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La vita nuova

Incipit vita nova: (continued 2)

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Gentil pensiero, che parla di vui, Sen viene a dimorar meco sovente, E ragiona d’amor sì dolcemente, Che face consentir lo core in lui. L’anima dice al cor: Chi è costui, Che viene a consolar la nostra mente, Ed è la sua virtù tanto possente, Ch’altro pensier non lascia star con nui? Ei le risponde: O anima pensosa, Questi è uno spiritel nuovo d’amore, Che reca innanzi a me li suoi desiri: E la sua vita, e tutto il suo valore, Mosse dagli occhi di quella pietosa, Che si turbava de’ nostri martìri.

Contra questo avversario della ragione si levò un dì, quasi nell’ora di nona, una forte imaginazione in me, che mi parea vedere questa gloriosa Beatrice, con quelle vestimenta sanguigne, colle quali apparve prima agli occhi miei, e pareami giovane, in simile etade a quella in che prima la vidi. Allora incominciai a pensare di lei; e secondo l’ordine del tempo passato ricordandomene, lo mio core incominciò dolorosamente a pentirsi del desiderio, a cui così vilmente s’avea lasciato possedere alquanti dì contro alla costanza della ragione: e discacciato questo cotal malvagio desiderio, si rivolsero tutti i miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice. E dico che d’allora innanzi cominciai a pensare di lei sì con tutto il vergognoso cuore che li sospiri manifestavano ciò molte volte; però che quasi tutti diceano nel loro uscire quello che nel cuore si ragionava, cioè lo nome di quella gentilissima, e come si partìo da noi. E molte volte avvenìa che tanto dolore avea in sè alcuno pensiero, che io dimenticava lui, e là dov’io era. Per questo raccendimento di sospiri si raccese lo sollevato lagrimare in guisa, che li miei occhi pareano due cose, che desiderassero pur di piangere: e spesso avvenìa che, per lo lungo continuare del pianto, dintorno loro si facea un colore purpureo, quale apparir suole per alcuno martìro che altri riceva: onde appare che della loro vanità furono degnamente guiderdonati, sì che da indi innanzi non poterono mirare persona che li guardasse sì, che loro potesse trarre a simile intendimento. Onde io volendo che cotal desiderio malvagio e vana tentazione paresse destrutto, sì che alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole ch’io avea dette dinanzi, proposi di fare un Sonetto, nel quale io comprendessi la sentenza di questa ragione. E dissi allora: Lasso! per forza ec.; e dissi lasso, in quanto mi vergognava di ciò che gli miei occhi aveano così vaneggiato.

Questo Sonetto non divido, però che è assai manifesta la sua ragione.

Lasso! per forza de’ molti sospiri, Che nascon de’ pensier che son nel core, Gli occhi son vinti, e non hanno valore Di riguardar persona che gli miri. E fatti son che paion due disiri Di lagrimare e di mostrar dolore, E spesse volte piangon sì, ch’Amore Gli cerchia di corona di martìri. Questi pensieri, e li sospir ch’io gitto, Diventan dentro al cor sì angosciosi, Ch’Amor vi tramortisce, sì glien duole; Però ch’egli hanno in sè li dolorosi Quel dolce nome di Madonna scritto, E della morte sua molte parole.

Dopo questa tribulazione avvenne, in quel tempo che molta gente andava per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bellissima figura, la quale vede la mia donna gloriosamente, che alquanti peregrini passavano per una via, la quale è quasi mezzo della cittade, ove nacque, vivette e morìo la gentilissima donna, e andavano, secondo che mi parve, molto pensosi. Ond’io pensando a loro, dissi fra me medesimo: «Questi peregrini mi paiono di lontana parte, e non credo che anche udissero parlare di questa donna, e non ne sanno niente; anzi i loro pensieri sono d’altre cose che di questa qui; chè forse pensano delli loro amici lontani, li quali noi non conoscemo». Poi dicea fra me medesimo: «Io so che se questi fossero di propinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati, passando per lo mezzo della dolorosa cittade». Poi dicea fra me stesso: «S’io li potessi tenere alquanto, io pur gli farei piangere anzi ch’egli uscissero di questa cittade, però che io direi parole, che farebbero piangere chiunque le intendesse». Onde, passati costoro dalla mia veduta, proposi di fare un Sonetto, nel quale manifestassi ciò ch’io avea detto fra me medesimo; ed acciò che più paresse pietoso, proposi di dire come se io avessi parlato a loro; e dissi questo Sonetto, lo quale comincia; Deh peregrini ec. E dissi peregrini, secondo la larga significazione del vocabolo: chè peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto. In largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della patria sua; in modo stretto, non s’intende peregrino se non chi va verso la casa di santo Jacopo, o riede: e però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio dell’Altissimo. Chiamansi palmieri, in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini, in quanto vanno alla casa di Galizia, però che la sepoltura di santo Jacopo fu più lontana dalla sua patria, che d’alcuno altro apostolo; chiamansi romei, in quanto vanno a Roma, là ove questi ch’io chiamo peregrini, andavano.

Questo Sonetto non si divide, però ch’assai il manifesta la sua ragione.

Deh, peregrini, che pensosi andate Forse di cosa che non v’è presente, Venite voi di sì lontana gente, Come alla vista voi ne dimostrate? Chè non piangete, quando voi passate Per lo suo mezzo la città dolente, Come quelle persone, che neente Par che ’ntendesser la sua gravitate. Se voi restate, per volere udire, Certo lo core ne’ sospir mi dice, Che lagrimando n’uscirete pui. Ella ha perduta la sua Beatrice: E le parole, ch’uom di lei può dire, Hanno virtù di far piangere altrui.

Poi mandaro due donne gentili a me, pregandomi che mandassi loro di queste mie parole rimate; ond’io pensando la loro nobiltà, proposi di mandar loro, e di fare una cosa nuova, la quale io mandassi loro con esse, acciò che più onorevolmente adempiessi li loro prieghi. E dissi allora un Sonetto, il quale narra il mio stato, e manda’lo loro col precedente Sonetto accompagnato, e con un altro che comincia: Venite a intender ec. Il Sonetto, il quale io feci allora, comincia: Oltre la spera ec.

Questo Sonetto ha in sè cinque parti: nella prima, dico là ove va il mio pensiero, nominandolo per nome di alcuno suo effetto; nella seconda, dico perchè va lassù, cioè chi ’l fa così andare; nella terza, dico quello che vide, cioè una donna onorata: e chiamolo allora spirito peregrino, acciò che spiritualmente va lassù, e sì come peregrino, lo quale è fuori della sua patria giusta; nella quarta, dico com’egli la vede tale, cioè in tale qualità, ch’io non la posso intendere: cioè a dire, che il mio pensiero sale nella qualità di costei in grado, che il mio intelletto nol può comprendere; conciossiacosa che il nostro intelletto s’abbia a quelle benedette anime, come l’occhio nostro debole al sole: e ciò dice il Filosofo nel secondo della Metafisica; nella quinta, dico che, avvegna che io non possa intendere là ove il pensiero mi trae, cioè alla sua mirabile qualità, almeno intendo questo, cioè che tal è il pensare della mia donna, perchè io sento spesso il suo nome nel mio pensiero. E nel fine di questa quinta parte dico: Donne mie care, a dare ad intendere che son donne coloro a cui parlo. La seconda parte comincia: Intelligenzia nuova; la terza: Quand’egli è giunto; la quarta: Vedela tal; la quinta: So io ch’el parla. Potrebbesi più sottilmente ancora dividere, e più sottilmente intendere, ma puossi passare con questa divisione; e però non mi trametto di più dividerlo.

Dantis Amor
Dantis Amor

Oltre la spera, che più larga gira, Passa il sospiro ch’esce del mio core; Intelligenzia nuova, che l’Amore Piangendo mette in lui, pur su lo tira. Quand’egli è giunto là, dov’el desira, Vede una donna, che riceve onore, E luce sì, che per lo suo splendore Lo peregrino spirito la mira. Vedela tal, che, quando il mi ridice, Io non lo ’ntendo, sì parla sottile Al cor dolente, che lo fa parlare. So io ch’el parla di quella gentile, Però che spesso ricorda Beatrice: Sì ch’io lo ’ntendo ben, donne mie care.

Appresso a questo Sonetto apparve a me una mirabil visione, nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sa veramente. Sicchè, se piacere sarà di Colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, spero di dire di lei quello che mai non fu detto d’alcuna. E poi piaccia a Colui, ch’è Sire della cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria della sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, che gloriosamente mira nella faccia di Colui, qui est per omnia saecula benedictus.

Il saluto di Beatrice nell’Eden
Il saluto di Beatrice nell’Eden
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