IL PESSIMISMO
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I. L'ILLUSIONE.
Volgiamo lo sguardo indietro, sommiamo le disgraziate circostanze intime ed esteriori in mezzo alle quali Giacomo Leopardi nasce, cresce e vive sino all'ultimo giorno: gli eccessi della fantasia, gli eccessi del ragionamento, il loro dissidio, la successiva dispersione della volontà, l'esagerazione degli studii del passato, il contagio romantico, il disordine della sensibilità, le malattie incessanti, la deformità che gl'impedisce d'essere amato, la mancanza della protezione materna, i contrasti col padre, la povertà, la lotta con le difficoltà materiali della vita, la meschinità del luogo natale, la miseria politica, sociale e intellettuale della patria, le fallite speranze di gloria: vedremo che la sua vita fu uno spasimo incessante.
Potremo noi trovare nell'opera sua le lodi dell'esistenza, l'espressione della gioia, la fede nella bontà dell'universo? Vediamo noi nascere le rose dal mortuario asfodelo? Il nostro pensiero, quando pare più libero di manifestarsi in un modo piuttosto che in un altro, non è rigorosamente determinato, in tutte le sue minime espressioni, dalla nostra natura, dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza? E se per questa triplice influenza, che noi minutamente indagammo, Giacomo Leopardi spasimò come abbiamo visto, l'arte sua poteva essere consolatrice? Se voi non conoscete ancora nulla dell'opera sua, dovete, sin da questo momento, antivederne il disperato carattere.
Tutto è stato per lui dolore, ogni cosa lo ha disingannato. Quando ha goduto? Nella primissima gioventù, nella fanciullezza, quando i mali non lo avevano avvilito, quando voleva ed agiva come tutti gli altri, quando meglio che tutti gli altri immaginava la felicità avvenire ed aspettava di conseguirla. Egli loda pertanto una cosa sola: la prima età, piena di fede, di illusioni, di speranze, di aspettazioni felici;
quel dolce E irrevocabil tempo, allor che s'apre Al guardo giovanil questa infelice Scena del mondo, e gli sorride in vista Di paradiso.... Il caro tempo giovanil; più caro Che la fama e l'allôr, più che la pura Luce del giorno, e lo spirar....
la prima stagione della vita, quando
l'acerbo, indegno Mistero delle cose a noi si mostra Pien di dolcezza.
Sempre egli ritorna alle speranze, agli “ameni inganni„ della prima età, al “caro immaginar„ suo primo:
Chi rimembrar vi può senza sospiri, O primo entrar di giovinezza, o giorni Vezzosi, inenarrabili, allor quando Al rapito mortal primieramente Sorridon le donzelle; a gara intorno Ogni cosa sorride; invidia tace, Non desta ancora ovver benigna; e quasi (Inaudita maraviglia!) il mondo La destra soccorrevole gli porge....
Come la gioventù è la sola stagione felice, così l'alba è il più bel momento del giorno. “Su, mortali„, canta il Gallo silvestre, “destatevi. Il dì rinasce.... Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre coll'animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai di ritrovar pure nella sua mente aspettative gioconde e pensieri dolci.„ Così il sabato è al villaggio il giorno migliore, per la giovinetta che ha colto i fiori dei quali si ornerà il domani, per la vecchierella che ricorda il suo buon tempo, le feste passate; per i fanciulli che saltellano in piazza, per lo zappatore che pensa al prossimo riposo, per il legnaiuolo che s'affretta a finire l'opera sua.
Questo di sette è il più gradito giorno, Pien di speme e di gioia....
E la gioventù rispetto alla vita è come il sabato rispetto alla festa:
Garzoncello scherzoso, Cotesta età fiorita È come un giorno d'allegrezza pieno, Giorno chiaro, sereno, Che precorre alla festa di tua vita. Godi, fanciullo mio; stato soave, Stagion lieta è cotesta.
Ma quanto dura? Come, tramontando la luna, il mondo si scolora e l'oscurità scende nella valle e sul monte,
Tal si dilegua, e tale Lascia l'età mortale La giovinezza. In fuga Van l'ombre e le sembianze Dei dilettosi inganni; e vengon meno Le lontane speranze Ove s'appoggia la mortal natura. Abbandonata, oscura Resta la vita....
Quella stessa forza della speranza, quella stessa consistenza dell'illusione che diedero prezzo alla prima età, sono causa dello scontento, del disgusto che seguono. Chi ha sognato “arcana felicità in arcani modi„, non è possibile che lodi poi molto la vita reale, ancora quando essa sia larga di soddisfazioni. Qualunque diletto si possa godere al mondo, resta scolorito al paragone di quelli sognati, desiderati e aspettati; “e però„ dice Malambruno, “non uguagliando il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell'animo, non sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io non lascerò di essere infelice.„ Nel punto dell'ottenimento, mentre il bene ottenuto riesce inferiore a quello aspettato, l'immaginazione e il desiderio ne antivedono uno maggiore nel futuro: “Non vi accorgete voi che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorchè desiderato infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili.... state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce sempre innanzi al giungere dell'istante che vi soddisfaccia; e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a voi medesimi di aver goduto....„ Tanto la felicità che si aspetta è superiore a quella che si può ottenere, che uno il quale “si trovasse nel più felice stato della terra, senza che egli si potesse promettere di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa, si può quasi dire che questi sarebbe il più misero di tutti gli uomini.„ Per conseguenza le facoltà alle quali sono dovuti effetti tanto funesti, se erano le cose più preziose, sono anche “le più lacrimevoli a chi le riceve.„ Non ultimo tra i danni da esse prodotti è quello che il Leopardi ha notato in sè stesso: l'impaccio della volontà. Dice la Natura, ragionando con un'Anima: “La finezza del tuo proprio intelletto e la vivacità dell'immaginazione ti escluderanno da una grandissima parte della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente ai fini che eglino si propongono, ogni loro facoltà e forza. Ma gli uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente dalla ragione e dall'immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel deliberare e mille ritegni nell'eseguire. I meno atti o meno usati a ponderare e considerare seco medesimi, sono i più pronti a risolversi.„
E se pure, con tanti impedimenti all'acquisto della felicità, i piaceri della vita fossero reali! Ma, al contrario, sono illusorii, semplici interruzioni del dolore: così la quiete, inapprezzata prima della tempesta, è causa di gioia dopo di questa:
Piacer figlio d'affanno Gioia vana, ch'è frutto Del passato timore....
Tali sono i doni, i beni che la natura offre agli uomini:
Uscir di pena È diletto fra noi.
“Il piacere„ dice la Mummia di Federico Ruysch, “non sempre è cosa viva; la cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per sè medesima.„ E se pure i sensi dell'uomo sono capaci di godere non solo quando cessano di soffrire, ma anche in modo più spontaneo, uscendo dallo stato d'indifferenza, questi piaceri sono poi tutti benefici? Il Leopardi che non li ha potuti godere, a cui le stesse impressioni grate facevano male, si duole perchè la natura, mentre ci ha “infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere, disgiunto dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta„; dall'altra parte ha ordinato “che l'uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita.„ E ancora: chi si astenesse interamente dai piaceri, sarebbe per ciò salvo? Costui incorrerebbe egualmente “in molte e diverse malattie„, sarebbe esposto ai pericoli di morte, alla perdita di qualche membro o facoltà, condurrebbe per tempi più o meno lunghi una misera vita, e avrebbe “oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille dolori.„ E ancora: “benchè ciascuno di noi sperimenti, nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi e disusati, e infelicità maggiore che egli non suole„; la natura non ha poi dato in compenso all'uomo “alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e grandezza.„ I dolori sono dunque reali, infiniti, e intollerabili; mentre i piaceri sono illusorii, circoscritti, e finalmente anch'essi nocivi.
Se tale è la miseria della condizione umana, il Leopardi crede che vi sia un vero, un grande, un infinito bene: l'amore.
Pregio non ha, non ha ragion la vita Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto; Sola discolpa al fato.
La Verità, che Giove ha mandato sulla terra, fuga tutte le larve e tutte le illusioni, e rende disperata la condizione degli uomini; ma resta per concessione del nume l'amore. “Avranno tuttavia qualche mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore, il quale io sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano. E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo di continuo, nè sterminarlo mai dalla terra, nè vincerlo se non di rado.„ E poichè gli effetti della Verità sono spaventevoli, il nume, mosso a pietà delle creature penanti, invita qualcuno dei celesti a scendere in terra per consolare l'infelice progenie. “Al che tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal cielo....„ Ed egli torna, ma di rado, a visitare i mortali, e poco si ferma tra loro. “Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio: diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine.„ Ma questa felicità vera non è intera; perchè l'amore “rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benchè pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perchè la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina.„ Così Consalvo, presso a morte, si ridesta e delira di gioia solo perchè la donna amata gli concede il primo ed ultimo bacio:
Morrò contento Del mio destino omai, nè più mi dolgo Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno, Poscia che quella bocca alla mia bocca Premer fu dato. Anzi felice estimo La sorte mia. Due cose belle ha il mondo: Amore e morte. All'una il ciel mi guida In sul fior dell'età; nell'altro, assai Fortunato mi tengo....
Noi già vediamo, in questo parallelo tra l'amore, forma dell'istinto vitale, e la morte, cessazione di tutta quanta la vita, annebbiarsi la fede del Leopardi. Se egli credesse veramente all'amore, non paragonerebbe le gioie che nascono da lui a quel sollievo tutto negativo che viene dalla fine dell'esistenza; egli non canterebbe:
Fratelli, a un tempo istesso, Amore e Morte Ingenerò la sorte. Cose quaggiù più belle Altre il mondo non ha, non han le stelle.
È vero che ogni uomo, anche non disperando, sicuro anzi di ottenere la soddisfazione degl'istinti della carne e dei bisogni del cuore, prova un intimo senso di tristezza e quasi un desiderio di morire durante il primo invasamento della passione. Questa languidezza mortale, questa prostrazione sono note a tutti i grandi, a tutti i veri amanti; il Leopardi, che è tra i più squisiti, le sente, le descrive, ne cerca le ragioni nella paura che produce il deserto del mondo a chi ha il cuore gonfio d'una speranza divina; nella previsione delle tempeste alle quali va incontro l'amante. È vero che il bisogno di morire ritorna più grave
quando tutto avvolge La formidabil possa, E fulmina nel cor l'invitta cura;
e che gli umili, le vergini, si uccidono o muoiono distrutti dalla passione. Ma ciò accade quando l'amore è contrastato; per affermare che amore e morte sono fratelli, sempre, bisogna disperare dell'amore. Ed infatti: qual è l'opera dell'Amore, quando, per consiglio di Giove, quel dio scende in terra? È quella di far tornare le larve, le illusioni: “E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu di esser tornati alla condizione della puerizia. Perciocchè negli animi che egli si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri.„ In altre parole: il conforto che viene dall'amore è tutto nell'aspettazione, nella speranza. Il Leopardi non si contraddice, affermando, dopo aver negato tutti i piaceri, la benefica potenza dell'amore. L'amore è grato, secondo lui, come è grata la gioventù; perchè il giovane e l'amante s'illudono, aspettano una felicità senza fine. E perchè non la raggiunge il giovane, non la raggiunge l'amante. Il giovane ha troppo sperato dalla vita; l'amante spera troppo dalla donna. Egli non si contenta della creatura reale; se ne foggia un'immagine molto più bella:
Vagheggia Il piagato mortal quindi la figlia Della sua mente, l'amorosa idea, Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude, Tutta al volto, ai costumi, alla favella Pari alla donna che il rapito amante Vagheggiare ed amar confuso estima.
Il poeta non ha avuto esperienza dell'amore reale, ma sa che insino nell'amplesso la creatura che noi stringiamo tra le braccia non è tanto la vera, quella di carne e di sangue, quanto la figlia della nostra mente. Il disinganno è pertanto da attribuire all'immaginazione degli uomini, non già alle donne; ma la colpa è anche della natura che ha fatto gli uomini troppo immaginosi ed ardenti, e le donne troppo fredde e pigre. Le donne reali sono troppo diverse da quelle che gl'innamorati si dipingono:
A quella eccelsa imago Sorge di rado il femminile ingegno; E ciò che ispira ai generosi amanti La sua stessa beltà, donna non pensa, Nè comprender potrìa. Non cape in quelle Anguste fronti ugual concetto. E male Al vivo sfolgorar di quegli sguardi Spera l'uomo ingannato, e mal richiede Sensi profondi, sconosciuti, e molto Più che virili, in chi dell'uomo al tutto Da natura è minor. Che se più molli E più tenui le membra, essa la mente Men capace e men forte anco riceve.
Egli è anche più giusto quando fa dire al Tasso dal suo Genio familiare che le donne non hanno colpa se, alla prova, riescono troppo diverse da quelle che noi immaginiamo. “Io non so vedere„, gli spiega il Genio, “che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue, piuttosto che d'ambrosia e nèttare. Qual cosa del mondo ha pure un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che le donne in fatti non sieno angeli.„
L'immaginazione è dunque ancora causa dell'inganno. Essa, come ha guastato la vita, guasta anche l'amore. Saggio è l'amante che, sognando la donna diletta in un sogno gentile, “per tutto il giorno seguente fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno gliene ha lasciata impressa....„ Quantunque il Leopardi abbia amato solitariamente, quantunque non abbia neppure significato i suoi sentimenti alle donne che li ispirarono, pure egli ha capito come sia difficile agli amanti riamati il comprendersi. Quando ha fatto dire a Consalvo che il cielo non consente il pieno appagamento dei voti d'amore, gli ha fatto soggiungere che “amar tant'oltre non è dato con gioia„; e il suo Filippo Ottonieri dice una cosa molto profonda, che è il frutto delle lunghe esperienze sentimentali: “Negava che alcuno a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perchè, rispondeva: perchè certo l'amato o l'amata è rivale ardentissimo dell'amante.„ Come dir meglio che l'amore, la grande consolazione della vita, non è tutto amore, ma anche una forma di odio?
Dove sarà allora la felicità vera, intera, pura? Sarà nella gloria? Anche questa è una forma dell'illusione; ad uno ad uno egli ne distrugge, come li ha visti cadere intorno a sè, tutti i fondamenti, tutte le promesse, tutti i vantaggi. E primieramente: che cosa è la gloria letteraria e artistica, paragonata a quella che dipende dalle grandi azioni? “L'operare è tanto più degno e più nobile del meditare e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti. Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè l'uomo nasce a scrivere, ma solo a fare.„ Ma i tempi non volgono propizii alle imprese magnanime, ed è forza contentarsi della grandezza nell'arte o nella scienza. E questa via, “come quella che non è secondo la natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo, nè senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità del proprio animo.„ E quante difficoltà! “Le emulazioni, le invidie, le censure acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli che la malignità degli uomini ti opporrà....„ Il valore è anche contrastato “dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio dal semplice caso, o da leggerissime cagioni.„ Chi può, del resto, comprender bene lo scrittore? Non la folla, ma gli scrittori suoi pari; non gli stranieri, ma quelli della sua stessa nazione: per tutto il resto dell'umano genere le fatiche letterarie riescono inutili e sparse al vento. “Lascio l'infinita varietà dei giudizi e delle inclinazioni dei letterati, per la quale il numero delle persone atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si riduce ancora a molto meno.„ Che è dunque la fama di quei grandi, i cui nomi sono universalmente riveriti? “In vero io mi persuado che l'altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi, provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano, piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale....„ Per comprendere le opere dell'ingegno, bisogna trovarsi in certe particolari condizioni; gli scritti non tanto si giudicano dalle loro qualità in se medesime, quanto dall'effetto prodotto nell'animo di chi legge. Quante volte, per quante cause, il lettore non sì trova mal disposto a comunicare con l'autore? Se dunque un libro nuovo anche ottimo è letto una sola volta da chi temporaneamente è impedito d'intenderlo, l'autore sarà poco o niente stimato. Al contrario, in certi stati dell'animo, una pagina mediocre è capace di produrre eccitazioni gagliarde, e l'autore di ottenere un'ammirazione immeritata. E nella nostra età, tarda, stanca, sovraccarica di troppe memorie, l'eloquenza, la poesia, sono poco intese; ed i giovani, il cui animo è più pronto, non hanno un gusto sicuro; e gli abitatori delle grandi città, i quali incoronano gli oratori e i poeti, sono troppo distratti da troppe altre cose. E se bisogna, per bene apprezzare un'opera, rileggerla più e più volte, “manca oggi il tempo alle prime non che alle seconde letture.„ E se il consenso antico e universale è tanta parte della fama delle opere, oggi un nuovo poema “eguale o superiore di pregio intrinseco all'Iliade, letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per tanto gli resterebbe in molto minore estimazione.„
La dimostrazione continua così, come quella di un teorema, con uno spietato rigore di logica. Miglior fortuna del poeta troverà il filosofo, che non si rivolge all'immaginazione degli uomini, diseguale, mutabile, ma alla loro ragione? Ma, posto anche che l'immaginazione non fosse tanto utile in filosofia come in arte, resta sempre che le verità filosofiche non sono apprezzate da chi non le partecipa, anche lasciando da parte “le varie fazioni, o comunque si voglia chiamarle, in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno professione di filosofia: ciascuna delle quali nega ordinariamente la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma per aver l'intelletto occupato da altri principii.„ E se a gustare un poema occorre tempo, più ne occorre se si vuole persuadere agli uomini la verità scoperta dal filosofo; e i grandi novatori, invece d'essere lodati e ammirati, troppo spesso sono derisi e vilipesi. E se la verità fa il suo cammino finchè è poi universalmente accettata, il morto suo inventore non ha neppure il premio d'una postuma fama, “parte per essere già mancata la sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti a questo grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè già nel sapere gli sono eguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e chiarire meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture a certezza, dare ordine e forma migliore ai suoi trovati, e quasi maturarli.„
Nulla resiste alla sua critica; par quasi che egli provi un senso di voluttà nel rintracciare e nell'esporre ad uno ad uno tutti i più sottili e riposti argomenti che si possono addurre contro la speranza d'un premio. Ecco: dopo aver tutto negato, dopo aver dimostrato come sia impossibile ottenere la gloria, concede a un tratto che qualcuno l'abbia conseguita. Che frutto ne ritrarrà costui? Se l'uomo famoso vive in una città piccola, egli non è oggetto d'invidia, perchè nessuno l'intende; anzi, perchè tutti lo disconoscono, è trascurato. Nelle città grandi, tanto per l'emulazione dei compagni quanto per le distrazioni della folla, le difficoltà di poter godere della gloria acquistata non sono minori. E la fama di grande poeta e di gran filosofo, come è la più difficile da acquistare, è anche la meno fruttuosa di tutte: “le due sommità, per così dire, dell'arte e della scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa, specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora alle arti che si esercitano principalmente con la mano.„ Qual è dunque il frutto dell'ingegno, il premio degli studi per il filosofo ed il poeta? Null'altro “se non forse una gloria nata e contenuta fra un piccolissimo numero di persone.„ Ce n'è anche un altro, maggiore, migliore: “Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai, sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel silenzio della tua solitudine, col pigliarne stimolo e conforto a nuove fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze.„ Perchè anche qui la natura dell'uomo ordisce il solito inganno, volendo che il bene non ottenuto sia ancora sperato, a dispetto dell'esperienza, nel futuro, altrove, non si sa dove: “La gloria degli scrittori, non solo, come tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo„; e la speranza sempre disingannata continua sempre ad operare, così che da ultimo, non avendo mai trovato la gloria in vita, o avendola sdegnata, o non avendone goduto tanto quanto si aspettava, l'uomo si pasce della speranza di quella che otterrà — dopo morto, dai posteri.... quasi che i posteri non saranno uomini come i contemporanei, soggetti a quella mutabilità di gusti in arte e di giudizii in filosofia che ha travolto le speranze di gloria durante la vita e che annullerà totalmente quelle riposte nell'avvenire!
II. LA MISANTROPIA.
Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo, nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana? Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani: fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo; confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza, e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento, più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e della giovinezza e generalmente della vita.„
Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„
Mancato il conforto nella famiglia, resterebbe ancora quello della solidarietà fra tutti gli uomini. “Gl'individui sono spariti dinanzi alle masse„, dicono intorno al Leopardi i pensatori, volendo significare con queste parole che, se pure ciascun uomo ha molti e troppi motivi di dolore, il pensiero del bene comune, della felicità generale, deve consolarlo. Ed egli, dimostrato che tutto è illusione, riconosce che “si cette illusion était commune, si tous les hommes croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans, bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, si tout le monde était sensible.... n'en serait-on pas plus heureux? Chaque individu ne trouverait-il pas mille ressources dans la société? Celle-ci ne devrait-elle s'appliquer à realiser les illusions autant qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut consister dans ce qui est réel?„ Ma egli nega anche questo compenso. Nessuno ha compreso lui, o troppo pochi; quasi dovunque egli ha trovato ostilità o indifferenza. A che gli è valsa la grandezza della mente e la bontà dell'animo?... Con Bruto pertanto egli chiamerà stolta la virtù e lancerà al cielo il grido della giustizia offesa:
Dunque degli empi Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta Per l'aere il nembo, e quando Il tuon rapido spingi, Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Gli uomini, come tutti i viventi, non si sostengono, si combattono: “Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto dall'interesse proprio, l'offende.„ Nè altro scopo hanno le lotte umane se non “l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano.„ Poichè la felicità che essi agognano e che tentano di raggiungere in mille modi sfugge continuamente, che nome meriterà il loro vano affaccendarsi? Che cosa distinguerà i grandi lavori dagli inutili trastulli? Filippo Ottonieri non ammette nessuna differenza tra gli uni e gli altri, “e sempre che era stato occupato in qualunque cosa, per grave che ella fosse, diceva d'essersi trastullato.„ Meglio ancora:
È tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell'oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all'intento Giugner mai non potria, ben si conviene Ozïoso nomar. La schiera industre Cui franger glebe o curar piante e greggi Vede l'alba tranquilla e vede il vespro, Se oziosa dirai, da che sua vita È per campar la vita, e per sè sola La vita all'uom non ha pregio nessuno, Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni Tragge in ozio il nocchiero; ozio le vegghie Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi; E il mercatante avaro in ozio vive: Che non a sè, non ad altrui, la bella Felicità, cui solo agogna e cerca La natura mortal, veruno acquista Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
Quanto strana non è dunque la pretesa dì coloro
che, non potendo Felice in terra far persona alcuna, L'uomo obbliando, a ricercar si diero Una comun felicitade; e quella Trovata agevolmente, essi di molti, Tristi e miseri tutti, un popol fanno Lieto e felice....
“Lasci fare alle masse„, soggiunge Tristano; “le quali che cosa sieno per fare senza individui, essendo composte d'individui, desidero e spero che me lo spieghino gl'intendenti d'individui e di masse, che oggi illuminano il mondo....„ No, la concordia non regna tra gli uomini; non se ne trovano due che si comprendano; anzi “l'odio verso i propri simili è maggiore verso i più simili.„ Invece che cercarli, converrà piuttosto, per consolarsi, fuggirli e rifugiarsi in seno alla natura.
Ma anche la natura ferisce continuamente, in mille modi, i viventi. Da lei vengono tutti gl'innumerevoli dolori fisici. L'Islandese esce dall'isola sua nativa “per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.„ Cerca; ma non trova. “Io sono stato arso dal caldo dei tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove.„ E gli uomini, come già lodano il loro stato, così credono che la natura non abbia altra mira che di procacciare il loro bene; quando invece
un'onda Di mar commosso, un fiato D'aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge interi popoli in modo che a gran pena ne resta la memoria. Vengano sul Vesuvio i presuntuosi, dinanzi alle secolari rovine delle città sepolte dalla cenere, distrutte dai tremuoti, coperte dalla lava: vedranno che
Non ha natura al seme Dell'uom più stima o cura Ch'alla formica: e se più rara in quello Che nell'altra è la strage, Non avvien ciò d'altronde Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
Infine, se per tante cagioni la condizione umana è tanto sciagurata, sia che gli uomini si considerino ad uno ad uno, sia che si consideri il loro consorzio, non sarà possibile sperare che essa migliori col tempo? Questa speranza di progresso sorride a molti; per il misantropo è vana ancor essa; anzi dà luogo alla certezza che il passato era preferibile al presente e che col tempo il mondo peggiora. Una volta gli uomini lo vedevano popolato di creature leggiadre e divine:
Già di candide ninfe i rivi albergo Placido albergo e specchio Furo i liquidi fonti.... Vissero i fiori e l'erbe, Vissero i boschi un dì.
I dolorosi eredi dovranno oggi lodare i Patriarchi,
molto all'eterno Degli astri agitator più cari, e molto Di noi men lacrimabili nell'alma Luce prodotti;
dovranno invidiare i tempi del primo padre, quando la pace regnava sulla terra:
Oh fortunata, Di colpe ignara e di lugubri eventi, Erma terrena sede!
Perchè dallo scempio fraterno ebbe origine questa tanto vantata civiltà:
Trepido, errante il fratricida, e l'ombre Solitarie fuggendo e la secreta Nelle profonde selve ira de' venti, Primo i civili tetti, albergo e regno Alle macere cure, innalza; e primo Il disperato pentimento i ciechi Mortali egro, anelante, aduna e stringe Ne' consorti ricetti: onde negata L'improba mano al curvo aratro, e vili Fur gli agresti sudori; ozio le soglie Scellerato occupò; ne' corpi inerti Domo il vigor natìo, languide, ignave Giacquer le menti; e servitù le imbelli Umane vite, ultimo danno, accolse.
Un tempo, sì, la terra fu dilettosa e cara; perchè
di suo fato ignara E degli affanni suoi, vota d'affanno Visse l'umana stirpe; alle secrete Leggi del cielo e di natura indutto Valse l'ameno error, le fraudi, il molle Pristino velo; e di sperar contenta Nostra placida nave in porto ascese.
Ma la civiltà non è progresso per il genere umano come l'esperienza non è felicità per il giovane: l'età prima dell'uomo e del mondo è la migliore. Anche oggi una vita simile a quella delle antiche età si vive dai popoli che noi chiamiamo barbari; tra le vergini selve
Nasce beata prole, a cui non sugge Pallida cura il petto, a cui le membra Fera tabe non doma.
E gli uomini che si stimano progrediti vanno a turbare ed opprimere quei soli felici!
Oh contra il nostro Scellerato ardimento inermi regni Della saggia natura! I lidi e gli antri E le quïete selve apre l'invitto Nostro furor; le violate genti Al peregrino affanno, agl'ignorati Desiri educa; e la fugace, ignuda Felicità per l'imo sole incalza,
No, questa trasformazione, “questa mutazione di vita, e massimamente d'animo„, non ha fatto raggiungere la felicità; al contrario: è stata accrescimento d'infelicità. Fossero almeno questi uomini inciviliti, che credono il loro costume tanto superiore al primitivo e che aspettano un continuo miglioramento dello stato umano; fossero almeno, dico, stabili nelle loro idee! Sapesse bene il secolo presente che cosa credere, che cosa negare! Ma no: oggetto d'immenso stupore è il vedere
con che costanza Quel che ieri schernì, prosteso adora Oggi, e domani abbatterà, per girne Raccozzando i rottami, e per riporlo Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente! Quanto estimar si dee, che fede ispira Del secol che si volge, anzi dell'anno, Il concorde sentir!
Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: i buoni antichi, i nostri buoni antenati; e uomo fatto all'antica, volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„ Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo. Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono “che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e di distruzione,„ e che la stessa terra e gli stessi soli “dovranno venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.„ Altri mondi sorgeranno, altre creature nasceranno delle quali nulla si può predire; ma questa nostra progenie, non che perfezionarsi col tempo, dovrà probabilmente perire dei suoi proprii vizii. La disperata fantasia del Leopardi prevede che gli uomini mancheranno “parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.„ Egli non si può pertanto “dilettare e pascere di certe buone aspettative, come veggo fare a molti filosofi in questo secolo„; e la sua disperazione è “intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza.„
III. LO SCETTICISMO.
Pure, disperando di tutto, non credendo ai piaceri dei sensi, alle gioie dell'amore, ai premii della gloria, alla consolazione della famiglia, alla bontà dei simili, alla possibilità del progresso; resta ancora un'àncora, la più salda: Dio. Quei beni che il mondo nega possono essere a usura compensati dal cielo; se il corpo umano e la stessa terra che lo sostiene sono condannati a perire, una vita immortale può sorridere all'anima. La fede è l'ultimo rifugio.
Ma la fede dev'essere cieca, e lo spirito indagatore la distrugge. Fin dai primi anni della sua vita morale, quando gl'insegnamenti paterni erano ancora da lui ascoltati, quando la pietà cristiana ereditata dalla nascita, succhiata col latte, era in lui fervida, il Leopardi cominciò, se non a dubitare, a discutere. Nel suo studio sugli Errori popolari degli antichi egli esaminò prima degli altri i molti che si riferiscono alla Divinità; ma ciò che al moderno, al cristiano, sembrava errore, fu pure la credenza di quegli antichi Padri dei quali egli doveva più tardi invidiare la sorte! Se gli uomini s'ingannarono una volta, chi assicura che non si possono ingannare ancora? Egli quasi presentiva questa conseguenza della sua critica, quando s'ingegnava di distinguere la superstizione dalla religione e la credulità dalla fede. “La superstizione, dice Teofrasto, è un timore mal regolato della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire: è un effetto dell'ignoranza di chi pratica la religione.„ Egli così si studia di dimostrare a sè stesso la ragionevolezza dell'esame. “Il volgo è naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti, e tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono estendersi gli effetti di una virtù, o di una prevenzione giusta ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol essere grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo, che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose chimeriche, rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni: un uomo nemico dei pregiudizii è, secondo lui, un irreligioso.„ Non potrebbe darsi che il popolo avesse ragione? Per creder bene non bisogna credere tutto? Quando il dubbio comincia, chi può dire dove si arresterà? Egli si sdegna perchè “il nome di Filosofo è divenuto odioso alla più sana parte degli uomini. Ormai esso non significa più che infedele.„ Ma quest'effetto non è purtroppo naturale? Non si produrrà, non è sul punto di prodursi anche in lui? Per ora egli se ne sdegna, e tenta rassicurarsi, e scioglie un inno alla fede nella quale è nato: “Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno. Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlar di te ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro, che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur dire che non ha cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero, che soddisfa e rapisce; che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando coprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi, noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto. L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e la tua mano ci condurrà alla salvezza.„
Dalla stessa osservazione del dolore umano egli trae, nei primi tempi, la prova di una vita futura: “Tutto è o può essere contento di sè stesso, eccetto l'uomo; il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell'altre cose.„ E della gravezza di questo dolore egli chiama testimonio Dio. “Tu sapevi già tutto ab eterno„ dice al Redentore, “ma permetti alla immaginazione umana che noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie. Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro.... Pietà di tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell'uomo infelicissimo, di quello che hai veduto, pietà del genere tuo, poichè hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu.... Ora vo' da speme a speme, e mi scordo di te, benchè sempre deluso.... Tempo verrà ch'io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò a te. Abbi allora misericordia....„ Ed alla Madre di Dio: “È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli; ma noi pure siam piccoli, e ci riescono insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie....„
Nutrito di cultura classica, egli è meglio di tanti altri in grado di conoscere per quali caratteri la predicazione cristiana si distingue dalle credenze pagane. “Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl'infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo.... Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata nè mostrata risolutamente come nemica della virtù, nè come certa corruttrice d'ogni buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è un concetto, per quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, anche profani, tanto o poco meno sconosciuto dagli antichi.„ Di questo concetto pochi al pari di lui apprezzeranno l'esattezza; la sua propria esperienza non glie l'ha dimostrata, quando invece dell'aiuto e dei premii ai quali aveva diritto, non ha trovato altro che trascuranza e derisione?... Ma il carattere più segnalato del cristianesimo, l'idea fondamentale che lo distingue dall'idea pagana, è una sfiducia del mondo più larga, più profonda; è la disperazione di trovar mai la felicità sulla terra. E se la religione di Gesù dice che questa terra è una valle di lacrime, che i beni di questo mondo sono nulla, chi meglio del Leopardi, la cui vita è tutta una croce, potrà intenderla? Chi più totalmente di lui comprenderà questa sfiducia di poter trovare la felicità nello stato umano?... Ma la stessa enormità del dolore che gli fa intendere la verità predicata dal figlio di Dio, lo distacca ultimamente dalla fede: “S'ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contrario non d'altronde ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.„ Il suo spirito indagatore vuol sapere il perchè del dolore. Se la vita è un circolo di creazione e distruzione continue, e se “quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi tu,„ chiede l'Islandese alla Natura, “quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose?...„ L'asiatico Pastore errante canta, rivolto alla luna:
Pur tu, solinga, eterna peregrina, Che sì pensosa sei, tu forse intendi, Questo viver terreno, Il patir nostro, il sospirar, che sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante, E perir della terra, e venir meno Ad ogni usata, amante compagnia.
Ma se l'immortale giovanetta conosce il tutto, egli, il semplice pastore, il cantore dolente, dice guardando il cielo, considerando sè stesso:
A che tante facelle? Che fa l'aria infinita, e quel profondo Infinito seren? Che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io chi sono? Così meco ragiono: e della stanza Smisurata e superba, E dell'innumerabile famiglia, Poi di tanto adoprar, di tanti moti D'ogni celeste, ogni terrena cosa, Girando senza posa, Per tornar sempre là donde son mosse; Uso alcuno, alcun frutto Indovinar non so....
Egli non sa null'altro fuorchè il suo dolore. E disperatamente Saffo chiede il perchè del dolore suo proprio:
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo Il ciel mi fosse e di fortuna il volto? In che peccai bambina, allor che ignara Di misfatti è la vita, onde poi scemo Di giovinezza, e disfiorato, al fuso Dell'indomita Parca si volvesse Il ferrigno mio stame?
Un arcano consiglio muove gli eventi: nessuno risponde all'incauta domanda:
Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor. Negletta prole Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo De' celesti si posa.
Bruto non conosce questa rassegnazione; egli si sdegna e si ribella:
A voi, marmorei numi, (Se numi avete in Flegetonte albergo O su le nubi) a voi ludibrio e scherno È la prole infelice.... Forse i travagli nostri, e forse il cielo I casi acerbi e gl'infelici affetti Giocondo agli ozii suoi spettacol pose?
Ma a nulla vale lo sdegno come a nulla vale la rassegnazione: i destini umani si compiono in mezzo al silenzio delle cose, all'indifferenza della natura: la luna versa immutato il suo raggio sui campi delle battaglie che mutano la faccia delle nazioni,
e non le tinte glebe, Non gli ululati spechi Turbò nostra sciagura, Nè scolorò le stelle umana cura.
“Imaginavi tu forse„, chiede la Natura all'Islandese, “che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me ne avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.„ E la ragione riconoscerà anche la giustezza di questo argomento; ma ne sarà forse lenito il dolore, o sarà reso più sopportabile? La ragione risponderà: “Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande istanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non potevo sconsentirlo nè ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia?....„
Così egli dibatte il formidabile enimma; ma tutte le domande restano senza risposta, tutti i ragionamenti si spuntano contro il ferrato mistero, tutti i gridi del dolore vanamente si perdono. Aspetti la morte: egli vedrà allora la faccia della verità. Ma perchè ciò avvenga, bisogna che, dopo morto, egli pur viva d'un'altra specie di vita! E non vuole. La morte, sì; purchè sia la fine totale, il nulla. L'aspettazione della morte, dice Porfirio, “sarebbe un conforto dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori„; ma egli si duole di Platone che ha tolto da questo pensiero ogni dolcezza, anzi lo ha reso il più amaro di tutti, col dubbio terribile che la vita dell'anima continui oltre tomba. Il dubbio di questa vita avvenire turba, non conforta, la vita presente; “e non sì potendo questo dubbio in alcun modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la morte piena d'affanno e più misera che la vita.„ Dovunque è mistero e terrore. Se le mummie del Ruysch una notte si destano, se riacquistano tanto di vitalità da pensare e parlare, dicono che hanno paura della vita come, vivendo, ne avevano della morte:
Come da morte Vivendo rifuggìa, così rifugge Dalla fiamma vitale Nostra ignuda natura; Lieta no, ma sicura, Però ch'esser beato Nega ai mortali e nega ai morti il fato.
Non bisogna dunque destarsi. Il sonno, il sonno profondo, senza sogni, senza coscienza dell'essere, è la sola condizione felice. Quando la Terra e la Luna fanno strepito contendendo, la Terra pietosamente non vuol spaventare i suoi abitatori nè rompere il loro sonno, “che è il maggior bene che abbiano.„ Il sonno continuo di tutte le cose sarebbe preferibile alla vita. “Se il sonno dei mortali fosse perpetuo,„ canta il Gallo silvestre, “ed una cosa medesima colla vita; se sotto l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, nè strepito di fiere per le foreste, nè canto di uccelli per l'aria, nè susurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non vi si trova?„ E se il sonno è necessario, esso dimostra la malignità della veglia. “Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, ristorarsi con un gusto e quasi con una particella di morte.„
IV. LA MORTE.
La morte sarà pertanto il rimedio radicale e la conclusione ultima. La felicità pareva lo scopo dell'esistenza; ma non fu raggiunta nè dall'individuo nè dal consorzio umano; non fu raggiunta subito, nè sarà raggiunta in avvenire, col progresso; non fu raggiunta in terra, nè sarà raggiunta in un altro mondo. Perchè dunque le creature aprono gli occhi alla luce? Che cosa è questa vita?
Vecchierel bianco, infermo, Mezzo vestito e scalzo, Con gravissimo fascio in su le spalle, Per montagna e per valle, Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, Al vento, alla tempesta, e quando avvampa L'ora, e quando poi gela, Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge, e più e più s'affretta, Senza posa o ristoro, Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva Colà dove la via E dove il tanto affaticar fu volto: Abisso orrido, immenso, Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Questo è il quadro della vita mortale. Finite le speranze di felicità, spente le illusioni, null'altro resta fuorchè la morte:
Ecco di tante Sperate palme e dilettosi errori, Il Tartaro m'avanza,
canta l'infelice Lesbiana; e Silvia miseramente cade all'apparir del vero. Quando l'uomo è giovane, quando può sperare, la vita è luminosa; ma dopo, tosto che la verità è conosciuta,
Vedova è insino al fine; ed alla notte Che l'altre etadi oscura Segno poser gli Dei la sepoltura.
Ma parlare della morte con questo tono dolente, chiamarla abisso “orrido, immenso„, è ancora in certo modo come lodare la vita. Questa morte non è un vero rimedio, non è una cosa veramente lodevole, se egli la loda ironicamente:
Umana Prole cara agli eterni! assai felice Se respirar ti lice D'alcun dolor; beata Se te d'ogni dolor morte risana.
Per adoperare questo tono, bisogna che l'illusione non sia ancora finita, che una qualche fede sussista. Se morire non è un vero bene, bisogna che il bene consista in qualche altra cosa. Non si trovò in nessun luogo, in nessun tempo, in nessun concetto; ma l'appetito della felicità non è ancora morto; si spera ancora, non si sa come, non si sa in che cosa, irragionevolmente. Perchè la ragione trionfi, bisogna dar torto all'istinto della felicità che si ribella alla morte; e riconoscere che l'istinto è un fenomeno transitorio, e che la morte è il fenomeno permanente, il vero, il solo, l'ultimo fine della vita. Poichè tutti gli altri, tutti insino ad uno, si dimostrarono fallaci, la morte sarà lo scopo reale, l'unica meta, la ragione stessa dell'esistenza. Ed il Leopardi arriva a questa conclusione logica, l'accetta pienamente quando dice che le creature “ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non s'affaticano se non per giungere a questo solo intento della natura„; quando afferma che proprio ed unico obbietto delle cose è il morire: esse anzi sono state create per essere distrutte, perchè la legge della distruzione si potesse mantenere: “non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.„
Come parrà allora stolto e funesto lo studio di prolungare la vita! “Non solo io non mi curo dell'immortalità„, dice il Metafisico al Fisico, “e sono contento di lasciarla ai pesci; ai quali la dona il Leeuwenhoek, purchè non siano mangiati dagli uomini o dalle balene; ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro corpo per allungare la vita come propone il Maupertuis, io vorrei che la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice che i più vecchi non passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono bisavoli e trisavoli„. Per un momento, non solo la vita degli efimeri, ma quella di qualunque animale gli parrà preferibile alla umana; gli animali non raggiungono la felicità, ma passano il tempo meglio di noi, unicamente occupati di ciò che loro occorre:
De' bruti La progenie infinita, a cui pur solo, Nè men vano che a noi, vive nel petto Desìo d'esser beati; a quello intenta Che a lor vita è mestier, di noi men tristo Condur si scopre e men gravoso il tempo Nè la lentezza accagionar dell'ore.
Anche il Pastore canterà:
O greggia mia che posi, oh te beata, Che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perchè d'affanno Quasi libera vai; Ch'ogni stento, ogni danno, Ogni estremo timor subito scordi; Ma più perchè giammai tedio non provi. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, Tu se' queta e contenta; E gran parte dell'anno Senza noia consumi in quello stato.... Quel che tu goda o quanto, Non so già dir; ma fortunata sei.
Tosto però egli s'accorge che questa sua opinione può dipendere da un inganno:
O forse erra dal vero Mirando all'altrui sorte il mio pensiero; Forse in qual forma, in quale Stato che sia, dentro covile o cuna, È funesto a chi nasce il dì natale.
Certo dell'inganno, il Leopardi ritorna alla verità disperata:
Non altro in somma Fuorchè infelice, in qualsivoglia tempo, E non pur ne' civili ordini e modi, Ma della vita in tutte l'altre parti, Per essenza insanabile, e per legge Universal che terra e cielo abbraccia, Ogni nato sarà.
Se il vivere è funesto a tutti, il non vivere sarà preferibile:
Mai non veder la luce Era, credo, il miglior....
Quindi la morte non sarà temuta, ma preferita e lodata come il “maggior bene dell'uomo„; e desiderata e cercata:
In cielo, In terra amico agli infelici alcuno E rifugio non resta altro che il ferro;
e se altri, sdegnando gli anni suoi vuoti e odiando la luce, non si uccide,
al duro morso Della brama insanabile che invano Felicità richiede, esso da tutti Lati cercando, mille inefficaci Medicine procaccia, onde quell'una Cui natura apprestò, mal si compensa.
Ma Saffo si dà la morte:
Morremo. Il velo indegno a terra sparto, Rifuggirà l'ignudo animo a Dite, E il crudo fallo emenderà del cieco Dispensator de' casi.
Come ella morendo corregge il male del quale fu vittima, così Bruto uccidendosi sfida l'iniqua potenza che lo ha sopraffatto. Egli invidia gli animali non solo perchè arrivano alla morte senza prevederla, cioè senza nè temerla nè desiderarla, ma anche perchè, volendo uccidersi, nessuno lo vieterebbe loro:
A voi, fra quante Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte, Figli di Prometeo, la vita increbbe; A voi le morte ripe, Se il fato ignavo pende, Soli, miseri, a voi Giove contende.
E come anche Porfirio invidia gli animali perchè, morendo, non hanno paura o speranza di un'altra vita, così Bruto vorrà morire interamente, senza tema di punizioni, senza speranza di gloria postuma, di felicità oltre umana:
Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi Regi, o la terra indegna, E non la notte moribondo appello; Non te dell'atra morte ultimo raggio Conscia futura età.... .... A me d'intorno Le penne il bruno augello avido roti; Prema la fera, e il nembo Tratti l'ignota spoglia; E l'aura il nome e la memoria accoglia.
Costoro furono disgraziati: a Bruto non valse la virtù, a Saffo non valse l'amore. Noi vediamo pertanto che, dandosi la morte, si dolgono, accusano, non sono sereni. La Lesbiana si lagna che di tante sperate palme e dilettosi errori le avanzi solo la morte; Bruto chiama “misero„ il desìo di morire; e “atra„ la morte. Il Leopardi che ha giudicato essere la morte non una cosa vana come tutte le altre, ma la sola realtà, dovrà dire serenamente che il partito di procurarsela è il migliore, il più ragionevole, il più conforme a natura, ancora quando la vita non è stata sciagurata. Udite infatti Porfirio, deliberato di uccidersi, affermare che questa sua deliberazione “non procede da alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi sopraggiunga„, ma dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni cosa.„ Nè la morte è legge delle sole creature, ma di tutta quanta la creazione. Morrà la terra, morranno i soli. Altri ne nasceranno, è vero; la ragione dimostra che l'esistenza, non essendo mai cominciata, non avrà mai fine; ma l'anima offesa si compiace di antivedere la fine del Tutto: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, innanzi di essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi.„