II. (continued 2)
Reading edition
— Non sarà qui — interruppe Antonello, scotendo il capo.
— Perché tu ripeti sempre questo? — io gli chiesi, quasi per un rimprovero dolce. — Che sai?
— Nessuno sa mai nulla — mormorò Oddo, con la sua voce sorda che io non distinsi dalla voce fraterna se non pel moto delle labbra. — Chi può dire quel che accadrà di noi da oggi all'autunno? Soltanto Massimilla è sicura: ha trovato il suo rifugio.
Forse una minima stilla di amarezza alterava le ultime parole.
— Massimilla va a pregare per noi — disse Anatolia gravemente.
La monacanda abbassò la testa verso le sue mani congiunte. E per un intervallo noi tacemmo, sotto un'onda di cose indistinte ma pur tuttavia imperiose.
La visione allucinante della porpora autunnale faceva impallidire ai miei occhi quel limpido pomeriggio della prima primavera, mentre discendevamo giù per le scalee, dove qualche ora innanzi le tre principesse mi erano apparse come nell'inizio d'una favola uscenti con un sorriso novello da una notte d'immemorabili affanni. Tanto già mi sembrava lontana quell'ora mattutina quanto prossimo quell'autunno a cui — secondo un presentimento oscuro — dovevano condurmi le vicissitudini d'un fulmineo fato. E, se io imaginavo intorno ai nudi tralci il fogliame purpureo, vedevo su i volti delle tre sorelle cadere un'ombra di lutto cupa.
Un'altra volta il sentimento della morte appassionò ed inalzò la mia anima per modo che tutte le apparenze vi si riflettevano con trasfigurazioni di poesia. E nello splendore dell'aria primaverile quelle creature frali mi sembrarono “maravigliosamente tristi„ come le donne nel sogno della Vita nuova, che Massimilla m'aveva richiamato alla memoria fra i mandorli succisi e gli antichi specchi. E mi sembrò d'esser tutto compreso dall'ardente spirito che in quel libello infiamma la pagina ove Dante giovine mostra com'egli sapesse agitar dal profondo la sua anima ed esaltarla al sommo dell'ebrietà dolorosa imaginando morta Beatrice e contemplandone la faccia a traverso il velo funerale. “Sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia.... E paventando assai, immaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo.... Allora mi parea che il cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra donna.... E fu sì forte la errante fantasia che mi mostrò questa donna morta....„. Non mi veniva da una simile imaginazione l'émpito delle ineffabili bellezze interiori?
Una nobiltà sovrana emanava da ogni atto delle vergini moriture e irradiava le cose per mezzo a cui elle passavano. E forse mai più le vidi in tanta luce e in tanta ombra.
Quando fummo a piè delle scalee, in un ripiano circondato dalle verdi rovine d'un portico di bossi, Anatolia si soffermò chiedendomi:
— Volete rivedere tutto il giardino? Potreste forse ritrovare qualche memoria.
Quasi a dichiarar la sua signoria, Violante disse:
— Giacchè voi amate la musica dell'acqua, io vi condurrò alla visita delle mie sette fontane.
E Massimilla con la sua timida gentilezza:
— In compenso dei mandorli, io vi mostrerò un biancospino fiorito questa notte, laggiù.
Mi pareva che parlassero di loro intime cose e, come la vergine di Fontebranda, intendessero: “Noi siamo uno giardino„.
Non potendo esprimere il mio sentimento, io dissi parole vane.
— Conducetemi dunque — io dissi. — Certo ritroverò qualche memoria: almeno delle mie prime letture, che furono racconti di fate....
— Povere fate senza bacchetta! — fece Oddo, prendendo la mano di Anatolia con un gesto carezzevole.
E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.
Allora Violante ci condusse come per un laberinto.
Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche forme trattate un tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco, risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione. E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.
Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con cui mi aveva parlato alla finestra:
— Udite?
— Ora siamo nel vostro dominio — io le dissi — perché voi siete la regina delle fontane....
S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre prigioniere. “Come saprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove, piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai più sacri abissi della vita.
Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevano d'esser raccolte; e le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del dolore.
Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un tempo convenissero a colloquio amanti celebrati per lo splendore tragico dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine. Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.
E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e dilatarle in un supremo cielo di bellezza.
Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo, taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e della morte.
Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e che il linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo. Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. — Io ero per allontanarmi, ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso alla fine. — Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto? In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?
Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano, sembravano così profondamente assorte che più d'una volta io fui sul punto di chiedere: — A che pensate? — E nasceva in me quasi una volontà di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. — Non sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo inutile?
— Oh quando verrà l'estate! — sospirava Violante, alzando gli occhi verso i larghi ombrelli dei pini. — D'estate, io passo qui tutte le ore del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!
Pini giganteschi, dai fusti diritti e rotondi come le antenne delle galere, ordinati a distanze eguali, sorgevano lungo il muro del claustro e lo proteggevano con le loro cupole opache. Tra fusto e fusto, come in un intercolonnio, s'incavavano nel muro le nicchie abitate dalle statue ignude o avvolte nei pepli in attitudini calme, recanti le visioni del Passato nella loro cecità divina. A distanze eguali, le sette fontane sporgevano in forma di tempietti: composta ciascuna d'un'ampia tazza in cui si miravano deità sedenti su i margini e poggiate all'urna dell'acqua, nello spazio compreso fra due coppie di colonne che sorreggevano un frontone ov'era scolpito un distico. L'alta siepe dei mirti levavasi di contro tutta verde, non interrotta se non dalle bianche erme cogitabonde. E il terreno umido era quasi interamente coperto dai muschi come da un feltro, che rendeva silenzioso il nostro passaggio aumentando la dolcezza del mistero.
— Riuscite a leggere quei versi? — fece Violante, vedendomi intento a scoprire le lettere incise nella pietra, cancellate quà e là dalle gromme e dalle fenditure. — Io sapevo una volta quel che dicevano.
Dicevano: “Affrettatevi, affrettatevi! Intrecciate in ghirlande le rose belle per cingerne le ore che passano.„
Praecipitate moras, volvcres cingatis vt horas Nectite formosas, mollia serta, rosas.
Era, addolcito di rime, l'antico ammonimento che nei secoli aveva incitato gli uomini ai piaceri della vita breve, aveva infiammato i baci su le bocche degli amanti e moltiplicato su le mense le coppe del vino. Era l'antica melodia voluttuosa, modulata su la nova siringa che un monaco industre aveva composta in forma dell'ala d'una colomba con le canne ineguali recise nell'orto abbandonato di Pane ma conteste insieme con la cera dei torchietti votivi e con il lino d'una tovaglia d'altare logora.
“La fontana brilla e risuona; e ti dice nel suo splendore: Godi!, e nel suo murmure ti dice: Ama!„
Fons lvcet, plavde, eloquitvr fons lvmine: Gavde. Fons sonat, adclama, mvrmvre dicit: Ama.
Un ambiguo incantesimo diffondevano nel mio spirito gli echi della rima leonina a cui le acque facevano la glosa interminabile. Io sentivo in quelli echi l'accento velato della malinconia che dona al piacere un'indefinita grazia e turbandolo pur lo rende più profondo. Non meno eran molli e tristi quivi le giovinezze divine che distendevano sui margini le nude membra ondulate a similitudine dello specchio in cui si miravano da sì lungo tempo: — Salmaci forse, agognanti alla perfezione d'un congiungimento ancora ignoto agli uomini e agli iddii? o Bibli forse, intente a comprimere nel virgineo petto il fuoco del desiderio incestuoso? o Aretuse pieganti come salci leni sotto la violenza d'un amor protervo repulso in vano? “Piangete qui, o amanti che venite a dissetarvi! Troppo è dolce quest'acqua. Tempratela col sale delle vostre lacrime.„
Flete hic potantes, nimis est aqva dvlcis, amantes. Salsvs, vt apta veham, temperet hvmor eam.
Così la dolce fontana, invidiando il sapore del pianto, indicava ai gaudiosi l'arte sottile di gustar qualche amarezza nella piena felicità. “Convien mescere alle rose qualche roseo fiore dell'atro elleboro, quasi indistinto nella ghirlanda, affinchè la fronte redimita a quando a quando s'inclini.„ Pareva che di grado in grado, per quella lunga via di amore, la voluttà divenisse più raccolta, più sapiente e più appassionata. I liquidi specchi invitavano gli amanti a reclinar le fronti gravi di sogno e a contemplare le proprie imagini affinchè, giunti infine a non vedere in quelle se non le sembianze d'ignoti esseri insorte alla luce da un mondo inaccessibile, potessero meglio sentire quel ch'eravi d'indicibilmente estraneo e lontano nelle vite loro. “Inclinatevi a specchiarvi affinché i vostri baci sieno addoppiati dall'imagine.„
Oscvla ivcvnda vt dvplicentvr imagine in vnda Vvltvs hic vero cernite fonte mero.
In quel semplice atto non era il segno rivelatore d'una cosa recondita? I due amanti chini a riguardar la loro carezza rispecchiata significavano inconsapevolmente la potenza mistica della voluttà; che è quella di espellere per qualche attimo l'uomo sconosciuto che noi portiamo in noi medesimi e di farcelo sentire lontano ed estraneo come un fantasma. — Non forse nell'oscurità di un tal sentimento si accresce il delirio e si produce il terrore dei lussuriosi che negli specchi delle alcove profonde mirano le loro mutue carezze ripetute da figure che sono a lor somiglianza e che pur sembrano indefinitamente dissimili e remote in un silenzio soprannaturale? Avendo una confusa coscienza della straordinaria alienazione che avviene in loro, credono essi trovarne un simbolo illuminante in quelle imagini esterne e dall'analogia sono indótti a non più considerarle come parvenze visuali ma come forme di vita inesplicabili e infine come aspetti di morte vera quando i corpi esausti divengono immobili sul lenzuolo bianco e il sudore si agghiaccia nelle reni e le pupille si contraggono sotto il peso delle palpebre....
Tal visione mi creavano le rime dell'ultima fontana canora su cui inclinavasi il volto di Violante, scendendo l'ombra dei pini lenta come un velario ceruleo. “Qui la Voluttà e la Morte si mirarono congiunte; e i loro due volti facevano un volto solo.„
Spectarvnt nvptas hic se Mors atqve Volvptas. Vnvs [fama ferat], qvvm dvo, vvltvs erat.
Come il sole si velò al passaggio d'una nuvola bianca e molle, l'aria parve addolcirsi ancora più, parve assumere quasi il sapore d'un latte diafano in cui fosse distemperato un aroma. E io portavo nell'orecchio la cadenza delle rime latine mentre andavamo a traverso pratelli recinti, gialleggianti di giunchiglie, ov'era facile imaginare gli episodii d'una festa pastorale all'ombra di padiglioni inghirlandati. Sul piedestallo di una ninfa priva d'ambo le braccia era scolpita l'impresa degli Arcadi: la siringa di sette canne entro un serto d'alloro.
— Non eravate voi qui stamane? — dissi a Violante, riconoscendo nella vicinanza l'arco di bosso ove prima ella m'era apparsa.
Ella sorrise; e mi sembrò che le sue gote si colorassero in sommo come per un bagliore fuggevole. Poche ore erano trascorse; e io mi stupii d'avere smarrita la nozione esatta del tempo. Quel breve intervallo m'appariva tutto pieno di avvenimenti confusi che gli davano nella mia coscienza una durata illusoria, senza limite certo. Non potevo ancora misurare la gravità della vita che avevo vissuta in quel claustro dal punto in cui il mio piede s'era posato su la soglia; ma sentivo che una cosa oscura, di conseguenze incalcolabili, già stava per risolversi in me, fuor d'ogni mio volere; e pensavo che il mio presentimento mattutino su la via solitaria non era stato fallace.
— Perchè non ci sediamo un poco? — chiese Antonello, quasi supplichevole. — Non siete ancora stanchi?
— Sediamoci — assentì Anatolia, con la sua dolce condiscendenza abituale. — Anch'io sono un poco stanca. È forse l'effetto della primavera.... Che odore di mammole!
— Ma il vostro biancospino? — esclamai volgendomi a Massimilla, per mostrarle che non avevo dimenticata la sua offerta.
— È ancora lontano — ella rispose.
— Dove?
— Laggiù.
— Massimilla ha i suoi nascondigli — fece Anatolia ridendo. — Quando si nasconde, nessuno la ritrova.
— Come l'ermellino — io aggiunsi.
— Poi — ella continuò scherzevole — di tanto in tanto fa un'allusione misteriosa a qualche piccola meraviglia conosciuta da lei sola, ma con prudenza, conservando sempre il segreto, senza conceder mai nulla alla nostra curiosità. Voi oggi, pel biancospino, siete l'oggetto d'uno speciale favore....
La monacanda teneva gli occhi bassi, ma il riso le brillava nei cigli illuminandole tutta la faccia.
— Un giorno — continuò la buona sorella, che pareva contenta di risvegliare quel raggio inconsueto — un giorno vi racconterò la storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi....
Massimilla ruppe allora in un ridere così giovenile e così limpido, vestendosi d'una freschezza così impreveduta, che io ne fui attonito come davanti a un prodigio di grazia.
— Ah, non date ascolto a Anatolia! — ella esclamò senza guardarmi. — Vuol burlarsi di me.
— La storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi! — io dissi, bevendo con delizia a quella vena d'ilarità repentina che attraversava la nostra malinconia. — Ma voi siete dunque un esemplare di perfezione francescana. Bisogna aggiungere un fioretto ai Fioretti: “Come Suor Acqua dimesticò il riccio salvatico e fecegli il nido acciocchè moltiplicasse, secondo i comandamenti del nostro Creatore.„ Raccontate, raccontate!
La clarissa rideva con la sua Anatolia, e quel tenue spirito di gioia si comunicava anche a Violante e ai due fratelli; e per la prima volta, in quel giorno, noi riconoscevamo la nostra giovinezza.
Chi potrà mai dire come sia dolce e strano il dischiudersi inaspettato del riso nelle labbra e nelle pupille dei dolenti? Persisteva nella mia anima il primo stupore, e sembrava che coprisse d'un velo tutto il resto. L'agitazione insolita, che aveva scosso per qualche attimo il petto gracile di Massimilla, si propagava entro di me a tutte le imagini anteriori turbandone le linee o dissipandole. D'un tratto uno scroscio argentino riempiva la bocca socchiusa della beatrice estatica nell'atto di generar dalle immobili palme delle sue mani le spire del silenzio!
Nulla quanto il suono di quel riso poteva significarmi la profondità inaccessibile del mistero che ciascuna delle tre vergini portava in sè medesima. — Non era quello il segno fortuito di una vita istintiva dormente come un tesoro accumulato nelle radici stesse della sostanza animale? E non chiudeva i germi d'innumerevoli energie quella vita opaca e tenace su cui pur la coscienza di tanto dolore pesava senza soffocarla? — Come la scaturigine reca sul sasso arido l'indizio della segreta umidità sotterranea, così il bel riso repentino pareva salire da quel nucleo di gioia nativa che ogni più misera creatura conserva nell'intimo della sua propria inconsapevolezza. E per ciò su la mia commozione si chiarì un pensiero d'amore e d'orgoglio: “Io potrei fare di te un essere di gioia.„
Allora i miei occhi si armarono di una curiosità nuova; e m'assalì quasi una smania inquieta di riguardare, di considerare più attentamente le tre persone, come se non le avessi bene vedute. E notai anche una volta qual arduo enigma di linee sia ogni forma feminina e quanto sia difficile vedere non pur le anime ma i corpi. Quelle mani in fatti, alle cui dita lunghe avevo cinto i miei più sottili sogni come anelli invisibili, quelle mani mi sembravano già diverse apparendomi come i ricettacoli d'infinite forze innominate da cui potevano sorgere meravigliose generazioni di cose nuove. E imaginai, per un'analogia strana, l'ansia e l'orrore di quel giovine principe che, essendo stato chiuso in un luogo oscurissimo con la necessità di eleggere il suo destino fra gli inconoscibili destini recatigli da messaggiere taciturne, passò tutta la notte palpando le mani fatali che si tendevano verso di lui nella tenebra. Le mani nella tenebra: — v'è forse una più paurosa imagine del mistero?
Quelle delle tre principesse nubili posavano nella luce, nude; e guardandole, io pensavo agli infiniti gesti increati ch'erano in loro e alle miriadi di foglie nasciture che erano nel giardino.
Anatolia, accorgendosi del mio sguardo intento, sorrise.
— Ma perché voi guardate con tanta assiduità le nostre mani? Siete un chiromante, forse?
— Sono un chiromante — io risposi per gioco.
— Leggete allora le nostre sorti.
— Mostratemi la palma sinistra.
Ella mi mostrò la palma; e le sorelle imitarono il suo atto. E io mi chinai fingendo di esplorare in ciascuna le linee della vita, della congiunzione e della felicità. “Quali sorti?„ pensavo intanto, dinnanzi a quelle tre belle mani tese come per ricevere o per offerire, mentre la pausa nutriva le mie inquietudini con le mille cose inespresse e inesplicate che si generavano in lei. “Forse anche nello stilo ferreo del fato avvengono quei cangiamenti subitanei cui è soggetta la declinazione degli aghi magnetici. Forse tutte le volontà che io porto in me medesimo, oscure o lucide, esercitano già la loro virtù commutatrice; e le sorti deviano tendendo verso un finale evento da cui trarrò il mio bene. Ma anche può essere che io sia il gioco di un'illusione generata dal mio orgoglio e dalla mia fede, e che il mio stato presente non sia se non quel d'un prigioniero tra prigionieri....„
Grandissimo era il silenzio, nella pausa: tale che nel percepirlo io mi sgomentai d'avanti all'immensità delle cose mute ch'esso abbracciava. Il sole rimaneva ancor velato. D'improvviso Antonello trasalì volgendosi rapido verso il palazzo, con l'atto di colui che oda un richiamo. Tutti lo guardammo inquieti; ed egli ci guardò smarritamente. Le mani delle sorelle si abbassarono.
— Ebbene? — mi domandò Anatolia, con l'ombra della preoccupazione nella fronte. — Che avete letto?
— Ho letto — risposi — ma non posso rivelare.
— Perchè? — fece ella riacquistando il suo sorriso. — Tanto è terribile quel che sapete?
— Non è terribile — dissi — anzi è lieto.
— Veramente?
— Veramente.
— Per tutte o per una sola?
Esitai un istante. Non penetrava ella inconsciamente con quella domanda la mia perplessità e non mi rammentava la scelta necessaria?
— Non rispondete! — ella soggiunse.
— Per tutte — io risposi.
— Anche per me? — chiese Massimilla, trasognata.
— Anche per voi. Non prendete forse il velo per vostra elezione? E non siete sicura di giungere infine alla beatitudine che ricompensa la rinunzia totale?
Come io la fissai nelle pupille, ella si tinse d'un rossore che mi parve quasi violento in quella pallidezza.
— “Siate, siate quel fiore odorifero che dovete essere, e che gittiate odore nel cospetto dolce di Dio!„ ha scritto per voi Santa Caterina.
— Voi conoscete Santa Caterina! — fece la clarissa, brillando di meraviglia nel suo rossore.
— È la mia santa prediletta — io aggiunsi, lieto di vederla così attonita, tentato dal piacere di turbare e di abbagliare quell'anima che mi pareva ardente e malsicura. — Io l'amo pel suo aspetto purpureo. Nel Giardino del conoscimento di sé ella è come una rosa di fuoco.
La fidanzata di Gesù mi guardava, quasi incredula; ma il desiderio d'interrogare e di ascoltare si dipingeva sul suo volto, e nella sua fronte già un'ombra tenue indicava il solco dell'attenzione.
— Il libro che io avevo meco stamani — ella disse con un leggero tremito nella voce, come s'ella mi rivelasse qualche intimità — era un volume delle sue Lettere.
— Ho notato che da buona francescana voi mettete per segno nelle pagine un filo d'erba. Ma quel libro richiede un altro segno. L'erba vi si brucia come su l'orlo d'una fornace. L'essenza della terziaria è tutta in quelle sue parole: “Fuoco e sangue unito per amore!„ Le avete in mente?
— O Massimilla — interruppe Oddo ridendo — tu puoi congedare il padre spirituale. Ecco che hai trovato la vera guida pel Cammino della perfezione!
Eravamo seduti su la sponda di un bacino disseccato, che era forse un antico vivaio, quasi interamente riempito di terriccio e tenuto dalle piante selvagge in mezzo a cui si nascondevano le mammole — certo numerose, a giudicarne dalla fragranza grande. Prossima in contro era la parete di bosso decrepita che già, nel mio primo entrare, aveva spirato verso di me quel medesimo effluvio dalle sue buche profonde. Scorgevasi, per le radure e per l'arco, il viale deserto con le sue statue mutilate e con le sue urne vedove.
— È già stabilito il giorno per la vostra monacazione? — domandai a Massimilla.
— Il giorno non è stabilito ancora — ella rispose — ma sarà quasi certamente prima della Pasqua.
— Presto, dunque. Troppo presto!
Antonello si levò in piedi, all'improvviso agitato da un'inquietudine insostenibile. Tutti ci volgemmo a lui. Egli guardò Anatolia, con un vago sbigottimento ne' suoi occhi pallidi. Poi si rimise a sedere. Un malessere indefinito entrava in noi, come se Antonello ci comunicasse qualche parte della sua ambascia.
— Ieri, a quest'ora, eravamo nel campo dei mandorli — disse Oddo, con nella voce l'accento del rammarico verso un piacere fuggito.
Mi risonarono spontanee nella memoria le parole di Antonello: “Bisogna condurle sotto i fiori.„
— Bisogna che noi torniamo là tutti — ruppi io vivacemente lacerando quella strana atmosfera di timori e d'ansie che senza causa nota stava per addensarsi su le nostre anime. — Bisogna che noi godiamo di questa primavera così dolce. Fra una settimana tutta la valle sarà fiorita. Io mi propongo di percorrerla tutta: di salire al Corace, di rivedere Scultro, Secli, Linturno.... Come sarei felice se potessi ottenere la vostra compagnia! Non verreste volentieri? Spero che vorrete voi dare il buon esempio, Donna Anatolia.
— Certo — ella rispose. — Voi ci offrite quel che è nel nostro desiderio.
— E anche a voi, Donna Massimilla, sarà permesso il diporto. Come sapete. San Francesco compose il Cantico del Sole nella cella di canne che Santa Chiara gli aveva costruito dentro l'orto del monastero. I boschi, i fiumi, le montagne, le colline, secondo l'antica Regola, debbono essere i vostri fratelli e le vostre sorelle. Andare verso di loro è compiere una visitazione votiva.... E poi, a Linturno, nella città morta, la navata d'una chiesa è rimasta in piedi; e v'è una grande madonna di mosaico, sola, nel cielo dell'absida.... Me ne ricordo sempre. È indimenticabile. Te ne ricordi tu, Antonello?
Udendo pronunziare il suo nome, Antonello ebbe un sussulto.
— Che dici? — balbettò confuso.
E il suo povero volto contratto esprimeva una tal sofferenza che io restai senza parola.
— Sì, sì, andiamo, andiamo — egli soggiunse, simulando di aver inteso; e si levò di nuovo, in preda a un'agitazione manifesta, con l'aspetto di un maniaco, smorto e malfermo. — Andiamo via di qui! Anatolia, álzati....
Egli parlava sommesso, come per tema d'essere udito da qualcuno nella vicinanza, empiendoci di sgomento.
— Alzati, Claudio. Andiamocene.
Anatolia corse a lui, gli prese le mani.
— Eccola! Eccola che viene! — balbettò egli, fuori di sè, volgendo verso il viale i suoi occhi pallidi che parevano dilatati dall'allucinazione. — Eccola! Senti?
Perplesso e turbato a dentro, io da prima credetti ch'egli si sbigottisse d'un fantasma prodotto dalla sua follia. Ma anche al mio orecchio giunse un romore di passi che s'avvicinavano. E d'un tratto compresi, vedendo apparir tra i bossi la portantina.
Rimanemmo là ammutoliti, immobili, trattenendo il respiro, al passaggio dello strano convoglio. S'udiva distinto il lieve scricchiolio che facevano nell'attrito le stanghe sorrette dai due servi, in un silenzio gelido come quello che circonda le bare.
A traverso l'apertura dello sportello, sul fondo di velluto verdastro, io vidi allora il volto della principessa demente: irriconoscibile, contraffatto da un gonfiore esangue, simile a una maschera di neve, con i capelli rialzati su la fronte in guisa d'un diadema. Gli occhi larghi e neri splendevano su la bianchezza opaca della pelle, sotto l'arco imperioso delle sopracciglia, mantenuti forse nel loro splendore straordinario dalla visione continua d'un fasto inaudito. La carne del mento s'increspava su i monili ond'era cinto il collo. E quella enormità pallida e inerte mi risuscitò nell'imaginazione non so qual figura sognata di vecchia imperatrice bisantina, al tempo d'un Niceforo o d'un Basilio, pingue e ambigua come un eunuco, distesa in fondo alla sua lettiga d'oro.
“Ecco, ci scopre, si ferma, discende, viene a noi„ io mi fingeva con un'ansietà crescente, quasi aspettando la prova della realtà di ciò che sembravami una forma inverisimile sul punto di dissolversi e di rientrar nell'inesistenza come un sogno al risveglio. “Ecco, chiama qualcuno, si mette a parlare, chiede chi io sia, m'interroga....„ Imaginai il suono reale di quella voce, in quel silenzio: il dialogo tra quei figli devoti a un sacrifizio inumano e quella madre trapassata per la follia in un altro mondo ov'ella doveva attrarli inevitabilmente l'un dopo l'altro. E dal mio orrore compresi il fremito profondo di repugnanza istintiva ch'era stato per Antonello un avviso misterioso, non diverso da quello ond'è assalito l'armento nel chiuso all'appressarsi della fiera che deve divorarlo.
Ma ella passò senza accorgersi di noi, senza battere palpebra, dileguando tra gli alti bossi. Due serventi vestite di grigio come le beghine, taciturne e tristi, scolorate dal tedio e dalla stanchezza seguivano la portantina da presso; e le loro braccia abbandonate lungo i fianchi ondeggiavano ad ogni passo come i rosarii appesi alle loro cinture, come cose morte.
Rivedevo il volto gonfio ed esangue della principessa Aldoina e la lugubre fatica dei servi e le due grige larve seguaci e tutti gli aspetti dello strano convoglio, mentre cavalcavo su la via di Rebursa novamente solo. Qualche viva parte di me era rimasta nel grande claustro, ma pur tuttavia sentivo nell'intimo la gioia d'esser novamente solo.
Rivedevo i gesti del commiato presso il cancello e la meravigliosa profondità ch'era negli occhi delle prigioniere e le lontananze quasi mitiche del giardino vanenti dietro le belle persone. E, nel tempo medesimo, tutti gli altri fantasmi dell'intensa vita da me vissuta in quelle brevi ore si ammassavano nella mia anima come una ricchezza varia e confusa, raccolta per esser disposta a ornamento della mia reggia segreta.
“Quali sontuosità!„ mi diceva il demonico apparendomi non senza letizia e orgoglio. “Quali magnificenze in un sol giorno! Tu non potresti meglio servire il tuo scopo, che è di vivificar tutto e di estrarre da ogni più arida cosa la vita. Non riconosci ora la saggezza del mio ammonimento mattutino? Non benedici al rigore della tua lunga constrizione, onde hai questo frutto che t'inebria? La tua poesia, come la tua volontà, è senza limiti. Tutto ciò che nasce ed esiste, intorno a te, nasce ed esiste per un soffio della tua volontà e della tua poesia. E pur nondimeno tu vivi nell'ordine delle cose più reali, perocché nulla al mondo sia più reale di una cosa poetica.„
Dichinava il giorno su la valle ondulata del Saurgo; e ai raggi obliqui le terre fulve s'arricchivano di oro, mentre le chiare nuvole stavano assise in cerchio su i culmini delle rocce come su' più alti gradi d'un anfiteatro, con attitudini feminee, aspettando che la sera le vestisse di porpora.
“Omai tu potresti fecondare il sale„ mi diceva il demonico. “Là dove il tuo spirito s'inclina, l'ubertà si dilata subitamente. Ma pur tu hai teco il favore della Fortuna: tu sei entrato nell'ignoto e nell'impreveduto non come colui che tenta ed esplora incerto, ma come colui che è atteso ed eletto alla ricolta in un campo ove s'adunano tutte le maturità più superbe, intatte ancora e pronte a riempiere il cavo delle sue mani quante volte gli piaccia di protenderle nella luce o nell'ombra. Tu sei entrato in un giardino chiuso, delizioso e spaventoso come quello delle antiche Esperidi. La felicità ti ha sorriso per tre sembianze, tra la follia e la morte, a similitudine di quell'effigiato marmo lunense che splendeva tra due nere colonne. Non v'è forse per te nel componimento di tal figura un senso nascosto?„
“O despota,„ io gli risposi “v'è certo un senso nascosto nella figura che tu mi rischiari, e io lo conoscerò. Ma, poiché la perfezione di quella trinità m'attira e poiché è necessario pel mio cómpito eleggere, io rimango perplesso e non senza timore d'esser deluso come un uomo.„
E il demonico: “Non pur da mane ma a sera tu temi vanamente! Né è questo il tuo solo fallo; ché già dianzi, al conspetto delle beatrici, dopo aver composto su la bellezza delle loro mani ignude una bella musica, tu rammaricandoti di non poterle tutte a un tempo condurre alle tue case ti sei sdegnato contro il sopruso del pregiudizio e del costume. Ora, così facendo, tu ti sei umiliato non pure a riconoscere la potenza dell'altrui legge ma a disconoscere la potenza del tuo sogno, che sola è sacra. Perché aspiri tu al possesso legittimo dei corpi, quando le imagini ideali ornano già della loro triplice grazia la casa del tuo sogno? Tu non potresti togliere le tre prigioniere dalla loro carcere senza toglierle pur dall'incanto che le trasfigura. Grandissimo numero di misteriose rispondenze ondeggia tra quelle vite profonde e i luoghi taciti ove elle soffersero e t'aspettarono. La loro grazia, la loro desolazione e il loro orgoglio traggono dalle virtù occulte d'infiniti elementi il fascino in che ti sei compiaciuto. Così le nobili piante con lunghe radici suddivise in miriadi di fibrille assorbono dall'intimo grembo della terra le energie immortali che pel sagliente impeto dello stelo espresse alla luce si sublimano nel prodigio della corolla e del profumo. Puoi tu, o poeta, raffigurarti Egle Aretusa e Ipertusa cacciate dal loro giardino? Eracle vestito-di-stelle, quando penetrò in quel paradiso occidentale per rapirvi i frutti d'oro, rinunziò a trar seco le figlie della Notte poiché pur nella sua anima atroce sentì ch'egli avrebbe menomato e forse distrutto il mistero paradisiaco di lor bellezza.„
“O despota,„ gli dissi allora “io penso a Colui che deve venire.„
E il demonico: “Ben sia questo sempre il sommo de' tuoi pensieri. Ma pur dianzi la necessità della scelta ti si presentava come una prova crudele, cagione di dolore e di sacrifizii inevitabili; e il cuore te ne doleva. Considera che nessuna Moira è più del Dolore degna che uno la invochi perché presieda a una generazione. Nulla nel mondo va perduto; e cose inaudite possono talora nascere dalle lacrime. Considera che la potenza massima del volere non si manifesta nella prontezza dell'eleggere tra più offerte o nella fermezza del resistere a più impulsi, ma sì nell'arte di conferire agli indistinti moti della natura efficacia lucidità e dignità di forze riconosciute e dirette. Considera che v'è un modo di esser pari sempre all'evento, nelle vicissitudini dell'incertissima vita. Fuvvi già alcuno il quale a fianco del suo tiranno, che pur con un cenno poteva dannarlo a morire, ebbe tal sembiante da far dubitare chi dei due fosse il verace signore. Sii tu dunque simile a colui, trattando l'evento con animo regale.„
La cupola del cielo s'era tinta d'una pallidità giacintina, e gli oliveti ne ricevevano la calma su le chiome ond'erano dissimulate le attitudini dolorose dei tronchi negri. Su i culmini delle rocce le nuvole assise non avevano ottenuto la porpora ma una veste di più delicato colore, che le faceva languire: pur taluna levava su le compagne il capo altiero aspirando a una corona di stelle.
“Tu puoi comporre intanto le tue musiche„ proseguiva il demonico “su le meravigliose generazioni di cose che nascono dalle affinità e dai rapporti delle tre forme integrali quando le contempli puramente. V'è nelle loro congiunture e nelle loro attenenze un linguaggio straordinario che tu già comprendi come se tu medesimo lo avessi inventato. Di ciascuna delle loro linee tu puoi fare l'asse d'un mondo. Elle sembrano darti la gioia del continuo creare e del continuo scoprire, e aiutarti a compiere la tua unione con una parte di te medesimo rivelata inaspettatamente. Elle sembrano riversare in te la vita che da te ricevettero in un tempo immemorabile. — Non avevi tu gioito di loro prima ch'elle oggi ti sorridessero? Stando in silenzio al loro fianco, non sentivi tu la tua anima carica come una nube?„
“O despota,„ io gli dissi sentendo la mia anima rivolgersi con desiderio infinito verso il giardino da cui mi allontanavo nel vespero armonioso “o despota, è vero: stando in silenzio al loro fianco ho provato una voluttà più forte che se avessi disciolto le loro capellature o premuto con le labbra le loro nuche belle; e ancor ne sono pieno. Ma pur vorrei, cadendo l'ombra, tornare laggiù nascostamente e chinarmi invisibile su i petti virginei e quivi molto indugiare; perchè penso che una grande dolcezza e una grande tristezza quei petti esaleranno nell'ombra verso di me, le quali io non conoscerò mai!„