IL POETA CIECO
Reading edition
A G. BATTISTA NICCOLINI
I. Sopra un colle al levarsi del sole.
Il Poeta
La faccia mia sia volta all'oriente: — E tu dimmi che vedi, or che la brezza Del sol foriera mormorar si sente.
Il Fanciullo
Vedo una barca Che il lago varca. Là sulla via Un villanello Và lento lento Verso il castello. Di pianta in pianta L'augel che canta Svolazza, e limpide Stille dai rami Cadono al suol. A noi di fronte Sol vedo il monte Che appar turchino Come tranquillo Flutto marino: Inargentato Splendidamente E l'oriente.... Vedo una nuvola!... Ah padre mio Si leva il sol!
Il Poeta
Sì lo sento — e allor che il nuovo Sole, o patria, in te fiammeggia Come dio nella sua reggia, Il tuo ciel, le tue montagne Il tuo pian, le tue marine I castelli, le ruine, Svegliano aura di speranza Nel poeta che in suo core Teco piange al tuo dolore! Il caro pargolo Che ancor riposa Già l'amorosa Madre guardò. Al prigioniero Nel duolo antico Come un amico Il dì tornò. E l'uom dal debile Fianco or non sente L'età cadente Su lui gravar. Anche l'infermo Cui speme è morta Si riconforta Nel sol che appar. Tu pur lieve com'ala, o salma mia, Diventi al matutino aere novello: Ma che giova all'estinto che gli sia Lieve la polve sparsa sull'avello? Si spanderà dinanzi al gran pianeta L'alito vaporoso della terra Ora in vista scherzevole e quieta, Or con tremendo sonito di guerra; Rapidi come i palpiti del core Gli uni sugli altri scoppieranno i lampi; Poi l'arco del sereno annunziatore Sorriderà sui desolati campi; Coronerà le torri il sol cadente D'un bel vermiglio dolcemente fioco; Azzurro il monte, roseo l'occidente, Tutte le nubi diverran di fuoco; Gli astri confusi alle riverse piante Tremoleranno in sen della laguna; Or emula del sole, or simigliante A lucid'arco sorgerà la luna; Pria squallide le valli e la pianura, Poi la virtù che terra e ciel trasmuta Risveglierà le rose e la verzura.... Ma per quest'alma ogni sembianza è muta!
II. Nelle vie d'una città d'Italia all'ora di mezzogiorno.
Dei fanciulli lo stuol folleggiante S'apre obliquo sentier clamoroso Tra vegliardi dal fronte pensoso, Tra garzoni dal volto seren, Mentre il cieco rasenta le mura, Col bastone tentando il terren.
Il Fanciullo
Giovine donna avvolta in bianco velo Vicina a noi passò, E le pupille sue color del cielo Pietosa in te fissò, Disse — Infelice! e pianger la mirai!
Il Poeta
Io non la vidi e non la vedrò mai! Un picciolo piede com'aura leggiera, Un guardo ove brilli sereno il pensiero, Un crine diffuso su candido petto, Un pallido aspetto, Il cor del poeta facean palpitar! — Ed or se voce intorno a me sonante Com'arpa tocca da mirabil'arte M'invoglia di conoscere il sembiante Onde il soave accento si diparte, L'alma dal sen si svelle disiante Quasi l'abisso che da lui mi parte Varcar s'affidi; e poi franta la spene Riman qual prigionier nelle catene. Ma ben del poeta lo sguardo si serra Davanti ai codardi che calcan la terra Impressa dell'orme d'antico valor, Con fronte ombreggiato da crine odoroso In cui non lampeggia pensier generoso, Con riso che insulta dei forti al dolor. — Chi tragge un sospiro guardando il sereno Del ciel che si curva d'Italia sul seno Qual volto d'amico su spenta beltà? E invan tra l'olezzo di floridi piani, O a piè di montagne che nutron vulcani Danno ombre di gloria le antiche città. —
III. Sulla riva del mare — la sera —
Il Fanciullo
Alla torre noi siam dei prigionieri! —
Il Poeta
E che vedi sul mar? —
Il Fanciullo
Vele lontane! —
Il Poeta
Ma dove l'onda al ciel si ricongiunge Non si stende una striscia porporina Lungamente sui flutti?
Il Fanciullo
— Ah quanto è bella! E un'altra striscia sopra lei si posa Che somiglia al color della viola. —
Il Poeta
Or guarda il ciel — splende la luna?
Il Fanciullo
Un lieve Velo di cerchio in guisa la circonda, E a lei vicina tremola la stella.
Il Poeta
Qui ci arrestiam — di queste aure marine Quanto m'è grato inebbriarmi il petto! — E presso al mar s'asside — il figlio intanto Va sull'arena di conchiglie in traccia, O in barca irrequieta al lido avvinta Entra, e coll'agil remo si trastulla.
Un Pescatore (cantando)
«Sempre vicina al lido «Và questa navicella, «Italia è troppo bella «Io non la vuo' lasciar. — «Prima che l'alba nasca «Lasciando il tetto mio «Degli astri al tremolio «Gitto le reti in mar. «E al mio ritorno i figli «Con ilare sembiante «La preda ancor guizzante «Accorrono a mirar. «Vada il nocchiero ardito «Incontro alla procella: «Italia è troppo bella «Io non la vuo' lasciar.
Un Prigioniero (cantando)
«M'hai rapita la bellezza «De' miei poggi, del mio sole, «Della sposa la carezza, «II sorriso della prole. «Perchè l'ala del pensier «È rimasta al prigionier? Poi di lontane Voci armonia Suona sull'onde, E a lor risponde Altra armonia, — Son naviganti Son prigionieri Che della sera Fan la preghiera Sacra a Maria. — L'augel notturno Flebilemente Cantar si sente; E i doppi ferri Della prigion Da mano vigile Percossi mandano Lugubre suon.
Il Poeta
Del pescator la melodia si tace, Muore sull'aura il prego del nocchier; Quetò la rondinella il vol loquace, E più non si lamenta il prigionier. Ah conosco la notturna Ora all'aere taciturna, Interrotta sol dal murmure Del tranquillo mar che frange, Simigliante ad uom che piange. La conosco: e questa è l'ora Che ricurvo sulla prora Il nocchier pensa più flebile Della patria le pendici, E l'addio dei cari amici! Mare! allor che il tuo vergine zaffiro Era alle stelle e al sol specchio lucente, E di natura al matutin respiro I tuoi flutti turgean candidamente, Nè ancor dei venti al procelloso spiro S'unía la voce del nocchier morente, Te delle madri il disperato affetto Non avea maledetto. Ministro ai voli dell'uman desio L'ardimentoso pin lottò coll'onde, E l'inquieto spirto discoprio Quanto mistero il velo tuo nasconde. Ala d'italo genio il sol seguio Anche nel ciel di sconosciute sponde, E qual gemma rapita al tuo profondo Fu dissepolto un mondo.... Al marin suolo instabile Somiglia l'inquieta Anima del poeta, Che più scolpito sente Il verbo della mente, Allor che delle tenebre Entro la pace immensa Piange, s'allegra, e pensa. Mentre serene rilucean le stelle Sui taciturni alberghi dei cultori, Quai solitarie e più d'ogni altra belle, E quai ristrette in variati cori, Lo spirto mio da questa bassa stanza A voi s'ergea tra i mondi, e queti i vanni Dove degl'infelici è la speranza, Il terror dei codardi e dei tiranni, Vedea da quell'eterna aura sicura Qual lento verme su fiorito stelo Il tempo passeggiar sulla natura Stampando orma di morte in terra e in cielo. E in altre notti, allor che il firmamento Era da spesse folgori solcato, E si spandea col sibilar del vento Il muggito del mare infuriato, Oh quante volte di funereo cinto Sulla soglia inspirato m'arrestai! E antico grandeggiar popolo estinto Fuor delle scoperchiate urne mirai. Poscia quando tra brani di procella Azzurreggiava il ciel novellamente, E a lui tornava la smarrita stella Quai pensier dolce a disperata mente; E della notte il queto orror profondo Sol da cadenti stille era turbato, Esser mi parve abitator d'un mondo Dal sole e dalla gente abbandonato. Veglie di gaudio arcano Inebbriate — addio! Or come il vulgo umano Invoco il sonno anch'io. Nè davanti a marmoreo Vetusto monumento, Allorchè rinnovellano Le upupe il lor lamento, M'assiderò stupito Pensando ai corsi secoli, Al nulla, all'infinito.
IV. In famiglia — la notte —
Il Poeta
A me ti appressa, o figlio — oh come dolce Mi fia sentir sulle ginocchia il peso Delle tue membra, e aver la mano avvolta Entro la chioma tua! — voi, figlie, intanto Addormentate il mio dolor col canto.
Le figlie (cantando sull'arpa)
«In densa nube avvolto È il nostro genitor, E sempre di pallor Dipinto ha il volto. «Non vede il nostro aspetto, Non vede i nostri fior, Ma l'inno dell'amor Gli molce il petto. «Compagne e notte e die Sarem del suo dolor, Gli allegreremo il cor Coll'armonie, «E alfine i nostri lai Ascolterà il Signor; La luce, o Genitor, Tu rivedrai. Poi chetamente Ciascuna aspetta Che i labbri s'aprano Del genitor: Anche il fanciullo Lo guarda immoto Per lo stupor.
Il Poeta
Matutino il Poeta un dì sedea Al rezzo aprico di fiorita altura, E a sè dinanzi folleggiar vedea Due fanciullette d'un egual statura; Neri sguardi elle avean, guancie rosate E bionde chiome al vento abbandonate. Repente alta caligine Gli s'addensò d'intorno. — «O Figlie mie, la nebbia «C'invidia i rai del giorno! — «Padre travedi; un velo «Sarà negli occhi tuoi; «Sempre sereno è il cielo, «Risplende il sol per noi. — Tacquero; e la caligine Più folta si facea, Al fianco suo le figlie Stringendo allor dicea: — «Ogni creato oggetto «Invola al guardo mio, «Ma dei figli l'aspetto «Nò non rapirmi, o Dio — Ah fu vano il pregar, fu vano il pianto, Crebbe la nebbia, e le due fanciullette Quell'infelice più non vide accanto. — Dove ne andaste? — Padre, Risposero, Siam qui! — Ma qual da un altro mondo Ei la risposta udì. Or sono adulte, ogni gentil le adora: Egli le vede pargolette ancora. Delle due figlie quella Che al padre e più vicina A lui s'appressa, e in volto Lo bacia affettuosa. Egli a quel bacio sente Sua guancia lacrimosa. Oh dell'amor la lacrima Perchè non ha virtù D'animar la pupilla Di chi non vede più? E poi l'altra sorella Si stringe al padre anch'ella, E sui ginocchi il figlio Riposa; nel silenzio Solo alitar si sente Un sospirar frequente.