Note 132 — IL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA DI ALESSANDRO MANZONI (continued 3)
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Il buon Silvio scriveva al fratello Luigi da Milano, l’8 gennaio 1820: «Ti spedisco.... la bellissima tragedia di Manzoni, il Carmagnola. A me pare una cosa divina. Qui è generalmente lodata, e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra trascurato e prosaico. Ma Manzoni non ha preso inavvertentemente quello stile; egli lo ha scelto come il più proprio a un argomento non antico, e nel quale il discorso deve scostarsi di poco dal discorso comune di oggidì. Il vantaggio di siffatto stile, schivo dei modi e dei vocaboli non simili alla prosa, si è di renderne cara la lettura anche a coloro che non sono educati al linguaggio poetico. La più parte delle donne, per esempio, fanno fatica a leggere la poesia italiana (meno il Metastasio); e perchè? Perchè la poesia italiana ha una lingua ch’esse non hanno. Datele una lingua già nota, e acquisterà molte lettrici e molto più lettori». Più tardi poi, il 15 gennaio, riscriveva, con intiepidito entusiasmo: «Che ti è sembrato del Carmagnola? Il Coro è stupendo. Vorrei piuttosto aver fatto il Coro che la tragedia, quantunque questa anche abbia molte bellezze. Lo stile di essa è molto criticato». Più tardi ancora, lodando assai l’articolo che sulla tragedia il fratello aveva inserito nella Gazzetta di Genova, soggiungeva: «Il crocchio Visconti e Berchet, che è tutto Manzoni, ha fatto girare in ogni casa di Milano il foglio di Genova.... Il tuo giudizio intimo sul Carmagnola, qual poi me lo esprimi nella tua lettera, s’accorda affatto col mio. Non è lettura che strascini, perchè gli eroi son lasciati troppo simili al vero. La poesia è un mondo più bello del reale; bisogna che gli abitanti di quel mondo sieno a un grado più sù di noi, nell’amore, nell’ira, nelle virtù politiche ecc. Ma tienti occulto questo mio parere, perchè nulla mi dorrebbe quanto l’essere creduto da alcuni invidioso del merito del Manzoni. E questo è il motivo per cui non mi permetto una critica su quella tragedia».—Colgo l’occasione di rilevare una curiosità. Nel 1818 (se anche questa volta la data del Rinieri non è errata!) pare si sia sparsa la voce che il Manzoni attendesse a un’Ifigenia. Il Pellico ne scriveva il 1º aprile al fratello: «Cercherò dell’Ifigenia di Manzoni; non so niente, ma son certo che egli non può aver fatto cosa mediocre».