CANTO QUATTORDICESIMO.
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ARGOMENTO.
Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe.—Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazî, giunge in Venere, si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.—I morti d'ogni età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio.—Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori.—Le vittime domandano vendetta.
Così moría l'alma implacata. Al Sole, Che al meriggio splendea limpido e caldo, Lucifero parlò:
—Re de la luce, Odimi. O sia che il bruno orbe tu chiuda Entro a un mare di fiamme, onde le negre Cime dei monti tuoi sorgono, e dànno Ombre indistinte al tuo nitido aspetto, O sia che un vel d'opache nubi, amico Di fulgidi riflessi, e una diffusa Sfera di luce e di calor ti avvolga, Te genitor d'ogni terrena vita Io chiamerò, quando da te deriva, O che vegeti immota, o inconscïente Movasi, o pensi ogni creata forza. A te le numerate ore d'intorno Danzano; a te, padre di climi, il fronte Volge amante di luce ogni pianeta; E tu, di vita liberal, dispensi Raggi e sorrisi a qual ti porga il volto, E i più miti a la terra. Umile in vista E ritrosa al tuo sguardo offre ella il grembo Palpitante a la lunge, e non si attenta, A par del fuggitivo Èrmete, appresso Fartisi tanto, che mortal saetta L'amoroso tuo raggio a lei diventi. Tu per propria virtù dal mare insonne Traggi i vapori, e in nubi atre li addensi, Che indi, in pioggia disciolte, al vigilato Solco dan biade e pomi al bosco e nuova Freschezza a la vitale aere, da cui Vigor nuovo di membra a l'uom deriva. Nè i sensibili corpi orni soltanto In visibile guisa, e ti compiaci D'apparente beltà, però che in seno Scendi a tutti i mortali, e, a quella forma Che scaldi e svolgi il fecondato seme, E del tuo sguardo il puro etere allumi, Desti così ne l'ordinata mole De le membra il pensier, ch'è de l'eterna Ben disposta materia agile alunno. Qual da le scarse gelosie d'un chiostro Libera il guardo al ciel la verginella Disïosa d'amor, tal da l'oscura Compagine mortal di nervi e d'ossa Si sprigiona l'amante animo, e, tutto Di te, sovrano genitor, sentendo L'occulto foco e la natía virtude, Per li campi del vasto essere, in cerca D'ignote sfere e di negati oggetti, Lanciasi, e tanto si dilunga e sorge, Che par sostanza spirital, che possa Dagl'involucri suoi viver divisa. Ma chi dirà, che viver possa il modo Senza l'obietto, o ver da lui distinto? Che fuor de la gagliarda arbore viva L'occulta forza vegetal? Si schiude Per valor de la terra il seppellito Seme, germoglia, si divide e s'alza In foglie, in rami; con robusti nodi Stringe ed avvinghia la materna zolla, Respira, ama, s'infiora, infin che un diro Turbo lo schianti, o avversa scure il tocchi. Forse quella virtù, che gli diè vita, Morto lui, fugge altrove, e per sè vive? Suon di melodïosa arpa, che il petto D'indefinita voluttà comprende, Quando i candidi rai piove la luna Su le mute campagne, e i sonnolenti Fiori deliba la fugace orezza, Io già non penserò, che per sè solo Le sonore de l'aria onde commova: Frangi le corde del gentil strumento, Tosto il suon cesserà. Simile in questo È l'uman corpo a l'arpa: Amor risveglia, Divo maestro d'armonie, le nostre Facoltà, che nel cor siedon sopite; E quanto in noi più gentilezza è posta, Maggiore e più gentil n'esce un accordo D'affetti e di pensier, d'opre e di accenti. O Amor, sole de l'alma, ove io ripensi Di che alata virtù doni il pensiere, Scarso e povero assai sembrami il lume, Che avviva ed orna ogni creato oggetto! A te, come a la mite alba la schiera Dei canori volanti, al nuovo aprile La famiglia dei fiori, al Sol che torna Tutte cose universe, alzasi in festa L'umana vita, e al magistero intende D'ogni nobile ufficio. Immota e cieca Mole sarían le nostre membra, e inerte Cosa il pensier senza di te: sembiante A tardo bue, che il travaglioso ordigno Del volubile bindolo raggira Tutto il dì, senza posa, e non sa quanto Sgorghi tesoro da la sua fatica. Ma tu, di libertà padre, fai lieve Ogni gravezza, ogni umiltà sublimi, Ogn'inerzia dilegui, e di noi stessi Conoscenza ne dài piena e sicura. Tu de l'etereo Sol, da cui proviene Quanto è d'uopo a la vita, il più fecondo Raggio in noi custodisci, ed una al chiaro Conoscimento, che da lui si nacque, Un ribelle ne infondi altero istinto, Per cui, divino matricida, a fronte D'essa Natura l'uman genio irrompe Con fiera sfida, e la tenzona a morte. O solenni ardimenti, o generose Pugne e vittorie senza fine, a cui Deve l'uomo mortal meno infelice Vita nel mondo, e sol per cui si eterna! Sovra la fossa, ov'ei tutto discende, La memoria di lui sorge, e qual face Da mille spere riprodotta in giro, Entro ai petti degli uomini risplende Centuplicata, e si perpetua, e in guisa Vive con noi, che, per superbo inganno, Vita verace il ricordar si tiene Ed anima immortal, ch'abiti altrove, La memoria che d'altri in noi risiede. Ma del credulo gregge e dei fallaci Ciurmadori de l'Arte e di Sofia Scevre serbate voi le nuove genti, O Sol, re de la vita, o Amor, sovrano Del pensiero mortal; voi de la vostra Pura luce vital fate lavacro Agli egri petti, e date ala ed acume A qual dentro a l'error cieco si ostina Siccome talpa sotterranea: ei senta Stupefatto ad un'ora il vostro lume, Mentr'io, già presso al mio trïonfo, a voi Tendo le palme, e voi propizî invoco!—
Tal parlava implorando, e il guardo acuto Più che punta di stral figgea nel volto Radïoso del Sol, quando a un sol punto, O che vero ei mirasse, o che a l'ardente Spirto facesse illusione il senso, Visto gli venne un portentoso aspetto, Onde il cor gli balzò. Come ne l'ora D'un purpureo tramonto, ove più ferve A piè de la Scillèa balza il vorace Turbo estuöso del latrante mare, Sorger vede il nocchier vigile un roseo Fantasima di donna, a cui ghirlanda Sono i raggi di cento iridi, e molle Guanciale il fior de le fioccanti spume; L'affisa egli ammirando, e, se in quel tempo Gli sorride ne l'alma un dolce amore, L'oggetto dei suoi voti in lei ravvisa; Così a fior del fiammante orbe del sole Nuotar vede l'Eroe trepido un'ombra, Incerta ombra da pria, che umana forma Man mano assume e leggiadria cotanta, Che la viva in suo core Ebe gli sembra. Esultò giubilando, e in queste alate Voci si effuse:
—Oh! ben t'è stanza il sole, Ben t'è regno la luce, aurea bellezza, Che il petto mio, vago di luce, imperi! L'amor mio non sei tu? L'idolo amato D'ogni speranza mia? L'ala e la possa Del mio pensier? Deh! come fausto io deggio Stimar l'auspicio, che da te mi viene In quest'ora solenne! Ecco, già sento Crescer lena al mio spirto; odo la voce De la terra e dei secoli, che chiama Al gran giudizio Iddio! Non altrimenti Che fosco immaginar d'egro intelletto De la rosea salute al giovanile Soffio si sperde, io sperderò le larve, Che ne usurpan dei chiari astri la sede: Tutti i Numi cadranno; al ciel, da cui Una fiera e tenace ira mi escluse, Or mi solleva, e trïonfante, Amore!— Ciò detto appena, un tal fascino il prese, Che per lo spazio il sollevò: non punto Dissimigliante a fuscellin, che avversa Forza di calamita attira e regge; Se non che, quanto più di contro al sole Lucifero salía, tanto fra' biondi Raggi del ben veggente astro la bella Crëatura d'amor veníagli appresso. L'un lasciavasi a tergo il montuöso Arido aspetto de la varia luna; L'altra il denso Cillenio; e già a la vista Ridea d'entrambi l'acidalia stella, Cara sempre ad Amor, sia che tra' fiori Del candido mattin splenda, e le piaccia Di Lucifero il nome, o che tra' rosei Vespertini crepuscoli biancheggi Dagli amanti invocata, e più le giovi Che il penoso mortale Espro l'appelli. Qui s'incontrâr l'alme felici, e un'onda Di purissima luce e di colori Si diffuse d'intorno, e parte n'ebbe Ciascun pianeta e non minor la terra. Tal, se indagine umana al ver s'adegua, Versa tesor di colorati raggi Sovra i cultori suoi Perseo superbo, Perseo, che a l'alba Galassèa nel grembo, Qual trïonfante eroe, splendido incede, E trono e serto ha di due Soli: un, tutto Fiammeggiante di porpora, vermigli Dardi per l'aria, a par di Sirio, avventa; L'altro in un vel di cupo indaco avvolto Mestissimo risplende, e d'ambi al raggio In cento iri d'amor l'aria si frange. A l'aspetto di lei, luce costante Del suo pensier, verbo non ebbe o voce O sospiro l'Eroe; sol di quantunque Forza d'amplessi a le sue braccia, e al ciglio Splendor di sguardo a lui mai diede Amore, L'abbracciò tutta quanta, e la comprese. Ella parlò: —Me non la luce, o il cielo, Ma la terra natía covre e trasforma Con benigna virtù: polvere io sono, E su le membra, che l'Amor fioría, Or l'argentea rugiada educa fiori, Tra cui l'armonïosa aura susurra. Però non ammirar, se agli occhi tuoi, Siccome un dì, pur tuttavia risplendo Dentro a la luce dei miei giovani anni: Miracolo è d'Amor; palpito e vivo Immortal vita nel tuo petto, e queste Forme fiorite, che l'Amor mi dona, Altro non sono che veder, per cui L'anima tua pietosamente illude.— Con questi detti eran venuti a l'auree Case del Sol, che tutto vede. Agli occhi De lo stupito Eroe di luce nuova Balenò la fanciulla, e tanta prese Parte di lui, che dentro a lui disparve. Dritto sul fiammeggiante astro egli stette Con eccelso pensier: fra quel deserto Vastissimo di luce, immensurata Granitica parea mole, che sfidi La procella dei sordi anni e del cielo. Dove figge lo sguardo? Al globo estremo, Che i pensanti mortali alberga e nutre, Veglian perpetue le sue cure. Orrende Cose egli vede in quell'istante: oscure Carceri e ferri cigolanti e ruote Stridule sopra a vive ossa e cadenti Sovra al collo de l'uom nitide scuri E torbe fiamme crepitanti ingorde D'umane carni e gorgoglianti abissi, Da cui, fra un vasto popolo di morti, Pochi, indomiti capi alzansi a guisa D'incrollabili rupi e di Titani; E, sopra tutto, galleggiante un'ara Lucida ai roghi, e in cima ad essa un muto Fantasima, che or dorme ed or sorride Villanamente. Fiammeggiò negli occhi Terribile l'uman Dèmone, e, tutto Dal profondo del cor svegliando il grido, Queste fiere avventò voci supreme:
—O voi, che ne la fossa Da tanti anni dormite, Vestite i nervi e l'ossa, Fuor de la morte uscite; Da l'una a l'altra riva, O Morti, in piè levatevi: Il gran giudizio arriva!
Su la temuta scranna, Giudice inesorato, Non siederà tra' fulmini Siva feroce, o il nato Da vergin grembo: in questo Novo giudizio mio, Morti, voi siete i giudici, Il delinquente è Dio!
Porgi al vietato sorso, Tàntalo, il labbro; scuoti, O Encèlado, dal dorso Il cupo Etna; dal fondo Dei fiammeggianti inferni, Tiféo, balza, e t'allegra: L'adamantina Morte Spezza del ciel le porte, E, spazïando libera Pe' vani antri superni, Fischia, e s'apprende a l'egra Canizie degli Eterni.
Novello Brïarèo, Bronte novello al grido, La voce alza e la faccia Il Pensier numicido; E, con più fauste prove Che sul campo Flegrèo, Strozza il mutato Giove Con le sue cento braccia.—
Disse, e balzâr su dagli avelli i morti D'ogni età, d'ogni loco. A quella forma Che noi vediam, quando più ferve agosto, Sorgere al ciel degli orizzonti in giro Sparsi mucchi di nubi, a cui dà il vento Strani aspetti di mostri e di giganti, Che arruffando più e più le bianche creste Sfidan mugghiando il sole: impaurito Il parco agricoltor guardali, e trema Non saettin dal grembo in su' compiuti Grappoli il nembo d'una ria gragnuola; Similmente s'ergean su da l'immensa Folta alcune preclare Ombre, per cui Prendea 'l cor dei Celesti alto sgomento. Or tu, qual che tu sii, dèmone amico, Ch'entro al cervello mio semini i forti Carmi, a cui sol, più che ricchezza o nome, Fieri conforti a la mia vita io chieggio, Tu, poi che tanto il ricordar ne giova, Le più illustri rammenta, onde non sia, Chi, nel dì sacro a la ragion del Vero, Degli eroi del Pensier non sappia i nomi. Primi a tutti sorgean quanti fra un cieco Gregge di paventose anime e l'ombra D'insofferenti età la fronte audace Spinser, chiamando a mortal guerra Iddio: Sdegnose alme ribelli, a cui stiêr contro La terra e il ciel, gli uomini e i Numi, e nulla Fede giovò, nè culto altro che il Vero. Duce e signor di questa schiera eletta Empedocle insorgea, nome e decoro De l'antica Agraganto; e a lui d'intorno, Come ad avvalorar la sfida antica, Tu fiammavi tuonando, Etna superbo. Salute al foco genitor, salute, Vecchio vulcano, a te! Fiammeggia e tuona, Come in quest'ora ch'io ti guardo e canto, O sepolcro di sofi e di titani; Tuona, fiammeggia; ed a le sfatte genti, Ch'invide o ignare a noi drizzano il dardo Del meschino epigramma, e ne dàn nome Di selvatiche proli, una favilla Gitta, in pietà, de l'incorrotte fiamme, Che bollon ne le tue viscere, e a noi, Di lingua no, ma d'alma e di man prodi, Superbamente ardono il petto: avranno Forse vergogna di sè stesse allora Che sentiran dentro a le fiacche vene Scorrer men pigro e men putrido il sangue! Secondo al Saggio agrigentin venía L'amabil sofo di Gargetto, a cui Fu scola e Dio la voluttà del bene; E tu gli eri da canto, inclito vate De la Natura, a la cui dotta voce Scese del Tebro bellicoso in riva Venere santa, e una divina infuse Nel tuo petto gagliardo aura di canti. Seppe allora di Marte il fiero alunno De le cose il principio, il mezzo e il fine, E maledisse a la feroce e stolta Religïon, che d'ogni mal feconda, Potea nel sen de la verginea prole Spingere un padre a insanguinar la mano. E già dietro a tal duci impazïente Balza da terra, e contro al ciel si lancia L'audace di Vanini ombra sdegnosa: Scuro e bieco ei s'inalza, e nugol sembra Nunziator di procella. Orridi in vista Gli s'ergean sotto i passi il palco e il rogo, Ed egli co' fiammanti occhi tremende Cose dicea, ma fieramente muto Era il suo labbro: ahi! la faconda lingua, A cui diede Sofia nuovi argomenti, Mozza gli avea chi dai venali altari La luce e il detto di Sofia paventa. Vien seco il Mantovan, che da l'augusto De l'umana Ragion tempio immortale L'anima e Dio securamente escluse; E chi pria rubellando il dotto ingegno A l'idolo inconcusso di Stagira, Più vasto al pensier nuovo aere dischiuse, Cui ratto con gagliarda ala discorse Liberamente il prigionier di Stilo. O voi del Crati fragoroso opache Selve, così vi serbi intatte il nembo, Proteggete almen voi d'ombre cortesi Le sacre, inonorate ossa del vostro Vecchio Telesio! Accanto a lui, che tutto Splendido in suo candor cheto s'inalza, Freme e lampeggia il precursor di Nola, Dal cui fiero intelletto e dal cui rogo Tanta infamia ebbe Roma e luce il mondo. Ma forse il genio mio scorda il tuo nome, Di Malmèsburi onor? La tua bizzarra Fronte, entro a cui d'Albion tutta s'accolse La superba ed acuta indole strana, Certo non io fulminerò, se assisa Sovra il collo ai mortali in ferreo trono Vedesti, autrice universal, la Forza. Forse il Dritto e il Sapere, adamantino Brando e scudo, di cui s'arma e difende Per natura chi umano ebbe il sembiante, Forza eterna non è? Ben essa al volo T'armò in tal guisa il prepossente ingegno, Che, oltre a l'etra sorgendo, al vulgo illuso Quinci gridasti: Un vuoto nome è Iddio! Tal da l'Ande selvose al ciel sublime Lancia la poderosa ala il condòro, E le nubi calpesta, ed orgoglioso Dei voli suoi sfida stridendo i nembi. Ecco, appresso a costoro a cui d'intorno Fa ressa e ondeggia una men chiara folta, Rompe un fiero drappello, a cui son duci Diderotto ed Holbacco, incliti entrambi Risvegliator di popoli; vien terzo Elvezio, e quarto Volney. Qual suole A l'improvviso infurïar d'un nembo Fendersi ai lampi il ciel, tremar la terra, Crollare alberi e tetti, e scatenarsi Dalle ripe con fiero èmpito i fiumi; Così d'intorno a la tremenda schiera Un fremito, un fragore, una ruïna Terribile s'udía, mentre il solingo Ginevrin, precedendo, iva due faci Sanguinose agitando, e come strale Il riso di Voltèro il ciel fendea. Da l'altra parte, in cupa nebbia assorti, Vengon color, che il falso al ver mescendo Con sagace pensier, norme e governi Persuäsero ai popoli, ritrosi Ad ogni culto di civil commercio. Da l'aurifero Gange, in simiglianza Di marmorea colonna, ergeasi al cielo L'antichissimo Brama; ed eran seco, Co'l ben veggente istitutor dei Parsi, Trismegisto e Confucio, e quei che miti Dettò leggi ai Fenicî, inclita gente Domatrice del mar; non che il divino Germe di Clio, trïonfator di traci Belve e de l'Orco, non di voi, gelose Donne de l'Ebro, al cui baccar fu il biondo Mozzo capo concesso e l'aurea cetra Favellatrice di gentili affetti, Non vivo il core a un solo amor devoto. V'era inoltre Pompilio, anima ricca Di scaltriti consigli, e finalmente, Simile in tutto a l'Arabo Misèmi, Il campato da l'acque astuto Ebreo. Videli appena da l'opposta parte Di Malmèsburi il Saggio, e li squadrando Con traverso cipiglio: —O voi di Numi Fabbricatori e mercatanti, disse, Qual maligno talento a noi vi mena In quest'ora di gloria e di vendetta? Stolti! che al sommo socïal potere Sovrapponeste un fiero idolo, al cui Temuto auspicio smisurate e salde Sparse l'Error l'empie radici in terra. Ma stagione or mutò: gli egri intelletti Dal morbo rio, che li torceva al cielo, La Ragione guarì: solo e severo Nume e legge la Forza; e qual volesse Novelli Iddii favoleggiar, d'infame Morte morrà. Mal vi destate adunque Di Lucifero al grido; al vostro Nume, Gloria non già, morte e vergogna ei reca!— — Inclito senno d'Albïon, rispose Tosto l'Eroe, che pur nel nome ha luce, Quale acerba rampogna or t'è fuggita Da la rigida bocca? Impazïente Del trïonfo de l'uom, ch'è mio trïonfo, E sdegnoso di tutti idoli a dritto Epperò degno mio campion tu sei; Ma trasvolar quanta ragion mai possa Proteggere costor d'un'aurea scusa, Lodevol cosa io non dirò, nè giusta. Allor che inconscî d'ogni ver, fra bieche Fraterne ire e sospetti, una brutale Vivean vita gli umani, e la Paura, Despota d'ignoranti anime, orrende Cose spirando, il ciel, la terra, i flutti Popolava di Numi e di Chimere, Chi avría, senza periglio e senza tema Di gittar l'opra inutilmente, esposto Scevro di veli ad uman guardo il Vero? Il Vero è Sol, che i grami occhi abbarbaglia Di chi vive ne l'ombre. Or chi di biasmo Farà segno costor, se al radïante Volto del Ver, perchè men dèsse offesa, Posero un'ombra, a cui diêr nome Iddio? Come in aprica e ben disposta aiuola, Ove il buon giardinier, tutte a lei vòlte Le rigid'opre de la ria stagione, Depose i germi prezïosi, i solchi Serpeggianti vi aprì, per cui non manchi, Quando più punge il Sol l'arida terra, La fresca linfa ch'ogni fior ricrei, Al richiamo d'april vestesi a festa Ogni pianta, ogni stelo, e tutto in giro Ride il suol di colori e di fragranze; Così a la voce di costor, che fûro Primi maestri di civil costume, Fiorîr genti e città, su cui da l'ara, Perch'uopo avean di fede i rozzi ingegni, Stendea la Legge il moderato impero. Se non che, sòrta quella ria masnada, Che, l'umana pietà mercanteggiando, Usurpò i templi de la terra, e il cielo Con chiave d'oro al fornicar dischiuse, Non più di civiltà mezzi e stromenti Ma tiranni de l'uom fûr fatti i Numi. Nacque allor ne le oppresse anime, a cui A tempo il Ver fatto avea chiaro il senno, Fiero un disio di rubellarsi al plumbeo Giogo del ciel; suonò per l'aria il grido De la riscossa, e si pugnò. Non vinse Per certo Iddio; vide fumar d'umano Sangue innocente i mercenarî altari; Ma le vittime han vinto. A poco, a poco Scemò, come al mensil corso la luna, La possanza del Dio, ben che di ferro Tempra vantasse ed immortal. S'ostina Pur tuttavia, quantunque imbelle, e inciampo Ultimo ei resta al trïonfar del Vero. Or, perchè l'uomo in sul fulmineo carro Di Civiltà varchi ogni meta e segno, Sovra il corpo di Dio convien che passi! —Seguían queste parole; ed ecco incontro A l'aureo Sol levarsi altra falange Di pure e maestose Ombre, che a duci Budda e Socrate avean. Per l'opalino Etra sorgeano, e più ch'uomini e forme Parean candidi rai d'alba nascente, O visibili idee: tanto di luce Avean d'intorno e tal purezza in viso. Sorge anch'ei dietro a lor, ma bieco e solo, Sopra cavallo indomito l'ossesso Battaglier de la Mecca, a cui nel pugno Nudo lampeggia e sanguinoso il brando: Nembo ei par di tempesta, in quel ch'a' buffi D'euro si squarcia, e tortuöse e rogge Solfuree fiamme in su la terra avventa. Ma già un nuovo drappel chiama la voce Del canto mio. Come vorace fiamma, Poi che tutte afferrò l'aride secce Del vasto campo, il vicin bosco invade; Terribilmente crepitando esulta Con cento lingue sanguinose a l'etra; Così questi venían dopo a un vessillo Fluttüante a l'avverse aure, su cui Con vivo sangue uman scritto è: Riforma. Qual da l'Eolio mar, quando più cupa Dorme sotto ai veglianti astri la notte, Fra dodici fantasmi ispidi o scogli, Cui morde la rabbiosa onda d'intorno, Sorger tu vedi e lampeggiar, perenne Ara di foco, la Vulcania ròcca; Tal sorgea lampeggiante, in mezzo ai mille Che premeansi a' suoi lati, il procelloso Protestator di Vittemberga. Appresso Muovongli il cheto confessor d'Asburgo E il rigoroso Ginevrin, cui tardo Par l'altrui passo e andar vorrebbe il primo; Non che il prode di mano e d'intelletto Novator di Zurigo, e i due di Praga, Ch'ebber pari il supplizio e l'ardimento, E duce entrambi e ispirator Vicleffo Eversore di dogmi; e quanti osâro A le voraci arpíe di Vaticano Spennacchiar l'ale e rintuzzar li artigli. Destossi anch'ei sul torbido Tamigi Il lascivo Tudorre, e già già mezzo Sorgea da l'acque, e s'apprestava al volo, Quando piombâr su la sua testa, a guisa Di rapaci avvoltoi, le trucidate Sue concubine, e il regal manto e il petto Gli addentaron, sbranandolo. Stridea L'obliqua alma del Re, mentre, ravvolta Nel casto vel, sdegnosamente il tergo Gli volgea l'infeconda Aragonese Commiserando; e tu da la lontana L'incatenavi co'l tranquillo sguardo, O grave ed incorrotta Ombra del Moro. Eran queste le schiere e questi i duci, Ch'oltre al Sole movean, mentre a lor pari Dai quattro venti de la terra un grido Terribile s'ergea, qual se sconvolti Da una pazza procella a un punto solo Mugolassero i mari, o scatenati D'avversi poli s'azzuffasser tutti Con forze uguali ed ugual rabbia i venti. Tuonavan da le selve ime e dagli antri, Già sacri al vorator d'uomini Odino, Quant'ostie mai su'l suo tremendo altare Caddero; urlavan fieramente anch'esse Le vittime di Teuta, a cui, più care Di rugiadosi vischî e di verbene, Bionde teste mietea pei boschi opachì La druïdica falce; un gemer lungo Di greche madri in sugli oblati infanti Prorompea da l'Idee valli, superbe Del vagito di Giove; alto dal Tebro Fremean l'espïatrici ostie ferite A l'ingordo Saturno; e una selvaggia Querela uscía dai seppelliti avanzi De le Puniche ròcche, in quel che in armi Sorgea sdegnoso il redentor d'Imera. Ma chi tutte può dir le voci e i gemiti, Che al ciel salíano a dimandar vendetta Dopo secoli tanti? Opra più lieve Faría colui ch'enumerar volesse Del ciel le stelle e de l'oceano i flutti. Dal braminico aurato Indo, dagli orti Rosiferi d'Irano a le feconde Trinacrie rive del geloso Egitto, Da le terre promesse a una masnada Di lebbrosi omicidi; dal sepolcro Sanguinoso del Cristo a le funeste Valli d'Alby; dai trïonfati fiumi De l'industre Batavia, a cui sul petto Gavazza ancor del fiero Alba il fantasma; Da le Calabre valli a le solinghe Nevi di Valtellina ergeasi un grido Formidabil, concorde, a cui fean eco Da la Senna e da l'Ebro urla più fiere. Udía da l'alto il Nazzareno, e, il biondo Capo scrollando amaramente:—O amore, Dicea, per cui l'innocua vita io diedi, Qual mar di sangue a la mia Croce intorno!—