sopraggiungere del capitano Sennacheribbo e lo incantesimo del legacciolo donatole dalla santola, la quale era fata. E per avvalorar la sua testimonianza, acciò messer lo Commissario regio e gli altri scettici dell'adunanza non s'incocciassero nel negare, la si chinò modestamente, con tutta modestia, e sollevando un lembo appena della veste prolissa e tanto lievemente che a stento venne scorta la punta delle scarpette ricamate, sciolse la giarrettiera; e se la ravvolse intorno al polso sinistro e v'impresse un bacio.

Non appena l'ebbe tocca con le labbra, ecco scuotersi la terra come pel tremoliccio, ecco sfolgorare un lampo, ecco il rombo d'un tuono. Un soffio di vento sibilò sotto le ampie vôlte dell'aula e fece tintinnar le invetriate, ed agitarsi le tappezzerie, i cortinaggi, le tende, i fiocchi. E gli astanti fra sorpresi ed esterrefatti videro comparire un plaustro di madreperla tirato da quattro paia di dragoncini, leucotteri color di rosa, moschettati di viola con le criniere e le creste e le ali di fiamma. E nel plaustro sedeva una donna avvenentissima, tutta velluti e trine e gemme, dalla quale si diffondeva come una luce che rischiarò splendidamente l'aula e fece impallidire i raggi del sole meridiano. Il plaustro ristette ai piedi del seggio del Presidente; la fata smontò ed appressandosi alla figliuola ed abbracciandola, le disse: — «Che vuoi Rosmunduccia?» — e le diè un bacio proprio di cuore.

Un mormorio di ammirazione, di meraviglia, di stupore, di curiosità ed anche di spavento superstizioso, guizzò (scusate l'espressione impropria), serpeggiò per la folla. Difatti, pensate un po', all'esistenza delle fate ci crediamo su per giù tutti, come all'esistenza degl'ippogrifi, degli ippotragelafi, degl'ircocervi, ma, se ho a dirla schietta, il ver convien pur dir quand'e' bisogna, un ircocervo, un ippotragelafo, un ippogrifo, una fata, son cose che non ho mai viste al mondo mio: e mi venissero a dire che al Pincio c'è una carrozza tirata da ircocervi, che la Compagnia equestre all'Argentina ci ha degl'ippogrifi, che nelle stalle del Quirinale c'è un ippotragelafo, che nell'aula del Senato del Regno c'è una fata con la sua brava verga criselefantina ed un plaustro tratto da otto draghettini rosei, io non saprei resistere alla tentazione per quanto incurioso io mi sia. E benchè il frequentare il Pincio sia il più insulso degli spassi, il frequenterei; e benchè l'assistere alle rappresentazioni equestri sia gusto plebeo, prenderei un biglietto per questa sera stessa; e benchè le sedute del Senato non sogliano essere divertentissime, farei a pugni per entrare nelle tribune. Anche in Iscaricabarilopoli, sebben si parlasse molto di fate ai bimbi, nessuno ne aveva mai viste, e molti dubitavano dell'esistenza loro ed accampavan cavilli ed arzigogoli per dimostrar che non ce ne puol essere. Ed insomma era la prima volta in tutta la Storia Universale che una fata compariva innanzi ad un Senato costituito in Alta Corte di giustizia; caso che molto probabilmente non si rinnoverà mai più, mai più. Dunque tutti gli spettatori si pressavano, si pigiavano, si accalcavano, si alzavano sulla punta dei piedi, si spingevano, si appioppavan gomitate; tutti volevan vedere la fata Scarabocchiona ed il plaustro di madreperla ed i quattro dragoncelli. E se li mostravano a dito e stupivano e strasecolavano.

Disse la Rosmunda: — «Cara santola, scusate l'incomodo: ma, ve ne prego, raccontate anche voi a questi Signori qui, come sono andate veramente le cose, e qual parte ci avete avuto voi, acciò si sperda ogni dubbio dagli animi loro».

E la fata leggiadrissima, compiacendo la figliozza, narrò del consiglio dato alla Rosmunda; averglielo dato perchè prevedeva e sapeva, perchè il suo libretto magico le aveva dimostro che in tal modo sarebbe accaduto quel ch'era poi accaduto di fatti: lo scombinamento degli assurdi matrimoni e la morte delle tre belve scettrate. Narrò in qual modo Sennacheribbo avesse raccolto il legaccio incantato e l'avesse baciato senza sospettarne la virtù magica, anzi come reliquia della Principessa, che celatamente, timidamente, ma potentissimamente amava. Povero Sennacheribbo, udendo così spiattellare coram populo ciò, che egli si apponeva a delitto ed avrebbe voluto nascondere a sè stesso e stimava ignorarsi da tutti, si fece scarlatto e chinò il capo come un reo convinto, si coprì la faccia con le palme ed avrebbe voluto essere a cento palmi sotterra.

Oh che mortificazione! oh come tutti lo dileggerebbero! oh che amaro sogghigno di sprezzo avrebbe scoperto sulle labbra della Principessa se avesse osato guardarla! oh che fischiate gli toccherebbero! oh come gli sarebbe rinfacciata la nascita ignota e la povertà! Così pensava: ma..... la Principessa stava tutta composta a capo chino presso la madrina, e l'uditorio s'inteneriva e s'interessava per lui.

La fata proseguì, dicendo come avesse ventiquattruplicato col tocco della verga eburnea ed aurea il vigore dei cavalli e de' cavalieri; rendendo ferocissimi i miti d'animo, zelantissimi i più timidi, e freneticamente zelante, feroce, geloso ed appassionato Sennacheribbo che già da sè era superlativo in tutto. Questa vigoria ventiquattrupla aver fatto raggiungere i rapitori; a questa esagerazione ed esaltazione soprannaturale del carattere e della passione in Sennacheribbo doversi attribuir soprattutto, principalmente, il pensiero del triplice regicidio, del monarchicidio di Baldassarre Quinto il gobbo, del despoticidio di Melchiorre Decimosettimo il zoppo, dell'autocraticidio di Gasparre Primo il guercio; non altra essere stata la ragione persuasiva di quello sterminio, di quell'eccidio, di quella carneficina di regnatori. La vera colpevole, in fondo, la vera ammazzaprincipi ed afforcasovrani esser forse lei che parlava; ma, come fata, non esser sindacabile, giudicabile nè punibile che da Demogorgone: ed avere motivi, aver buono in mano per credere che Demogorgone, lunge dal punirla, l'encomierebbe dell'opra santa provocata, che non eccedeva del resto i suoi poteri, no davvero.

Qui riprese la parola la Principessa, e fattasi coraggio, imporporandosi tutta d'un bel rossore, disse: — «Signori, può darsi che politicamente e militarmente il capitano Sennacheribbo Esposito abbia mal fatto ed ecceduto; e che, come il Ministero ha stimato opportuno di accusarlo, voi stimiate utile il condannarlo. Sebbene, vel confesso, non comprenda come possano scindersi due parti del medesimo atto ed approvar la mia liberazione e condannar la vendetta. Nè so se sarebbe stata miglior politica lasciar la vostra Infanta morire fra gli strazî o lasciarne impuniti i rapitori delusi che avrebber mossa immantinente guerra feroce a noi impreparati. Ad ogni modo è anche buono che voi sappiate quel ch'io penso e sento di quest'uomo; io, beneficata da lui e salva per opera sua dalla vergogna e dalla morte, e vendicata. Non ho riputazione di esser crudele, io, credo; e certo non v'ha persona nel Reame che spaventi la prospettiva di avermi per sovrana. Ignoravo affatto cosa fosse il desiderar male altrui, e l'ira e lo sdegno, e la voluttà del mal talento appagato. Eppure la vostra futura Regina ha sofferto tanto e tanto in quella notte del rapimento, che, vel giuro, ogni più efferata crudeltà in quei mostri le sarebbe sembrata pena inadeguata alla colpa loro. Ella s'è rallegrata del castigo inflitto a coloro che non offendevano in lei, lei sola, anzi tutta la nazione. Capitano Sennacheribbo, io vi ringrazio; capitano, io vi lodo ed approvo; ed intendo che tutti stimino e ritengano aver voi operato per espresso comando mio. La gratitudine mia non ha limite alcuno, oso confessar qui arditamente che mi stimola e consiglia e induce e persuade a contraccambiar l'affetto onde mi avete date prove così grandi ed efficaci e che mi avete manifestato con questi atti, non altrimenti, mai. Se io potessi ciò che volessi, invece di sedere al presente su quello sgabello, mi sedereste al fianco accanto al trono. Se le preghiere mie, se queste lacrime mie non valgono a commuovere gli animi e le menti di questi Signori, io mi trascinerò nella polvere a' piedi di mio padre, acciò vi renda giustizia sotto nome di grazia; e vi mantenga la promessa profferita nello spedirvi in cerca della figliuola alla macchia di Valquerciame: Non tornare senza la Principessa, e se mi riconduci sana e salva la figliuola, ti giuro che nessuno sarà quind'innanzi al di sopra di te nel mio Regno. Se tutto tornasse indarno, se non ottenessi per voi giustizia e guiderdone, quel guiderdone che meritate, io vi giuro che mi reciderò le chiome, che prenderò il lutto; che non perdonerò mai ad alcuno di quanti avranno contribuito alla vostra rovina. La tua sovrana porterà la gramaglia per te, finchè viva; la tua amante non si piegherà mai ad altre nozze. E ch'io non dica così per dire, per rettorica, e che intenda impegnarmi solennemente sarà chiaro a te ed a tutti. Sono stata già una volta nelle tue braccia all'osteria del Gallo d'oro, ma incosciente; ho abbandonato una volta il capo sul tuo petto, ma svenuta, involontariamente. Ebbene, ora, qui, nell'aula del Senato del Regno, costituito in Alta Corte di giustizia, io, Principessa ereditaria, vi chieggo questa grazia, di lasciar ch'io liberamente vi butti le braccia al collo e di concedermi un bacio, un bacio d'amore e di fede».

Chi potrebbe descrivere l'effetto di questo discorso; le lagrime, i pianti, i plausi, gli evviva, i battimani che gli tenner dietro; ed il giubilo popolare, quando si vide la bella donna Rosmunda pendere dalla cervice del capitano ch'era sorto in piedi, smorto, tremante, convulso, fuori di sè? Ella spossata, come dopo una crisi nervosa, caduta la esaltazione, singhiozzava disperatamente: ma negli occhi di lui v'era lo splendor sereno dell'orgoglio soddisfatto e contento, dell'uomo che ha avuto dalla vita quanto e più di quanto bramava, e cui nessuno può spogliare di tanta ricchezza. La fata Scarabocchiona s'appropinquò al gruppo, riprese, come là nella bettola del Gallo d'oro, la figlioccia dalle braccia di Sennacheribbo e la portò sul plaustro, che i dragoncelli rosei, dall'ali bianche e dalle creste scarlatte involarono in men di quella agli occhi dell'adunanza stupefatta. Le invetriate si aprirono e richiusero da per loro, onde passasse. Frattanto il Commissario del Re ed i Senatori riflettevano: nessuno sentiva la benchè minima velleità d'incorrere nell'ira e nell'animosità della Principessa ereditaria, la quale, a breve andare, secondo l'ordine natural delle cose, avrebbe dovuto succedere al padre decrepito. Anche l'amor di patria raffigurava loro i guai di una Regina zittellona che avesse poi a morire senza prole.

Calmato alquanto il subbuglio, il tumulto, la perturbazione che seguì la partita della fata e della Rosmunda, il Commissario governativo alzatosi in piedi ed impetrata la parola dal Presidente, dichiarò di ritirar l'accusa contro Sennacheribbo: — «Dal momento che ci abbiamo un ordine verbale di Sua Maestà, del quale sinora s'era taciuto e che investiva il capitano di poteri eccezionali e discrezionali; dal momento che un essere soprannaturale e non sottoposto alla giurisdizione dell'Alta Corte, riconosce di aver posto il capitano in condizioni totalmente diverse dalle ordinarie, sicchè questi può benissimo considerarsi come operante senza coscienza, od almeno in uno stato espresso d'irresponsabilità; io non posso insister più a lungo nell'accusa; prego dunque l'Alta Corte di ordinare che l'accusato venga posto in libertà, se non è trattenuto per altro motivo».

Il Senato si ritirò per deliberare. Dopo mezz'ora tutti i Senatori rioccuparono i loro posti ed il Presidente fral silenzio altissimo degli astanti pronunziò queste parole: — «Capitano Sennacheribbo, si alzi. Il Senato, costituito in Alta Corte di giustizia, la dichiara prosciolto d'ogni accusa alla unanimità. Ed alla unanimità stessa la dichiara benemerito della patria e della dinastia, e la ringrazia di quanto ha operato per l'una e per l'altra, salvando l'augusta Principessa, erede del trono». — Veramente questa seconda parte della sentenza senatoriale era incostituzionale, giacchè arieggiava un voto politico; ed il Senato, quando è costituito in Alta Corte, non può legalmente farne. Ma i signori Senatori volevano ingraziarsi con la Principessa e propiziarsi Sennacheribbo.

Se l'aula del Senato non crollò per lo fragore delle salve di applausi, del tripudio festoso e delle urla di gioia; se il povero Sennacheribbo non fu dilaniato e soffocato almeno dagli abbracciari, dagli spintoni e dalle strette di mano d'amici e d'ignoti, che volevan vederlo, accarezzarlo, onorarlo; ascrivo la cosa a miracolo. Tutti gli erano addosso, tutti gli si ricordavano. Il Commissario governativo gli fece scuse umilissime, allegando gli ordini dei superiori, le necessità dell'uffizio suo, eccetera. I Senatori si congratulavano. Il popolo poi, facendo irruzione nelle sale del Senato, s'impossessarono del capitano, lo sollevarono in alto sopra un tavolino, come nel Medio Evo si innalzavano gli eroi sui pavesi, e checchè il poverino dicesse, cominciarono a portarlo trionfante verso la Camera de' Deputati. La notizia dell'assoluzione v'era giunta già da un pezzo; ed un membro dell'Assemblea lì su due piedi propose un ordine del giorno di ringraziamento e d'encomio per Sennacheribbo e di decretargli il soprannome di Vindice. Il Ministero si oppose: il Ministro degli Esteri protestò che lo si metteva in condizione impossibile di faccia alle Potenze; il Ministro della Guerra che era un corromper la disciplina; il Presidente del Consiglio pose la questione di gabinetto;.... ma l'ordine del giorno fu votato ad una immensa maggioranza. Allora i Ministri si ritirarono, dichiarando che presenterebbero le dimissioni al Re e pregarono la Camera di chiuder la seduta. Così accadde; ed i Deputati che uscivano dal palazzo, frammischiandosi alla folla, vi sparsero la notizia de' nuovi onori di Sennacheribbo.

Ma la più dolce ricompensa, il premio più soave aspettavano costui alla Reggia, sulla gran balconata dalla quale stavano Sua Maestà Zuccone XIV, e l'Altezza Reale della Infanta Rosmunda e la fata Scarabocchiona, che applaudivano anch'essi e sventolavano i fazzoletti. La compagnia de' dragoni di Sennacheribbo, comandata dal luogotenente, giunse finalmente a riconquistar sulla folla il proprio capitano, che rimontato a cavallo per la prima volta dopo quel memorando giorno, entrò nella Reggia al suon dell'inno reale. Il primo ed il secondo aiutante del Re lo aspettavano ai piedi della scalinata per complirlo in nome della Maestà Sua che gli mosse incontro fin sul pianerottolo dell'appartamento, e lo abbracciò e lo condusse sulla balconata dov'era la figliuola alla quale lo presentò, dicendo: — «Rosmunda ecco il tuo sposo!».

Il resto può immaginarsi. I soldati semplici della compagnia liberatrice furon creati tutti sottotenenti; i soldati scelti, luogotenenti: i caporali furon fatti capitani; i sergenti, maggiori; il foriere, tenente colonnello; il sottotenente fu promosso a colonnello; ed i due luogotenenti a maggior generali. E, strano a dirsi, questi ascensi favolosi, spagnoleschi, non produssero malcontento nell'esercito. Vennero inoltre tutti fregiati di un'apposita medaglia commemorativa: da un lato l'effigie della Principessa col motto: Ch'io non credetti ritornarci mai; dall'altro un dragone a cavallo che galoppava con la spada evaginata, e la scritta: La Principessa ereditaria Rosmunda alla IV Compagnia del V Reggimento Dragoni, riconoscente. Notte del XXVII aprile. La medaglia doveva portarsi appesa ad una fettuccia a quattro liste: bianca, rosea, violetta e scarlatta in memoria delle ali, del mantello, della picchiettatura nonchè della coda, della criniera e delle creste degli otto draghi del plaustro della fata Scarabocchiona.

Il Ministero offerse le dimissioni che vennero accettate; e succedendo al potere uomini energici e risoluti e che non avevan paura, gli Stati vicini si contentarono di qualche osservazione fatta in via diplomatica e della risposta che il Reame di Scaricabarili voleva vivere in pace con tutti, ma che non tollererebbe che alcuno s'immischiasse nelle sue faccende interne. E quando si parla così con un esercito corrispondente ad una popolazione di centoventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove abitanti, tutti vi lasciano in pace. Le relazioni diplomatiche furono alquanto fredde per un po' col Reame d'Exibo, ma il tempo fece miracoli, ed attutì tale rancore.

Sennacheribbo, cui non dispiacque di esser salvo per opera di quella donna, al quale le Camere decretarono il titolo di Vindice; ma che il popolo soprannominò Mastr'Impicca e nella storia è noto più col secondo, che col primo epiteto, sposò la Rosmunda. E la fata Scarabocchiona volle sottoscrivere con un suo scarabocchio il contratto nuziale, acciò non potessero in avvenire i Pubblici Ministeri negare il suo intervento, anzi negarne l'esistenza. La madre adottiva di Sennacheribbo venne a vivere col figliuolo, amata e riverita non men che da lui, dalla Rosmunda, la quale, succedendo al padre del Regno, volle prima associato il marito al poter regio e poi gliel rinunziò tutto, dicendo che una donna deve pensare alla casa ed a' figliuoli unicamente. E figliuoli ne ebber di molti i due sposi, ed egregi d'indole; e se la vissero e se la godettero ed in pace sempre stettero ed a me nulla mi dettero.

Stretta la foglia e larga la via, Dite la vostra che ho detto la mia.

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